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:: Presentazione del romanzo “Magnetic” di Sara D’Amario con Fabrizio Fulio-Bragoni a cura di Giulietta Iannone

15 febbraio 2019

Affollatissima la saletta del Circolo del Lettori di Torino per la presentazione del romanzo “Magnetic” di Sara D’Amario (LeggerEditore). Introdotto e moderato da Fabrizio Fulio- Bragoni, traduttore e critico, con la presenza dell’autrice, l’incontro è stato molto divertente e partecipato, se si pensa che avevamo Laura Morante nella sala accanto che presentava il suo libro, ma non ci siamo fatti intimidire. Il pubblico era vario: professori, studenti, genitori, colleghi di Sara D’Amario che ha spiegato porta avanti le due carriere di attrice (da ventisei anni) e di scrittrice (da dieci) con grande serietà e preparazione. “Magnetic” è un YA originale con tematiche attualissime (dai campi magnetici, alla sperimentazione scientifica senza regole, all’uso di droghe sintetiche), e non spesso affrontate (ancora) e sia l’autrice che il moderatore sono statati bravi a incuriosire senza spoilerare troppo. “Magnetic” è un libro per ragazzi, scritto con responsabilità per un pubblico di lettori adolescente ed è stato molto interessante quando l’autrice ha parlato della difficoltà di scrivere romanzi per questa fascia di età rispettando lo sviluppo e il cuore di questi giovani lettori. Insomma scrivere libri per ragazzi necessita di competenze e sensibilità sue proprie, certo è intuibile ma è giusto che venga ribadito. Fabrizio Fulio- Bragoni ha fatto diverse domande all’autrice,  ma numerose sono state anche quelle del pubblico tanto che l’incontro è durato più di un’ ora e mezza. Non ho fatto foto, e un po’ mi dispiace, ma il marito dell’autrice, François-Xavier Frantz, anche lui presente, credo abbia registrato parte della presentazione. Non avendo ancora letto il libro (ma penso lo farò al più presto) non so dirvi molto della trama, ma sicuramente è un libro con in certa misura anche un valore educativo sicuramente nel mettere in guardia i giovani dal pericolo delle droghe sintetiche così facilmente disponibili e così dannose se non mortali. E quando lo dicono i genitori non li si ascolta, un’amica forse sì. È naturalmente anche una storia d’amore, ma non delle più convenzionali. Insomma sono molto contenta di aver partecipato all’incontro e vi invito tutti in libreria.

:: Dove comincia il mondo, Truman Capote (Garzanti, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

30 giugno 2017
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La donna guardò fuori dalla finestra sul retro del Mill Store, concentrando l’attenzione sui bambini che giocavano allegramente nelle acque luccicanti del torrente. Il cielo era completamente sereno, e il sole del Sud caldo sulla terra. La donna si terse il sudore dalla fronte con un fazzoletto rosso. L’acqua che scorreva veloce sopra i ciottoli chiari del fondo del torrente sembrava fredda e invitante. Se ora non ci fossero quei gitanti, pensò, giuro che andrei a sedermi là per rinfrescarmi. Accidenti!
Quasi tutti i sabati la gente di città veniva in comitive a passare il pomeriggio facendo merenda sui ciottoli bianchi delle spiagge di Mill Creek, mentre i bambini giocavano nell’acqua bassa. Quel pomeriggio, un sabato verso la fine di agosto, era in pieno svolgimento un picnic della scuola domenicale. Tre donne anziane, insegnanti della scuola, correvano qua e là nel tratto in ombra, sorvegliando ansiosamente i bambini affidati alle loro cure.

(Truman Capote, Dove comincia il mondo, Garzanti, Milano 2016, p. 21. Traduzione di Vincenzo Mantovani)

Le persone: vecchi vagabondi; pericolosi evasi; anziane donne scorbutiche ma risolute, ragazzine “apparentemente” per bene, e altre con misteriosi segreti da nascondere, vedove dal passato inaspettato e bambini soli, genitori distanti o totalmente assenti, giovani romantiche o coniugi non più tanto innamorati; e poi i luoghi: i collegi e le abitazioni private, il parco e la palude, i drugstore e le scuole pubbliche, New York e il sud, la Città e i paesi; e per finire i toni, che vanno dall’ironico al malinconico, dall’amaro all’avventuroso, dal grottesco al tragico.
A elencarne così gli elementi costitutivi, pare che ci sia poco (o troppo) da dire su Dove comincia il mondo, volume che raccoglie 14 racconti inediti composti da Capote tra il 1940 e il 1947 (e cioè tra i 16 e i 23 anni); troppo (o troppo poco) per fare un discorso generale, comunque.
Invece, a dispetto della varietà tematica, di ambientazione e di tono, Dove comincia il mondo mostra una sua coerenza interna. Sì, perché se lo stile è ancora in costruzione, la poetica di Capote appare già parzialmente definita: la si rileva, per esempio, nella preferenza accordata dall’autore ai personaggi soli e in un certo qual modo sradicati. I 14 racconti di portano tutti in scena la solitudine, l’isolamento e il senso d’inadeguatezza (temi, questi, ancora centrali nella narrativa del Capote maturo). E non importa che lo facciano rivisitando il topos dell’innocenza tradita o battendo la strada dell’amore non (più) ricambiato, della perdita di una persona cara, del passato che torna a farsi presente, dell’invidia, della noia o del senso di colpa. E poco conta che lo facciano attraverso i modi a volte acerbi dell’autore che non ha ancora trovato la sua voce (o non del tutto, non in maniera stabile), e che è pronto a sperimentare con lo stile e a cimentarsi con la costruzione degli effetti, le figure retoriche, i toni e i modi della narrazione, spaziando tra prima e terza persona, tra ricche descrizioni ambientali e costruzioni più scarne, punti di vista multipli e narrazioni “tradizionali”, attingendo a tutto l’armamentario del già scritto pur di trovare il “modo giusto”.
E poi il “modo giusto” il giovane Capote lo trova sempre, ed è per questo che bisogna leggere i suoi racconti: non solo come testimonianze dell’apprendistato di uno dei maestri della letteratura americana del ‘900, ma come testi dotati di un loro chiaro valore letterario e illuminati da un talento indiscutibile benché ancora grezzo.

Truman Capote (New Orleans 1924 – Los Angeles 1984) è una delle voci più originali della letteratura americana del Novecento. I suoi libri, editi da Garzanti, sono Colazione da Tiffany, Altre voci altre stanze (1948); L’arpa d’erba (1953); A sangue freddo (1966); I cani abbaiano (1976); Musica per camaleonti (1980); Preghiere esaudite (1986), romanzo che Capote scrisse poco prima di morire e pubblicato postumo; Incontro d’estate (2006), scritto nel 1943 e ritrovato solo nel 2004, tra le carte lasciate dallo scrittore nella sua vecchia casa di Brooklyn. I suoi racconti brevi sono raccolti in La forma delle cose (2007, nuova edizione con un racconto inedito 2013) e i suoi scritti giornalistici in Ritratti e osservazioni. Tra giornalismo e letteratura (2008). La più recente scoperta di testi inediti è costituita dai racconti giovanili ora pubblicati in Dove comincia il mondo (2016).
È edita da Garzanti anche la sua biografia scritta da George Plimpton: Truman Capote. Dove diversi amici, nemici, conoscenti e detrattori ricordano la sua vita turbolenta (2014).

Source: inviato al recensore dalla casa editrice, si ringrazia Bianca dell’ Ufficio stampa.

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:: L’ora dei gentiluomini, Don Winslow (Einaudi, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

22 febbraio 2017
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Setacciare le registrazioni catastali nella sede amministrativa della contea è un ottimo antidoto per chi prova il desiderio virile di fare l’investigatore privato. La (triste) verità è che un investigatore privato non passa il tempo a sorseggiare bourbon in ufficio, con in braccio una bionda dalle gambe lunghe che lo supplica di fare sesso con lei mentre il lamento di un sax tenore echeggia in sottofondo. No, la maggior parate del lavoro è un lento esaminare scartoffie, e Boone non ha ancora udito un riff di John Coltrane.” (1)

San Diego, oggi.
Da quando ha lasciato il distretto di polizia per via di qualche “piccola divergenza” con il collega Steve Harrington, Boone Daniels si guadagna la vita lavorando, saltuariamente, come investigatore privato. Il resto del tempo lo passa in spiaggia, o meglio in mare, sulla sua tavola, con gli amici di sempre, Dave “the love god”, High Tide, Johnny Banzai e Hang Twelve. La “Pattuglia dell’alba”, gli ultimi che surfano ancora secondo le vecchie regole; gli ultimi allevati dalla vecchia guardia del surf californiano, in un tempo in cui nessuno ancora accampava diritti sulla spiaggia. Un’epoca in cui diritto di proprietà e surf non avevano niente a che vedere l’uno con l’altro, e in cui nessuno si sarebbe mai sognato di attaccare in giro dei cartelli con scritto “se non vivi qui non surfare qui”.
Oggi, invece, la territorialità è un fenomeno sempre più diffuso, e l’etichetta, be’, chi se la ricorda… ma un conto è giocare senza seguire le regole, e un altro è  far fuori uno come K2, una sorta di nume tutelare, una leggenda della scena surf di Pacific Beach.
Eppure è proprio questo che è successo: Corey Blasingame, stupido rampollo di una ricca famiglia di La Jolla, ha colpito K2 con un “superman punch” e lo ha ucciso.
Oppure no?
Un po’ per intervento della bella avvocatessa Petra, e un po’ in ossequio al senso di giustizia del defunto, Daniels si trova costretto a indagare sull’omicidio di K2 e, in men che non si dica, tutti i surfisti di Pacific Beach gli voltano le spalle.
Tutti.
In fondo non sta cercando di scagionare un ragazzo che ha fatto fuori uno dei loro?
Eppure, se davvero vuole risolvere il caso e far luce sulla morte di K2, Daniels avrà bisogno dell’aiuto dell’intera Pattuglia dell’Alba…

Uscito negli USA nel 2009, e proposto solo recentemente in Italia, L’ora dei gentiluomini è il seguito di La pattuglia dell’alba, romanzo pubblicato nel 2010 da Stile Libero nella traduzione dell’allora attivissimo Luca Conti.
All’epoca dell’uscita, La pattuglia dell’alba era stato accolto piuttosto freddamente: si trattava infatti della prima opera surf-noir(2) di un autore appena scoperto dal pubblico italiano come innovatore della formula proposta da Ellroy nella sua Trilogia Sporca. Al colossale affresco del narcotraffico tracciato nel Potere del cane, l’editore faceva seguire a stretto giro, e in maniera forse un po’ sconsiderata, un testo ben diverso: un romanzo “leggero, estivo”, come hanno commentato alcuni. Un romanzo che ritraeva con partecipazione quello stile di vita tipicamente californiano che Winslow avrebbe poi raccontato, anche se con toni e intenzioni diverse, ne I re del mondo e Le belve. Un testo anche stilisticamente “anomalo”, diviso com’era tra brillanti scene d’azione, battute giovanilistiche e difficilmente traducibili e toni apertamente dichiarativi(3).
Di Le belve (2011) e I re del mondo (2012) si era molto parlato, anche in vista dell’uscita del film Le Belve di Oliver Stone (2012), e quindi il pubblico era in un certo senso avvertito; nel caso del precedente La pattuglia dell’alba, invece, i lettori erano del tutto impreparati, e per questo, credo, il romanzo è stato accolto maluccio.
Quanto detto riguardo allo stile di La pattuglia dell’alba vale, nel bene e nel male, anche per L’ora dei gentiluomini; a questo punto, però, dopo la pubblicazione di altri romanzi come Missing New York, e in pieno ripescaggio delle vecchie serie poliziesche di Winslow, è ora di rimettere tutto in prospettiva e rivalutare questo filone surf noir, che, per quanto non sia il più amato della produzione dell’autore, di certo non è il peggiore, né il meno originale.

L’ora dei gentiluomini di Don Winslow, è proposto ai lettori italiani da Einaudi, nell’ottima traduzione di Alfredo Colitto.

(1)Don Winslow, L’ora dei gentiluomini, Einaudi Stile Libero, Torino 2016, p. 280. Traduzione di Alfredo Colitto.
(2)In realtà la seconda, se si considera L’invero di Frankie Machine (Einaudi, Torino 2008), c’è però da dire che il vero successo, nel campo del poliziesco, Winslow lo ha ottenuto solo nel 2009 con l’uscita di Il potere del cane e solo a quel punto molti lettori sono andati a recuperare L’inverno di Frankie Machine.
(3)A questi, poi, ci siamo abituati: romanzi come La lingua del fuoco, ma anche Il potere del cane e Il Cartello vedono infatti un’alternanza di pagine puramente narrative e brani dal taglio quasi giornalistico.

Don Winslow, ex investigatore privato, uomo di mille mestieri, è autore di undici romanzi, che lo hanno consacrato come nuovo maestro del noir. Einaudi Stile libero ha pubblicato finora L’inverno di Frankie Machine (ultima edizione «Super ET», 2009), diventato un vero e proprio caso letterario, Il potere del cane, La pattuglia dell’alba, La lingua del fuoco e, nel 2011, Le belve, da cui Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Nel 2012, sempre per Einaudi Stile libero, è uscito I re del mondo, prequel de Le belve; nel 2013, Morte e vita di Bobby Z; nel 2014 Missing. New York, primo capitolo di una nuova serie poliziesca con protagonista il detective Frank Decker; nel 2015, Il cartello; nel 2016, London Underground, il primo romanzo, di una serie di cinque, che ha come protagonista Neal Carey e L’ora dei gentiluomini.

Source: acquisto personale del recensore.

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:: L’oratorio di Natale, Göran Tunström (Iperborea, 2016) a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

14 febbraio 2017
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“Un mese di giugno, all’inizio degli anni Trenta, Solveig Nordensson è nel cortile di ghiaia davanti alla sua fattoria, nel Varmland, i piedi appoggiati ai pedali della bicicletta nuova che le ha regalato Aron, come appena innamorata, calda di felicità, le mani sul manubrio scintillante. Sta per andare a Sunne a parlare con il cantore Jancke del concerto d’autunno che finalmente, dopo dieci anni di preparativi, avrà luogo.
Dice a Sidner: «Mi devo essere dimenticata di spegnere il giradischi.»
Poi gli scompiglia i capelli, accarezza Eva-Liisa sulla guancia e guarda il lago e le lunghe ombre del pomeriggio sui campi.
«Lo spengo io mamma,» risponde Sidner ma, come avrebbe poi aggiunto molte volte: «Non lo feci.» Tutti e tre restano per un po’ in ascolto verso la finestra aperta, all’interno la puntina danza i suoi canti giubilo…

Lasset das Zagen, verbannet die Klage,
Stimmet voll Jauchzen und Fröhlichkeit an!
Dienet dem Höchsten mit herrlichen Chören,
Lasst uns den Namen des Herrschers verehren!

Ecco che come già tante altre volte si fa silenzio nel loro intimo, si sentono vicini, avvolti dalla musica di Natale di Bach.
«Prima però devi spingermi, Sidner.»
E lu iappoggia le mani sul portapacchi, punta i piedi nudi nella ghiaia e le dà una spinta. Solveig si siede sulla sella e si lascia trasportare dalla discesa, i raggi cantano, sabbia esasolini schizzano via e lei si riempie i polmoni di tuta l’estate che le viene incontro dagli alberi e dai fossi, respira i profumi delle regine dei prati, delle presuole gialle e delle margherite, e Sidner corre dall’altra parte della fattoria, si affaccia alla parete scoscesa, proprio sopra la curva e grida «Ciao…»” (1).

A Sunne, nel Varmland, un concerto vero e proprio, di quelli che si tengono nelle grandi città, non c’è mai stato. No, a Sunne c’è solo un piccolo coro senza pretese, e da anni ormai il direttore, il cantore Jancke, ha detto addio alle sue grandi ambizioni. Ma poi arriva Solveig, che ha vissuto in America e che è tornata piena di allegria, di gioia e di passione; Solveig che è forse l’unica al mondo in grado di convincere tutti – cantore e musicisti, a impegnarsi per ben 10 anni nella preparazione dell’“Oratorio di Natale” di Bach. Ma, per via di un tragico incidente, il concerto tanto atteso non si terrà. Non come previsto, comunque: a condurlo, mezzo secolo dopo quell’autunno degli anni trenta, ci penserà Victor Nordensson, nipote di Solveig e musicista di fama internazionale…
Partendo da un evento tragico, che fornisce l’abbrivio alla vicenda, ma in un certo senso ne indica anche l’unico approdo possibile, Tunström costruisce una saga di famiglia dall’andamento circolare che, spaziando tra Svezia, America e Nuova Zelanda(2) e dialogando con la grande letteratura del Novecento(3), si dipana lungo un arco di cinquant’anni in un vitalistico proliferare di storie grandi e piccole, portate avanti attraverso un incredibile campionario di punti di vista, di voci, di scelte verbali e narrative(4). E forse è anche grazie a questa sua varietà, a questa sua freschezza tecnica che, pur nascendo da una riflessione sul dolore, sulla perdita, e sui suoi effetti sulla vita di chi resta, L’oratorio di Natale non risulta né cupo né doloroso, ma si legge come un romanzo vivo e pieno di luce, tutto pervaso da un’inspiegabile (ma a ben vedere giustificata) leggerezza.
L’oratorio di Natale di Göran Tunström, che vi segnaliamo con colpevole ritardo ma non senza convinzione come una delle uscite più interessanti del 2016, è proposto ai lettori italiani da Iperborea nella splendida traduzione di Fulvio Ferrari.

Göran Tunström (1937-2000), è stato uno dei romanzieri svedesi più innovativi di fine secolo. La sua sensualità e l’estro visionario e fantastico sono espressi pienamente nel capolavoro L’Oratorio di Natale, con il quale ha raggiunto il successo. Lettera dal deserto è il suo settimo titolo pubblicato in Italia da Iperborea.

Source:  libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Francesca dell’ Ufficio Stampa Iperborea.

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(1)Göran Tunström, L’oratorio di Natale, Iperborea, Milano 2016, pp. 23-24. Traduzione di Fulvio Ferrari.

(2)Ma il centro del racconto resta sempre Sunne; “è una limitazione che mi dà libertà”, ha infatti dichiarato l’autore (cfr. la breve ma illuminante postfazione di Ferrari, in Göran Tunström, L’oratorio di Natale, Iperborea, Milano 2016, pp. 435-445), che nel ridotto microcosmo della sua città natale ha saputo costruire un intero universo narrativo.

(3)Ma non solo: tra le pagine di L’oratorio di Natale, oltre alle eco da Musil e da Mann -l’autore dei Buddenbrook, ma anche il Mann musicofilo e teorico del Doctor Faustus e di certi saggi d’estetica musicale- si leggono anche rimandi ad Hamsun, ombre di Goethe, reminiscenze di Rilke, per tacere dell’ambigua (doppia?) presenza della scrittrice Selma Lagerlöf, del ruolo svolto dalla Commedia di Dante, da Huckelberry Finn, dalla letteratura esoterica ecc.

(4)Dalla narrazione in prima persona con focalizzazione interna a quella in terza persona con focalizzazione zero, dal presente in uso nella parte relativa agli anni ’30 al passato remoto dell’incipit ambientato negli anni ’80 (come a voler riflettere non solo le voci, ma anche i vari modi di raccontarsi propri dei personaggi), dai modi da realismo magico al “semplice” resoconto, dall’inserto epistolare e diaristico all’uso diretto delle citazioni letterarie (penso, per esempio all’uso fatto dei testi di Dante e di Mark Twain) e musicali per far procedere l’intreccio ecc.

:: Nick Carter si diverte (mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo), Mario Levrero (Calabuig, 2016), a cura di Fabrizio Fulio Bragoni

23 settembre 2016
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Ed eccoti in partenza, Nick Carter, rifiuto umano. Chi credi di poter prendere in giro con il tuo rozzo travestimento da giardiniere? Ecco che ti trascini come un verme, senza voler ammettere il sordido vuoto della tua vita. Che senso hanno tutte le avventure che hai accumulato? A che cosa ti sono servite? A chi sono servite? […] Ah, Carter! Ecco che te ne vai, dicendo “arriva Nick Carter, il detective più famoso del mondo, a risolvere l’enigma”. Ma in fondo all’animuccia tua lo sai che non è così. L’enigma sei tu, Nick Carter, l’unico vero enigma che non hai mai risolto, l’enigma della tua vita vuota, della tua vera identità. Quanto denaro hai dato ai giornali perché gonfiassero le tue gesta? A quanti semplici piaceri della vita hai rinunciato in nome del tuo spaventoso narcisismo? Prendi il treno, Nick Carter, prendi il treno che porterà al castello verso una nuova vittoria artificiale. […] E tu, lettore, che ti impietosisci per il vuoto di Nick Carter, che cosa sai dirmi di te? Del tuo enigma, della tua identità? Non ti rendi conto che anche tu sei stato assassinato? Anche a te hanno piantato un coltello nella schiena il giorno stesso in cui sei nato. Ma nella tua cecità chiami vita la tua vita, quella ce trascini, come tanti lettori, infettando il mondo. Non è ancora nato il detective capace di indagare sulla tua morte, o lettore. Non sarai mai vendicato, anonimo verme. Tu non sei migliore di Nick Carter, e neppure di me.[1]

Chiamato a svolgere un compito apparentemente di routine – vigilare sull’incolumità degli ospiti di Lord Ponsonby – il mitico Nick Carter si troverà ad affrontare i suoi nemici storici, affiancati da una temibile schiera di mostri marini…
Quando si parla di “sfondamento”, di “revisione”, “sospensione”, “decostruzione” dei canoni narrativi in ambito poliziesco, e in generale per tutto quanto riguarda il vasto campo del romanzo d’indagine, meglio andarci con i piedi di piombo: un po’ perché non ci si confronta con un genere, ma tutt’al più con un insieme di convenzioni condivise che disegnano diverse classi di oggetti narrativi (il “giallo classico”, il romanzo “a chiave”, il “mistery”, il “noir”, l’“hardboiled” ecc. ecc.) tra loro accomunati dalla famigerata “aria di famiglia” wittgensteiniana[2], e un po’ perché i tentativi di sconvolgimento, revisione, sospensione ecc., sono talmente diffusi e reiterati da definire, ormai, una classe di oggetti a sé, un variopinto insieme di romanzi d’indagine “indisciplinati”. Detto questo, nel caso di Nick Carter si diverte, strano ibrido datato 1973, proprio non si può proprio fare a meno di parlare di sforamento, trasgressione, di infrazione dei canoni: come interpretare, altrimenti, questo ammasso di elementi eterogenei? Come giustificare l’unità dei detriti pop che convivono in questo brevissimo pastiche, che sta al pulp un po’ come Il mostro degli Hawkline di Richard Brautigan sta al western (e/o al gotico)?
Ma andiamo con ordine; tanto per cominciare lo spunto, inequivocabilmente fornito dal protagonista: Nick Carter è un residuato dell’era pulp, passato dalle dime novels alla radio, ed entrato nella storia per i suoi tratti da super-eroe[3] ante litteram. Qui, invecchiato ma non per questo più fallibile o meno esibizionista[4] , il “master detective” è catapultato nell’alta società e messo alle prese con un caso “irrisolvibile”, in quanto del tutto inconsistente: a quanto dice il suo cliente, tale Lord Ponsonby, gli ospiti del castello di famiglia hanno ricevuto delle vaghe minacce e… chi meglio di Nick Carter per vegliare su di loro? Poi l’ambientazione, tutt’altro che realistica nell’improbabile sequela di castelli, sotterranei, scorci cittadini ecc. E ancora gli antagonisti: il perfido Watson (ebbene sì, proprio lui, il dottor Watson di holmesiana memoria…), la Vedova Nera[5] e l’esercito di mostri marini che ai due supercattivi dà manforte. E per finire gli allucinanti comprimari, dall’incomprensibile spalla Tinker, alla segretaria ninfomane (che, tanto per ribadire il gusto dell’autore per i paradossi, si chiama Virginia), dagli ospiti del ballo di gala allo stesso Lord Ponsonby.
Insomma, qui più che di fronte a una revisione, a un allargamento dei (presunti) canoni del (presunto) genere, ci troviamo alle prese con un piccolo grande collage[6], che vede giustapposti elementi gotici e “gialli”, riferimenti alla dime-novel, parentesi fumettistiche, trovate feuilettonesche e passaggi che strizzano l’occhio alla letteratura erotica[7]; un piccolo grande gioco di specchi[8] in cui, come si suol dire, tutto è possibile, ma niente è come sembra.
E in tutto questo, “Nick Carter si diverte” (e con lui l’autore, il lettore…).
Nick Carter si diverte mentre il lettore viene assassinato e io agonizzo, di Mario Levrero, è proposto ai lettori italiani da Jaca Book, collana Calbuig, nella riuscitissima traduzione di Sara Cavarero.

Jorge Mario Varlotta Levrero (Montevideo 1940 – 2004) ha pubblicato una decina di romanzi che lo hanno reso uno scrittore di culto, un punto di riferimento per molti autori latinoamericani. Appassionato di ipnosi, fenomeni telepatici, computer e libri gialli, ha esercitato molti mestieri, tra i quali il fotografo, il libraio, il direttore di riviste di enigmistica e l’autore di videogiochi. La rivista “Granta” lo ha recentemente proposto all’attenzione dei lettori europei nella rubrica Best Untranslated Writers.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’ Ufficio Stampa Jaka Book.

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[1] Mario Levrero, Nick Carter si diverte, Calabuig [Jaca Book], Milano 2016. pp. 65 sgg. Traduzione di Sara Cavarero.
[2] Motivo per cui tracciare dei confini precisi per isolare questi fantomatici “canoni” è tutt’altro che facile.
[3] Secondo la fortunata definizione dello storico del pulp Jess Nevins, Nick Carter è il “nonno di tutti i supereroi”.
[4] Cfr. p. 14.
[5] Classica femme fatale cattiva come il peccato e altrettanto irresistibile
[6] Il cui elemento d’uniformità è forse legato alla dissimulazione dell’operazione decostruttiva/ricostruttiva dietro la buffonesca, anacronistica maschera del pulp delle origini…
[7] Da segnalare l’ottimo lavoro della traduttrice Sara Cavarero, in grado di conservare, oltre al lessico specifico dei vari riferimenti, i furiosi stacchi della lingua originale, sempre oscillante tra presente e passato, tra la prima persona di Carter e gli interventi della voce “off” (così Levrero si rivolge direttamente al lettore e/o al protagonista), persa tra magniloquente sensazionalismo radiodrammatico e inedita ironia.
[8] Non a caso il tema del “doppio”, spesso introdotto dal passaggio di fronte a uno specchio, si rivela asse portante dell’intera narrazione (ammesso che di asse portante si possa parlare, vista la chiara eccentricità del romanzo).

:: Un’ intervista con James Grady, autore de I sei giorni del Condor

16 settembre 2016

j-grady-2006Caro Signor Grady, benvenuto su Liberi di Scrivere. Non so dirle quanto siamo onorati di poterla ospitare, quindi lascerò perdere e andrò dritta al punto.
Lei ha preso parte al movimento contro la guerra in Vietnam; ha mai pensato a se stesso come a un modello, qualcuno in cui la generazione che è cresciuta all’ombra del Watergate si potesse riconoscere? O forse sente di essersi semplicemente trovato al posto giusto nel momento giusto?

Domanda interessante, ma difficile. Nella primavera del 1969, nel corso del mio secondo anno di college a Missoula, Montana, entrai a far parte del movimento. Non che si trattasse di un’organizzazione, era più un sentimento, un impegno condiviso: si andava alle manifestazioni, si raccoglievano firme ecc. Poi, nella primavera del 1970, ci fu la sparatoria alla Kent State [il 4 maggio, nel corso di una manifestazione contro l’invasione statunitense della Cambogia, la Guardia Nazionale sparò sulla folla uccidendo quattro studenti e ferendone altri nove; n.d.t.]. Ancora a Missoula, presi parte alle proteste. Nelle vacanze tornai a Shelby, la mia città, un posto piccolo, molto più piccolo di Missoula; per pagarmi gli studi, d’estate lavoravo per il comune (riparazioni all’acquedotto, asfaltature, insomma, lavori manuali). Sapendo delle mie attività pacifiste, un membro del consiglio comunale e il direttore di un giornale locale, gente d’estrema destra, cercarono di farmi licenziare. Ma il mio capo, che pure non era d’accordo con le mie idee politiche, non volle cedere alle pressioni dei superiori. “Questa è l’America, e James può credere quello che cavolo gli pare”, disse. E fu così che il capo, un operaio ultraconservatore e che per di più non aveva studiato, divenne il mio eroe.
Poi, nell’inverno del 1971 ero a Washington. Lavoravo come stagista per un Senatore (non ero ancora laureato, ma ero entrato in un programma di tirocinio per gli studenti di giornalismo). Fu allora che mi venne in mente l’idea di Condor. A quei tempi, pareva che il paese fosse avvolto in una nebbia di misteri e pericoli – la guerra, la nascita  di uno stato di polizia, il passaggio dalla sperimentazione psichedelica all’eroina, la Mafia- in Montana come a Washington. Con Condor ho cercato di affrontare tutto questo. E il mio tempismo è stato perfetto. Le notizie sul Watergate e sul ruolo della CIA si stavano appena affacciando sui giornali quando il romanzo è arrivato all’editore, e, subito dopo, a Dino De Laurentiis. Penso che se il libro fosse uscito un anno prima, o magari un anno dopo, non avrebbe funzionato. Insomma, ho scritto il romanzo giusto al momento giusto. Ho avuto fortuna.

Oltre ad essere un romanziere, ha lavorato anche come giornalista e sceneggiatore. Quali di queste esperienze le ha dato di più?

Be’, per quanto ami i film, e ora anche i nuovi prodotti per la tv, comici o drammatici, dei quattro anni in cui ho lavorato come giornalista investigativo per l’editorialista Jack Anderson (all’epoca Anderson era syndicated columnist e i suoi pezzi venivano ripresi su 1000 giornali diversi) ho un ricordo stupendo; e poi le esperienze fatte in quel periodo hanno avuto un’enorme influenza sulla mia narrativa. Volevo scavare, un po’ come Leo Sisti, presente? Sempre alla ricerca della storia dietro i titoloni, attento ai passaggi di potere, puntare il dito su chi sfruttava i meno fortunati. Per questo avevo momentaneamente accantonato la mia carriera di romanziere (in parte danneggiandola): speravo di poter fare qualcosa di buono. Ancora oggi, nella mia vita di narratore, attingo alle cose che ho imparato allora, per strada, e dietro le porte chiuse, lì dove il pubblico non arriva.

Per lei, il successo è arrivato prestissimo: subito dopo aver pubblicato I sei giorni del Condor. Che può dirci dell’America di allora? Com’era essere un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione negli anni ’70? E che ne pensa di questa definizione? Era davvero come la immaginiamo, “un giovane liberale con grandi ideali e qualche disillusione”?

Il mio successo con Condor, be’, in quel periodo l’America si è risvegliava dal conservatorismo dei ’50, rifiutavamo il dominio della generazione dei nostri genitori, che avevano fatto la Seconda Guerra Mondiale, e be’, il Vietnam. Era eccitante, un momento di apertura, in cui potevi inseguire i tuoi sogni e avevi qualche possibilità di realizzarli.
E io il più grande dei miei sogni personali (certo, non di quelli politici) l’avevo già realizzato: il mio romanzo d’esordio aveva avuto successo, e ne avevano tratto un film destinato a diventare un classico, avevo un meraviglioso secondo lavoro come reporter investigativo (un fatto di coscienza, non avevo bisogno di soldi). Ero davvero convinto che se avessi gestito come si deve la mia vita e il mio talento, e se non mi fossi fatto spaventare, avrei potuto fare la differenza. Forse sarei riuscito a scrivere della narrativa che davvero ripagasse in parte tutta la fortuna che avevo avuto.
Non mi rendevo conto che non tutti, neanche nella mia generazione, mettevano la stessa passione nella ricerca della giustizia e della verità. Non tutti volevano davvero cambiare le cose, ma d’altra parte quei pochi che lo volevano davvero sono riusciti a fare la differenza. Mai abbastanza, certo, ma d’altronde è sempre così: la lotta per la giustizia e l’onore non finisce mai. È questo che ci rende umani.
A livello più personale, ero deciso a non sprecare l’opportunità che avevo. Dovevo fare quello che dovevo fare: scrivere romanzi. Non potevo buttare all’aria la mia fortuna, per cui facevo una vita morigerata, sostentandomi con lo stipendio da reporter e mettendo da parte il resto per poter scrivere. Mi vestivo e vivevo da studente universitario, blue jeans e camicie economiche, giacche di pelle e scarpe da ginnastica. Spendevo solo per libri, i film e la musica (rock ‘n ‘roll). Per il resto ascoltavo la radio. Di solito mi alzavo alle 6.30 e andavo a dormire alle 11, ed evitavo i bagordi (non che fosse difficile, all’epoca, nella triste Washington). Certo, non potevo dirmi esattamente monogamo, come potrebbero testimoniare diverse ragazze con cui all’epoca ho avuto relazioni di lunga durata, ma non sono mai stato un festaiolo, né un artista del rimorchio. Lavoravo 40 o 50 ore a settimana, andavo a correre per tenermi in forma, e ci davo dentro per imparare a scrivere meglio. C’erano talmente tanti modi in cui potevo bruciarmi: avrei potuto cominciare a drogarmi pesante, sperperare tutto quello che avevo, diventare presuntuoso o lanciarmi in relazione sessuali dall’esito disastroso. Ma ero troppo ingenuo e timido per cadere preda di queste opportunità di autodistruzione.
Ero (sono) un idealista, ma un idealista nato da genitori piccolo borghesi e cresciuto in una cittadina proletaria, uno che ha seguito i detective della omicidi in azione nel corso delle guerre tra bande per il controllo dello spaccio, che ha parlato con criminali piccoli e grandi e conosciuto l’eroismo della gente comune.
Per me ormai liberale non significa più molto. Un po’ come conservatore. Diciamo che voglio la maggior libertà possibile – libertà dalla paura, dalla violenza e dall’ingiustizia- per tutti i cittadini del mondo. Certo, sono un idealista, ma senza la luce degli ideali come faremmo a muoverci in questi tempi bui?

Nel 1975, il suo romanzo è diventato un film di Sidney Pollack, I tre giorni del Condor, e lei è stato coinvolto nella scrittura della sceneggiatura. Nel cast c’erano, tra gli altri, Max von Sydow, Robert Redford e Faye Dunaway. Può raccontarci qualche aneddoto sulla produzione del film? E c’è qualcosa che secondo lei dovremmo assolutamente sapere sulla sceneggiatura?

In effetti non l’ho scritta io, quella sceneggiatura: avevo 25 anni, all’epoca, e mai e poi mai mi avrebbero lasciato mettere le mani in un progetto multimilionario. Devo dire, però che Dino, Redford, Sydney Pollack, sono stati tutti gentilissimi con me. Potevo andare sul set quando volevo, e loro mi mostravano tutto mi spiegavano il funzionamento delle cose, ecc.
Ma una cosa curiosa, su quella sceneggiatura la so, almeno a grandi linee: hanno continuato a scrivere e riscrivere il testo man mano che le notizie sul Watergate e sugli scandali della CIA e della politica saltavano fuori. Era il 1973, o forse l’inizio del 1974, e Nixon lottava per tenersi il posto.
Per quanto riguarda la sceneggiatura in generale, quello che gran parte delle persone non considera mai, è che una sceneggiatura è un po’ come uno schema tecnico, o un progetto per un edificio alla cui costruzione partecipano molte persone, e in circostanze che cambiano di secondo in secondo. È raro che lo sceneggiatore veda riprodotta su pellicola la sua idea proprio com’era sulla carta, anche perché tradurre la teoria nella pratica non è sempre così facile: tanto per dire, che succede se al momento di girare piove sempre e si finisce il budget per le riprese in esterno?

Recentemente, oltre a rivedere il film, ho riletto i Sei giorni del Condor. Era un po’ che non lo facevo. Che dire? Il suo libro ha la bella capacità di non annoiarmi mai, ed è una cosa molto rara. Posso chiederle come le è venuta l’idea? E si aspettava di avere tutto questo successo?

Grazie! Quello del 1971 è stato un inverno freddo. Io lavoravo al Campidoglio, e ogni giorno, arrampicandomi su per Capitol Hill, passavo davanti a un edificio d’angolo con le pareti imbiancate. In quella zona c’erano solo villette o bassi condomini, questo, invece era un palazzo alto tre piani. C’era una targa sulla porta, eppure non avevo mai visto nessuno entrare o uscire. Così pensai: e se fosse una copertura della CIA? Forse bastò qualche passo, o forse ci volle qualche giorno, ma mi venne una seconda idea: e se fossi rientrato in ufficio dalla pausa pranzo e avessi trovato tutti morti?
Due belle domande. Cercando di immaginare una risposta, con tutto quello che stava succedendo in quel periodo. Sapevo solo che Condor doveva essere un uomo comune, non un supereroe alla James Bond. Così è nato il mio romanzo. Chissà, forse tutta l’arte nasce da questo genere di domande.
Non avevo idea che Condor avrebbe avuto successo! Non ero neanche sicuro di riuscire a trovare un editore. Ma la scrittura mi aveva sempre attratto, fin da quando avevo sei anni, e questa storia la dovevo proprio scrivere. Tra tutte quelle che mi erano venute in mente, questa di Condor era la prima abbastanza forte da diventare un romanzo.

A un certo punto, Maronick dice a Condor che farebbe meglio a continuare a leggere, perché la sua fortuna è finita, e quando succede un uomo non vale poi molto. Ogni volta che arrivo a questo punto… B’e, non posso fare a meno di pensare che è fantastico.
Comunque, come ha detto lei, Joe Turner/Ronald Malcolm è un uomo comune, un accademico diventato spia. Pensa che questo tipo di relazione sia rappresentativo del modo in cui i giovani si rapportavano con l’establishment, e cioè essendone oppressi ma ribellandosi allo stesso momento?

In America, questo modo particolare di ribellarsi al controllo e all’oppressione, di contestare l’autorità e l’establishment è emersa negli anni ’60, tra il movimento per i diritti Civili, le proteste contro il Vietnam, e la paura di chi vive sotto la guerra fredda, sapendo che, con l’atomica, il mondo avrebbe potuto autodistruggersi in quindici minuti. L’idea era sì, ribellarsi, ma per creare “qualcosa di meglio”, come direbbe Camus. Volevamo essere costruttivi, non semplicemente distruttivi. Questo atteggiamento mi piacerebbe tanto ritrovarlo tra i giovani d’oggi.

Sul finale del film, di fronte agli uffici del Times, c’è un senso di solitudine, un certo malessere che nel romanzo mi pare meno palpabile. A questo punto del libro, Condor ha scoperto certe cose su di sé, cose che non sospettava; è cresciuto e maturato, e si è scoperto più portato di quanto credesse per lo spionaggio. In quanto autore del romanzo e del film, lei è forse l’unica persona al mondo che possa rispondere a una domanda così diretta: film o romanzo, I tre giorni o i Sei giorni del Condor, quale dei due ha il finale migliore?

Accidenti, bella domanda. Penso che per rispondere sia necessario prendere in considerazione le differenze tra due lavori. E penso che entrambi i finali abbiano una risonanza importante all’interno sia del testo, che del contesto in cui sono apparsi.
E sarà pur vero che sono l’unico al mondo che possa rispondere alla domanda, ma davvero non so cosa dire: mi piacciono sia il libro che il film. Il finale del film lascia forse più speranze a livello generale, mentre il romanzo è più incentrato sulla dimensione personale.

Come si sente a parlare ancora del suo libro, dopo tutti questi anni?

Fortunato. Mi sento incredibilmente fortunato a sapere che il mio lavoro è ancora vitale, ancora vivo. Come le ho detto, ogni tanto ancora mi stupisco.

In qualche modo, I tre giorni del Condor si allontana dai Sei giorni del Condor; nel film trovo tracce di una disillusione politica che nel libro è meno evidente. Pensa che questa differenza sia dovuta al confronto con il regista? E posso chiederle se e come ha collaborato a rivedere la trama originale?

Il disincanto e la prospettiva più ampia che si trovano nel film sono opera di Redford, di Pollack e di Dino; volevano fare un film importante, il più onesto e profondo possibile riguardo a quello che stava succedendo ai tempi. Probabilmente erano influenzati dai grandi film francesi e italiani degli anni ’60. Sentivano di avere delle responsabilità nei confronti del pubblico, la nazione, il mondo. Ci sembrava, a tutti noi, di correre dei grossi rischi politici e sociali, proponendo intrattenimento di questo genere: e se Nixon non fosse caduto? E se la CIA avessero prevalso sulle forze della giustizia e della verità? Nel momento in cui scrivevano e giravano il film queste possibilità non sembravano affatto remote. Condor è uscito prima di Tutti gli uomini del Presidente. Ma come ho già detto, io non ho partecipato direttamente alla scrittura del film.

I sei giorni del Condor è il primo capitolo di una serie; può dirci qualcosa degli altri romanzi? Quanti sono? E come sono stati accolti dal pubblico?

All’epoca delle riprese, e cioè nel momento in cui il libro stava per essere pubblicato, ho pensato di scrivere una serie di romanzi con Condor come protagonista, cinque in tutto; nell’ultimo lui sarebbe morto o impazzito. Gli agenti, l’editore, tutti quanti, cavolo: tutti gli esperti mi hanno consigliato di fare così. A metà della scrittura del secondo romanzo, però, mi sono reso conto che non avrei potuto competere con il Condor nella versione di Redford, e allo stesso tempo, che se insistevo a proporre una serie di storie, un certo numero di romanzi di questo tipo, avrei finito per essere etichettato, e pubblicare altri generi di storie che volevo scrivere sarebbe stato più difficile. Ovviamente non è né giusto né logico, ma è così che vanno le cose. Insomma, ho finito il secondo romanzo (L’ombra del Condor), e poi ho lasciato perdere il personaggio fin dopo l’11 settembre. Allora ho scritto un romanzo breve con un Condor “moderno” per esprimere la mia rabbia, tristezza, e preoccupazione per quello che stava succedendo. In seguito, ho pubblicato altri tre o quattro racconti o romanzi brevi, questi però con il Condor “originale”. E poi Condor appare anche in un cameo nel mio romanzo Mad Dogs. In fine, l’anno scorso, ho pubblicato il primo vero e proprio sequel, Il ritorno del Condor, in cui il protagonista cerca di sopravvivere allo stato di massima allerta seguito all’11 settembre.
Tutte le storie e i romanzi sono stati ben accolti dal pubblico. Il commento che preferisco lo devo al Washington Post: nella loro recensione si legge che Il ritorno del Condor fa pensare a Orwell e a Bob Dylan.

In chiusura, una domanda sulla situazione attuale: che ne pensa degli Stati Uniti di oggi? Nel giro di pochi mesi potreste ritrovarvi con il primo presidente donna, oppure…

Per me la cosa più importante, più ancora del rischio che Trump diventi presidente, è tutto il seguito che ha avuto. Il consenso nei suoi confronti ha rivelato la presenza di certe forze pericolose. Trump si è servito dei suoi averi per far leva sull’ignoranza, la paura, le bugie, l’odio, e la forza dei personaggi televisivi. E Se perde, be’, questo non significa che la verità, la giustizia, la razionalità, l’umanità e lo stile di vita americano hanno trionfato. Signfica solo che abbiamo scampato la catastrofe, e che ci aspetta un enorme lavoro di reinvenzione politica e sociale. Più che ottimista direi che sono speranzoso. E sì, sarebbe bello avere un presidente donna. Sarebbe ora che le donne venissero trattate davvero come pari, e che avessero la possibilità di realizzarsi appieno.

Che altro posso dirle? Grazie per avermi risposto. Se mi avessero detto, solo un paio di anni fa, che avrei avuto l’occasione di intervistarla, non ci avrei mai creduto. Ma be’, probabilmente è anche questa la forza del blogging e della stampa libera.

[Traduzione a cura di Fabrizio Fulio Bragoni]

Nota: recensione di I sei giorni del Condor, qui.

:: Recensione di La ragazza dei cocktail di James M. Cain (Isbn, 2013) a cura di Fabrizio Fulio-Bragoni

14 maggio 2013

9788876384417gCome la prendereste se un editore di pregio -uno di quelli che stimate e dei quali vorreste possedere l’intero catalogo- a un certo punto annunciasse l’uscita dell’inedito di uno dei vostri autori preferiti -di più, dei preferiti di un tempo; uno di quelli che, anche se magari non si vede, vi hanno segnato la tarda adolescenza; uno di quegli autori che, vorreste vi dicessero, hanno lasciato un marchio indelebile sul vostro stile-?
Vi avvicinereste al testo con il cinismo del lettore smaliziato che ha assistito a troppe operazioni di “ripescaggio”, o vi dedichereste alla lettura, grati all’editore per la grande opportunità?
Ok, in certi casi l’eventualità è piuttosto remota; sopratutto se l’autore in questione è morto da trentacinque anni (trentasei, a voler essere pignoli), e ancora di più se ha scritto una ventina di romanzi hardboiled considerati -e non a torto- essenziali per gli sviluppi successivi del genere poliziesco, del noir, del pulp e di tutte le loro impalpabili varianti postmoderne.
Se poi l’autore ha fornito soggetti a film indimenticabili e -giustamente- indimenticati come La fiamma del peccato, Il postino suona sempre due volte, Ossessione ecc., l’eventualità si fa veramente remota.
Remota, certo, ma non nulla.
E così capita di approdare in libreria e trovarsi di fronte un inedito di James M. Cain. Proposto da Isbn. E siccome non si vuole fare la figura dei cretini, si procede al contrario, cominciando a informarsi sulla storia del testo: Com’è che un romanzo come La ragazza dei cocktail salta fuori solo nel 2012?
E si scopre, (merito della postfazione di Charles Ardai, consultata di straforo per non attirarsi le ire del libraio) che in effetti si tratta di un romanzo incompiuto. Che nella corrispondenza tra l’ottantatreenne James M. Cain e il suo agente dell’epoca ci sono vari accenni al manoscritto de La ragazza dei cocktail. Che poco prima di morire l’autore ne ha parlato con un intervistatore. E che la versione data alle stampe è frutto di un minuzioso lavoro di editing condotto dallo stesso Charles Ardai che firma la postfazione.
Charles Ardai; uno che, vi sembra di ricordare, è scrittore (anche se non l’avete letto), e fondatore di “Hard Case Crime” (http://www.hardcasecrime.com/), casa editrice che ha fatto dell’hardobiled (“dai capolavori perduti del noir ai romanzi dei migliori autori contemporanei”; il tutto in edizioni tascabili, super economiche e corredate da copertine originali dall’irresistibile sapore vintage) una vera e propria ragione di vita.
Insomma, date le premesse, il finale è scontato: vi portate a casa il libro di Cain, staccate il telefono, posticipate tutte le scadenze, vi date malati e cominciate la lettura.
E i sospetti iniziali (quei pochi residui) si dissipano presto, anzi, subito, fin dalle prime righe:
“Ho incontrato per la prima volta Tom Barclay al funerale di mio marito, come mi avrebbe rinfacciato più avanti, anche se allora mi aveva fatto un’impressione così blanda che non ricordavo di averlo mai visto prima”.
Vi trovate rituffati nel solito universo di James Cain; certo, l’incipit non è esattamente di quelli classici: la traduzione non è d’epoca e si vede, e, nostalgia a parte (ma è lecito, poi, essere nostalgici di costruzioni traballanti e scelte stilistiche spesso discutibili?), si vede anche che Rossari (autore di un paio di romanzi tutti suoi e traduttore, tra gli altri, di Twain, Bennett, Beniof, Thompson, Everett, Sinclair, Stein, Portis e Fry) è un vero professionista; sì, perché, pur dichiarando che “tradurre uno scrittore semplice è difficile”, riesce a “svecchiare” (termine che racchiude in se’, e anzi occulta, tutto il rischio dell’operazione, qui perfettamente riuscita) i polverosi modi dell’harboiled in traduzione,  rapportandosi “criticamente” con i classici e correggendo alcune storture traduttive, ma senza tradirne lo spirito e senza rinunciare a una sintassi vagamente demodé e al lessico d’epoca (da segnalare, su tutto, i meravigliosi dialoghi).
Confortati dall’avvio, ci si tuffa nel romanzo.
Hyattsville, Maryland, anni ’60. La giovane e avvenente Joan Medford ha appena perso il marito (in circostanze piuttosto misteriose, o almeno così la pensa l’agente Church, uno dei due detective incaricati di indagare sul caso) e se la passa così male da essere costretta ad affidare il figlio neonato Tad alle cure dell’insopportabile Ethel (sorella del defunto Ron Medford) e cercarsi un lavoro. Vedova di un alcolizzato, per ironia della sorte si ritrova a servire cocktail in un bar, il “Garden of Roses”. Qui, conosce Earl K. White, attempato ma facoltoso spasimante al quale, dopo lunghe riflessioni, decide di concedere la mano: Earl non sarà il massimo ma sembra gentile; e poi bisogna pensare a Tad…
Ed è a questo punto che la situazione precipita: la protagonista si ritrova nuovamente al centro di un’indagine per omicidio, e stavolta l’agente Church pare pronto a tutto per inchiodarla…
Se da un punto di vista tematico La ragazza dei cocktail può sembrare un romanzo tipico (vi si ritrova l’intero campionario dei topoi cari all’autore de La morte paga doppio, dalla donna fatale all’uomo in balia del suo fascino, dalla morte incombente al senso di ambiguità morale che è alla base della reazione ambivalente -voyeurismo e riprovazione- manifestata dal pubblico d’epoca), è nelle scelte narrative che l’opera rivela tutta la sua originalità: non è la prima volta che Cain pone al centro della narrazione un personaggio femminile (Mildred Pierce), e tutt’altro che inedito è l’uso della prima persona (Il postino suona sempre due volte, La morte paga doppio, Serenata ecc.). Ma è la prima volta che le due circostanze convivono. Sì, perché ne La ragazza dei cocktail, è proprio Joan a raccontarsi, e anzi ad affidare la sua vita ad un nastro, nel tentativo di fugare anche gli ultimi sospetti di colpevolezza. Ma la sua operazione è fallimentare; non convince, o non del tutto.
Il ruolo delle donne nei romanzi di Cain è ben noto; e poi Joan Medford non è né Chambers né Huff: se questi sono essenzialmente (anti)eroi attinti alla fonte esistenzialista, uomini incatenati a una sorte tragica (avente per agente la femme fatale di turno), la “ragazza dei cocktail” è un personaggio libero che, dopo aver agito (non si sa bene in che modo, visto che mancano i testimoni) secondo arbitrio, fa di tutto per presentarsi come vittima del “caso” (il che è di per sé sospetto). Come tutti i lettori dei “vecchi” noir sanno, caso e destino sono due entità opposte: il primo è incidentale, il secondo è necessario. Non c’è spazio per il caso nel noir; e poi qui la quantità di circostanze presentate come “accidentali” è tale da minare alla base la credibilità dell’intera testimonianza.
E così, grazie a un “semplice” stratagemma narrativo, Cain riesce a instillare il dubbio nel lettore, trasformando un romanzo “tipico” in una geniale, inattesa e coinvolgente costruzione sul tema dell’attendibilità.
Dimenticavo: nel caso foste ancora lì a chiedervi chi sia il Tom menzionato nell’incipit… be’, non vi resta che leggere il romanzo. Traduzione di Marco Rossari.

James M. Cain (1892-1977), autore di romanzi e racconti come Il postino suona sempre due volteLa morte paga doppio Mildred Pierce, è considerato un maestro della letteratura hard boiled americana, al pari di Raymond Chandler e Dashiell Hammett. I suoi libri hanno ispirato alcuni tra i più grandi film noir di tutti i tempi, tra cui Ossessione di Luchino Visconti, La fiamma del peccato di Billy Wilder e la recente miniserie televisiva della HBO Mildred Pierce, vincitrice di cinque Emmy. Il ritrovamento della Ragazza dei cocktail, l’ultimo romanzo «perduto» di Cain, è stato definito da Stephen King l’evento letterario dell’anno.

Excipit/Incipit di Fabrizio Fulio Bragoni

15 novembre 2010

‘Immagine: Tattoo Studio “La rue des Bons Enfants” http://www.tattoobonsenfants.it/

Excipit/Incipit di Fabrizio Fulio Bragoni

Un coup de dés jamais n’abolira le hasard.

                                                                        (Stephane Mallarmé)

Tutte le storie sono, per loro natura, incompiute; le mie non fanno eccezione.

«Dimmelo se vuoi che venda il culo», aveva detto. Ma questo succedeva all’inizio. Le era bastato dirlo una volta, una sola, per non doverla minacciare mai più. Bastava tornare a casa, sbattere la porta con falsa, calcolata, rabbia, e chiedere dei soldi. Non c’era neppure bisogno di preavviso. Non più.

«Mamma, ho bisogno di soldi».

E i soldi arrivavano, perché, pur di non trovarsi esposta a quelle minacce, la donna teneva sempre, in casa, una piccola scorta di contante.

Le prime volte, rimasta sola, aveva pianto, attenta a non fare rumore, la faccia schiacciata contro il cuscino.

Tutto inutile: sua figlia non era in casa, e non l’avrebbe sentita comunque.

Ma almeno non era sui viali.

Forse.

A due isolati di distanza, il taxi scivolò verso il marciapiede, frenò dolcemente fermandosi di fronte alla Camera del Lavoro. La ragazza salì; aveva l’aria imbarazzata. Non credeva che avrebbe rincontrato lo stesso uomo al quale, una volta, aveva giurato di farla finita: cazzo, almeno non quella sera.

-Corso Emilia, angolo Corso Giulio Cesare,- disse.

–Ancora lui?– Le chiese l’uomo al volante, e lei annuì, imbarazzata.

Non le rinfacciò la sua promessa.

Staccò l’auto dal marciapiede, affrontando lentamente le strade deserte. Guardò la ragazza nello specchio centrale e si maledisse per aver smesso di fumare.

–Almeno hai una sigaretta?– le chiese, mentre svoltava mollemente a destra, e lei gliene passò una al di sopra del bracciolo.

Il tassista mise in bocca la sigaretta e continuò a guidare senza accenderla, gettando vaghe occhiate dallo specchio centrale.

Su Corso Brescia si vedevano pochi pedoni, quasi tutti immigrati appiedati, di ritorno verso casa. I locali notturni erano chiusi da tempo; da quando il quartiere era finito in mano agli “stranieri”, e i torinesi non ci si avventuravano più.

Solo una coppia di bar aperti tutta la notte vomitava sfocati riquadri di luce diafana, algidi bagliori da tubo al neon, sui marciapiedi grigi coperti di cicche e sputi.

Per il resto era tutto chiuso: anche le piccole drogherie-supermercato nigeriane e cinesi che fino a pochi giorni prima avevano lavorato ventiquattro ore su ventiquattro.

I sigilli della polizia, ben visibili anche dall’interno della vettura, bloccavano la porta di un mini-market bangladese.

Evasione fiscale, gioco d’azzardo, alimenti scaduti e in cattive condizioni di conservazione: erano necessari ulteriori accertamenti, aveva fatto sapere il dirigente del commissariato Dora Vanchiglia. I giornali ne avevano parlato, e il tassista lo sapeva, ma da allora non gli era ancora capitato di passare lì di fronte.

–Si può sapere perché una come te si perde dietro ad una coglione simile? Non potresti fare come tutte le ragazze della tua età? Cazzo, sei una bambina.– Di solito cercava di moderare il linguaggio, ma con quella non gli riusciva proprio. Solo quattordici anni. Due più di sua figlia.

Intanto, erano arrivati in Corso Giulio Cesare.

–Accosta– disse lei, –eccolo lì.

Era vero, anche se lui non lo aveva visto. Una testa ricciuta sporgeva leggermente da una porta chiusa, proiettando un’ombra tenue sul marciapiede.

Lo spacciatore lanciò un fischio mentre la ragazzina lanciava le gambe fuori dallo sportello; un fischio rivolto alla minigonna portata senza calze, alla canottiera corta e scollata, al trucco pesante, e ai tacchi alti.

Andando avanti a quel modo, prima o poi ci sarebbe finita davvero, sui viali.

Nonostante la spessa tenda marrone chiaro e i doppi vetri, una luce gialla e deprimente filtrava nella piccola sala conferenze.

Il questore non si scomodava mai per così poco.

Il comandante della mobile sedeva annoiato: era l’addetto stampa a parlare.

Una fila di giornalisti svogliati -scarti di redazione destinati a un caso piccolo come quello- occupava, scomposta, i due lati del tavolone di legno giallo. In fondo alla stanza, un foglio da proiezione sporco e gualcito mostrava una piccola serie di facce ordinate a piramide: la segnaletica di un vecchio boss al vertice, e sotto una serie di foto di ragazzi, i volti via via più infantili man mano che si scorreva con lo sguardo verso la base.

–Si tratta di un’organizzazione?– Chiese una donna dal viso stanco e appannato dal caldo. Aveva mani corte e tozze, le dita macchiate d’inchiostro da biro: evidentemente passava le giornate a prendere appunti, e non si capiva come fosse arrivata fin lì senza imparare a non sporcarsi.

–No, è un semplice scambio di favori,– intervenne il capo della mobile continuando a carezzarsi la barba con languidi movimenti circolari di pollice e indice.

–Agli spacciatori faceva comodo che la ragazza avesse soldi per comprare la “roba” al suo innamorato, e allo strozzino faceva comodo che la madre andasse a prenderli in prestito da lui. Riteniamo che sia stato uno dei nordafricani a segnalare al vecchio il nome della donna.

I giornalisti scarabocchiarono qualche appunto.

–E come lo avete scoperto?– chiese un uomo in giacca di tweed e pantaloni marroni di fustagno.

–Un tassista li ha denunciati: pare che avesse visto la ragazza comprare la droga altre volte, e che avesse cercato di dissuaderla; ieri sera alla fine del turno si è stufato di aspettare ed è venuto da noi.

–Ci dice il nome?

–Eh no, mi spiace, questo no… non ve lo diciamo–.

(Responsabilità altrui e favori personali espressi al singolare, negazioni al plurale: l’eterna ricetta del successo politico).

Sulla porta, gli incaricati delle tv locali, le uniche interessate al caso, spingevano in attesa delle interviste.

L’addetto stampa si rivolse ai cronisti. Pareva non ci fossero altre domande. I giornalisti scossero le teste, ritirarono copie sgualcite del pallido comunicato stampa, strinsero qualche mano e se ne andarono.

Al risveglio aveva mal di gola e sentiva la bocca impastata. Gli era bastata una sola sigaretta, fumata davanti alla porta del commissariato. Be’, se fosse ricapitato, ci avrebbe pensato due volte.  Fece la doccia, lavò i denti e si concesse un’approssimativa rasatura elettrica. Perse un minuto a guardarsi nello specchio e poi, dato che sua moglie non era in casa, decise di regalarsi una colazione al bar. Erano le undici e mezzo.

Di fronte alla macchinetta del caffè, pensionati in maniche di camicia discutevano dell’ultima di campionato; qualcuno agitava la gazzetta rumoreggiando. Undici e mezzo: un orario infame per la colazione al bar.

Si spostò in fondo al bancone trascinandosi dietro la tazzina del caffè, e diede un’occhiata ai giornali del mattino. Solo le notizie principali, così non si rese conto di essere finito a pagina tredici. Non che ci fosse la sua foto –a dire la verità non c’era neppure il nome–: il giornalista riferiva succintamente il caso di una quattordicenne che, per procurarsi i soldi necessari alle “dosi” del suo ragazzo, minacciava la madre di andare a prostituirsi. A quanto pareva, la donna, una vedova che viveva di pulizie in case private e della reversibile del marito, aveva impegnato tutto il possibile, salvo la fede nuziale. Poi era finita in mano a uno strozzino, ora ricercato dalle forze dell’ordine. L’autore concludeva con qualche stronzata ritrita sulla crisi economica ed elogiava la moralità di un anonimo tassista che, venuto a conoscenza dei fatti, aveva sporto denuncia.

Il tassista finì il caffè e uscì in strada, lasciando il giornale in un angolo.

Da quando aveva smesso di fumare la giornata di lavoro sembrava più lunga.

Aveva rispolverato la vecchia abitudine di leggere per tirare avanti nelle pause tra una corsa e l’altra.

In giro faceva caldo, e la gente cominciava a camminare più volentieri. Questo, per lui, significava meno lavoro e più libri. In circostanze normali, la cosa avrebbe dovuto irritarlo, invece, in un giorno come quello, non gli dispiaceva affatto.

Tirò fuori il taxi e guidò fino allo spiazzo. Si mise in coda e accese il gps per segnalare l’inizio del turno. Non era frequente che gli toccasse attaccare prima dell’una il giorno dopo aver fatto il notturno, ma non era un problema.

A parte il mal di gola si sentiva bene: aveva fatto la cosa giusta.

Prima di prendere la decisione si era informato: anche i colleghi si ricordavano di quella ragazzina gracile e bruna, con i grandi occhi scuri sempre meno spaventati man mano che prendeva confidenza con i pusher della zona. Quella storia doveva finire.

Parcheggiò in terza posizione, inclinò leggermente lo schienale del sedile del passeggero, e tirò fuori il tascabile dal cruscotto. Era la riedizione di un romanzo francese letto un secolo prima. All’epoca non gli era piaciuto, e non era arrivato alla fine.

Ora la vedeva diversamente.

Mentre leggeva teneva l’autoradio spenta. Era al posteggio, e non avrebbe ricevuto segnalazioni sul gps; poi era in terza posizione, quindi poteva sperare in una buona ventina di minuti di pace.

«Arrivò a Auxerre sul tardi, si fermò in un hotel dando il nome di Georges Gaillard, mangiò male e dormì poco».

Sfilò la bottiglietta d’acqua ancora fresca dal portabibite e rovesciò un sorso sulla gola bruciante, senza smettere di leggere.

«Gerfault prese il metrò, cambiò alla gare de l’Est e scese a Opéra. Provava un gran piacere a ritrovarsi in città. Non ne aveva coscienza. Portava la borsa di tela di Carlo con la Beretta dentro e qualche vestito».

Un borghese qualunque che si libera di una banda di killer e -ne era sicuro, anche se mancava ancora una trentina di pagine alla fine- del loro mandante. Chissà poi se era possibile.

Restò seduto a leggere fino alle tre, poi fece un paio brevi corse verso il centro e lungo il fiume, e si fermò per una pausa.

Il telefono squillò; la ragazza della postazione numero quattro premette un tasto e il ronzio della linea si diffuse, lieve e disturbante, nel suo auricolare.

–Prontotaxi. Come posso esserle utile?– Era in servizio da poco, ma aveva già mandato a mente le formule di routine. La griglia di risposte che veniva fornita a tutti i neoassunti, quasi non le serviva più.

–Sì, salve,– era una voce maschile, un uomo poco oltre la trentina, calcolò, ma era inesperta, e il suo giudizio non aveva, quindi, grande valore.

–Avrei bisogno di un’informazione.

–Sì?

–Ieri sera uno dei vostri taxi mi ha portato a casa, in Corso Giulio Cesare… sa, stavo un po’ male e be’…– tentennava –be’, sì, avevo bevuto troppo, mi piacerebbe ringraziare l’autista. Sa, mi ha accompagnato fino in ascensore e, insomma volevo sapere se…– una pausa dalla durata perfetta. Finì nel momento in cui la ragazza espirava nel piccolo microfono. –Be’, se poteva darmi il suo nome. Se le è possibile risalirci.

–Non saprei,– disse –sa, di solito non diamo questo genere di informazioni,–  ma qualcosa in quella voce tentennante l’aveva convinta: stava già calcolando il modo più rapido per risalire al nome dell’autista.

L’uomo dall’altro lato attese. Ora non c’era più niente che potesse fare. Era solo un fatto di fortuna.

La ragazza scorse con un’occhiata i registri elettronici.

–Dove ha detto? Corso Giulio Cesare? Lei è fortunato. In serata ci sono state solo due corse, e le ha prese entrambe Corsini.

–Grazie, lei è davvero gentile.

–Maurizio Corsini. Vettura 2246.

–Grazie mille signorina. Un’ultima cortesia, non è che posso chiederle dove si trova ora, questo Corsini?

La centralinista si pentì di avergli dato il nome: sul momento aveva creduto di avere qualcosa da dimostrare, col fatto che era l’ultima arrivata e tutto il resto, ma nei modi dell’uomo c’era una curiosità che ora le sembrava sospetta.

Ma era sempre l’ultima arrivata, e il suo giudizio non aveva, quindi, grande valore.

–No, mi spiace, su questo non posso proprio aiutarla,– disse.

L’uomo riagganciò. Frugò nelle tasche dei pantaloni marroni di fustagno, assolutamente inadatti alla stagione, prese una sigaretta e la accese, poi estrasse il cellulare e compose a memoria il numero di un telefono fisso.

–Allora?

L’ufficio dall’altro lato del telefono era silenzioso e vuoto. Il silenzio d’attesa risuonava gonfio dei ronzii bassi del neon e del condizionatore.

–Maurizio Corsini.

-Dov’è?

-Non sono riuscito a saperlo.

–Ma che cazzo ce ne facciamo di un nome? Niente fotografie, non sappiamo dov’è, non abbiamo uno straccio di segnalazione…

In giro in cerca di Corsini c’era già una mezza dozzina di persone. Senza contare il giornalista.

E Corsini era nel posto più ovvio: Corso Vittorio, angolo Via Madama Cristina, fermo in seconda posizione nello spazio riservato alla sosta dei taxi.

Leggeva seduto sul sedile del passeggero per evitare l’intralcio del volante, il libro poggiato contro il vetro del finestrino. Ogni tanto gettava al marciapiede un’occhiata distratta: un irregolare flusso di passanti frettolosi, uomini e donne accaldati, le fronti già imperlate di sudore, che correvano trasportando buste di plastica da mercato, impazienti di rinchiudersi a casa, abbassare le tapparelle e sedersi nella penombra. Magari a godersi il condizionatore nuovo.

Era secondo in fila, ma erano solo le cinque, e gli sarebbe toccata qualche altra corsa prima di staccare.

Un uomo piuttosto malconcio ciondolava su e giù per il marciapiede guardandosi intorno con aria d’attesa. Portava logori pantaloni di velluto e due maglie di cotone infilate una sull’altra, come se, al momento di vestirsi, non si fosse accorto della temperatura, o non se ne fosse curato minimamente.

Lo conosceva da una vita, Tonin ‘lfieul, “il giovane”, che ormai tanto giovane non era: faceva su e giù per quel marciapiede da decenni. Gli sembrò che guardasse verso di lui e gli facesse un cenno.

-Posso chiedere a lei per l’aeroporto?- chiese un tizio in completo di lino e camicia scura. Portava una ventiquattrore di pelle nuova, la copia senza marchio né personalità di un ormai classico modello “The Bridge”.

-No, mi spiace, c’è prima il collega.- disse, ma nello stesso momento un secondo uomo fece un passo avanti e saltò sulla vettura in prima posizione.

-Fanculo- pensò. Mancavano poco più di 20 pagine alla fine del romanzo.

Si mise dietro al volante scavalcando il freno a mano, senza scendere dall’auto.

-All’aeroporto, allora?-

-Sì.-

In linea puramente teorica, oltre a tenere il conto della durata delle corse, il navigatore satellitare installato sulla sua Wolksvagen Touran bianca, avrebbe dovuto suggerirgli il percorso più breve, tenendo conto delle condizioni del traffico aggiornate in tempo reale.

Quel pomeriggio, secondo i calcoli del navigatore, l’itinerario più rapido verso l’aeroporto era lo stesso di sempre: Via della Rocca, Via Mazzini, Corso Cairoli, Lungo Po Diaz, Lungo Po Cadorna, Corso San Maurizio, Corso Regio Parco, Lungo Dora Savona, Ponte Bologna, Lungo Dora Firenze, Corso Giulio Cesare, Piazza Derna, Via Botticelli, Corso Grosseto e il Raccordo Autostradale 10. Il tempo di percorrenza stimato era di venticinque minuti.

In venti minuti erano arrivati appena in Corso San Maurizio. Sembrava che gli aggiornamenti del traffico non fossero esattamente in tempo reale.

Alle cinque e quarantasette la Wolksvagen era incolonnata all’imbocco di Corso Grosseto. Gli automobilisti di ritorno dal lavoro, fermi in coda, fumavano attraverso i finestrini aperti, incuranti del caldo.

L’aria bollente era tutto un rombare di clacson e motori sopra il ronzare più o meno basso delle autoradio.

Quindici minuti prima, il cellulare del passeggero aveva squillato, rompendo il silenzio dell’abitacolo. L’uomo si era limitato ad ascoltare. –Cambiamento di programma. Devo fare una piccola deviazione,- aveva detto, -Via Giachino 46.

Corsini vedeva la fine del turno allontanarsi sempre di più.

A quella velocità, “piccola deviazione” inclusa, poteva sperare di tornare a casa per le sette e mezza.

Ci vollero “solo” trentasei minuti ad arrivare sul posto. Le sei e ventitré minuti.

Via Giachino 46, come gli pareva di ricordare, era l’indirizzo di un pub. Ancora chiuso, a quell’ora improbabile, e in piena estate.

Di fronte alla palazzina bassa, non c’era nessuno.

Il passeggero estrasse la pistola dalla fondina ascellare, passò la canna tra lo schienale del sedile e il poggiatesta, e la premette alla base del collo dell’autista.

-Spegni il motore.

Il taxi si avvicinò lentamente al marciapiede. Con la canna incastrata a quel modo, c’era poco da fare: neppure una manovra  brusca sarebbe servita.

-Sfila le chiavi, apri e scendi.

Le sicure si sollevarono con uno scatto minaccioso; l’autista discese senza voltarsi.

Lo sportello posteriore si aprì e l’uomo scese con calma, la pistola ancora fissa nella mano destra.

-Chiavi,- disse, e allungò la sinistra.

-Furto?- si chiese Corsini, anche se, tecnicamente, il termine corretto sarebbe stato “rapina”. Ma l’uomo non aveva l’aria del ladro, o del rapinatore. Qual’era poi l’aria del ladro? E perché, invece di pensare ad una via di fuga, si concentrava su quei particolari?

Questo modo di fare, questo concentrarsi sui dettagli, perdendo di vista il quadro generale gli sembrò, improvvisamente, l’errore della sua vita: così si era ritrovato sposato e “vecchio”. Così si ritrovava ad avere due figlie. Così il taxi. Così il mutuo da pagare. Aveva mai veramente scelto qualcosa? In quel momento, gli pareva di no.

Il passeggero prese il mazzo di chiavi e lo scagliò lontano, sul basso e piatto tetto del locale.

Era un gesto inutile: ora lo avrebbe ucciso, Corsini ne era certo, ma non se ne spiegava il motivo.

Il tassista si era voltato, trovandosi faccia a faccia con l’uomo, per la prima volta.

Era una specie di piccolo gorilla, più basso di lui di almeno quindici centimetri, ma molto più grosso. Il petto quadrato tirava i bottoni della camicia elasticizzata, e lo spessore dei bicipiti sformava le maniche della giacca di lino.

Come avesse fatto a prenderlo per un qualunque uomo d’affari era un mistero.

Ma d’altra parte lui faceva il tassista, e della professione dei passeggeri non gliene era mai fregato niente.

Mica come certi colleghi, che sceglievano il notturno per offrire passaggi alle puttane sui viali, sperando (e spesso ottenendo) in cambio, rapide, sterili, prestazioni sui sedili posteriori. Comunque, quella era un eccezione. E poi stava continuando a divagare.

L’uomo ripose la pistola nella fondina ascellare.

Si avvicinò e lo colpì al volto con un corto diretto destro. Un buon colpo, per chi ama il genere “picchiatore”, pensò Corsini, ma non un colpo da pugile.

Tutto si aspettava, meno che una rissa.

-Kick boxing, savate, o qualche merda del genere- pensò.

-Il capo non ha gradito la denuncia.- Disse il gorilla.

-Denuncia? Allora è questo…- pensò, -vorranno mica ammazzarmi per così poco?-.

Tirò su le mani chiuse a coppa e si dispose ad una bella battuta, tentando di riparare il volto, e sperando che l’altro decidesse di picchiare al corpo.

I colpi ai fianchi lasciano meno segni e abbattono più in fretta: se si coprono i genitali e si esclude il rischio di rompersi le costole, le cose non possono andare poi così male. Basta un colpo, uno solo, al fegato, ai reni o alla bocca dello stomaco, e si finisce knockout: in questo sperava Corsini; e allora, forse, quell’uomo lo avrebbe lasciato stare.

Non aveva neanche in mente di reagire. Poi, vide arrivare un calcio circolare abbastanza forte da sfondargli il fianco. Lo sentì affondare nel fegato.

-Forse, tutto sommato, vogliono ammazzarmi di botte,- ricalcolò, ma ebbe almeno la prontezza di riflessi di afferrare la gamba tesa del suo aggressore. La bloccò sotto il braccio sinistro.

Incredibilmente respirava ancora. La fitta improvvisa al fegato non era stata sufficiente a stenderlo. Adrenalina pura.

Colpì il ginocchio disteso del suo aggressore con una gomitata obliqua e sentì la rotula che fuoriusciva dalla sua sede. Allora lasciò andare la gamba e colpì l’altro ginocchio con un calcio frontale sinistro. Mentre il nemico cadeva, tradito dalla gamba d’appoggio, Corsini sganciò l’anca, ruotò sulla punta del piede, e gli regalò un lungo diretto destro alla radice del naso.

Sapeva per esperienza che quel colpo faceva vedere le stelle.

Letteralmente.

Il setto del gorilla boccheggiante rispose con un clac -rumore di cartilagine spezzata- e le narici cominciarono a buttare sangue.

L’uomo era a terra, accartocciato su se stesso, le braccia strette intorno al ginocchio destro. Corsini gli rifilò due calci al costato. Di punta. Il secondo fece partire un colpo –inconvenienti delle fondine ascellari- e il tizio smise di muoversi. Una macchia di sangue scuro si allargò rapidamente sotto il suo corpo.

Il tassista non ci pensò un attimo: trasse di tasca il telefono cellulare e compose il 113.

Da quando un gancio sinistro gli aveva sfondato la mascella, aveva sempre ripensato al suo maestro di boxe tailandese con un misto di rispetto e sfiducia –a noi tassisti ci pagano a corse, e quello mi ha regalato cinque giorni di vacanza in ospedale, senza contare i trenta di minestre e passati…–; ora, per la prima volta, rivide con affetto il suo volto scavato e lucido. 

Al termine di quella tardiva rievocazione, si sentiva come un soldato di ritorno dalla prima missione. Cazzo, proprio lui che odiava gli eserciti ed era sempre stato ostile al concetto di autorità. Ma il paragone gli era venuto naturale.

Forse un giorno, a dispetto dei suoi gusti e della sua ritrovata superiorità morale, le sue ceneri sarebbero valse quanto quelle di tutti gli altri, ma per ora gli sembrava difficile crederlo.

-Grazie,- pensò, e si avviò, senza fretta, verso il taxi.

-Polizia?- disse una voce femminile arrochita dall’incontro tra caldo secco e sigarette, mentre Corsini si guardava intorno alla ricerca delle chiavi. Allora, quattro gomme a mescola morbida stridettero per una sterzata brusca sull’asfalto surriscaldato.

Un finestrino si abbassò alle sue spalle, e la canna di una pistola a tamburo fece capolino dall’abitacolo.

Il tamburo ruotò nell’ultimo sole con un riverbero, un bagliore luminoso da vecchio film, e il fischio degli pneumatici si chiuse con un rumore secco da detonazione.

Il tassista, impegnato in una rapida torsione del busto, crollò a terra esanime; il suo ultimo pensiero andò al revolver: dove cazzo credevano di essere, in un film western?

-Chiamate il capo, e ditegli che quello che si doveva fare è stato fatto,- disse l’uomo con la pistola richiudendo il finestrino.

L’abitacolo, invaso dall’odore di cordite, era fresco d’aria condizionata.