Posts Tagged ‘Tcheky Karyo’

:: Baptiste, seconda stagione serie della BBC diretta da Thomas Napper e Hong Khaou

18 settembre 2021

Baptiste, serie della BBC scritta da Harry e Jack Williams ritorna con la sua seconda e ultima stagione ambientata tra la Francia e l’Ungheria. Ero molto curiosa di vedere come si sarebbe conclusa la serie e devo dire che ho trovato il finale perfetto, avendo temuto fino all’ultimo un finale ben diverso. Non voglio spoilerare troppo, anche se su Wikipedia c’è un breve risssunto di tutti e sei gli episodi, e preferisco focalizzare l’attenzione su due cose: primo il fatto che Fiona Shaw (che ricordavo nell’interpretazione di Lydia in Anna Karenina diretta da Bernard Rose) è strepitosa nel personaggio di Emma Chambers, ambasciatrice britannica, quasi più brava di Tchéky Karyo nel personaggio principale dell’investigatore in pensione Julien Baptiste, ma se la giocano. Poi ho apprezzato come nella serie precedente i salti temporali tra passato (14 mesi prima) e presente che accrescono la suspense. Questa volta la storia è piuttosto complessa e si dirama in due filoni: quello professionale e quello personale, soprattutto del protagonista che dopo un grave lutto familiare si lascia andare all’alcolismo, si abbrutisce, la moglie lo lascia, insomma inizia una parabola discendente che però non gli impedisce di continuare a indagare sulla scomparsa del marito e dei due figli adolescenti di Emma Chambers, in vacanza sulle montagne ungheresi. Tutta l’indagine verte su queste sparizioni e naturalmente la bravura e l’intuito di Julien Baptiste fanno la differenza. Per non parlare dell’elefantino azzurro di peluche che compare come allucinazione del protagonista nei posti più impensati simbolo del suo senso di colpa per non essere riuscito ad arrivare in tempo. Ma c’è un altro peluche che compare nelle scene finali, la volpe di tessuto dellla prima serie di The Missing, a simbolizzare il superamento di questo trauma. Dopo aver spiegato la funzione dei peluche torniamo alla trama, e non volendo sempre troppo spoilerare posso dire che la bellissima città di Budapest fa da sfondo a una storia altamente drammatica in cui il destino sembra accanirsi su Emma Chambers: le capita insomma di tutto, fino a rimanere paralizzata su una sedia a rotelle durante un attentato in quartiere ad altra concentrazioni di immigrati, come a ricordarci che non c’è solo il terrorismo di matrice islamica a minacciare l’Europa. Interessante il personaggio di Zsofia Arslan, interpretato da Dorka Gryllus, prima poliziotta poi guardia giurata in un centro commerciale, figlia di un immigrato turco, generoso, e simpatico, che ha passato tutta la vita ad aiutare gli altri vittima continua di aggressioni da parte di chi non tollera la presenza di immigrati. Una bella serie europea che dimostra che non solo gli americani sanno fare questo genere di sceneggiati, e che l’Europa è uno scenario ricco di possibilità e teatro ideale di nuove storie da raccontare.

Source: acquisto personale.

:: Parlando di libri con Tcheky Karyo, a cura di Giulietta Iannone

1 aprile 2021

A chi devi il tuo amore per i libri?

Sono cresciuto in un contesto familiare nel quale i libri erano piuttosto rari. L’educazione di mio padre, però, traspariva attraverso certi modi di dire «Bisogna sapersene stare su una panchina con pane e formaggio» «Il faut que tu sois capable d’être sur un banc avec du pain et du fromage» che è come dire che nella vita bisogna sapersi accontentare o «Fare l’attore? Be’, meglio un uovo oggi…» « Être acteur c’est comme un oiseau dans ta main» o ancora «Non è grazie ai libri che imparerai a vivere» « ce n’est pas dans les livres que tu vas apprendre à vivre » ai quali lui ricorreva spesso; con la sua inclinazione inconsapevolmente filosofica, comunque, mio padre ha finito per passarmi il gusto per la lettura e per la riflessione.

J’ai grandis dans un environnement familial ou les livres étaient plutôt rares à la maison. Mais mon père avait une façon de faire passer son éducation avec des phrases clés qu’il me ressortait souvent de manière insolite du genre « Il faut que tu sois capable d’être sur un banc avec du pain et du fromage. » ou « Être acteur c’est comme un oiseau dans ta main » ou bien « ce n’est pas dans les livres que tu vas apprendre à vivre » et pourtant son talent de philosophe sans le savoir m’a donné le goût de la lecture et de la réflexion.

Che libri leggevi da ragazzo?

Ho scoperto presto che la letteratura ti permette di fare esperienze nuove. Il mio primo grande ricordo di lettore è legato a «L’Adolescente» di Dostoevskij. Ne riemersi sconvolto, affascinato dalla storia di Arkadi Makarovitch Dolgoruki. La scrittura di Dostoevskij, cupa e romanzesca ad un tempo, mi rinfrancò; avevo l’impressione di non essere più solo, l’adolescente ero io. In seguito mi sono appassionato a Emile Zola. Ho amato questo giornalsita-scrittore che in “Germinal” descriveva la vita quotidiana di una classe operaia con la quale m’identificavo. E poi Kafka, Pessoa, Cioran; autori che meritano di essere letti, quanta ironia traspare dai loro capolavori…

La lecture m’as appris que je pouvais aller voir là-bas si j’y suis. Mon premier grand souvenir de lecteur, c’est « l’Adolescent » de Dostoïevski. J’en ressors bouleversé, fasciné par l’histoire de Arkadi Makarovitch Dolgorouki. L’écriture de Dostoïevski à la fois sombre et romanesque me donnait des forces, j’avais l’impression de ne plus être seul, l’adolescent c’était moi. Ensuite, j’ai lu Emile Zola avec passion. J’ai aimé ce journaliste écrivain qui décrit dans Germinal, le quotidien des classes laborieuses auxquels je m’identifiais. Et puis Kafka, Pessoa, Cioran des auteurs qui gagnent à être lus à travers l’humour qu’ils laissent s’échapper de leurs œuvres gigantesques.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti?

Michel Onfray è un intellettuale che scuote le coscienze senza indossare il guanto di velluto, è pragmatico, fattuale, dissacrante.  Mi trovo spesso d’accordo con il suo modo di interrogare il reale.  Bisogna rompere l’aura di sacralità degli oggetti, vagliarli, passarli al setaccio. Così come Michel Onfray, leggo anche Alain Finkielkraut. Sono entrambi degli intellettuali contemporanei e contestatari, che dissentendo ci rendono un buon servizio. Ho appena finito il libro di  Jean-Claude Carrière « La vallée du néant», che mi ha trascinato in una riflessione sulla morte gioiosa e piena di humour. Da poco, poi, ho finito «I ricordi mi vengono incontro» di Edgar Morin. Lui è un uomo la cui riflessione è stata davvero forgiata dall’impegno sul campo. Il mondo sensibile, la sensualità, il pragmatismo che lo accompagnano alla ricerca di soluzioni concrete per l’organizzazione di una società più giusta… E, in mezzo a tutti i suoi incontri e alle collaborazioni con intellettuali e pensatori, la sua vita amorosa così piccante e generosa. Mi sento bene con Edgar Morin come con un vecchio amico.

Michel Onfray est un intellectuel qui secoue les esprits sans prendre de gants, il est pragmatique, factuel, il désacralise. Je me sens souvent en accord avec sa façon de questionner le réel. Il faut arrêter de sanctuariser les choses, il faut les interpeller, les fouiller. En fait je lis Michel Onfray de la même manière que je lis Alain Finkielkraut ce sont des intellectuels vivants contradictoires, ils font du bien, ils ne sont pas consensuels. Je viens de lire le bouquin de Jean-Claude Carrière « La vallée du néant » qui m’a entrainé dans une réflexion joyeuse et pleine d’humour sur la mort. Je viens également de finir « Les souvenirs viennent à ma rencontre » d’Edgar Morin. Voilà un homme dont les engagements sur le terrain ont forgé la pensée. Le monde sensible, la sensualité, le pragmatisme accompagnent ce chercheur qui tente de trouver des solutions concrètes à l’organisation juste des sociétés. Sa vie amoureuse au milieu de toutes ses collaborations et ses rencontres avec des gens qui pensent le monde est croustillante et généreuse. Je me sens bien avec Edgar Morin.

Quali sono i tuoi libri del momento sul comodino?

«Cani di paglia» del filosofo John Nicholas Gray, il quale analizza i nostri tempi alla luce della storia, dando il benservito ai preconcetti e alle trappole nelle quali cadiamo.  E «Solo i bambini sanno amare», del cantante e attore Bruno Cali, che torna con tenerezza alla sua infanzia; che bello, l’istinto di questo bambino che non si lascia prendere, che non si lascia sconfiggere dai grandi nemici, il nulla e il vuoto. È un libro davvero commovente.

«Straw Dogs» du philosophe essayiste John Nicholas Gray qui lui aussi analyse notre époque au regard de l’Histoire et met un grand coup de pieds dans les idées reçues et les pièges dans lesquels on tombe. Et puis « Seuls les enfants savent aimer », écrit par le chanteur acteur Bruno Cali. Il revient avec tendresse sur son enfance ; comme il est beau l’instinct de cet enfant qui ne laisse pas le néant, le vide ennemi le saisir. J’ai trouvé son livre poignant.

Traduzione dal francese di Fabrizio Fulio Bragoni. Testo scritto per il blog, già apparso su Les Nouvelles Littéraires.

:: Baptiste, prima stagione serie della BBC diretta da Börkur Sigþórsson e Jan Matthys

28 dicembre 2020

Spin-off di The Missing, Baptiste è una serie della BBC prodotta da Two Brothers Pictures, scritta da Harry e Jack Williams e diretta da Börkur Sigþórsson e Jan Matthys con al centro il personaggio del poliziotto in pensione Julien Baptiste (interpretato da Tchéky Karyo), specializzato nel trovare persone (e cose) scomparse. Sei episodi girati tra l’Olanda e il Belgio (ci sarà anche una seconda stagione ambientata in Ungheria) con un taglio e una visione molto europea, interessanti sia per la trama ad incastro che per i dialoghi (in più lingue dall’olandese, al romeno, al francese, al naturalmente inglese). L’Europa multietnica sembra emergere con le sue luci e le sue ombre, portandoci nei meandri di una lotta alla criminalità sempre più aggressiva e ipertecnologica. La scomparsa di una prostituta dà l’inizio a una caccia dove nulla è come sembra, tra depistaggi, false certezze e inseguimenti dove il talento investigativo del protagonista è messo a dura prova. Non voglio dire troppo della trama ma è interessante il ruolo che via via i personaggi assumono che si discosta dalle solite narrazioni. Colpi di scena ce ne sono parecchi, e sicuramente questo riesce a tenere desta l’attenzione dello spettatore che non sa bene cosa aspettarsi. Tanti i personaggi, tante le storie narrate e le sottotrame. Bello il personaggio di Kim (Talisa Garcia), che nasconde un segreto capace di sgretolare la sua vita, o quello di Edward, l’uomo d’affari inglese cacciatosi in un guaio più grande di lui, interpretato da un ottimo Tom Hollander dall’aria debitamente stranita. Poi mi ha colpito soprattutto Alec Secăreanu (nella serie Costantin) un villain molto realistico e senza cuore per cui la violenza è solo business. Ma in fondo sono tutti bravi e in parte. Amsterdam (in realtà Antwerp) gioca un ruolo non secondario con i suoi canali, i suoi ritrovi per turisti e il suo caratteristico quartiere a luci rosse. Una bella serie europea di cui non vedo l’ora di vedere la seconda stagione. Consigliata. 

Source: acquisto personale.         

:: Nikita di Luc Besson

8 luglio 2018

NikitaHey Nikita is it cold
In your little corner of the world
You could roll around the globe
And never find a warmer soul to know

Tutto iniziò con una canzone, Nikita, cantata da Elton John, e scritta da Bernie Taupin. Era la metà degli anni ’80, il Muro di Berlino era ancora in piedi, e tra il Blocco Sovietico e gli Stati Uniti la guerra fredda continuava. Ma molti giovani sognavano un mondo nuovo, senza più guerre, senza più la minaccia nucleare, senza più divisioni. Questa canzone raccontava la storia di una ragazza tedesca, guardia di frontiera, e del suo impossibile amore per uno straniero. E’ una canzone molto romantica, apparentemente pop, che nasconde tuttavia profondi ideali che noi ragazzi cresciuti in quegli anni condividemmo.

Luc Besson si ispirò proprio a questa canzone per realizzare il suo film forse più famoso, Nikita, con protagonista l’allora sua moglie Annie Parillaud, bellissima e perfetta nel ruolo di una ragazza costretta dagli eventi a diventare una spietata killer.

Se vogliamo questo film è molto più che un thriller d’azione, seppure con l’elemento innovativo di un’ eroina al centro della storia. Forse Besson fu il primo a iniziare questo filone cinematografico, che poi sarà ampliato negli anni successivi, sempre con grandi difficoltà, fino a opere come Wonder Woman interpretata da Gal Gadot.

E’ un film profondamente femminista, visionario, precorritore dei tempi e incide nell’ immaginario come forse pochi altri film hanno fatto. Uscì nel 1990, un anno dopo la caduta del Muro di Berlino, quasi contemporaneamente a un’ altra canzone cult di quegli anni, Wind of Change della mitica band tedesca degli “Scorpions”, che anche essa parlava di cambiamento e libertà.

Se vogliamo questo film è anche una parabola morale, che ci ricorda l’importanza del quinto comandamento: non uccidere. Nikita uccide durante una rapina in una farmacia un poliziotto, e da questo atto forse involontario, condotto sotto l’effetto di droghe, ne scaturisce una condanna, prima giudiziaria, poi ancora più crudele, quando viene reclutata dai servizi segreti francesi.

Tuttavia la nostra eroina è una donna forte, determinata, anche sensibile, ama riamata il suo Marco, un ragazzo normale che incontra in un supermercato, e nonostante si trovi in una situazione in cui non vede via di uscita, riuscirà alla fine con il suo coraggio e la sua determinazione a riguadagnarsi la sua libertà, pagando però un prezzo altissimo: la perdita del suo amore.

Ambiguo il rapporto con l’ufficiale dei Servizi che l’arruola, nel film interpretato da un affascinante quanto crudele Tcheky Karyo, che somiglia molto al poliziotto che ha ucciso. Anche Bob tuttavia vittima di un sistema spietato, in cui i sentimenti hanno poco spazio, sacrificati a un bene superiore, deciso dallo Stato.

La scena del bacio tra Nikita e Bob, al termine della prima missione- prova, è una delle più struggenti della storia del cinema a mio parere e ci dimostra quanto sia più forte lei di lui. Quanto i sentimenti siano più forti di ordini e disciplina, e quanto siano in realtà fragili le persone che non li hanno mai provati.

Dicevo che è un film femminista soprattutto perché la protagonista grazie alla sua forza emerge da un passato di droga e violenza, conquista a caro prezzo una certa normalità, (un appartamento, un lavoro, un amore, etc…) e quando la spirale di violenza sta per travolgerla (drammatica l’ultima sua missione all’ambasciata in compagnia dell’ Eliminatore) spezza ogni legame sia con il mentore che con il suo innamorato, e dopo una notte di dubbio e tristezza, fugge verso la sua libertà.

C’è dunque un lieto fine, un po’ amaro, ma incredibilmente catartico che racchiude lo spirito di quegli anni, dove tutto era in continuo cambiamento, i ruoli si sovrapponevano, e l’importanza della libertà emergeva con forza.

Dire che questo film è bello è forse limitativo, ha incarnato perfettamente lo spirito di quegli anni, e ancora oggi che lo guardiamo forse con occhi diversi, più segnati da crisi economiche, delusioni e ideali infranti, non può che lasciarci ammirati e un po’ sgomenti.