Posts Tagged ‘Ben Pastor’

:: Un’ intervista con Martin Bora, grazie alla gentile collaborazione di Ben Pastor

1 gennaio 2019
gregory-peck

Se Martin Bora fosse esistito veramente…

Martin Bora benvenuto su Liberi di scrivere. È un vero piacere poterla incontrare dopo aver letto tanto di Lei nei libri di Ben Pastor. Ci parli di Lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

Grazie a Lei per l’invito a raccontarle qualcosa di me. Come sa, la mia famiglia è sassone, anche se da parte materna conto antenati scozzesi. Sono nato l’11 novembre 1913, e avendo perso mio padre Friedrich a sei mesi di età, sono stato cresciuto dal generale Sickingen, secondo marito di mia madre Nina. Avevo un fratello minore (poco più di quattro anni di differenza), Peter, poi caduto nei cieli di Russia durante il 1943. Da bambino ho frequentato con profitto dapprima le scuole cattoliche e poi il liceo classico. Dopo la maturità (Abitur), sono entrato ancora diciassettenne alla facoltà di filosofia dell’Università di Lipsia, insieme ad Heidelberg il più antico ateneo tedesco. Mi sono laureato con lode sostenendo una tesi sull’Averroismo Latino e l’Inquisizione, per poi entrare nella Scuola di Guerra di Dresda. Ho quindi frequentato la Scuola di Cavalleria ad Hannover e la Scuola di Fanteria a Dresda. Questo mi ha permesso di accedere alla prestigiosa Accademia di Guerra nella capitale, da cui, dopo un permesso ottenuto per combattere come volontario in Spagna, mi sono diplomato con onore nel 1939. Era l’educazione tipica di un ufficiale destinato allo Stato Maggiore, ma il mio interesse è sempre rimasto quello del servizio di prima linea. L’addestramento nel controspionaggio militare (Abwehr) mi ha portato poi sia all’impiego di ambasciata (Mosca) che al lavoro di ricognizione e intelligence. Parte dell’educazione in famiglia (anche per controllare gli impulsi sessuali di noi ragazzi) era lo sport. Prima fra tutti l’equitazione: con Nina e il generale a volte cavalcavamo per giorni dalla tenuta di Trakehnen a quelle dei vicini e più in là, fin oltre il confine con la Lituania. E poi nuoto, canottaggio, tennis, scalata libera e corsa di montagna (fell running), senza contare le scazzottate infantili e le lunghe gite in bicicletta. Quanto a pregi e difetti, mi risulta difficile (e Nina disapproverebbe) parlare dei miei pregi. Prima bisognerebbe identificarli, mentre i miei demeriti saltano subito agli occhi. Cominciando dai difetti, dunque, posso dire di avere un carattere rigido, spesso perentorio, a volte scostante, e di aspettarmi che gli altri si adeguino. Essendone cosciente, cerco di mitigare queste tendenze. Non accordo facilmente fiducia, e so che posso apparire introverso fino alla chiusura. Si tratta (anche) di timidezza, ma questo non mi giustifica. Severità e ambizione professionale sono qualcosa che ho dovuto imparare a posporre a principi più elevati. Sul versante dei pregi, direi che ho un forte senso della pietas (termine che non si traduce esattamente come pietà o indulgenza; è piuttosto amore per la giustizia nei confronti dei vivi, come pure dei morti). Sono – credo – coraggioso e determinato; mi definirei leale e di parola. La pazienza che mi accompagna da tempo è – per come sono andate le cose – da ascrivere sia tra i pregi che tra i difetti, dal punto di vista politico come da quello personale.

Parliamo di musica, Lei è anche un valente musicista, quali sono i suoi compositori preferiti, le musiche che ama di più ascoltare?

È vero, ho sempre amato la musica. Avendo cominciato a studiare piano a cinque anni, mi sono presentato con successo come esterno agli esami di conservatorio a Lipsia, e ho continuato a suonare fino all’incidente di guerra che nell’autunno del 1943 mi ha privato della mano destra. Pur apprezzandoli, non ho mai desiderato cimentarmi con altri strumenti. Il mio padre biologico era un famoso direttore d’orchestra e compositore. La famiglia ha mantenuto per anni un palco al Festival wagneriano di Bayreuth. Da tredicenne, grazie alla grande tradizione musicale di Lipsia, ebbi modo di ascoltare dal vivo Richard Strauss. Quattro anni dopo vennero Igor Stravinsky, il fanciullo prodigio Yehudi Menuhin, e Arturo Toscanini con la Filarmonica di New York. Naturalmente Bach, Händel e Mendelssohn facevano parte del nostro ascolto tutto l’anno.
Amo la musica classica (barocca, romantica, ma anche gli esperimenti di fine Ottocento) e operistica (Lohengrin, il Ciclo dell’Anello, L’Olandese Volante – quest’ultimo un cavallo di battaglia di Friedrich von Bora); fra gli italiani prediligo Puccini (specie il suo ultimo periodo). Non disdegno affatto la musica leggera, i ballabili, Cole Porter e certi chansonniers francesi.

Ne La notte delle stelle cadenti incontra finalmente Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, avete molto in comune, ma anche molto vi divide. Che sensazioni ha provato incontrandolo e in realtà non potendo fare niente per aiutarlo?

Il colonnello conte von Stauffenberg ed io ci conoscevamo appena, prima del nostro incontro nell’estate 1944. La nostra comune passione per l’equitazione ci aveva portato ad affrontarci sportivamente nove anni prima, quando lui era già sposato con un figlio e io un ufficialetto fresco di nomina ma già, come lui, esperto cavaliere. Incontrarlo nel luglio ’44 a Berlino ci ha posto dinanzi ai nostri ideali condivisi, come pure alle nostre divergenze su come attuare un piano di resistenza. Stauffenberg era un brillante amministratore militare, in campagna come pure – dopo le gravi menomazioni subite in Nord Africa – in patria, in qualità di capo di stato maggiore dell’Esercito di Riserva. Io avevo combattuto in prima linea e come interrogatore su diversi fronti. Conoscevo fin troppo bene quelle che in inglese si definiscono sportivamente “the odds”, ovvero le possibilità di riuscita di un’impresa. In coscienza, non potevo appoggiare un piano confuso, piuttosto dilettantesco e privo di sponde politiche presso gli Alleati; un progetto che sapevo destinato a un fallimento dalle conseguenze potenzialmente disastrose. Mi sono sentito impotente sia davanti all’inflessibilità di Stauffenberg (che mi considerava già politicamente “bruciato” per i miei trascorsi diverbi con Gestapo e SS), sia davanti al suo oggettivo bisogno di un aiuto che non potevo offrire. La conversazione ha rappresentato un momento particolarmente difficile, per non dire tragico: uno dei peggiori della mia vita.

La sua famiglia è di origini aristocratiche, Lei perché ha scelto la carriera militare e non ha seguito le orme di suo padre dedicandosi a qualche attività artistica?

La duplice tradizione professionale a casa nostra era legata al servizio nei confronti dello Stato (come militari e diplomatici) e alla cultura (l’editoria, il patronato delle arti, la musica). La nonna paterna Louise Dorothea von und zu Langenstein teneva un noto salotto letterario-intellettuale a Lipsia, che includeva fra gli altri il pittore Ernst Ludwig Kirchner della scuola Die Bruecke, lo psicologo Hermann Ebbinghaus, studioso della memoria, il romanziere realista Theodor Fontane, e il linguista Karl Brugmann. Mio padre, Il Maestro, frequentava il fiore della musica a lui contemporanea. Il ramo scozzese conta soldati di grande valore, fra cui George William Robert Ashworth-Douglas, eroe di Khartoum insieme a Gordon, e James Alexander Carrick, comandante durante la Ribellione dei Sepoys e nella Seconda Guerra dell’Oppio, nonché consigliere militare dell’Esercito Confederato durante la Guerra di Secessione americana. Date le frequentazioni culturali dei miei, non ha stupito la mia scelta di studiare filosofia; forse la famiglia si aspettava che avrei rilevato a tempo debito la casa editrice dei Bora (Bora Verlag), specializzata appunto in testi di filosofia e letteratura, o che avrei amministrato le nostre proprietà, specie quelle della Prussia Orientale. In realtà avevo già deciso di abbracciare la carriera militare, per cui provavo interesse e affinità. Le arti, specialmente la musica, sarebbero state una possibile alternativa. Mi sembrava tuttavia che la Patria necessitasse di buoni ufficiali ancor più che di capaci musicisti. Esibirmi in pubblico è, fra l’altro, qualcosa in cui non mi riconosco affatto.

Martin Bora e la cucina. Lei come tedesco ha gusti alimentari piuttosto vari, non beve birra, cosa notevole, ed è un po’ difficile vedere sua madre Nina o Dikta ai fornelli. Quali sono i suoi piatti preferiti?

Non corrispondo proprio a ciò che voi italiani definireste “una buona forchetta”. Ammetto di essere piuttosto indifferente al cibo, per ragioni di professione e perché ho spesso la mente altrove mentre mangio. Ciò non vuol dire che non sappia apprezzare una buona portata. Non amo i dolci. La mia ex moglie Benedikta (Dikta) per sua stessa ammissione non è mai stata un tipo “domestico”, e per di più, da provetta cavallerizza, ha sempre badato alla dieta. A casa sua, le signore servivano solo il tè, e affidavano tutto il resto al personale. Quanto a Nina – e alla nonna materna Ashworth-Douglas –, hanno sempre supervisionato la cucina di casa, e, da buone tradizionaliste, hanno eccelso nella preparazione di conserve e di marmellate. Peter e io siamo cresciuti facendo merenda con confetture rigorosamente fatte in casa. Quanto al bere, ha ragione: la birra non mi ha mai affascinato, e neanche il sidro. Bevo vino (prediligo quelli francesi) e liquori alcolici con moderazione, tranne quando – ed è capitato – sono frustrato o gravemente preoccupato. Il mio sangue scozzese mi permette di tenere bene l’alcol (whisky, gin, cognac) mantenendo una passabile lucidità. Ma sono ben conscio di quanto i superalcolici abbassino il livello di attenzione ai dettagli, un rischio per chiunque, ma particolarmente per un soldato e un operativo del controspionaggio. Ho passato perciò diversi periodi astenendomi dall’alcol e dal fumo – e, fatalmente, anche da altri passatempi. Una lezione in autodisciplina!

Ama il suo paese non c’è dubbio, ma vi visse in un periodo molto difficile dopo l’avvento di Hitler e del nazismo. Il mondo in cui era nato e cresciuto stava cadendo a pezzi. Ha mai pensato di dedicarsi a un’opposizione attiva al regime? Quale è stato il suo rapporto con il potere?

La domanda sulla resistenza al regime hitleriano è più che legittima. Devo ammettere che da ragazzo, cresciuto nell’ambiente nazionalista e conservatore di una famiglia guidata dal mio patrigno prussiano, ho accolto con entusiasmo la rinascita della Germania dalle ceneri della Grande Guerra (avevo cinque anni alla fine di quel conflitto). La partecipazione del Generale ai Corpi Franchi durante i disordini degli Anni Venti ha fatto in modo che vedessi nel patriottismo armato l’unica risposta all’internazionalismo spartachista e di stampo sovietico. Con l’avvento del Nazionalsocialismo, e il quasi immediato potenziamento delle Forze Armate, tutti noi soldati ci siamo sentiti vendicati dopo l’ultra-punitivo Trattato di pace di Versailles, che accollava tutta la responsabilità della Grande Guerra alla Germania, e la trattava di conseguenza. Già dal 1937, tuttavia, come volontario nella legione straniera spagnola (franchista), ho cominciato a capire che sotto il nazionalsocialismo si celavano ben più che eccessi passeggeri giustificati come lotta per ristabilire l’ordine interno. Il mio lavoro nel controspionaggio estero mi ha parzialmente risparmiato ciò cui hanno assistito i colleghi della Sezione Interni. Dalla Campagna di Polonia (1939) in poi, è cominciata la mia resistenza attiva, con la denuncia all’Ufficio Crimini di Guerra dei delitti perpetrati da Gestapo e SS, ma anche dall’esercito tedesco, di cui venivo a conoscenza. Ho anche rifiutato di obbedire ad ordini palesemente contrari all’etica, al buon costume militare e alle leggi internazionali promulgate a Ginevra. Questo non comportava un rischio oggettivo per la mia carriera e anche per la vita? Certo. Sapevo che ne avrei pagato il prezzo, ma lo consideravo poca cosa confronto ai crimini commessi da troppi dei miei connazionali. Ho sempre privilegiato l’opposizione quotidiana e capillare al gesto eclatante, attenendomi al detto latino secondo cui la goccia scava la pietra.

Il 6 agosto del 1945 alle 8:15 l’aeronautica militare statunitense sganciò l’atomica su Hiroshima e tre giorni dopo su Nagasaki, causando un numero di vittime, esclusivamente civili, stimato tra le cento e le duecento mila. Dove era, cosa faceva quando successe? Quali sono stati i suoi primi pensieri quando ne è venuto a conoscenza?

In tutta sincerità, ho avvertito un forte sentimento di orrore e di rabbia. L’idea di sperimentare una nuova arma dagli effetti apocalittici su una popolazione inerme (compresi non pochi prigionieri di guerra americani!), era quanto di più lontano ci fosse dalla mia coscienza morale. E il fatto che a suo tempo i miei connazionali si fossero macchiati non di rado della stessa colpa, non attenua le responsabilità di chi ha fatto decollare l’Enola Gay e il suo gemello.

Martin Bora e le donne. Oltre a Dikta c’è stato spazio per un’altra donna? Come è la sua donna ideale? E quanto Remedios ha significato nella costruzione del suo ideale?

Come lei sa, Dikta non è stata la mia prima donna, né io il suo primo uomo. Eravamo indifferenti a tali pregiudizi borghesi. Ci frequentavamo intimamente nonostante e forse anche a causa della feroce opposizione che il Generale (molto più di Nina) faceva al nostro idillio. All’epoca lei aveva vent’anni, e io quasi ventitré. Siamo rimasti sposati dal 1941 fino all’annullamento (non per mia richiesta) del nostro matrimonio, ai primi del 1944. È un argomento doloroso di cui forse ho già parlato troppo altrove, e su cui mi è ancora difficile soffermarmi. Le mie prime esperienze amorose sono state in Italia, e ne serbo un grato ricordo. All’università ho avuto qualche avventuretta con compagne di studi disinibite o con signore che frequentavano Nina o le mie zie. In Spagna, però, il termine di paragone è stato apposto da Remedios, la giovane strega di Mas del Aire. Prima di lei ero un ragazzino cattolico che, essendo entrato nell’esercito, si considerava se non esperto almeno emancipato. Dopo Remedios, che dire? Mi ha reso l’uomo che sono, e l’amante che sono. Il complimento più alto che posso farle è che penserò a lei nel momento della mia morte. Dopo la fine del rapporto con Dikta, non mi sono mai del tutto ripreso emotivamente. Non ho un carattere facile, e certo ho le mie colpe (fra cui le assenze prolungate da casa, che tradizionalmente i militari di carriera si aspettano di poter infliggere alle mogli). In seguito ho preso comunque delle solenni sbandate, per Nora Murphy, moglie di un diplomatico americano a Roma, come per Anna Maria (Annie) Tedesco sul lago di Garda. Ce ne sono state altre, ma – come insegna Garcia Lorca nel suo poema “La sposa infedele,” – Non dirò, da vero uomo, le cose che mi disse. Posso aggiungere che per me, tranne nel caso di Dikta, le donne in qualche modo inaccessibili hanno rivestito sempre più fascino di quanto esprimesse la loro disponibilità. Solo una volta sono arrivato vicino al rifiuto, da parte di Nora Murphy. Spesso per scelta – e durante il mio matrimonio per fedeltà – ho rinunciato a diverse possibili avventure galanti. La mia donna ideale è proprio ciò che il termine indica. Appartiene al mondo delle idee, e come tale, probabilmente non esiste nella realtà. Forse è un errore da parte mia sperare di incontrarla. Direi che fino ai trent’anni circa ho cercato meramente una compagna di letto e di interessi. La mia definizione di amore? Dedizione, fedeltà. Mi rendo conto che dovrei imparare a mostrare apertamente l’affetto, come faceva mio fratello Peter, ma mi riesce davvero difficile.

Le sarebbe piaciuto avere figli? Lasciare una parte di sé in questo mondo anche quando non ci sarà più?

Quanto ai figli, ho attraversato periodi in cui riprodurmi sembrava l’unico modo di giustificare la precarietà della mia esistenza di soldato in guerra. Probabilmente era il modo sbagliato di desiderare la paternità, e forse anche egoistico. Dopo la scelta ripetuta di abortire da parte di Dikta, ho cominciato a pensare che il mondo in cui mi muovevo non fosse comunque adatto a una nuova vita. Allora ho desiderato di essere completamente privo di legami e di responsabilità che non riguardassero direttamente la Patria e mia madre Nina. Le morti tragiche in famiglia (il bisnonno, il prozio, due zii, il mio unico e amatissimo fratello), come pure il mio grave ferimento, mi hanno riconciliato con l’idea di vivere giorno per giorno. Ho cominciato a dirmi: “Se i figli verranno, bene. Altrimenti, i Bora finiscono qui, e cercherò di farli finire onorevolmente”. Non mi sono mai visto attorniato dai nipoti – ma dopotutto non immaginavo nemmeno di sopravvivere all’inferno di Stalingrado, eppure è successo…

Lei ha avuto un’educazione cattolica, per attitudine e formazione ha vissuto seriamente anche questa sua dimensione religiosa, rispettando riti e credi. Ma ora c’è più amarezza nelle sue riflessioni, come vive il rapporto con Dio?

Sono cresciuto in una famiglia di cattolici osservanti, in una Sassonia dove meno del 20% della popolazione era fedele a Roma. Inoltre, e paradossalmente, i Bora discendono dalla ex suora Katharina von Bora, moglie del grande riformatore Martin Lutero. Hanno attraversato lunghi periodi di persecuzione durante le Guerre di Religione, quando adottarono il motto paolino Fidem Servavi: ho mantenuto la fede. I miei antenati ospitarono segretamente sacerdoti quando a Lipsia non esistevano più chiese cattoliche in cui celebrare la Messa. Sono stato educato nella fedeltà al Papa, e ho avuto fin da bambino maestri spirituali e confessori degli ordini gesuita ed agostiniano. Tutto ciò che si dice riguardo l’educazione cattolica – sensi di colpa, frustrazione sessuale, ansia di redenzione – è tristemente vero e ha fatto parte della mia giovinezza. Non che non abbia tralignato od opposto forti riserve filosofiche nei confronti della Chiesa, ma in fondo sono sempre restato un credente e un cattolico, sia pure “non allineato” e con qualche sfumatura protestante. Quanto alla figura di Dio, quello che noi tedeschi chiamiamo Herr Gott, da laureato in filosofia ho difficoltà a ridurla ad una dimensione contabile e fiscale. Ho sempre sperato e spero ancora che, quali che siano le mie apparenze, Lui mi legga nel cuore.

Rischierebbe la vita per salvare un amico? È già successo che l’abbia fatto?

Quando si combatte in prima linea, o anche in avanscoperta, si è frequentemente sotto il tiro nemico. Capita che un collega, un tuo soldato, o anche un superiore, ti salvi la vita, o che accada il contrario. Nella concitazione del momento non ci si fa praticamente caso. Dopo, si è grati sia quando siamo stati noi a scamparla, sia quando abbiamo aiutato un fratello combattente a evitare la morte. Questa interdipendenza ci lega in modo indissolubile gli uni agli altri; nessuna amicizia, e direi quasi nessun tipo di amore, è come questa cieca fiducia. Nel Vangelo di Giovanni si legge, Maiorem hac dilectionem nemo habet… Non c’è amore più grande di quello che ci fa offrire la nostra vita per la salvezza del prossimo. Nello specifico, mi sento solo di ricordare due episodi di quanto altri hanno fatto per me: in Spagna il sergente Indalecio Fuentes mi ha salvato la pelle quando ero un tenentino irruento e scapestrato, mentre a Roma furono i buoni uffici del controverso Feldmaresciallo Kesselring (già sotto il comando del mio patrigno nel 1914) a evitarmi la fucilazione da parte della Gestapo di Herbert Kappler.

Va mai al cinema, a teatro? C’è un’attrice, una cantante di cabaret di cui è ammiratore?

Da ragazzino frequentavo il cinema ogniqualvolta i miei me lo permettevano (e a volte anche senza il loro permesso). Il mio liberalissimo zio Reinhardt-Thoma mi portò a vedere con mia gioia e terrore Il gabinetto del dottor Caligari nel 1920, e Nosferatu nel 1922. Avevo poco più di dodici anni quando La corazzata Potemkin giunse nei cinema di Lipsia, e da adolescente ho cominciato a frequentare anche il teatro. Durante le vacanze romane, la mia madrina Donna Maria Ascanio chiudeva un occhio sulle mie scappatelle; nonostante fossi bambino, cominciai presto a intrufolarmi nei varietà, anche quando lo spettacolo non era adatto ai minori. Un esempio? Si vede tutto del 1929. Contavo sul fatto di essere straniero, avere qualche soldo per il biglietto, e di essere già alto un metro e settanta a tredici anni. Fra le mie attrici e cantanti preferite in quegli anni spiccavano Marlene Dietrich (ero diciottenne quando me ne innamorai vedendola come la perversa Lola Lola ne L’Angelo Azzurro), e in Italia Anna Fougez e Milly. Negli ultimi tempi ho apprezzato molto certo cinema russo, da Mikhalkov a Konchalovskij, da Sokurov ad Aleksej German junior, autore quest’ultimo di uno dei film più intensi e intelligenti sulla sciagurata operazione Barbarossa – Poslednij Poezd (2003) -, una pellicola purtroppo quasi introvabile.

Martin Bora legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

Sono sempre stato un forte lettore. In tutte le case in cui la mia famiglia risiedeva in vari periodi dell’anno (Lipsia, Borna, Trakehnen) c’erano fornitissime biblioteche. Con una tradizione centenaria di editoria in famiglia, leggere per noi era come respirare. Fin da piccolo leggevo in ogni momento libero, e anche di notte. Essendo stato educato in tre lingue, ho avuto fin da subito il privilegio di poter conoscere i grandi autori tedeschi, inglesi, americani e francesi nell’originale. Quando ho aggiunto per ragioni personali e di lavoro l’italiano, lo spagnolo e il russo, ho allargato ulteriormente l’ambito delle mie letture. A Roma da piccolo mi piacevano i romanzi d’avventura di Salgari e di Motta, a cui di volta in volta ho aggiunto i classici, ma anche saggi e romanzi contemporanei. Tra i miei favoriti personali sono Moby Dick di Melville, Cuore di Tenebra di Conrad, e La signora di Wiechert. Ho conosciuto personalmente ed ho letto i lavori di Ernst Jünger e Martin Heidegger, di cui ho seguito alcuni corsi sui presocratici. Per chi ha avuto la bontà di seguire le mie indagini in tempo di guerra, non sarà una novità che nel ’37, in Spagna, ho imparato ad apprezzare la poesia e il teatro di Federico Garcia Lorca. Sul fronte russo ho letto Il placido Don e riletto L’Armata a cavallo, senza però abbandonare la filosofia greca, Goethe e Hölderlin. Perfino durante la difesa di Lipsia contro gli americani nella primavera del ’45, passando di corsa da casa dei miei, ho afferrato un paio di libri, che però non ho avuto tempo di finire.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine, successiva a La notte delle stelle cadenti?

Sono io che ringrazio Lei per le sue domande attente e puntuali. Perdoni se mi sono dilungato nel rispondere, ma sono pur sempre tedesco e un po’ grafomane. Quanto alle mie investigazioni, cronologicamente dopo i fatti di Berlino e del fallito attentato del luglio ’44 (illustrati ne La notte delle stelle cadenti), viene il resoconto della mia permanenza sul Lago di Garda (La Venere di Salò). Credo però che, prima di narrare la fine della mia guerra a Lipsia nella primavera del ’45, sia giunto il momento di dare spazio al dramma militare e umano che ha coinvolto centinaia di migliaia di noi subito prima, durante e immediatamente dopo l’epocale battaglia di Stalingrado. Tedeschi, italiani, russi, romeni, ungheresi versarono il loro sangue tra il Don e il Volga nei sei mesi dall’agosto 1942 al gennaio 1943. Altrove ho già accennato alla mia esperienza a Stalingrado, ma in proposito ho ancora molte cose da dire. Quindi sarà questo, ovvero La sinagoga degli zingari, il prossimo libro in ordine di pubblicazione, quantomeno in Italia.

:: Un’ intervista con Ben Pastor, autrice de “La notte delle stelle cadenti” a cura di Giulietta Iannone

30 ottobre 2018

9294-3Bentornata Ben su Liberi di Scrivere e grazie di aver accettato questa nuova intervista. Sei in Italia per un tour letterario che toccherà diverse città. Quante tappe ancora mancano? Puoi raccontare ai nostri lettori come si svolgeranno gli incontri: ci sono attori che leggeranno stralci del tuo libro?, domande dirette del pubblico in sala?, firmacopie?, spazi in cui sarà possibile vedere foto o filmati d’epoca?

R. In effetti sono impegnata in un tour promozionale piuttosto articolato: Milano, Torino, Novara, Firenze, Bologna, Piacenza, Roma, Pescara etc. Sarò su e giù per l’Italia fino ad almeno metà dicembre. Ecco le prossime date:
7 novembre VERONA (Feltrinelli h. 18)
8 novembre BOLOGNA Libreria Coop Zanichelli h.18
16 novembre BERGAMO (Ponte Ranica, biblioteca comunale, rassegna Sellerio h. 20:45)
17 novembre MILANO Bookcity h. 17
18 novembre PIACENZA Palazzo Farnese Festival Profondo Giallo – h. 16:00
23 novembre VOGHERA – Festival Le forme dell’anima h 18
30 novembre PESCARA (Premio Flaiano)
8/9 dicembre ROMA (Più libri più liberi)
I luoghi delle presentazioni sono tra i più vari: librerie, biblioteche, fondazioni, circoli privati (ma aperti al pubblico) e persino un castello medievale. Quel che maggiormente mi piace è l’interplay coi lettori. Se appena posso, mi fermo a chiacchierare con gli astanti mentre firmo copie, e rimango sempre colpita dall’affetto inossidabile che dimostrano nei confronti dei miei personaggi. Ormai ci sono parecchi lettori (e lettrici) che su Martin Bora praticamente ne sanno più di me!

I tuoi romanzi, mi riferisco alla serie legata al personaggio di Martin Bora che conosco, sono opere molto particolari, da alcuni critici addirittura definite vicine al postmodernismo, sicuramente sperimentali per struttura narrativa, per circolarità (non andando in senso cronologico hai modo di utilizzare il tempo come un ulteriore personaggio), per il lavoro di ricerca nel confronto delle fonti più simile a quello dello storico che del romanziere, per la scrittura alta, letteraria, tridimensionale, polifonica, sebbene il personaggio di Bora predomini tra le tante voci. Di lui conosciamo i pensieri, gli scritti del diario, e lo vediamo dall’esterno filtrato da una narrazione in terza persona. Tutta questa complessità come si armonizza con l’apparente semplicità, freschezza, spontaneità che le tue storie trasmettono? In sintesi, come fai?

R. Come dico di frequente, confido nel “brodo primordiale”. I miei romanzi nascono spesso da un’immagine, una sensazione, o persino da un dialogo immaginario. Tutto apparentemente caotico. Ma poi questa materia magmatica inizia lentamente a ruotare, a raffreddarsi, a solidificarsi. Così, comincio a scorgere la statua nella pietra. Il resto, per citare Edison, è 10% ispirazione e 90% traspirazione, cioè un duro lavoro di ricerca, documentazione e ripetuta stesura. E se essere postmoderni significa abbattere steccati di genere che ormai non hanno più senso, perseguendo una contaminazione narrativa che però non sia gratuita e badi anche alla qualità stilistica, allora sì, sono postmoderna. Quanto al mio rifiutare l’ordine cronologico, è perché non credo nella linearità del tempo, tanto più che, per citare Freud, nell’interiorità dell’essere umano il tempo non esiste.

Sempre tornando alla documentazione, al lavoro di confronto delle fonti, ti sei mai trovata davanti a  fatti o circostanze, importanti per l’economia del tuo romanzo, narrate o interpretate in modo contrapposto o antitetico da testimoni d’epoca, storici, scrittori. Come ti sei regolata?

R. La contradditorietà delle fonti è un fenomeno piuttosto frequente nella ricerca storica. Naturalmente è necessario un forte senso critico per vagliare e valutare qualunque informazione; tuttavia occorre anche una certa dose di quel quid impalpabile che si chiama “fiuto”. Talvolta anche le fonti più accreditate e in apparenza super partes nascondono reticenze e manipolazioni dei fatti di cui bisogna tener conto. Dopo qualche decennio di pratica storiografica (come nel mio caso), non è però difficile intuire dove la fonte voglia andare davvero a parare, e regolarsi di conseguenza.

È uscito il 4 ottobre, La notte delle stelle cadenti, il tuo ultimo libro, un libro bellissimo che ho avuto modo di leggere e che mi ha fatto venire voglia di ricominciare la serie da La canzone del cavaliere. Cosa ti ha ispirato a scriverlo?, quale è stato il lampo creativo che ti ha portato a volere far incontrare Martin Bora e Claus von Stauffenberg, capo della cosiddetta “Operazione Valchiria”?

R. Be’, è presto detto. Dopo quasi un ventennio di vita editoriale del personaggio (Lumen uscì per la prima volta negli Stati Uniti nel 1999), era giunto il momento che la fonte primaria di ispirazione per Martin Bora incontrasse il suo alter ego finzionale. Certo, nel romanzo Bora e Stauffenberg, pur rispettandosi, non vanno poi molto d’accordo, ma ritengo che questo dissidio fosse assolutamente necessario. Prima o poi bisogna dire addio ai propri maestri e incamminarsi sulla strada di una piena autonomia esistenziale, pur non dimenticandosi delle lezioni che questi ci hanno impartito.

Bora e Claus von Stauffenberg si incontrano (accenni a un precedente incontro a una gara ippica) un’unica volta nel romanzo, per pochi minuti. Bora vuole conferme e Claus von Stauffenberg anche (di non essere tradito). Bora non crede all’utilità di questo colpo di stato. Né pensa che abbia grandi possibilità di andare a buon fine. Come sei arrivata a far pensare questo al tuo personaggio? Una pace separata con gli Alleati non avrebbe potuto anche solo evitare l’invasione della Germania, e quindi altre morti e dolore per il popolo tedesco? Bora pensa che gli Alleati non avrebbero mai accettato, anche morto Hitler, per una colpa ormai collettiva, slegata dalla follia del Cancelliere del Reich?

R. Temo (e Martin Bora con me, oltre a parecchi storici) che la congiura del 20 luglio non avrebbe mai potuto avere successo. Questo per svariati motivi. Cito i principali: i congiurati erano divisi tra loro sulle prospettive future; non esisteva alcuna sponda politica presso gli Alleati; quest’ultimi non avevano alcun interesse ad accordarsi con un eventuale governo post-nazista (ormai era questione di qualche mese per vincere la guerra); non pochi dei cospiratori avevano fatto carriera grazie al regime hitleriano, sicché il loro tardivo risveglio anti-dittatoriale era scarsamente credibile. No, era davvero troppo tardi per tutto, sotto ogni punto di vista. Sicuramente resta l’esempio morale di Stauffenberg e compagni, ma tale esempio, purtroppo, non è servito assolutamente a nulla sul piano storico e politico.

Siamo nel luglio del 1944. Bora, lasciato il fronte italiano, è a Berlino, una città di macerie non solo fisiche ma anche morali, una città devastata dai bombardamenti alleati, dagli incendi frequenti che ne seguono, dalla penuria di beni e prodotti di prima necessità. Quando anche solo un pezzo di sapone diventa un bene di lusso. Come ti sei documentata per ricrearla? Hai visto anche documentari o film d’epoca come Germania Anno Zero di Rossellini?

R. Non sono andata a Berlino (città che peraltro conosco piuttosto bene), perché ormai non è rimasto praticamente nulla che risalga a quel periodo. Dopo un bel po’ di ricerche presso archivi e librerie specializzate, mi sono avvalsa di cartine topografiche risalenti all’estate del 1944, cercando di capire con la massima precisione cosa era ancora in piedi e cosa no, cosa funzionava ancora e cosa no. Ho sfruttato anche le cognizioni di alcuni storici della città, che ho doverosamente citato nei ringraziamenti. Devo però ammettere che è stato tutt’altro che facile. Sono occorsi mesi di lavoro per ricreare quella Berlino con la dovuta esattezza storica e documentaria.

L’amore in tempo di guerra ha valenze sue proprie: la precarietà della vita la si tocca con mano, come la provvisorietà, l’incertezza, la paura, i disagi, e tutto ciò fa sì che ci si aggrappi anche a persone incontrate per caso, che non si conoscono neanche bene. Penso al legame tra Bora e Emmy Pletsch e al loro folle progetto, che solo le circostanze renderà impossibile da realizzare. Bora ancora soffre per l’abbandono della moglie e vuole disperatamente ritornare ad amare, anche se alla fine bolla il tutto come un atto di egoismo maschile. Che importanza ha nell’economia del romanzo questa avventura?

R. Un’importanza fondamentale. Il mondo in cui Bora è nato e cresciuto sta cadendo a pezzi; il suo disgusto nei confronti del nazismo ha ormai toccato l’apice; i suoi principi morali sembrano non interessare più a nessuno; la sua fede nel cattolicesimo è vicina al grado zero. Date queste premesse, in lui si è fatalmente insinuato un istinto di morte; un fantasma nichilista che gli suggerisce che forse la soluzione migliore è farla finita una volta per tutte. Saranno proprio sua madre e la giovane Emmy Pletsch a trattenerlo da questo lato della barricata, dandogli almeno un barlume di speranza. In parole molto semplici, quando tutto ti crolla addosso l’unica ancora a cui puoi aggrapparti è l’affetto che gli altri provano per te.

Una domanda che ho sempre voluto farti è: perché scrivi questi romanzi in inglese? Hai un traduttore in italiano fantastico (Luigi Sanvito), ma non hai mai avuto la tentazione di scrivere una storia di Bora nella tua lingua madre?

R. Dopo oltre trentacinque anni di quotidianità negli Stati Uniti, la mia vera lingua madre è l’inglese, che oltretutto preferisco stilisticamente all’italiano. Detto questo, non mi auto-traduco per un motivo molto importante. È che mi conosco: se lo facessi, fatalmente mi metterei a riscrivere il romanzo, immergendomi in un mare di dubbi, incertezze e ripensamenti: questo passaggio funziona bene in inglese, ma in italiano lascia a desiderare… questo capitolo mi piace in inglese, ma mi sembra zoppicare in italiano… questa frase in inglese suona benissimo, ma in italiano la devo spezzare almeno in due… e così via. Il risultato sarebbe un romanzo diverso rispetto alla versione inglese, forse nel bene ma più probabilmente nel male. E poi i tempi di consegna all’editore si allungherebbero a dismisura! Ho ottimi traduttori non solo in italiano ma anche in altre lingue. Mi fido di loro, del loro sguardo esterno, della loro capacità di calare il mio inglese in un’altra lingua assai meglio di come potrei fare io, riducendo ai minimi termini (l’inevitabile) tasso di “tradimento” rispetto al dettato e allo spirito originali.

Ci sono progetti cinematografici all’orizzonte?

R. Allo stato attuale c’è un certo interesse in Paesi non italiani (Gran Bretagna, Stati Uniti e Canada). Parlo soprattutto della possibilità di una miniserie televisiva. All’estero, il fatto che Martin Bora sia un’antinazista che però milita fedelmente nell’esercito del Reich non desta alcun problema. In Italia, per motivi di ordine storico e culturale, ci sono ancora molte resistenze ad eleggere ad “eroe” un ufficiale della Wehrmacht. Il fatto è che il mio Martin Bora è… come dire… caratterialmente piuttosto lontano da Don Matteo, come pure da quel cinema “ombelicale” e campanilistico – senza offesa per nessuno – che sembra piacere in sommo grado ai produttori della Penisola.

Un’ultima domanda, ringraziandoti della tua disponibilità: stai scrivendo un nuovo romanzo con Martin Bora protagonsita? o anche solo puoi farci qualche anticipazione, in esclusiva, almeno sul periodo in cui si svolgerà?

R. Sì, ho iniziato la stesura di un nuovo romanzo con Bora. Il titolo provvisorio è “La sinagoga degli zingari” e l’azione si svolge nel 1942 sul fronte del Don, non lontano da Stalingrado. La storia è divisa in tre parti, con quella centrale situata durante l’assedio della città e un epilogo collocato qualche mese più tardi in territorio non sovietico. Accanto all’intreccio giallo e alle dinamiche del mondo privato di Bora (la madre, il patrigno, la moglie che non l’ha ancora lasciato), largo spazio verrà riservato ai rapporti problematici tra i principali “attori” presenti su quel fronte: tedeschi, italiani e romeni. Scherzando, potrei dire che per qualche verso si tratterà di un romanzo… multietnico!

Forse ti può interessare:

Recensione de “La notte delle stelle cadenti”

:: La notte delle stelle cadenti di Ben Pastor (Sellerio 2018) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2018

9294-3Berlino, luglio del 1944.
Martin Bora lascia il fronte italiano, e i suoi uomini, per l’ ingrato compito di partecipare al funerale di uno zio, da lui molto amato in gioventù, importante medico contrario alle pratiche naziste di eugenetica e eutanasia, suicidatosi, in modo non troppo volontario, con un’ iniezione letale di morfina. La tristezza del lutto è un po’ stemperata dall’ incontro con sua madre, Nina, anche lei a Berlino per le esequie, ma quello che lo tormenta ancora, e a cui non riesce a rassegnarsi, è l’abbandono dalla moglie Dikta, (l’unica donna che abbia davvero amato) stanca della guerra e di avere un marito sempre lontano e in pericolo di vita. Mentre Bora pensa a come ritornare al fronte succede un fatto imprevisto: il capo della Kripo, la polizia criminale di Berlino, Arthur Nobe, lo manda a chiamare e lo incarica di indagare sulla morte di un presunto veggente, illusionista e ipnotizzatore ammanicato col vertice del Terzo Reich.
Non potendosi certo rifiutare, accetta, e intanto si domanda perché abbiano scelto proprio lui, e perché la vittima è così importante da meritare un’ indagine di un membro addirittura dell’esercito e non della polizia comune. Il capo della Kripo non gli dà spiegazioni e intanto lo affianca con un losco aiutante Florian Grimm, un picchiatore della prima ora, che più che aiutarlo nelle indagini sembra sorvegli ogni sua mossa. La comparsa di una lettera compromettente, e tanti piccoli tasselli che finalmente hanno un senso, portano Bora a capire che c’è ben altro che cova sotto le ceneri di Berlino, martoriata dai bombardamenti. L’incontro con Claus von Stauffenberg, in una afosa stanza di una casa privata, gli confermerà infine che tutte le sue peggiori supposizioni hanno reale fondamento. Uscire vivo da Berlino diventerà per lui una vera e propria scommessa col destino.
La notte delle stelle cadenti, (The Night of the Shooting Stars, 2018), edito da Sellerio e tradotto dall’ inglese da Luigi Sanvito, è il dodicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio.
La particolarità dei sui mystery investigativi è il fatto che ci presenta una rivisitazione, storiograficamente ineccepibile, dei fatti salienti che caratterizzarono il Secondo Conflitto Mondiale, per molti versi ancora oscuri o controversi. Si appropria insomma del lavoro dello storico, nel lungo processo di elaborazione del testo, confrontando memorie, lettere, biografie, atlanti, mappe, saggi di diversa provenienza e argomento, a volte contenenti anche tesi o testimonianze contrapposte. E il lavoro dello storico è proprio quella di scegliere la via più probabile, più coerente con tutti i fatti, gli umori e il materiale raccolti (armonizzandola inoltre con il tessuto narrativo senza apparire didattica o peggio forzata). Insomma un passo oltre al semplice mystery storico dove è la fantasia dell’autore a prevalere.
Altra componente rilevante è l’approfondita analisi psicologica e la complessità umana dei personaggi, soprattutto di Bora di cui conosciamo i pensieri, il diario, e i fatti salienti della sua vita narrati in terza persona. E attraverso di lui conosciamo la Germania di allora, la vita comune, i dettagli più minimi, e a volte sordidi, di una quotidianità spesso drammatica e precaria.

Berlin in 1945 1

In La notte delle stelle cadenti è infatti Berlino al centro della scena, con i suoi quartieri bombardati, l’odore dell’aria, il suo sentore di fuliggine e intonaco sbriciolato; gli alberghi, i caffè, i ristoranti, i locali notturni un tempo eleganti, che sopravvivono a fatica, tra mille difficoltà, ormai solo l’ombra dello sfarzo di un tempo. La penuria di generi alimentari, il surrogato a posto del caffè, le ricche signore che rubano una saponetta in un albergo per farsene dare una seconda dal consierge. La mancanza di sicurezza, la paura, la rassegnazione. Le ragazze malvestite in una città dove è già difficile lavarsi, dormire, respirare, accanto alle mantenute, le sole che possono permettersi un paio di calze di seta, un profumo, un cappello di sartoria.
Il non potersi fidare di nessuno, perché spie e delatori possono essere nascosti in ogni angolo, tra informatori della Gestapo, e picchiatori di ogni risma.

claus

La storia è nota e Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, personaggio storico veramente esistito, è forse uno dei congiurati più famosi tra coloro che attentarono alla vita di Hitler, nel luglio del 1944. Ed è anche uno dei personaggi più significativi de “La notte delle stelle cadenti“. Ad un certo punto Martin Bora e Stauffenberg si incontrano, non vi dico cosa succede nel dettaglio, ma insomma si confrontano a tu per tu. Se pensiamo che Ben Pastor si ispirò proprio a Stauffenberg per creare il suo personaggio, è dunque come assistere a uno sdoppiamento, stile cortocircuito temporale: personaggio storico e narrativo nella stessa stanza. Straniante.
La peculiarità dell’autrice è dare luce ai particolari minimi, a un accendino, a un granello di polvere, a un raggio di sole, senza sprecare parole, in un’ economia narrativa affascinante e coinvolgente.
Lo stile è colto, alto, letterario, pieno di riferimenti non solo storici ma filosofici, poetici, morali.
L’attenzione alla spiritualità di Bora, sofferta e autentica, travalica l’assunto personale, per proiettare le difficoltà e l’angoscia esistenziale di tutti coloro che dovettero fare i conti con la propria coscienza e l’adeguamento ai dettami nazisti. E questo stridente contrasto illumina la già complessa peculiarità che Martin Bora racchiude. La consapevolezza che tutto è perduto, che una uscita onorevole dalla scena è impensabile, come è impensabile ormai, dopo i milioni di morti, il perdono di Dio. Quest’ ultimo dubbio, quest’ ultimo tormento emerge prepotente durante l’incontro con Stauffenberg che a contrario di lui sente ancora la necessità di fare qualcosa, di agire, di porsi contro se non con reali possibilità di successo, almeno per la Storia, o per l’aldilà.
Inoltre l’autrice si occupa anche della sfera come dire sentimentale e sessuale del protagonista, per cui l’abbandono della moglie pesa come una condanna insostenibile, pur vendendola con tutti i sui limiti e difetti. L’incontro con una ragazza, il cui compagno giace in coma in un sanatorio, diventa un’ aggrapparsi alla vita e all’amore, così diverso in tempo di guerra. Anche qui l’attenzione psicologica è massima, e una certa tenerezza emerge pur in un uomo non portato a provarla, fino a un disperato patto che i due amanti suggellano, non ve lo anticipo, ma lo troverete anche voi disperato e struggente. E soprattutto impossibile. In un lampo di autocoscienza successiva Bora realizzerà che era frutto solo di disperazione e egoismo maschile.
Martin Bora comunque resta un investigatore abile e interessato solo alla verità, scoprire chi è l’assassino del veggente non gli passerà di mente, seppure la Storia, con il suo respiro irrevocabile, supera la sua visione contingente.
Alla fine sapremo il destino di ogni personaggio, forse non è quello che vorremmo per loro, ma niente molte volte nella vita lo è.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016),  Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

Forse ti può interessare:

Un’ intervista con Ben Pastor

:: Il morto in piazza di Ben Pastor (Sellerio 2017)

2 febbraio 2018
Il morto in piazza

Clicca sulla cover per l’acquisto

Il carteggio segreto tra Benito Mussolini e Winston Churchill durante la Seconda Guerra Mondiale è al centro di Il morto in piazza (The Dead in the Square, 2004) di Ben Pastor edito originariamente in Italia nel 2005 per Hobby & Work, e nel 2017 riproposto nella nuova traduzione di Luigi Sanvito per Sellerio.
Cronologicamente, almeno per i fatti trattati, segue Kaputt Mundi di cui parlai alcuni anni fa, spero di poter recensire tutta la serie, ed è il quinto romanzo in ordine di scrittura dedicato a Martin Bora, ufficiale dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale.
Tornando al carteggio è uno dei misteri più ben dissimulati, tra depistaggi, false dichiarazioni e cortine di reticenza, del secondo conflitto mondiale, tanto che per alcuni storici non sarebbe in realtà mai esistito. Ne Il morto in piazza, troviamo Martin Bora incaricato di recuperarlo, dalle mani di un confinato, l’avvocato Luigi Borgonovo, e possibilmente distruggerlo, essendo il contenuto una spina nel fianco per molti alti ufficiali tedeschi, e per l’Italia, poiché se si dimostrasse un possibile “tradimento” di Mussolini e un suo tentativo di alleanza con gli inglesi, rischierebbe rappresaglie e ritorsioni senza fine.
Ma naturalmente Martin Bora non sarà solo occupato in questa delicata missione di intelligence, dal pittoresco nome in codice di Elster – gazza ladra –, durante il suo soggiorno a Faracruci, piccolo paesino (immaginario) dell’ Abruzzo, alle pendici del Gran Sasso, si troverà anche ad indagare su due morti, una avvenuta nel passato e una recente, avvenuta al suo arrivo, trovandosi come inaspettato alleato e aiutante nelle indagini proprio Borgonovo, con cui inizierà una inattesa quanto impossibile amicizia.
Il morto in piazza è un romanzo dolente, forse minore rispetto alla produzione dell’autrice italoamericana, meno ricco di azione se vogliamo. Tutto si svolge nel microcosmo rarefatto di un paesino abruzzese abitato da povera gente, perlopiù contadini. E’ una tappa di passaggio per Bora. Abbandonata in tutta fretta Roma, siamo nell’estate del 1944, e diretto a Bolsena, per prendere il comando del 960mo Reggimento Granatieri, si trova inaspettatamente rallentato da questa missione segreta da cui dipende la vita di innumerevoli persone, sia tedesche che italiane.
Bora è perfettamente conscio di ciò, e nella drammaticità della ritirata dell’esercito tedesco dall’ Italia centrale, gli Alleati ormai incalzano da tutti i lati (lo sbarco in Normandia è prossimo) non perde la testa né il sangue freddo e trova il tempo per indagare su un omicidio diciamo minore sullo sfondo dei grandi fatti storici che lo stanno travolgendo, lui come il suo paese ormai destinato alla sconfitta. Omicidio che sembra avere collegamenti con un altro fatto di sangue avvenuto nel 1919, in un paesino tranquillo in cui queste cose non succedono.
La vita di paese è descritta con tocchi leggeri, il bar ristorante principale, con le sue sedie all’aperto che ospitano anziani molto informati sui fatti, che spettegolano e ricordano il passato, la caserma dei carabinieri, le case che si affacciano sulla piazza, i campi tutt’ intorno, la povertà, la saggezza, la forza di questa gente che quasi vive in un’ oasi protetta lontana dal conflitto.
Belli i personaggi minori, tutti identificati con pseudonimo, come si usava nei piccoli centri dove tutti conoscevano tutti: Pipistròlle, il balordo, il matto del paese, dalla mente danneggiata dalla Grande Guerra, personaggio tenero e dolcissimo, a cui forse Bora si affeziona tanto da bere un sorso di gazzosa da lui offerta; Fissa-Fissa, proprietario del Caffè Adua, un fascista nostalgico, reduce dall’ Africa, che ama ascoltare i vecchi dischi di propaganda, a cui Bora regala il disco di Lili Marlene; e poi Don Fifì, il primo morto, Dindalò, Usagne, Caitène, Presentosa, la moglie di Fissa-Fissa.
Insomma tutta una compagnia di personaggi ben affiatati e ben caratterizzati, dove ognuno ha le sue peculiarità, i suoi vezzi e le sue debolezze. Oltre a Bora naturalmente spicca il personaggio di Borgonovo, il prigioniero politico confinato a Faracruci, che scrive lettere al figlio (e qui si nasconde un piccolo colpo di scena, che non vi anticipo, ma capace di toccare nel profondo il lettore). L’amicizia nata tra i due, sarà più forte per Bora del dovere all’ ottemperanza agli ordini ricevuti? Tutta la narrazione è tesa da questa questione morale, non un principio di secondo piano per il nostro, la cui posizione non è affatto facile.
L’apparizione, quasi spettarle, del suo acerrimo nemico Harald Cziffra, anticiperà la rocambolesca fuga di Bora dalle SS, e l’inattesa solidarietà di tutto il paesino, unito nel coprirlo.
Il morto in piazza, si conferma un giallo storico di sicuro interesse, curato nell’ambientazione, accurato nella documentazione storica, sorretto da una scrittura letteraria e poetica, oltre che molto attenta alle sfumature morali e psicologiche. Il tipo di libri che non ti stancheresti mai di leggere, per cui sono felice di anticiparvi, con il permesso dell’autrice, che la traduzione del prossimo Bora Night of the Shooting Stars, è pronta. Uscirà in Italia sempre per Sellerio tra la primavera e l’estate del 2018 (anche se non c’è ancora una data precisa), con il titolo La notte delle stelle cadenti. Cito le parole dell’autrice:

sarà ambientato nella Berlino pre-20 luglio 44, dove il Nostro, mentre indaga sulla strana morte di un veggente (o presunto tale) ammanicato col vertice del Terzo Reich, verrà coinvolto nell’attentato a Hitler e conoscerà (finalmente) il suo alter ego storico, Claus von Stauffenberg. Ma, conoscendo i due, non è detto che sarà un rapporto così facile…

Dunque che dire buona lettura e speriamo che l’estate arrivi presto.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016) e Il morto in piazza (2017).

Nota: In copertina Olio su tela di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). collezione privata.

Source: acquisto personale.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: English Rose tè nero & Il morto in piazza di Ben Pastor

2 ottobre 2017

20171001_103057

Iniziamo questo soleggiato mese di ottobre con un buon tè, davvero ottimo.

Anche i lettori sono golosi, perlomeno io lo sono, amo sorseggiare del buon tè mentre leggo un libro, specie nelle giornate di pioggia c’è un mood tutto particolare.

Il tè di oggi che ho avuto modo di assaggiare e degustare è l’ English Rose tè nero sempre della famiglia dei tè neri che abbiamo conosciuto la scorsa volta. Sono tè robusti, decisi, energizzanti adatti alla prima colazione. Dal profumo intenso e dall’aroma particolare.

English Rose Té neroL’ English Rose tè nero è un tè pregiato e nello stesso tempo delicato, molto femminile. Costa € 5,90 all’etto. E’ composto da una miscela di tè neri di Ceylon e Darjeeling con petali di rosa e di girasole, scorza d’arancia, pezzetti di vaniglia, impreziosita con aromi di frutta. Un bouquet molto raffinato che soddisferà anche i consumatori di tè più esigenti.

L’ English Rose tè nero è un tè in cui sono presenti profumatissimi petali di rosa, che ne determinano l’aroma inconfondibile e prevalente. Il sapore è dolce, fruttato, se volete abituarvi gradualmente a bere un tè non dolcificato questo è l’ideale.

E’ un tè chiaro tra i tè neri, dal colorito caldo, giallo dorato. E’ un tè aromatico intensamente profumato sia fresco che in tazza. Una volta bevuto lascia un persistente e piacevole sapore fruttato in bocca. Anche se non amate gli intensi tè neri questo è molto delicato, lo troverete altrettanto gradevole di tè più morbidi.

Preparazione, tempi e dosi

Per la preparazione del English Rose tè nero è consigliato portare l’acqua a una temperatura di 95 °. (Spegnete il fuoco un  attimo prima della piena bollitura).

Dosi consigliate: 1 cucchiaino di tè per tazza, uno per la teiera.

Tempo di infusione: dai 3 ai 4 minuti (un segreto, se lo volete più carico non aumentate i tempi di infusione, ma maggiorate la quantità di tè).

Per la preparazione di un’ ottimo tè e la conservazione del tè rimando al post precedente: qui

Per l’acquisto, troverete qui la pagina dedicata da PETER’S TeaHouse a questo tè.

Consiglio goloso

English Rose tè nero lo consiglio con i Cantuccini toscani fatti in casa (biscotti alle mandorle), il sapore della mandorla si abbina in modo delizioso all’essenza di rosa.

Per la preparazione, (sono facilissimi da preparare) li ha fatti mio fratello seguendo una ricetta molto semplice (li potete vedere qui in foto) per renderli più delicati ha evitato di spennellarli di crema d’uovo (assumerebbero un colorito più giallo) invece sono al naturale.

1 biscotti

Cantuccini di Prato: “Cucina toscana”, Guido Pedrittoni, Giunti 2003, pag. 134

Disponete la farina a fontana sulla spianatoia, setacciatela insieme al bicarbonato. Unitevi progressivamente lo zucchero, un pizzico di sale, la buccia di arancia senza la parte bianca, i semi di anice e le mandorle intere: rompete due uova e impastate con cura, aggiungendo un po’ di latte (noi usiamo quello di soia) se il composto fosse troppo asciutto. Modellate quindi 3 filoncini grossi come due dita, disponeteli sulla piastra del forno unta di burro e spennellateli con il tuorlo dell’uovo (noi non l’abbiamo fatto) che avete tenuto da parte. Poi infornateli per ¼ d’ora a 190 ° C e quindi tagliateli in obliquo ottenendo la classica forma dei cantuccini. Infine ripassateli in forno per 5 minuti.

Ingredienti:

300 g di farina di frumento, 200 g di zucchero, 100 gr di mandorle dolci sgusciate, 3 uova, 1 cucchino di buccia d’arancia grattugiata, 1 cucchino di semi d’anice, latte, 1 pizzico di bicarbonato, 1 pizzico di sale, burro per la piazza del forno.

Curiosità letteraria

Si beve tè anche nei libri, molti scrittori sono insospettabili cultori di questo piccolo rito, oggi vi parlo dell‘ inglese Lewis Carroll, nel suo celeberrimo Le avventure d’Alice nel paese delle meraviglie il capitolo VII è tutto dedicato alla cerimonia del tè, per quanto bislacca e singolare, si intitola Un tè di matti e vede protagonisti la Lepre-marzolina, Alice e il Cappellaio Matto.

tè di matti

Vignette di Giovanni Tenniel edizione Mcmillan e co 1872

Tè del mondo

Oggi vi parlo del tè turco, o çay (pronunciato chai) in lingua turca. Forse non tutti sanno ma la Turchia è un grande esportatore, e produttore di tè, soprattutto nero, ma ne esistono anche altre qualità come il tè verde, alla mela, o l’ earl grey. Il tè si può dire ha un vero valore culturale e simbolico, ed è la vera bevanda tradizionale di questo paese forse più ancora del caffè. Se ne beve davvero tanto, in tutte le ore del giorno. Servire il tè agli ospiti fa parte del cerimoniale legato all’ospitalità e all’amicizia.

Il tè turco è un tè forte, carico, prodotto quasi esclusivamente sulla costa orientale del mar Nero. Anche la sua preparazione avviene in modo tradizionale, viene utilizzato una teiera solitamente di alluminio, ma ce ne sono di ceramica, smalto, vetro, peltro, rame, composta da due teiere messe una sull’altra chiamate çaydanlık.

Nella teiera più piccola, messa in cima, lontana dal fuoco, dove si sprigionerà il vapore, viene messo in infusione il tè sfuso in foglie. Dopo un’ infusione di 20 minuti è pronto. Viene così prodotto un tè molto forte, che può essere diluito con l’acqua della seconda teiera a seconda del gusto. Il colore del tè così ottenuto è di un rosso molto intenso.

Il tè viene servito in appositi bicchieri di vetro a forma di piccoli tulipani, molto caldo con due zollette di zucchero (a volte non dolcificato) e senza latte o limone. Per la pulizia delle teiere ci sono modi naturali e molto efficaci.

Per rimuovere il calcare per esempio è sconsigliato usare detersivi o prodotti chimici, basta riempire le teiere d’acqua e farle bollire con del succo di limone. O se no lasciarle una notte riempite d’aceto. Al mattino scolarle e aggiungere del bicarbonato.

E ora veniamo al mio consiglio di lettura:

English Rose tè nero è perfetto leggendo Il morto in piazza di Ben Pastor. Martin Bora sono certa predilige il tè inglese, e raffinato e colto come è sicuramente ama la cerimonia del tè. Abbino questo tè a questo libro per addolcire le asprezze della vita con una nota fruttata.

Source libro: acquisto personale.

Source tè: campione omaggio gentilmente inviato da PETER’S TeaHouse, ringraziamo Mattia dell’ ufficio marketing.

:: I piccoli fuochi, Ben Pastor (Sellerio, 2016)

20 dicembre 2016
6647-3

Clicca sulla cover per l’acquisto

Francia occupata, autunno 1940.
Proseguono le indagini di Martin Bora, ufficiale della Wehrmacht, prestato al Abwehr, servizio di controspionaggio militare del Terzo Reich. Personaggio complesso, creato dalla scrittrice italiana, naturalizzata americana, Ben Pastor, di cui in questa avventura conosceremo nuove sfumature e sfaccettature.
L’ordine non cronologico delle storie ci permette infatti di andare avanti e indietro nel tempo, sempre nel lasso temporale che vide l’Europa trasformarsi in un cumulo di macerie durante la Seconda Guerra Mondiale, e questa volta ci consente di approfondire la psicologia giovanile di Bora, ancora non temprata da anni e anni di guerra, sempre combattuta sul fronte interno, a indagare su singoli delitti, che quasi svaniscono sullo sfondo dei milioni di morti della guerra vera, quella di trincea, quella del deserto dell’Africa, o dello sconfinato e gelido fronte russo.
Ma le storie di Ben Pastor più che essere storie belliche di grandi battaglie militari sono storie di personaggi, di tormenti interiori, di battaglie etiche e morali per la maggior parte combattute nell’animo del protagonista, Martin Bora, di cui, anche grazie all’espediente interno della scrittura del diario, stiamo imparando a conoscere ogni piega, anche la più nascosta e poco marziale.
Dopo aver recensito Il cielo di stagno, Luna bugiarda, La strada per Itaca, e Kaputt Mundi, è la volta di I piccoli fuochi (The Little Fires, 2016) edito sempre da Sellerio e tradotto dall’inglese da Luigi Sanvito.
Credo che i romanzi di Ben Pastor creino dipendenza, e soprattutto si fanno rileggere sempre con vivo interesse data la complessità che racchiudono, che non si esaurisce con la classica scoperta del colpevole.
Finita la lettura de I piccoli fuochi, già mi chiedo quale sarà il prossimo, quale periodo tratterà quasi con la lente di ingrandimento sempre sviluppando l’evolversi del personaggio, cosa non facile se consideriamo appunto che va avanti e indietro nel tempo, creando uno svolgimento in fieri, di stampo sperimentale. Un gioco che si presta a nuove revisioni e approfondimenti e se vogliamo adeguamenti per omogeneizzare le trame passate a quelle presenti.
Questo sforzo narrativo, sempre sul filo teso del funambolo, credo faccia dei Ben Pastor una degli autori più interessanti e originali del panorama contemporaneo, sia italiano, che straniero, considerata anche la sua peculiarità di essere a cavallo dei due mondi. Ciò che colpisce, in modo netto e vivido, è la grande verosimiglianza psicologica del protagonista, che forse solo chi ha vissuto con un militare può percepire pienamente in tutta la sua portata.
Niente è trattato con leggerezza o superficialità, e questa è senz’altro la parte che maggiormente apprezzo, che quasi relega a una dimensione incidentale la parte poliziesca della trama. Sì, certo ci sono delitti, ci sono indagini, più o meno ostacolate, ci sono i colpevoli, ma soprattutto ci sono i luoghi, le atmosfere, le ricostruzioni minuziose, e certosine, e lo studio dei caratteri, dei personaggi, che fanno dei suoi romanzi non mera letteratura gialla, alla maniera classica.
Non che sia facile leggere i suoi libri, ho perso il filo parecchie volte, un po’ perché la vita di tutti i giorni ci assorbe, e i suoi libri sarebbe meglio leggerli quando si ha tempo continuativo da dedicargli. Magari in queste vacanze di Natale, perché no. Ho forse divagato troppo scrivendo questa recensione, tralasciando la trama, ma cercherò di rimediare, senza dare troppe indicazioni su chi possa essere l’assassino o gli assassini.
Dunque Bora è a Parigi, sulla strada per il quartier generale dell’ Abwehr su boulevard Raspail, in arrivo dalla Germania. Ad accoglierlo, in modo quasi dimesso, la Francia occupata dell’ottobre del 1940. Molto diversa dalla Parigi gioiosa della sua giovinezza cosmopolita.
La missione che lo porta a Parigi è da lui definita di routine, di mera sorveglianza. Deve pedinare Ernst Junger, capitano dell’esercito e famoso scrittore dell’epoca, inviso al regime hitleriano. Missione che accetta quasi controvoglia, per l’autentica ammirazione che prova per Der Krieger, (Il Guerriero), begnamino tra gli eroi della Grande Guerra.
Ma per spirito di dovere, e stanca accettazione, è lì a Parigi, senza avere ben chiara l’idea di cosa consistano davvero i suoi compiti: mera sorveglianza, raccolta di indizi, tentativo di screditarlo e ucciderlo, per lo meno socialmente?
Il primo che incontra è il colonnello dell’Abwehr Hans Kinzel, sempre in abiti civili, che lo aspetta in una libreria, e al quale dovrà riferire per tutta l’indagine, alla quale si aggiunge una missione, questa puramente investigativa, sull’omicidio della moglie bretone del commodoro della Marina Militare Arno Hansen-Jacobi, il brutto incidente di Landernau.
Prima di lasciare Parigi per la Bretagna (dove anche Junger sembra essersi rifugiato) Bora incontra un misterioso polacco (terza indagine che dovrà seguire, anche se questa più sfumata), Zawadski, rigattiere proprietario di un negozio di Strumenti d’epoca, brocantage e spartiti che gli parlerà dei fatti di Katyń.
Tanti sono i piccoli fuochi che Bora incontrerà sul suo cammino, non ve li cito, vi lascio il piacere di scoprirli durante la lettura, posso invece dire che in questo romanzo la Pastor sperimenta anche nuove vie narrative, utilizzando sfumature horror, (L’uomo di Mont Velerien giaceva nella fossa, con barba e le unghie che crescevano ancora), una punta di sovrannaturale, con gli inspiegabili rumori notturni a Les Trepasses, tra leggende bretoni, e mitologia, e una più forte connotazione erotica, specie nelle scene che vedono Bora e la cantante Mome Chouette, (al secolo Nadine Lisieux, cantante di Cabaret e informatrice della Gestapo), protagonisti.
Che dire d’altro, dicevo che sono romanzi che creano dipendenza, e io infatti, con ancora l’eco dei mondi creati da questo romanzo, aspetto il prossimo. Buona lettura.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014) e Kaputt Mundi (2015).

Nota: In copertina Acquarello e gouache su carta di Aleksandr Deineka 1934 (particolare). Collezione privata.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Kaputt Mundi, Ben Pastor (Sellerio, 2015)

22 gennaio 2016
Copertina Ben pastor

Clicca sulla cover per l’acquisto

Kaputt Mundi, (Kaputt Mundi, 2002), di Ben Pastor uscì in edizione italiana nel 2003, ormai 13 anni fa, per Hobby & Work Publishing tradotto da Paola Bonini. Terzo romanzo in ordine di scrittura, in realtà cronologicamente situato ben dopo La canzone del cavaliere, Il signore delle cento ossa, Lumen, Il cielo di stagno, Luna bugiarda, e The Little Fires appena terminato in inglese, attualmente in fase di traduzione in italiano, (la pubblicazione da noi è prevista per la tarda primavera o l’estate di quest’anno), Kaputt Mundi si colloca in un punto di svolta della vita del maggiore Martin Bora, appena promosso tenente colonnello, e del volgere della Seconda Guerra Mondiale, verso una inevitabile e tragica disfatta tedesca.
Seguiranno Il morto in piazza e La Venere di Salò e i prossimi romanzi che ci porteranno a scoprire il destino dell’ ufficiale della Wehrmacht liberamente ispirato alla figura reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg. Ora l’autrice sembra più interessata al passato del suo personaggio, tanto che il suo nuovo romanzo è ambientato in Bretagna nel 1940, (indipendentisti bretoni, preti in odore di satanismo, marinai, latifondisti, povera e umile gente…). Kaputt Mundi invece è ambientato a Roma tra l’8 gennaio del 1944 e il 4 giugno dello stesso anno. La nuova edizione di Sellerio oltre ad avere lo stesso precedente traduttore, Paola Bonini, presenta alcune modifiche del testo, qualche correzione e molte parti nuove che ne aumentano la lunghezza.
Per prima cosa penso sia giusta una precisazione: le vittime dell’attentato di Via Rasella appartenevano al Polizeiregiment “Bozen” (Reggimento di polizia “Bolzano”) i soldati erano altoatesini mentre ufficiali e sottoufficiali erano tedeschi. L’autrice è perfettamente a conoscenza di questo fatto, ma per motivi artistici e narrativi trasforma questo reggimento in un manipolo di SS. Detto questo, che sottolinea quanto un romanzo si discosti inevitabilmente dalla realtà, va comunque sottolineata la precisa e attenta ricostruzione storica a cui la Pastor ha dedicato una certosina cura dei particolari, dalle marche di medicine, al titolo delle riviste, alle canzoni che si sentivano per radio.
I ritratti dei personaggi realmente esistiti (c’è pure una fugace apparizione di Erich Priebke) si confondono con i ritratti dei personaggi di pura invenzione e a entrambi l’autrice dedica la stessa profondità e coerenza narrativa, sebbene su tutti spicchi il protagonista, Martin Bora, per il quale è molto difficile non provare empatia. L’affresco corale è omogeneo e vivido e impreziosito dal clima che realmente si visse a Roma in quei mesi di occupazione nazista,emerso probabilmente dai racconti familiari che l’autrice poté ascoltare, oltre che dalla documentazione in suo possesso.
In sottofondo due indagini poliziesche: una per scoprire il reale svolgersi delle ultime ore di Magda Reiner, un’addetta dell’Ambasciata tedesca, precipitata dalla finestra della sua abitazione, una per scoprire cosa si cela dietro la morte del cardinale tedesco Hohmann e della nobildonna Martina Fonseca. Tutto precipita, ma a Bora interessa solo scoprire la verità, unica consolazione in uno scenario desolante e desolato di violenza che non abbraccia nè condivide, in cui il destino non sembra risparmiagli nulla: l’abbandono della adorata Dikta, una nuova operazione al braccio menomato, il definitivo addio a donna Maria e all’amico ispettore Guidi, il fronte e la morte che sembra attenderlo a breve.
Romanzo di una bellezza melanconica e struggente, Kaputt Mundi è capace di affrontare una pagina della storia italiana (l’attentato di via Rasella a cui seguì, per rappresaglia, l’eccidio delle Fosse Ardeatine)con rigore e serietà storica e nello steso tempo parlandoci dei sentimenti e delle anime di coloro che vi parteciparono. E poi Roma è un altro personaggio accostabile ai bellissimi personaggi femminili che compaiono nel racconto dalla signora Murphy (di cui Bora si innamora), a Francesca, alla signora Carmela, alla prostituta romana Pompilia, pettegola ma capace di riservare sorprese, alla madre di Francesca e a Donna Maria, una madre per Bora.
Oltre alle pagine dedicate all’occupazione, alla vita sfavillante fatta di feste e mondanità degli occupanti negli alberghi del centro, si contrappongono pagine in cui vengono descritti il razionamento e le privazioni della popolazione, e le brutalità nelle carceri. E in questo clima una spia in cambio di denaro denuncia gli ebrei della capitale ancora nascosti destinandoli alla deportazione e alla morte.
Se Bora rappresenta la coscienza di un popolo, quello tedesco di fronte alla barbarie nazista, lo fa senza dubbio con caratteristiche peculiari sue proprie: Bora ama l’arte, la musica, si commuove per la bellezza di Roma dalla quale a malincuore si allontana all’arrivo degli americani, prova tenerezza, lealtà, è capace di vera amicizia pur non sottraendosi ai suoi obblighi di militare, quando nelle ultime ore si dedica allo smantellamento e alla distruzione di edifici e postazioni militari, o quando è costretto a uccidere. Fa riavere alla Croce Rossa derrate di latte in polvere per i bambini, fa liberare senza ammetterlo il professore Maiuli, cerca di fare di tutto per sottrarre Foà a Keppler, e si adopera in tutti i modi pronto ad essere catturato e ucciso per neutralizzare la spia che si appresta a denunciare alla Gestapo gli ebrei di Roma.
Riuscirà a coronare il suo sogno d’amore con la signora Murphy? Glielo auguriamo, curiosi di scoprire quale sarà il suo destino, probabilmente diverso da quello di Claus Schenk von Stauffenberg.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013) La strada per Itaca (2014).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Ben Pastor a cura di Viviana Filippini

21 maggio 2013

stagnoCiao Ben piacere averti qui a Liberi di Scrivere e per aver risposto alle domande riguardanti Il cielo di stagno, il tuo ultimo romanzo edito da Sellerio con protagonista  Martin Bora.
Il “ciclo Bora” ricopre un arco temporale di otto anni, dal 1936 al 1944, oltre ad essere identificati come romanzi gialli e storici, queste opere possono essere viste come una sorta di romanzo di formazione a puntate?

Re:Ottima domanda. Tradizionalmente, il Bildungsroman è una storia di crescita e formazione. Ho avuto occasione di osservare che nel caso di Martin Bora si tratta in un certo senso di un romanzo di “deformazione” ideologica (la fascinazione di quella generazione per le dittature), che nel corso degli anni di guerra porta un uomo sensibile a ricredersi. Ed è vero che, mentre ogni romanzo è autonomo e può leggersi slegato da tutti gli altri, è pure parte di una progressione che vuole restituire un quadro completo sia delle vicende personali che di quelle storiche intorno al protagonista. In questo senso, serve anche da – spero piacevole – corso di aggiornamento nella storia di quegli anni.

Quanto tempo ci metti di solito a recuperare tutte le informazioni necessarie per la ricostruzione del contesto  storico di ambientazione?

Re:La seconda guerra mondiale ha avuto il privilegio di una forte copertura saggistica, nonché romanzata. Cercare le fonti per episodi meno noti ma coinvolgenti, da usare come contesto per le investigazioni di Bora, richiede pazienza e mesi di lavoro, quando non anche anni. Alcuni romanzi esigono una gestazione piuttosto lunga, al punto che a volte lavoro ad un dato romanzo mentre continuo a raccogliere fonti primarie e secondarie per un altro, che si svolge in un diverso luogo e momento del conflitto. L’apertura degli archivi russi, un nuovo interesse per gli ex-territori tedeschi e le biografie individuali dell’epoca permettono di spaziare attraverso utilissimi testi e immagini sul Web, e non solo.

Come mai hai scelto di ambientare il ciclo giallo con protagonista Martin Bora  proprio durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale?

Re: Studs Terkel ha definito il secondo conflitto mondiale “the Good War”. Con questo intende che da una parte e dall’altra ci fu generalmente consenso per gli interessi e idealità che scatenarono e portarono avanti l’immane disastro. Intervistando veterani alleati e tedeschi anni fa, mi sono resa conto di come per molti di loro, nonostante perdite e sacrifici, il periodo della guerra restasse importante, perfino esaltante. Mi è sembrato perciò una buona idea ambientare una serie di detection proprio in questo periodo tragico e appassionato. È un po’ la storia della Grande Balena, che – vedi Melville – permette e sottintende un ampio affresco narrativo.

La figura di Bora è parzialmente ispirata a quella reale del colonnello Claus Schenk von Stauffenberg, noto per aver organizzato il famoso attentato ad Hitler. Cosa hai messo in Bora del colonnello realmente vissuto?

Re: Stauffenberg, eroe del fronte e della resistenza antinazista all’interno dell’esercito tedesco, è tuttora un personaggio controverso in Germania. Ufficialmente gli si intitolano strade e monumenti, ma la questione dell’omicidio politico resta scomoda per molti. Come lui, Bora è aristocratico, cattolico, colto, valoroso. Però, diversamente da Stauffenberg, che lavorava per lo Stato Maggiore, Bora è un ufficiale del controspionaggio: ha conoscenze diverse e frequenta ambienti militari contigui ma non identici. La sua scelta di opporsi al Male prende una piega differente da quella degli attentatori del 20 luglio 1944: è meno eclatante ma altrettanto (se non più) efficace, estesa nel tempo, direi quotidiana. Non a caso Bora discende da una famiglia di diplomatici, e ha molto in comune con i Giusti, quali Schindler e Perlasca.

Il protagonista  non è un vero e proprio detective perché è un militare dell’esercito,  ma cosa determina in lui l’istinto dell’investigatore?

Re:  Anche se Heidegger (le cui lezioni Bora ascolta a Friburgo nel 1923) ha delle riserve sulla curiosità, che considera un’attitudine incapace di vero approfondimento, è proprio questo istinto avventuroso di ricerca ed esplorazione che guida il protagonista verso la detection. Sembrerebbe strano che un soldato in piena guerra voglia risolvere casi individuali di omicidio, eppure la giustizia non cessa di esistere sotto le bombe, e il sangue delle vittime chiede di essere ascoltato. Da ufficiale addestrato nello spionaggio militare, Bora ha la preparazione e il fiuto necessari all’investigazione, senza contare la spregiudicatezza che gli viene dall’ambito dei Servizi.

Cosa determinano le esperienze belliche vissute da Martin Bora sul suo essere uomo e soldato ?

Re: Chi ha conosciuto la generazione di quanti, come soldati, come civili e anche come vittime, hanno vissuto la guerra, sa che nulla per loro restò uguale a prima del conflitto. Dell’11 settembre gli americani dicono che “Nothing was the same anymore”. Immaginiamo quello che davvero significa avere perso tutto, dai propri cari agli oggetti quotidiani, dalla casa alla sicurezza lavorativa, dalla salute alla giovinezza. Immaginiamo di avere intorno solo rovine, o neanche quelle, e neanche una tomba su cui piangere. Pur nei suoi privilegi di famiglia e di grado, Martin Bora non è affatto risparmiato dalla guerra: ferite, la perdita dell’unico fratello, l’abbandono della moglie necessariamente ne intaccano le certezze e ne riplasmano profondamente il corpo e l’anima. Eppure il suo coraggio come soldato e la sua pietas come uomo non vengono mai meno: mi pare che sia questa la cifra del suo valore come individuo.

Le due vittime della storia appartengono all’Armata Rossa e le circostanze del loro decesso sono avvolte dal mistero, cosa spinge i superiori di Bora ad affidargli l’indagine per scoprire come  Platonov e Tibyetskji sono morti?

Re: Ne Il cielo di stagno le due vittime eccellenti sono alti ufficiali dell’Armata Rossa, quindi nemici giurati della Germania. Tuttavia, a parte l’imbarazzo di averli “perduti” mentre erano prigionieri di guerra, resta il dilemma di come ciò sia stato possibile. Chi meglio di un ufficiale dei Servizi, per di più provetto interrogatore e conoscitore del russo, per indagare sulla faccenda? Si potrebbe dire che in questo caso i comandanti di Bora preferiscono lavare i panni sporchi in casa propria, anche per l’annosa divergenza esistente tra l’Abwehr di Canaris (che fu impiccato in campo di concentramento nel 1945) e il servizio segreto delle SS.

Di solito in base a cosa scegli il titolo da dare al libro e che significato ha Il cielo di stagno del tuo ultimo romanzo?

Re: La faccenda dei titoli è interessante, perché in modo paradossale alcuni precedono la stesura dei romanzi. Sono un po’ come l’immagine fondativa di cui parlava Faulkner: un germe da cui poi sviluppare una serie di vicende. In altri casi, derivano “naturalmente” dagli eventi narrati, e molto spesso dalla metafora che sottintende il romanzo. Nel caso de Il cielo di stagno, avevo già in mente di usare questo titolo, per la valenza che ha un cielo del colore di un metallo, e soprattutto perché, dopo la vicenda terribile di Stalingrado, la “Città di Stalin (o dell’Acciaio)”, mi sembrava emblematico scegliere un metallo poco costoso come lo stagno, opaco, dal basso punto di fusione.

Questo libro è ambientato nel 1943 dopo la sconfitta di Stalingrado. Cosa ha incrementato questa drammatica disfatta nel morale dell’ufficiale dell’esercito tedesco?

Re:  Contrariamente a quanto si pensa, Stalingrado – città in cui gli assedianti tedeschi divennero assediati e furono poi quasi totalmente annichiliti – non fu il vero giro di boa del Fronte Orientale. Lo sarà sei mesi dopo, nell’estate del 1943, la battaglia di Kursk, in cui la superiorità numerica e tecnologica dei carri armati russi annienterà per sempre le ambizioni hitleriane nell’URSS. Tuttavia fu proprio Stalingrado ad affascinare in senso negativo l’opinione pubblica tedesca. Basti dire che, quando molti soldati stremati combattevano ancora a -30 gradi, la radio ne annunciò la morte eroica in battaglia. Ho conosciuto piloti tedeschi che, comandati di rifornire dall’aria le truppe assediate nella città sul Volga, non avevano altro da paracadutare se non caramelle digestive – a compagni che letteralmente morivano di fame. Rimando al mio racconto “Il giaciglio d’acciaio” (in Natale in Giallo, Sellerio 2011) per l’esperienza di Martin Bora a Stalingrado.

Ciò che colpisce nella narrazione non è solo la minuziosa ricostruzione del fronte bellico, ma anche  della vita nella società civile afflitta  dalla guerra. Perché ha i deciso di inserirla nella narrazione?

Re: Frequentemente i romanzi cosiddetti “di guerra” privilegiano dettagli di tattica, violenza legata ai combattimenti, e l’ambiente rude e spietato dei soldati. Nessuno di questi manca alla serie di Martin Bora, ma ho scelto di dare importanza a tutto quanto circondava le vite degli uomini in divisa: i civili in fuga, le città e i paesi distrutti, il raccolto fallito e il bestiame disperso, ma anche il tentativo di mantenere decenza e pudore nelle circostanze peggiori. In tempo di guerra bordelli, campi di detenzione, ospedali, fattorie, chiese furono sempre e soprattutto luoghi in cui l’umanità si ingegnava a non perdere la speranza. Bora è molto attento a ciò che gli è intorno, e non può non notare i civili cui la guerra è stata imposta: mi sembra importante ricordarlo.

Ne Il cielo di stagno, Martin interagisce con diversi personaggi. Quale è dei comprimari del protagonista quello che ti ha creato maggiori difficoltà durante la fase di scrittura?

Re: Il cielo di stagno vede Bora impegnato a confrontare tipi umani assai diversi. Dai generali nemici al suo giovane attendente ucraino, dai politici in uniforme all’antica amante di suo padre, dagli avversari della Gestapo al medico e al giudice militare che ne condividono la quotidianità. Ognuno di loro è un caso a parte, e la rilevanza che un personaggio ha nel romanzo non diminuisce necessariamente il tempo necessario a disegnarlo in modo credibile. Direi che Larissa Malinovskaya, ex-soprano e vecchia fiamma del padre naturale di Bora, ha richiesto molta attenzione, perché il suo mondo copre diversi decenni di vita russa, dallo zarismo allo stalinismo. Un po’ Mrs Habersham (Grandi speranze), un po’ Nora Desmond (Viale del tramonto), Larissa tiene testa a un ragazzo che potrebbe essere suo nipote, ma ha anche il potere di farla mettere a morte se volesse. Molto intrigante!

Bora è al fronte lontano dalla moglie Benedikta,  volendo potrebbe tradirla in qualsiasi momento, ma le rimane fedele dimostrando una solidità morale forte. Dikta invece è più sfuggente e ambigua,cosa gli nasconde e Bora come riesce ad amarla?

Re: La relazione tra Martin Bora e sua moglie Benedikta, nata fra giovani durante la permissiva Jazz Age, è forse destinata a fallire dall’inizio. Sono troppo diversi, e la passione fisica non può sopravvivere alla lontananza (sia geografica che esistenziale) fra loro. Attraenti, privilegiati, “perfetti”, si sposano immediatamente prima della guerra perché (come dirà Dikta a Roma anni dopo) “allora lo facevano tutti”. Sono e restano soprattutto amanti, ma Bora – cattolico, conservatore e idealista – resiste a ogni tentazione di infedeltà. Per quanto ne so, grazie anche all’occhiuto controllo del patrigno di Bora, il generale Sickingen, Dikta non può fare altro che annoiarsi in assenza del marito. Quello che gli nasconde per almeno tre anni – cosa gravissima ma perfino comprensibile date le circostanze – è che non è più innamorata di lui.

Il cielo di stagno è come permeato da un senso costante di stallo e di sospensione. Che valore ha questo senso di immobilità che mi ha ricordato lo stallo tipico della guerra di trincea del 1914-18?

Re: Ovviamente, ogni volta che un caso criminale deve essere risolto, l’investigatore necessita di un minimo di calma per elaborare le sue teorie. Questo risulta immancabilmente difficile per Martin Bora, dato il suo impegno quasi ininterrotto al fronte dal 1937 (in Spagna) al 1945. Però nei romanzi c’è sempre un momento di respiro, l’attesa di una battaglia importante (Il cielo di stagno) o addirittura del conflitto (Il Signore delle cento ossa), o lo stallo attonito in una “città aperta” come Roma (Kaputt Mundi). La seconda guerra mondiale non fu conflitto di trincea come la Grande Guerra, eppure vi furono periodi di stasi, come la cosiddetta “Phony War” (ottobre 1939-marzo 1940) dopo l’invasione della Polonia, e i quasi cinque mesi di preparazione prima della battaglia di Kursk in Ucraina. Sono spazi cronologici in cui un investigatore “per caso” come Martin Bora può portare a termine le sue indagini con successo.

Se si facesse un adattamento cinematografico con protagonista Martin Bora, quale attore vedresti bene  nei panni del tuo personaggio?

Re:Ah, come dare un volto e una voce a un personaggio letterario? Ognuno di noi ha  immaginato Anna Karenina o James Bond a modo suo, anche a dispetto delle descrizioni fornite dai loro creatori. Fa parte del godimento della lettura, quello di formarsi un’immagine interna tutta propria dei protagonisti. Basti dire che Ian Fleming aveva in mente Alec Guinness quando disegnò 007 – il contrario esatto di Sean Connery o Daniel Craig! Fatta salva la statura e il colore di occhi e capelli, Bora è un po’ come chi legge se lo vede davanti. Nei romanzi si osserva che somiglia ai fratelli Stauffenberg, che ha l’aspetto severo e alza raramente la voce: quanto al resto, è giusto che ognuno lo senta proprio, immaginandolo come il proprio beniamino cinematografico. Non ravvedo fra i famosi attori contemporanei alcuno che somigli all’idea che io ho di Bora. La sua è un’avvenenza maschile di altri tempi. Però nel booktrailer de Il cielo di stagno sul Web gli ho dato gli occhi di Montgomery Clift agli inizi della sua carriera: forse lo sguardo più profondo e sensibile che Hollywood avesse all’epoca….

Potresti dirci  a cosa stai lavorando adesso?

Re:Fedele alla mia infedeltà alla progressione cronologica dei romanzi, sto lavorando al prossimo episodio nella saga di Bora, che tuttavia si svolge due anni esatti prima de Il cielo di stagno. Infatti siamo a Creta nella tarda primavera del 1941, a ridosso dell’invasione dell’isola da parte delle truppe aviotrasportate tedesche. Bora, di servizio all’ambasciata del Reich a Mosca, vi capita con un compito apparentemente mondano (assicurare alcolici nientemeno per Lavrenty Beria, l’anima nera dietro le Grandi Purghe staliniane). Naturalmente, un crimine imprevisto ne prolungherà la presenza creando pericoli e complicazioni. E se Martin rivestirà il ruolo insolito di Teseo nel labirinto, resterà da vedere se avrà accanto un’Arianna disposta a cedergli il filo salvatore!

Ringraziandoti per la tua disponibilità, Ben ho ancora una curiosità. Quale è il libro che hai letto che ti ha più colpito e perché lo consiglieresti ai noi lettori?

Re: Se dovessi fare un elenco dei saggi e dei romanzi che mi hanno non solo colpito profondamente, ma anche aiutato a crescere come persona, la lista sarebbe molto lunga. Mi limito a citare un saggio e un romanzo, per i motivi che dirò. Tra i saggi, sicuramente il primo posto va a Walden, o Vita nei boschi, del trascendentalista americano Henry David Thoreau (1817-1862). Apparentemente, l’opera racconta la sua esperienza biennale in una piccola capanna sulle rive del lago Walden in Massachusetts, attraverso le stagioni e insieme agli amati Classici. In realtà è il manifesto fondativo dell’ecologia, della conservazione, della critica al capitalismo sfrenato. L’autore di Disobbedienza civile mi ha folgorato con due osservazioni: Semplifica! e Si è ricchi in misura delle cose di cui si può fare a meno. Rileggo Walden almeno una volta all’anno, e lo suggerisco caldamente.
Tra i molti, moltissimi romanzi di autori internazionali vecchi e nuovi che mi sono cari, devo dare precedenza a Moby Dick di Herman Melville (1819-1891). Ancora una volta, all’apparenza si tratta di un romanzo di avventure marinare, in cui il capitano Achab si ostina fino alla perdizione a inseguire la balena bianca che gli ha mutilato una gamba. La verità è che Moby Dick è una metafora di vita interiore, lucida follia, spietatezza eppure amore per la vita segreta di uomini incolti e taciturni, come pure delle creature del mare. Dal punto di vista narrativo e tecnico, poi, il romanzo non conosce quasi rivali, tranne forse Song of Solomon della grande Toni Morrison. Chiunque ami leggere o scrivere deve partire da qui!

:: Un’ intervista con Ben Pastor

29 agosto 2012

Benvenuta, Ben, su Liberi di Scrivere e grazie per aver accettato questa mia intervista. Raccontaci qualcosa di te. Chi è Ben Pastor? Punti di forza e di debolezza.

Grazie dell’invito. Personalmente, parto dal principio che chi scrive è nel bene e nel male rappresentato dal proprio lavoro, e che le sue forze e debolezze si intuiscono nel lavoro stesso. Interessi, affetti, paure, preoccupazioni, desideri vengono metabolizzati o sublimati in questo modo: leggere un romanzo è conoscere chi l’ha ideato. Confronto alle storie dei miei personaggi, la mia vita è del tutto banale!

Parlaci della tua infanzia, dei tuoi studi, dei luoghi in cui hai vissuto.

Come sopra. Un’infanzia tipica degli anni ’50 e ’60, in un’Italia che cambiava rapidamente. Padre medico, madre che era stata giornalista e scrittrice. Studi classici, che hanno continuato a formarmi ed affascinarmi, e di cui non sarò mai abbastanza grata ai miei genitori. Sono stata sposata per molti anni con un ufficiale dell’Aviazione americana e ho una figlia, Alexandra detta Alex. Ho vissuto in provincia di Roma, nel Friuli, e poi nell’Illinois, nel Texas, nell’Ohio e nel Vermont; risiedo parte dell’anno negli USA e parte nell’Oltrepo pavese. Per me l’importante, psicologicamente è avere un confine vicino.

Scrittrice italiana naturalizzata statunitense. Perché questa scelta? È stata una scelta d’amore?

Mi sembra che tutte le vere scelte volontarie siano nel nocciolo scelte d’amore per qualcosa o qualcuno, dalla fuga romantica all’emigrazione al tranquillo e cortese passo avanti che fece il conte Beauharnais (“Perdonatemi, madame, è la prima volta che vi passo avanti”) quando si offrì alla ghigliottina per salvare l’ex-moglie, poi imperatrice di Francia, Giuseppina. Senza essere così drammatici, sono andata negli Stati Uniti sia perché ero sposata con un americano, sia perché a ventiquattro anni l’avventura sembrava stupenda.

Come è nato il tuo amore per la letteratura e per la scrittura in particolare?

Direi che sono prima di tutto una lettrice. Proprio la passione per la lettura, insieme all’esempio materno, mi ha portato a scrivere. Ho cominciato a scrivere quel che mi sarebbe interessato leggere, e che non trovavo necessariamente in libreria o in biblioteca.

Quali sono stati gli scrittori che hai più amato durante i tuoi anni formativi e che inevitabilmente poi dopo hanno influenzato il tuo lavoro di scrittrice?

Fortunatamente a casa c’era una vasta biblioteca (mia sorella e io facevamo il picnic in cima a uno degli scaffali). Le mie prime letture sono state quelle dei ragazzi della mia generazione, dal Corriere dei Piccoli (Mino Milani illustrato da Uggeri e Sergio Toppi!) a Calvino e ai classici della letteratura giovanile della generazione prima della nostra (De Amicis, Wamba, i Grimm, tutta la Alcott, Walter Scott, Stevenson, Salgari, Andersen, Twain…). Ben presto ho cominciato a leggere anche romanzi per adulti — i grandi italiani, i francesi, i russi, gli spagnoli, gli anglosassoni: da Verga a Pirandello alla Serao e alla Deledda, da Bassani a Pasolini; da Balzac e Zola a Mallarmé e de Maupassant; da Cechov e Tolstoj a Lermontov, Gorky e Dostoyevsky; da Cervantes a Lorca a Blasco Ibanez; da Dickens a Melville a Emily Dickinson, da Caldwell ed Heminway a Stephen Crane. Non sempre le traduzioni erano all’altezza dell’originale, come poi ho scoperto, ma la formazione è stata ampia e utilissima. Non posso raccomandare abbastanza la frequentazione di questi autori!

Hai esordito scrivendo racconti per le principali riviste americane di letteratura poliziesca tra cui Alfred Hitchcock’s Magazine, The Strand Magazine e Ellery Queen’s Mystery Magazine. Il racconto è un genere difficilissimo da scrivere, e anche un po’ sottovalutato. Come nascono i tuoi racconti? Parlaci del passaggio tra l’idea e la stesura del testo.

È vero, il racconto sembra passato di moda in Italia, chissà perché. Per fortuna nei Paesi anglosassoni è ancora un genere rispettato e seguito, tanto che lo ospitano riviste di ogni tipo; inoltre, l’esistenza di riviste accademiche e letterarie di grande circolazione favorisce la coltivazione della storia breve come esercizio di inventiva e di stile. Ho spesso partecipato e sono stata pubblicata anche nell’ambito di concorsi stilistici sulla scrittura “minima”: un racconto in cento parole, per esempio. Quello sì che costituisce una prova di disciplina e stringatezza! Non so se sia più difficile scrivere un racconto o un romanzo: richiedono un lavoro diverso, ecco tutto. I pericoli insiti nei due generi sono pure diversi e speculari: nel caso del racconto, si può cadere nella banalità compiaciuta (ciò che gli americani definiscono “Who cares?”), mentre un romanzo rischia di venire abbondantemente annacquato da ripetizioni o elementi estranei per aumentarne la foliazione. In entrambi i casi, poi, il pericolo maggiore è, secondo me, l’autobiografismo — peggio se di tipo terapeutico.
Per quel che mi riguarda, il racconto deve avere un’idea forte e un perché. Spesso nasce da un’immagine che implica un significato (le strade diritte della Prussia Orientale ne Il giaciglio d’acciaio, per esempio, o la teiera vittoriana a forma di scimmietta in uno dei racconti per lo Strand). Per il resto, il suo andamento deve essere proporzionale alla lunghezza, dato che può variare da quattro-cinque pagine a trenta e più. Nel dubbio, tagliare piuttosto che aggiungere, raffinare verbi e sostantivi per ridurre al minimo gli avverbi (specie in italiano, dove i “-mente” moltiplicati appesantiscono il testo). The proof is in the pudding, dicono gli inglesi: la validità del racconto, come quella di un buon budino, è nel risultato stesso. Dopo un racconto chi legge dovrebbe sentirsi cambiato un po’ dalla lettura stessa: il divertimento o la commozione, il coinvolgimento nei confronti dei personaggi e dell’ambiente dovrebbero arricchirne il bagaglio emotivo.

Alcune scrittrici si lamentano che l’editoria sia in mani maschili, che se sei donna è più difficile pubblicare e farsi conoscere, devi insomma essere brava il doppio di un uomo per avere metà della sua considerazione. Ti riconosci in questa affermazione o pensi che finalmente uomini e donne abbiano le stesse possibilità, sia in Italia che negli Stati Uniti dal tuo punto privilegiato di osservazione, conoscendo entrambe le realtà?

Posso solo parlare della mia esperienza. Il tempo che mi è stato necessario per pubblicare e farmi conoscere non mi sembra essere stato legato al fatto di essere donna. Non credo peraltro che una scrittrice debba essere più capace di un uomo per essere apprezzata. Forse in Italia quel che fa la differenza sono le aderenze politiche, le presenze televisive e mediatiche come sportivi/e o intrattenitori/intrattenitrici… tutte cose che non hanno niente a che vedere con la creatività e che esulano totalmente dall’appartenenza all’uno o all’altro sesso. Da una parte e dall’altra dell’oceano vedo donne che scrivono thrillers e gialli di successo, che vincono prestigiosi premi fino al Nobel. Certo negli USA la grande tradizione femminista ha spianato la via per tre generazioni di donne: in Italia non vedo femminismo, e anzi mi cruccia che tante ragazze sembrino fare a gara per rinforzare gli stereotipi maschilisti. È forse anche la mancanza di un pensiero e di una sorellanza femminista che fa sentire sole tante scrittrici italiane!

Nel 2000 hai pubblicato negli USA Lumen, il primo romanzo della serie poliziesca di Martin Bora, che comprende anche: Luna Bugiarda, Kaputt Mundi, La canzone del cavaliere, Il morto in piazza, La Venere di Salò, La Morte, il Diavolo e Martin Bora e Il signore delle cento ossa. L’ordine cronologico di pubblicazione non corrisponde all’ordine cronologico delle storie. Perché questa scelta così peculiare?

Mi è sempre piaciuto cominciare in medias res, nel mezzo. Una volta che “vedo” un personaggio nel suo mondo, alle prese con la sua vita, ne posso ricostruire il passato: è una specie di chiromanzia al contrario, una lettura di ciò che è stato e che ha formato il protagonista. Il romanzo di formazione implica uno sviluppo della personalità descritta. Nel caso di Martin Bora, che per ragioni storiche si trova a vivere in un mondo dove tutto è in deformazione a causa della guerra, ho la possibilità di sviluppare la personalità del personaggio, che al contrario di quanto accade in molti romanzi di detection non è mai uguale, né si comporta nell’identico modo; ma ho pure l’opportunità di mostrarne il graduale disfacimento delle illusioni (non degli ideali). Poiché ciò che Martin Bora è non è prescindibile dal suo passato e dalla sua educazione, ecco che per “spiegarlo” è utile e necessario fare occasionali passi indietro, presentandolo a chi legge come era qualche anno prima di una data esperienza. Ogni romanzo è indipendente, e – per così dire – gli album di famiglia di Bora possono essere sfogliati indipendentemente, anche in presenza di incidenti irrimediabili come le ferite o la separazione dalla moglie Benedikta.

Seguendo il tuo consiglio, ho seguito l’ordine storico e l’impressione generale è che attraverso gli occhi del protagonista tu voglia delineare un accurato affresco storico molto personale. La parte di detection quanto è complementare? In che misura incide sull’economia dei romanzi?

È vero, insieme all’archeologia, la storia è un mio antico amore. Per quanto possibile, mi interessa raccontare un periodo storico attraverso gli occhi di chi lo vive ed esperisce. Spero che l’aggettivo “personale” sia più giustamente ascrivibile alla visione individuale che ha Martin Bora dei suoi tempi che alla mia: i fatti storici sono e restano tali, anche se ognuno di noi li carica di valenze diverse. Quanto al fattore detection all’interno dei romanzi, costituisce un’utile disciplina formale, ma non cambia il significato che cerco di dare a ogni romanzo; la risoluzione del crimine mi interessa soprattutto in funzione dell’effetto che ha sul protagonista stesso. Ovviamente in un giallo che vuole essere letterario, gli elementi tipici della detection non possono mancare, e occupano spazio: questo deve essere garantito tutto, ma la forma che tale spazio ha può e deve servire anche le esigenze stilistiche della narrazione.

Nell’epigrafe di Il signore delle cento ossa citi Junichiro Tanizaki: Ci rassegniamo all’ombra, invero, e /senza disgusto. E’ la luce fievole? / Lasciamo che il buio ci ingoi e scopriamo in esso la bellezza.  In che misura il buio e la bellezza ti hanno influenzato nella stesura di questo libro?

Ho letto molta poesia, specialmente in passato. Nella buona poesia mi piacciono non solo le immagini, ma anche la concisione estrema e l’eleganza formale con cui sono espresse. Un’enorme lezione per chi scrive romanzi. Gli haiku giapponesi, nella loro brevità, sono esemplari. La bellezza, sia pure intesa in modo quanto mai idiosincratico e individuale (Beauty is in the eye of the beholder, “La bellezza risiede nell’occhio di chi vede…” o, in parole povere, è bello ciò che piace), è necessaria al mondo. La mancanza di bellezza, l’abitudine al brutto, possono uccidere. Quanto al buio, lo apprezzo ma non lo amo particolarmente: amo invece molto la penombra, confine fra luce e buio, in cui scopro la bellezza più prontamente che nell’oscurità completa. Spesso i miei personaggi si muovono nella penombra del dubbio e delle difficili decisioni morali. Nel caso de Il signore delle cento ossa, il giovane Bora crede di muoversi nella luce delle certezze, mentre è già assediato dalla notte della sua scelta politica.

Come sono nate le trame? Quali sono stati i punti di partenza narrativi?

Ogni trama è naturalmente un caso a sé. Di rado mi ispiro a fatti realmente accaduti, tanto più che l’ambiente della Seconda guerra mondiale è di per sé realistico. Spesso, per quel che mi riguarda, la trama nasce da un dialogo (Lumen), da un proverbio (Luna bugiarda), a volte addirittura da un quadro (La Venere di Salò) o da una fotografia (I misteri di Praga) che fungono da metafora: in nuce, la storia vi è contenuta per ragioni di associazione mentale, e poi si tratta di svilupparla in modo credibile, popolandola di personaggi ed episodi. Faulkner parlava dell’immagine a volte apparentemente fuori contesto che lo ispirava a creare: senza paragonarmi a lui, mi riconosco nel fenomeno.

La ricostruzione storica molto accurata è sicuramente la parte che ti ha richiesto più tempo per il reperimento e la selezione delle fonti. Hai proceduto metodologicamente come per la scrittura di un saggio? Puoi raccontarci a quali fonti hai fatto riferimento?

La storiografia sul Secondo conflitto mondiale (come sulla romanità e la Mitteleuropa) è sconfinata. Preferisco le fonti primarie a quelle secondarie, resoconti e diari ai saggi a posteriori; se conosco il linguaggio, scelgo le fonti nell’originale. E poi viaggi, sopralluoghi, cartine, foto, letteratura, musica e arte d’epoca, meglio se originali, e naturalmente i siti internet di buona reputazione. Il bagaglio accademico mi aiuta nella selezione dei testi, anche se fatalmente si finisce col partire per questa o quella tangente a seconda di dove porta la propria curiosità: da questo punto di vista le ricerche per il prossimo romanzo di Elio Sparziano (La traccia del vento, in uscita in Italia a fine ottobre 2012) e di Martin Bora (Il cielo di stagno, in uscita a maggio 2013) sono emblematiche: per il Bora “russo” (che si svolge a Kharkov nel 1943), oltre alle fonti citate sopra mi sono anche affidata a scrittori come Isaak Babel (Armata a cavallo), un ebreo di Odessa che fu intellettuale, rivoluzionario, epurato e fucilato nel giro di ventun anni; per La traccia del vento, che ha come setting la Britannia del Tardo Impero, ho errato dalla Historia Augusta ai diari di viaggiatori nel nord dell’Inghilterra edoardiana…

Sei stata influenzata anche da film, sceneggiati, canzoni d’epoca?

Senza dubbio. Sono un’amante dell’opera e dell’operetta, e in generale della musica, sia classica che popolare. Come il 1914 non è immaginabile senza Strauss, Schoenberg e Stravinsky, così gli anni Quaranta italiani non sono tali se si ignorano film come Giarabub o Ossessione. A volte ci sono citazioni specifiche nel romanzo, da Zarah Leander in Lumen a La strada nel bosco in Luna Bugiarda. D’altra parte, come scrittrice non posso prescindere da film moderni come Apocalypse Now di Coppola, Sentieri Selvaggi (The Searchers) di Ford, e L’ultimo treno di Alexei German. È un patrimonio ricchissimo!

La figura di Martin Bora è liberamente ispirata a Claus von Stauffenberg, il colonnello della Wehrmacht che attentò alla vita di Hitler, e a Oskar Schindler, come citi nella nota finale a Lumen. Come hai costruito il suo personaggio? Che tipo di maturazione e presa di coscienza lo caratterizzano?

Mi faccio scrupolo di usare come protagonisti personaggi realmente vissuti. Se necessario, li faccio apparire come comprimari o comparse. Detto questo, la costruzione del personaggio di Martin Bora deve molto al conte Stauffenberg, come pure a diversi altri ufficiali del circolo degli attentatori. La loro cultura classica e internazionale, le loro idee religiose (protestanti o cattoliche), il milieu sociale da cui provenivano mi hanno dato ampio materiale da cui creare un personaggio composito eppure a se stante, complesso e piuttosto originale. Una volta disegnato il tipo fisico e morale, gli ho attribuito educazione, talento, interessi, esperienze di viaggio. La personalità di Bora è quella di un giovane colto dei suoi tempi, nel quale istinto e repressione, coscienza di classe e pietà umana convivono con molta difficoltà.

La sua anima sarà mai salva?

La questione posta nel poscritto di Lumen è ancora valida: si può salvare l’anima di chi, come Bora, appartiene, sia pure come militare, al mondo del Terzo Reich? Mi sembra che negli otto titoli finora portati a termine Bora abbia dato prova della sua tenuta etica e mentale, anche in circostanze terribili come la guerra civile spagnola o l’assedio di Stalingrado. Ho buone speranze che continuerà, peraltro a suo rischio e pericolo, a percorrere la via retta nonostante gli ostacoli che incontra sul cammino.

Vedremo mai Martin Bora al cinema o alla tv?

Mi farebbe piacere… anche se mi pare di capire che poi si ponga il problema di come il personaggio viene modificato per il grande o piccolo schermo, dalla scelta dell’attore che lo interpreti alle variazioni operate in sceneggiatura. Ci siamo tutti detti spesso: “Bello, ma non somiglia affatto al romanzo…”

Oltre alla serie dedicata a Martin Bora ha avuto grande successo anche la tua serie ambientata nel IV secolo d.C., dedicata al soldato dioclezianeo Elio Spaziano, che comprende: Il ladro d’acqua, La Voce del fuoco e Le Vergini di Pietra. Dalla Germania nazista all’Antica Roma, quali sono state le difficoltà maggiori nel reperire le fonti?

Certo è meno complicato (quantitativamente, non qualitativamente) reperire fonti affidabili per gli anni 40 del Novecento che non per il IV secolo dopo Cristo. In realtà però esiste un’ottima saggistica sul Tardo Impero – o Dominato, come lo definiscono gli studiosi anglosassoni – da cui trarre informazioni. Da esperta di archeologia in diversi contesti di scavo ho il grande vantaggio di poter letteralmente toccare con mano siti e reperti tardoantichi. A volte la difficoltà è legata alla lingua dei testi di ricerca: le mie scarsissime conoscenze di russo e ucraino non mi permettono per esempio di fruire della saggistica di Mosca o Kiev, che devo leggere in traduzione. Fortunatamente me la cavo in quattro altre lingue moderne, più due antiche…

I misteri di Praga e La camera dello scirocco sono un omaggio alla Praga della vigilia della Prima Guerra Mondiale. Cosa ti ha affascinato maggiormente di questo luogo e di questo periodo storico?

Credo di avere essenzialmente un’anima mitteleuropea. Dopo aver vissuto in Friuli, ho cominciato a interessarmi di cultura, arte e letteratura austroungarica: da quello al subire il fascino di Praga, dell’ebraismo dell’Est e della ricca tradizione folkloristica che va da Vienna a Varna, il passo è stato breve. Praga magica di Angelo Maria Ripellino, e poi le opere di Kafka, Meyrink, Jan Neruda, Hrabal, Hacek, Capek, le poesie di Nezval, hanno fatto il resto. I miei viaggi a Praga e in Boemia sono stati compiuti quando già sapevo di dover cercare il Golem nella soffitta della Sinagoga Vecchio-Nuova, e i lacerti della Belle Epoque a Karlovy Vary/Karlsbad. Un’epoca creativa, fragile, appassionata, per sempre stroncata dalle trincee della Grande Guerra.

La tua lingua letteraria è l’inglese, e tua traduttrice ufficiale è Paola Bonini. Hai avuto modo di rileggere le avventure di Martin Bora in italiano? Che sensazioni hai provato?

Paola e io siamo in grande sintonia; la sua sensibilità e cultura sono squisite. Leggere le sue traduzioni dei romanzi di Bora è un piacere e allo stesso tempo una scoperta: rendere immagini, sentimenti, espressioni idiomatiche in una lingua del tutto diversa dall’inglese è un’impresa in cui lei eccelle. Ho il vantaggio naturalmente di parlare italiano, e di poter giudicare da lettrice la qualità della sua traduzione. Questo non è necessariamente vero per le altre lingue in cui sono tradotti i miei romanzi: devo fidarmi ciecamente di chi mi traduce in polacco o ungherese, per esempio!

Hanno annunciato la pubblicazione di The Tin Sky, per il 2013. Ce ne vuoi parlare?

È da parecchio tempo che pianificavo di scrivere dell’esperienza di Bora sul fronte sovietico. Ho cercato di dare un assaggio ai lettori sia attraverso i ricordi del protagonista descritti in altri titoli che nel racconto “Il giaciglio d’acciaio” per l’antologia natalizia di Sellerio Natale in giallo. Il cielo di stagno, ambientato nell’estate del ‘43, intende dare un’immagine del fronte russo piuttosto diversa da quella che conosciamo attraverso la memorialistica (Il sergente nella neve, L’armata tradita, Centomila gavette di ghiaccio). Bora è, sì, reduce da Stalingrado, ed è circondato dalla follia della guerra. Ma si trova nell’assolata Ucraina dove, tanto per cambiare, niente è come sembra, la morte è letteralmente in agguato e il passato è legato al presente in modo imprevedibile. Le ricerche sono state lunghe e complesse, non ultimo perché la storia della “Piccola Russia” negli ultimi quattrocento anni è intrisa di dramma, sangue e leggenda.

Infine, nel salutarti  ringraziandoti per la disponibilità, mi piacerebbe chiederti: stai attualmente lavorando ad un nuovo romanzo? Eventuali altri progetti?

Ad ottobre uscirà il nuovo titolo di Sparziano, La traccia del vento (in cui il Vallo di Adriano è più simile a un forte del Far West o ad una guarnigione in Iraq che al tipico castrum romano, e a volte Elio ed il suo amico-nemico Baruch ben Matthias somigliano alla “Strana Coppia” dell’omonimo film). Seguirà per Sellerio Il cielo di stagno nel 2013. Mi sto preparando al prossimo romanzo di ambiente romano, probabilmente ancora più eterodosso dell’ultimo, e non mi dispiacerebbe ritagliarmi un po’ di tempo libero per un viaggio attraverso la Moravia e la Slovacchia: la Mitteleuropa continua a mandare il suo richiamo!