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:: Una Violacciocca per Ingrid di Sergio Caroleo

25 settembre 2019

Ingrid ed il sindacoI
Lydia

Quando entravi dalla porta girevole del Grande Albergo Moderno, ti catturava la prestigiosa hall che culminava, sul fondo, con quella scenografica scalinata che maestosamente, ma mollemente si snodava verso i piani superiori come una stola di volpe bianca sulle candide spalle di una diva.
Isole di salottini con poltrone déco, permettevano ai viaggiatori di ritrovarsi a chiacchierare tra amici e parenti rintracciati in città o a frettolosi agenti di commercio di discutere con i loro locali clienti in appuntamenti d’affari.
Fatalmente, in uno o due di questi salottini, avresti trovato come ospiti fissi, quasi come in un club inglese, gli habitué del Moderno.
Anziani avvocati, qualche barone decaduto, sragionanti ragionieri, amici di lunga data del commendatore don Lissandro, proprietario dell’albergo.
A sinistra della porta principale, dietro un alto bancone che ancora di più faceva risaltare la sua non eccelsa statura, se guardavi bene, avresti potuto scorgere Lydia, la telefonista.
Sempre linda nel suo grembiule di lucido raso nero, contegnosamente truccata con un filo di rossetto, t’incantava quando rispondeva, con quell’ingombrante cuffia telefonica in testa, estraendo abilmente dal banco di lavoro lunghi cordoni elettrici che sapientemente sapeva far incrociare inserendoli con il loro spinotto nel quadro dell’intercomunicazione dai cento fori, posto di fronte a lei.
La signorina Lydia ogni settimana, assieme alla sorella maggiore, nubile come lei, la domenica pomeriggio, non mancava mai di unirsi alla folla che riempiva il “Masciari” o il “Politeama” per sognare un amore che solo la suggestione del cinema sa suscitare.
Hollywood, negli anni della guerra, non aveva mai smesso di sfornare pellicole come “Per chi suona la campana”, ” Notorius”, “Io ti salverò”, ma queste meraviglie erano state negate al pubblico italiano dall’autarchica censura.
Finalmente oggi, in questo 1949, in cui gli Americani sono diventati nostri amici, valanghe di film mai visti prima, possono far sognare le piccole Lydie che confondono le loro lacrime con quelle delle dive più famose come Ingrid Bergman nella scena d’addio di “Casablanca” da un malinconico Humphrey Bogart,”.

II
Il viaggio

Lydia, quella mattina di primavera del 1949, non poteva credere a se stessa quando ricevette quella prenotazione proveniente dal portiere di un famoso albergo siciliano che richiedeva, per quella notte, una stanza a nome del Signor Roberto Rossellini e la Signora Ingrid Bergman.
Lydia, come tutti in Italia, aveva letto, in una delle tante riviste illustrate lasciate dai distratti viaggiatori a stropicciarsi sui tavoli dei salottini del Moderno, dell’incredibile spudoratezza con cui quella statua vivente di Ingrid aveva rubato Roberto ad Anna.
«Caro Roberto, ho visto i suoi film Roma Città Aperta e Paisà. Se le dovesse servire un’attrice svedese che parla inglese molto bene, non ha dimenticato il tedesco, non è molto comprensibile in francese e in italiano sa dire soltanto: “Ti Amo”, sono pronta a venire in Italia a girare un film con lei».
Così aveva scritto a Roberto quella “sfacciata” (così la pensava Lydia).
Un maschio italico poteva mai sottrarsi a un così esplicito invito?
Così Roberto abbandonò Anna e si lasciò travolgere da Ingrid.
E fu passione irresistibile.
Ingrid abbandonò Hollywood e ora, assieme al suo amato regista, stavano girando a Stromboli il film dello scandalo.
In una pausa di lavorazione per la settimana di Pasqua, avevano deciso di concedersi un viaggio in auto perché a Roberto piaceva mostrarle la selvaggia, ma genuina natura di un’Italia ancora turbata da anni difficili.
In quegli anni, programmare un viaggio in auto dalla Sicilia, soprattutto se la vostra auto fosse stata un’imponente berlina decapottabile, poteva non essere del tutto agevole lungo strade tortuose e strette che spesso avreste dovuto contendere a mandrie di buoi o a greggi di ovini.
Si rendeva così obbligata la sosta, a tappe, lungo il percorso e una coppia così celebre non poteva fermarsi nel primo autostello, ma doveva alloggiare in un albergo degno di tal nome.
Il Grande Albergo Moderno era certamente uno dei più rinomati dell’Italia meridionale e, certamente, il portiere dell’albergo siciliano da cui provenivano, sapeva bene a chi telefonare per garantire un alloggio degno di questa coppia famosa.
Lydia saltò dal suo seggiolone e andò direttamente dal commendatore per informarlo dell’imminente arrivo.

III
Don Lissandro

Don Lissandro aveva appena estratto dal suo scatolotto di cartone quadrato una di quelle sue strane ovali Turmac e, beatamente centellinando il suo Punt-e-Mes, stava serenamente ascoltando l’ultimo pettegolezzo su quella tale signora della città di cui, con dovizia di particolari, gli stava riferendo l’avvocato R., suo amico d’infanzia.
Quando Lydia gli sussurrò nell’orecchio la novità, sbiancò in volto e immediatamente schiacciò nella ceneriera quella sigaretta mai accesa e fu colto da un frenetico attivismo.
Lissandro, scapolo impenitente, era uomo di mondo e la sua passione erano i viaggi e l’eleganza nel vestire.
Mai lo avreste visto d’inverno senza una scarpa Barrows men che lustra o, d’estate, senza un mocassino intrecciato o un classico bicolore con il calzino in richiamo della cravatta.
Dai viaggi aveva appreso l’eleganza dei modi che si respira nei grandi alberghi e dalle frequentazioni altolocate, gli indirizzi dei migliori sarti di Roma e Napoli.
Questo stesso gusto si respirava nel Grande Albergo Moderno e pervadeva tutto il suo personale, a partire dal portiere, con le dorate chiavi incrociate appuntate sull’asola dei risvolti della sua livrea o il barman in giacca candida e con le scarpe che don Lissandro voleva sempre impeccabilmente lucide.
L’organizzazione dell’ospitalità per l’inconsueta coppia non fu cosa difficile per la concierge; si trattava di assegnare la stanza più ampia al secondo piano e di segnalare alla governante di eseguirne un’accurata revisione.
Ma a Don Lissandro venne in mente di rendere omaggio alla coppia con quel tocco di classe che solo lui poteva escogitare.
Alcuni anni prima, nel Grande Albergo Moderno aveva alloggiato, per una notte, Umberto, il Principe di Piemonte. Per la circostanza erano state acquistate delle lenzuola di lino di Fiandre da una rinomata fabbrica tessile di cui la terra di Calabria era orgogliosa. Queste poi erano state arricchite, al risvolto, con una delicata trama di merletto Macramè che sapienti mani tiriolesi avevano confezionato appositamente al tombolo.
Lissandro, dopo il passaggio dell’augusto ospite, aveva direttamente dato in custodia le lenzuola alle sue sorelle Aida e Giannina (pure loro zitelle) che le avevano serbate e accudite provvedendo al lavaggio e alla candeggiatura periodica, con la stessa devozione con cui si prendevano cura di lui, consentendogli una vita da satrapo persiano.
Quale più appropriata occasione di rinfrescare la migliore biancheria della città, già arricchita dal passaggio di così nobili terga?
Ciccio, il fattorino, fu prontamente spedito a casa del commendatore per ritirare quell’involto così gelosamente conservato dalle sorelle e, immediatamente, il suo contenuto fu preso in carico dalla governante dell’albergo che ne comandò una stiratura impeccabile e una profumazione supplementare di lavanda.
Intanto, quell’inconsueta frenesia che aveva colto Lissandro, non era sfuggita agli amici di tanti pettegolezzi; e lui, con malcelato orgoglio, si lasciò facilmente scappare la ghiotta novità per quel crocchio di avidi linguacciuti che lo circondavano.
Mai raccomandazioni di riservatezza e discrezione sarebbero potute essere più fatue ed evanescenti.
In meno di un’ora mogli, fratelli, cugini, cognati e amici degli amici, già avevano ricevuto la notizia con la stessa velocità con cui oggi i dati si propagano nel backbone del web, ma con quella fascinosa coloritura che solo le notizie sussurrate a voce possono dare.

IV
L’albergo

Ingrid e Roberto si amavano veramente.
Soprattutto Ingrid era completamente affascinata da quel pigro italiano che aveva avuto il coraggio di descrivere uno spaccato di un’Italia un po’ stracciona, ma reale, dignitosa e viva e così lontana da quelle algide atmosfere di vita familiare che le aveva riservato la sua Svezia e quello star system del patinato mondo di Hollywood dove non si perdona una defaillance al box office.
In città arrivarono quasi all’imbrunire e, man mano che l’imponente cabriolet s’inerpicava per raggiungere la città dei tre colli, si sentivano accarezzati da una tiepida e profumata brezza primaverile, così diversa dalla precoce calura siciliana che avevano appena abbandonato.
Percorsi gli ultimi tornanti che portavano in città, non fu difficile per Roberto riconoscere la loro meta, il Grande Albergo Moderno, con quella sagoma d’architettura modernista che il Bauhaus aveva così originalmente pensato con la morfoplastica asimmetria in vetrocemento di quella terrazza stondata che avrebbe fatto saltare i gangheri a Goebbels, perseguitando Gropius ed i suoi geniali architetti.
A Roberto e Ingrid che godevano nel rompere gli schemi precostituiti del perbenismo, piacque subito.
Il portiere Mimmo, che sfoggiava la livrea primaverile grigio ghiaccio, fu mandato ad accoglierli sulla porta principale e al fattorino Pepè, con la sua giacca in mille righe rosse e nere, non pareva vero di prendersi cura della loro cabrio per riporla in garage.
Vennero introdotti nella hall ed Ingrid apparve a tutti imponente nella sua naturale bellezza, inefficacemente celata da un paio di occhiali scuri a goccia, mentre la bionda chioma era raccolta da un foulard annodato alla nuca.
Portava un leggero cappotto chiaro che lasciava intravedere i pantaloni, capo di vestiario quasi del tutto inusuale per le donne catanzaresi.
Aveva tra le mani una Leica, che tradiva uno sguardo curioso ed emancipato sul mondo.
A lei, invece, per un attimo, forse tornò in mente un mondo che voleva ripudiare.
L’albergo «era pieno di notabili catanzaresi, silenziosi, vestiti di nero, ma radunati in tale folla da farmi venire le vertigini. Ce n’erano nell’atrio, sulle scale che portavano alla camera da letto, nel corridoio», così confessò Ingrid qualche tempo più tardi a Camilla Cederna.
Ingrid, per raggiungere con Roberto la loro stanza, dovette passare attraverso «due ali nere di uomini immobili», dallo sguardo che le era sembrato «avido e cupo, in un silenzio da esecuzione capitale».
Condividevano costoro l’opinione di quel bigotto senatore che l’aveva dipinta, durante una seduta del Congresso, come “potente distillatrice del male e cultrice del libero amore” per aver osato rompere con l’America?
Gli amanti si rifugiarono immediatamente nel loro alloggio, stanchi del lungo viaggio e, dopo qualche tempo in cui realizzarono che sarebbe stato impossibile confondersi per una passeggiata tra una folla anonima, chiesero di ricevere in camera solo due Martini dry.

V
Una timida… sfrontata

Il Martini Dry! il Martini Dry!
Amedeo, il barman, erano anni che non aspettava altro.
Don Lissandro aveva sempre tenuto che mai mancassero nel bar il Rum bianco per il Daiquiri, l’angostura per il Manhattan o il succo di pomodoro per il Bloody Mary e lo stesso Amedeo conservava gelosamente le ricette che un suo vecchio zio gli aveva tramandato dopo essere stato per dieci anni a bordo, come aiuto barman, sul Conte Biancamano.
Tre parti di Gordon’s e una di Vermouth, Amedeo lo miscelò con cura, lo versò in due affusolate coppe, vi tuffò un’oliva bianca, succosa del nostro sole, lo profumò strizzando la buccia di un generoso limone. Preparò un cabaret d’argentone rivestito di un candido tovagliolo e vi pose, assieme alle coppe, una spiga carminia di violaciocche di giardino.
Quando Amedeo, con discrezione bussò alla porta, mai si sarebbe aspettato di vedere ciò che vide.
Aprì Roberto in vestaglia; prese in carico il vassoio e lasciò velocemente scivolare in tasca d’Amedeo una generosa mancia.
Ma ad Amedeo non sfuggì Ingrid, seduta sul bordo del letto, ancora del tutto vestita, china, tra le mani il capo denudato di quel foulard.
Non si poteva sbagliare.
Quella diva che rideva con gli occhi, ora piangeva come non l’aveva vista mai… neanche a Casablanca.
La porta si richiuse subito a serbare la fragilità e la timidezza di una donna sfrontata.
Amedeo non capiva. Cosa mai poteva mancare a quella donna?
Forse tutta quella gente nella hall e per i corridoi turbava l’intimità della coppia?
Corse a parlarne con don Lissandro e dopo pochi minuti un silenzio solidale si sparse in quell’albergo dove il rispetto che i catanzaresi sanno serbare per il forestiero non poteva essere sopraffatto da una pur giustificata curiosità.
Certo, nonostante le apparenze, forse era uno dei periodi di vita più travagliati per Ingrid.
Quanto le stava costando questo travolgente amore italiano!
Perdere la sicura ricchezza, la fama e forse l’onore che Hollywood le garantiva, e ancor più l’affetto di Pia che, sicuramente, quel freddo neurochirurgo che aveva sposato, le avrebbe alienato.
Lei, che tutti avevano finora visto come una santa, ora era rigettata come la più infima delle donne facili.
E poi, sentiva addosso tutti i maledetti strali che quell’Erinni di Nannarella ogni sera le lanciava dalla sua solitudine di Vulcano.
Bevve avidamente il Martini di Amedeo e chiese a Roberto di poterne fruire ancora dalla coppa a lui destinata.
Poi si adagiò, accarezzata da quelle delicate e profumate lenzuola e le sembrò per un attimo di rammentare un lontano materno abbraccio così troppo presto a lei negato e che tanto ora le richiamava prepotente un desiderio di rinnovellante maternità.
Solo così un sonno profondo finalmente la accolse.

VI
Il sindaco

Catanzaro è città disincantata e sonnacchiosa, ma la notizia durante la serata si era sparsa fulmineamente e non c’era salone di barbiere, negozio di pizzicagnolo o ufficio dove l’evento non era stato oggetto di discussione e di organizzazione.
Tutti, ma proprio tutti, in città non potevano lasciar andare via la coppia senza essere presenti alla loro ripartenza.
Si svegliarono all’alba e si riversavano a “fora i porti”, gremendo Piazza Matteotti fino a via Indipendenza.
Tutta quella frenesia non era sfuggita alle forze dell’ordine che, prontamente, l’avevano segnalato ai loro superiori e, di gradino in gradino, la notizia era giunta al Prefetto che, in quegli anni di rinnovata vitalità politica, aveva ricevuto il mandato di controllare ogni assembramento che potesse turbare la fragile democrazia da poco riconquistata.
Le preoccupazioni del Prefetto non erano peregrine.
Forse i catanzaresi non erano appassionati delle contrapposizioni della nostrana guerra fredda tra comunisti, azionisti e democristiani che animavano altre regioni del Paese, ma certamente allora era nell’aria un clima di effervescente ribellione qualora la città non fosse stata confermata come capoluogo della Calabria.
Era meglio diluire, stemperare, raffreddare ogni affollamento che potesse far assaporare la voglia di una disordinata protesta.
Quasi all’alba il Sindaco fu svegliato dal Prefetto e sollecitato a farsi carico di ricondurre al più presto la sua città alla consueta indolente quotidianità.
Essere democristiani non serve per risolvere i problemi della gente, ma aiuta a farglielo credere.
E’ uno stile di vita.
Lui ti ascolta, parla poco, finge di assecondare ciò che gli chiedi, ma poi trova il modo di fare a modo suo, facendoti credere che sta facendo a modo tuo.
Si levò, non senza disappunto, inforcò quegli occhialini metallici che lo facevano tanto somigliare a quel “sagrestanello” di Emilio Colombo e con quel mozzicone spento di Nazionale eternamente appiccicato all’angolo della bocca, meditò tra sé su come impedire che quel 14 aprile, Giovedì Santo, si trasformasse troppo presto nel Venerdì Santo di Passione.
Telefonò subito al Moderno e si fece passare don Lissandro, suo vecchio amico, che gli confessò tutta la sua impotenza a dominare una folla divenuta così pressante da gremire tutta la piazza e che certamente avrebbe impedito che la coppia lasciasse in incognito la città e lo sollecitò a raggiungere l’albergo.
La calca nella città era tale che solo a piedi sarebbe potuto pervenire alla sua meta.
S’incamminò per il vicolo Poerio e raggiunse un accesso posteriore dell’albergo, così come gli era stato suggerito da don Lissandro.
Con lui s’incontrò nella hall e gli fu subito chiaro, dal pallore del volto e da un percettibile tremito del suo amico, che l’evento lo stava sopraffacendo, ma tutt’e due ebbero altrettanta consapevolezza che solo loro potevano risolvere il problema senza conseguenze per l’incolumità degli ospiti e per il buon nome della città.
Era già quasi mezzogiorno e non si poteva rischiare che la loro partenza ritardasse tanto da poter collidere con lo “struscio” che da lì a poche ore avrebbe ulteriormente gremito nel pomeriggio quel giovedì.

VII
La gente

Contro ogni aspettativa, quella notte Ingrid riposò tranquillamente, come da un po’ di tempo non le era capitato.
Trovò a rassicurarla, al risveglio, un tenero e forse ironico sorriso di Roberto e lei si sentì di nuovo serena così come quando, un tempo, si rifugiava tra le braccia di un padre che l’aveva, bambina, abbandonata per raggiungere sua moglie in cielo.
Uno strano brusio, però, si materializzava proveniente dalla finestra.
Lasciò quel rassicurante giaciglio per sbirciare dietro le spesse cortine che proteggevano i vetri da sguardi indiscreti.
Un tappeto di teste di cui non si vedeva la fine si stendeva nella piazza, punteggiando a vista d’occhio ogni vicolo e portone.
Erano tutti lì per lei e volevano dirle che la amavano, così come avrebbero amato la futura sposa di un loro figlio.
Erano quelli gli sguardi candidi di tante persone semplici, così diverse da altre disincantate folle che aveva conosciuto nelle serate dell’Accademy Awards, ma che le garantivano che della sua favola non si sarebbero mai più dimenticati.
A mezzogiorno toccò a un’emozionatissima Lydia il compito di annunciare telefonicamente che il signor Sindaco della città chiedeva di poter conferire con loro e, ricevutone l’assenso, lo comunicò al commendatore, rifugiandosi subito dopo nel suo schivo rossore.
Azzimati e levigati come mai nelle grandi occasioni, alcuni minuti dopo, si recarono al secondo piano dell’albergo e, a ogni passo, per tutta la scalinata e il corridoio, il commendatore che accompagnava il Sindaco, poteva rendersi conto di quanti amici ti vengano in soccorso nei momenti di fama e a ciascuno di essi rivolgeva uno sguardo implorante moderazione e discrezione, mentre con le mani sciorinava tutta la gestualità possibile per raccomandare calma e silenzio.
Quando Roberto aprì l’uscio, furono letteralmente abbacinati dall’imponente bellezza di Ingrid che li sovrastava di diverse spanne, pur indossando delle ballerine.
Incapaci di comunicare in svedese, tedesco, inglese, francese e, pur pensandolo intimamente, ritenendo fuori luogo indirizzare a Ingrid le sole parole in italiano che aveva già mostrato di saper ben comprendere, si rivolsero a Roberto.
Mentre non riuscivano a distogliere lo sguardo da lei, riferirono che la città era completamente impazzita per loro e non si sarebbe rassegnata a una frettolosa partenza, ma chiedeva almeno un semplice gesto che fosse ricordato per sempre, da raccontare ai nipoti.

VIII
Mod Ingrid

Convennero per un saluto dalla terrazza dell’Albergo Moderno che, rotonda come la prua di un transatlantico, protendendosi sul quel mare di teste di piazza Matteotti, sembrava essere stata da sempre costruita apposta per lei e per questo giorno.
Quando la videro avvicinarsi alla ringhiera della terrazza, quello che fino allora era stato un sordo brusio, si trasformò in boato.
Indossava un leggero cappotto chiaro su una camicetta leggera mentre ancora mostrava di non saper fare a meno di emancipati pantaloni. Ora la sua bionda chioma appariva in tutto il rigoglioso fulgore incorniciando un ovale perfetto in cui spiccavano due gemme turchesi e una rosa carnosa.
Ingrid guardò con un certo stupore tutta quella gente.
Gente semplice, gente spontanea, non ricercata e pretenziosa, ma persone che mostravano d’amarla così com’era, con tutta la sua insicurezza di donna audace che per un sogno d’amore era stata capace di rinunciare a un comodo futuro.
Ma un’altra cosa attrasse l’attenzione di Ingrid.
Tra quella folla smisurata composta di famiglie intere con i loro bambini, persino nei passeggini, non vollero mancare, anche, decine di pance di donne incinte.
Il loro bisogno di scacciare passati anni di tristezza aveva fatto esplodere in quel primo dopoguerra un’incontenibile voglia di procreare.
Quella promessa di umanità nuova che si presentava ai suoi occhi, sarebbe stata certamente una generazione che avrebbe ben compreso la lezione dei patimenti dei loro genitori e avrebbe visto con occhi più benevoli quelle debolezze dell’animo umano che il perbenismo maccartista, avvelenando le consapevolezze del suo pubblico d’oltreoceano, ora demonizzava.
Sì, anche lei voleva essere partecipe di questo mondo nuovo, a qualunque costo.
Sorrise finalmente raggiante Ingrid a quella gente che la stava vedendo in anteprima interprete, non di un film, ma di un momento dirompente della sua vita reale.
Mentre il sindaco, alle sue spalle, riservatamente, tentava di suggerirle un indirizzo di saluto, a Ingrid venne in mente solo quello stesso spirito che l’aveva già altre volte accompagnata nei momenti difficili e che la vita non risparmia neanche alle dive.
Mod Ingrid. Coraggio Ingrid.
E’ il tempo di ricominciare una nuova vita e di viverla fino in fondo con una nuova famiglia italiana ricca di prorompente gioventù.
Un impetuoso bisogno di maternità la assalì.
Mandò un bacio a quella folla con quel linguaggio gestuale che non ha bisogno di traduzione e che arrivò fino alla “Discesa di Mauro”.

IX
La violacciocca

Rientrati in camera, ogni dubbio era svanito dalla mente di Ingrid e persino tutta quella gente che gremiva la scalinata del Moderno, non le appariva più come “ali nere di uomini avidi e cupi” pronti a giudicarla, ma come premurosi boys al passaggio di una Wanda Osiris.
Prima di partire, don Lissandro prese il coraggio a quattro mani e, pur lasciandosi sormontare dalla maestosa figura di Ingrid, fece intendere di omaggiare la coppia del soggiorno nel suo albergo.
Producendosi nel più galante dei baciamano, arrossendo, chiese di poter ottenere un autografo dalla diva che, non avendo a disposizione alcuna sua foto, pensò di lasciare la sua firma su un angolo di quelle lenzuola che, da quel giorno in poi, non sarebbero state più le lenzuola del Principe, ma della Regina.
Un lungo e caloroso applauso dei “boys” accompagnò la diva e il regista nella discesa della scalinata e quando giunsero nella hall a Ingrid in mezzo a tutta quella gente, non passò inosservata Lydia che, proprio perché piccolissima e timidissima nel suo grembiulino nero, più di tutti spiccava per la sua modestia. Avvicinandosi, Ingrid, quasi a ringraziare in lei tutte le donne di Catanzaro che le avevano fatto capire qualcosa che prima non aveva compreso, le carezzò, sorridendo, il volto e le porse quella violacciocca che Amedeo la sera prima le aveva donato.
Anche Lydia, dopo quel giorno, capì qualcosa in più: che nel cuore di una donna ci possono essere sentimenti che un certo perbenismo non riesce a comprendere e che certamente non può giudicare.
Non senza difficoltà riguadagnarono l’accesso alla cabriolet, mentre impacciate guardie municipali e lo stesso personale dell’albergo garantirono loro uno stretto passaggio tra la folla.
Partirono per tornare a Roma per un viaggio in Italia che mai più avrebbero dimenticato perché le emozioni che avevano provato erano state irripetibili.
Quel lento viaggio in automobile percorrendo paesaggi e gente così diversa dal solito sarebbe stato certamente, in qualunque loro futuro destino, un ricordo indelebile nella memoria di entrambi e forse avrebbe ispirato un futuro film al creativo regista dove una gelida coppia d’inglesi nella crisi del settimo anno avrebbero vissuto un analogo bagno di folla che sarebbe stato capace di risvegliare il loro bisogno d’amore.

Sergio Caroleo per professione è medico, ha 68 anni ed è stato gratificato dalla vita di una preziosa moglie e di due ottime figlie anch’esse professioniste della medicina.
Coltiva l’hobby di collezionare le memorie dei suoi più cari amici e parenti essendo nipote, per parte materna, della famiglia che fu proprietaria dell’albergo citato nel testo che fece da sfondo a tanti altri eventi che forse un giorno racconterà.

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27 luglio 2019

Un lampo azzurro squarciò il cielo notturno e un attimo dopo, come a un segnale convenuto, la pioggia iniziò a cadere con violenza sulla casa del giudice Wang: sui muri esterni cosparsi di muschio che circondavano la proprietà, sulle tegole verdi delle costruzioni principali, sui giardini invernali, sugli alberi secolari, sul laghetto di carpe argentate, sul sentiero di pietra, sul tempio dedicato a Confucio.

Il rumore era assordante, un rombare profondo tipico della stagione estiva delle piogge, non di quell’inverno cupo e isolato alla periferia nord di Yinchuan. Gli dei sembravano arrabbiati, sembrava che in cielo si combattesse una dura battaglia senza esclusione di colpi.

Hǎi yún, serva nella casa del giudice Wang da quando era bambina, osservava il cielo e tremava, ogni tanto squassata dalla tosse. Cercava di soffocare quegli accesi improvvisi, per paura che ne accorgessero, ma ormai stava troppo male, ed era ingenuo pensare che avrebbero pagato un medico per lei. L’avrebbero cacciata, come si caccia un moscerino o una mosca molesta.

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17 Mag 2019

voltronHo sempre pensato che, un giorno, la musica sarebbe diventata la mia vita. Quando avevo solo otto anni, i miei genitori mi regalarono una piccola pianola della Bontempi. Arrivò assieme al Natale, non che io l’avessi esplicitamente chiesta. In realtà, la cosa che più desideravo a quei tempi era una diavoleria americana: Voltron, un robot giocattolo che veniva assemblato da altri cinque leoni robot.
Non ci fu nulla da fare, Voltron non bussò mai alla mia porta ma in breve tempo la pianola colmò quel vuoto nel mio cuore di bambino. Fu un’idea di mio padre che da giovane avrebbe tanto voluto imparare a suonare la chitarra, o almeno è quello che raccontava ogni volta che si toccava l’argomento. Ma le circostanze e l’avversione di mio nonno verso la cosa gli avevano impedito di acciuffare il suo desiderio. Si era ripromesso, però, qual ora avesse avuto un figlio, di spingerlo fin dalla più tenera età, verso la musica, invogliandolo a suonare uno strumento. E poi nacqui io. I figli, si sa, spesso diventano il prolungamento delle volontà e dei desideri dei genitori. A volte una vita non basta, soprattutto per chi ha vissuto col freno a mano tirato, per chi si è troppo spesso circondato di rinunce e rimpianti. Quando questo accade, talvolta, i padri e le madri tentano di allungare la propria esistenza respirando le vite dei figli. Vivendole di pancia, e facendo delle esperienze dei figli le proprie esperienze. Così, quando il pargolo si laureerà, con lui si laureeranno anche papà e mamma. Quando il figlio viaggerà per il mondo e vedrà Parigi, New York e Londra, anche loro avranno l’impressione di aver viaggiato con lui e di aver visto con i  loro occhi quello che la reflex del figlio avrà immortalato in quei luoghi speciali e così fintamente familiari. Allo stesso modo, vivranno i fallimenti eventuali dei figli come propri, snaturando così l’essenza delle cose. Nel mondo animale la madre allontana i propri figli da sé non appena i piccoli sono in grado di badare a loro stessi. Il padre dei cuccioli addirittura se ne disinteressa quando essi vengono alla luce. In seguito i giovani animali si staccano dalle attenzioni materne, lo svezzamento finisce e il mondo diventa il loro campo di battaglia. Artefici, nella buona e nella cattiva sorte, del loro destino. All’interno del genere umano, invece, lo svezzamento sembra uno spauracchio da allontanare dalla mente di padri e madri: i figli non si svezzano, vanno semmai plasmati sull’immagine, sulla proiezione che un genitore ha di se, o meglio, di quello che avrebbe voluto essere e invece non è stato. Piuttosto, all’interno del genere umano, si assiste a uno svezzamento inverso, e cioè quello che avviene quando sono i figli ultracinquantenni, dopo aver succhiato il succhiabile dalla bambagia domestica, ad allontanare dal nucleo familiare padri e madri, troppo vecchi e malandati, per affidarli alle costose cure di qualche casa di riposo.

Non so cosa i miei genitori avrebbero voluto essere, quello che posso dire con certezza è che qualche volta avrebbero voluto essere… me. Proprio così. Quando sono nato, hanno smesso di vivere per loro stessi e hanno cominciato a vivere la mia di vita. Detto così può sembrare una cosa romantica e suggestiva, ma a ben vedere è proprio l’opposto. Annullando completamente la propria esistenza in funzione di uno o più figli si fa capolino verso un altruismo catartico e dannatamente pericoloso. Non penso che si possa far felici gli altri senza provare prima individualmente a tendere verso la felicità. Le prove schiaccianti in mio possesso sono proprio i miei genitori, e i loro genitori e tutto il pacchetto ‘famiglie’ che lungo questi 35 anni ho imparato a conoscere e osservare. Forse è il concetto stesso di famiglia che va rivisto. Forse esso è semplicemente una convenzione sopravvissuta nel tempo che in passato permetteva di controllare, ghermire e livellare nel modo più efficiente possibile la funzione sociale di una città, una regione, una nazione intera. Ma ora questa convenzione sembra far acqua da tutte le parti.

E così, all’interno di uno standardizzato nucleo familiare sono nato e cresciuto anch’io finché a otto anni, spinto da quel regalo inaspettato, non ho iniziato a esplorare la musica come meglio potevo. La pianola si è trasformata in un trampolino di lancio per arrivare ad apprezzare e comprendere la collezione di vinili di mio padre: Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Police, Deep Purple, Toto, Dire Straits, sono diventati la colonna sonora della mia adolescenza. La chitarra è arrivata qualche anno dopo e con essa anche le mie velleità da rock star. Ho passato così qualche anno in giro per lo stivale a promuovere la mia musica e ad assaporare e calcare
palchi prestigiosi e suggestivi. Ho fatto cose e ho visto gente, e più spesso mi sono fatto gente e cose. Tutto è finito in fretta però. I componenti del gruppo se ne sono andati. Uno è morto scalando una montagna himalayana dal nome impronunciabile, gli altri due, invece, sono diventati padri di famiglia. “Scelte di vita” dicevano. La mia unica scelta, invece, è sempre stata la musica. Ho cominciato a suonare da solo. Mi esibivo in locali sempre più piccoli imbracciando una chitarra acustica cantando canzoni scritte e arrangiate da me. Ho finito col suonare sempre più solo, nel senso letterario del termine: per me stesso, nella mia splendida cameretta arredata con tutto l’amore del mondo da mamma e papà. Ma non potevamo arrenderci, non potevamo permettere al sogno musica di sfilare via dalle nostre mani in questo modo, senza provarci fino in fondo. E così insieme ai miei ho aperto un negozio di musica in centro. Cd, bootleg, vinili, dvd, tutta roba di nicchia e per veri appassionati. Le cose giravano finalmente per il verso giusto. Ma l’idillio è durato soltanto due anni. La crisi economica e lo strapotere di internet hanno prima ferito a morte e poi tumulato il mio impero. Ora non faccio nulla, sempre che sopportare un presunto doppio fallimento (il mio e quello dei miei genitori) si possa considerare nullafacenza…

Ho sempre pensato che, un giorno, la musica sarebbe diventata la mia vita e a quelli che oggi, a tal proposito, mi dicono che mi sbagliavo io rispondo sempre la stessa cosa: “voi andate e moltiplicatevi pure, ma io non verrò. A me basta una pianola”.

Luca Murano nasce al nord (Lodi) da genitori del sud (Salerno) e attualmente vive al centro (Firenze). Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne a Pavia, ha lavorato per due anni con la casa editrice Mondadori come redattore e correttore di bozze. Dal 2009 vive in Toscana dove mangia tanto, si occupa di logistica, suona il basso, legge e scrive con fortune alterne ma ben compensate da passione e dedizione. A luglio 2018 è uscito il suo primo libro, una raccolta di racconti, dal titolo “Pasta fatta in casa – sfoglie di racconti tirate a mano” pubblicato con la casa editrice milanese Bookabook.

:: I miei salotti radical chic di Luciano Valli

4 Mag 2019
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Roberto Rossellini – Roma città aperta 1945

La luce artificiale illuminava il corridoio degli studi cinematografici.
La porta era semichiusa ma dalla vetrata che la precedeva intravedevo già la platea. I sedili di velluto rosso salivano verso l’alto dove, dalla parete scura, il raggio luminoso del proiettore si dipartiva traversando la sala per terminare il suo breve percorso sul grande schermo.
La scena del film Medea si rappresentava sul telo bianco. I due figli della maga Medea e dell’erede al trono Giasone portavano in dono l’abito per le nozze del tradimento tra Giasone e Glauce, prima della terribile vendetta di Medea che non risparmiò neanche loro.
Alla sinistra nella seconda fila c’era un leggio con un copione sistemato sopra. Pier Paolo era in piedi, a un lato, con grandi occhiali sul naso, un viso magro, rugoso e abbronzato, vestito di un maglione rosso scuro. Era nervoso. Serio e concentrato.
Con il suo accento friulano imprecava verso di me che stavo in piedi dinanzi al leggio. Avevo appena sette anni nel 1968 e anche io portavo gli occhiali perché astigmatico. Tartagliavo, lo so, ma seguivo una terapia intensiva della dottoressa Barbettani per guarire al più presto possibilmente prima di cominciare le scuole medie. È questo che irritava il regista. Ogni volta dovevo ricominciare a leggere la mia parte da capo. Mia madre, che era presente in sala, sempre bella, profumata di lavanda, elegante e raffinata nel suo portamento, ogni tanto mi lanciava un sorriso e una parolina d’incoraggiamento.
Il doppiaggio delle voci dei figli di Medea era molto semplice, di qualche parola detta qua e là durante la scena dove i bambini compaiono con i doni di nozze insieme a Giasone e Medea.
Ma Pierpaolo era un perfezionista ed era brusco con me. Se avesse saputo prima che tartagliavo avrebbe convinto mia madre che non ero adatto al doppiaggio. Ma Adele e Pasolini erano più che amici, colleghi e intellettuali. Mamma aveva recitato un ruolo nel film di Pier Paolo Accattone quando io non ero ancora nato. Poi la loro collaborazione era proseguita con intensità. Loro due erano diventati amici e colleghi.
Pierpaolo mi aveva conosciuto un giorno nell’attico di Via dei Pettinari, ‘il salotto della cultura’ lo avevo soprannominato io paragonandolo alle schubertiadi dell’Ottocento dove i concerti da camera venivano eseguiti nei salotti della borghesia tedesca. Durante una delle feste che Adele organizzava nella suggestiva terrazza per i suoi amici radical chic, ed erano tanti. Ho l’impressione che le amicizie quelle buone s’intende erano importanti per Pierpaolo, e Adele era stata una sua compagna.

Dal Diario di Accattone di Adele Cambria:

La vestaglia, lavata, rilavata, uno straccio: ma la sporcizia dura, è ormai intessuta dentro. Sotto il petto, una spilla di sicurezza. La sarta, bonacciona, con preoccupazioni igieniche, mi dice che ha bollito ogni cosa… Sarebbe facile, dunque, l’ironia su questa miseria ricostruita con accanimento, con dolcezza, e Pasolini che fa addobbare di altri stracci i bambinetti che le madri gli hanno portato, qui, in via Tiburtina, mirabilmente vestiti a festa. Lui, inesorabile, gentile, condanna le sottovesti piccolissime di nylon, le sottane di panno blu coi pupazzi, le giacchette a uomo, dei maschi, con la cravatta a farfalla della Prima Comunione. Si stanno girando alcune scene del primo film diretto dallo scrittore: Accattone (o Stella, come piace di più al produttore). Io sono Nannina. Pasolini, una volta che ero andata a chiedergli un’intervista, mi ha detto che ero Nannina: dunque, se volevo lavorare nel film. Diceva: “Lei ha la faccia di Nannina”. Ora, come è normale, mi incuriosiva quest’altra mia faccia che non sospettavo di avere. Ho letto la sceneggiatura: “…Nella stanza c’è anche un’altra donna, piccola come una gatta, Nannina la Napoletana, con i suoi cinque figli, il più piccolo le sta attaccato al petto…”. Ed ancora: “…Nannina, spaventata dal fatto che qualcuno la chiami, come se non avesse il diritto di essere chiamata, ecc.”. Poi le battute che il Napoletano mi dice: “Beh, Nannì! Vuje site ‘na femmina oro dieciotto! Voi siete una femmina intrepida!”. Esattamente il tipo di donna che mi ha fatto, da sempre, compassione e rabbia: che ho odiato, nella sua soggezione meridionale (schiavitù devota, animalesca, verso i figli, verso un marito almeno irriconoscente, e fatica, botte, tradimenti, ogni cosa accettata come naturale)… Le prime cure del regista sono per Stella. Pasolini e l’aiuto ‒ Bernardo Bertolucci ‒ si preoccupano di come la ragazza debba essere vestita, qui in casa…

Molti anni dopo, quando ormai ero un adolescente, rividi Pierpaolo dalla terrazza di Palazzo Orsini. Era il novembre del 1975. Pierpaolo non era in piedi e vivace come quel giorno negli studi cinematografici ma disteso in una bara senza vita. Era stato massacrato da quei ragazzi che lui tanto amava e s’indentificava nella loro condizione di vita di borgatari romani. Sembrerebbe un filo conduttore di quel destino che forse brevemente ci accomunava, ma anche io come Pierpaolo vissi molti anni della mia giovinezza a contatto con quegli stessi ragazzi del popolino romano. Non in borgata ma nel centro di Roma a Campo de Fiori e a Piazza Farnese, dove ancora le famiglie povere abitavano prima di trasferirsi nelle periferie della città.
A me però piacevano le ragazze mentre a Pierpaolo i ragazzi come d’altronde anche a Dario Bellezza, il miglior poeta della nuova genereazione lo definiva Pasolini che scrisse questa sublime poesia:

Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti, ciò che è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
Alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
D’amore, dell’amore di corpi senz’anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irremediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma; ora è finita.
Sopravviviamo; ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Dario abitava anche lui in Via dei Pettinari. Da casa spesso assistevo alle sue liti con gli amanti di turno nell’appartamento dirimpetto a qualche piano più sotto.
Con mia madre abitavo in un attico con terrazza adiacente alla chiesa di Trinità dei Pellegrini, mentre Dario viveva in un monolocale al quarto piano. Dal portoncino marrone del suo palazzo uscivano spesso dei ragazzi di borgata che lui, come Pierpaolo, rimorchiava alla Stazione Termini a Ostia o negli altri punti d’incontro degli omossessuali di quegli anni Settanta. Al Circo Massimo tra i cespugli avvenivano gli incontri.
Ormai io col passare degli anni ero diventato un bel ragazzo, somigliando parecchio a Robert De Niro nel film il Padrino parte seconda. Era quindi inevitabile per me evitare Dario mentre per lui era di certo un piacevole incontro. Pur essendo un amico di mia madre, Dario mi stava dietro ma sempre con il dovuto rispetto. Una sera di sabato, durante la movida dei fine settimana, mi presentò il Gobbo: un cartomante polacco che aveva il banchetto all’entrata di Piazza Navona. Dario mi offrì una lettura dei tarocchi. Le carte parlavano chiaro e non mentivano. Nella vita avrei fatto lo scrittore e soprattutto piacevo molto sia alle donne che agli uomini e comunque me ne ero già accorto da solo.
Quando Dario morì di AIDS anni più tardi, mi ero già trasferito altrove da quel quartiere romano dove era ubicato il salotto della cultura nostrana degli anni Settanta.

Una poesia in ricordo di Dario Bellezza:

Sesso
Niente si offre per l’ultima volta,
perché tutto dopo il sonno ricomincia.
si riforma il seme dei ragazzi. Le
polluzioni sono infinite. Compagni,
ragazzi morituri, orfani matricidi
spegnete la sete che è in me d’amore
deluso in questi versi rattrappiti.

Sul divano celeste (quasi un puf) del soggiorno, si era accomodato una sera durante una festa organizzata da mamma, Alberto Moravia. Quando entrai nella grande camera in compagnia della mia attraente ragazza di quel periodo, bionda formosa e straniera, Alberto, che stava colloquiando con Adele, lanciò subito un piglio interessato verso la mia compagna.

A differenza di Bellezza e Pasolini a Moravia piacevano le donne. A me neanche mi degnò di uno sguardo durante la festa. Talmente era antipatico. Moravia era già vecchiotto ma si portava gli anni della vecchiaia con stile ed eleganza. I capelli bianchi, il viso abbronzato e il completo da funzionario della RAI, gli rendevano un fascino tutto particolare specie se si aveva letto qualche pagina dei suoi capolavori della letteratura del Novecento. Lo stile di Moravia mi ha sempre attratto ed è ancora annoverato tra i miei scrittori preferiti.
Negli scaffali della libreria di mia madre c’erano tutte le sue opere che io ho letto anche più volte. I racconti romani è la sua opera che ha influenzato un po’ il mio stile di scrittura. Mia madre mi istigava spesso a scrivere dei racconti su Roma, conoscendo la mia esperienza giovanile nella città. Molti anni dopo infatti, come predetto dal Gobbo di Piazza Navona, pubblicai un romanzo dal titolo I Ragazzi della Comitiva, ambientato proprio in quegli anni Settanta nel centro di Roma e in quel salotto della cultura che altro non era che l’attico di Adele Cambria.

Poesia tratta da I ragazzi della comitiva

Castel Porziano

Uscendo dall’eterna Città
percorro il litorale asfaltato
tra il bosco di pini e le dune prominenti
verso l’orizzonte cilestrino,
come una lampada al neon
il lucore mi abbacina la somma veduta
he all’improvviso incute giocondità alla mia vita;
il sole impera sul Tirreno
scottando la pelle sudata
dei reali bagnanti di un castello di sabbia,
cute atree, bronzee ed eburnee
si mischiano al multiculturale di un quadro divino,
lambite da una brezza afosa
e dall’acqua melata di una vetusta sorgente;
l’appetito mi sazia di sapore marino
con una pasta alle vongole
sul poggiolo panoramico di Mario
e il vinello romano smorza in un adagio pucciniano
la mia euforia
di un lieto dì al lido di Castel Porziano.

Dacia Maraini fu invitata da Adele alla festa del suo ottantesimo compleanno. La incrociai all’uscita dell’ascensore. Dallo sguardo da nobildonna come d’altronde anche il suo portamento, non potei che confermare una sua forte antipatia nei miei confronti. Per certi versi non aveva torto… anni prima quando vivevo gli anni di un’adolescenza ribelle, frequentando i coatti dei vicoli e piazze di quel quartiere romano, (in compenso mi fornirono l’ispirazione per scrivere un romanzo) mi capitò di rispondere a una sua telefonata. Da ragazzo di strada in effetti risposi a Dacia in una maniera brusca e sgarbata da mero coatto romano. Lei se la prese e non poco, tanto che andò a reclamare da Adele chiedendole chi fosse quel ragazzino maleducato che le aveva risposto al telefono… anni dopo quel piglio snob stampato nei suoi occhi luminescenti che avevano fatto innamorare Moravia, mi fecero capire che Dacia non mi aveva dimenticato.
Dopo quelle vicende ho spesso pensato che la sua fama di scrittrice derivasse in parte dal fatto di essere stata la seconda moglie di Alberto Moravia. Ma leggendo alcuni dei suoi romanzi, Buio e La lunga vita di Marianna Ucria mi sono ricreduto.
Adele è stata sposata per un decennio travagliato, prima di divorziare, con un inviato speciale tra i migliori in Italia. Bernardo Valli. Durante i miei incontri con lui, stabiliti sia dai suoi viaggi che dalle regole della separazione, conobbi alcuni tra gli intellettuali, giornalisti, registi e scrittori più rinomati della storia italiana del ventesimo secolo.

Leonaro Sciascia lo incontrai di persona per la prima volta quando ero con Bernardo a Piazza Navona mentre pranzavamo in uno dei nostri meeting tra padre e figlio al ristorante “I tre Scalini”. Mi ricordo ancora il suo accento marcato siciliano e i suoi romanzi e film tratti da essi come Il giorno della civetta e Il contesto.

Anni dopo Giuliano Ferrara, sempre in carne e con la stessa barba di oggi ma vestito con i calzoni corti da boyscout, accanto al padre Maurizio funzionario del PCI e giornalista dell’”Unità”.

Durante un piacevole viaggio con Bernardo in Toscana, condito da brevi dialoghi padre-figlio, visitammo la casa di campagna di Tiziano Terzani, ubicata tra le colline intorno Firenze. Tiziano e Bernardo erano stati per anni colleghi e compagni di viaggio per i loro reportage in Asia dove erano corrispondenti per i quotidiani italiani, dal “Corriere della Sera”, “La Stampa” e “Repubblica”. Quando arrivammo alla cascina dei Terzani era già in corso una grigliata con la moglie Angela e i figlio Folco e Saskia, all’epoca ancora adolescenti come me. Tiziano conduceva con maestria il barbeque e come al solito era vestito di un saio indiano di lino bianco. Era sempre allegro, rideva e scherzava e aveva i modi tipici di un turista americano, caciarone ma simpatico. Con Folco e Saskja mi appartai per qualche ora per andare a cercare i funghi nel bosco attiguo alla loro cascina. Erano dolci tutte e due come la loro madre e i funghi che avevamo raccolto. Tiziano lo incontrai poi diverse volte a Roma e una volta nell’atrio dell’Hotel Inghilterra di Via Bocca di Leone, ma era sempre vestito con il saio bianco come un vero guru. Il sorriso era sempre stampato sul suo volto ricoperto di una folta barba canuta. Era in viaggio per la Cina.

Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti. Nessuno può pensare di portarsi a casa un’alba o un tramonto.
Tiziano Terzani

Giovanna Calvino la conobbi grazie a Bernardo durante una vacanza in Tunisia. Italo Calvino era un amico di Bernardo come la moglie dello scrittore Chichita che non ebbi mai il piacere di conoscere.
Con Giovanna invece in quei giorni trascorsi insieme ad Hammamet, instaurai un rapporto stretto di amicizia che per sfortuna nostra non ebbe un seguito. Capitammo insieme durante una passeggiata sulle rive del mare nella città vecchia di Hammamet durante la chiusura e la preghiera della sera. Giovanna si era un pochino spaventata quando in un vicolo della città vecchia che odorava di pelle di cammello, fummo circondati da un gruppo di ragazzini entusiasti che avevano cominciato a toccarci un po’ dappertutto senza sapere che noi occidentali delle grandi metropoli non siamo abituati al contatto fisico. Ma eravamo noi nel torto… me ne resi conto qualche anno più tardi. Giovanna era una ragazza carina, timida ma dolce e soprattutto matura già all’epoca e in quei momenti di panico rinchiusi nella vecchia città araba, ne ebbi la conferma. Qualche giorno prima, mentre andavo a messa nella chiesetta cattolica di Hammamet, venni aggredito da un gruppo di giovanotti che dopo avermi insultato come ‘cane cristiano’ mi rubarono la pagnotta che avevo appena acquistato dal fornaio. L’ostilità tra musulmani e cristiani occidentali era già nell’aria, come si suol dire…
Il padre di Giovanna è stato probabilmente il più grande scrittore italiano del secondo Novecento italiano. Eppure non fu mai il mio preferito, nonostante io abbia letto i suoi romanzi più noti come il Barone rampante e Se una notte d’inverno un viaggiatore. Una maestria incomparabile. Ma il mio gusto mi ha fatto sempre prediligere i romanzi di Moravia e soprattutto di Elsa Morante. La Storia per me rappresenta il modello di romanzo per antonomasia. Calvino spinto da ragioni ideologiche riteneva invece che lo stile della Morante in questo romanzo fosse fin troppo popolare, avendo anche alcune riserve sull’esuberanza narrativa, sulla disuguaglianza degli esiti artistici e sulla pervasiva vena populista, tanto che affermava: un narratore contemporaneo può far ridere o far paura al suo lettore, ma «farlo piangere, no! E a me La Storia ha fatto lacrimare verso la fine, con la morte di Nino e poi di Useppe… non ci posso far nulla e che il padre di Giovanna perdoni la mia semplicità.
Lui un radical chic e io un populista?

Ad Hammamet ci trascorreva le vacanza anche Craxi. Ai fondatori di “Repubblica” non faceva simpatia. Anzi, non si aspettavano che un giorno Craxi venisse sostituito da un nemico peggiore, il cavaliere Berlusconi. Un pomeriggio mentre passeggiavo sulla spiaggia insieme a mio padre e colleghi del suo quotidiano romano, incrociammo Bettino in compagnia delle sue guardie del corpo. Io, che all’epoca ero palestrato e in quel pendente a torso nudo, divenni all’improvviso un cavallo di battaglia di quella partita a scacchi che ormai da mesi si stava disputando a Roma. Uno scontro frontale e fisico (fortunatamente per me) non avvenne sulla spiaggia di Hammamet ma gli sguardi che si scambiarono le due fazioni potevano uccidere se fossero stati di fuoco.
Una mia poesia scritta in quei giorni ad Hammamet:

NORD AFRICA

Un denso lucore, una terra assetata,
beduini dal derma corvino avvolti in candidi drappi,
la mia somma veduta dell’Africa;
Da un niveo abituro
e un brolo capace
di sponda al mare,
scorgo l’annosa contrada dell’araba primavera
mentre sorseggio un tè
tra empi pescatori siculi che taffiano cushcush;
Contemplo i toni infiniti
di un tramonto africano,
percependo il clamore ribelle
di mori saraceni nei vicoli della Medina;
Un dì, montando il mio cammello
come un principe del deserto e
peregrinando nei primordi del Sahara,
tra dune di sabbia levigate
e riflesse dal sole rovente
e ruvide folate nella volta cerula,
scorgo l’attolo eliso
adorno di palme e scaturigine;
L’oasi non la reputo un miraggio
ma la visione onirica di una fausta esistenza.

E che dire di Aldo Moro? Con mio padre, nei nostri saltuari incontri, o andavo al ristorante o al cinema. Prediligevamo film Western dove lui sapeva in cuor suo di recuparare il sonno perso durante i lunghi viaggi di lavoro. Un pomeriggio decidemmo di andare a vedere Con grazia ricevuta di Nino Manfredi al cinema Adriano a Piazza Cavour. Nel buio non mi accorsi che il mio vicino di sedia era il ministro Moro. Dormivano entrambi, l’inviato speciale del Corriere della Sera e l’uomo politico della DC. Qualche mese dopo Aldo Moro venne rapito e poi ucciso dalle Brigate Rosse. Anni dopo la femminista Adele Cambria presentava il libro della brigatista Barbara Balzarani che aveva appena finito di scontare la pena per aver partecipato al rapimento, alla Casa Internazionale delle Donne a Via della Lungara a Roma.
Le casualità del destino?

Marco Panella invece era un caro amico di Adele e un collega di Bernardo. A differenza di quest’ultimo (ex coniuge e padre degli stessi due figli) si degnò ad andare a rendere omaggio alla salma di mia madre al Fatebenefratelli di Roma, dopo la sua scomparsa nel 2015, dove restò da solo con lei a dialogare per qualche minuto. Non so che cosa le disse ma probabilmente un arrivederci dato che qualche anno dopo la raggiunse nell’aldilà.
Marco era stravagante e spesso non veniva preso sul serio dai suoi interlocutori perché quando cominciava a parlare era come se cantasse un’aria dalla Tosca di Puccini e ai giornalisti quando discutono a tavola di politica, la musica romantica non piace.

Eugenio Scalfari andrebbe considerato come il caporedattore di Bernardo per antonomasia. Amici e colleghi dal giorno della nascita di “Repubblica”. Non ho mai avuto il dispiacere di conoscerlo, perché mi ha sempre ispirato una certa diffidenza e antipatia, eppure ho letto due volte di seguito Le affinità elettive di Goethe

Mentre con Sandro Viola ci siamo sempre attratti. A Parigi mi portava nei caffè della città che conosceva come le sue tasche dei suoi eleganti vestiti che si faceva cucire su misura dai sarti più alla moda di Roma. Una volta l’accompagnai dietro il Colosseo dal suo sarto personale a farsi cucire un completo. Sandro ci sapeva fare con tutti ed era una persona di tatto.
Nell’appartamento di Bernardo sulla Rue de Rennes cucinava una cuoca umbra straordinaria che avrebbe meritato almeno tre stelle sulla guida Michelin. Maria era una mera chef e nella capitale francese, coloro che erano andati a cena in quel salotto culturale di Rue de Rennes, lo sapevano. Sandro Viola compreso. Qualche anno fa dopo la sua scomparsa ricevetti una telefonata di una ragazza toscana che nei cassonetti dei rifiuti aveva trovato un diario di un certo Sandro Viola dove veniva nominato più volte Bernardo Valli ed Eugenio Scalfari. Le consigliai di mandarlo per posta alla redazione di “Repubblica” dove sia il Viola che il Valli erano stati tra i fondatori.

Anche il Presidente della Reppublica Giorgio Napolitano, quando era ancora un uomo politico del PCI, ebbe il piacere di degustare il risotto alla umbra di Maria. Io ero lì quella sera ma da spettatore in compagnia di un doberman pinche di origine asiatica, Happy.

Per concludere una mia poesia inedita:

PADRE E FIGLIO

Padre e figlio
insieme
trent’anni dopo
un’esistenza tribolata;
solidali nel lasso
dal nascimento al sonno eterno,
nel fugace ritrovo
di una solennità familiare.
Nessun cruccio
nessun cozzo
nessun tra loro;
nel focolare domestico
indi tramandato
alla progenie.

:: Il sogno infranto di Valentina di Fulvio Drigani

30 aprile 2019

treno

Padre e figlia si riabbracciarono felici. Erano mesi che non si vedevano.

– Valentina! Sono molto contento di vederti.
– Anch’io, papà.
– Come ti trovi a Rotterdam?
– Bene, molto bene – rispose lei con un gran bel sorriso – I corsi mi piacciono molto. Penso che passerò gli esami.
– Brava! – esclamò il padre, con evidente orgoglio – Quanto tempo starai qui?
– Molto poco, papà, e mi dispiace, ma ho tante cose da fare e un giorno l’ho già passato da mamma. Certo che se non vi foste separati, sarebbe stato tutto più semplice.
– Ma è andata così – disse lui allargando sconsolato le braccia – Siamo stati bene insieme quando i tempi erano difficili e ora, che avremmo potuto goderci la vita, ci siamo venuti a noia.
– Non sei sincero, papà. Tu non l’avresti fatto di sicuro. È stata lei che è andata fuori di testa. Dì la verità.
– Non parlare così di mamma! – rispose lui con veemenza – È difficile in questi casi stabilire chi ha torto e chi ha ragione. A un certo punto le cose si aggrovigliano e non riesci neanche a capire il perché.
– Sarà, ma adesso siete infelici tutti e due. Tu non hai più la donna che amavi e lei, che non aveva capito cosa avrebbe perso, si è ora pentita di quello che ha fatto.
– Dici sul serio? – sembrò colpito dalle parole della figlia.
– Te l’ho detto! Sono appena stata un’intera giornata con lei.
– Dai, lasciamo perdere queste cose – ribatté lui con fare sbrigativo – e andiamo a mangiare, che è meglio.
– Va bene, papà, ma promettimi di chiamarla. Secondo me, lei non aspetta altro.
– Non so se lo farò. Ormai la ferita si sta rimarginando.
– Non ne sarei così sicura, se fossi in te – alla ragazza brillarono gli occhi – Ti giuro che lei è lì che si sta rodendo il fegato per quello che ha combinato e so bene che, sotto sotto, stai male anche tu.
– Ci penserò.
– Dai, papà, ti prego – lo supplicò Valentina.

Finita la cena, padre e figlia tornarono dal ristorante a casa tenendosi sottobraccio, felici di stare insieme. Si accomodarono sul divano e guardarono per un’oretta vecchie foto di quando lei era piccola, fino a quando Valentina non se ne andò a dormire.
L’uomo rimase quindi solo nella grande sala. Dopo alcuni minuti passati con gli occhi fissi nel vuoto, si alzò dal divano, andò in cucina e si versò un goccio di limoncello. Tornò a sedersi, questa volta in poltrona, e cominciò a sorseggiare il liquore, assorto nei suoi pensieri. Trascorse così almeno un quarto d’ora. Centellinava le gocce ad una ad una.
Improvvisamente, come colto da una sorta di frenesia, posò con rabbia il bicchierino sul tavolino, si alzò di scatto, spense le luci e corse in studio. Accese il computer, entrò nella sua casella di posta e scrisse alla moglie.

Il padre di Valentina arrivò nella grande stazione con un mazzo di fiori in mano e raggiunse la testa del binario. Il treno stava arrivando, ma decise di non andare incontro a sua moglie lungo il marciapiede. Con tutta quella gente che sarebbe scesa, c’era il rischio di non incrociarsi. Aspettò lì, dov’era arrivato, in mezzo alla piccola folla dei parenti e amici.
Passarono alcuni minuti e sua moglie scese dalla terza carrozza, emozionata come lui. Le sembrava di essere tornata indietro di venticinque anni e si sentiva nuovamente una ragazza in cerca d’amore. Era stata stupida a lasciarlo, pensava, ma lui aveva le sue colpe. L’aveva fatta troppo ingelosire, anche se, ora ne era quasi certa, quel matto del suo uomo non aveva combinato ciò che lei aveva sospettato. Tutta colpa del suo dannato lavoro di impresario teatrale che gli faceva incontrare tante donne e del fatto che gli piaceva pavoneggiarsi in loro compagnia. Era fatto così. Un vero e proprio bambinone. Ma sua figlia l’aveva tenuta aggiornata e le aveva garantito che lui non aveva una relazione quando lei se n’era andata e che, anche dopo, non si era legato con nessun’altra.
Si era però ripromessa di non parlare con lui del passato. Adesso bisognava pensare al futuro. Quando aveva accettato l’invito, pur avendo provato un certo piacere, non aveva subito realizzato fino a che punto fosse disposta a spingersi. L’aveva capito solo dopo, quando, con molta cura, aveva scelto il profumo e la biancheria intima. Si era in quel momento resa conto di fremere nuovamente di desiderio e di sperare, nel profondo, che le cose finissero in modo molto romantico. Si era allora fatta più bella all’ultimo minuto, tingendo e acconciando i capelli proprio come piaceva a lui, e ora ringraziava in cuor suo Valentina che l’aveva spinta su quella strada. C’era voluta una figlia ventenne per spiegarle che ancora si poteva credere nell’amore.
Cominciò a camminare sul marciapiede, in uno stato di crescente trepidazione. Quando era ormai giunta all’altezza della prima carrozza, suo marito la vide e, sorridendo, fece l’atto di andarle incontro. In quell’attimo, però, la folla alla sua destra ondeggiò e molti cominciarono a fuggire, urlando. Udì degli spari, raffiche furiose e molto ravvicinate, ma continuò ad andare verso di lei. Improvvisamente, però, sentì un forte bruciore all’addome, si accorse che non riusciva più a camminare e gli sembrò che sua moglie svanisse in lontananza. Gli occhi gli si appannarono e cominciò a vacillare, mentre un dolore penetrante cresceva  all’altezza dello stomaco. Si toccò e vide con orrore la sua mano intrisa di sangue. Cadde in ginocchio e poi a terra. Imprecò. No, non poteva finire così! Perché stava accadendo proprio a lui che voleva ancora amare, che credeva nella vita, che adorava Valentina? Non poteva accettare che un odio fanatico e cieco l’avesse raggiunto proprio vicino a casa, a un passo da sua moglie che finalmente tornava da lui. Se c’era un dio doveva dargli ancora del tempo, sì, del tempo! Un futuro, per l’amor del cielo, uno straccio di futuro!
Il sangue intanto colava copioso e una larga chiazza scura si era ormai formata sul marciapiede. Cercò di rialzarsi ma il corpo non rispondeva più. Sentì una grande confusione intorno a sé, urla, mani che lo afferravano e riuscì ancora, come in un sogno, a vedere sua moglie mentre si chinava su di lui, gli occhi terrorizzati, lo sguardo disperato.
Era bella anche così, pensò, come non mai.
Poi più niente, solo silenzio e buio.

Fulvio Drigani si è dedicato alla scrittura negli ultimi anni dopo un’attività manageriale che lo ha portato a vivere all’estero per buona parte della sua vita. Innumerevoli sono i Paesi in cui è stato, ma i luoghi dove ha vissuto di più sono l’Olanda, la Turchia, la Germania, la Polonia, Londra, la Grecia, il Giappone, gli Stati Uniti e perfino la giungla sudamericana. Ora abita in Italia, a Frascati. A Febbraio, è uscito il suo primo romanzo, #ColVentoInPoppa, e, subito dopo, ha cominciato a pubblicare racconti. Recensisce anche libri per un circolo letterario. Maggiori informazioni su di lui si possono trovare nel sito http://www.fulviodrigani.com.

:: Vagoni gialli di Orazio Turrisi

19 aprile 2019

immagine treno

Quando papà torna a casa, di rientro dai campi, sono le quattro del pomeriggio e il treno dai vagoni gialli fischia forte, fermandosi nella stazione di sotto lungo la vallata.
Quando papà torna a casa, entra in cortile con l’apecar, scende dal mezzo e scalcia contro un gradino per levarsi la terra da sotto gli scarponi.
Quando papà torna a casa, e fa le scale per raggiungere la porta d’ingresso, corro verso la mia camera, mi ci chiudo dentro e faccio finta di fare i compiti.
Quando papà torna a casa, entra con in braccio il fagotto dei suoi vestiti sporchi, sbatte la porta dietro di lui, e quel tonfo acuto mi scuote forte la pancia.
Quando papà torna a casa, aspetto che passi davanti alla mia porta chiusa, mi tappo le orecchie con entrambe le mani e tengo gli occhi premuti, sperando che non apra.
Quando papà torna a casa, dopo qualche minuto devo andare in cucina a salutarlo, dandogli un bacio sulla guancia perché la mamma dice che si fa così.
Quando papà torna a casa è sempre nervoso e se la prende prima con la mamma e poi con me; l’odore del suo sudore si confonde con il profumo aspro dei limoni.
Quando papà torna a casa e si arrabbia con me senza motivo, vorrei spaccargli la faccia con la pompa della mia bicicletta così da farlo smettere di abbaiare.
Quando papà torna a casa mi sento uno scemo, e vado alla finestra della mia camera, spalanco le ante, mi metto con i gomiti sul davanzale e appoggio il viso sulle mani.
Guardo le nuvole volare sopra di me e il treno delle quattro e cinque ripartire, attraversare gli spazi vuoti fra una pianta di ulivo e l’altra, smuovere le foglie scosse dal suo passaggio; e penso che un giorno, quando sarò grande e il mio salvadanaio sarà
pieno di monetine, comprerò il biglietto per salire su uno di quei vagoni gialli, senza più tornare a casa.

Orazio Turrisi è nato a Giarre, in provincia di Catania, ha 39 anni ed è laureato in Ingegneria Elettrica. Scrive racconti da sempre e da un anno sta perfezionando la sua formazione alla scuola di scrittura di Raul Montanari. Vive a Milano, dove lavora come project manager in una società di gestione della rete gas. Da sempre appassionato di letture, gli scrittori a cui si ispira sono i classici della letteratura italiana e siciliana in particolare come Sciascia, Bufalino e Sapienza.

:: Il giorno più importante della vita di Fabio di Fulvio Drigani

19 marzo 2019

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Fabio si era alzato presto quella mattina, aveva passato parecchio tempo a scegliere i vestiti che avrebbe poi indossato ed era rimasto più del solito anche in bagno. Si era rasato accuratamente e si era guardato a lungo da vicino nello specchio. Non c’erano segni esteriori di cambiamento e anche quella mattina era proprio lui, senza dubbio. Eppure stava per succedere qualcosa di incredibile e doveva arrivare ben preparato all’appuntamento più importante della sua vita. Quell’uomo mite che era sempre stato stava per trasformarsi in un assassino.

Non l’avrebbe mai immaginato e certo non l’avrebbero mai pensato i suoi genitori, la maestra delle elementari che gli aveva voluto tanto bene e i suoi colleghi. Anche sua moglie, che ormai lo detestava, l’avrebbe sempre creduto incapace di fare una cosa del genere. Però era proprio così e non c’era più niente da fare. Aveva pensato a tante altre soluzioni, aveva cercato di uscirne in un modo diverso, ma al punto in cui era arrivato l’unica cosa da fare era uccidere Luisa.

Odiava quella donna, ormai, non meno di quanto non continuasse ad amarla. L’aveva stregato fino a farlo diventare un suo schiavo. Per tanto tempo aveva cercato di usare con lei il cervello, quella razionalità che, pensava, lo avrebbe sempre protetto dalle insidie della vita, ma invano. Senza che all’inizio neppure se ne rendesse conto, era stato un terribile crescendo. Luisa aveva prima avuto in regalo dei fiori, poi cene di lusso, ultimi modelli di smartphone, abiti firmati e tante altre cose ancora. Ora, ne era certo, avrebbe trovato anche il modo di mettere le mani sui suoi risparmi e avrebbe finito col prendersi anche la casa. Come lei ci riuscisse, Fabio continuava a non saperlo. Ogni volta gli sembrava di aver la situazione in pugno o di poter almeno contenere le sue richieste ma, alla fine, con qualche sorriso, negandosi spesso e offrendosi al momento opportuno, lei lo aveva sempre piegato alla sua volontà e lui aveva finito col soddisfare tutti quei desideri, ottenendo ben poco in cambio.

Luisa era stata anche la causa dell’insanabile deterioramento del suo rapporto con Marta, sua moglie, così diversa da quell’altra donna, così mite, forse troppo, tanto da fargli dimenticare nel tempo cosa può diventare il rapporto fra un uomo e una donna se c’è malafede. Si era così anche alienato la simpatia dei figli, che lo vedevano ormai mal volentieri, che solidarizzavano con la madre e che non lo stimavano più. Anzi, lo consideravano un vecchio stupido e vanesio travolto a cinquant’anni da una relazione in cui era stato solo preso in giro. Anche sul lavoro non era più la stessa cosa. Troppe assenze, troppe telefonate che non finivano mai e il suo rendimento era calato in maniera ormai preoccupante.

Oggi, però, tutto sarebbe cambiato. Fabio era determinato ed era sicuro che sarebbe riuscito a ucciderla. Lei non poteva neanche immaginare una cosa del genere e addirittura lo aspettava con ansia perché gli aveva estorto la promessa di un ultimo, costoso regalo. Sarebbe quindi stata subito presa dall’eccitazione di aprire quel pacchetto e non si sarebbe neanche accorta del fatto che lui stesse estraendo il coltello alle sue spalle.

Fabio non sapeva però se l’avrebbe fatta franca. Aveva certo un buon piano ma, agitato com’era, non era in grado di valutarne con lucidità i punti deboli. Avrebbe parcheggiato la macchina in un’altra via, lontano dalle telecamere che aveva visto in zona, sarebbe salito senza farsi notare in quel palazzo privo di portineria e, entrando, le avrebbe dato subito il pacchetto, per poi cogliere l’attimo successivo in cui lei si sarebbe chinata sul tavolo per aprirlo. Non lo conoscevano in quello stabile, con Luisa si era quasi sempre incontrato altrove e il paio di volte che erano andati insieme da lei era stato di notte e non avevano incrociato nessuno. Aveva anche pensato di lasciare il cellulare a casa per evitare che si potesse successivamente ricostruire il suo percorso.

In ogni caso, la polizia lo avrebbe comunque rintracciato per via delle tante telefonate fra di loro registrate nel cellulare di Luisa e avrebbe poi facilmente trovato dei riscontri sulla loro relazione. Sarebbe stato quindi di sicuro convocato ma sperava che non avrebbero trovato prove concrete contro di lui e che se la sarebbe pertanto cavata. Non ne era tuttavia sicuro e temeva di lasciare qualche impronta digitale anche se, con la scusa del freddo invernale, avrebbe sempre girato coi guanti. Doveva in ogni caso ricordarsi di non toglierli una volta entrato nell’appartamento ed era per questo che, con lo stratagemma del regalo, voleva ucciderla il più presto possibile sperando che qualcosa, nel frattempo, non andasse storto.

Ogni tanto, però, Fabio pensava anche che non sarebbe stato poi così tragico se lo avessero scoperto e condannato. La sua vita era diventata uno schifo, se ne rendeva conto, e se lo avessero scoperto avrebbe accettato il carcere con fatalismo. Forse, lì avrebbe pian piano imparato di nuovo a vivere e poi poteva pagarsi un buon avvocato per ottenere una riduzione di pena e tornare presto in libertà. Una volta uscito, sarebbe forse stato una persona diversa. Era comunque questa una giustificazione che si dava per farsi coraggio ma, in realtà, preferiva non essere preso.

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Uscì nel freddo mattutino e arrivò a destinazione parcheggiando proprio nel posto giusto. Scese dalla macchina e si incamminò verso il palazzo di Luisa. Doveva solo percorrere una piccola strada fra alti condomini e poi girare a destra nel viale dove lei abitava. Il suo palazzo era il terzo di quell’isolato e Fabio avrebbe così evitato le telecamere di una banca che si trovava al piano terra del quarto stabile.

Quando arrivò proprio all’angolo fra la piccola strada e il viale, istintivamente si fermò. Aveva avuto improvvisamente paura e fu colto dall’istinto di fuggire. Si guardò intorno. Sapeva che era stupido fermarsi proprio lì e, anche se gli tremavano le gambe, aveva ormai deciso che quella era l’unica soluzione e che doveva andare avanti. Fece allora uno sforzo sovrumano e girò l’angolo. Ora era sul viale e camminava spedito. Era come un astronauta sulla rampa di lancio, non poteva più tornare indietro.

Tuttavia, mentre si avvicinava, si chiedeva preoccupato perché ci fosse un assembramento di persone proprio davanti all’ingresso del palazzo. Quando fu vicino notò anche un poliziotto e, parcheggiata un po’ più avanti, un’ambulanza. Arrivò trafelato e si mischiò alla piccola folla. C’era una signora davanti a lui alla quale chiese:

  • Cos’è successo?
  • Uno sconosciuto ha ucciso una donna! È rimasto nell’appartamento, ha chiamato lui la polizia e lo hanno appena portato via
  • Abitava al terzo piano – si intromise un’altra donna, curiosa e invadente – Era molto vistosa, forse troppo, con tutti quei capelli ricci, sempre truccatissima e con le gonne molto corte, ma non dava confidenza a nessuno. Ho provato a attaccar bottone ma lei non ha mai voluto darmi corda. Chissà che vita faceva?

Non é possibile, gridò Fabio dentro di sé, è Luisa!

Gli venne l’istinto di correre dentro gridando il suo nome. Capì in tempo che era assurdo e stupido. La mano nella tasca del cappotto stringeva ancora il coltello.

Fu preso allora da un furore indicibile.

Era stato il secondo uomo di sua moglie, portiere di riserva nella squadra del paese, solo vice capo ufficio, mai primo, neanche a scuola e neppure a quel concorso sul quale aveva puntato tutte le sue carte, e ora uno sconosciuto lo aveva reso anche assassino di riserva! Chi era quell’uomo che aveva percorso, prima di lui e senza che Fabio se ne rendesse conto, il calvario di una relazione con Luisa e che gli aveva rubato il giorno più importante della sua vita?

Si staccò dalla folla, confuso e sbandato, e si appoggiò con una mano a un albero del viale. Con l’altra continuava a stringere il coltello nella tasca del cappotto.

Che faccio, ora?, si chiese.

Solo in quel momento si rese finalmente conto che non sarebbe più diventato un assassino e che la polizia non lo avrebbe mai cercato. Non era un reato pensare di uccidere qualcuno, altrimenti saremmo tutti in carcere, bisognava farlo davvero.

Era libero! Mai in vita sua come in quel momento. La polizia non lo avrebbe braccato e non c’era comunque più, per sempre, quella sanguisuga dell’amante.

Si guardò in giro e si accorse solo in quell’istante che era una giornata di sole. Fu pervaso da un senso di leggerezza. Entrò in un bar e si offrì un prosecco.

Fulvio Drigani si è dedicato alla scrittura negli ultimi anni dopo un’attività manageriale che lo ha portato a vivere all’estero per buona parte della sua vita. Innumerevoli sono i Paesi in cui è stato, ma i luoghi dove ha vissuto di più sono l’Olanda, la Turchia, la Germania, la Polonia, Londra, la Grecia, il Giappone, gli Stati Uniti e perfino la giungla sudamericana. Ora abita in Italia, a Frascati. A Febbraio, è uscito il suo primo romanzo, #ColVentoInPoppa, e, subito dopo, ha cominciato a pubblicare racconti. Recensisce anche libri per un circolo letterario. Maggiori informazioni su di lui si possono trovare nel sito http://www.fulviodrigani.com.

:: La lettera di Pippo Cutrera di Adriano Fischer

18 dicembre 2018

anselm-kieferwal

Tonia mi aveva svalvolato i cabasisi con questa storia che l’unico modo per vincere il blocco dello scrittore fosse di avere un figlio. Stavamo sorseggiando due mojito al café de mar, ad Acitrezza, un luogo non adatto a gente come noi anzi come me, che per due faraglioni, rum, menta e lime, ti fanno pagare un’enormità.
Era sera, il cielo era polverato di stelle, il raduno di coppiette sul lungomare, le lampare solcavano l’acqua, ambulanti che vendevano bastoni selfie, miscele d’odori gas di scarico e pepata di cozze, faraglioni pigramente immobili.
«Pensaci bene!»
Non mi doveva convincere perché la decisione era ormai già stata presa qualche anno prima al motto “impegniamoci”; e infatti, fino a due giorni prima, c’eravamo andati giù di brutto. Che poi “giù di brutto” non è mica vero!
Degli operai del sesso.
Quando si ha come obiettivo un figlio, quando questo diventa un’ossessione, il sesso perde il suo selvaggio appetito, la voracità animalesca che rende ciechi ai primi contatti, l’istinto della trasgressione, il perdersi dei sensi nell’avvinghiamento che ha un climax galoppante ed euforico. Ecco, sembravamo più due persone che ingegneristicamente, in una catena di produzione industriale, stavano nella fase del montaggio, mettiti così, rimani così, non ti muovere, non troppo, bene, ottimo, perfetto. Andiamo! Non ti fermare, il tempo, il tempo, avanti, tempo, pianooo, pianooo, pianooo, su, su, ci siamo, ok, grande, fatto.
«Ci devo pensare bene?»
Annuisce soddisfatta.
Che cosa voleva dire, cosa c’era di sotteso, e perché doveva farmi sentire un idiota quel pensaci bene!?
Qualcosa mi balenò in testa in quel momento. C’era una vecchia scuola di pensiero, che condividevo interamente, secondo la quale il letto, dopo tanti anni, era il posto peggiore in cui fare sesso e che, anzi, impigriva gli spermatozoi che non sembrerebbero tanto invogliati a lavorare. Ci vorrebbe vivacità, ecco, allegrezza. La stessa che si viveva i primi giorni, i primi mesi di rapporto, quando sesso si faceva in macchina, sia dentro che sul cofano, quando, certo, la macchina ha un cofano, in spiaggia, in acqua, sugli scogli.
Ad esempio – qui arriva il punto della questione – a Tonia e a me eccitava tantissimo farlo nei bagni dei ristoranti, più il ristorante era caro e fighetto, più la sfida diventava stimolante. Il vincerla poi ci restituiva un senso di orgoglio che non si riusciva a spiegare. C’erano tanti ostacoli e tabù da infrangere e, soprattutto, era consigliabile attivarsi quando non si era né troppo pieni, dopo l’antipasto sarebbe stato perfetto, né troppo ubriachi, il rischio era la degenerazione, perdere il controllo, cioè anche il sesso è una cosa seria.
«Hai capito quello che voglio dire?»
«Forse ma…»
Forse ma, cosa? Non ero così sicuro. Tonia negli anni è cambiata, è diventata donna, non che prima fosse un uomo, o uno scimpanzé, ma le donne, è vero, con gli anni abbandonano molto più facilmente il bambino che è dentro ognuno di noi. Adesso, al di fuori di ogni metafora, la prole è qualcosa di altro, qualcosa tipo una propaggine, ecco. L’uomo, al contrario, qualunque obiettivo abbia da raggiungere, si fa accompagnare da una sua versione nana, ingenua, innocente, puerile, che vuole sorprendersi, e questo per attutire meglio i colpi inferti dalla vita, perché è un bambino che riesce a ridurre tutto in un gioco.
«Vuoi andare in bagno, magari?» domando a bruciapelo.
Tonia scrolla le spalle
«In bagno?»
«Sì, in bagno, capisci a me!»
«Io non devo andare in bagno»
«Sei sicura?»
«Perché credi debba andare in bagno?»
«Anch’io! Verrei con te»
«Anche tu devi andare in bagno?»
«No, io non devo andare in bagno»
«Allora perché vuoi che ci vada io?»
«Io, io non è che voglio che tu vada in bagno, ti ho detto se… ecco, vuoi chiuderti un po’ in bagno».
«Mi stai dando della pazza, forse?»
«Noooo! Se fossi pazza non ti direi di chiuderti in bagno, ma in una clinica»
«Quindi chiudermi in bagno, sarebbe il tuo modo per dirmi di chiudermi in una clinica?»
Ecco, con tutto l’amore possibile, un uomo e una donna non hanno bisogno di un figlio ma di un arbitro.
«Lasciamo stare, Tonia».
Certe volte, questa era una di quelle, quando discutevo con Tonia mi sentivo la testa pulsare, la sensazione era che se non facevo qualcosa mi sarebbe scoppiata tra le mani. Bisogna capire quand’è il momento di cambiare il discorso, di battere in ritirata. Era evidente che Tonia aveva rimosso i primi mesi di relazione. Non avrei dovuto stupirmi, era una cosa assolutamente naturale e che aveva investito tanti altri aspetti della nostra relazione.
«Non credo allora di avere capito, Tonia»
Tonia si avvicina la sedia al tavolo, felice che io non avessi capito e soprattuttofelice che, adesso, potessi pendere dalle sue labbra.
«Me l’ha detto la dottoressa Messina Galli Mazzese, e mi ha illuminato…»
«Chi è questo codice fiscale vivente?»
«La mia dottoressa»
«La tua dottoressa?»
«Sì, la ginecologa, possiamo continuare?»
«Ma non si chiamava Troina, cos’è, era troppo corto il cognome?»
«No, l’ho cambiata, troppo antica»
«Tonia, ma è la sesta. Vuoi forse aprire un reparto ginecologico, per Dio?»
«Vuoi ascoltarmi, per piacere?»
Annuisco sì ma con un cerchio d’irritazione sulla testa.
«Alla dottoressa Messina Galli Mazzese chiaramente ho spiegato tutto, capisci? tutto tutto tutto…»
«No, tutto! cosa vuoi dire con tutto?»
«Tutto, Fil, tutti i tuoi problemi»
«quando mi chiami Fil c’è qualcosa di cui vuoi farti perdonare. Cosa precisamente?»
«Non mi devo fare perdonare nulla. Per i tuoi problemi alludo al blocco dello scrittore, chi non riesce a scrivere da tanti anni e…»
«Due, che tanti!»
«Vabbè uguale»
«Non è uguale»
«Ok, e comunque abbiamo parlato del tuo blocco dello scrittore e…»
«Con la dottoressa?»
«Sì, scusa chi più di lei!»
«Non so, a me verrebbe da dire, così la sparo, uno psicologo!»
«Io ti pregherei di attenerti alla questione principale che è di particolare importanza… sei d’accordo?»
Annuisco ma sempre controvoglia.
Avevo notato, forse sarà stata la solita suggestione, che attorno a noi diverse coppie si fossero azzittite per ascoltare la nostra discussione. Non soffro di manie persecutorie ma simulavano malissimo indifferenza e poi… sì, e poi non avevano figli appresso.
«Ascoltami bene! da quanto tempo hai questo benedetto blocco?»
«Perché sarebbe benedetto, vuoi dire che è un bene che abbia il blocco, vuoi dire… »
«Era solo un modo di dire. Da quanto tempo, Fil?»
«Due anni, ti ho appena detto»
«Bene, molto bene, e da quanto tempo è che proviamo ad avere un figlio?»
«Tre almeno!»
«E No, No, Pippo! Scusa eh! Sono esattamente due, due anni»
Si abbandona sulla sedia, allarga le braccia con quel suo modo insopportabile di fare quando crede di sentire scempiaggini.
«Ma non è vero!»
«Ah no?Non è vero? E, secondo te, da quando decorrerebbero i nostri tentativi di rimanere incinti?»
«Incinti? Cioè se ci proviamo, siamo in due, se ci riusciamo sei da sola? Sintesi perfetta del rapporto fra uomo e donna!»
«Blablabla! Non hai risposto alla mia osservazione»
«Forse perché alle osservazioni non c’è bisogno di rispondere. Penso ad ogni modo che il momento decorra da quando abbiamo deciso di provarci».
«Bello lui, vedi, sbagliato! Bello lui, quelle sono parole! occorrono i fatti come dice la dottoressa Messina Galli Mazzese, fatti…»
«Un tempo si faceva sesso ed era un fatto, se poi se ne faceva tanto, erano tanti fatti. E noi abbiamo fatto tanti fatti!»
«Non è così!»
«No? Ebbè un tempo si faceva così»
«Quando le cose non vanno come devono andare, una persona si deve fare aiutare»
«Io te l’ho sempre detto che ti devi fare aiutare da qualcuno!»
«Da uno specialista!»
«E sì, certo, da uno specialista»
«Parlo del tuo urologo»
«Oddio, dottor Ivo Giarrusso, il boia dei cazzi!»
«Esatto! Quindi, ci abbiamo provato concretamente nel momento in cui ti sei operato al varicocele, da lì! Pertanto due anni»
«Ah, un po’ forzata come datazione. Allora potremmo anticipare di qualche mese, quando mi hai costretto a fare lo spermiogramma. Esperienza terribile. Mai fatta una sega a comando!
Il cameriere, vuoi la coincidenza, ci si para davanti sulla frase sega a comando. Io lo guardo solo per accertarmi se ha sentito le mie parole, cioè non sono pudico, né bacchettone ma come potevo spiegare che non era a lui che mi stavo rivolgendo, che non era da lui che volevo quello che lui rischiava di aver capito?
«Signori» ci domanda, raccogliendo nel frattempo i bicchieri vuoti «desiderate altro?»
«Io bisso»
«Io no» esita Tonia «non si sa mai»
«Benissimo, un mojito allora».
«Non si sa mai perché?» chiedo quando vedo il cameriere allontanarsi.
«Beh, vorrei rimanere lucida, già sono eccitata. Ascoltami, la dottoressa Messina Galli Mazzese mi ha aperto gli occhi. E ti confesso, dice che dipende da te»
«In che senso dipende da me? Questa donna ti ha illuminato perché la butta in culo a me?»
«Ecco qui il mojito, signori» Il cameriere poggia il bicchiere. Sprofondiamo in un silenzio mortificante. Quell’uomo, da quando ci ha visto entrare, ci ha sentito dire esclusivamente: buonasera, sega a comando e in culo a me.
«Spiegami, per piacere, il ragionamento di questa luminare».
«Certamente. La dottoressa Messina Gal…»
«Di nome come fa?»
«Maria Antonietta, perché?»
«Maria Antonietta Messina Galli Mazzese?»
«Sì, la conosci?»
«No… continua»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che quello che occorre per essere genitori è la felicità, no? Il vedere il mondo con occhi diversi, cercare altre prospettive, capisci?»
«La felicità, prospettive?»
«Sì, ecco,la realtà non è quella che il mondo ti restituisce, è quella che tu riesci a creare, a costruire, quella cui tu decidi di credere».
«Sì, certo, sono belle parole, un po’ troppo teoriche».
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che il calo demografico non è dipeso dalla disoccupazione, dall’insicurezza, dall’ Isis o che so io, ma perché nessuno vede più un futuro, capisci? Siamo diventati consumatori dell’esistenza come se questa ci stesse scivolando via irrimediabilmente. Come se non ci fosse un domani, solo un oggi da inghiottire in un boccone. E invece esiste, esiste, capisci che esiste?».
«Esiste, cioè, cosa?»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che figli se ne facevano anche durante la prima e la seconda guerra mondiale. Anzi, il tasso di natalità lì era altissimo, e la gente era poverissima, ci si arrangiava insomma. Eppure, vorrà dire qualcosa?»
«Sì, che la dottoressa Messina Vattelapesca è un’esaltata! Sono cose fuori dal mondo ma poi, insomma, da me cosa vuole questa?»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese sostiene che se hai il cervello bloccato, avrai bloccato anche il pisello».
«Un linguaggio clinico, assolutamente»
«No, sono io che ti sto facendo il sunto»
«Ma, per Dio, Tonia, io non ho il pisello bloccato».
Adesso, il cameriere con la guantiera sotto braccio si ripresenta anche lui imbarazzato per la circostanza. Non è colpa sua, è il suo lavoro passare per i tavoli, e soprattutto se il locale è di un certo tipo. Tira un sospirone e ci lascia il conto.
«40 euro…»leggo «ma cosa abbiamo mangiato?».
«Nulla, abbiamo bevuto solamente»
«E poi parliamo di felicità, e di prospettive! Quindi, la luminare immagino ti abbia detto cosa fare, come dovrei comportarmi?»
Tonia si alza, mi ghermisce un polso e mi trascina fuori sul lungomare. Mi tiene ancora e non capisco, forse pensa che scappi. Mi lascia sul muretto, mi dice di sedermi e io obbedisco come ipnotizzato. Mi dice di girarmi verso il mare, così fa pure lei, c’è un orizzonte nerissimo, i faraglioni hanno un’aureola lunare e c’è ancora quella lampara che solca il mare, si vede solo quella specchiarsi sull’acqua, come una lucciola narcisa.
«Cosa vuol dire?»
«Un figlio è creazione, è la natura che si fa arte, è gioia, è la tua eredità, è la testimonianza che tu nel tuo piccolo puoi fare camminare il mondo. Tu allora diventi mondo, e sei vita, e sei vita che crea, che si moltiplica, che perpetua una speranza, e tu sei il creatore di questa speranza».
Io l’ascoltavo, e non distoglievo però lo sguardo da quella striscia, quella retta perfetta che mi tagliava il mondo in due. E le sue parole? Mi irretivano e mi seducevano al tempo. Dopo un tempo che mi parve infinito, ma era appena un minuto, in un intingolo dell’eternità,
«Scrivi a tuo figlio allora, scrivigli una lettera. Liberati. Usa la finzione per comunicare i tuoi desideri, la tua attesa, le tue lotte».
«Una lettera?»
«Una lettera!».

Adriano Fischer, 40 anni, vive a Catania.
Autore di romanzi e insegnante di diritto, ma soprattuto avido lettore.
E come da testo, parco di parole.

:: Che cos’è la felicità? di Irene D’Arminia

27 novembre 2018

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Era arrivato l’autunno, o meglio quel momento in cui non sai se effettivamente sia finita l’estate e devi fare il cambio di stagione o devi aspettare un altro po’ perché ti ricordi che abiti in Sicilia e l’autunno non esiste.
Settembre, il mese amato da tutte le mamme, che con un sorriso a 360 gradi si alzano prestissimo il primo giorno di scuola perché sanno che da quel momento fino a maggio durante le mattine regnerà la pace! Almeno fino a pranzo.
Il mese odiato da tutti gli studenti, che da quel momento inizieranno il calvario, la scuola.
Poi ci sono loro, i bambini di prima elementare una categoria a parte, gli euforici; quelli che hanno passato tutto il mese di agosto e i primi di settembre a scegliere le cose da portare a scuola, ripeto scuola non più asilo! Sarà questo passaggio che li fa eccitare. Il fatto di diventare grandi, di iniziare la “scuola dei grandi”, questa frase li fa uscire fuori di testa! Sembrano dei cuccioli a cui ai dato da bere non caffè, ma solo caffeina per endovena.
E con la loro mamma e il loro papà, entrano (sempre super schizzati), dentro il centro commerciale o al negozio, pronti per cercare tutto. E quando dico tutto intendo proprio tutto: matite, colori, zaino, gomme, diario, qualsiasi cosa serva per la scuola! Una volta scelto tutto, anche il correttore, nonostante essi scrivano con la penna cancellabile, ma si sa i bambini quando comprano tutto, devono comprare tutto; tornano in macchina stanchi, effetto caffeina finito, si mettono nel loro posto a sedere e in meno di dieci, nove, otto…
Ludovica non si sente più. I genitori, stanchi, ai quali la caffeina non fa più effetto in quanto ormai la tolleranza sviluppata ha superato ogni limite, si guardano, sorridono e aspettano quel giorno, quello in cui la campanella suonerà e forse un po’ di relax li aspetterà.
Ma torniamo al punto: Ludovica doveva iniziare la scuola, ma lei era membro di quella categoria a parte, quella dei bambini di prima elementare.
Tutta un’altra cosa per lei l’inizio della scuola!
«Mamma posso scegliere un compagno di banco a piacere o me lo dice la maestra?» chiese in macchina, con il suo nuovo grembiule, tutto blu e un fiocco tutto azzurro che teneva parte dei suoi capelli, morbidi e profumati, sistemati dalla sua mamma qualche minuto prima.
«Non lo so amore, può essere che scegli tu oppure te lo dirà lei, sarà lo stesso bello, no? Avrai un compagno o compagna di banco con cui scambiare i tuoi pensieri, le tue idee» rispose la mamma.
Ludovica era ansiosa, si vedeva, perché fece domande alla sua mamma per tutto il tragitto. Bella la prima elementare, quando ancora non sai quanti anni di studio ti aspettano, ma la mamma di Ludovica non le disse nulla di tutto questo, le disse che la scuola è bella, che chi studia avrà delle ali, con cui poter volare e scoprire il mondo. Chi studia avrà una marcia in più e sarà superiore agli altri senza sentirsi tale.
Ma ancora la piccola e dolce Ludovica non lo sapeva tutto questo, in quel momento a lei interessava solo capire chi sarebbe stato il suo compagno di banco ed è giusto così, d’altronde aveva solo cinque anni.  Fu tutta un’euforia quel giorno, tornata a casa Ludovica corse tra le braccia del suo papà, che lei amava più della sua mamma, il suo uomo, il suo eroe, quello che cercava sempre quando aveva paura, perché per lei era il più forte di tutti.
Questo perché una volta la mamma non sapeva aprire la marmellata e vedendo suo padre aprirla immediatamente capì che la sua forza era immensa!
Abbracciandolo e baciandolo forte forte cominciò a raccontare tutto quanto, ma proprio tutto, pure che una sua compagna si era scaccolata mentre la maestra spiegava. Lei si sentiva come suo papà, forte, perché a differenza dei suoi compagni sapeva già leggere e scrivere il suo nome, ma la mamma le aveva detto di non fare la saputella, perché ognuno ha i suoi tempi ed è giusto rispettarli.
Diciamo che come inizio non c’è male!
I suoi occhi brillavano di gioia, e Ludovica con il suo papà fecero tutto il pomeriggio a parlare e raccontarsi le rispettive mattinate. La sua gioia era immensa e sempre più grande fu nei giorni a seguire, quando un giorno Ludovica tornó a casa un po’ perplessa, come se non riuscisse a spiegarsi una cosa.
Il papà, che quel giorno l’andò a prendere a scuola, perché la mamma aveva un rientro nella sua di scuola, le chiese a cosa pensava, ma lei non parlava, era in silenzio e questo era strano, perché non si era mai comportata così. Disse che lo avrebbe detto solo alla mamma perché la maestra aveva lasciato un compito difficile. Ludovica amava il suo papà, però quando si parlava di compiti e di studiare voleva lei, la sua dolce mamma. Perché se il suo papà era il più forte e il suo eroe, la sua mamma le aveva sempre insegnato tutto.
Dalle prime parole ai numeri ed essendo insegnante, era convinta che sapesse tutto! Il papà era geloso di questa cosa, ma era felice della stima che Ludovica aveva nella sua mamma, perché sapeva quanto importante fosse questo legame per lei. Allora senza insistere più di tanto papà cambio discorso e aspettarono la mamma per fare quel misterioso compito che aveva lasciato la maestra.
Tornata la mamma, Ludovica le si gettò tra le braccia, un po’ arrabbiata perché già il sole era andato via, ma comprensiva del fatto che era via per lavoro e non per altro.
Il papà spiegó alla mamma che c’era un compito da fare, ma che Ludovica non lo volle fare con lui perché doveva farlo con la mamma.
«Amore è un compito difficile? Fammi vedere». Prendendo il quaderno con i quadri grossi, tipico di prima elementare, lesse la consegna: «Disegna che cosa significa per te la  felicità».
Ludovica spiegó alla mamma che tutti i bambini avevano iniziato il compito in classe, disegnando un iPhone, un overboard, una bici, ma lei non era convinta di disegnare queste cose e si era confusa.
La mamma sorridendo capì che Ludovica aveva un problema. Non riusciva a dire qualcosa che dentro di lei era grande, più grande del suo piccolo cuoricino.
Intanto il papà in un angolo non capiva perché non avesse chiesto a lui, allora Ludovica vedendolo “offeso” le disse: «Papino, scusa se ho aspettato la mamma, ma tu mi facevi disegnare la tua faccia».
In quel momento una grossa risata risuonava dentro quella stanza e con un abbraccio e un “vola più in alto” Ludovica e il suo papà si divertirono in quei pochi secondi!
Ma adesso era il momento di capire cosa disegnare in quel foglio, mentre papà preparava la cena.
«Io non ti dirò cosa disegnare tesoro mio, voglio che tu mi dica cosa pensi» disse la mamma sistemando i capelli a Ludovica.
«Io sono felice quando papà mi dice principessa e mi bacia, io sono felice quando tu mi fai le trecce oppure quando Darwin (il cane di casa, fratello ufficiale di Ludovica) mi da un colpo di coda e mi fa ridere. Posso disegnarlo mamma?» chiese la piccola con uno sguardo confuso.
La mamma quasi commossa per quelle parole, ne disse altre più commoventi: «Amore mio, se tu disegni queste cose, dimostri di aver capito che cosa sia veramente la felicità. Ma non perché il tuo disegno è giusto e quello dei tuoi compagni è sbagliato, domani nessuno avrà sbagliato il compito. Se ognuno disegna quello che vuole, senza avere paura del giudizio della maestra, senza avere paura che gli altri ridano, allora significa che sei felice». Ludovica ascoltava in silenzio.«Se tu disegnavi un tuo gioco, come hanno fatto gli altri eri felice?» chiese la mamma.
«No, io non volevo fare come loro» disse Ludovica a voce alta!
«Ecco, amore, la felicità non ha un disegno giusto o uno sbagliato, la felicità è quello che vuoi tu. Se tu sei felice per quello che mi hai raccontato, allora disegnalo, poi la mamma ti aiuta a colorare se vuoi» conclusela mamma con un bacio.
«Si, mamma, e pure papà perché poi si sente solo» disse Ludovica con una vocina bassissima per non farlo sentire al suo amato papà!
E così tutti e tre, ridendo e colorando quel bel disegno, trascorsero la serata. Ludovica portò a casa un bel voto per quel disegno dicendo che tutti avevano preso un bel voto, ma lei era felice perché aveva disegnato quello che voleva.

Irene D’Arminia, studentessa della facoltà di Farmacia di Palermo, è nata il 28/03/1995, e abita a Misilmeri in provincia di Palermo.
Scrittrice amatoriale di poesie, commedie in dialetto siciliano e testi narrativi per bambini e ragazzi. Unica sua opera pubblicata, una poesia “Il valzer del girasole” nella collezione il Federiciano 2015.

:: Atto d’amore, di Leonardo Franchini

31 ottobre 2018

Paris

Il dottor Remigio passò impercettibilmente dal leggero sonno che gli era abituale alla veglia e subito tese l’orecchio per ascoltare il respiro di sua figlia Giannina, nella stanza accanto. Lui si svegliava sempre prestissimo, e comunque ad ogni minimo rumore inconsueto. A quell’ora di solito la donna dormiva dopo una notte trascorsa immutabilmente a piangere. Il dottor Remigio lo sapeva bene, così come era consapevole di non poter fare assolutamente nulla. A ottant’anni passati, con una figlia di quarantatré anni, non era ancora riuscito a stabilire con lei un rapporto umano, se non da genitore.
Eppure soffriva con lei. Si rendeva conto di essere stato un padre pressoché inesistente, da quando sua moglie era stata portata via nel giro di tre mesi da un male che nessuno aveva potuto curare. La bambina aveva dodici anni, a quel tempo; ed era già insignificante. Una faccia che nessuno notava su un corpo che non prometteva nulla di buono. Persino al funerale quasi tutti i clienti e conoscenti che si erano avvicinati a lui per le condoglianze di rito, avevano ignorato la piccola donna che piangeva silenziosa un passo indietro, guardando a terra, con le mani allacciate davanti a sé.
Crescendo lei non era cambiata quasi in nulla; taciturna, nascosta, aveva terminato le scuole superiori rinunciando a frequentare l’università. Nessuno se ne era accorto, nemmeno il padre, che aveva trovato del tutto normale l’affaccendarsi di lei per tenere in ordine la casa e lasciare che la vita le scivolasse addosso. Non gli era mai venuto in mente di chiederle se avesse qualche progetto per il proprio futuro. Aveva solo proseguito cupamente ad esercitare la professione – medico di base con una vaga specializzazione in pediatria – un anno dopo l’altro. Tornava regolarmente a casa dall’ambulatorio o dal giro di visite nelle ore dei pasti; scambiava le minime parole indispensabili, leggeva un giornale o qualche pubblicazione scientifica. Ogni tanto prendeva in mano un libro della sua biblioteca di classici e si annoiava in silenzio sfogliando qualche pagina.
Giannina era arrivata a quarant’anni senza che nessuno dei due avesse mai notato le stagioni. Non andavano in chiesa e quindi nemmeno il succedersi delle festività liturgiche aveva qualche influenza sulla loro vita. Soltanto a Natale, per una abitudine conservata come eredità della madre, mettevano dei piccoli, anonimi regali accanto ad un presepe prefabbricato sul tavolino del tinello: unico segno che alterava una volta all’anno l’impersonale ordine della casa.
Il dottor Remigio era conscio di possedere un patrimonio abbastanza considerevole; a cominciare dalla abitazione, un edificio a due piani più la soffitta, del quale occupavano la parte centrale, mentre il pianoterra era riservato al garage, ad uno studio-ambulatorio che usava raramente ed a qualche altro locale di servizio. Dietro c’era un giardino con l’erba rasata e tre o quattro alberi che d’estate disegnavano un’inutile ombra. Nel garage era ferma ormai da anni una berlina scura che il dottor Remigio aveva smesso di usare quando aveva rilevato su sé medesimo i primi sintomi della demenza senile. Giannina, per parte sua, non aveva mai chiesto di imparare a guidare, né a lui era in venuto in mente di offrirle questa possibilità.
Il problema era nato poco dopo che lei aveva compiuto quarant’anni.
Il dottor Remigio si rese conto all’improvviso di non udire alcun rumore nella stanza. Preoccupato, si alzò rapidamente per quanto gli consentiva il fisico in decadenza, indossò una vestaglia ed andò verso la camera della figlia. La porta era aperta. Dalle finestre entrava una grigia luce mattutina che cadeva sul letto, vuoto. Si guardò attorno, cercando di capire. In tanti anni non aveva mai osservato come Giannina sistemasse le cose nella propria stanza, sia durante il giorno che quando andava a riposare; perciò non sarebbe stato in grado di comprendere se mancasse qualcosa, e che cosa. Se potesse essere vicina o lontana.
Guardò in bagno e poi vagò per le altre stanze sempre con il medesimo risultato: il vuoto. Allora la preoccupazione che aveva cercato di tenere a bada si fece strada nel suo cuore, come una punta acuta e rovente.
Giannina attraversò in fretta il ponte sul fiumiciattolo. Dalla valletta che si inerpicava verso est, seguendo il corso dell’acqua, arrivava una brezza gelida, a malapena respinta dalla giacca imbottita con la quale la donna si era coperta. La mattina di maggio era di per sé fresca, quasi fredda per il grigiore e la sensazione di umido che pervadeva l’atmosfera. Giannina soffocò un brivido e rallentò leggermente il passo, prima di imboccare la strada tortuosa che saliva verso il monte. Accanto al cartello che indicava la località e la distanza (10 chilometri) si fermò un istante, come se dovesse attendere il via da un invisibile direttore di gara.
Poi cominciò ad andare su. Il percorso si faceva subito erto e già all’altezza dell’ultima casa dell’abitato sovrastava il torrente di una cinquantina di metri. Dalla curva poteva vedere l’intero panorama del borgo, compresa la facciata della casa che aveva lasciato da poco. La guardò, come per un saluto. Il muro esterno aveva un colore grigio cenere, con qualche fiammata più scura, perché la pittura – pur se recente – rispettasse l’impressione di vecchio, di consumato dal tempo, che suo padre aveva voluto conservare all’edificio. Il pittore non aveva discusso gli ordini del proprietario, benché si rendesse perfettamente conto che stava riproducendo con tinte fresche l’aspetto che la casa aveva prima dei lavori. Suo padre aveva preferito così, pensò Giannina, osservando attentamente la facciata. La finestra della sua camera aveva le imposte spalancate, mentre quelle del padre erano ancora chiuse.
Meglio, pensò ancora Giannina. Così non si sarebbe accorto della sua assenza fin quando non fosse stato troppo tardi. Forse non l’avrebbe notata comunque in tempo. Come con il pittore. Non si era reso conto di quanto le stesse addosso finché la gravidanza non era diventata troppo evidente. Per la verità, sul principio nemmeno lei aveva compreso il significato di tutte le maldestre cortesie, delle attenzioni e dei complimenti grevi; era rimasta colpita da tutto quel continuo parlare, quel trovare ogni insignificante pretesto per rivolgerle la parola – sorprendente in una vita durante la quale nessuno le aveva mai detto più del minimo indispensabile. Probabilmente l’argomento più forte del pittore nei confronti di Giannina era stata l’attenzione.
Abituata a non lasciare ombra nemmeno nelle giornate più assolate, era del tutto indifesa nel trovarsi al centro di una scena dove non avrebbe mai immaginato di poter salire. Non credeva che il turbamento fisico e mentale ormai padrone di lei avesse qualcosa a che fare con i sentimenti; piuttosto era una perdita di equilibrio, talvolta persino gradevole, ma più spesso paurosa. Aveva sentito la parola “amore”, senza associarla mai ad un significato. Perciò quando, in un pomeriggio estivo, mentre il dottor Remigio era in giro a vedere qualche paziente, il pittore l’aveva invitata a salire sul motofurgoncino che costituiva la sua azienda, sulle prime aveva esitato.
Poi la valanga di parole dell’uomo aveva avuto la meglio; Giannina aveva persino apprezzato il leggero vento che le accarezzava il volto mentre correvano verso Valbona. Un luogo – anche se lei non sapeva nulla – tradizionale rifugio per le coppie che volevano darsi piacere nei tanti angoli fuori vista con una preziosa moquette di erba ed aghi di pino. Non riusciva a ricordare con quali pretesti l’avesse praticamente trascinata e distesa in un piccolo slargo fra i cespugli; si sentiva inebriata e confusa. Per il bacio, o forse erano stati più d’uno, aveva provato sensazioni contrastanti: da una parte vampate di agitazione, dall’altra repulsione e disgusto per il respiro dell’uomo che sapeva di marcio, di sigarette, di alcol.
Il dottor Remigio si vestì in fretta. Si guardò per un attimo nello specchio del bagno decidendo di lasciar perdere la barba, che d’altra parte si vedeva appena. Mentre stava per uscire si accorse che l’agitazione gli aveva provocato un improvviso e forte stimolo. Quindi si avvicinò al vaso per liberare la vescica. D’improvviso ricordò quando, non molti anni prima, aveva trovato una leggera traccia di sangue sul bidet. Per un attimo si era chiesto se Giannina si fosse ferita – mai una malattia nella vita, per quella ragazza, almeno niente che lui non avesse potuto risolvere con un distratto “prendi un paio di aspirine” – poi si era reso conto con sorpresa che doveva trattarsi di sangue mestruale. Non gli era mai venuto in mente che sua figlia potesse avere i periodi mensili; e lei era sempre stata attentissima a non lasciare alcuna traccia.
Il dottor Remigio avvertì una stretta al cuore ancora più violenta e le lacrime gli salirono agli occhi. Si pulì rapidamente e chiuse i pantaloni. Un attimo dopo era in strada e camminava con passo rapido, tanto che dovette quasi subito fermarsi per riprendere fiato. Era un medico, si disse, sapeva perfettamente cosa poteva chiedere al proprio fisico usurato. Ormai anche i pazienti che gli erano rimasti avevano superato i settant’anni. Lo ascoltavano intenti, mentre parlava, anche se erano consapevoli che forse non avrebbero potuto terminare la cura che lui prescriveva e comunque l’effetto sarebbe stato pressoché ininfluente sul loro destino.
Riprese a camminare, un po’ più lentamente, stavolta, e si avviò verso il ponte sopra il magro corso d’acqua. Lo attraversò quasi senza accorgersene, sommerso da pensieri che arrivavano alla sua mente come onde di un mare infuriato. Non riusciva a ragionare con chiarezza. Sapeva tuttavia che i brandelli di ricordi e di riflessioni erano impietosamente veri: aprivano porte che riteneva chiuse per sempre, spalancavano brecce su abissi che lo angosciavano. La strada che saliva poco dopo il ponte arrivava al villaggio montano dove per tanti anni aveva condotto la moglie e la figlia in vacanza e dove, morta la moglie, aveva spesso lasciata sola la figlia durante l’estate. Sola. Qualche volta, ma raramente, lei aveva cercato di ribellarsi, aveva mormorato un timido “fermati…”, ma lui se n’era andato, convincendosi di essere preso dal lavoro, scuotendo la testa come per cancellare anche il lieve rumore di quella parola.
Si guardò attorno. Non si vedeva anima viva. Eppure non doveva essere troppo lontana. La mattina non era quasi iniziata, una caligine triste e grigia toglieva ogni colore al giorno. Alla prima curva dopo l’abitato si fermò un istante. Vedeva la propria casa, le imposte aperte della camera di Giannina e tutte le altre chiuse. Come una saetta, un pensiero gli attraversò la mente: avrebbe voluto, in quel momento, alzarsi dal proprio letto, andare nella camera della figlia ed abbracciarla strettamente.
Giannina continuava a salire, lenta, con frequenti pause, come se volesse imprimersi nella mente immagini che aveva visto decine di volte. A sinistra i boschi di alberi sottili, carpini bianchi e neri, e noccioli, interrotti da qualche terrazzamento dove, anni prima, la fame aveva indotto a coltivare legumi, patate, cavoli e qualche ostinata pergola di vite. A destra, verso il torrente, filari più curati di alberi da frutta ed ancora righe di viti. Distanti fra loro, alcune case. Una la conosceva bene, era insieme l’abitazione di un fabbro e la sua officina, che aveva funzionato usando l’acqua come forza motrice. Un sistema antichissimo che tutti gli scolari venivano portati ad ammirare ed anche Giannina l’aveva esplorata, a suo tempo. Il fabbro, un uomo che sembrava avere mille anni, raccontava il proprio lavoro con voce sommessa, toccando, quasi accarezzando gli strumenti che usava ogni giorno, messi in ordine con infinito amore.
“È un atto d’amore” le aveva detto il pittore, standole sopra e forzando le sue gambe ad aprirsi. Lei aveva chiuso gli occhi per l’improvviso dolore, poi li aveva riaperti vedendo il sorriso soddisfatto di lui, con i denti coperti di una patina scura, a causa del fumo.
Andò avanti, passo dopo passo finché giunse all’unico tratto pressoché pianeggiante della strada, che in quel punto attraversava un piccolo gruppo di case dominate da una chiesetta. Un’altra immagine di antica fame, ancora terreni scoscesi lavorati e costruzioni aggrappate l’una all’altra e al fianco della montagna. Ogni pezzetto di terra coltivato ad ortaggi che cominciavano a spuntare dal suolo, mentre ai bordi i colori di fiori diversi cercavano di vincere il grigiore del giorno. Vide un gruppo di margherite che sembravano offrirsi a lei, cresciute fuori dalle recinzioni che circondavano ogni proprietà. Probabilmente semi portati dal vento, o caduti al di là del piccolo solco tracciato da chi li aveva posati. Ma i fiori erano belli, bianchissimi, innocenti e sembravano sorriderle fiduciosi, in attesa. Si chinò e li prese, dolcemente, un piccolo mazzo che profumava solo d’erba. In giro continuava a non esserci nessuno.
Riprese a camminare, faticando sulla strada che si impennava repentinamente costringendo tutti, esseri viventi o mezzi meccanici, a rallentare. Per uno scherzo della natura era anche l’unico tratto diritto del percorso, facendo sembrare ancora più lunga la salita che in realtà non superava il centinaio di metri. Poco dopo la cima del dosso il cammino si faceva più agevole. Qualcuno, chissà quando, quasi come un ringraziamento aveva appeso al tronco di un albero una minuscola edicola di legno, chiusa da un vetro, dentro la quale c’era una immagine: Gesù Cristo con il cuore che sanguinava e risplendeva allo stesso tempo. L’ignoto fedele aveva aggiunto a carboncino la preghiera: “Signore Gesù, pregate per noi”.
Giannina cercò di immaginare quali grazie si fosse aspettata la persona che aveva posato quel segno di fede su una strada secondaria, nel mezzo del nulla. Non c’erano campi vicini, né prati dove far pascolare le bestie, né boschi che valesse la pena di tagliare. No, non doveva essere qualcosa di materiale lo scopo di quelle preghiere, ma un desiderio di vita.
Il ventre le era cresciuto lentamente. Il pittore aveva smontato i suoi ponteggi ed era andato a lavorare altrove. Ma tornava di tanto in tanto cercando di invitarla ad altre gite. Aveva avuto più occhio di suo padre, accorgendosi presto che le forme di lei stavano cambiando. Quasi allegro le aveva accarezzato il corpo dicendo: “Ti sposo.” Lei non aveva saputo rispondere. Non riusciva ad immaginare una vita con quell’uomo.
Il dottor Remigio cercava di vincere la fatica. Sapeva che di lì a poco la strada sarebbe stata pianeggiante, attraverso un gruppo di case. Grondava sudore nel suo cappotto scuro, ma non osava toglierlo per paura della temperatura che era ancora troppo fresca. Nell’abitato, vicino alla chiesetta, c’era una fontana. Avrebbe potuto bere e riposarsi un po’.
Finché c’era stata sua moglie, lui non aveva mai pensato di doversi prendere cura di Giannina; e poi, semplicemente, non ne era stato capace. Si rese conto con disperazione che non le aveva nemmeno parlato, al di fuori dell’essenziale. Ora gli salivano dalle viscere, persino dai piedi doloranti nelle scarpe da città, migliaia di parole che avrebbe dovuto dirle. Che avrebbe voluto dirle. Frasi con le quali le restituiva in un momento quarant’anni di silenzi.
Giannina non aveva nulla di bello, non era nemmeno brutta, non era niente. Ma era sua figlia. Se l’avesse osservata davvero, si sarebbe accorto delle mani lunghe, eleganti. Dei capelli fini, dell’inatteso fascino che assumevano i suoi occhi quando guardava lontano, quando sembrava che sognasse. Invece non si era accorto di nulla se non, quando ormai doveva essere evidente a tutti, del fatto che Giannina aspettava un bambino.
Non aveva avvertito indignazione, né gelosia, né gioia, né qualsiasi altro sentimento sia dato di provare in questi casi nei confronti dei propri figli. Gli erano soltanto venute in mente con prepotenza le pagine di un testo universitario di ginecologia sui rischi che correvano le “primipare attempate”, cioè le donne che concepivano un figlio quando erano vicine alla menopausa. Si andava dai parti difficili alla nascita di bambini affetti da sindrome di Down, con varie complicazioni, ciascuna delle quali prevedeva sofferenze per la madre e per il figlio – destinate a durare nel tempo. Non si era tenuto molto al corrente ed ormai aveva perduto i contatti con quel settore della medicina, ma una telefonata lo aveva ragguagliato circa l’attuale situazione in materia.
Senza chiederle altro, le aveva parlato della necessità di incontrare specialisti e della possibilità di abortire.
“Lui ha detto che vuole sposarmi” – la voce di lei era appena un sussurro.
“Cosa?”
Lei non aveva risposto.
“Tu vuoi?” – la domanda era suonata sarcastica.
Giannina era rimasta zitta anche questa volta.
Non c’ era voluto molto al dottor Remigio per individuare il pittore. Non girava nessuno per casa.
“Io la amo e voglio sposarla. So affrontare le mie responsabilità.” Mentre lo diceva il pittore sorrideva con i denti scuriti e batteva la mano sulle pareti che aveva tinteggiato da poco. Per dar forza alla sua affermazione, forse, ma sembrava piuttosto che volesse stabilire un segnale di proprietà.
Altrettanto rapidamente il pittore si era convinto a lasciar perdere: un assegno, la promessa di non essere denunciato, l’impegno a non farsi mai più vedere.
Giannina aveva rifiutato le visite e qualsiasi discussione sull’aborto:
“È mio. Mi vorrà bene. Gli parlerò. È un atto d’amore.”
Il padre non le disse che il pittore era sparito per sempre e lei non chiese nulla.
Il dottor Remigio si alzò dalla fontana e riprese a camminare. Faticava, ma non poteva fermarsi. Affrontò la ripida salita dopo il villaggio con la sensazione che il cuore gli scoppiasse. Si fermò davanti all’edicola con il Cristo, lesse la scritta e la ripeté ad alta voce: “Signore Gesù, pregate per noi.”
Giannina vide sulla destra la croce di pietra. Molti anni prima era accanto alla strada, forse per avvertire del pericolo, forse per fermare, con la potenza divina, la montagna, che da quel punto franava a valle. Ancora poche centinaia di metri e sarebbe arrivata alla casa dove aveva trascorso tante stagioni estive. Affrettò il passo.
La fontana continuava a buttare con un tenue rumore il suo piccolo rivolo d’acqua. Quante volte Giannina aveva imitato le donne del paese, lavando a mano i vestitini della bambola, facendosi prestare una molletta per appenderli ad asciugare sul filo del cortile. Sua madre, seduta al sole sul balcone di legno, leggeva un libro e di tanto in tanto alzava gli occhi per sorriderle. Giannina si sentiva felice, serena; il mondo era sua madre e sua madre le voleva bene. Dopo la sua morte, quando rimaneva, spesso, sola in quella casa, si metteva sul balcone, allo stesso posto, e guardava giù verso la fontana ed il filo nel cortile. Cercava di sorridere e fissava intensamente i luoghi della memoria, forse sperando di vedere una bambina che lavava i vestiti delle bambole.
Dopo la nascita del piccolo c’era tornata una sola volta, e si era messa, con la creatura in braccio, nel solito posto sul balcone. Ora vedeva chiaramente l’immagine presso la fontana; temeva solo che scomparisse. Il bimbo la guardava adorante, con i suoi piccoli occhi vagamente a mandorla, dalle palpebre spesse e la boccuccia semiaperta, come per sorriderle e baciarla. Con amore e gioia. Il dottor Remigio era dentro la grande stanza che fungeva da cucina e soggiorno; seduto a un tavolo, vicino alla porta del balcone. Leggiucchiava una pubblicazione medica, ma ogni pochi momenti alzava gli occhi e guardava fuori osservando in controluce il quadretto di sua figlia con il bambino in braccio.
Con angoscia si rendeva conto di non poter ricordare quella scena, quattro decenni prima. La demenza senile non ne aveva alcuna responsabilità. Semplicemente, non aveva mai visto sua moglie, con la figlia in braccio che l’attendeva sul balcone.
Giannina cullava dolcemente il bambino che sembrava respirare a fatica. Di tanto in tanto lanciava una rapida occhiata al padre, come per chiedere aiuto.
La donna non sapeva che ore fossero. Non aveva mai portato un orologio. Sia dalla casa in valle che da questa, in montagna, si udivano chiaramente i rintocchi del campanile, che scandivano la giornata. Molti mesi prima era salita fino alla chiesa; qualcuno l’aveva detto che don Emilio, il vecchissimo prete del paese, stava morendo. Aveva attraversato lo stretto viottolo, anch’esso in salita, che conduceva al cimitero. La porta della canonica era aperta. Il prete, sparuto e bianco, guardava la parete di fronte a sé; appena l’aveva vista si era aperto in un caldo sorriso:
“Sei tornata.” Lei aveva sorriso a sua volta, assentendo. Si era messa su una sedia accanto al letto. Lui, con un po’ di fatica, le aveva preso la mano. Erano rimasti qualche minuto di silenzio. Non era abituale, fra loro. Don Emilio era l’unico con il quale riuscisse a parlare, che la ascoltasse a lungo; non rispondeva mai direttamente. Raccontava episodi della sua lunga vita, con sentimento e partecipazione. In quella narrazione erano contenute tutte le risposte. Stavolta l’aveva guardata negli occhi, e il suo sorriso appariva pieno di luce. Poi, finalmente, aveva mormorato:
“È un dono d’amore.” Niente altro. Lei era rimasta ancora un po’, tenendogli semplicemente la mano e poi era tornata a casa.
Don Emilio era morto un mese prima che nascesse il bambino. L’avevano sepolto vicino all’entrata del cimitero, subito a destra del cancello, quasi a fare la guardia ed a proteggere tutti gli altri che riposavano in quel rettangolo di terra.
Giannina si scosse da propri pensieri e riprese il cammino. C’era un altro tratto da fare.
Il dottor Remigio era stato seduto immobile, come di marmo, nel salottino in fondo al corridoio dove c’era la sala parto. Il pediatra era un giovane collega che il dottore conosceva bene, e che, iniziando la sua attività, aveva collaborato con lui per alcune stagioni prima di ottenere il posto in ospedale. Gli aveva parlato francamente, con gentilezza, prospettandogli tutto quello che il vecchio medico già sapeva ed aggiornandolo sugli sviluppi della materia. La maggior parte dei quali non erano per nulla incoraggianti. Terminato il parto, al quale avevano assistito tre sanitari, per rispetto al vecchio collega, il pediatra era tornato fuori e gli aveva detto:
“Sua figlia sta bene. Il bambino, purtroppo, ha la sindrome di Down. Per ora non posso dire di più. Dovremo fare analisi ed esami approfonditi.” Il vecchio lo aveva ringraziato, comprendendo solo ora fino in fondo quanto dolore potessero provocare poche, semplici, ragionevoli parole. Poi era entrato nella sala parto, dove Giannina si stava riprendendo con straordinaria rapidità, tenuto conto della situazione. Aveva già in braccio il piccolo, che dormiva, rivolgendo un timido sorriso al padre:
“Vorrà bene anche a te.”
Il dottor Remigio era dovuto uscire, cercando un luogo dove trovare un po’ di sollievo. Lì dentro, in tutto quel bianco che gli era così famigliare, gli sembrava di essere in un deserto. Non vedeva nessuno.
Camminando, si accorse che ora faceva meno fatica, come se i suoi organi si fossero rassegnati a quella violenza inattesa, ed ora lavorassero più disciplinatamente per aiutarlo a fare quello che doveva. Arrivò alla croce di pietra e guardò la valle, molto al di sotto, dove scorreva il torrente. Tutto sembrava così lontano. Guardò l’orologio e si rese conto che stava muovendosi da più di tre ore. Avvertì di nuovo il bisogno di urinare. Si avvicinò ad un albero, guardandosi intorno, ma non c’era anima viva. Dopo dieci minuti era alla casa, nel cortile, alla fontana.
Tutto come allora – ma stavolta era passato poco tempo dall’ultima visita.
Giannina era voluta tornare in montagna, dove si era sentita protetta dalla madre, forse pensando che questo avrebbe aiutato anche il piccolo. L’aveva accompagnata, i pazienti potevano aspettare, rivolgersi a qualcun altro, morire, non importava. Sua figlia aveva tenuto il bimbo in braccio più che poteva, facendogli godere raggi di sole, leggere brezze d’aria pulita, dandogli medicine, baciando e lasciandosi baciare dal piccolo, che sembrava non esaurire mai l’affetto. A volte lo portava in cortile e gli faceva bere l’acqua della fontana a piccole gocce; il figlio sorrideva felice. Ma respirava sempre più a fatica.
Era morto in silenzio, in braccio alla madre. L’avevano sepolto lì, nel cimitero di montagna, subito dietro la tomba di don Emilio, perché lei voleva che fossero vicini, che si potessero parlare. Il prete aveva tante storie da raccontare. Poi erano tornati a casa, in valle. Erano cominciate le notti di lacrime.
Una donna scese in cortile e gli disse:
“È passata sua figlia, forse un quarto d’ora fa. Si è fermata poco ed è ripartita. Saliva. Forse andava… al cimitero.” Disse l’ultima parola in fretta, come se bruciasse. Poi si allontanò con un cenno di saluto, scuotendo la testa.
Il dottor Remigio assentì e si rimise in moto. Ora si rendeva conto che il sollievo di poco prima era stata una illusione. Le gambe pesavano come piombo. Continuò a camminare, trascinando un passo dopo l’altro, finché arrivò davanti alla chiesa, allo stretto viottolo che la separava dalla canonica e conduceva al cimitero. Si fermò un istante e si guardò attorno. Davanti ad una casa vicina c’era un vecchio, fermo. Forse aveva visto Giannina. Il dottor Remigio fece per chiedergli qualcosa quando avvertì un dolore fortissimo al petto. Sapeva di cosa si trattava. Cadde lentamente a terra. Il vecchio lo guardò per un attimo, sorpreso, poi gli si avvicinò per vedere se potesse fare qualcosa. Ma ormai gli occhi del medico stavano rovesciandosi.
Sentendo la presenza umana vicina, il dottore mormorò, in un soffio: “Dite a mia figlia… dite… che le voglio bene…”
Giannina era dentro al cimitero. Salutò don Emilio con un cenno della mano, come se si fossero lasciati da poco. Posò alcune delle margherite davanti alla lapide, e fece un cenno con la testa verso la tomba di suo figlio. Il sorriso del prete sembrò comprendere.
Si avvicinò all’angelo di gesso – aveva voluto un angelo di gesso, bianco, sorridente – lo baciò e lo abbracciò. Posò le altre margherite a terra, disponendole come una piccola coperta. Poi affondò la mano in tasca e ne trasse la boccetta di pillole che al mattino aveva preso dall’ambulatorio del padre. La guardò. Girò il coperchio, aprendolo.
“È un atto d’amore” disse, a nessuno che l’ascoltasse.
Inghiottì le compresse, abbracciò di nuovo l’angelo, e cominciò ad attendere.

:: L’amicizia di Paolo Carnevali

3 settembre 2018

kafka

La strada offre profili che guardano al mare. I pensieri si rincorrono. Un filo di terra e poi l’azzurro, punteggiato di schiuma bianca. Stamani è grosso e pieno il mare, sembra assaltare la strada, bello nel suo ondeggiare e trafitto da una forte pioggia. Sento il salmastro salire nell’aria, come quando al mattino ascolto la mia solitudine, corro sulla spiaggia e si restringe l’essenziale da dire, e i ricordi riempiono le immagini. Una amicizia è un grande dono: il gioco delle affinità, delle complicità.

Ricordo che restai colpito dai modi semplici, decisi e pratici da crocerossina, poi compresi un lato fragile che reclamava dolcezza. Eravamo soli e avvolti da ombre nei corridoi dell’ospedale, l’amicizia ha un’anima sola e guarda nella stessa direzione. Eri confusa, succede nella fragilità del desiderio. Rammento le parole sull’amicizia scritte sulla cartolina che acquistammo in quel caldo pomeriggio di agosto: mi era stata data in dono una presenza amica….

Lo pensammo anche quella sera a Lourdes ,seduti uno accanto all’altra sulla panchina. La grotta illuminata e il Gave che scorreva come i nostri pensieri. Camminavo sulle tue ombre e il nostro cuore batteva tra felicità e dolore. Ti guardavo negli occhi, sperando che tu vedessi nella stessa direzione. Ero chiuso in te e non potevo immaginare quel tipo di sentimento. Amavo pensare che le nostre anime avrebbero trovato la stessa intimità delle frasi. La vita è il risultato di assurde concatenazioni che donano gioia e dolore. Era piacevole il contatto della tua mano, avvolgeva come la nebbia.

Osservo il mare spumoso in lotta con la forza degli elementi, ripenso a Franz Kafka, al suo mostrarsi nudo a Milena Jesenskà, ai loro incontri. Resto in silenzio, cerco le parole, nascondo i pensieri in una nuvola di fumo grigio-azzurro che sale nell’aria. La pioggia si dirada e iniziano a delinearsi le tinte e le ombre. Danzano gli aquiloni sul vento e la strada corre.

Paolo Carnevali  nato a Bibbiena (Arezzo). Poeta e traduttore. Redige “Poetica Città” un poetry-zine adatto alla distribuzione underground al The Poetry Cafè of London. “I dialoghi di Ebe e Liò”ed. Lalli (1984) dal cui testo è stato adattata una piecè teatrale. La plaquette poetica “Trasparenze”ed.Tracce (1987) recensita sul “Manifesto”(1988) e sul “Corriere Adriatico”(1990). Presente in riviste e blog letterari.

:: La Zita di Ilaria Introna

29 agosto 2018

bambole di pezza

Liberi di scrivere è felice di annunciare che il racconto “La Zita” di Ilaria Introna ha trovato una rivista sui cui apparirà pubblicato, per cui non ci sarà più sul blog. Cogliamo pertanto l’occasione di complimentarci con l’autrice!

Se lo volete leggere lo trovate qui.