Archive for the ‘Racconti’ Category

:: Dieci secondi di Elisabetta Bordieri

7 aprile 2026

Mi fermo. È la soluzione più sensata che mi viene in mente. Gli altri sfrecciano dissennati ma io mi fermo. Diluvia già da un po’ e non vedo un accidente. Nemmeno un ponte sotto cui ripararsi. È mezzogiorno e sembra notte fonda. Un cielo verticale mi viene addosso da destra e da sinistra. Faccio bene ad accostare l’auto qui lungo la strada in questa piazzola, tanto tra poco la pioggia rallenta di sicuro, è solo un temporale estivo. Non dovrei fare tardi, casa è a pochi chilometri.

Spengo il motore e tiro fuori il cellulare dalla borsa per fare una telefonata a mia sorella, giusto per occupare il tempo, ma gli scrosci di pioggia sovrastano la mia voce. Mentre strillo al telefono, sento nitidamente qualcuno bussare al finestrino dalla parte del passeggero. Non riesco a vedere chi sia perché l’acqua che viene giù è talmente tanta da annebbiare la vista. Chiudo la chiamata rapidamente e cerco il tasto della chiusura della serratura, non si sa mai, ma in quel momento lo sportello dell’auto si apre e un tipo mi piomba dentro.

Dovrei urlare invece resto impietrita. È bagnato fradicio e mi inzuppa il sedile di acqua e fango. Un viso sospetto spunta fuori dal cappuccio nero di una felpa logora, ciocche grondanti di capelli gli ricadono su una barba incolta. Con un gesto secco si toglie gli occhiali scuri e i suoi occhi ostili si imprimono sprezzanti nei miei. Un sorriso sardonico deforma le pieghe delle guance stirando malamente la pelle. La pistola puntata dritta contro di me, altezza cuore, esclude ogni tentativo di errore di persona. Nessuno sparo. Solo poche parole.

«Un bacio, voglio solo un bacio o ti ammazzo.»

E senza aspettare il mio consenso mi prende la testa e scaraventa le labbra sulle mie. La sua lingua trivella la mia bocca. Lo scambio di salive è ineluttabile. Lo lascio fare. Per un attimo mi è parso quasi di assecondare i suoi movimenti. Non può essere. Sono senza dubbio solo gesti inconsulti dettati dalla paura. Sento una mano infilarsi sotto la mia maglia e palpare la pelle. Mentre prevedo l’inevitabile, l’uomo si ferma di scatto, mi guarda ancora per un po’ e scappa via. Dieci secondi di terrore, o forse poco più, e tutto finisce. Mi ritrovo sola. Inebetita. Tratteggio a fatica la provocazione delle sue parole. La pioggia è cessata, l’arcobaleno sarà spuntato a ovest. Dovrei mettere in moto e fuggire via. Invece scendo dall’auto. Pazza. Cos’è che mi prende? E se torna? Magari mi sta osservando e ora mi aggredisce di nuovo. Niente. Resto lì impalata appoggiata alla portiera chiusa. Per un’ora. Come ad aspettarlo. Ad aspettarlo? Ma cosa mi viene in mente? Rientro in macchina e girovago un bel po’ prima di rincasare. Dieci secondi. Dieci secondi di eccitante terrore.

«Ciao, hai fatto tardi, ti aspettavo per pranzo.»

«Eh, un traffico incredibile con quella pioggia di prima.»

«Con prima ti riferisci all’acquazzone di stamattina? Potevi avvisare in ogni caso, ho mangiato da solo, scaldati pure la roba al forno.»

«Grazie per la gentilezza. E comunque non è tardi. È solo un po’ più tardi del solito, mi controlli pure ora?»

«Stai sempre sulle difensive, ho solo detto che potevi avvisare.»

«Se mi attacchi mi difendo. Comunque mi sono dovuta fermare a fare la spesa.»

«Non ti sto attaccando. Cerco di capirti. Per esempio, hai lasciato le buste in macchina?»

«Come scusa?»

«La spesa hai detto. Sei a mani vuote.»

«Ah sì, cioè no, sono passata da mia sorella a lasciarla.»

«La nostra spesa da tua sorella

«Esatto, da mia sorella. E direi che sì, mi stai controllando, quindi se ora hai finito con le domande io sarei stanca e mi è passata pure la fame. Vado a farmi una doccia.»

L’acqua bollente placa il mio nervosismo ma non frena il mio desiderio. Pazzesco. Non riesco a considerare il pericolo ma solo la smania di rivivere quei momenti. Mi concentro e ripasso tutto nei dettagli che il panico mi aveva appannato. Rivedo quello sguardo dritto puntato verso di me, quegli occhi grandi di un colore ancora da inventare, era di un verde compatto con delle note diverse, come delle venature scure. Poi i capelli sotto il cappuccio, castani e mossi, erano coperti da una bandana a coprire la fronte e ricadevano sulle spalle. Sento la scorza ruvida della sua mano che mi sfiora, un tocco audace e potente. E poi il suo odore, naturale e legnoso come di corteccia di pino. Particolari che si insinuano nella testa invadenti e insidiosi.

«Sei in bagno da tre ore. Ha chiamato tua sorella.»

«Sono in bagno da mezz’ora. Ha chiamato o forse hai chiamato tu?»

«Non ha nessuna spesa. Potevi avvisarla di reggerti il gioco.»

«Non ho fatto in tempo.»

«Molto bene, siamo a questo punto.»

«Dobbiamo parlare attraverso una parete? Mi asciugo e vengo.»

Accidenti a me e a quando dico bugie impercorribili e senza senso. Cosa mi invento ora?  Come ne esco senza farmi scoprire? E se gli raccontassi tutto così mi tolgo una volta per tutte questa zavorra dal collo che è la mia storia con lui? Non so cosa fare e non ho tempo per prendere tempo, dannazione. Mi posso inventare quelle scuse sulla stanchezza del rapporto, che ho bisogno dei miei spazi e tutte quelle frottole che s’impiattano quando si vuole chiudere un rapporto. Oppure gli dico che sono stata aggredita da un pazzo che mi ha baciato mentre mi teneva una pistola puntata e che forse la cosa mi ha anche elettrizzato a tal punto da volerlo rivedere? O magari una via di mezzo. Scelgo la via di mezzo. Un’idea assurda mi balena in testa. Azzardata. Ma è l’unica. Esco dal bagno e dalla mia nicchia di ipocrisia e lo raggiungo.

«Allora vuoi spiegarmi che motivo c’è di raccontarmi bugie?»

«Non era propriamente una bugia.»

«Ah no? E come la chiami tu una falsa affermazione?»

«Era un escamotage.»

«Un escamotage… peggio quindi. Una bugia si perdona, un sotterfugio no.»

«Non era nemmeno un sotterfugio.»

«Eh, piantala di dare un nome a quello che è successo! Se ti va di parlare bene, altrimenti guarda chiudiamola qui.»

«Mi ha avvicinato un tipo mentre ero in auto e mi sono spaventata e così sono andata in giro per un po’, tutto qui.»

«Che significa tutto qui? Potevi chiamarmi! Che ti ha fatto? Che ti ha detto? Ti ha rapinata?»

«Niente. Se ne è andato via subito, solo mi sono spaventata, però ho pensato di… di sporgere denuncia.»

«Una denuncia? E per cosa? Per un matto che non ti ha nemmeno sfiorato a quanto pare? Fai come credi ma per me è un buco nell’acqua.»

«Magari è uno squilibrato che può far del male. A me non è successo nulla perché pioveva e forse non ha avuto tempo di agire. Ma ci penso io, è una sciocchezza, domani faccio un salto al commissariato.»

Intanto divido il mio cervello e tento una distribuzione equa di parole da dire a lui e quelle su cui ragionare. Una denuncia mi darebbe l’unica chance per poter tentare di scoprire chi sia. Con una mia dichiarazione ufficiale scatterebbero accertamenti, atti formali, provvedimenti e chissà. Però accidenti! No! Non ho considerato che agendo così, ammesso che vada tutto liscio, poi non otterrei altro che l’impossibilità a vederlo di nuovo. O quanto meno a vederlo in libertà. Ma è anche vero che magari non succede nulla, lo trovano, lo tengono una notte in gabbia e poi lo mettono fuori. Ma questo succede nei film. Non lo so, non so cosa fare. I pensieri e le idee viaggiano a una velocità che non controllo e prima di rischiare un incidente mortale torno a lui che mi parla fitto e insiste.

«Non mi sembra una buona idea ma ti accompagno se vuoi.»

«No, ora che ci penso forse hai ragione tu, sarà stato un matto. Non ho elementi validi per una denuncia. Ci penso domani, ora però mi è venuto un buco allo stomaco. Sarà la fame. Mi scaldo al microonde il pranzo.»

«La merenda vorrai dire, visto l’orario.»

«Mangio ora perché ho fame ora e ho tempo per farlo ora. Possibile che sei sempre polemico?»

«Ah, io? Polemico io! Vogliamo parlare di te invece? Del tuo vivere in trincea? Sempre lì pronta a resistere a una minaccia continua che identifichi regolarmente con me? Altro che quello, qui la matta sei tu! Lasciamo stare, meglio che esca, mi faccio un giro, anzi due, ciao.»

«Sì decisamente meglio, ciao.»

Sono qui a mangiare cibo riscaldato non pensando ad altro che a stamattina mentre invece dovrei preoccuparmi della mia storia con lui che sta andando a rotoli, del fatto che non ci capiamo più, che tiriamo avanti da anni. Ha ragione, la matta sono io. Mi riprometto che affronterò i nostri problemi, ma ora ho solo questo dannato tarlo nel cuore e, prima che il ricordo diventi la memoria di un’assenza, devo almeno provarci e tornare lì, sperando che quel tipo si aggiri sempre in quella zona, e devo farlo oggi. Decido di aspettare l’imbrunire. Prendo il telefono e scrivo un messaggio. Esco anche io ma resto fuori per cena. Non da mia sorella. Quindi non chiamarla di nuovo. Non dovrei fare tardi. Ti ho avvisato. Categorica e scostante, lo so e invio. Il mio proposito di chiarire con lui è durato il tempo della deglutizione. Intanto mi preparo.

Arrivo alla stessa piazzola. Accosto. Non c’è nemmeno la luce di un lampione. Follia stare qui. Follia spegnere il motore. Ma non   avverto il pericolo. Sento invece la mente rilassarsi e svuotarsi. Un blackout del pensiero. Sposto il sedile indietro e distendo le gambe. Il corpo cambia ritmo, il cuore rallenta, la pressione diminuisce. Il fresco della sera penetra piacevolmente nelle ossa attraverso la fessura del finestrino leggermente aperto. Infilo una giacca che tengo di emergenza in macchina e chiudo incautamente gli occhi. Lascio la borsa appositamente sul sedile del passeggero come per attirarlo, magari una rapina può avvicinarlo. E poi. E poi sento bussare al finestrino. Il mio. Non mi muovo. Ancora un colpo. Resto ferma. Più colpi. Prima che il vetro possa frantumarsi apro gli occhi e mi giro. Vedo solo una sagoma e una pistola. È lui. Mi fa cenno di scendere. Scendo. Chiude lo sportello con forza e mi ci scaraventa addosso di schiena. Avvicina il suo viso al mio a una manciata di centimetri. Nessuna parola. Solo i nostri fiati accelerati. Neuroni e cellule si allineano. L’arma è a un centimetro dalla mia tempia. Poi inaspettatamente la sposta da me e la poggia sul tettuccio dell’auto. I suoi occhi immensi incollati nei miei. E restano lì. Immobili. Intersecando un mio improbabile futuro. Non un battito di ciglia. Non un tremore di palpebre. Poi, con un movimento lento e calibrato, apre i lembi della mia giacca e poggia le sue mani sui miei fianchi. Una sensazione di vuoto. Riempito solo da quel momento. Ferme in quel punto. Le sento. Sento la leggera pressione, lì inchiodate. Le immagino muoversi e salire e scendere e carezzarmi ed entrare e uscire e ancora entrare. Una vertigine capace di cambiare il colore di quegli attimi. Un assoluto stordimento. Il cuore ha saltato qualche battito. Pregusto l’arrivo di un bacio come quello di stamattina e decido di arrendermi a quella magia. Ma non faccio in tempo. A dopo dice e scappa via. E mi lascia di nuovo lì, sola, con i silenzi nella testa che si allungano. Non si è accorto di nulla, non si è accorto di me. Per lui un gioco da seduttore, per me un amore inquinato e appena finito.

Risalgo in macchina con l’anima incanalata verso un dolore atroce e noto sul sedile un foglietto. Non è mio. Accendo la luce di cortesia. Lo leggo. Un numero di un cellulare. Lo deve aver gettato mentre richiudeva lo sportello. Il cuore sta per saltare tutti i battiti. Non mi fermo a pensare a nulla, nemmeno al terreno scivoloso sul quale sto per cadere se non butto via quel pezzo di carta. Un’euforia innerva il mio istinto. Prendo il telefono dalla borsa e compongo il numero con le dita che tremano. Squilla. Squilla ancora. E ancora. A vuoto. Attacco. Resto lì con il telefono in mano non sapendo cosa fare. Dopo pochi minuti, squilla il mio. Rispondo.

«Pronto… chi sei… che vuoi…?»

Sussurri di afflati dall’altra parte.

«Non dici niente.»

Continuo come se mi avesse risposto.

«Almeno dimmi il perché.»

Nessuna voce esce dal microfono. Solo ansiti continui. Poi attacca.

E di nuovo mi molla lì, di nuovo sola. Tre volte in una giornata. Mi manca l’aria e scendo di nuovo dall’auto. A dopo ha detto. Ma che storia è? Cosa sto vivendo? Inspiro ed espiro ma nei polmoni non entra e non esce nulla. Ci vorrebbe un doppio gin tonic per tornare appena lucida. È presto per rientrare a casa, meglio farmi un giro, voglio andare via da qui.

Poi la vedo. Sul tettuccio. La pistola. L’ha dimenticata. Resto imbambolata per dieci secondi, gli stessi che ci ha messo lui a devastarmi. Inizio a sudare, freddo o caldo non lo so nemmeno io. Mi tolgo la giacca, prendo la pistola e scaravento tutto dentro, sul sedile accanto al mio. Poi salgo in macchina, metto in moto e schizzo via a una velocità illegale. Mentre cerco di decomprimere i pensieri, il cellulare emette il suono di una chiamata in entrata. È lui. Rispondo e le parole escono come un fiume in piena, straripano dagli argini della mente come un acquazzone peggiore di quello di stamattina, inondano le aree circostanti, esondano e travolgono ogni cosa trasformandosi in una devastante alluvione. Vomito frasi senza virgole e senza punti.

«Mi sono stancata di giocare a un gioco che stai manovrando solo tu che credi di spaventarmi e invece hai trovato una più pazza di te perché io conosco la follia sì la follia è un lampo non c’è un prima e non c’è un dopo non c’è nulla c’è solo un maledetto presente ma il presente in un attimo diventa già passato e allora ci pensi e ci ripensi e vorresti tornasse presente perché la follia non è debolezza non è mancanza di alternative è emozione è rivoluzione.»

Resto senza fiato per la velocità con cui gli ho rovesciato addosso tutto. L’assoluto silenzio dall’altra parte mi dà la spinta a continuare con una calma circoscritta quasi surreale.

«E poi ci sono gli odori, quegli odori che ti masticano le narici e ti confondono. L’odore di te si è incuneato nelle ossa fracassandole, ha compromesso il cervello e poi è andato dritto al cuore e lì è rimasto avvinghiato ai ventricoli. Non ho smesso di sognare, ho solo smesso di potermi permettere di sognare, così mi sono ritrovata a sfregare i tuoi ghiaccioli di parole per scaldare la mia anima. Sai perché sono tornata? Perché non ci può essere meraviglia senza un tormento.»

Una dichiarazione d’amore spiattellata a uno sconosciuto. Eppure silenzio. Ancora silenzio assoluto. Ma lui c’è, lo sento ansimare. Muto. Mi sta esasperando e perdo la pazienza.

«Non dici nulla. Molto bene. Ti dirò io cosa succede ora, perché sai, io cerco sempre un equilibrio al costo di forzarlo, oppure finisce lì. E sta finendo qui. Restare in silenzio è una scelta, ma è la tua e può essere molto pericolosa.»

E chiudo la comunicazione senza nemmeno dargli la possibilità di replicare che tanto non avrebbe mai risposto. Poi un lampeggiante e una sirena. No! Ci mancava pure la polizia ora. Accosto.

«Buona sera, signora.»

«Buona sera, signore.»

«Agente, sono un agente. Deve avere un appuntamento importante per percorrere una statale a cento chilometri orari, senza cintura di sicurezza allacciata e con il cellulare in mano senza viva voce.   Dovrebbe seguirci in centrale.

«Come scusi?»

«Dovrebbe venire con noi. Ora.»

«Sta scherzando, devo rientrare.»

«Lo farà dopo.»

«Ma non basta una multa?»

«Per alcuni reati e infrazioni no, non basta.»

«Ho il diritto di sapere che succede!»

«I suoi diritti sono inversamente proporzionali alla sua arroganza.»

Non mi resta che andare dietro la volante sperando almeno che mi lascino andare via il prima possibile. Ma cosa racconto? Mentre mi scervello siamo già arrivati e mi fanno cenno di parcheggiare e scendere. Li seguo. Mi fa quasi ridere pensare che era stata la mia prima idea andare al commissariato, e alla fine ci sono finita lo stesso. Un altro cenno mi fa capire che devo aspettare in una sala piena di gente, nemmeno fosse un pronto soccorso, così scelgo una sedia appartata fuori da quel fastidioso vociare. Guardo l’orologio e il cellulare. La scusa della cena fuori ancora può reggere e per fortuna nessuna chiamata da casa. E poi il cuore si ferma. Stavolta definitivamente. O almeno così credo. È qui. Seduto di fronte a me. Stessa bandana, stessi occhi calamita. Non traspare niente, nessuna emozione. Che ci fa qui? A dopo. Allora lo sapeva. Mentre rimugino sostengo il suo sguardo che non mi molla. Poi la mia attenzione si sposta da lui a un agente che esce da un ufficio e chiama il mio nome. Sono nei guai fino all’osso. Maledizione, che mi posso inventare? Dire la verità mi aiuterebbe a destreggiare meglio le conseguenze della mia scelleratezza? Mi alzo per avviarmi al patibolo quando sento una voce. La sua voce: alla signora ci penso io e la voce dell’agente a seguire: comandi ispettore. Si alza e viene verso di me: seguimi mi sussurra e le mie gambe assentono compatte. Usciamo e arriviamo al parcheggio. Non riesco ad emettere nessun suono e nessun pensiero. Solo la parola ispettore fruscia prepotente nella testa. Arriviamo alla mia auto. Finalmente parla.

«Puoi andare.»

«Che significa?»

«Che non corri alcun rischio, me la vedo io.»

«Intendo che significa quello che è successo, chi sei, che vuoi?»

«Ti sta vibrando il telefono.»

Accidenti devo rispondere e rispondo seccata: rientro tra poco, a cena fuori, te l’ho scritto mi pare, e non insistere, ti ho detto che sto arrivando, sì è il caso che parliamo e attacco rapidamente. Lui riprende.

«Io devo tornare in ufficio, come vedi sono ancora in borghese. Non farti troppe domande sulla giornata di oggi, non ci sarebbero risposte adeguate. La tua arringa di prima al telefono mi ha fatto sorridere. È vero, è un gioco e una follia e ci sguazzo dentro con grande maestria e perfezione. Cellulare usa e getta e subalterni consenzienti poi sono di grande aiuto. Certo mi hai sorpreso: mi aspettavo che scappassi o che denunciassi, non certo che tornassi, quel posto è solo il mio buen retiro, lontano dal logorio di tutti i giorni. Non hai avuto paura ma non avevo certo previsto che addirittura ti piacesse. Me ne sono accorto già stamattina quando le nostre bocche non smettevano di creare nuovi intrecci, ancorate a un’ossessione feroce sperando non finisse mai. Le mani poi le avrei infilate dappertutto ma mi sono fermato perché ho visto che eri troppo coinvolta. Il resto è stato facile, ho solo navigato la tua fragilità e il mio talento. Inutile dirti di non raccontare in giro la cosa perché nulla di quanto hai vissuto oggi è mai successo.»

«Cosa sei? Uno psicopatico, che va in giro ad aggredire le donne?»

«Io al posto tuo farei più attenzione a fare un uso più appropriato delle parole quando ti rivolgi a un ufficiale di polizia.»

«Allora dimmi perché la prescelta sono stata io.»

«Ah, questo non lo so davvero. Sei solo capitata. Eri esattamente dove dovevi essere. Io ero lì non certo per te. Peccato solo non aver concluso ma ci rifaremo. E ora devo andare, avrai mie notizie quanto prima.»

Si gira e se ne va. Salgo in macchina frastornata e impaurita, sei solo capitata. Ci rifaremo. Guido come un robot e so che a casa dovrò pure affrontare una sfuriata che arriverà puntuale. Infatti.

«Ciao, iniziavo a preoccuparmi. Capisco essere nervosi, capisco le litigate e le uscite senza senso, le mie e le tue, capisco tutto ma fino a che si vive sotto lo stesso tetto bisogna rispettarsi.»

«Ti avevo avvisato e il rispetto non c’entra niente e poi ti prego stasera proprio no.»

«Stasera proprio no. E quando? Devo prendere un appuntamento? Comunque, so tutto, anche se tu non racconti niente.»

Mi si gela il sangue che si blocca nelle vene e non scorre come dovrebbe. Do un colpo di tosse e riprende lentamente a fluire.

«Sai tutto cosa?»

«Mi ha chiamato il commissariato. Una telefonata strana in effetti, rapida e inconcludente. Un poliziotto prima ha chiesto di te poi si è subito scusato e ha detto che in realtà eri lì per un controllo ma che si è trattato di un caso di omonimia e di un errore di persona, un disguido hanno detto. Potevi dirmelo tu invece di negare e di continuare a dirmi bugie da stamattina. Ma è per quel tipo che ti ha avvicinato oggi? Senti, non lo voglio sapere e non ne posso più, io me ne vado a dormire.»

Ha chiamato il commissariato. Un disguido. Mi sembra di impazzire. Un incubo dei peggiori. Poi il mio telefono emette un suono, una vibrazione, quella di un messaggio. Numero sconosciuto, apro e tremante leggo. Posso controllarti e manipolarti, come vedi. Sempre. Non dimenticarlo. Mai. Domani mattina stessa ora, stesso luogo. Stavolta ci divertiremo.

Ci divertiremo. Controllo il panico che mi attanaglia le gambe rigide come pali di cemento. Una trappola organizzata alla perfezione. Mentre cerco appigli per non cadere, un bagliore illumina le stanze buie dei miei ricordi. La pistola. Sciolgo le gambe e schizzo in macchina e la vedo, è ancora lì, dove l’avevo lasciata. Gli agenti complici, mentre portavano a termine il siparietto, presi dal giochino del loro capo, non l’hanno notata spuntare da sotto la giacca e lui deve aver creduto di averla persa chissà dove. L’abbozzo di un’idea prende forma. Ci divertiremo sì. Del resto,le sue parole: nulla di quanto hai vissuto oggi è mai successo, risuonano premonitrici. Sarà così anche domani. Quanto tempo mi ci vorrà mai ad appannare la mente, metterla in pausa e nutrirla di una sottile e arguta astuzia? Un tempo tattico, quello della fredda vendetta. Dieci secondi. 

:: Marsiglia 1957 di Shanmei

22 febbraio 2026

Nel 1957 André Durand, ex figura della mala marsigliese diventato sindaco rispettato, è il simbolo della rinascita della città. Mentre promuove un ambizioso progetto di ampliamento del porto, il suo passato riemerge sotto forma di un dossier anonimo che lo rende vulnerabile.

Dietro la minaccia si muove un potente deputato, Henri Delcourt, regista occulto degli appalti pubblici, deciso a controllare le scelte del sindaco per favorire un consorzio legato a interessi opachi. Un attentato dimostrativo chiarisce la posta in gioco: o André si piega al sistema, o la sua reputazione verrà distrutta.

Stretto tra ricatto politico, tensioni familiari e il ritorno di un amore clandestino, Durand deve decidere se proteggere il potere che ha conquistato o rischiare tutto per spezzare il meccanismo che governa nell’ombra Marsiglia.

Si chiude la trilogia di Marsiglia di Shanmei con Marsiglia 1957, il capitolo più complesso e stratificato della saga, sempre gli stessi personaggi: André Durand, il commissario Marchal, Camille, Marie, Jojo, e il figlio di André, François, giovane studente universitario di legge, dal quale prenderà l’avvio una nuova saga.

:: Io… e San Padre Pio – Metà racconto, metà recensione di Daniela Distefano

19 febbraio 2026

“La speranza è la virtù teologale, cioè ha per oggetto Dio e viene infusa dallo Spirito Santo, per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito  Santo. La speranza germoglia nei nostri cuori quando amiamo Dio e ne riconosciamo i segni della sua presenza nella nostra vita e nella storia dell’umanità. L’uomo senza la speranza non può vivere. Tutti i cristiani, infatti, sperano in qualcuno o in qualcosa che li possa salvare. (..) Tutta l’umanità ha aspettato la venuta del Salvatore, la cui nascita si è realizzata in una umile e piccola fanciulla di nome Maria. In ognuno di noi Dio ha posto questa speranza, sta a noi accoglierla. Se ci riusciremo, allora saremo come una finestra spalancata attraverso la quale tutti gli assetati di verità, di sapienza e di amore, potranno entrare”.

Padre Pio sperava e credeva molto nella potente intercessione della Madre del Signore. Quante anime ha salvato dalle mani del diavolo attraverso la sua preghiera di intercessione! Quante anime ha sottratto dal Purgatorio facendole passare in Paradiso attraverso la sua insistenza presso di Lei! Memorabili rimangono poi le catechesi che trasmise dalla cella in un periodo di malattia e di conseguenza lontano dai suoi figli spirituali, dalla fine di aprile al mese di agosto 1959.

In questi brevi pensieri troviamo piccole gocce  di luce e di amore alla celeste Mamma: <<Siamo certi, che se saremo costanti e perseveranti, questa Mamma non rimarrà sorda  ai nostri gemiti. E’ mamma!>>.

<<Chi può donarci la pace? L’autore della pace è soltanto Iddio e il canale per usufruire questa pace è la Mamma celeste>>.

<<Riaccendiamoci sempre più di amore per questa Mamma e siamo fiduciosi che nulla ci sarà negato, perché nulla manca a Lei, che ha un cuore di Madre e di Regina>>. <<Noi sappiamo che questa Mamma celeste ci ama più di quel che noi desideriamo, perché, molte volte, noi desideriamo oltre al bene anche il male – disgraziatamente. Questa Mamma nostra ci offre il bene e nello stesso tempo ce lo conserva, se noi vogliamo, con l’aiuto Suo, imitarla>>.

 Il filo conduttore di questi tesori di catechesi sulla Madonna è vario: Maria è amore infinito e dolcissimo, vuole donarci il suo amore, arricchirci del suo amore, generare amore nei cuori dei figli dell’unico Padre. Questa catechesi mariana provocò un grande miracolo:la guarigione del catechista di padre Pio.

Sin qui, la riflessione, le citazioni, la sintesi del libro “San Pio da Pietrelcina. Maestro di vita cristiana” (Edizioni Segno) di Francesco Guarino e Marcello Stanzione: un vademecum della fontana mistica di San Padre Pio a cui attingevano i suoi figli spirituali, le devote figliole che seguivano passo dopo passo le sue istruzioni di Strumento di Dio – lui sacerdote per Dono –  che ancora oggi ci ammonisce dal Cielo, ci indica la strada, ci mette in guardia e ci dà un colpetto in testa se lo meritiamo. Quanto dista da noi la sua garanzia che il Cielo ci vede ed opera ogni minuto!

Adesso passo a descrivere la mia esperienza personale con San Padre Pio.

La mia andatura spirituale è stata sempre un’ascesa vertiginosa e una rovinosa sbucciatura. Da ragazza non andavo sempre d’accordo con i miei e questo è stato un chiodo che ha forato per lungo tempo la mia carne e quella del Signore e della Madonna. Nei non rari momenti di quiete familiare che abbiamo vissuto noi cinque, papà, mamma, io, mia sorella e mio fratello, ho scoperto la fonte di una insperata grazia tra le mura di casa, una casa grande, gelida d’inverno, afosa, bollente d’estate..Era San Pio da Pietrelcina, questa fonte. Molti segni lo additano come Angelo Protettore mio e dei miei cari. Mia sorella è nata il 23 settembre, festa di San Padre Pio. E io ho ricevuto un dono speciale in gioventù da questo Santo intercessore del mondo intero. Potevo avere 19 anni circa..

Rovistavo nel cassetto personale di mia madre in cerca di qualcosa.. e ho trovato sotto la biancheria, un libriccino di Padre Pio, “Buona giornata.                                              Un pensiero per ogni giorno dell’anno”. Ho chiesto a mia madre se poteva donarmelo, lei ha risposto di sì e da allora non ho smesso di consultarlo… Ma la stranezza non sta qui. Qualche mese dopo la sua scoperta fortuita, ho avuto un segno mistico più tangibile.. per chi vuol credere, ovviamente.

Nella gamba destra si sono formati dei disegnini con le venuzze e uno di questo era la raffigurazione di san Pio da Pietrelcina come riprodotto nel libriccino. E’ rimasta uguale per tutti questi decenni..Sono segni mistici, ma potrebbero non essere creduti, per questo non giudico chi legge con scetticismo e rimane nelle sue opinioni che sono tutte fantasticherie.

San Padre Pio, ogni giorno mi dona il sorriso per amare la Madonna, mi dice:”Dalle un bacio”. Poi mi rende felice quando mi stimola ad adorare Gesù.

“Devi dire: <<Se avessi miliardi di miliardi di cuori, li darei tutti a Te Gesù, e alla Mamma Tua>>. Io gli dico che non solo i cuori ma anche i fiori  gli darei, giacché mi piacciono tanto. Soprattutto le rose bianche alla nostra Mamma del Cielo.

Tutte le rose bianche, i gigli puri, le stelle di Natale, le nebbioline, il candore delle calendive, tutti a Te o Madre Maria, tutti a Te, o Signore assieme ai nostri abbracci, alle lacrime, ai sogni, ai tanti sogni fatti e a quelli pochi, mai dimenticati.

Con san Padre Pio c’è sintonia su tutto, tutta la sua vita è stata un olocausto per la salvezza delle anime. Come non riconoscermi in una delle sue tante devote figlie spirituali. Le indirizzava, le confortava, le strigliava.. poi la vittoria del Cielo per ognuna di loro.. fino all’ultimo. Fino a quando “l’ultimo dei figli sarà entrato nell’ovile”. San Pio da Pietrelcina amava le messe lunghe, anche di tre ore.. ma non faceva lunghe omelie..le sue poche forze glielo impedivano o forse perché era tutto concentrato  sulla riproposizione del Calvario, per questo i gemiti, il dolore, il pianto scrosciante del Santo. Chi assisteva beveva i suoi silenzi come pioggia dorata sul proprio cuore. Io non ho avuto la fortuna di assistere ad una sua celebrazione eucaristica, però sfrutto il dono di Dio della tecnologia e ogni sera ascolto su you tube la sua beata voce per la buonanotte. Un modo per sentirlo accanto, a chiusura della giornata, impartendo “la benedizione, la  più larga, da parte di Dio, non soltanto a voi presenti ma a tutti coloro che vi stanno a cuore, alle vostre famiglie, ai vostri focolari, alle persone a voi care, ma in modo speciale ai poveri sofferenti. Sian Lodati Gesù e Maria, e buonanotte a tutti!”. Grazie San Padre Pio. Ti amiamo. E Grazie a Dio per avercelo dato.

:: Daniela e Alice di Daniela Barone

19 gennaio 2026

Alice è una bambina bionda dagli occhi azzurri. E’ vivace, curiosa, proprio come me da piccola. La mamma fatica a tenerla a bada, come la mia. Alice non si lascia però intimorire: il mondo intorno a lei è grande, invitante e non può certo accontentarsi delle mura di casa sua.

Mi rivedo in lei, gioiosa e sognatrice, sempre in giro con le amichette o in visita alle  vecchie vicine di casa. Le porte chiuse la incuriosiscono, ha voglia di scoprire cosa si nasconde dietro ad esse. Vorrebbe rimpicciolirsi per passare attraverso la serratura e finalmente, nella realtà, o forse nel sogno, ci riesce.

   Alice vede o sogna Bianconiglio e decide di seguirlo. Quante volte, come lei, mi sono avventurata nella campagna a scoprire i girini nel torrente o i formicai poco distante, incurante della preoccupazione della mamma. La mia voglia di scoprire superava la paura delle sue sgridate e persino del suo battipanni a cui, a dire il vero, riuscivo sempre a sfuggire con furbizia.

   Il coniglio la conduce però in uno strapiombo che sembra una tana. Alice cade nel vuoto molto lentamente. Lei è contenta di poter esplorare mille dettagli fino ad arrivare in fondo alla cavità.

Le stanze che scorge hanno porte di varie dimensioni ma sono tutte chiuse. Come fare a penetrare attraverso di esse? La risposta le giunge da una bottiglia la cui etichetta la invita a bere. Riuscirà così a diventare minuscola ma poi, per afferrare la chiave, dovrà necessariamente diventare gigantesca. Mangiando dei biscotti riuscirà nel suo intento ma la situazione diventerà così assurda e frustrante da farla scoppiare in un pianto disperato: ora è talmente piccola da nuotare nelle sue enormi lacrime che formano un laghetto.

   Confrontandomi con Alice mi viene da pensare che nella mia vita ho spesso faticato a restare nelle giuste dimensioni. A volte, senza bisogno di addentare biscotti magici, mi sono sentita potente e grande come un gigante. Riuscivo a sedurre gli uomini con facilità, anche quelli che non mi interessavano. Mi trovavo bella e interessante e le avventure mi davano un senso di potere e vitalità.

   Anche quando aspettavo i miei figli mi sentivo grande e invincibile. Custodivo la vita dentro di me,  un evento miracoloso ed appagante come pochi. Portavo in giro il mio pancione con orgoglio, felice degli sguardi benevoli della gente.

   Per contro, molte volte mi sono sentita piccola e insignificante. Le decisioni importanti erano sempre prese dai due uomini che avevo sposato, in particolare dal secondo. Come Alice, mi sono rimpicciolita a tal punto da non ritrovarmi più. Non contavo niente per nessuno, pensavo, alienata da tutti e anche da me stessa. Mi ero chiusa a chiave con le mie stesse mani in una stanza spaventosa e non c’era modo di uscirne. Ogni giorno era uguale all’altro, vuoto e doloroso. Le notti iniziavano e finivano con pianti strazianti e silenziosi a causa di un marito malvagio.

   Anche Alice ad un certo punto perde la sua identità: incontra personaggi strani che le chiedono chi sia, dove vada, da dove venga. Bianconiglio non l’aiuta, anzi, la confonde con la sua incomprensibile fretta. E’ tardi, è tardi, le dice affannato. Per cosa? Lo scorrere del tempo sgomenta e diventa ansia di vivere.

   Per me era tardi rifarmi una vita; desideravo freneticamente un uomo da amare con cui costruire una famiglia. La routine, il quotidiano, non facevano per me. Per il Cappellaio Matto il tempo pare non scorrere mai: è sempre l’ora del tè, dice sconsolato.

Ma il cambiamento prima o poi arriva.  L’incontro con Brucaliffo sarà determinante. ‘Chi sei tu?’ le chiede. Alice risponde: ‘Davvero non saprei dire ora. So dirti chi fossi ma da stanotte sono cambiata  parecchie volte’. Il Brucaliffo diventerà una farfalla leggiadra e Alice sarà invitata a festeggiare i non compleanni dei personaggi. E’ il trionfo della quotidianità e della routine sull’eccezionale.  Come sta succedendo a me ora in cui il quotidiano, a volte monotono, prende il posto dello straordinario.

   Illuminante il personaggio dello Stregatto che rappresenta il senso della vita. E’ super partes: come la mia psicoterapeuta, dà indicazioni utili ma a volte enigmatiche. ‘Micio, potresti dirmi quale strada devo prendere per uscire da qui?’  Alice si rivolge a lui in cerca d’aiuto: ‘Non m’importa quale via scegliere. Basta che arrivi da qualche parte’. Lo Stregatto replica:’Oh, di sicuro lo farai se camminerai abbastanza a lungo’.

   Non mancano i personaggi negativi nemmeno nella storia di Alice: La Regina di Cuori incarna la rabbia e soprattutto la distruttività. Anche io sono stata come lei visto che mi sono lasciata annientare. Si può essere i nemici più pericolosi e agguerriti di se stessi credendo di dover espiare chissà quale colpe. Il fardello è pesante, non è facile liberarsene.    Così come Alice riuscirà alla fine a tornare alle giuste dimensioni, anch’io spero di farlo e di imparare a gestire gli alti e bassi della vita. Servirà amarsi di più e imparare, per dirla con Bianconiglio, ‘a creare una corazza di pura gioia intorno al cuore’. Non accadrà così di sentirsi assurdamente grandi o desolatamente piccole come mi è successo tante volte. Daniela bambina e Daniela donna possono camminare a braccetto senza conflitti, amandosi e accettando luci ed ombre con pazienza e coraggio. Mi piace ricordare la frase confortante di Alice che così riflette alla fine: ‘Chissà se avrebbe saputo partecipare, ancora con lo stesso cuore ai piccoli dispiaceri e alle semplici gioie, nel ricordo della sua vita di bambina e dei suoi felici giorni d’estate. Lei era certa che ne sarebbe stata capace’.

:: Mare e terra di Daniela Barone

29 dicembre 2025

Oggi è una mattina grigia ma non credo che pioverà. Mi incammino verso la spiaggia in cerca di una roccia dove sedermi a leggere il mio libro: sono poesie di Alda Merini, donna straordinaria che la grave malattia nervosa non ha annientato. Mi viene istintivamente da pensare alla mia mamma che, come la poetessa, aveva una madre severa, distante e punitiva. Le accomuna anni di buio, di tormenti incompresi dagli altri, di cure psichiatriche inefficaci ma anche di  un’esistenza di amore corrisposto per la famiglia. Leggo i versi struggenti di ‘Mare e terra’ che mi commuovono perché mi ricordano un lontano giorno di aprile, quando Francesco aveva poche settimane: mi ammalai di una forma severa di depressione postpartum, esplosa come una burrasca  ma poi risolta.

   La Merini, proprio come me, ha sempre amato il mare. Lei scrive: ‘Sono così io. Certe volte spiaggia perduta e solitaria. Altre volte mare in tempesta e strillante. Certe volte isola deserta e silenziosa. Altre volte oceano che abbraccia il mondo.’ Alda, mi sei cara. Ti sento vicina, tu forte e vulnerabile come me, vigorosa e debole come la mia mamma, a volte in cima a onde perigliose, altre serena sulla sabbia bagnata. Ti sento figlia e madre da amare, non so perché. Ripongo il libro nella borsa e passeggio sulla battigia a debita distanza dalle onde. Il cielo è sempre più grigio; non c’è da stupirsi se la spiaggia è deserta. Poco più distante scorgo un uomo che cammina lentamente con un cagnolino al guinzaglio.  Chissà se anche lui è ispirato dal mare: sembra un po’ curvo pur non essendo vecchio. Proprio quando penso che forse è il caso di rientrare, intravedo in lontananza una bimbetta che gioca con il secchiellino e la paletta. Avrà cinque o sei anni. Ha i capelli corti e biondi, indossa un costumino intero di cotone con ruches bianche, come si usava negli anni Sessanta e si mordicchia le labbra mentre compone formine con la sabbia umida.

   Da chissà dove provengono le note di una canzone di quel tempo. Non ci sono bar nei dintorni, né stabilimenti balneari. Riconosco il vecchio pezzo di Celentano, ‘Nata per me’. Sono attonita. La bambina si accorge della mia presenza e mi grida un ‘ciao’ festoso. Io mi siedo poco distante da lei e la osservo giocare. Le chiedo poi dove sia la sua mamma: lei mi indica una giovane donna grassoccia che indossa un buffo cappello di paglia. Ha i capelli ramati con la permanente e sorveglia la figlioletta con gli occhi socchiusi. Ha un’aria pensierosa, direi mesta, e non capisco perché. Chiedo alla bambina il suo nome e lei mi risponde gioiosa, dopo un attimo di esitazione «Susanna!»

   La mamma si riscuote dal suo torpore per precisare che la figlia si chiama invece Daniela. Ha la mania di cambiarsi il nome, commenta.  La bimba non si scompone e fa una smorfia furbetta senza interrompere il suo gioco. E’ davvero una gran  chiacchierona. Senza bisogno di sproni mi racconta tante cose di lei: è figlia unica e detesta stare a casa: preferisce andare a trovare le  vicine che l’intrattengono in varie attività, come macinare il caffè, grattugiare il formaggio e spolverare i mobili. Colgo un guizzo sbarazzino nei suoi occhioni celesti e mi sorprendo a pensare che mi assomiglia molto.  Ha due bambole, Carolina e Silvia. Sono brave ma qualche volta la fanno arrabbiare, così lei fa loro delle iniezioni per punirle. Precisa che hanno il culetto bucato ma lei non può fare a meno di punzecchiarle quando sono cattive. Lei non è mai cattiva, aggiunge. A volte però, quando la mamma è a letto con il mal di testa, si domanda se magari lo sia e stringe a sé le bambole bistrattate. Ci sono dei giorni in cui ama fare i dispetti a chi le capita sotto tiro. Spesso fa impaurire la bisnonna Giuditta fingendo di inghiottire le pastiglie della mamma. Sono delle innocue palline di carta che ingurgita davanti a lei che ogni volta cade nell’inganno.  Ama accudire i bambini più piccini e vuole bene proprio a tutti. Ha un’adorazione per il papà che si occupa di lei più degli altri padri, quando la mamma non sta bene. Vorrebbe sposarlo da grande ma tutti le dicono che non è possibile. Troverà un marito buono come lui? O si farà imbrogliare da uomini sbagliati o addirittura malvagi?

   C’è tanto tempo per la piccola Daniela; l’amore è una cosa da grandi anche se lei mi confida che è innamorata di Renato, il figlio dodicenne della vicina di casa. Aiuta la mamma a fare la spesa, anzi va spesso lei al suo posto a comperare piccole cose; mostra la lista al fruttivendolo e al salumiere e pone gli acquisti nella borsina a rete. E’ orgogliosa di essere una bambina tanto disponibile ma vorrebbe più tempo da dedicare ai suoi giochi. Quali sono i suoi preferiti? Beh, vendere alle amichette le erbe selvatiche in campagna o il sugo ottenuto con pezzi di mattone pestati, guardare le mucche di Lillo al pascolo e osservare le formiche attirate dalle loro grandi cacche.  E’ adorabile quando ride. Non sa cosa farà da grande, forse la maestra. A volte scarabocchia su fogli fingendo di correggere dei compiti o impartisce lezioni a imitazione del maestro Manzi che segue in TV. Protesta quando la mamma la invita a rivestirsi ma la prospettiva di prendere il tram la convince a lasciare la spiaggia. Le guardo allontanarsi insieme mano nella mano, lei saltellante accanto alla mamma che sembra sfinita. Il mare stanca, si sa.

:: Barbara, il lapillo di Dio di Daniela Distefano

14 dicembre 2025

Hai le braccia così sottili, mio Amato. Una riga di sangue si raggruma in un lago di detriti di pelle e terra. Ti tengo stretto il tronco, non arrivo su in cima, fino al capo che sembra un cesto di vimini da cui fuoriescono dense lave di plasma.  Le orecchie non odono più le dolci nenie materne, non parla più la tua bocca impastata d’oro candìto e profumata di nardo. I tuo occhi, che hanno trasmesso al Creato la dolcezza di Dio, sono serrati, gonfi, come conchiglie che nascondono una bellezza per me, per noi, ancora inaccessibile. I tuoi piedi, uno sull’altro, fissati con un chiodo che li trapassa e li contorce. Le tue guance, che non sono più, mio Amato. Le tue chiome, sbrindellate.. Perché mi sorridi allora? Perché? Come fai a vedermi, così ridotto? Piango di dolore dolce, di gioia di fuoco, di gratitudine.  Sono mesi che vivo in questo palazzo solitario, le giornate erano terribili all’inizio. Tremavo tutta, non passava mai il tempo, volevo compagnia, la mia mamma, i miei fratelli in Cristo, le mie sorelle in Cristo, la cara balia che mia ha nutrita da piccola.. Mio padre. Già, papà… Quanto scoraggiamento ho visto nelle sue pupille mano a mano che crescevo…Quanta esaltazione intorno alla bellezza di sua figlia, quanti guai potevo dargli….Meglio isolarmi dal mondo, meglio farmi perdere il contatto con gli essere fatui, scoraggiare i miei cari precettori cristiani…. Eccomi qui. Quanto lo ringrazio il mio babbo oggi che sono felice della sua scelta scellerata. Ci sei Tu con me, mio Amato. C’è la Tua Mamma. Ci sono tutti i vostri Amici, gli Angeli, Gli Arcangeli, e ogni giorno ringrazio Dio Padre di questo dono.                               

Al mattino mi sveglio prima della campana della chiesa, è lontana dalla Torre ma si ode distinta nei suoi rintocchi. Quanta pace assieme al cip di un uccellino che attende l’apertura della mia finestruola. Passeranno ore prima che venga qualcuno a portarmi il desco, qualche indumento, e i molti libri di scoraggiamento che attendo senza  trepidazione. Le ore della giornata sono scandite dalla preghiera incessante, continua, laboriosa. Da anni. Non ho mai pianto per me, questo carcere di lusso mi è stato foriero di grandi delizie. O Gesù Amato, mi hai rincorso, come rincorrevi sant’Agostino, e mi hai catturata come una farfalla. E adesso sono Tua, Tua e della Mamma del Cielo, Maria Santissima.

Amato mio Gesù, io perdono tutte le mattine e tutte le sere, perdono questo padre che mi ha tolto l’euforia della giovinezza per poi pentirsene. Non la rimpiango, la gaiezza spensierata non è  vera felicità. La vera felicità Signore siete Voi, Voi nella solitudine, Voi nel focolare, Voi in Cielo, Voi in Terra.                                         

Ed è un vero peccato per me non essere umile ancora come Te e la Mamma. Sono maldestra anche nelle mortificazioni, vado imparando da quello che mi arriva in briciole del Tuo immenso Amore. Non sono pronta per il Pane intero della Vita. Non credo al destino, perché il destino lo fai Tu. Allora dimmi, mio Re, unica sorgente di letizia sconfinata, come potrò oppormi ad un matrimonio che non voglio?                                                                                             

Perché questo corteo di scribi, filosofi, dotti di ogni risma invitati a distogliermi dalla mia Fede, Dono di Dio? Avverto concitazione, voci, sussurri, e poi urla. E’ pazza!!! Io sono il suo padrone e farà quello che le dico! O mio Amato Gesù, è appena iniziato il mio calvario. Ero già fuggita in un bosco per sottrarmi alla sua volontà, fu allora che feci la mia consacrazione.

Non farà che avvicinarmi ancora di più a Te, adesso sono davvero in catene. Condotta come <<pecora al macello>>.

Gli angeli mi districano i boccoli, pronti per fare spazio alla lama, quando avverrà il mio giorno. Adesso supplizi, minacce, torture, adesso la Mamma del Cielo spalanca la Porta del Paradiso al mio futuro.

Conto le ore, nessuno mi tiene più legata a questo mondo, i compagni di preghiera piangono lacrime di dolore, sanno che non mi rivedranno più. Mi rende triste la sofferenza del prossimo, eppure mai sono stata così riconciliata con la vita mia.

Ho dovuto lottare contro le tentazioni della carne, quanta pazienza hai avuto di me Signore. Non hanno vinto, erano nani del mio intelletto venuti a mettere in subbuglio l’anima già rivolta al suo Padrone come cosa interamente Sua. Poi è giunta la tentazione contro la fede, più forte. Il prefetto mi ha interrogata a lungo, fino allo sfinimento, ero esausta nel vederlo snervato. La sentenza brutale alla fine del mancato comprendonio: devo essere eliminata. Così il Calice è colmo, e l’Angelo è qui con me mentre lo bevo.

Amato mio Gesù, un ultimo sforzo e non sono più. Mi hanno tagliato le mammelle, sono una capra senza latte.

Non ho più i vestiti, mi fanno camminare nuda per le vie cittadine, e non sono ancora sazi.

Così è arrivata la spada sul mio collo, fredda, asettica, un attimo di circostanza ed un fulmine per lui che stava a guardare. Padre e figlia, lui giù, io su beata tra nuvole, canti, inni e meraviglie. Il perdono ma anche la giustizia. Poi la memoria e tutto il male in un oblìo eterno.

“In un lago di baci,

Ti ho incontrato mio Gesù;

Li raccolgo col secchio della Tua infinita pazienza.

Mi sono dissetata del Candore di Maria,

oggi sono pronta per volare via nell’Eterno.

Non solo fuoco stavolta, ma rugiada d’Amore

nel vederVi, adorarVi, benedirVi, lodarVi, ringraziarVi

di tutto cuore”.

:: Profumi di Daniela Barone

14 dicembre 2025

Non si può rifiutare la forza di persuasione del profumo, essa penetra in noi come l’aria che respiriamo penetra nei nostri polmoni, ci riempie, ci domina totalmente. Non c’è modo di opporvisi.’

Patrick Süskind

Il primo ricordo olfattivo è quello dei salumi e delle grosse provole di una botteghina di San Giovanni Rotondo vicino al Santuario di Padre Pio. Non avevo ancora compiuto tre anni ma l’urgenza del lungo viaggio fu dettata dalla malattia della mamma che vedeva nel frate la soluzione ai suoi problemi. In realtà le  fobie di mia madre avrebbero necessitato piuttosto di uno psichiatra ma papà aveva voluto accontentarla.  Quel viaggio si rivelò un fiasco: il fraticello con le stigmate fu duro con lei al punto di cacciarla dal confessionale, apprendendo che lei non partecipava mai alla messa domenicale per la sua salute cagionevole.

   Un altro odore vivido nella mia memoria è legato ai detersivi usati dalla mamma per pulire i pavimenti, in particolare quello penetrante dell’ammoniaca. A nulla servivano le mie rimostranze: per lei era un’azione imprescindibile usare quei detergenti che mi costringevano a trovare riparo nella mia stanzetta.

   Che dire però del profumo inebriante dei petali di rosa a maggio, quando lei comprava da una contadina quei fiori per farne uno sciroppo denso e soave? La casa era pervasa da quell’odore dolciastro ma soprattutto dalle sue chiacchiere allegre: non era facile rendere contenta la mamma, sempre assorta in chissà quali pensieri, talvolta addirittura incupita. Anche papà era coinvolto nelle operazioni di selezione dei petali e di bollitura del liquido rosa che gorgogliava nelle pentole: una vera festa per le orecchie e le narici.

   Della mia infanzia ricordo anche l’odore del sapone di Marsiglia che la bisnonna Giuditta adoperava per lavare montagne di bucato a casa nostra. Veniva da noi per dare  una mano alla mamma, perennemente e misteriosamente ammalata. Per tenermi occupata era sufficiente darmi una pezza o un fazzolettino che io insaponavo con energia nel tentativo d’imitarla, in piedi sopra uno sgabellino traballante che mi permetteva di arrivare al grande lavello di marmo.

   Il profumo che più mi ricorda mia madre  resta però quello del ragù domenicale. Ancora nel dormiveglia percepivo il buon odore del sugo che preparava diligentemente in pentole rigorosamente di terracotta. Non si staccava mai dai fornelli e disapprovava le vicine che, casalinghe come lei, si distraevano talvolta con altre faccende facendo attaccare i pezzetti di carne  al fondo delle pignatte.

   Quando ero ammalata, la mamma mi preparava un delizioso purè di patate che emanava l’odore del burro mescolato in abbondanza al composto. Ancora oggi, quando sono indisposta o malinconica, amo prepararmi questo cibo perché mi fa sentire  coccolata.

   A volte mi domando quali profumi evocherò ai miei figli e ai nipotini quando non sarò più con loro. Sicuramente  si ricorderanno del buon odore del mio pesto ma non riuscirò mai a competere con mia madre, maestra di ragù, frittelle di fiori di zucca e polpettoni.

   Pur trascurando la sua persona, forse per un voto, la mamma non sapeva però resistere alle eau de parfum: qualunque fragranza la conquistava, purché fresca e leggera; se ne metteva in gran quantità, incurante dei rimbrotti di papà. A me piaceva vederla contenta come una bambina, tanto rari erano i momenti gioiosi nella sua vita.

  Rimane poi impresso nella mia memoria l’odore penetrante del detergente che usavo per lavare Francesco, il mio primogenito. Che gioia è tuttora legata al ricordo dei primi bagnetti impacciati nel lavabo del bagno a poche settimane dalla sua nascita!

Le estati trascorse nella casa di montagna con i tre figli piccoli mi fanno tornare alla mente il profumo dell’erba appena tagliata, l’odore del letame delle mucche condotte ogni mattina al pascolo e quello dell’acqua un po’ stagnante delle vasche delle trote pescate con gran divertimento. A volte un pastore passava da casa nostra con un cestello di latte appena munto che facevo bollire per i miei bambini. Quest’odore  mi ricorda il latte che bevevo a colazione alle elementari e i dolori alla pancia che inevitabilmente mi affliggevano. Inutile far notare alla mamma che non digerivo questa bevanda: per lei era l’unico alimento che si poteva dare ad una figlia per colazione, punto e basta. 

   Nuove esperienze olfattive segnarono gli anni della maturità e il secondo matrimonio con Dave.  Lui era curiosamente uno chef, o almeno lo era stato quando viveva in Canada, e se ne faceva un gran vanto. Di lui i miei figli ricordano ogni tanto il profumo dei panzerotti domenicali ma null’altro: quasi nessun cibo potè allietare i nostri pasti, appesanti dai suoi grevi silenzi, o peggio ancora, dalle sue sfuriate.

   Dopo la morte della mamma papà venne a vivere da me. Malandato nei suoi novant’anni, invase la mia tranquilla vita di donna oramai sola con i miasmi dei suoi pannoloni. Non bastavano deodoranti, né finestre spalancate anche in pieno inverno, a dissipare quel fetore. Povero papà. Oggi in me prevale però il ricordo del profumo del suo dopobarba, quando negli suoi ultimi giorni lo radevo e cospargevo il suo viso emaciato di quella lozione odorosa e lenitiva.

   Mi piace infine ricordare l’ondata di profumi di spezie mai conosciute che mi accolse al mio arrivo in India lo scorso anno. La guida locale mi cinse di una corona aulente di fiori gialli, rossi e arancioni; percepii poi l’odore di cardamomo, cannella, vaniglia, e di chissà quali altri aromi indecifrabili. Fu un’esperienza intensa anche sentire gli effluvi vagamente sgradevoli emanati da elefanti e scimmiette onnipresenti e forse, da centinaia di indiani nel brulicare del traffico caotico di Delhi. Davanti al Taj Mahal odorai tanti fiori rigogliosi e immaginai l’imperatore Shah Jahan mentre deponeva delicati boccioli sulla tomba dell’amatissima sposa. I fiori sono soprattutto consolazione per noi viventi che amiamo portarli al cimitero dai nostri cari. Io metto spesso tulipani gialli sul loculo della  mamma, sapendo quanto amasse quel colore. Saranno gialli anche i pochi fiori che vorrò al mio funerale: gialli come la stanzetta di Van Gogh, come il mio piccolo sofà, come il sole sghembo che disegnavo nei quaderni di prima elementare.

:: Racconto di Natale – Shanmei

12 dicembre 2025

È la Vigilia di Natale e il Generale Luigi Bianchi scende in cantina per prendere una bottiglia di vino, di quello buono da accompagnare all’arrosto della Vigilia, un giramento di testa e sviene, e si trova catapultato nel passato, in un altro Natale lontano, in Cina con la sua Mei e i suoi figli. Quando rinviene, turbato e infreddolito torna su e si cambia per il pranzo… inizia così un racconto nostalgico e lontano che cercherà di catturare la magia del Natale.

Ben tornato Luigi Bianchi, anche se questo forse ormai è un addio.

In prenotazione, esce il 24 dicembre.

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:: Faccia rumore di Daniela Barone

21 novembre 2025

Non dovete aver paura. L’isola è piena di questi sussurri, di dolci suoni, rumori, armonie, che non fanno alcun male, anzi dilettano.  ‘La Tempesta’  William Shakespeare

Il primo rumore che ho sentito deve essere stato il quieto fluire del liquido amniotico, la voce della mamma e ad un certo punto i sobbalzi dei suoi singhiozzi per la perdita improvvisa della madre.  Venni al mondo con la sofferenza materna fisica e morale per quell’evento infausto ma sono certa che i miei primi gorgoglii le portarono ben presto consolazione e gioia.

Sono sempre stata una bambina vivace che si dilettava a cantare a squarciagola le canzoni di Mina e Modugno, che faceva un gran rumore giocando con le pentole della mamma e ammirava le note melodiose del pianoforte della maestra Rita alla scuola materna. E che dire del suono dell’organo che ascoltavo nella chiesa dei frati di San Barnaba? Oltre a quella musica, mi incuriosiva il suono cantilenante delle litanie che i fedeli ripetevano per un tempo che a me pareva interminabile. Guardavo la mamma che con aria assorta recitava le invocazioni alla Madonna, e ogni volta mi domandavo come facesse a non stancarsi di quelle monotone e soporifere filastrocche. Di gran lunga preferivo il cigolio del macinacaffè di legno che mi dilettavo ad usare a  casa, il borbottio della vecchia moka sui fornelli della stufa economica e il cinguettio dei canarini che tenevamo in grandi gabbie appese alle pareti della cucina. Era anche piacevole il cincischio delle forbici di papà che tagliava i capelli a me e alla mamma. Zic, zac…. Lui era stato un parrucchiere da giovane e a lungo volle occuparsi delle nostre chiome e più tardi, di quelle dei miei tre bambini. Crescendo, ci rifiutammo tutti, ad eccezione della mamma, di usufruire dei suoi servizi e preferimmo rivolgerci a professionisti più aggiornati per non rischiare, con il peggiorare della sua vista, scale irrimediabili  o frangette improbabili.

Più grandicella, iniziai a detestare il rumore della lucidatrice che la mamma passava instancabile   sui pavimenti di graniglia alla genovese in tutta la casa, addirittura in camera da letto, dove papà stava riposando. Curiosamente lui continuava indisturbato il suo sonno, ronfando addirittura più fragorosamente del rumoroso elettrodomestico. All’epoca anche le lavatrici producevano suoni sordi, ronzii e vibrazioni insopportabili durante la centrifuga. Che ridere vedere la mamma che, nel tentativo di fermare la macchina che tendeva a spostarsi, vi appoggiava il suo sederone finché il ciclo non era terminato… Rumori antichi di un tempo passato ma mai dimenticati.

Molti anni dopo, ormai separata da mio marito, andai in vacanza in Grecia con un’amica d’infanzia. Nel visitare le rovine del Partenone e le Cariatidi dell’Acropoli assolata, fummo colpite dal frinire incessante delle cicale. Mai avevo udito un tale concerto ma mi auguravo di non vedere quegli insetti che m’incutevano timore e ribrezzo. Quanto preferivo le lucciole silenziose della mia infanzia, piccole e fugaci…

Proprio come me da piccola, i miei bambini facevano un gran schiamazzo nel parco giochi sotto casa. I pomeriggi primaverili a Pavia, quando il tempo cominciava a diventare più clemente, erano piacevolmente riempiti dalle loro grida, dalle risa e spesso dalle liti con gli amichetti.

Francesco, il maggiore dei miei figli, aveva iniziato a suonare il piano. Mai nessun vicino si era lamentato del suono imponente dello strumento, anzi, molti godevano delle sue prime strimpellate e più tardi dei brani eseguiti con maggior perizia. Che bello per me cantare le melodie di Battisti e De Andrè sulle note, a volte stonate, di quel pianoforte! Si creava fra noi un’armonia ed un’intimità che tanto avrei rimpianto negli anni a venire. Quel ragazzone che era venuto al mondo con un vagito debole, simile al belato di un agnellino, si era poi allontanato da casa per i dissidi nati con il mio secondo marito.  Come spesso accade, il tempo sanò questa ferita e il mio figliolo ritornò  da me, ormai libera da legami malati. Dopo anni, fu lui a diventare papà e a rallegrarmi con i discorsetti dei miei nipotini.  Oggi non c’è rumore più bello delle vocine di Luca, Leo e Cesare, figlio dell’ultimogenito, che comincia ora a dire le prime buffe frasette.

Dopo la morte della mamma, di cui ancora ricordo con pena i richiami lamentosi ai genitori scomparsi da decenni, dovetti prendermi cura di mio padre. Una notte fui svegliata dal rumore di martellate che provenivano dalla cucina. Sbigottita, vidi papà che alle tre del mattino era intento a riparare un paio di scarpe. Lo ricondussi irritata a letto, non capendo che il pover’uomo aveva ormai perso il senso del tempo.

L’anno dopo, triste e sola dopo la sua dipartita, arrivò il Covid.  Ad eccezione di alcune ore mattutine, segnate dalle voci squillanti dei miei alunni nella didattica a distanza, sprofondai come tutti in un silenzio angosciante. Le strade non riecheggiavano più dei rumori dei bus e di altri veicoli, deserte com’erano diventate. Anche le voci si erano ammutolite sotto le invadenti mascherine. Del resto, di cosa si poteva discorrere con qualcuno quando il terrore del contagio ci attanagliava e ci spingeva a rientrare presto nelle rassicuranti mura domestiche?

La primavera, incurante della pandemia, ci sorprese con i primi raggi tiepidi del sole. A poco a poco il silenzio inquietante dei cortili e delle vie venne interrotto, dapprima timidamente, dai canti allegri di chi, a finestre aperte, richiamava con un tacito appuntamento, amici e vicini di casa sempre alla stessa ora. Devo ammettere che non presi mai parte a quelle canzoni collettive, dubbiosa com’ero di un rapido ritorno alla normalità. ‘Andrà tutto bene!’ si leggeva su cartelloni appesi in qualche modo ai balconi. Ma come? Ogni giorno il gracchiare della tv ci informava di numeri sempre crescenti di nuovi casi, decessi, saturimetri e farmaci sperimentali dai nomi spaventosi. No, davvero non credevo che sarebbe andato tutto bene. Passavo le miei giornate in rapidi acquisti guardinghi al supermercato sotto casa e in passeggiate ‘illegali’ oltre il perimetro prescritto dai vari decreti. La campagna era diventata un’ amica per me che da sempre la detestavo. Portavo alle orecchie le cuffie che mi consentivano d’ascoltare gli audiolibri Ad Alta Voce di Ray Play Sound e mi addentravo nei sentierini desolati. Come una fuorilegge, m’inoltravo sempre più lontano da casa nella campagna dove nemmeno gli uccelli e gli animali selvatici osavano fare rumore. Mi fecero compagnia le voci amabili degli attori che recitavano in perfetta dizione dei brani de ‘Il Conte di Montecristo’ di Dumas, ‘La Peste’ di Camus e altri libri mai letti, rincuorandomi più di tanti inviti surreali all’ottimismo e alla ripresa.

Oggi, pensionata settantenne, sono tornata a vivere a Genova. Per ascoltare il rumore delle onde del mare devo arrivare a Voltri, dato che il porto con pile di container e gru mostruose ha preso il posto della spiaggia e degli stabilimenti balneari di quando ero bambina. Vale sempre la pena  di raggiungere le ultime spiagge rimaste dove ascoltare lo sciabordio del mare e i garriti dei gabbiani, sia in estate sia nella stagioni più fredde. Quando sono a casa, non ci sono i rumori dei figli o dei nipotini lontani ma solo il suono della musica o della televisione sempre accesa, come accadeva a casa dei miei vecchi genitori.  Sfortunatamente nessuno condivide il mio pianerottolo: c’è solo un appartamento sotto il mio che è abitato da una coppia della mia età.  Pochi giorni fa la moglie, da tempo ammalata di tumore, è scomparsa. Avrei dovuto capirlo dal silenzio, dalla posta accumulata nella cassetta da giorni. Stamattina, al ritorno da una vacanza, ho letto il necrologio e mi sono affrettata a lasciare alla loro porta un bigliettino di cordoglio. Poche ore dopo ho incontrato il marito e l’ho abbracciato con calore. Adesso, anche per lui, gli unici rumori di casa saranno quelli della tv e delle voci dei nipotini in visita. Mi ha raccontato del triste epilogo, di questa donna al suo fianco per cinquant’anni e ho provato pena per lui. Congedandosi frettolosamente da me sull’ascensore, mi ha detto a voce bassa: «Faccia rumore.»

Faccia rumore, ripeto fra me e me…  Poverino. In ‘Castelli di Sabbia’ Baricco scrive: ‘Anche se la vita fa un rumore d’inferno affilatevi le orecchie fino a quando arriverete a sentirla e allora tenetevela stretta, non lasciatela scappare più’.   Il rumore fa parte di noi, della vita. Guai a temerlo. Così è per il silenzio, implacabile ma necessario.

Daniela Barone è nata a Genova nel 1956 dove risiede tuttora. Ha insegnato inglese al Liceo Scientifico ‘N. Copernico’ di Pavia dove ha vissuto per trentacinque anni con la famiglia. Pensionata da cinque anni, si dedica alla scrittura, sua passione da quando era bambina, quando componeva semplici poesie per il giornalino scolastico. Ha sempre amato raccontare storie inventate alle coetanee o anche a se stessa, nei momenti di solitudine. Legge libri di saggistica ma soprattutto di narrativa. Ama scrivere storie sulla sua infanzia e sulle numerose esperienze di viaggio che la riportano comunque ai momenti salienti, spesso dolorosi, della sua vita. Oggi la sua vita è allietata anche dai figli, dai nipotini e dai viaggi.

:: Tradimento di Francesca Tuzzi

12 giugno 2025

No, non è come pensi. Non sto parlando di quella volta che A., in arte Sperminator, ha ben deciso di lasciare incinta una super cougar (ormai agli sgoccioli del suo periodo fertile), mentre stava con me. Da 7 anni, ma questo è un dettaglio.

E nemmeno di quando M., al momento di inaugurare con il botto la nostra carriera da professionisti, ha ben pensato di sostituirmi con un’altra partner. Me la sono trovata praticamente sulla mia soglia con le sue valigie, pronta a trasferirsi, mentre io, ignara, stavo preparando le mie per le agognate vacanze.

Vabbè, in entrambi i casi, sarebbe comunque finita, giusto? Io ero giovane e inesperta. Loro erano giovani e inesperti. Tranne la cougar, quella sì che aveva grande esperienza.

Non parlo di quel genere di tradimento. No. La mia emotional coach mi ha ordinato di riflettere su ciò che per me significa questa parola, dopo essermi recata da lei, sconvolta e schizzata, in seguito ad un potente burnout. Troppo lavoro, troppi impegni, troppa gente (e relativi problemi) con cui avere a che fare e…bam, KO.

“Che c’entra il tradimento?”, ti chiederai, e a ragione, visto che gli episodi di cui sopra sono accaduti, come ti dicevo, quando ero ancora giovincella, mentre adesso, foto profilo a testimonianza, sotto le meravigliose (e costosissime) meches biondo cenere, c’è più cenere che biondo.

Mi sa che devo chiarire un po’ di cose. Lo faccio più per me che per te, sappilo!

L., la mia emotional coach che, per inciso, è pure una competentissima naturopata, nonché amica, sostiene che il mio cane Y. manifesti comportamenti aggressivi, perché fin da piccolo si è sentito tradito.

“E che c’entra il tuo cane, ora?”, potresti (giustamente) chiederti.

C’entra c’entra, te l’assicuro.

Dunque, Y. è un cane che è giunto a me e al mio attuale compagno, dopo un sequestro di un furgone proveniente dall’Est, che conteneva una trentina di cuccioli destinati ad essere venduti al Sud con traffici illeciti. Tra la ventina di sopravvissuti c’era lui, piccolo bouledogue francese, magrolino, tutto occhioni e orecchie paraboliche e…figlio di Satana.

Da subito ci siamo accorti che gli piaceva mordicchiare. Me, in particolare. E crescendo, lo faceva con sempre maggior convinzione e con sguardo diabolico. Ho provato a dichiarare la mia preoccupazione a compagno, amici ed educatori cinofili vari, ma tutti minimizzavano ed io non riuscivo a provarlo, perché il demone stava sempre ben attento a non farsi sgamare.

Morale della favola: oggi, dopo 4 anni, la belva di 18 kg si è impossessata del divano e mi guarda beffarda quando, girando alla larga, mi dirigo verso la camera da letto, unico luogo in cui mi sento al sicuro e riesco a ricavarmi uno spazio per me e la mia privacy.

Non fraintendermi, lo amo. Tantissimo. Abbiamo i nostri momenti di assoluto affetto con coccole, bacini, carezzine e giochi. Però sono come una roulette russa: non sai mai quando arriva il momento di beccarti la pallottola. Nel dubbio, li faccio durare pochissimo. Poco e spesso, come i pasti ideali suggeriti dai nutrizionisti quotati (e anche da L.).

Insomma, tra una tenera leccata ed un morso imprevedibile, non contemplando le maniere forti come soluzione, ho optato per quelle che io stessa uso su di me quando c’è qualcosa che non va: L., per l’appunto.

Dopo vari tentativi, visto che il signorino non è così facilmente manipolabile (sia in senso fisico che mentale), siamo giunti a somministrargli i fiori di Bach, che con lui sembrano particolarmente efficaci. La situazione, da 2 anni a questa parte, è decisamente migliorata, anche se persistono ancora i momenti di aggressività in concomitanza con la pappa (sua e nostra) e con la nanna (guai a disturbarlo!).

Il lavoro su Y. è giunto ora ad una fase cruciale. E qui arriva lo spiegone sul tradimento. Senza svelarti i dettagliati retroscena e trucchi del mestiere di L., è emerso che in Y. perdura una memoria legata al momento in cui è stato separato dalla sua mamma, che di punto in bianco non l’ha più nutrito e, successivamente, le altre figure femminili subentrate sembrerebbe si siano rivelate particolarmente violente al momento di porgergli la ciotola. Questo spiegherebbe la sua avversione per il genere femminile, verso cui si fa tenero tenero in un primo approccio, ma poi, contestualmente ai pasti, subentra l’istinto e quel meccanismo atavico dell’“attacca o scappa”, che si attiva per paura (dice L.), presumibilmente di essere nuovamente tradito da chi dovrebbe, invece, nutrirlo. Una volta avrei detto: “valli a capire i cani”. Ma sai che oggi, quasi quasi, comincio a comprenderli…

Proprio per risolvere la paura di Y. del tradimento, L. ritiene che non sia casuale che questa parola abbia un significato pure per me. Conoscendo la mia storia (anzi, le mie storie), mi ha proposto di lavorare sulla stessa tematica contemporaneamente al mio cagnolino bipolare. Per puro spirito di sacrificio e di immolazione sull’altare dei martiri masochisti, ho acconsentito. Ed eccomi qui. Titubante. E già pentita. “Avresti potuto sottrarti con una scusa”, mi dirai. E ti pare che non l’ho fatto? Ti ricordi quando ti ho parlato del burnout? Quella era la scusa perfetta. Plausibilissima, tra l’altro, anche perché vera, reale. Insomma, dopo mesi in cui ho alternato, nell’ordine, febbri strane, mal di schiena paralizzante, afonia, ascesso all’incisivo inferiore e conseguente mascella stile Jigsaw, emorragia oculare, insonnia e aritmia notturna, sudorazione adolescenziale e sintomi violenti da premenopausa (non ti dico l’umore!) ho cominciato ad avere un leggero sospetto che qualcosa non andasse. Quando, dopo aver rallentato i ritmi di lavoro e cancellato qualche appuntamento, solo l’idea di aprire l’agenda per programmare il futuro (anche prossimo) o di ricevere una telefonata di un cliente mi faceva saltare come un giullare fuori dalla sua scatola, provocandomi tachicardia, ho realizzato che ero davvero satura. Figurati se, in condizioni del genere, potevo pure dedicarmi a rimestare il mio passato di tradimenti. Giammai. Semmai, avevo bisogno di un rimedio ad hoc per rimettermi in sesto. Con questo piglio, sconvolta e schizzata, come ti dicevo all’inizio, mi sono rivolta a L. che, puntualmente, mi ha riproposto la stessa soluzione. Niente lascia, solo raddoppia. Nel senso che, non solo mi tocca riflettere su questa cosa del tradimento, ma pure mi ha consigliato un preparato specifico che agisce proprio su questa informazione. Tutte le fortune!

Come vedi, ci sto girando intorno, ritardando il momento in cui giungere al punto.

Perché un punto non c’è. O meglio, non riesco a mettercelo. Solo virgole e tanti accapo. Forse ci starebbero bene dei punti e virgola, così da creare un elenco di elementi e situazioni che hanno una loro autonomia, ma che sono comunque legati (anche se talvolta non sembra).

Alla domanda: “Quali sono (o sono state) le situazioni in cui hai avuto a che fare con il tradimento?”, queste sono state le prime risposte che mi sono venute in mente:

  • A. e la cougar;
  • M. e la sostituta;
  • S. e la tipa con cui si è imboscato (facendosi beccare dalla sottoscritta) dietro il bancone del bar in cui stavamo festeggiando il mio compleanno;
  • Ex marito colto in flagrante dai miei mentre baciava una cara collega (e non sulla guancia);

Qui avrei potuto mettere quel famoso punto e invece…ancora punti e virgola. Perché non è solo questione di corna, a ben pensarci. E come una diga che non regge più e non vede l’ora di straripare, ecco che il mio subconscio comincia a vomitare innumerevoli altre occasioni in cui pure le amicizie non è che siano state poi così clementi. Per non parlare di colleghi, collaboratori e parenti.

Ma non basta. La cosa peggiore è che, a suon di riempire pagine e pagine con i nomi dei traditori, mi sono ritrovata a metterci l’unico nome che non avrei mai immaginato né voluto vedere scritto nero su bianco: il mio. Lettere cubitali e luminescenti come l’insegna al neon del peggior night club degli anni 90. Accidenti! (per non rischiare di essere scurrile, son pur sempre una signora…accidenti anche a questa parola, signora…argh!).

Davvero sono stata io la peggior traditrice? Ma di chi? Di me stessa, è ovvio. Io, che proprio perché ho subito in tenera età una grossa mazzata, mi ero ripromessa (croce sul cuore) di non tradire mai nessuno, perché il dolore inferto è atroce e chi mai si merita una pena così?

Mi chiederai: “Come l’hai scoperto? E in che modo hai tradito te stessa?”

Una risposta alla volta, porta pazienza.

L’ho scoperto grazie alla parabola del Demone Fankülizzatore, inventata da R., mio fratello d’anima, colui che mi appoggia, mi sostiene e mi vuole bene come nessun altro, uno dei pochi a non apparire nella lista. Insomma, secondo questa parabola, quando ti ritrovi all’interno di un gruppo di persone, ad un certo punto, dal nulla, sbuca il Demone Fankülizzatore, eterno vincitore, che istiga uno ad uno i componenti nel manifestare antipatia verso uno o più membri, fino a rendere l’aria pesante ed irrespirabile, spingendo il Fankülizzato (o i Fankülizzati) ad uscire dal gruppo (come Jack Frusciante), sempre che non venga cacciato prima. Poi il gioco riprende e ad ogni manche ci saranno delle esclusioni (come nei realities), finché rimane una sola persona a confronto con il Demone…e chi perde, secondo te? Ecco, ora hai capito come ci sono arrivata.  Quel perdente ero io. Sono io.

Riguardo ai modi in cui ho tradito me stessa, beh, ho iniziato presto, direi. Da che ho memoria, per accontentare gli adulti ed essere meritevole del loro amore, ho sempre acconsentito ad accettare senza discussioni le loro scelte, anche quando non mi rappresentavano per niente, anzi, non le sopportavo proprio! Stesso discorso nelle amicizie: per sentirmi considerata dalle mie compagne di classe o di danza, mi rendo conto solo ora di essermi resa piccola, perfino invisibile, o comunque non brillante o espansiva come avrei potuto. Chi mi conosce oggi stenta a credere che fossi una bimba silenziosa e timida…non è che sia cambiata, semplicemente ora non mi nascondo più. Non mi vergogno più.

Ho tradito me stessa tutte le volte che, tra la mia serenità e quella altrui, ho scelto la seconda, perché credevo realmente che questo mi avrebbe garantito anche la prima. Ho voltato le spalle alla me più essenziale quando ho evitato consapevolmente di ascoltare quella parte più profonda che mi implorava di seguire ciò che gonfiava il mio cuore di gioia e trionfo, solo perché il dimostrare umiltà è ciò che viene richiesto ad una brava signorina o perché il celebrare i propri successi genera invidia e l’invidia guasta i rapporti. Come quando, reduce dal divorzio, stavo ritrovando residui di amor proprio e pulviscolo di autostima e ho ben pensato di cacciarli sotto a un tappeto per non infastidire colei che ritenevo una fidata amica, la stessa che, quando smettevo di annaspare ed alzavo la testa grazie a qualche espressione talentuosa, mi liquidava ben poco amorevolmente con un “fly down”.

(Ancora mi chiedo come possa la mia felicità generare infelicità in chi mi sta accanto e dice di volermi bene. Boh? Hai qualche idea? Sai anche dirmi perché ci sia più piacere nel condividere i momenti di dolore che quelli di gioia? Se ti viene in mente qualcosa, dimmelo, ti prego).

E poi penso a tutte le volte in cui non mi sono difesa, o meglio, in cui non ho preso le difese di quella mia bambina interiore che veniva costantemente ferita da critiche e commenti sarcastici da chi, invece, avrei voluto che mi sostenesse o, semplicemente, amasse, anziché tentare di sminuirmi e spegnere la mia luce. Elemosinavo amore anche quando facevo i lavori di casa controvoglia e senza chiedere una mano, pensando che se non mi veniva data spontaneamente era perché l’altro non poteva farlo, aveva cose ben più importanti che richiedevano la sua attenzione.

Potrei davvero continuare all’infinito, ma siccome non mi piace piangermi addosso e, di solito, con la giusta dose di indignazione riesco a scrollarmi di dosso il pessimismo e fastidio ritornando ad essere simpatica perfino a me stessa, ti confesso un’illuminazione sul tema, sempre che ciò non ti annoi. No? Posso continuare, allora…

Se c’è una cosa che in questo preciso istante mi sale ribollente in superficie (come il caffè nella moka), è la preposizione semplice “di”, con funzione di complemento di specificazione. Sono sempre stata “qualcosa di…”, e qui inizia un altro elenco interessante:

  • amica di…;
  • cugina di…;
  • ragazza di…;
  • collega di…;
  • partner di…;
  • moglie di…;
  • figlia di… (evita qualsiasi battuta di dubbio gusto, per favore!)

Coltivo la speranza di combinare qualcosa di importante e di essere ricordata o citata semplicemente con il mio nome. Non voglio sembrare ingrata, ci mancherebbe. È che, una volta tanto, vorrei davvero potermi presentare con fare trionfante a quella bambina ferita e condividere con lei un successo, un risultato meritato, guadagnato, conquistato, con le mie sole forze. Sì, lo so, tutto ciò che siamo e facciamo lo dobbiamo a qualcun altro. Siamo costantemente interconnessi a tutto e a tutti, quindi è impossibile essere totalmente soli, nel bene e nel male. Eppure una piccola soddisfazione posso togliermela?

Non dici niente, quindi immagino tu sia d’accordo con me. Apprezzo la tua empatia, forse anche a te sarà capitato qualcosa di simile. Allora, condivido piacevolmente con te una scoperta. Ricercando l’etimologia della parola tradimento, ho trovato qualcosa di molto curioso: il termine deriva dal latino tradĕre, che significa consegnare, affidare, dare con fiducia. Il verbo è composto dalle particelle “tra-“, che significa oltre e “dăre”, che significa dare, per l’appunto. In origine, tradĕre indicava l’atto di consegnare qualcosa ad un’altra persona, ma il significato si è evoluto per includere il concetto di “tradire”, ovvero venire meno ad un impegno o a una fiducia. In particolare, il significato di “tradimento” si è sviluppato a partire dall’idea di consegnare qualcosa al nemico o di infedeltà ad un accordo. Questo significato è ancora presente nella lingua italiana, dove “tradimento” è utilizzato per indicare la rottura di una promessa, un dovere o una relazione di fiducia. 

Capisci? Tu dai il tuo cuore a qualcuno e questo se lo dimentica in un taschino e nel frattempo se ne va in giro a dare il suo a qualcun altro. Per dire! Oppure ci sputa sopra, lo calpesta, lo maltratta, come se non avesse valore. In tutto ciò, quello che più mi tocca è il discorso sulla fiducia. Eh sì, perché non è tanto il tradimento di per sé, quanto il fatto che poni la tua fiducia su una persona e, se vieni tradito, la fiducia se ne va in un istante, si svaluta e, cosa perfino peggiore, poi non riesci a concederla se non con estrema difficoltà e diffidenza a qualcun altro, che magari se la merita pure.

Posso sprecare fiato citando quegli aforismi che dicono che quando tradisci qualcuno, in realtà, vieni meno ad un patto con te stesso e che, se lo fai una volta nulla ti vieta di rifarlo, perché ormai hai capito che puoi sopravvivere (visto che sei tuttora vivo): so di traditori che li sussurrano all’orecchio dell’amante di turno o li rinfacciano ai traditi prima di venire accusati con tanto di prove inconfutabili (che, puntualmente, vengono negate).

No, quella della ragione non è una strada percorribile. Le ho tentate tutte, sai? La verità è che ci ho messo un po’ per capire, per perdonare (anche me stessa) e lasciar andare, ricucendo brandelli di cuore e dignità e cercando di ricamare le ferite con qualche filo di fiducia. Una sorta di Kintsugi emozionale, quella tecnica giapponese che rimette insieme i cocci incollandoli con l’oro. Ad essere onesta, la medicina più potente (almeno per me) è stata la gratitudine, ma non quella così per dire, quella vera, percepita nel profondo e dal profondo emersa ed espressa verbalmente o con i gesti. Quella mi ha riparato, sia nel senso di riaggiustato che di difeso. E adesso che ci penso, sto già meglio. Vedi, funziona ancora! Mi sento già un po’ meno sconvolta e schizzata.

Sai che c’è? Facciamo che ringrazio anche te per avermi prestato ascolto con le tue orecchie pelose. Per avermi fatto le fusa mentre mi lasciavo andare a queste confidenze.

Hey, ma dove stai andando? Ti ho perfino portato una ciotolina di latte e qualche croccantino, gatto ingrato! Non voltarmi le spalle mentre ti parlo…Argh!

Francesca Tuzzi, insegnante ed operatrice olistica, esperta di sciamanesimo hawaiano, tolteco, reiki, shiatsu, kinesiologia emozionale ed altre discipline olistiche. Autrice di numerosi saggi, poesie (in rima baciata e incrociata) e racconti brevi, tiene corsi e conferenze ed organizza eventi (nazionali ed internazionali) sulla coscienza collettiva e sul benessere a 360°. Ballerina, sognatrice e visionaria. Adora parlare, viaggiare e mangiare e talvolta riesce a far collimare tutte e tre le cose.

:: Rubagalline di Giulia Mammana

3 febbraio 2025

“Non ti vergogni, alla tua età, di fare ancora questi furtarelli?” Le aveva appena mostrato la refurtiva, facendola scivolare sul tavolo della cucina: qualche borsa firmata, un paio di gemelli d’argento, dei contanti per il valore di trecento euro.

“Guarda Gino, da lui dovresti prendere esempio”. Gino Russo, il capetto del quartiere da scarsi cinque anni, aveva fatto una scalata notevole. Da topo di appartamento a boss della microcriminalità di Parco San Felice. Correva voce che avesse stretto accordi con i Bonalumi per governare quella parte di città.

Perciò, quando ricevette una chiamata da Uccio Bonalumi in persona, Peppe lo considerò un segno del destino. Le stelle gli stavano offrendo un’opportunità di crescita professionale. “Sei Peppe Martelli?”

“In carne ed ossa”

“Ho un lavoro per te, se ti vuoi mettere in gioco”

“Di che si tratta?”

“Conosci Service Plus?” non aspettò che rispondesse “Quel pezzo di merda del gestore non ci vuole pagare. Gli abbiamo messo un paio di bombe ma bisogna fare di più. Fatti venire in mente qualcosa, va bene?”

Così si riunì col suo socio in affari, Mauro Gancitano, e insieme pianificarono di rubare un’ambulanza e, perché no, fare qualche danno serio. Quei macchinari costavano migliaia di euro. “Darà un segnale più incisivo” decisero.

L’ambulanza era sempre parcheggiata fuori dalla postazione del 118. Quella sera non c’era anima viva. Mauro si accostò con la macchina, Peppe scese e cominciò ad armeggiare con l’aggeggio per tagliare il block shaft. Ne aveva rubate di macchine. Quando finalmente riuscì a liberare il volante, Mauro scese dalla macchina per dargli una spintarella e dopo qualche minuto l’ambulanza partì. Mentre la portava in un posto sicuro, ai margini del borgo, Peppe era radioso. Era andato tutto liscio, più del previsto. Presto sua madre non si sarebbe più azzardata a chiamarlo rubagalline. Accostò in uno spiazzo abbandonato e Mauro, che l’aveva seguito a bordo della cinquecento, si piazzò lì accanto.

Spense il motore e prese il martello dalla sacca che si era portato dietro. Con estrema perizia, prese a vandalizzare uno ad uno i macchinari medici. Mentre si accaniva sull’armadietto delle medicine, il telefono squillò. Era il numero di sua madre. Interruppe il lavoro per rispondere.

“Mamma?”

“Lei è il figlio della signora Martelli?”

“Sì, sono io”

“Sono un paramedico. Sua madre ha avuto un infarto e abbiamo dovuto trasferirla in ospedale, in rianimazione. Mi dispiace molto. Se non ci avessero rubato un mezzo di soccorso stanotte saremmo potuti arrivare prima…”

Peppe riattaccò.

“Dobbiamo andare in ospedale” disse a Mauro

“Perchè?”

“Mia madre ha avuto un infarto”

“Cazzo..mi dispiace”

Si mise alla guida della cinquecento. Nella sua testa risuonava come un mantra la voce di sua madre: “Non sei altro che un rubagalline”.

Giulia Mammana è nata a Foggia nel 1989, da madre leccese e padre siciliano. Dopo la laurea alla University of St Andrews, ha vissuto da nomade tra Londra, Bruxelles, Milano e Cardiff. Ha lavorato come copywriter in tre lingue diverse, e oggi scrive racconti e poesie in italiano e in inglese. E’ appassionata di thrillers e mistery novels, che divora famelicamente.

:: Singularity, un racconto di Davide Mana

10 dicembre 2024

Cosa lega la fantascienza, l’uncinetto e un portale multimensionale? Un racconto che Davide Mana scrisse per la rivista “Shoreline of Infinity“, e che fu scelto per una prima scrematura nella long list per il BSFA Award, il premio che, annualmente, viene conferito dalla British Science Fiction Association. Chissà a quanti premi sarebbe stato candidato o avrebbe vinto in futuro? A volte si rimanda, e non si sa che non c’è più tempo, e la vita non ti permette di tornare indietro. Comunque il racconto è breve e divertente, un esempio dell’umorismo gentile con cui Davide giocava con le parole, con buona pace di Ayn Rand e del suo Atlas Shrugged. Se vi va leggetelo, lo si può fare ancora gratuitamente sul sito della rivista, ecco il link: Singularity. E se vi va il racconto è pubblicato in Shoreline of Infinity 19, disponibile in cartaceo e digitale.