Archive for the ‘Racconti’ Category

:: Libera di Elisabetta Bordieri

8 ottobre 2020

Arrivò in treno un’ora prima all’appuntamento in una tarda mattinata afosa e opprimente di mezza estate, dove anche le foglie degli alberi rimanevano immobili a preservare quella poca aria disponibile. Come sempre aveva bisogno di ingessare le forze per ottenere il massimo nel lavoro, di sciamare fuori dalla sua mente per portare a termine il compito che le era stato commissionato. Una professione rischiosa, la sua, che le occupava poco tempo e guadagni proficui, sicuramente immorale, ma di questo Loca si preoccupava poco: aveva le sue strategie per non provare rimorsi, rancori o rimpianti. C’era stato un tempo però in cui nel suo cuore vorticavano sentimenti gentili come in una giostra sospinta da emozioni continue, un tempo troppo poco vissuto in cui il suo nome era un altro, quello con il quale era nata e che quasi non ricordava più, un tempo spensierato quando ancora la vita aveva occhi e voce e offriva piccole opportunità di riscatto per quel piccolo paese ostile e sperduto nelle pianure amazzoniche dell’est colombiano. Solo dopo, poco più che bambina, ormai orfana e sola, le persone del posto iniziarono a chiamarla con quel nomignolo così subdolo e sottile, quasi un incitamento, glielo urlavano dietro ogni volta che passava, fino a cucirglielo sul cuore con ago e filo rosso sangue. La sua voglia di vivere era affamata di sana follia troppo difficile da gestire e da far comprendere, ormai era la squilibrata del villaggio e allora, crescendo, capì che era meglio scendere dalla giostra e privarsi di qualsiasi moto di slancio e di impulsivo sentire, meglio corazzare la sua vita sgretolata di un’imperturbabile patina fino a cristallizzarla, meglio entrare a far parte di quel giro losco e corrotto, meglio far credere a tutti di essere davvero pazza, di essere… loca. In ogni caso questo sarebbe stato l’ultimo suo incarico, voleva smettere con quella vita reticente di pericoli e inganni, ma non poteva certo comunicarlo a loro. Quando si entra nel giro non se ne può più uscire. Era una semplice regola. O dentro o fuori. Come un legionario d’altri tempi. Impossibile trovare una falla all’interno del clan per trovare una scappatoia. Ma fuori significava una sola cosa, esplicita, definitiva e risolutiva. Eppure sapeva che avrebbe trovato un modo per riorganizzare il secondo tempo della sua vita e per mettere in atto la sua ultima prova di resilienza, solo non conosceva come e quando. Si guardò intorno per capire al volo i connotati di quel paese dove non era mai stata e cercò quindi, ancora una volta, una chiesa qualsiasi nei pressi, come era solita fare prima di mettersi all’opera, una sorta di protocollo cerimoniale, un rito propiziatorio per chiedere perdono a suo modo del suo operato a qualche dio disponibile e, magari, non troppo occupato in quel momento a scorrazzare nei cieli. Ne trovò una un po’ appartata, con un’entrata laterale senza celebrazioni in corso ma solo con qualche manciata di fedeli canticchianti sommesse nenie lamentose. Vi entrò sedendosi in disparte e nascondendo bene il revolver che aveva al fianco: girava sempre armata quando lavorava. E restò in attesa della consueta telefonata che le avrebbe dato il via.

  • Ciao, Loca.
    Una voce alle sue spalle, fioca ma possente, la fece sussultare. Non si girò e non rispose. Attese che riprendesse.
  • E’ un po’ che non ci vediamo.
    Rimase in silenzio ancora.
  • Dobbiamo parlare. Esci prima tu, c’è una panchina qui fuori, siediti. Io ti raggiungo a breve.
    Si alzò e, come da ordini impartiti, uscì e aspettò.
  • Allora Loca, come stai?
  • Cosa ci fai qui, Juanita? Perché non mi ha telefonato Ramon come sempre?
  • Ehi che modi, rilassati, Ramon si sta occupando di altro e poi dai, un po’ di coalizione tra donne. Ti porto dei saluti, quelli di El nuestro Señor.
  • Ringrazialo.
  • Tutto qui?
  • Non ho mai conosciuto El tu Señor, non so nemmeno se esista.
  • Ma lui conosce te e ognuno di noi, come fosse un vero dios, e ricordati che ci ha tirato fuori dalla miseria, non scordarlo mai.
  • Non mi interessano i rapporti univoci, genio.
  • Stai attenta a come parli, Loca.
  • Se non c’è altro, io avrei un impegno, come sai.
  • C’è altro. Una variazione di programma. L’obiettivo è cambiato. Si tratta di un mezzo scienziato, un tipo del nord direttamente dalla costa, un fisico di Cartagena.
  • Una variazione?
  • Su questo foglio ci sono tutte le coordinate. Il tipo ti aspetta nel locale, tu conversando chiederai, come al solito, tutte le informazioni che troverai scritte qui, vedi di studiartele per bene.
  • Perché devo farlo io?
  • Sei un sicario semplice. Non è contemplato fare domande, né avere risposte. Ricorda: o dentro o fuori.
  • Un sicario è un killer e io non ho mai ucciso nessuno.
  • Tu spiani la strada per chi materialmente conclude l’affare.
  • Io vi do solo delle informazioni, non so che uso ne facciate dopo.
  • Mi stai facendo perdere tempo. Hai solo due ore. Ciao Loca.
    Juanita sparì all’istante e lei restò sola, incenerita sulla panchina con quel foglio in mano che le bruciava tra le dita. Lesse rapidamente i dettagli e restò lì immobile a scrutare la strada deserta. Qualche goccia di pioggia iniziò la sua danza sull’asfalto rovente, sarebbe durato poco il refrigerio, ma quel profumo di bagnato la rimandava con la mente alla sua fragile infanzia quando ogni acquazzone era una festa e un’occasione di gioco tra bambini per dimenticarsi della povertà. Era passata poco più di un’ora quando vide in lontananza la sagoma di un uomo avvicinarsi, poteva essere il tipo in anticipo. Lo scrutò con prudenza e cautela. Un po’ in là con l’età e con il peso, camminava eretto, camicia bianca aperta sul collo e giacca blu nonostante il caldo opprimente, portava una borsa nera nella mano destra, una di quelle professionali. Sempre più vicino notò i capelli ancora neri e fluenti in armonica sintonia con due occhi chiari incastonati in un viso ovale e magnetico con il sopracciglio destro gradevolmente asimmetrico e irregolare. Le parve un viso familiare, forse visto in televisione o sui giornali. Abbassò lo sguardo per un attimo per non farsi notare e, quando lo rialzò, colse il momento in cui l’uomo entrò nel locale prestabilito. Era lui. Attese ancora qualche istante e si avviò. Lo trovò ancora in piedi accanto a un tavolino.
  • Buongiorno, posso accomodarmi?
  • Ciao Francisca, certo, prego siediti ma lasciati prima salutare come meriti.
    Loca non fece in tempo a schivare un bacio sulla guancia. Poi sentì un colpo perforarle il petto, una scossa elettrica da mille ampere: non sentiva chiamarsi così da secoli. Rimase in piedi.
  • Per l’esattezza Maria Angeles Francisca, se non ricordo male. Tutti ti chiamavano affettuosamente Frances, ma a me i diminutivi non sono mai piaciuti e poi la francisca era un’arma lo sai? Una scure da lancio utilizzata dai popoli germanici. Dovresti essere fiera di portare un nome simile e possente.
    Una spirale di pensieri disordinati turbinavano nel buio della sua mente cercando una via d’uscita. Chi era quell’uomo? Intanto notò un rigonfiamento sotto la giacca all’altezza del fianco. Era armato.
  • Ma devo dire che Loca ti dona ugualmente, un nome affettuoso dopotutto.
    Poi, quella folgorazione maledetta, quella certezza granitica. E capì.
  • Ti va di bere qualcosa? Un po’ tardi forse per un aperitivo ma sono certo che ancora non hai pranzato, su dai, sediamoci. Ramon, portaci due bicchieri di bollicine buone, uno champagne d’eccellenza per un evento così.
    Loca restò in silenzio come era stata addestrata dalla vita, mentre immagini e ricordi si rincorrevano nella sua testa in un rovinio infernale, come un’orchestra allo sbando senza direttore. Si sedette dopo di lui.
  • Sai Loca, ogni mattina mi alzo e penso che quello sia il giorno zero. Ogni giorno lo è, oggi e anche domani. E allora il mio buongiorno non è riprendere da dove avevo finito ma ricominciare, ricominciare sempre guardandomi indietro senza voltarmi mai. Da giovane non ragionavo così, le mie mattine erano pervase dalla continua ricerca della verità assoluta, solo dopo ho capito che grande errore fosse, perché la verità è un labirinto dentro il quale si cela la sua grandezza. E questo è il mio nuovo equilibrio di vita. Ma beviamo ora e brindiamo alla tua e a questo meraviglioso Paese che è la Colombia.
    Loca non si mosse e non toccò il bicchiere, doveva rimanere sobria. Lui, sorseggiando, proseguì.
  • So che stai fingendo una calma piatta ma che dentro sei in ebollizione. Chiudi gli occhi, inspira ed espira profondamente, trasforma la tua respirazione in un atto consapevole, ti rigenera il corpo e ti disossida la mente. Se impari a ciclizzare questi esercizi otterrai nuovi stimoli e risultati concreti, soprattutto in un lavoro come il nostro sempre sotto pressione.
    Incredibilmente Loca si ritrovò a chiudere gli occhi. Si perse in quella respirazione spirituale e anestetica per un tempo che non seppe mai fino a che li riaprì di scatto.
  • Va meglio? Juanita, portaci uno spuntino e chiedi a Ramon di rabboccare i calici anche se il suo è ancora pieno.
    Erano tutti lì in quel bar, la sua trappola mortale. Sì, è vero, andava meglio. Ora toccava a lei.
  • Cosa vuole da me, Señor. Insegnarmi pratiche zen?
  • Voglio solo farti una sorpresa.
  • Odio le soprese.
  • Allora dimmi cosa vuoi tu, Loca.
    Era stata scoperta. Avevano capito che voleva andarsene. Ormai era finita. Tentò il tutto per tutto.
  • Francisca non è solo un’arma. Francisca significa anche libre e io voglio essere una donna libera.
    Non credeva di averlo detto, un istinto incauto e pericoloso. El Señor restò muto e allora riprese.
  • Il mio giorno zero è stato tanto tempo fa e i giorni successivi sono stati uno e poi due e poi tre e poi mille e poi diecimila e poi c’è oggi che è ancora un altro numero. Io mi volto sempre per guardare indietro invece, mi volto tutti i giorni e rivedo la mia infanzia felice, poi la mia giovinezza calpestata e asfaltata, la mia libertà imprigionata. La mia verità è questa ed è assoluta e non c’è nessun labirinto e nessuna grandezza in cui perdersi. E questo paese è bello per gente come lei che si muove in auto di lusso e beve champagne. Perché questo giochetto dello scienziato, Señor? Perché mi ha voluto incontrare? Non credo che lei sia un dios, come dice Juanita, ma so che è tanto astuto da non sottovalutare la mia intelligenza. Cosa sperava di ottenere? Un mea culpa interiore e che cascassi ai suoi piedi? Un gratias vobis a eterna riconoscenza? Io non le devo nulla Señor. Com’era: dentro o fuori? Beh, sa che c’è? Io scelgo fuori. E grazie per lo champagne, si beva anche il mio alla sua salute che alla mia ci penso da me.
    Fece per alzarsi e andarsene ma lui riprese.
  • Sono a conoscenza della tua insofferenza sempre più forte, io so tutto, diciamo come una sottospecie di dios, e ho un grande potere, Loca.
  • Certamente, quello di ordinare a Juanita e Ramon di spararmi. Faccia pure.
  • Tu credi davvero che io sia così miserabile?
  • Non lo so, me lo dica lei, lo è? E aggiunga pure allora, sono curiosa, quale altro potere ha El nuestro Señor?
  • Quello di fare l’impossibile. Fino a oggi ho sempre fatto solo il possibile per te.
  • Oh sì, l’ho visto il suo possibile, una vita al limite della malavita. E ora mi dirà pure che sono ingrata oppure che avrei potuto rifiutare.
    Fece un cenno ai due di allontanarsi. Loca li vide uscire dal locale e subito dopo sentì il rombo di un’auto. Erano soli.
  • Vedi Francisca…
  • Non si azzardi a chiamarmi così, quello è il nome della purezza. Io per lei sono solo Loca.
  • D’accordo. Loca, io posso renderti una mujer libre, come vuoi tu. Com’è che si dice: se puoi sognarlo puoi realizzarlo. Ti dimostro come. Voltati qualche minuto per favore e stai ferma.
  • Anche poeta ora e cos’ha in quella borsa? Un kalashnikov silenziato per polverizzarmi alle spalle?
  • Ti chiedo solo pochi minuti.
    E di nuovo stranamente Loca si ritrovò a obbedire. Si girò e lo sentì dietro le spalle trafficare, ma restò immobile. Un attesa di pochi minuti.
  • Puoi girarti ora.
    Loca si voltò con lo sguardo basso e vide ogni tipo di porcheria sparsa sul tavolo: strisciate di mastice e colla, frammenti di tessuto sfilacciato, pelle artefatta e slabbrata, brandelli di capelli posticci, pezzi di plastica colorata e di cartapesta smembrata. Quello che rimaneva del viso del Señor.
  • Ciao Francisca. Sono Pedro. Pedro Miguel Gomez Ortega. Tuo padre.
    Il terrore di alzare gli occhi e ritrovarsi davanti uno scheletro o un’accozzaglia di ossa la fece rabbrividire. Poi vide altro. Il sopracciglio destro irregolare e asimmetrico tornò nella sua naturale posizione. I tratti del viso si asciugarono rivelando una snellezza che non c’era prima. Gli occhi divennero scuri e i capelli bianchi e corti. Accantonò il vomito che le saliva dallo stomaco e, glaciale, attese che la sceneggiata continuasse.
  • Nessuno sa chi sono e mi trovo costretto a camuffarmi da anni ormai. Esco raramente, troppo complicato, puoi immaginare, vivo recluso, per questo nessuno mi conosce. Oggi ho immaginato che uno scienziato potesse avere questa faccia che vedi ora sparsa sul tavolo. E poi francamente mi diverte mascherarmi. Mi spiace avertelo detto così ma non avevo scelta. Non sono qui a chiederti scusa. Di cosa poi? Di averti tolto dalla strada? Di averti dato da mangiare e da dormire? No, non devo chiederti scusa di niente. E poi sono padre di altri niños e muchachas sparsi per la Colombia e non solo, tutti con la tua stessa storia di emarginazione, ma tutti con qualcuno che badasse a loro. Di tua madre non ricordo nemmeno il nome, come delle altre donne d’altronde, ma tu sei rimasta sola e mi sono preso cura di te, nei modi che sai. Dovrei pretendere dei ringraziamenti ma non lo farò. Sono qui a dirti che puoi andartene, Francisca, del resto sei sempre mia figlia e io un padre che vuole il suo bene.
    Loca si alzò di scatto, tirò fuori la pistola e la puntò dritta su di lui che inmediatamente fece un balzo indietro con la sedia e portò la mano sul fianco pronto a usare l’arma.
  • Non ti muovere. Ti conviene stare fermo e seduto e non chiamarmi mai più Francisca. Non so chi tu sia e non mi interessa saperlo. Per me resti solo un farabutto e un criminale. Non mi hai tolto da nessuna strada perché non c’erano strade nel mio paese ma solo fango e giungla. Mia madre era una ragazzina quando mi ha avuto, tu nemmeno sai che privilegio hai avuto nel conoscerla e il suo nome invece io ce l’ho scolpito nel cuore. Non so nemmeno se nelle mie vene scorra il tuo stesso sangue ma ti assicuro che un vincolo naturale o un’affinità consanguinea o un grado di banale parentela non hanno nulla a che vedere con il rispetto e la stima. Non sono questi i legami d’amore.
    Miguel, impietrito, non si mosse, con la mano ferma ancorata sulla fondina. Loca teneva il dito saldo sul grilletto. Solo il silenzio deflagrava l’aria. Poi d’impulso abbassò il braccio. Gli voltò le spalle e incurante si avviò all’uscita. Si girò verso di lui un’ultima volta.
  • Sai una cosa Señor? Ho imparato che è meglio amputarsi prima, che morire di cancrena poi. Me ne vado. Ho una vita da rivivere da capo. Ti lascio il mio nome, il mio passato e il mio disprezzo. Non sei tu a rendermi la mi libertad. Perché io libera lo sono già. Comunque. Da ora.
    E poi solo quel fischio acuto, quel breve sibilo ronzante del volo del proiettile, quel suo viaggio a premere avanti a sé nel semispazio, per vincere la resistenza degli strati d’aria fino a risucchiarla in un preciso calcolo di direzione, senza nessuna deviazione di traiettoria. Un suono continuo quasi musicale interrotto solo dal rumore finale della detonazione. Ci fu una reazione esplosiva, un’onda d’urto, un impulso di pressione. Una manciata di secondi e tutto finì. Nell’aria densa solo fumo, polvere, gas e sangue. Sì, ormai era libera, finalmente libera.

Elisabetta Bordieri nasce a Roma ma vive in Toscana tra colline e aironi, dentro una cartolina. Scrive e corre. Corre e scrive. Il racconto è il genere che predilige poiché è dentro l’essenzialità che si cela il limite del superfluo.

:: Il punto B – Memorie da una città del Nord di Annalisa Scaglione

6 ottobre 2020

Si parte.

Piove da settimane, che al mare fa triste, e anche l’idea di una “due giorni” al gelo di una città straniera  mai visitata pare allettante, soprattutto se siamo quasi vicini a Natale e ci si aspetta quel clima nordico così suggestivo e romantico da scaldare il cuore. Il corpo no. Per quello ci sarebbero le Maldive, ovvio, e non per 48 ore, per almeno una settimana.

Per fortuna ho il colbacco. Quello di mio padre, in pelo di volpe, una vera volpe provvista di coda che, grazie al senso estetico di mia madre, è stata tagliata tempo fa, rendendo il copricapo un po’ più prêt à porter, per così dire. Forse papà, spirito mai tramontato di giovane marmotta, se ne fregava appieno. Ma, effettivamente, presentarmi all’aeroporto di Milano con una lunga coda di pelo dalla nuca al sedere … beh, forse forse potrebbe crearmi qualche problemino di inadeguatezza. Mon dieu, lungi l’idea di competere con il continuo e abituale viavai di splendide figliole che animano ogni angolo del capoluogo lombardo ma, ecco, quel minimo di autostima che ancora sopravvive in me sconsiglia il look marmotta. Meglio il taglio netto e passare inosservate.  

La pioggia al mare dissocia. La nebbia a Milano ha la magica prerogativa di farti sentire al posto giusto. La vedi – non vedi – e sai dove sei. Anche quei pinguini che cercano di abbracciarmi nel tragitto dal parcheggio al terminal sanno il fatto loro: confondo il gelo con le loro beccate che  magicamente mi guidano alle porte automatiche. Il gate è lì, l’aereo parte fra due ore.

Vi ringrazio, signori.

Destinazione: Berlino.

E questo è il primo punto. Lì fa ancora più freddo. E nevica! Ma dai che bello, che cosa dolce questa neve sulla faccia. Pizzica un po’ per il venticello che soffia a 80 km orari, ma che vuoi, l’ebbrezza di due giorni di svago, una città da esplorare, l’alberghetto tanto carino sono prospettive che mi riempiono di sano entusiasmo. Sì, certo, sono stanchina, perché sono le 21.30 ora locale, che poi è quella di Genova dove piove e quella di Milano dove non si vede a un metro, sono sveglia dalle cinque di questa mattina, ho fatto su le ultime cose e la mattinata complicata in ufficio non ha giovato… taxi! Ne vedo solo uno, bello pronto. L’albergo è vicino, in cinque minuti ci sono. E già assaporo quei bei piumotti nordici, quelli che non si capisce dove siano le lenzuola perché è tutta una cosa sola, tanto soffice e delicata, tanto da pubblicità di gente beata che salta e si tuffa in pigiama su lettoni che sembrano nuvole di panna montata. Ora che ci penso ho anche fame, dopo la doccia ci starebbe benissimo una bella salsiccia con i crauti. Tanto con questo freddo il mio corpo consuma, nel disperato tentativo di mantenere la temperatura su quei 37 gradi che mi assicurano la sopravvivenza.

Taxi! L’autista esce dall’auto e apre il portabagagli, sporge la testa in fuori e mi sorride. Gli manca un incisivo superiore. È turco. “ Guten abend”, lo approccio nel mio improvvisato tedesco. Risponde, è fatta, ci capiamo.

E lì, in quel momento quasi perfetto, non sai, non puoi sapere che la bella sensazione che stai provando può rovinosamente precipitare. Non sai che quella semplice, banale certezza – ora salgo sul taxi e in un lampo arrivo a destinazione – si sta trasformando in un incubo.

Il turco storce il naso. Ripeto il nome dell’albergo – Berlin, santi numi, è facilissimo! Berlin! ...

Non sa dove sia.

Come?!?!? Ecco, lo sapevo, non ti puoi fidare di internet, lo dice anche mia nonna. Tiro fuori il foglio stropicciato, la conferma della mia prenotazione con tanto di figurina in bianco e nero di Google Maps e glielo sbatto sul muso. Sai leggere? Hotel Berlin, solo 1,3 km da qui. Uno scherzetto!

Mi guarda allibito  – santi numi che cosa ho detto.  Mi guarda dritto negli occhi e in un perfetto inglese parte nella risata più crassa e sguaiata che abbia mai visto. Mi sento stupida. Perché mi tratta così? Me lo dice subito, è chiaro e diretto, il classico uomo che sa fare male. Non mi porterà. Per un chilometro punto tre di distanza lui non si muove, lui il motore nemmeno lo accende. Un signore, il principe che ho sempre sognato, il poeta della mia anima stanca. Rimango senza parole. E questa è una cosa grossa, perché non è da me restare a bocca aperta, al gelo, di notte, con le valigie, davanti a un uomo senza un dente. Ma questo maschio, evidentemente, è diverso. Il turco mi spiazza. Mi osservo da fuori, ho lo sguardo da ebete e l’espressione pure. Mi sembro innamorata all’istante. Eh no, da dentro mi vedo meglio e niente è così lontano dal concetto di amore come quello che provo ora. Mi incammino, incredula, verso la mia sconosciuta destinazione.

Ed ecco il secondo punto: qual è la mia disperata destinazione? Quello laggiù, grandissimo palazzone anonimo, ha sopra una scritta rossa, molto luminosa, ma il lieve strato di ghiaccio che si sta formando tra la lente a contatto e il mio globo oculare non aiuta nella corretta percezione dei caratteri …hotel….Berlin? Certo che no. Quindici minuti per trovare l’uscita dal parcheggio dei taxi, sette per attraversare la tangenziale che appena intuisco e oltrepasso senza pensare, con un urlo silenzioso auto incoraggiante, idiota come un manager sui carboni ardenti. Si chiama City. Non è il mio. E in effetti non corrisponde a quello della foto che ho portato con me. Torno indietro. Due punkabbestia – non capisco il sesso ma fa niente – sembrano gestire il parcheggio dell’aeroporto, o forse si sono messi un attimo al riparo dalla tempesta atmosferica in corso, perfettamente in linea con quella del mio animo (a distanza di tempo posso affermare che la simbiosi con la natura è una vera stronzata, in certe circostanze). Non importa perché siano lì, l’importante è che ci siano, che parlino almeno un yes e un no in inglese e che sappiano, di grazia, verso quale rotta mi tocca lanciarmi per raggiungere il mio hotel. Faccio la domanda, con il tono più perentorio di cui sono capace, sicura, decisa. O mi rispondete o vi stacco il piercing, ma questo lo lascio solo intuire. L’uomo, credo sia l’uomo, lo sa: un chilometro e mezzo sulla tangenziale maledetta, girando alla sinistra del semaforo, quello che avevo già attraversato circa venti minuti prima nella speranza di aver individuato subito l’albergo.

Bene, ora ho una meta. Perché, effettivamente, quello che mi più mi infastidisce, così, in generale, è non avere uno scopo ben preciso nella mia quotidianità. Questo senso di vuoto io proprio non riesco a reggerlo.

E mi sento vicina ad Amundsen, con il trolley al posto della slitta e i miei pensieri che abbaiano come i suoi cani. Per fortuna il colbacco resiste.

Nella via a veloce scorrimento di cui sopra, uno stradone talmente triste che il cuore quasi si conforta al ricordo delle tangenziali milanesi, sento che non devo demordere. E poi, che cosa dovrei temere? Sono adulta, in forze e mi sono fatta, in gioventù, ben due interrail e una decina di viaggetti da sola. Parlo cinque lingue, tedesco e turco a parte si capisce, e da sempre sono pervasa da un profondo sentimento cosmopolita che mi identifica con “la sorella gemella del mondo”.

Ecco, a questo proposito, in questo preciso momento, vorrei rivedere questa mia posizione.

Il suggerimento in tal senso mi è presto fornito dalla sorte nell’unico locale pubblico aperto nel deserto di cemento e capannoni che sto attraversando. Sono abbastanza esausta, infreddolita e disorientata, dopo venticinque minuti di marcia forzata senza incontrare anima viva. Decido di varcare quella soglia che mi separa dalla realtà, di affacciarmi per un attimo in un locale pieno di esseri umani. Entro. L’odore di montone infilzato e cotto per ore e ore me lo fa capire subito: sono umani, sì, ma turchi, e parlano fra di loro in maniera incomprensibile. In altre occasioni avrei ordinato al volo un sano kebab “only onions”, la mia passione gastronomica delle estati in Inghilterra. Ma ora sono in Germania e, a quanto pare, l’impero Ottomano mi perseguita. Mi avvicino al banco ma non ordino il sacro montone. Ruoto gli occhi intorno, con la rapidità della fase rem. Sono l’unica donna, ma il capo è coperto, provvidenziale colbacco! E azzardo la domanda – l’Hotel… – che esce più come un’invocazione, una sorta di preghiera a tutte le divinità del cielo. Avranno pietà di me? Si avvicinano in quattro o cinque, ma io l’ho chiesto al ragazzo del banco, non incrocio gli sguardi, tieni giù gli occhi, parlano inglese con me grazie al cielo, turco e tedesco fra di loro, alzano le voci, muovono le braccia in varie direzioni, sud, nord, forse sud-est, io lì che prego per una risoluzione pacifica del conflitto che proprio non volevo creare. «Three kilometers from here, back», sentenzia perentorio il ragazzo del banco con il grembiule macchiato di strutto e, troncando ogni discussione, sbatte sul banco un boccale di birra da tre litri. Che non è per me.  

Ringrazio ed esco. La tensione è alle stelle. Il vento incalza e la mia rabbia pure. Tre chilometri da qui, opposto senso di marcia? Devo tornare indietro, rifare tutto daccapo, anche i punkabbestia saranno andati a dormire (nel delirio li immagino arrotolati nel mio piumotto, nella mia stanza, nel mio hotel). Non posso, non voglio credere a quanto mi hanno detto. D’accordo, la verità fa sempre molto, molto male quando è completamente divergente dalle tue aspettative, e quando sei snervato dentro è proprio insopportabile. Non cedo al pianto e mi convinco che i turchi mi abbiano mentito. Davanti al locale si è fermato un taxi che prima non c’era. Un piccolo accenno di speranza. L’autista è seduto dentro, e io busso al finestrino. Un ometto piccino, biondiccio con gli occhi azzurri. Bene, forse è un taxista più del luogo, altezza a parte, e ciò mi può finalmente aiutare, fornire la chiave di questa assurda caccia al tesoro. Mi preparo psicologicamente a offrirgli una corsa doppia, tripla se è il caso, e gli indico sul foglio bagnato zuppo della prenotazione il nome del mio hotel. Un secondo di silenzio e lui, senza nemmeno avvisare, mi vomita sulla faccia una valanga di parole durissime, cattive, tedesche. Esce dalla macchina, sbatte la portiera e, con un grugnito che suona come il più popolare degli inviti a viaggiare, se ne entra per un kebab.

Rimango lì, ancora una volta basita.

Spirito cosmopolita? Sorella gemella del mondo? Qui no, qui non vale. Secondo me sono alieni.

E ora il punto è che vorrei chiamare a casa, i miei, gli amici, le persone che amo e anche quelle che amo così così, per avvisare tutti immediatamente. Chiudete le finestre, sbarrate le porte, non comunicate e non pensate! L’invasione è cominciata e, se tanto mi dà tanto, questi possono arrivare fin là… Ma sono sfinita, l’ho già detto, e riesco a pensare soltanto a me stessa. Prendo il cellulare e digito il numero dell’hotel, l’ho stampato per sicurezza. È un rischio, ne sono consapevole, perché non so come potrebbero reagire al mio disperato bisogno di aiuto.

Al terzo squillo mi aspetto un banalissimo Hallo, Hotel Berlin, Guten Abend, ma no. La risposta della fräulein dura circa due minuti di parole incomprensibili – e di euro di chiamata che per me è ovviamente internazionale, senza contare l’obolo aggiuntivo di € 1,00 che il mio implacabile gestore si trattiene. Non riesco a fingere, la mia voce trema nell’approccio telefonico in inglese. Calma e concentrati. Respira forte. Va tutto bene, ma il training autogeno non funziona, quando torno mi faccio restituire i soldi del corso. Purtroppo è con tono disperato e confuso che cerco di spiegare l’incresciosa condizione in cui mi trovo e non commuovo, com’è da aspettarsi. Alla voce metallica della receptionist descrivo minuziosamente tutto quello che vedo intorno, nel tentativo disperato che capisca dove sono, che chiami i soccorsi, una muta di San Bernardo, che mandi un elicottero! Ma nei paraggi non ci sono segni particolari, nessuna macchia di colore nella desolazione che mi circonda.

Mi chiede se ho una bussola.

?

E spasmodicamente comincio, con le mani assiderate – i guanti sono nel trolley, in aereo si schiattava dal caldo – a scavare nelle mie tasche. Wait a moment, please, che ora la trovo ‘sta bussola. Fazzoletti, biglietto del treno Chiavari – Genova Brignole che è qui dall’anno scorso, scontrino del parrucchiere, cinque centesimi e un mezzo pacchetto di chewing-gum ghiacciati, talmente duri che non oso metterli in bocca, pena mutuo immediato per sostenere l’ennesima seduta dal dentista che da anni alimento e mantengo (pare che ultimamente si sia comprato una Porsche e mi sento dannatamente responsabile di questo suo avventato acquisto). C’è un buco nella tasca del piumino e lo chiarisco alla fräulein: la bussola mi è scappata da lì.

Non ride, e francamente adesso nemmeno io.

E a questo punto, all’improvviso, il punto di vista cambia, mi si riaccende la fiammella della speranza. Alzo gli occhi e la vedo, come per miracolo. La pompa di benzina! Sì, vai, ci siamo! Ora glielo dico, la fräulein avrà fatto il pieno almeno qualche volta, dico, se lavora qui vicino l’avrà fatto, no?!? E allora sa dove sono e mi aiuta… sì, forse… ecco… proprio adesso mi assale un’ansia assurda. E cado, cado rovinosamente sul particolare, il dettaglio che può fare la differenza e salvarmi. Io-non-mi-ricordo-come-si-dice-pompa di benzina- in-inglese.

Vuoto assoluto, buio completo. Sono finita.

Per inciso apro un inciso, piccolo, solo una parentesi tonda, per mettere nero su bianco il mio attuale bisogno di certezze. La situazione è complessa e io sono stufa. Non si può passare dalla disperazione alla speranza con questa velocità. Mi scopro a pensare, con maggiore intensità, a un’idilliaca condizione di pace esistenziale. Magari nel mio albergo. Starò crescendo.

Avrò detto qualcosa di significativo, anche se non me ne sono accorta, perché la ragazza, all’improvviso, smette di farmi domande sul mio essere qui o e lascia i punti interrogativi per il più rassicurante dei punti. Quello fermo, fisso, il punto classico, insomma.

Left.

È risoluta e la cosa mi dà coraggio. Devo stare sulla sinistra del vialone e proseguire solo per altri quattrocento metri, una sciocchezza dopo i chilometri fatti, e, sempre secondo lei, trovo l’hotel.

Non mi posso sbagliare, dice. Non mi devo sbagliare, penso.

Il punto, un altro, è che io non so contare i metri.

Non perché io non sappia contare fino a quattrocento – chiaro che mi rompo ma ce la faccio – quanto perché proprio la misurazione dello spazio con i suoi parametri annessi e connessi mi è incomprensibile. Tutto quello che riguarda numeri e conti mi è oscuro. È come se una parte del mio cervello fosse assolutamente spenta, o mai stata creata, o che ne so. Il bello è che non me ne importa assolutamente niente, questione di forma mentis, la mia, e non mi sono mai buttata giù per questo. Il brutto è che questo mi ha sempre creato qualche problemino, sia con la matematica di cui non ho mai capito l’utilità, sia di comunicazione in certi casi (certo signora, la lanterna è famosissima, guardi è poco più in là, saranno…cinquanta metri, però non so se a quest’ora la fanno visitare. Ma lei vada, provi, tanto è qui vicino… Giusto quei tre chilometri dalla piazza del centro, dedalo di vicoli dove non batte il sole. I più bei quartieri del mondo per me, ma non so se la malcapitata turista, un po’ troppo ben vestita per la casbah da attraversare, l’avrà pensata così).

Comunque, a occhio – il mio! – e croce, secondo me sui quattrocento metri ci sono. L’albergo no. Tristezza assoluta, palazzoni di uffici ovviamente vuoti a quest’ora, buio sconfortante.  Mi siedo sul trolley, in silenzio, nella speranza che un angelo mi venga in soccorso. Si sa, gli angeli con Berlino vanno a nozze, fatto che francamente non mi spiego, e allora perché mai non dovrebbero aiutare me? Perché sono straniera?

Un sussulto di disperazione occupa momentaneamente il mio stomaco vuoto. La temperatura della faccia rasenta i – 10°C che, sempre per il problema di misure a cui sopra ho accennato, potrebbero anche essere meno. Di più no. Se solo mi esce una lacrima mi ritrovo un solco al primo disgelo e non conviene, perché in questo momento il chirurgo plastico si colloca tremendamente fuori dal mio budget.  

Dall’altro lato della strada intravedo una casa tanto carina, una specie di miraggio nel deserto dell’orrido. Sembra quella delle favole, ha mille lucine di tutti i colori e tende rosse alle finestre. Intuisco un bel camino acceso, sicuro che dentro fa caldo. Ha un aspetto così gentile! Certo non può essere la mia meta perché quel bonbon di casa è senz’ombra di dubbio a destra, e la mia meta si trova left, left, left.

E a questo punto mi sento guidata, saranno gli angeli, mi hanno ascoltata? e mi lancio senza nemmeno arrivare al semaforo verso quella visione provvidenziale. Apro la porta e mi ritrovo nel ristorante più tipico che potessi immaginare, candele accese, atmosfera rassicurante. C’è anche un presepe per terra e rimango male per il mio involontario calcio al bue che sta egregiamente svolgendo il suo compito. La ragazza in abito tradizionale, grembiulone e maniche a sbuffo, mi sorride, vedendomi entrare. Sorride? Fisso lo sguardo al cartellino appuntato sul decolleté bello pienotto: Heidi. E come potrebbe chiamarsi altrimenti?

Heidi guarda, mi vedi? io sono davvero disperata non so dove sono che cosa faccio ho anche un filo di crisi esistenziale ma questo non è il momento di parlarne lo so … vedi Heidi tu mi hai sorriso e ora è logico che mi aiuti perché non so quanto posso andare oltre sto vivendo un incubo e mi sento stanchissima sola vuota ho fame e voglia di dormire sai Heidi anche di farmi una doccia se posso concedermi un piccolo lusso ma non chiedo di più va bene così ecco… se solo tu cortesemente potessi dirmi se sai… «DOV’È L’HOTEL BERLIN?».

Mi dice che siamo nel ristorante dell’albergo, che devo solo attraversare il corridoio, aprire la porta, attraversare il cortile, entrare da un’altra porta che mi trovo di fronte, ecco vede, quella dove c’è l’insegna dell’albergo, e lì trovo la reception.

Mi viene quasi da ridere, ma ho la consapevolezza che si tratti di una reazione isterica.

Grazie Heidi, sono arrivata.

Annalisa Scaglione è nata nel 1970. Laureata in Giurisprudenza, vive e lavora in Liguria. Nel 2020 è stato pubblicato il suo primo romanzo, “La partita va giocata” (Ed. Scatole Parlanti).

:: Numeri di Edoardo Francesco Grassi

23 giugno 2020

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Da quando Adam era nato, non aveva mai udito un silenzio del genere.
I suoi compagni non parlavano, i tedeschi neppure, la natura stessa sembrava essersi ammutolita, spettatrice imparziale ormai abituata allo spettacolo.
Il cielo appariva incolore. Era grigio forse, un grigio tendente al bianco. Ma a quella lunga fila di figure, talmente esili che sarebbero potute svanire da un momento all’altro, il cielo non comunicava nulla. La sua funzione consolatoria era esaurita e cosi, la volta celeste, sovrastava con dichiarata indifferenza l’enorme perimetro in cui a migliaia, come lui, erano entrati.
Un perimetro da cui nessuno era mai uscito.
In quel luogo non c’erano uomini: soltanto tedeschi e numeri.
I tedeschi indossavano uniformi scure e stivali.
I numeri non avevano altro che un leggero pigiama a righe bianco e azzurro ed erano scalzi.
I tedeschi impartivano ordini, i numeri obbedivano.
Qualche numero rallentava e per questo veniva punito.

Lui era 71771. Adam era ormai una vecchia parola priva di significato che gli aleggiava in testa: apparteneva ad uno di quei ricordi che aveva dovuto cancellare per sopravvivere.
Teneva il capo chino, come ogni giorno da quando era nel campo. Fissava costantemente i suoi lunghi piedi scheletrici, sporchi e graffiati, con ferite aperte che non aveva intenzione di medicare, consapevole che non sarebbero mai guarite.
Quando era arrivato lì, la fase successiva alla disperazione era stata il tenace attaccamento alla vita, ma adesso, in fila insieme agli altri numeri, non provava più nulla.
Quando due numeri della stessa fila si incrociavano tra loro, avevano la sensazione di specchiarsi. I volti stanchi, rassegnati, sporchi di terra e cosparsi di lividi, gli sguardi appesantiti da occhiaie ogni giorno più evidenti, non erano altro che differenti espressioni dello stesso spirito. Uno spirito grave, colmo di dolore. Un dolore che era remissione, totale abbandono della speranza.
Capitava, ogni tanto, di incrociare occhi furbi, vivaci: numeri come quelli bisognava evitarli. Erano occhi di chi era arrivato da poco, in cui si poteva riconoscere la speranza.
71771 sapeva bene che lì dentro niente era più pericoloso della speranza. Spesso gli speranzosi provavano a fuggire, illusi dal dannato sogno di potercela fare. Coinvolgevano altri in quelle folli imprese che naturalmente fallivano.
La sorte non riservava loro nulla di buono.
Gli uomini animati da speranza portavano in cuore fino all’ultimo secondo l’illusione della libertà. Così tutto il dolore, che i numeri rassegnati avevano accolto e lentamente assimilato, distribuendolo un po’ alla volta nei giorni di permanenza al campo, si riversava invece terribile sugli speranzosi e sul loro finale. Nel momento stesso in cui entravano nelle docce, o in cui lo sportello del forno si spalancava davanti ai loro occhi vivi, la speranza conservata con cura svaniva in un istante.
Era la presa d’atto di un dolore che gli altri da tempo comprendevano bene.
Intuirla in un attimo, prima della fine, era agghiacciante.
Così, una volta arrivati ai forni, c’erano due tipi di numeri: quelli che portavano con loro la speranza, e i rassegnati.
Nel primo caso si trattava di uomini diversi dal resto: lo si notava all’istante.
Erano coloro che la notte riuscivano a dormire, le cui occhiaie erano ridotte. Erano coloro che ogni giorno si medicavano le ferite ai piedi, pur consapevoli che si sarebbero riaperte. Erano coloro che guardandosi intorno, credevano ancora di essere circondati da uomini, non da numeri o da tedeschi. Erano coloro che avevano vivo nella memoria il ricordo del proprio nome, e che continuavano a usarlo, indifferenti delle terribili cifre che marchiavano i loro polsi. Erano coloro che durante le interminabili giornate di lavoro si impegnavano a fare il massimo, mossi da false speranze riguardo i nazisti. Erano coloro che più volte, guardando alla rete elettrica che delimitava il campo, sognavano uno squarcio, una via di fuga. A differenza di quelli che non vi vedevano altro che la maniera più veloce per porre fine alla sofferenza.
Erano coloro che una volta tornati in dormitorio, non si chiudevano nel loro silenzio a riflettere sul male che gli era capitato, ma conversavano e si scambiavano il pane. Erano coloro che ancora credevano di appartenere alla razza degli uomini, non del tutto coscienti di ciò che li circondava.
Quelli così, in fila verso il forno, sentivano il mondo crollargli addosso. Si guardavano intorno e per la prima volta non riconoscevano nulla di umano in ciò che li circondava.
Abbassavano il capo, si esaminavano i polsi e, per la prima volta, vedevano in quel numero tutto ciò che erano: nient’altro che sei cifre.
I nomi che fino a quel momento avevano fieramente ricordato, erano immagini sbiadite di un altro mondo: quello che circondava il campo. Quello prima delle leggi razziali.
John, Isaac, Gabriel, David, Adam: insensate sequenze di lettere vuote. Tutto ciò che erano stava racchiuso in quelle sei cifre, e solo in fila verso i forni se ne rendevano conto.
La speranza, fino a quel momento conservata nei loro cuori, adesso si dibatteva, scalciava, sfregava per uscire; apriva insanabili ferite, voragini destinate a rimanere spalancate. I cuori che avevano osato sperare, in un attimo si ritrovavano dilaniati. Il sogno fuoriusciva, andava via per sempre, oltre la rete elettrica e il filo spinato.
Il loro essere uomini finiva lì.
La loro anima spariva, restava il numero sul corpo che si rannicchiava per l’ultima volta, in attesa di diventare cenere.
Gli altri, invece, coloro che non speravano, avevano già fatto ingresso in quel buio in precedenza, razionandolo durante i mesi passati. Avevano sminuzzato il dolore in così tante piccole parti e senza accorgersene erano diventati numeri.
Il loro cuore era solo il riflesso del numero. E invece di fracassarsi violentemente nel momento finale, si era lentamente danneggiato, sgonfiandosi e ricadendo flaccido su sé stesso. Quell’uomo/numero, ormai privo di anima, non scorgeva più differenza tra la “vita” in quel campo, e la morte nelle docce, o nel forno.
71771, seguendo la fila, fece un passo in avanti.
Ad ogni passo un numero era diventato cenere, liberando il posto a quello dopo di lui. Un passo, un altro passo, il suo turno era sempre più vicino.
Non gli interessava.
Sentì dei rumori alle sue spalle, poi le grida, infine un colpo secco che risuonò nell’aria. Qualcuno aveva provato a scappare.
Non si voltò neppure a controllare.
Era quasi arrivato il suo turno, quando la fila smise di procedere. Un tedesco sbraitò un ordine: si tornava in dormitorio.
Il massacro, per oggi, era finito.
Adam Fondane riaprì gli occhi, doveva essersi addormentato sulla poltrona. Il televisore di fronte a lui dava qualche notizia confusa che non gli interessava.
Guardò sullo schermo in basso a destra, lesse “Gennaio 2020”.
“Lo era davvero?” si chiese distogliendo lo sguardo.
Come uscito improvvisamente da uno stato di estasi, si rese conto della figlia che lo chiamava dalla cucina: doveva essere pronta la cena.
Si posò sul bastone poggiato di fianco al bracciolo, e con uno sforzo immane si alzò.
“Come sono riuscito a raggiungere questa età?”.
Tutti i suoi amici erano morti. Sua moglie era morta. L’ultima volta che l’aveva vista era stato quando un nazista gliel’aveva strappata urlando: “Sinistra! Tu sinistra!”.
Era passato un tempo incalcolabile, ma quel momento non si era mai cancellato dalla sua memoria, così come il volto della sua sposa.
Uscì dal salotto, e con movimenti estremamente lenti, intervallati da gemiti di dolore, imboccò il corridoio verso destra.
Quella casa era troppo grande per un uomo della sua età.
Proseguendo fiacco verso la cucina, gli tornò in mente il pensiero che aveva cercato di evitare: quello che gli sembrava così nitidamente di aver vissuto, non era un sogno, ma un ricordo. Un ricordo nel quale era rimasto intrappolato anni prima e da cui non era mai riuscito a liberarsi.
Nel momento in cui era entrato in quel campo, nell’istante stesso in cui era diventato un numero, già sapeva che non sarebbe potuto tornare indietro.
Forse, se i Russi fossero arrivati con un giorno di ritardo, nel forno sarebbe stato il suo turno.
Camminando lungo il corridoio di casa riviveva quella terribile fila.
Era rimasto nel lager. L’illusione non erano i brutti sogni che lo visitavano mentre dormiva nel suo letto di città. L’illusione era il suo letto, la casa, la città.
Solo Auschwitz era reale.
Tutto il resto era finzione.
Ripensò al campo e ai malati di speranza, quelli che aveva evitato e che gli apparivano come ciechi e folli.
D’improvviso comprese che avevano ragione loro.
Se anche lui ne avesse conservata un briciolo di quella speranza, oggi sarebbe meno difficile sopravvivere.

Edoardo Francesco Grassi è nato a Foggia il 4 ottobre 2004.
Frequenta il Liceo scientifico, nel suo indirizzo sperimentale che prevede i tradizionali 5 anni in soli 4, infatti va a scuola anche il pomeriggio. Il suo indirizzo si chiama Quadriennale.
Vive con i genitori e suo fratello di 17 anni.
È un ragazzino tranquillo che ama la compagnia, ma non trova molti ambiti di condivisione con i suoi coetanei, che non amano come lui la lettura e la scrittura. Si è abituato a mediare un po’ tra la sua sensibilità e il suo ambiente, che purtroppo qui al sud ha meno stimoli culturali rispetto ad altri luoghi d’Italia.
Frequenta qualche festival di genere tipo il Lucca Comics e non ama i video giochi.

:: Ancora una domanda, Elisabetta Bordieri

13 giugno 2020

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C’erano eventi che artigliavano la sua coscienza fino a fiaccarle i sensi. Un indebolimento necessario per convertire in profumo una suggestione e ricreare l’odore dei pensieri. Ne incamerava gli effluvi, li inglobava dentro, una tecnica emolliente e lenitiva, un compostaggio soffice quasi sciamanico, un salto quantico che permetteva ad Alice di sopravvivere attaccata a miseri grappoli di sogni. Di giorno la sua residenza era un’altalena sottomessa alla suadente ballata ciclonica del vento, ma al calar della sera si rifugiava in una sorta di santuario stellare dove le notti erano talmente buie che la volta celeste della sua mente sapeva dare il meglio di sé. Impegnata a vigilare la prodigiosa e sottile estensione del tempo nel suo perenne focalizzare scene, ognuna memorabile, Alice conosceva bene l’inganno del suo proverbiale fluire ma aveva un’arma possente per non soccombere e per fermarlo. Il poeta diceva che non ci si libera di una cosa evitandola ma solo attraversandola. Ma non per lei. Alice doveva perdere quella cosa crogiolandosi all’idea che così non l’avrebbe mai più persa. Decise di perdere se stessa. E nel modo peggiore possibile, demolendo e trasformando la fragranza vitale di quei raspi di sogni in rozze essenze sintetiche. Solo troppo tardi avrebbe capito che non esistono resurrezioni di sorta per alcuni tipi di eventi, che ci sono ben altri artigli di cui aver timore, decisamente troppo tardi avrebbe capito che sarebbe bastato perdere lui.

Lo trovarono così, disteso su un fianco nel letto di una squallida stamberga che era la sua casa, gambe scomposte, braccia penzoloni, sacchetto di plastica in testa con attorno giri nutriti quasi ossessivi di nastro adesivo, con tanto di biglietto di addio annesso. Sarebbero seguiti due rilievi veloci della polizia, qualche probabile interrogazione a improbabili amici e parenti che avrebbero confermato il disagio mentale ed economico, nessuna indagine approfondita da parte del magistrato dunque, ma un’unica sentenza: suicidio. Alice sperava andasse così. Aveva posto ogni minima maniacale attenzione a tutto, sì, sarebbe andata esattamente così.
Il campanello della porta. Arrivarono anche da lei. E poi sempre quei poeti che le martellavano la testa nei momenti meno opportuni, quello che hai sempre voluto si trova sempre dall’altra parte della paura. E decisa aprì.
– Salve signora, ci scusi ma dovremmo farle qualche domanda a proposito del suo fidanzato.
– Signorina. So che non si usa più ma mi fa piacere essere ancora chiamata così e comunque non era il mio fidanzato.
In due, chissà perché i poliziotti giravano sempre in coppia, uno generalmente sempre muto che scrutava l’ambiente. Si concentrò sul tipo che le parlava. Bruttino, basso, con parecchi chili di troppo, maleodorante e con riporto laterale di una striscia di capelli.
– Dicevo, dovrei farle qualche domanda.
– Dica pure.
– Ci risulta che lei e la vittima avevate una relazione.
– No, ci conoscevamo appena.
– Da quanto?
– Qualche mese.
– Qualche mese è sufficiente per instaurare una relazione.
– Per quello bastano poche ore, minuti a volte.
– Avete avuto qualche incontro intimo?
– Uno o due, occasionali.
– Sa se avesse nemici, persone che gli volessero male?
– Che domanda è?
– Risponda.
Continuava a non perdere d’occhio l’altro poliziotto. Silenzioso e attento, il più pericoloso.
– State pensando a un omicidio?
– Stiamo valutando tutte le strade.
– No, non so nulla.
– Sa com’è morta la vittima?
– Girano voci per soffocamento.
– Esatto ma è molto difficile che una persona possa togliersi la vita soffocandosi con un sacchetto sulla testa. Glielo impediscono l’istinto di conservazione e i tempi molto lunghi per giungere al decesso.
– Ma non sarebbe né la prima né l’ultima.
– Sa se facesse uso di stupefacenti?
– Non saprei, ma non credo.
– Perché non crede?
– Perché non mi sembrava il tipo.
– Ha detto che lo conosceva appena, ma evidentemente quanto basta per rilasciare una dichiarazione del genere.
– Intendevo che non l’ho mai visto assumere sostanze diverse da calmanti o sonniferi.
In suo inconsapevole aiuto intervenne il collega muto e con lui il sollievo della fine di quel momento.
– Signora, grazie del suo tempo per ora, ma la preghiamo di restare a disposizione e di non lasciare il paese.
Frase di circostanza che le concesse una tregua. Sarebbero tornati, doveva sbrigarsi. Prese il telefono e la chiamò, giusto due parole, poteva essere già sotto controllo.
– Ciao Adele, puoi venire?
– Se mi chiami immagino che sono venuti. Com’è andata?
– Tutto bene, puoi venire?
– Che significa tutto bene?
– Adele, puoi venire???
– Ok ok, arrivo.
Accidenti alla sua nuova amica che non conosceva la discrezione ma che arrivò comunque trafelata in poco meno di mezz’ora.
– Raccontami.
– Nulla. Le solite domande.
– Alice, ma non è che sei stata tu?
– Oddio Adele, ma che ti salta in mente? Ma sei fuori di testa?
– Perché altrimenti il nostro piano salta, non so ma facevi dei discorsi strani ultimamente e la cosa ha iniziato a preoccuparmi.
Cose illecite va bene, ma un omicidio…
– Ma che dici! Ci sono modi di dire, esclamazioni, frasi fatte che si dicono in momenti di rabbia. E poi lo sai che tipo era!
– Sì, sì certo, scusami.
– Niente, figurati lo capisco. Senti…i documenti? Ho bisogno di te in questo momento delicato.
– Cos’è questo?
– Questo cosa?
– Questa specie di rotolo immenso.
Alice represse quella botta allo stomaco che le divorò il fiato. Cosa ci faceva lì quell’affare? Era certa di essersene liberata. Come aveva potuto essere stata così maldestra? Battiti come sferzate a sangue sul cuore le fecero salire la nausea. Le venne in mente il poliziotto muto e il suo guardarsi intorno, doveva essersene accorto anche lui e corse in bagno a vomitare la sua imprudenza.
– Alice che hai?
– Nulla, un po’ di tensione.
– Ti preparo una tisana?
– Mi fanno schifo le tisane, Adele, lo sai. Ora mi passa.
– Dicevo, cos’è ‘sta roba?
– Non lo vedi? È un rotolo di scotch.
– Chilometri di scotch, direi, a che ti serve?
Udì il pavimento gemere sotto i suoi piedi mentre cercava una risposta che non trovò.
– Lascia stare ora, piuttosto ti chiedevo dei documenti. E’ urgente che io li abbia al più presto.
– Perché li chiami documenti. Mica ci sente nessuno. Il tuo passaporto falso sarà pronto in settimana, mi ha assicurato il tipo.
Il mio è già pronto. Non ti sei scordata il nostro patto, vero Alice?
– Ma no, Adele, che dici, come potrei! E poi i nostri nomi, cinque lettere, stessa lettera iniziale, stessa finale. Siamo un destino unito.
Appena localizzo il posto sicuro te lo dico e mi raggiungi come da accordi. Meglio partire a distanza e poi saremo sole io e te e ricominceremo con nuovi nomi e nuove vite. Senti, in settimana è un po’ tardi. Quelli potrebbero tornare.
– Vedo cosa posso fare.
– Grazie Adele, sei un tesoro. Ora vai.
– Non posso restare stanotte?
– Non è il caso, per favore.
E finalmente restò sola, senza quella zavorra di Adele. Povera scema, credeva davvero all’amore eterno, alla felicità per sempre tra amazzoni. Ancora pochi giorni e se ne sarebbe liberata. Il pensiero di quelle labbra viscide e unte poggiate sulle sue la fece correre a sciacquarsi la bocca, avrebbe usato l’acido per disincrostare l’odore nauseabondo della sua cavità umana.
Pochi minuti e poi la porta di nuovo. Cosa voleva ancora quella stupida?
– Ah sei tu! Ma cosa ci fai qui senza preavviso? E’ appena uscita Adele!
– Ciao.
Ciao?! E un come stai non è contemplato?
– Non sono tipo da preamboli.
– Io nemmeno sono tipa da mettere su nel giro di due mesi un rapporto con un reietto fallito mezzo drogato individuato per strada, portarlo a casa tua, usare metodi poco ortodossi per istigarlo al suicidio e contestualmente avere incontri ravvicinati
con una grassa psicopatica per il tuo piano!
– Il nostro piano, ora stai calma.
– Sì il nostro ma come faccio a stare calma? Sai che ipotizzano un omicidio e sospettano di me? Mi hanno tartassato.
– Era previsto.
– E certo, tutto preconfezionato. Comunque il mio passaporto non è pronto, devo ancora aspettare qualche giorno.
– Sì, lo so.
– Lo sai?
– Sei tornata sul posto e hai fatto tutto quello che ti ho detto?
– Sì certo. Ho controllato, era tutto a posto, a parte questo maledetto scotch, che poi dio solo sa come ci è finito a casa mia.
In ogni caso la tua carta d’identità era lì in bella vista sul mobile accanto al cadavere. Risulti morto stecchito amore mio, anche se poi quel barbone non ti somigliava così tanto secondo me.
Ancora la porta.
– Apri.
– E se fossero di nuovo quelli?
– Apri.
Adele? Cosa ci faceva ancora lì? E perché aveva quello sguardo macabro e poco incline alla sua persona servile? E soprattutto perché si era diretta verso di lui con aria complice strusciandogli il suo corpo burroso addosso?
– Cosa sta succedendo?
– Quello che vedi, amichetta mia.
Attraversò rapidamente tutti i percorsi impervi della sua mente ma non trovò la strada maestra.
– Lo chiedo a te allora, cosa sta succedendo?
– Ti ha già risposto Adele.
– Io non vedo nulla di limpido.
– Strano, eppure è tutto così evidente. Te lo spiego così, io ho illuso te e tu hai illuso Adele, ma io e lei abbiamo fregato te.
Incastrata dentro quella relazione malsana e pericolosa, succube di un vorticoso sentimento che sapeva essere sporco e dal quale non riusciva a uscire, non si era mai accorta dell’inganno che ora iniziava a delinearsi con allarmante chiarezza.
– Perché io? Perché hai avuto bisogno di me? Non ti bastava lei?
– Per deviare le indagini e per non sporcarci le mani ulteriormente con un delitto.
– Un delitto cosa?
E poi quella risata diabolica che tuonò in tutta la stanza. E le si materializzò davanti il famoso attimo prima, quello che veste il successivo ornato con drappi funerei. Aveva agito e obbedito in nome di un futuro che ora avvertiva nettamente essere solo un vuoto a perdere. Ruggì con tutta la forza che aveva.
– Avete fatto fuori un poveraccio!
– Tu hai fatto fuori un poveraccio, amica mia.
– Stai zitta tu, io non ho ucciso nessuno.
– Basta ora voi due, non rendere tutto più complicato Alice, te la caverai con qualche anno di reclusione, poi la brava condotta aiuterà a venirne fuori prima.
– Reclusione?! Ma di cosa stai parlando? Il passaporto era tutta una farsa allora.
– Sì, un giochetto per prendere tempo e per farti credere a tutte quelle idiozie lì tipo io e te insieme, un’altra vita, nuovi nomi, il passato lo cancelleremo e via dicendo.
– E poi cinque lettere, stessa lettera iniziale, stessa finale, può sempre tornarmi utile per sostituirmi a te chissà.
– Taci maledetta. Invece tu bastardo dimmi perché ti serviva uccidere?
– Perché la sostituzione d’identità riesce meglio se il tipo è morto, per un ricercato come me, non credi? O credi davvero che si sia suicidato grazie ai tuoi metodi poco ortodossi?
– Uccidi anche me allora così regolarizzi pure lei.
– Un’ottima idea. Forse torneremo a metterla in pratica ma ora scusa dovremmo andare. Abbiamo un aereo che ci aspetta.
Quando riferirai tutto alla polizia, perché lo farai, ti ricordo che ci sono le tue impronte dappertutto sulla scena del crimine soprattutto su questo scotch, Adele è stata brava, ha fatto un bel lavoretto pulito pulito e poi te lo ha riportato, a tua insaputa, diciamo così. E a quel punto partiranno le indagini e ci scopriranno, forse, ma sempre a quel punto sarà troppo tardi perché noi saremo già in una località da paradisi fiscali dove non c’è nemmeno l’estradizione. Ciao Alice e grazie.
E se ne andarono ringhiando come due iene pronte a dividersi la preda, lasciando i muscoli della sua anima a liquefarsi. Avrebbe voluto oscurare ogni gesto, eliminare ogni percezione. Nemmeno uno di quei grappoli di sogni aveva attecchito nell’asfalto della sua anima. E ora le restava solo lo scorrere lento di quel tempo ingrato.
Nuovamente la porta.
– Signora, signorina, ci scusi ancora una domanda…

Elisabetta Bordieri nasce a Roma ma vive in Toscana tra colline e aironi, dentro una cartolina. Scrive e corre. Corre e scrive. Il racconto è il genere che predilige poiché è dentro l’essenzialità che si cela il limite del superfluo.

:: Mastro Lindo by Shanmei

3 marzo 2020

indexVi racconto come nacque questo racconto: ero a Torino, alla passerella olimpica sopraelevata che collega il villaggio olimpico al comprensorio del Lingotto. Era verso sera, tra il lusco e il brusco, e c’era un cielo blu notte stupendo. E così ho immaginato: se apparisse un gigantesco Mastro Lindo. Poi da quell’intuizione è nato il racconto. Buona lettura!

Ero uscito dal supermercato e nel parcheggio stavo cercando di ricordare dove avessi messo la macchina, quando mi si avvicinò un tipo equivoco.
“Amico, che hai un deca da darmi?”.
A parte il fatto che io di amici non ne ho mai avuti in vita mia, sentirmi apostrofare così, in un parcheggio male illuminato e piuttosto solitario, mi fece arrabbiare come mai mi era capitato.
“Non sono amico tuo”, dissi scortesemente.
Il tipo equivoco era magro come un chiodo, indossava una sporca maglietta puzzolente, che forse, e dico forse, in origine era stata bianca, accompagnata a un paio di pantaloni di tela grezza sformati e sfilacciati all’orlo. Gli occhi avevano un’espressione spiritata e osservai la sua testa pettinata alla rasta, è non esitai nemmeno un secondo a dubitare, che fosse abitata da pulci, pidocchi, etc…
“Avanti amico non fare il tirchio. Sono proprio all’osso” disse con una strana espressione smarrita.
Non era armato di siringhe e questo avrebbe già dovuto mettermi di buon umore. Sarà stato il nervoso accumulato nella giornata, o non so che altro, ma avevo voglia di scaricare i nervi su qualcuno. So che non fu un’ azione degna di un essere razionale, ma è esattamente quello che feci.
“Senti, non mi fai pena, ne mi ispiri simpatia e in più tu e i tuoi amichetti potete anche darvi fuoco per quanto mi riguarda”.
Forse avevo un po’ esagerato, ma volevo che mi lasciasse in pace.
“Amico ho bisogno di quei soldi. Facciamo cinque Euro e non se ne parla più” disse nervosamente strofinandosi le gambe come se la circolazione non gli funzionasse.
Tesi l’indice e glielo puntai addosso come un’ arma.
“Sparisci. Ho da fare ” dissi ostilmente tra i denti scandendo bene le parole.
Il ragazzo indietreggiò spaventato e fu allora che qualcosa oscurò la luna.
Dopo, una nebbia grigiastra e argentata si trasformò nella sagoma gigantesca di un enorme, allucinante, disgustoso Mastro Lindo.
Sì, avete capito.
L’ometto forzuto della pubblicità.
Restai a bocca aperta e il gigante smise di tenere le braccia conserte e con voce roboante si limitò a dire: “Vuoi darglieli o no quei dieci euro?”.
Il ragazzo iniziando a ridere come un pazzo additò il cielo.
“Fooorte” disse entusiasta.
Io pescai a caso nel mio portafoglio e gli diedi la prima banconota che trovai: 100 fiammanti Euro.
Poi, veloce come un razzo corsi alla mia macchina, misi in moto e schiacciai l’acceleratore, senza voltarmi indietro per parecchi chilometri.

:: Una Violacciocca per Ingrid di Sergio Caroleo

25 settembre 2019

Ingrid ed il sindacoI
Lydia

Quando entravi dalla porta girevole del Grande Albergo Moderno, ti catturava la prestigiosa hall che culminava, sul fondo, con quella scenografica scalinata che maestosamente, ma mollemente si snodava verso i piani superiori come una stola di volpe bianca sulle candide spalle di una diva.
Isole di salottini con poltrone déco, permettevano ai viaggiatori di ritrovarsi a chiacchierare tra amici e parenti rintracciati in città o a frettolosi agenti di commercio di discutere con i loro locali clienti in appuntamenti d’affari.
Fatalmente, in uno o due di questi salottini, avresti trovato come ospiti fissi, quasi come in un club inglese, gli habitué del Moderno.
Anziani avvocati, qualche barone decaduto, sragionanti ragionieri, amici di lunga data del commendatore don Lissandro, proprietario dell’albergo.
A sinistra della porta principale, dietro un alto bancone che ancora di più faceva risaltare la sua non eccelsa statura, se guardavi bene, avresti potuto scorgere Lydia, la telefonista.
Sempre linda nel suo grembiule di lucido raso nero, contegnosamente truccata con un filo di rossetto, t’incantava quando rispondeva, con quell’ingombrante cuffia telefonica in testa, estraendo abilmente dal banco di lavoro lunghi cordoni elettrici che sapientemente sapeva far incrociare inserendoli con il loro spinotto nel quadro dell’intercomunicazione dai cento fori, posto di fronte a lei.
La signorina Lydia ogni settimana, assieme alla sorella maggiore, nubile come lei, la domenica pomeriggio, non mancava mai di unirsi alla folla che riempiva il “Masciari” o il “Politeama” per sognare un amore che solo la suggestione del cinema sa suscitare.
Hollywood, negli anni della guerra, non aveva mai smesso di sfornare pellicole come “Per chi suona la campana”, ” Notorius”, “Io ti salverò”, ma queste meraviglie erano state negate al pubblico italiano dall’autarchica censura.
Finalmente oggi, in questo 1949, in cui gli Americani sono diventati nostri amici, valanghe di film mai visti prima, possono far sognare le piccole Lydie che confondono le loro lacrime con quelle delle dive più famose come Ingrid Bergman nella scena d’addio di “Casablanca” da un malinconico Humphrey Bogart,”.

II
Il viaggio

Lydia, quella mattina di primavera del 1949, non poteva credere a se stessa quando ricevette quella prenotazione proveniente dal portiere di un famoso albergo siciliano che richiedeva, per quella notte, una stanza a nome del Signor Roberto Rossellini e la Signora Ingrid Bergman.
Lydia, come tutti in Italia, aveva letto, in una delle tante riviste illustrate lasciate dai distratti viaggiatori a stropicciarsi sui tavoli dei salottini del Moderno, dell’incredibile spudoratezza con cui quella statua vivente di Ingrid aveva rubato Roberto ad Anna.
«Caro Roberto, ho visto i suoi film Roma Città Aperta e Paisà. Se le dovesse servire un’attrice svedese che parla inglese molto bene, non ha dimenticato il tedesco, non è molto comprensibile in francese e in italiano sa dire soltanto: “Ti Amo”, sono pronta a venire in Italia a girare un film con lei».
Così aveva scritto a Roberto quella “sfacciata” (così la pensava Lydia).
Un maschio italico poteva mai sottrarsi a un così esplicito invito?
Così Roberto abbandonò Anna e si lasciò travolgere da Ingrid.
E fu passione irresistibile.
Ingrid abbandonò Hollywood e ora, assieme al suo amato regista, stavano girando a Stromboli il film dello scandalo.
In una pausa di lavorazione per la settimana di Pasqua, avevano deciso di concedersi un viaggio in auto perché a Roberto piaceva mostrarle la selvaggia, ma genuina natura di un’Italia ancora turbata da anni difficili.
In quegli anni, programmare un viaggio in auto dalla Sicilia, soprattutto se la vostra auto fosse stata un’imponente berlina decapottabile, poteva non essere del tutto agevole lungo strade tortuose e strette che spesso avreste dovuto contendere a mandrie di buoi o a greggi di ovini.
Si rendeva così obbligata la sosta, a tappe, lungo il percorso e una coppia così celebre non poteva fermarsi nel primo autostello, ma doveva alloggiare in un albergo degno di tal nome.
Il Grande Albergo Moderno era certamente uno dei più rinomati dell’Italia meridionale e, certamente, il portiere dell’albergo siciliano da cui provenivano, sapeva bene a chi telefonare per garantire un alloggio degno di questa coppia famosa.
Lydia saltò dal suo seggiolone e andò direttamente dal commendatore per informarlo dell’imminente arrivo.

III
Don Lissandro

Don Lissandro aveva appena estratto dal suo scatolotto di cartone quadrato una di quelle sue strane ovali Turmac e, beatamente centellinando il suo Punt-e-Mes, stava serenamente ascoltando l’ultimo pettegolezzo su quella tale signora della città di cui, con dovizia di particolari, gli stava riferendo l’avvocato R., suo amico d’infanzia.
Quando Lydia gli sussurrò nell’orecchio la novità, sbiancò in volto e immediatamente schiacciò nella ceneriera quella sigaretta mai accesa e fu colto da un frenetico attivismo.
Lissandro, scapolo impenitente, era uomo di mondo e la sua passione erano i viaggi e l’eleganza nel vestire.
Mai lo avreste visto d’inverno senza una scarpa Barrows men che lustra o, d’estate, senza un mocassino intrecciato o un classico bicolore con il calzino in richiamo della cravatta.
Dai viaggi aveva appreso l’eleganza dei modi che si respira nei grandi alberghi e dalle frequentazioni altolocate, gli indirizzi dei migliori sarti di Roma e Napoli.
Questo stesso gusto si respirava nel Grande Albergo Moderno e pervadeva tutto il suo personale, a partire dal portiere, con le dorate chiavi incrociate appuntate sull’asola dei risvolti della sua livrea o il barman in giacca candida e con le scarpe che don Lissandro voleva sempre impeccabilmente lucide.
L’organizzazione dell’ospitalità per l’inconsueta coppia non fu cosa difficile per la concierge; si trattava di assegnare la stanza più ampia al secondo piano e di segnalare alla governante di eseguirne un’accurata revisione.
Ma a Don Lissandro venne in mente di rendere omaggio alla coppia con quel tocco di classe che solo lui poteva escogitare.
Alcuni anni prima, nel Grande Albergo Moderno aveva alloggiato, per una notte, Umberto, il Principe di Piemonte. Per la circostanza erano state acquistate delle lenzuola di lino di Fiandre da una rinomata fabbrica tessile di cui la terra di Calabria era orgogliosa. Queste poi erano state arricchite, al risvolto, con una delicata trama di merletto Macramè che sapienti mani tiriolesi avevano confezionato appositamente al tombolo.
Lissandro, dopo il passaggio dell’augusto ospite, aveva direttamente dato in custodia le lenzuola alle sue sorelle Aida e Giannina (pure loro zitelle) che le avevano serbate e accudite provvedendo al lavaggio e alla candeggiatura periodica, con la stessa devozione con cui si prendevano cura di lui, consentendogli una vita da satrapo persiano.
Quale più appropriata occasione di rinfrescare la migliore biancheria della città, già arricchita dal passaggio di così nobili terga?
Ciccio, il fattorino, fu prontamente spedito a casa del commendatore per ritirare quell’involto così gelosamente conservato dalle sorelle e, immediatamente, il suo contenuto fu preso in carico dalla governante dell’albergo che ne comandò una stiratura impeccabile e una profumazione supplementare di lavanda.
Intanto, quell’inconsueta frenesia che aveva colto Lissandro, non era sfuggita agli amici di tanti pettegolezzi; e lui, con malcelato orgoglio, si lasciò facilmente scappare la ghiotta novità per quel crocchio di avidi linguacciuti che lo circondavano.
Mai raccomandazioni di riservatezza e discrezione sarebbero potute essere più fatue ed evanescenti.
In meno di un’ora mogli, fratelli, cugini, cognati e amici degli amici, già avevano ricevuto la notizia con la stessa velocità con cui oggi i dati si propagano nel backbone del web, ma con quella fascinosa coloritura che solo le notizie sussurrate a voce possono dare.

IV
L’albergo

Ingrid e Roberto si amavano veramente.
Soprattutto Ingrid era completamente affascinata da quel pigro italiano che aveva avuto il coraggio di descrivere uno spaccato di un’Italia un po’ stracciona, ma reale, dignitosa e viva e così lontana da quelle algide atmosfere di vita familiare che le aveva riservato la sua Svezia e quello star system del patinato mondo di Hollywood dove non si perdona una defaillance al box office.
In città arrivarono quasi all’imbrunire e, man mano che l’imponente cabriolet s’inerpicava per raggiungere la città dei tre colli, si sentivano accarezzati da una tiepida e profumata brezza primaverile, così diversa dalla precoce calura siciliana che avevano appena abbandonato.
Percorsi gli ultimi tornanti che portavano in città, non fu difficile per Roberto riconoscere la loro meta, il Grande Albergo Moderno, con quella sagoma d’architettura modernista che il Bauhaus aveva così originalmente pensato con la morfoplastica asimmetria in vetrocemento di quella terrazza stondata che avrebbe fatto saltare i gangheri a Goebbels, perseguitando Gropius ed i suoi geniali architetti.
A Roberto e Ingrid che godevano nel rompere gli schemi precostituiti del perbenismo, piacque subito.
Il portiere Mimmo, che sfoggiava la livrea primaverile grigio ghiaccio, fu mandato ad accoglierli sulla porta principale e al fattorino Pepè, con la sua giacca in mille righe rosse e nere, non pareva vero di prendersi cura della loro cabrio per riporla in garage.
Vennero introdotti nella hall ed Ingrid apparve a tutti imponente nella sua naturale bellezza, inefficacemente celata da un paio di occhiali scuri a goccia, mentre la bionda chioma era raccolta da un foulard annodato alla nuca.
Portava un leggero cappotto chiaro che lasciava intravedere i pantaloni, capo di vestiario quasi del tutto inusuale per le donne catanzaresi.
Aveva tra le mani una Leica, che tradiva uno sguardo curioso ed emancipato sul mondo.
A lei, invece, per un attimo, forse tornò in mente un mondo che voleva ripudiare.
L’albergo «era pieno di notabili catanzaresi, silenziosi, vestiti di nero, ma radunati in tale folla da farmi venire le vertigini. Ce n’erano nell’atrio, sulle scale che portavano alla camera da letto, nel corridoio», così confessò Ingrid qualche tempo più tardi a Camilla Cederna.
Ingrid, per raggiungere con Roberto la loro stanza, dovette passare attraverso «due ali nere di uomini immobili», dallo sguardo che le era sembrato «avido e cupo, in un silenzio da esecuzione capitale».
Condividevano costoro l’opinione di quel bigotto senatore che l’aveva dipinta, durante una seduta del Congresso, come “potente distillatrice del male e cultrice del libero amore” per aver osato rompere con l’America?
Gli amanti si rifugiarono immediatamente nel loro alloggio, stanchi del lungo viaggio e, dopo qualche tempo in cui realizzarono che sarebbe stato impossibile confondersi per una passeggiata tra una folla anonima, chiesero di ricevere in camera solo due Martini dry.

V
Una timida… sfrontata

Il Martini Dry! il Martini Dry!
Amedeo, il barman, erano anni che non aspettava altro.
Don Lissandro aveva sempre tenuto che mai mancassero nel bar il Rum bianco per il Daiquiri, l’angostura per il Manhattan o il succo di pomodoro per il Bloody Mary e lo stesso Amedeo conservava gelosamente le ricette che un suo vecchio zio gli aveva tramandato dopo essere stato per dieci anni a bordo, come aiuto barman, sul Conte Biancamano.
Tre parti di Gordon’s e una di Vermouth, Amedeo lo miscelò con cura, lo versò in due affusolate coppe, vi tuffò un’oliva bianca, succosa del nostro sole, lo profumò strizzando la buccia di un generoso limone. Preparò un cabaret d’argentone rivestito di un candido tovagliolo e vi pose, assieme alle coppe, una spiga carminia di violaciocche di giardino.
Quando Amedeo, con discrezione bussò alla porta, mai si sarebbe aspettato di vedere ciò che vide.
Aprì Roberto in vestaglia; prese in carico il vassoio e lasciò velocemente scivolare in tasca d’Amedeo una generosa mancia.
Ma ad Amedeo non sfuggì Ingrid, seduta sul bordo del letto, ancora del tutto vestita, china, tra le mani il capo denudato di quel foulard.
Non si poteva sbagliare.
Quella diva che rideva con gli occhi, ora piangeva come non l’aveva vista mai… neanche a Casablanca.
La porta si richiuse subito a serbare la fragilità e la timidezza di una donna sfrontata.
Amedeo non capiva. Cosa mai poteva mancare a quella donna?
Forse tutta quella gente nella hall e per i corridoi turbava l’intimità della coppia?
Corse a parlarne con don Lissandro e dopo pochi minuti un silenzio solidale si sparse in quell’albergo dove il rispetto che i catanzaresi sanno serbare per il forestiero non poteva essere sopraffatto da una pur giustificata curiosità.
Certo, nonostante le apparenze, forse era uno dei periodi di vita più travagliati per Ingrid.
Quanto le stava costando questo travolgente amore italiano!
Perdere la sicura ricchezza, la fama e forse l’onore che Hollywood le garantiva, e ancor più l’affetto di Pia che, sicuramente, quel freddo neurochirurgo che aveva sposato, le avrebbe alienato.
Lei, che tutti avevano finora visto come una santa, ora era rigettata come la più infima delle donne facili.
E poi, sentiva addosso tutti i maledetti strali che quell’Erinni di Nannarella ogni sera le lanciava dalla sua solitudine di Vulcano.
Bevve avidamente il Martini di Amedeo e chiese a Roberto di poterne fruire ancora dalla coppa a lui destinata.
Poi si adagiò, accarezzata da quelle delicate e profumate lenzuola e le sembrò per un attimo di rammentare un lontano materno abbraccio così troppo presto a lei negato e che tanto ora le richiamava prepotente un desiderio di rinnovellante maternità.
Solo così un sonno profondo finalmente la accolse.

VI
Il sindaco

Catanzaro è città disincantata e sonnacchiosa, ma la notizia durante la serata si era sparsa fulmineamente e non c’era salone di barbiere, negozio di pizzicagnolo o ufficio dove l’evento non era stato oggetto di discussione e di organizzazione.
Tutti, ma proprio tutti, in città non potevano lasciar andare via la coppia senza essere presenti alla loro ripartenza.
Si svegliarono all’alba e si riversavano a “fora i porti”, gremendo Piazza Matteotti fino a via Indipendenza.
Tutta quella frenesia non era sfuggita alle forze dell’ordine che, prontamente, l’avevano segnalato ai loro superiori e, di gradino in gradino, la notizia era giunta al Prefetto che, in quegli anni di rinnovata vitalità politica, aveva ricevuto il mandato di controllare ogni assembramento che potesse turbare la fragile democrazia da poco riconquistata.
Le preoccupazioni del Prefetto non erano peregrine.
Forse i catanzaresi non erano appassionati delle contrapposizioni della nostrana guerra fredda tra comunisti, azionisti e democristiani che animavano altre regioni del Paese, ma certamente allora era nell’aria un clima di effervescente ribellione qualora la città non fosse stata confermata come capoluogo della Calabria.
Era meglio diluire, stemperare, raffreddare ogni affollamento che potesse far assaporare la voglia di una disordinata protesta.
Quasi all’alba il Sindaco fu svegliato dal Prefetto e sollecitato a farsi carico di ricondurre al più presto la sua città alla consueta indolente quotidianità.
Essere democristiani non serve per risolvere i problemi della gente, ma aiuta a farglielo credere.
E’ uno stile di vita.
Lui ti ascolta, parla poco, finge di assecondare ciò che gli chiedi, ma poi trova il modo di fare a modo suo, facendoti credere che sta facendo a modo tuo.
Si levò, non senza disappunto, inforcò quegli occhialini metallici che lo facevano tanto somigliare a quel “sagrestanello” di Emilio Colombo e con quel mozzicone spento di Nazionale eternamente appiccicato all’angolo della bocca, meditò tra sé su come impedire che quel 14 aprile, Giovedì Santo, si trasformasse troppo presto nel Venerdì Santo di Passione.
Telefonò subito al Moderno e si fece passare don Lissandro, suo vecchio amico, che gli confessò tutta la sua impotenza a dominare una folla divenuta così pressante da gremire tutta la piazza e che certamente avrebbe impedito che la coppia lasciasse in incognito la città e lo sollecitò a raggiungere l’albergo.
La calca nella città era tale che solo a piedi sarebbe potuto pervenire alla sua meta.
S’incamminò per il vicolo Poerio e raggiunse un accesso posteriore dell’albergo, così come gli era stato suggerito da don Lissandro.
Con lui s’incontrò nella hall e gli fu subito chiaro, dal pallore del volto e da un percettibile tremito del suo amico, che l’evento lo stava sopraffacendo, ma tutt’e due ebbero altrettanta consapevolezza che solo loro potevano risolvere il problema senza conseguenze per l’incolumità degli ospiti e per il buon nome della città.
Era già quasi mezzogiorno e non si poteva rischiare che la loro partenza ritardasse tanto da poter collidere con lo “struscio” che da lì a poche ore avrebbe ulteriormente gremito nel pomeriggio quel giovedì.

VII
La gente

Contro ogni aspettativa, quella notte Ingrid riposò tranquillamente, come da un po’ di tempo non le era capitato.
Trovò a rassicurarla, al risveglio, un tenero e forse ironico sorriso di Roberto e lei si sentì di nuovo serena così come quando, un tempo, si rifugiava tra le braccia di un padre che l’aveva, bambina, abbandonata per raggiungere sua moglie in cielo.
Uno strano brusio, però, si materializzava proveniente dalla finestra.
Lasciò quel rassicurante giaciglio per sbirciare dietro le spesse cortine che proteggevano i vetri da sguardi indiscreti.
Un tappeto di teste di cui non si vedeva la fine si stendeva nella piazza, punteggiando a vista d’occhio ogni vicolo e portone.
Erano tutti lì per lei e volevano dirle che la amavano, così come avrebbero amato la futura sposa di un loro figlio.
Erano quelli gli sguardi candidi di tante persone semplici, così diverse da altre disincantate folle che aveva conosciuto nelle serate dell’Accademy Awards, ma che le garantivano che della sua favola non si sarebbero mai più dimenticati.
A mezzogiorno toccò a un’emozionatissima Lydia il compito di annunciare telefonicamente che il signor Sindaco della città chiedeva di poter conferire con loro e, ricevutone l’assenso, lo comunicò al commendatore, rifugiandosi subito dopo nel suo schivo rossore.
Azzimati e levigati come mai nelle grandi occasioni, alcuni minuti dopo, si recarono al secondo piano dell’albergo e, a ogni passo, per tutta la scalinata e il corridoio, il commendatore che accompagnava il Sindaco, poteva rendersi conto di quanti amici ti vengano in soccorso nei momenti di fama e a ciascuno di essi rivolgeva uno sguardo implorante moderazione e discrezione, mentre con le mani sciorinava tutta la gestualità possibile per raccomandare calma e silenzio.
Quando Roberto aprì l’uscio, furono letteralmente abbacinati dall’imponente bellezza di Ingrid che li sovrastava di diverse spanne, pur indossando delle ballerine.
Incapaci di comunicare in svedese, tedesco, inglese, francese e, pur pensandolo intimamente, ritenendo fuori luogo indirizzare a Ingrid le sole parole in italiano che aveva già mostrato di saper ben comprendere, si rivolsero a Roberto.
Mentre non riuscivano a distogliere lo sguardo da lei, riferirono che la città era completamente impazzita per loro e non si sarebbe rassegnata a una frettolosa partenza, ma chiedeva almeno un semplice gesto che fosse ricordato per sempre, da raccontare ai nipoti.

VIII
Mod Ingrid

Convennero per un saluto dalla terrazza dell’Albergo Moderno che, rotonda come la prua di un transatlantico, protendendosi sul quel mare di teste di piazza Matteotti, sembrava essere stata da sempre costruita apposta per lei e per questo giorno.
Quando la videro avvicinarsi alla ringhiera della terrazza, quello che fino allora era stato un sordo brusio, si trasformò in boato.
Indossava un leggero cappotto chiaro su una camicetta leggera mentre ancora mostrava di non saper fare a meno di emancipati pantaloni. Ora la sua bionda chioma appariva in tutto il rigoglioso fulgore incorniciando un ovale perfetto in cui spiccavano due gemme turchesi e una rosa carnosa.
Ingrid guardò con un certo stupore tutta quella gente.
Gente semplice, gente spontanea, non ricercata e pretenziosa, ma persone che mostravano d’amarla così com’era, con tutta la sua insicurezza di donna audace che per un sogno d’amore era stata capace di rinunciare a un comodo futuro.
Ma un’altra cosa attrasse l’attenzione di Ingrid.
Tra quella folla smisurata composta di famiglie intere con i loro bambini, persino nei passeggini, non vollero mancare, anche, decine di pance di donne incinte.
Il loro bisogno di scacciare passati anni di tristezza aveva fatto esplodere in quel primo dopoguerra un’incontenibile voglia di procreare.
Quella promessa di umanità nuova che si presentava ai suoi occhi, sarebbe stata certamente una generazione che avrebbe ben compreso la lezione dei patimenti dei loro genitori e avrebbe visto con occhi più benevoli quelle debolezze dell’animo umano che il perbenismo maccartista, avvelenando le consapevolezze del suo pubblico d’oltreoceano, ora demonizzava.
Sì, anche lei voleva essere partecipe di questo mondo nuovo, a qualunque costo.
Sorrise finalmente raggiante Ingrid a quella gente che la stava vedendo in anteprima interprete, non di un film, ma di un momento dirompente della sua vita reale.
Mentre il sindaco, alle sue spalle, riservatamente, tentava di suggerirle un indirizzo di saluto, a Ingrid venne in mente solo quello stesso spirito che l’aveva già altre volte accompagnata nei momenti difficili e che la vita non risparmia neanche alle dive.
Mod Ingrid. Coraggio Ingrid.
E’ il tempo di ricominciare una nuova vita e di viverla fino in fondo con una nuova famiglia italiana ricca di prorompente gioventù.
Un impetuoso bisogno di maternità la assalì.
Mandò un bacio a quella folla con quel linguaggio gestuale che non ha bisogno di traduzione e che arrivò fino alla “Discesa di Mauro”.

IX
La violacciocca

Rientrati in camera, ogni dubbio era svanito dalla mente di Ingrid e persino tutta quella gente che gremiva la scalinata del Moderno, non le appariva più come “ali nere di uomini avidi e cupi” pronti a giudicarla, ma come premurosi boys al passaggio di una Wanda Osiris.
Prima di partire, don Lissandro prese il coraggio a quattro mani e, pur lasciandosi sormontare dalla maestosa figura di Ingrid, fece intendere di omaggiare la coppia del soggiorno nel suo albergo.
Producendosi nel più galante dei baciamano, arrossendo, chiese di poter ottenere un autografo dalla diva che, non avendo a disposizione alcuna sua foto, pensò di lasciare la sua firma su un angolo di quelle lenzuola che, da quel giorno in poi, non sarebbero state più le lenzuola del Principe, ma della Regina.
Un lungo e caloroso applauso dei “boys” accompagnò la diva e il regista nella discesa della scalinata e quando giunsero nella hall a Ingrid in mezzo a tutta quella gente, non passò inosservata Lydia che, proprio perché piccolissima e timidissima nel suo grembiulino nero, più di tutti spiccava per la sua modestia. Avvicinandosi, Ingrid, quasi a ringraziare in lei tutte le donne di Catanzaro che le avevano fatto capire qualcosa che prima non aveva compreso, le carezzò, sorridendo, il volto e le porse quella violacciocca che Amedeo la sera prima le aveva donato.
Anche Lydia, dopo quel giorno, capì qualcosa in più: che nel cuore di una donna ci possono essere sentimenti che un certo perbenismo non riesce a comprendere e che certamente non può giudicare.
Non senza difficoltà riguadagnarono l’accesso alla cabriolet, mentre impacciate guardie municipali e lo stesso personale dell’albergo garantirono loro uno stretto passaggio tra la folla.
Partirono per tornare a Roma per un viaggio in Italia che mai più avrebbero dimenticato perché le emozioni che avevano provato erano state irripetibili.
Quel lento viaggio in automobile percorrendo paesaggi e gente così diversa dal solito sarebbe stato certamente, in qualunque loro futuro destino, un ricordo indelebile nella memoria di entrambi e forse avrebbe ispirato un futuro film al creativo regista dove una gelida coppia d’inglesi nella crisi del settimo anno avrebbero vissuto un analogo bagno di folla che sarebbe stato capace di risvegliare il loro bisogno d’amore.

Sergio Caroleo per professione è medico, ha 68 anni ed è stato gratificato dalla vita di una preziosa moglie e di due ottime figlie anch’esse professioniste della medicina.
Coltiva l’hobby di collezionare le memorie dei suoi più cari amici e parenti essendo nipote, per parte materna, della famiglia che fu proprietaria dell’albergo citato nel testo che fece da sfondo a tanti altri eventi che forse un giorno racconterà.

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27 luglio 2019

Un lampo azzurro squarciò il cielo notturno e un attimo dopo, come a un segnale convenuto, la pioggia iniziò a cadere con violenza sulla casa del giudice Wang: sui muri esterni cosparsi di muschio che circondavano la proprietà, sulle tegole verdi delle costruzioni principali, sui giardini invernali, sugli alberi secolari, sul laghetto di carpe argentate, sul sentiero di pietra, sul tempio dedicato a Confucio.

Il rumore era assordante, un rombare profondo tipico della stagione estiva delle piogge, non di quell’inverno cupo e isolato alla periferia nord di Yinchuan. Gli dei sembravano arrabbiati, sembrava che in cielo si combattesse una dura battaglia senza esclusione di colpi.

Hǎi yún, serva nella casa del giudice Wang da quando era bambina, osservava il cielo e tremava, ogni tanto squassata dalla tosse. Cercava di soffocare quegli accesi improvvisi, per paura che ne accorgessero, ma ormai stava troppo male, ed era ingenuo pensare che avrebbero pagato un medico per lei. L’avrebbero cacciata, come si caccia un moscerino o una mosca molesta.

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:: L’individualismo di Golian di Luca Murano

17 maggio 2019

voltronHo sempre pensato che, un giorno, la musica sarebbe diventata la mia vita. Quando avevo solo otto anni, i miei genitori mi regalarono una piccola pianola della Bontempi. Arrivò assieme al Natale, non che io l’avessi esplicitamente chiesta. In realtà, la cosa che più desideravo a quei tempi era una diavoleria americana: Voltron, un robot giocattolo che veniva assemblato da altri cinque leoni robot.
Non ci fu nulla da fare, Voltron non bussò mai alla mia porta ma in breve tempo la pianola colmò quel vuoto nel mio cuore di bambino. Fu un’idea di mio padre che da giovane avrebbe tanto voluto imparare a suonare la chitarra, o almeno è quello che raccontava ogni volta che si toccava l’argomento. Ma le circostanze e l’avversione di mio nonno verso la cosa gli avevano impedito di acciuffare il suo desiderio. Si era ripromesso, però, qual ora avesse avuto un figlio, di spingerlo fin dalla più tenera età, verso la musica, invogliandolo a suonare uno strumento. E poi nacqui io. I figli, si sa, spesso diventano il prolungamento delle volontà e dei desideri dei genitori. A volte una vita non basta, soprattutto per chi ha vissuto col freno a mano tirato, per chi si è troppo spesso circondato di rinunce e rimpianti. Quando questo accade, talvolta, i padri e le madri tentano di allungare la propria esistenza respirando le vite dei figli. Vivendole di pancia, e facendo delle esperienze dei figli le proprie esperienze. Così, quando il pargolo si laureerà, con lui si laureeranno anche papà e mamma. Quando il figlio viaggerà per il mondo e vedrà Parigi, New York e Londra, anche loro avranno l’impressione di aver viaggiato con lui e di aver visto con i  loro occhi quello che la reflex del figlio avrà immortalato in quei luoghi speciali e così fintamente familiari. Allo stesso modo, vivranno i fallimenti eventuali dei figli come propri, snaturando così l’essenza delle cose. Nel mondo animale la madre allontana i propri figli da sé non appena i piccoli sono in grado di badare a loro stessi. Il padre dei cuccioli addirittura se ne disinteressa quando essi vengono alla luce. In seguito i giovani animali si staccano dalle attenzioni materne, lo svezzamento finisce e il mondo diventa il loro campo di battaglia. Artefici, nella buona e nella cattiva sorte, del loro destino. All’interno del genere umano, invece, lo svezzamento sembra uno spauracchio da allontanare dalla mente di padri e madri: i figli non si svezzano, vanno semmai plasmati sull’immagine, sulla proiezione che un genitore ha di se, o meglio, di quello che avrebbe voluto essere e invece non è stato. Piuttosto, all’interno del genere umano, si assiste a uno svezzamento inverso, e cioè quello che avviene quando sono i figli ultracinquantenni, dopo aver succhiato il succhiabile dalla bambagia domestica, ad allontanare dal nucleo familiare padri e madri, troppo vecchi e malandati, per affidarli alle costose cure di qualche casa di riposo.

Non so cosa i miei genitori avrebbero voluto essere, quello che posso dire con certezza è che qualche volta avrebbero voluto essere… me. Proprio così. Quando sono nato, hanno smesso di vivere per loro stessi e hanno cominciato a vivere la mia di vita. Detto così può sembrare una cosa romantica e suggestiva, ma a ben vedere è proprio l’opposto. Annullando completamente la propria esistenza in funzione di uno o più figli si fa capolino verso un altruismo catartico e dannatamente pericoloso. Non penso che si possa far felici gli altri senza provare prima individualmente a tendere verso la felicità. Le prove schiaccianti in mio possesso sono proprio i miei genitori, e i loro genitori e tutto il pacchetto ‘famiglie’ che lungo questi 35 anni ho imparato a conoscere e osservare. Forse è il concetto stesso di famiglia che va rivisto. Forse esso è semplicemente una convenzione sopravvissuta nel tempo che in passato permetteva di controllare, ghermire e livellare nel modo più efficiente possibile la funzione sociale di una città, una regione, una nazione intera. Ma ora questa convenzione sembra far acqua da tutte le parti.

E così, all’interno di uno standardizzato nucleo familiare sono nato e cresciuto anch’io finché a otto anni, spinto da quel regalo inaspettato, non ho iniziato a esplorare la musica come meglio potevo. La pianola si è trasformata in un trampolino di lancio per arrivare ad apprezzare e comprendere la collezione di vinili di mio padre: Beatles, Rolling Stones, Led Zeppelin, Police, Deep Purple, Toto, Dire Straits, sono diventati la colonna sonora della mia adolescenza. La chitarra è arrivata qualche anno dopo e con essa anche le mie velleità da rock star. Ho passato così qualche anno in giro per lo stivale a promuovere la mia musica e ad assaporare e calcare
palchi prestigiosi e suggestivi. Ho fatto cose e ho visto gente, e più spesso mi sono fatto gente e cose. Tutto è finito in fretta però. I componenti del gruppo se ne sono andati. Uno è morto scalando una montagna himalayana dal nome impronunciabile, gli altri due, invece, sono diventati padri di famiglia. “Scelte di vita” dicevano. La mia unica scelta, invece, è sempre stata la musica. Ho cominciato a suonare da solo. Mi esibivo in locali sempre più piccoli imbracciando una chitarra acustica cantando canzoni scritte e arrangiate da me. Ho finito col suonare sempre più solo, nel senso letterario del termine: per me stesso, nella mia splendida cameretta arredata con tutto l’amore del mondo da mamma e papà. Ma non potevamo arrenderci, non potevamo permettere al sogno musica di sfilare via dalle nostre mani in questo modo, senza provarci fino in fondo. E così insieme ai miei ho aperto un negozio di musica in centro. Cd, bootleg, vinili, dvd, tutta roba di nicchia e per veri appassionati. Le cose giravano finalmente per il verso giusto. Ma l’idillio è durato soltanto due anni. La crisi economica e lo strapotere di internet hanno prima ferito a morte e poi tumulato il mio impero. Ora non faccio nulla, sempre che sopportare un presunto doppio fallimento (il mio e quello dei miei genitori) si possa considerare nullafacenza…

Ho sempre pensato che, un giorno, la musica sarebbe diventata la mia vita e a quelli che oggi, a tal proposito, mi dicono che mi sbagliavo io rispondo sempre la stessa cosa: “voi andate e moltiplicatevi pure, ma io non verrò. A me basta una pianola”.

Luca Murano nasce al nord (Lodi) da genitori del sud (Salerno) e attualmente vive al centro (Firenze). Dopo aver conseguito la laurea in Lettere Moderne a Pavia, ha lavorato per due anni con la casa editrice Mondadori come redattore e correttore di bozze. Dal 2009 vive in Toscana dove mangia tanto, si occupa di logistica, suona il basso, legge e scrive con fortune alterne ma ben compensate da passione e dedizione. A luglio 2018 è uscito il suo primo libro, una raccolta di racconti, dal titolo “Pasta fatta in casa – sfoglie di racconti tirate a mano” pubblicato con la casa editrice milanese Bookabook.

:: I miei salotti radical chic di Luciano Valli

4 maggio 2019

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Roberto Rossellini – Roma città aperta 1945

La luce artificiale illuminava il corridoio degli studi cinematografici.
La porta era semichiusa ma dalla vetrata che la precedeva intravedevo già la platea. I sedili di velluto rosso salivano verso l’alto dove, dalla parete scura, il raggio luminoso del proiettore si dipartiva traversando la sala per terminare il suo breve percorso sul grande schermo.
La scena del film Medea si rappresentava sul telo bianco. I due figli della maga Medea e dell’erede al trono Giasone portavano in dono l’abito per le nozze del tradimento tra Giasone e Glauce, prima della terribile vendetta di Medea che non risparmiò neanche loro.
Alla sinistra nella seconda fila c’era un leggio con un copione sistemato sopra. Pier Paolo era in piedi, a un lato, con grandi occhiali sul naso, un viso magro, rugoso e abbronzato, vestito di un maglione rosso scuro. Era nervoso. Serio e concentrato.
Con il suo accento friulano imprecava verso di me che stavo in piedi dinanzi al leggio. Avevo appena sette anni nel 1968 e anche io portavo gli occhiali perché astigmatico. Tartagliavo, lo so, ma seguivo una terapia intensiva della dottoressa Barbettani per guarire al più presto possibilmente prima di cominciare le scuole medie. È questo che irritava il regista. Ogni volta dovevo ricominciare a leggere la mia parte da capo. Mia madre, che era presente in sala, sempre bella, profumata di lavanda, elegante e raffinata nel suo portamento, ogni tanto mi lanciava un sorriso e una parolina d’incoraggiamento.
Il doppiaggio delle voci dei figli di Medea era molto semplice, di qualche parola detta qua e là durante la scena dove i bambini compaiono con i doni di nozze insieme a Giasone e Medea.
Ma Pierpaolo era un perfezionista ed era brusco con me. Se avesse saputo prima che tartagliavo avrebbe convinto mia madre che non ero adatto al doppiaggio. Ma Adele e Pasolini erano più che amici, colleghi e intellettuali. Mamma aveva recitato un ruolo nel film di Pier Paolo Accattone quando io non ero ancora nato. Poi la loro collaborazione era proseguita con intensità. Loro due erano diventati amici e colleghi.
Pierpaolo mi aveva conosciuto un giorno nell’attico di Via dei Pettinari, ‘il salotto della cultura’ lo avevo soprannominato io paragonandolo alle schubertiadi dell’Ottocento dove i concerti da camera venivano eseguiti nei salotti della borghesia tedesca. Durante una delle feste che Adele organizzava nella suggestiva terrazza per i suoi amici radical chic, ed erano tanti. Ho l’impressione che le amicizie quelle buone s’intende erano importanti per Pierpaolo, e Adele era stata una sua compagna.

Dal Diario di Accattone di Adele Cambria:

La vestaglia, lavata, rilavata, uno straccio: ma la sporcizia dura, è ormai intessuta dentro. Sotto il petto, una spilla di sicurezza. La sarta, bonacciona, con preoccupazioni igieniche, mi dice che ha bollito ogni cosa… Sarebbe facile, dunque, l’ironia su questa miseria ricostruita con accanimento, con dolcezza, e Pasolini che fa addobbare di altri stracci i bambinetti che le madri gli hanno portato, qui, in via Tiburtina, mirabilmente vestiti a festa. Lui, inesorabile, gentile, condanna le sottovesti piccolissime di nylon, le sottane di panno blu coi pupazzi, le giacchette a uomo, dei maschi, con la cravatta a farfalla della Prima Comunione. Si stanno girando alcune scene del primo film diretto dallo scrittore: Accattone (o Stella, come piace di più al produttore). Io sono Nannina. Pasolini, una volta che ero andata a chiedergli un’intervista, mi ha detto che ero Nannina: dunque, se volevo lavorare nel film. Diceva: “Lei ha la faccia di Nannina”. Ora, come è normale, mi incuriosiva quest’altra mia faccia che non sospettavo di avere. Ho letto la sceneggiatura: “…Nella stanza c’è anche un’altra donna, piccola come una gatta, Nannina la Napoletana, con i suoi cinque figli, il più piccolo le sta attaccato al petto…”. Ed ancora: “…Nannina, spaventata dal fatto che qualcuno la chiami, come se non avesse il diritto di essere chiamata, ecc.”. Poi le battute che il Napoletano mi dice: “Beh, Nannì! Vuje site ‘na femmina oro dieciotto! Voi siete una femmina intrepida!”. Esattamente il tipo di donna che mi ha fatto, da sempre, compassione e rabbia: che ho odiato, nella sua soggezione meridionale (schiavitù devota, animalesca, verso i figli, verso un marito almeno irriconoscente, e fatica, botte, tradimenti, ogni cosa accettata come naturale)… Le prime cure del regista sono per Stella. Pasolini e l’aiuto ‒ Bernardo Bertolucci ‒ si preoccupano di come la ragazza debba essere vestita, qui in casa…

Molti anni dopo, quando ormai ero un adolescente, rividi Pierpaolo dalla terrazza di Palazzo Orsini. Era il novembre del 1975. Pierpaolo non era in piedi e vivace come quel giorno negli studi cinematografici ma disteso in una bara senza vita. Era stato massacrato da quei ragazzi che lui tanto amava e s’indentificava nella loro condizione di vita di borgatari romani. Sembrerebbe un filo conduttore di quel destino che forse brevemente ci accomunava, ma anche io come Pierpaolo vissi molti anni della mia giovinezza a contatto con quegli stessi ragazzi del popolino romano. Non in borgata ma nel centro di Roma a Campo de Fiori e a Piazza Farnese, dove ancora le famiglie povere abitavano prima di trasferirsi nelle periferie della città.
A me però piacevano le ragazze mentre a Pierpaolo i ragazzi come d’altronde anche a Dario Bellezza, il miglior poeta della nuova genereazione lo definiva Pasolini che scrisse questa sublime poesia:

Supplica a mia madre

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti, ciò che è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
Alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
D’amore, dell’amore di corpi senz’anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irremediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma; ora è finita.
Sopravviviamo; ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Dario abitava anche lui in Via dei Pettinari. Da casa spesso assistevo alle sue liti con gli amanti di turno nell’appartamento dirimpetto a qualche piano più sotto.
Con mia madre abitavo in un attico con terrazza adiacente alla chiesa di Trinità dei Pellegrini, mentre Dario viveva in un monolocale al quarto piano. Dal portoncino marrone del suo palazzo uscivano spesso dei ragazzi di borgata che lui, come Pierpaolo, rimorchiava alla Stazione Termini a Ostia o negli altri punti d’incontro degli omossessuali di quegli anni Settanta. Al Circo Massimo tra i cespugli avvenivano gli incontri.
Ormai io col passare degli anni ero diventato un bel ragazzo, somigliando parecchio a Robert De Niro nel film il Padrino parte seconda. Era quindi inevitabile per me evitare Dario mentre per lui era di certo un piacevole incontro. Pur essendo un amico di mia madre, Dario mi stava dietro ma sempre con il dovuto rispetto. Una sera di sabato, durante la movida dei fine settimana, mi presentò il Gobbo: un cartomante polacco che aveva il banchetto all’entrata di Piazza Navona. Dario mi offrì una lettura dei tarocchi. Le carte parlavano chiaro e non mentivano. Nella vita avrei fatto lo scrittore e soprattutto piacevo molto sia alle donne che agli uomini e comunque me ne ero già accorto da solo.
Quando Dario morì di AIDS anni più tardi, mi ero già trasferito altrove da quel quartiere romano dove era ubicato il salotto della cultura nostrana degli anni Settanta.

Una poesia in ricordo di Dario Bellezza:

Sesso
Niente si offre per l’ultima volta,
perché tutto dopo il sonno ricomincia.
si riforma il seme dei ragazzi. Le
polluzioni sono infinite. Compagni,
ragazzi morituri, orfani matricidi
spegnete la sete che è in me d’amore
deluso in questi versi rattrappiti.

Sul divano celeste (quasi un puf) del soggiorno, si era accomodato una sera durante una festa organizzata da mamma, Alberto Moravia. Quando entrai nella grande camera in compagnia della mia attraente ragazza di quel periodo, bionda formosa e straniera, Alberto, che stava colloquiando con Adele, lanciò subito un piglio interessato verso la mia compagna.

A differenza di Bellezza e Pasolini a Moravia piacevano le donne. A me neanche mi degnò di uno sguardo durante la festa. Talmente era antipatico. Moravia era già vecchiotto ma si portava gli anni della vecchiaia con stile ed eleganza. I capelli bianchi, il viso abbronzato e il completo da funzionario della RAI, gli rendevano un fascino tutto particolare specie se si aveva letto qualche pagina dei suoi capolavori della letteratura del Novecento. Lo stile di Moravia mi ha sempre attratto ed è ancora annoverato tra i miei scrittori preferiti.
Negli scaffali della libreria di mia madre c’erano tutte le sue opere che io ho letto anche più volte. I racconti romani è la sua opera che ha influenzato un po’ il mio stile di scrittura. Mia madre mi istigava spesso a scrivere dei racconti su Roma, conoscendo la mia esperienza giovanile nella città. Molti anni dopo infatti, come predetto dal Gobbo di Piazza Navona, pubblicai un romanzo dal titolo I Ragazzi della Comitiva, ambientato proprio in quegli anni Settanta nel centro di Roma e in quel salotto della cultura che altro non era che l’attico di Adele Cambria.

Poesia tratta da I ragazzi della comitiva

Castel Porziano

Uscendo dall’eterna Città
percorro il litorale asfaltato
tra il bosco di pini e le dune prominenti
verso l’orizzonte cilestrino,
come una lampada al neon
il lucore mi abbacina la somma veduta
he all’improvviso incute giocondità alla mia vita;
il sole impera sul Tirreno
scottando la pelle sudata
dei reali bagnanti di un castello di sabbia,
cute atree, bronzee ed eburnee
si mischiano al multiculturale di un quadro divino,
lambite da una brezza afosa
e dall’acqua melata di una vetusta sorgente;
l’appetito mi sazia di sapore marino
con una pasta alle vongole
sul poggiolo panoramico di Mario
e il vinello romano smorza in un adagio pucciniano
la mia euforia
di un lieto dì al lido di Castel Porziano.

Dacia Maraini fu invitata da Adele alla festa del suo ottantesimo compleanno. La incrociai all’uscita dell’ascensore. Dallo sguardo da nobildonna come d’altronde anche il suo portamento, non potei che confermare una sua forte antipatia nei miei confronti. Per certi versi non aveva torto… anni prima quando vivevo gli anni di un’adolescenza ribelle, frequentando i coatti dei vicoli e piazze di quel quartiere romano, (in compenso mi fornirono l’ispirazione per scrivere un romanzo) mi capitò di rispondere a una sua telefonata. Da ragazzo di strada in effetti risposi a Dacia in una maniera brusca e sgarbata da mero coatto romano. Lei se la prese e non poco, tanto che andò a reclamare da Adele chiedendole chi fosse quel ragazzino maleducato che le aveva risposto al telefono… anni dopo quel piglio snob stampato nei suoi occhi luminescenti che avevano fatto innamorare Moravia, mi fecero capire che Dacia non mi aveva dimenticato.
Dopo quelle vicende ho spesso pensato che la sua fama di scrittrice derivasse in parte dal fatto di essere stata la seconda moglie di Alberto Moravia. Ma leggendo alcuni dei suoi romanzi, Buio e La lunga vita di Marianna Ucria mi sono ricreduto.
Adele è stata sposata per un decennio travagliato, prima di divorziare, con un inviato speciale tra i migliori in Italia. Bernardo Valli. Durante i miei incontri con lui, stabiliti sia dai suoi viaggi che dalle regole della separazione, conobbi alcuni tra gli intellettuali, giornalisti, registi e scrittori più rinomati della storia italiana del ventesimo secolo.

Leonaro Sciascia lo incontrai di persona per la prima volta quando ero con Bernardo a Piazza Navona mentre pranzavamo in uno dei nostri meeting tra padre e figlio al ristorante “I tre Scalini”. Mi ricordo ancora il suo accento marcato siciliano e i suoi romanzi e film tratti da essi come Il giorno della civetta e Il contesto.

Anni dopo Giuliano Ferrara, sempre in carne e con la stessa barba di oggi ma vestito con i calzoni corti da boyscout, accanto al padre Maurizio funzionario del PCI e giornalista dell’”Unità”.

Durante un piacevole viaggio con Bernardo in Toscana, condito da brevi dialoghi padre-figlio, visitammo la casa di campagna di Tiziano Terzani, ubicata tra le colline intorno Firenze. Tiziano e Bernardo erano stati per anni colleghi e compagni di viaggio per i loro reportage in Asia dove erano corrispondenti per i quotidiani italiani, dal “Corriere della Sera”, “La Stampa” e “Repubblica”. Quando arrivammo alla cascina dei Terzani era già in corso una grigliata con la moglie Angela e i figlio Folco e Saskia, all’epoca ancora adolescenti come me. Tiziano conduceva con maestria il barbeque e come al solito era vestito di un saio indiano di lino bianco. Era sempre allegro, rideva e scherzava e aveva i modi tipici di un turista americano, caciarone ma simpatico. Con Folco e Saskja mi appartai per qualche ora per andare a cercare i funghi nel bosco attiguo alla loro cascina. Erano dolci tutte e due come la loro madre e i funghi che avevamo raccolto. Tiziano lo incontrai poi diverse volte a Roma e una volta nell’atrio dell’Hotel Inghilterra di Via Bocca di Leone, ma era sempre vestito con il saio bianco come un vero guru. Il sorriso era sempre stampato sul suo volto ricoperto di una folta barba canuta. Era in viaggio per la Cina.

Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti. Nessuno può pensare di portarsi a casa un’alba o un tramonto.
Tiziano Terzani

Giovanna Calvino la conobbi grazie a Bernardo durante una vacanza in Tunisia. Italo Calvino era un amico di Bernardo come la moglie dello scrittore Chichita che non ebbi mai il piacere di conoscere.
Con Giovanna invece in quei giorni trascorsi insieme ad Hammamet, instaurai un rapporto stretto di amicizia che per sfortuna nostra non ebbe un seguito. Capitammo insieme durante una passeggiata sulle rive del mare nella città vecchia di Hammamet durante la chiusura e la preghiera della sera. Giovanna si era un pochino spaventata quando in un vicolo della città vecchia che odorava di pelle di cammello, fummo circondati da un gruppo di ragazzini entusiasti che avevano cominciato a toccarci un po’ dappertutto senza sapere che noi occidentali delle grandi metropoli non siamo abituati al contatto fisico. Ma eravamo noi nel torto… me ne resi conto qualche anno più tardi. Giovanna era una ragazza carina, timida ma dolce e soprattutto matura già all’epoca e in quei momenti di panico rinchiusi nella vecchia città araba, ne ebbi la conferma. Qualche giorno prima, mentre andavo a messa nella chiesetta cattolica di Hammamet, venni aggredito da un gruppo di giovanotti che dopo avermi insultato come ‘cane cristiano’ mi rubarono la pagnotta che avevo appena acquistato dal fornaio. L’ostilità tra musulmani e cristiani occidentali era già nell’aria, come si suol dire…
Il padre di Giovanna è stato probabilmente il più grande scrittore italiano del secondo Novecento italiano. Eppure non fu mai il mio preferito, nonostante io abbia letto i suoi romanzi più noti come il Barone rampante e Se una notte d’inverno un viaggiatore. Una maestria incomparabile. Ma il mio gusto mi ha fatto sempre prediligere i romanzi di Moravia e soprattutto di Elsa Morante. La Storia per me rappresenta il modello di romanzo per antonomasia. Calvino spinto da ragioni ideologiche riteneva invece che lo stile della Morante in questo romanzo fosse fin troppo popolare, avendo anche alcune riserve sull’esuberanza narrativa, sulla disuguaglianza degli esiti artistici e sulla pervasiva vena populista, tanto che affermava: un narratore contemporaneo può far ridere o far paura al suo lettore, ma «farlo piangere, no! E a me La Storia ha fatto lacrimare verso la fine, con la morte di Nino e poi di Useppe… non ci posso far nulla e che il padre di Giovanna perdoni la mia semplicità.
Lui un radical chic e io un populista?

Ad Hammamet ci trascorreva le vacanza anche Craxi. Ai fondatori di “Repubblica” non faceva simpatia. Anzi, non si aspettavano che un giorno Craxi venisse sostituito da un nemico peggiore, il cavaliere Berlusconi. Un pomeriggio mentre passeggiavo sulla spiaggia insieme a mio padre e colleghi del suo quotidiano romano, incrociammo Bettino in compagnia delle sue guardie del corpo. Io, che all’epoca ero palestrato e in quel pendente a torso nudo, divenni all’improvviso un cavallo di battaglia di quella partita a scacchi che ormai da mesi si stava disputando a Roma. Uno scontro frontale e fisico (fortunatamente per me) non avvenne sulla spiaggia di Hammamet ma gli sguardi che si scambiarono le due fazioni potevano uccidere se fossero stati di fuoco.
Una mia poesia scritta in quei giorni ad Hammamet:

NORD AFRICA

Un denso lucore, una terra assetata,
beduini dal derma corvino avvolti in candidi drappi,
la mia somma veduta dell’Africa;
Da un niveo abituro
e un brolo capace
di sponda al mare,
scorgo l’annosa contrada dell’araba primavera
mentre sorseggio un tè
tra empi pescatori siculi che taffiano cushcush;
Contemplo i toni infiniti
di un tramonto africano,
percependo il clamore ribelle
di mori saraceni nei vicoli della Medina;
Un dì, montando il mio cammello
come un principe del deserto e
peregrinando nei primordi del Sahara,
tra dune di sabbia levigate
e riflesse dal sole rovente
e ruvide folate nella volta cerula,
scorgo l’attolo eliso
adorno di palme e scaturigine;
L’oasi non la reputo un miraggio
ma la visione onirica di una fausta esistenza.

E che dire di Aldo Moro? Con mio padre, nei nostri saltuari incontri, o andavo al ristorante o al cinema. Prediligevamo film Western dove lui sapeva in cuor suo di recuparare il sonno perso durante i lunghi viaggi di lavoro. Un pomeriggio decidemmo di andare a vedere Con grazia ricevuta di Nino Manfredi al cinema Adriano a Piazza Cavour. Nel buio non mi accorsi che il mio vicino di sedia era il ministro Moro. Dormivano entrambi, l’inviato speciale del Corriere della Sera e l’uomo politico della DC. Qualche mese dopo Aldo Moro venne rapito e poi ucciso dalle Brigate Rosse. Anni dopo la femminista Adele Cambria presentava il libro della brigatista Barbara Balzarani che aveva appena finito di scontare la pena per aver partecipato al rapimento, alla Casa Internazionale delle Donne a Via della Lungara a Roma.
Le casualità del destino?

Marco Panella invece era un caro amico di Adele e un collega di Bernardo. A differenza di quest’ultimo (ex coniuge e padre degli stessi due figli) si degnò ad andare a rendere omaggio alla salma di mia madre al Fatebenefratelli di Roma, dopo la sua scomparsa nel 2015, dove restò da solo con lei a dialogare per qualche minuto. Non so che cosa le disse ma probabilmente un arrivederci dato che qualche anno dopo la raggiunse nell’aldilà.
Marco era stravagante e spesso non veniva preso sul serio dai suoi interlocutori perché quando cominciava a parlare era come se cantasse un’aria dalla Tosca di Puccini e ai giornalisti quando discutono a tavola di politica, la musica romantica non piace.

Eugenio Scalfari andrebbe considerato come il caporedattore di Bernardo per antonomasia. Amici e colleghi dal giorno della nascita di “Repubblica”. Non ho mai avuto il dispiacere di conoscerlo, perché mi ha sempre ispirato una certa diffidenza e antipatia, eppure ho letto due volte di seguito Le affinità elettive di Goethe

Mentre con Sandro Viola ci siamo sempre attratti. A Parigi mi portava nei caffè della città che conosceva come le sue tasche dei suoi eleganti vestiti che si faceva cucire su misura dai sarti più alla moda di Roma. Una volta l’accompagnai dietro il Colosseo dal suo sarto personale a farsi cucire un completo. Sandro ci sapeva fare con tutti ed era una persona di tatto.
Nell’appartamento di Bernardo sulla Rue de Rennes cucinava una cuoca umbra straordinaria che avrebbe meritato almeno tre stelle sulla guida Michelin. Maria era una mera chef e nella capitale francese, coloro che erano andati a cena in quel salotto culturale di Rue de Rennes, lo sapevano. Sandro Viola compreso. Qualche anno fa dopo la sua scomparsa ricevetti una telefonata di una ragazza toscana che nei cassonetti dei rifiuti aveva trovato un diario di un certo Sandro Viola dove veniva nominato più volte Bernardo Valli ed Eugenio Scalfari. Le consigliai di mandarlo per posta alla redazione di “Repubblica” dove sia il Viola che il Valli erano stati tra i fondatori.

Anche il Presidente della Reppublica Giorgio Napolitano, quando era ancora un uomo politico del PCI, ebbe il piacere di degustare il risotto alla umbra di Maria. Io ero lì quella sera ma da spettatore in compagnia di un doberman pinche di origine asiatica, Happy.

Per concludere una mia poesia inedita:

PADRE E FIGLIO

Padre e figlio
insieme
trent’anni dopo
un’esistenza tribolata;
solidali nel lasso
dal nascimento al sonno eterno,
nel fugace ritrovo
di una solennità familiare.
Nessun cruccio
nessun cozzo
nessun tra loro;
nel focolare domestico
indi tramandato
alla progenie.

:: Il sogno infranto di Valentina di Fulvio Drigani

30 aprile 2019

treno

Padre e figlia si riabbracciarono felici. Erano mesi che non si vedevano.

– Valentina! Sono molto contento di vederti.
– Anch’io, papà.
– Come ti trovi a Rotterdam?
– Bene, molto bene – rispose lei con un gran bel sorriso – I corsi mi piacciono molto. Penso che passerò gli esami.
– Brava! – esclamò il padre, con evidente orgoglio – Quanto tempo starai qui?
– Molto poco, papà, e mi dispiace, ma ho tante cose da fare e un giorno l’ho già passato da mamma. Certo che se non vi foste separati, sarebbe stato tutto più semplice.
– Ma è andata così – disse lui allargando sconsolato le braccia – Siamo stati bene insieme quando i tempi erano difficili e ora, che avremmo potuto goderci la vita, ci siamo venuti a noia.
– Non sei sincero, papà. Tu non l’avresti fatto di sicuro. È stata lei che è andata fuori di testa. Dì la verità.
– Non parlare così di mamma! – rispose lui con veemenza – È difficile in questi casi stabilire chi ha torto e chi ha ragione. A un certo punto le cose si aggrovigliano e non riesci neanche a capire il perché.
– Sarà, ma adesso siete infelici tutti e due. Tu non hai più la donna che amavi e lei, che non aveva capito cosa avrebbe perso, si è ora pentita di quello che ha fatto.
– Dici sul serio? – sembrò colpito dalle parole della figlia.
– Te l’ho detto! Sono appena stata un’intera giornata con lei.
– Dai, lasciamo perdere queste cose – ribatté lui con fare sbrigativo – e andiamo a mangiare, che è meglio.
– Va bene, papà, ma promettimi di chiamarla. Secondo me, lei non aspetta altro.
– Non so se lo farò. Ormai la ferita si sta rimarginando.
– Non ne sarei così sicura, se fossi in te – alla ragazza brillarono gli occhi – Ti giuro che lei è lì che si sta rodendo il fegato per quello che ha combinato e so bene che, sotto sotto, stai male anche tu.
– Ci penserò.
– Dai, papà, ti prego – lo supplicò Valentina.

Finita la cena, padre e figlia tornarono dal ristorante a casa tenendosi sottobraccio, felici di stare insieme. Si accomodarono sul divano e guardarono per un’oretta vecchie foto di quando lei era piccola, fino a quando Valentina non se ne andò a dormire.
L’uomo rimase quindi solo nella grande sala. Dopo alcuni minuti passati con gli occhi fissi nel vuoto, si alzò dal divano, andò in cucina e si versò un goccio di limoncello. Tornò a sedersi, questa volta in poltrona, e cominciò a sorseggiare il liquore, assorto nei suoi pensieri. Trascorse così almeno un quarto d’ora. Centellinava le gocce ad una ad una.
Improvvisamente, come colto da una sorta di frenesia, posò con rabbia il bicchierino sul tavolino, si alzò di scatto, spense le luci e corse in studio. Accese il computer, entrò nella sua casella di posta e scrisse alla moglie.

Il padre di Valentina arrivò nella grande stazione con un mazzo di fiori in mano e raggiunse la testa del binario. Il treno stava arrivando, ma decise di non andare incontro a sua moglie lungo il marciapiede. Con tutta quella gente che sarebbe scesa, c’era il rischio di non incrociarsi. Aspettò lì, dov’era arrivato, in mezzo alla piccola folla dei parenti e amici.
Passarono alcuni minuti e sua moglie scese dalla terza carrozza, emozionata come lui. Le sembrava di essere tornata indietro di venticinque anni e si sentiva nuovamente una ragazza in cerca d’amore. Era stata stupida a lasciarlo, pensava, ma lui aveva le sue colpe. L’aveva fatta troppo ingelosire, anche se, ora ne era quasi certa, quel matto del suo uomo non aveva combinato ciò che lei aveva sospettato. Tutta colpa del suo dannato lavoro di impresario teatrale che gli faceva incontrare tante donne e del fatto che gli piaceva pavoneggiarsi in loro compagnia. Era fatto così. Un vero e proprio bambinone. Ma sua figlia l’aveva tenuta aggiornata e le aveva garantito che lui non aveva una relazione quando lei se n’era andata e che, anche dopo, non si era legato con nessun’altra.
Si era però ripromessa di non parlare con lui del passato. Adesso bisognava pensare al futuro. Quando aveva accettato l’invito, pur avendo provato un certo piacere, non aveva subito realizzato fino a che punto fosse disposta a spingersi. L’aveva capito solo dopo, quando, con molta cura, aveva scelto il profumo e la biancheria intima. Si era in quel momento resa conto di fremere nuovamente di desiderio e di sperare, nel profondo, che le cose finissero in modo molto romantico. Si era allora fatta più bella all’ultimo minuto, tingendo e acconciando i capelli proprio come piaceva a lui, e ora ringraziava in cuor suo Valentina che l’aveva spinta su quella strada. C’era voluta una figlia ventenne per spiegarle che ancora si poteva credere nell’amore.
Cominciò a camminare sul marciapiede, in uno stato di crescente trepidazione. Quando era ormai giunta all’altezza della prima carrozza, suo marito la vide e, sorridendo, fece l’atto di andarle incontro. In quell’attimo, però, la folla alla sua destra ondeggiò e molti cominciarono a fuggire, urlando. Udì degli spari, raffiche furiose e molto ravvicinate, ma continuò ad andare verso di lei. Improvvisamente, però, sentì un forte bruciore all’addome, si accorse che non riusciva più a camminare e gli sembrò che sua moglie svanisse in lontananza. Gli occhi gli si appannarono e cominciò a vacillare, mentre un dolore penetrante cresceva  all’altezza dello stomaco. Si toccò e vide con orrore la sua mano intrisa di sangue. Cadde in ginocchio e poi a terra. Imprecò. No, non poteva finire così! Perché stava accadendo proprio a lui che voleva ancora amare, che credeva nella vita, che adorava Valentina? Non poteva accettare che un odio fanatico e cieco l’avesse raggiunto proprio vicino a casa, a un passo da sua moglie che finalmente tornava da lui. Se c’era un dio doveva dargli ancora del tempo, sì, del tempo! Un futuro, per l’amor del cielo, uno straccio di futuro!
Il sangue intanto colava copioso e una larga chiazza scura si era ormai formata sul marciapiede. Cercò di rialzarsi ma il corpo non rispondeva più. Sentì una grande confusione intorno a sé, urla, mani che lo afferravano e riuscì ancora, come in un sogno, a vedere sua moglie mentre si chinava su di lui, gli occhi terrorizzati, lo sguardo disperato.
Era bella anche così, pensò, come non mai.
Poi più niente, solo silenzio e buio.

Fulvio Drigani si è dedicato alla scrittura negli ultimi anni dopo un’attività manageriale che lo ha portato a vivere all’estero per buona parte della sua vita. Innumerevoli sono i Paesi in cui è stato, ma i luoghi dove ha vissuto di più sono l’Olanda, la Turchia, la Germania, la Polonia, Londra, la Grecia, il Giappone, gli Stati Uniti e perfino la giungla sudamericana. Ora abita in Italia, a Frascati. A Febbraio, è uscito il suo primo romanzo, #ColVentoInPoppa, e, subito dopo, ha cominciato a pubblicare racconti. Recensisce anche libri per un circolo letterario. Maggiori informazioni su di lui si possono trovare nel sito http://www.fulviodrigani.com.

:: Vagoni gialli di Orazio Turrisi

19 aprile 2019

immagine treno

Quando papà torna a casa, di rientro dai campi, sono le quattro del pomeriggio e il treno dai vagoni gialli fischia forte, fermandosi nella stazione di sotto lungo la vallata.
Quando papà torna a casa, entra in cortile con l’apecar, scende dal mezzo e scalcia contro un gradino per levarsi la terra da sotto gli scarponi.
Quando papà torna a casa, e fa le scale per raggiungere la porta d’ingresso, corro verso la mia camera, mi ci chiudo dentro e faccio finta di fare i compiti.
Quando papà torna a casa, entra con in braccio il fagotto dei suoi vestiti sporchi, sbatte la porta dietro di lui, e quel tonfo acuto mi scuote forte la pancia.
Quando papà torna a casa, aspetto che passi davanti alla mia porta chiusa, mi tappo le orecchie con entrambe le mani e tengo gli occhi premuti, sperando che non apra.
Quando papà torna a casa, dopo qualche minuto devo andare in cucina a salutarlo, dandogli un bacio sulla guancia perché la mamma dice che si fa così.
Quando papà torna a casa è sempre nervoso e se la prende prima con la mamma e poi con me; l’odore del suo sudore si confonde con il profumo aspro dei limoni.
Quando papà torna a casa e si arrabbia con me senza motivo, vorrei spaccargli la faccia con la pompa della mia bicicletta così da farlo smettere di abbaiare.
Quando papà torna a casa mi sento uno scemo, e vado alla finestra della mia camera, spalanco le ante, mi metto con i gomiti sul davanzale e appoggio il viso sulle mani.
Guardo le nuvole volare sopra di me e il treno delle quattro e cinque ripartire, attraversare gli spazi vuoti fra una pianta di ulivo e l’altra, smuovere le foglie scosse dal suo passaggio; e penso che un giorno, quando sarò grande e il mio salvadanaio sarà
pieno di monetine, comprerò il biglietto per salire su uno di quei vagoni gialli, senza più tornare a casa.

Orazio Turrisi è nato a Giarre, in provincia di Catania, ha 39 anni ed è laureato in Ingegneria Elettrica. Scrive racconti da sempre e da un anno sta perfezionando la sua formazione alla scuola di scrittura di Raul Montanari. Vive a Milano, dove lavora come project manager in una società di gestione della rete gas. Da sempre appassionato di letture, gli scrittori a cui si ispira sono i classici della letteratura italiana e siciliana in particolare come Sciascia, Bufalino e Sapienza.

:: Il giorno più importante della vita di Fabio di Fulvio Drigani

19 marzo 2019

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Fabio si era alzato presto quella mattina, aveva passato parecchio tempo a scegliere i vestiti che avrebbe poi indossato ed era rimasto più del solito anche in bagno. Si era rasato accuratamente e si era guardato a lungo da vicino nello specchio. Non c’erano segni esteriori di cambiamento e anche quella mattina era proprio lui, senza dubbio. Eppure stava per succedere qualcosa di incredibile e doveva arrivare ben preparato all’appuntamento più importante della sua vita. Quell’uomo mite che era sempre stato stava per trasformarsi in un assassino.

Non l’avrebbe mai immaginato e certo non l’avrebbero mai pensato i suoi genitori, la maestra delle elementari che gli aveva voluto tanto bene e i suoi colleghi. Anche sua moglie, che ormai lo detestava, l’avrebbe sempre creduto incapace di fare una cosa del genere. Però era proprio così e non c’era più niente da fare. Aveva pensato a tante altre soluzioni, aveva cercato di uscirne in un modo diverso, ma al punto in cui era arrivato l’unica cosa da fare era uccidere Luisa.

Odiava quella donna, ormai, non meno di quanto non continuasse ad amarla. L’aveva stregato fino a farlo diventare un suo schiavo. Per tanto tempo aveva cercato di usare con lei il cervello, quella razionalità che, pensava, lo avrebbe sempre protetto dalle insidie della vita, ma invano. Senza che all’inizio neppure se ne rendesse conto, era stato un terribile crescendo. Luisa aveva prima avuto in regalo dei fiori, poi cene di lusso, ultimi modelli di smartphone, abiti firmati e tante altre cose ancora. Ora, ne era certo, avrebbe trovato anche il modo di mettere le mani sui suoi risparmi e avrebbe finito col prendersi anche la casa. Come lei ci riuscisse, Fabio continuava a non saperlo. Ogni volta gli sembrava di aver la situazione in pugno o di poter almeno contenere le sue richieste ma, alla fine, con qualche sorriso, negandosi spesso e offrendosi al momento opportuno, lei lo aveva sempre piegato alla sua volontà e lui aveva finito col soddisfare tutti quei desideri, ottenendo ben poco in cambio.

Luisa era stata anche la causa dell’insanabile deterioramento del suo rapporto con Marta, sua moglie, così diversa da quell’altra donna, così mite, forse troppo, tanto da fargli dimenticare nel tempo cosa può diventare il rapporto fra un uomo e una donna se c’è malafede. Si era così anche alienato la simpatia dei figli, che lo vedevano ormai mal volentieri, che solidarizzavano con la madre e che non lo stimavano più. Anzi, lo consideravano un vecchio stupido e vanesio travolto a cinquant’anni da una relazione in cui era stato solo preso in giro. Anche sul lavoro non era più la stessa cosa. Troppe assenze, troppe telefonate che non finivano mai e il suo rendimento era calato in maniera ormai preoccupante.

Oggi, però, tutto sarebbe cambiato. Fabio era determinato ed era sicuro che sarebbe riuscito a ucciderla. Lei non poteva neanche immaginare una cosa del genere e addirittura lo aspettava con ansia perché gli aveva estorto la promessa di un ultimo, costoso regalo. Sarebbe quindi stata subito presa dall’eccitazione di aprire quel pacchetto e non si sarebbe neanche accorta del fatto che lui stesse estraendo il coltello alle sue spalle.

Fabio non sapeva però se l’avrebbe fatta franca. Aveva certo un buon piano ma, agitato com’era, non era in grado di valutarne con lucidità i punti deboli. Avrebbe parcheggiato la macchina in un’altra via, lontano dalle telecamere che aveva visto in zona, sarebbe salito senza farsi notare in quel palazzo privo di portineria e, entrando, le avrebbe dato subito il pacchetto, per poi cogliere l’attimo successivo in cui lei si sarebbe chinata sul tavolo per aprirlo. Non lo conoscevano in quello stabile, con Luisa si era quasi sempre incontrato altrove e il paio di volte che erano andati insieme da lei era stato di notte e non avevano incrociato nessuno. Aveva anche pensato di lasciare il cellulare a casa per evitare che si potesse successivamente ricostruire il suo percorso.

In ogni caso, la polizia lo avrebbe comunque rintracciato per via delle tante telefonate fra di loro registrate nel cellulare di Luisa e avrebbe poi facilmente trovato dei riscontri sulla loro relazione. Sarebbe stato quindi di sicuro convocato ma sperava che non avrebbero trovato prove concrete contro di lui e che se la sarebbe pertanto cavata. Non ne era tuttavia sicuro e temeva di lasciare qualche impronta digitale anche se, con la scusa del freddo invernale, avrebbe sempre girato coi guanti. Doveva in ogni caso ricordarsi di non toglierli una volta entrato nell’appartamento ed era per questo che, con lo stratagemma del regalo, voleva ucciderla il più presto possibile sperando che qualcosa, nel frattempo, non andasse storto.

Ogni tanto, però, Fabio pensava anche che non sarebbe stato poi così tragico se lo avessero scoperto e condannato. La sua vita era diventata uno schifo, se ne rendeva conto, e se lo avessero scoperto avrebbe accettato il carcere con fatalismo. Forse, lì avrebbe pian piano imparato di nuovo a vivere e poi poteva pagarsi un buon avvocato per ottenere una riduzione di pena e tornare presto in libertà. Una volta uscito, sarebbe forse stato una persona diversa. Era comunque questa una giustificazione che si dava per farsi coraggio ma, in realtà, preferiva non essere preso.

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Uscì nel freddo mattutino e arrivò a destinazione parcheggiando proprio nel posto giusto. Scese dalla macchina e si incamminò verso il palazzo di Luisa. Doveva solo percorrere una piccola strada fra alti condomini e poi girare a destra nel viale dove lei abitava. Il suo palazzo era il terzo di quell’isolato e Fabio avrebbe così evitato le telecamere di una banca che si trovava al piano terra del quarto stabile.

Quando arrivò proprio all’angolo fra la piccola strada e il viale, istintivamente si fermò. Aveva avuto improvvisamente paura e fu colto dall’istinto di fuggire. Si guardò intorno. Sapeva che era stupido fermarsi proprio lì e, anche se gli tremavano le gambe, aveva ormai deciso che quella era l’unica soluzione e che doveva andare avanti. Fece allora uno sforzo sovrumano e girò l’angolo. Ora era sul viale e camminava spedito. Era come un astronauta sulla rampa di lancio, non poteva più tornare indietro.

Tuttavia, mentre si avvicinava, si chiedeva preoccupato perché ci fosse un assembramento di persone proprio davanti all’ingresso del palazzo. Quando fu vicino notò anche un poliziotto e, parcheggiata un po’ più avanti, un’ambulanza. Arrivò trafelato e si mischiò alla piccola folla. C’era una signora davanti a lui alla quale chiese:

  • Cos’è successo?
  • Uno sconosciuto ha ucciso una donna! È rimasto nell’appartamento, ha chiamato lui la polizia e lo hanno appena portato via
  • Abitava al terzo piano – si intromise un’altra donna, curiosa e invadente – Era molto vistosa, forse troppo, con tutti quei capelli ricci, sempre truccatissima e con le gonne molto corte, ma non dava confidenza a nessuno. Ho provato a attaccar bottone ma lei non ha mai voluto darmi corda. Chissà che vita faceva?

Non é possibile, gridò Fabio dentro di sé, è Luisa!

Gli venne l’istinto di correre dentro gridando il suo nome. Capì in tempo che era assurdo e stupido. La mano nella tasca del cappotto stringeva ancora il coltello.

Fu preso allora da un furore indicibile.

Era stato il secondo uomo di sua moglie, portiere di riserva nella squadra del paese, solo vice capo ufficio, mai primo, neanche a scuola e neppure a quel concorso sul quale aveva puntato tutte le sue carte, e ora uno sconosciuto lo aveva reso anche assassino di riserva! Chi era quell’uomo che aveva percorso, prima di lui e senza che Fabio se ne rendesse conto, il calvario di una relazione con Luisa e che gli aveva rubato il giorno più importante della sua vita?

Si staccò dalla folla, confuso e sbandato, e si appoggiò con una mano a un albero del viale. Con l’altra continuava a stringere il coltello nella tasca del cappotto.

Che faccio, ora?, si chiese.

Solo in quel momento si rese finalmente conto che non sarebbe più diventato un assassino e che la polizia non lo avrebbe mai cercato. Non era un reato pensare di uccidere qualcuno, altrimenti saremmo tutti in carcere, bisognava farlo davvero.

Era libero! Mai in vita sua come in quel momento. La polizia non lo avrebbe braccato e non c’era comunque più, per sempre, quella sanguisuga dell’amante.

Si guardò in giro e si accorse solo in quell’istante che era una giornata di sole. Fu pervaso da un senso di leggerezza. Entrò in un bar e si offrì un prosecco.

Fulvio Drigani si è dedicato alla scrittura negli ultimi anni dopo un’attività manageriale che lo ha portato a vivere all’estero per buona parte della sua vita. Innumerevoli sono i Paesi in cui è stato, ma i luoghi dove ha vissuto di più sono l’Olanda, la Turchia, la Germania, la Polonia, Londra, la Grecia, il Giappone, gli Stati Uniti e perfino la giungla sudamericana. Ora abita in Italia, a Frascati. A Febbraio, è uscito il suo primo romanzo, #ColVentoInPoppa, e, subito dopo, ha cominciato a pubblicare racconti. Recensisce anche libri per un circolo letterario. Maggiori informazioni su di lui si possono trovare nel sito http://www.fulviodrigani.com.