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:: Il giorno più importante della vita di Fabio di Fulvio Drigani

19 marzo 2019

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Fabio si era alzato presto quella mattina, aveva passato parecchio tempo a scegliere i vestiti che avrebbe poi indossato ed era rimasto più del solito anche in bagno. Si era rasato accuratamente e si era guardato a lungo da vicino nello specchio. Non c’erano segni esteriori di cambiamento e anche quella mattina era proprio lui, senza dubbio. Eppure stava per succedere qualcosa di incredibile e doveva arrivare ben preparato all’appuntamento più importante della sua vita. Quell’uomo mite che era sempre stato stava per trasformarsi in un assassino.

Non l’avrebbe mai immaginato e certo non l’avrebbero mai pensato i suoi genitori, la maestra delle elementari che gli aveva voluto tanto bene e i suoi colleghi. Anche sua moglie, che ormai lo detestava, l’avrebbe sempre creduto incapace di fare una cosa del genere. Però era proprio così e non c’era più niente da fare. Aveva pensato a tante altre soluzioni, aveva cercato di uscirne in un modo diverso, ma al punto in cui era arrivato l’unica cosa da fare era uccidere Luisa.

Odiava quella donna, ormai, non meno di quanto non continuasse ad amarla. L’aveva stregato fino a farlo diventare un suo schiavo. Per tanto tempo aveva cercato di usare con lei il cervello, quella razionalità che, pensava, lo avrebbe sempre protetto dalle insidie della vita, ma invano. Senza che all’inizio neppure se ne rendesse conto, era stato un terribile crescendo. Luisa aveva prima avuto in regalo dei fiori, poi cene di lusso, ultimi modelli di smartphone, abiti firmati e tante altre cose ancora. Ora, ne era certo, avrebbe trovato anche il modo di mettere le mani sui suoi risparmi e avrebbe finito col prendersi anche la casa. Come lei ci riuscisse, Fabio continuava a non saperlo. Ogni volta gli sembrava di aver la situazione in pugno o di poter almeno contenere le sue richieste ma, alla fine, con qualche sorriso, negandosi spesso e offrendosi al momento opportuno, lei lo aveva sempre piegato alla sua volontà e lui aveva finito col soddisfare tutti quei desideri, ottenendo ben poco in cambio.

Luisa era stata anche la causa dell’insanabile deterioramento del suo rapporto con Marta, sua moglie, così diversa da quell’altra donna, così mite, forse troppo, tanto da fargli dimenticare nel tempo cosa può diventare il rapporto fra un uomo e una donna se c’è malafede. Si era così anche alienato la simpatia dei figli, che lo vedevano ormai mal volentieri, che solidarizzavano con la madre e che non lo stimavano più. Anzi, lo consideravano un vecchio stupido e vanesio travolto a cinquant’anni da una relazione in cui era stato solo preso in giro. Anche sul lavoro non era più la stessa cosa. Troppe assenze, troppe telefonate che non finivano mai e il suo rendimento era calato in maniera ormai preoccupante.

Oggi, però, tutto sarebbe cambiato. Fabio era determinato ed era sicuro che sarebbe riuscito a ucciderla. Lei non poteva neanche immaginare una cosa del genere e addirittura lo aspettava con ansia perché gli aveva estorto la promessa di un ultimo, costoso regalo. Sarebbe quindi stata subito presa dall’eccitazione di aprire quel pacchetto e non si sarebbe neanche accorta del fatto che lui stesse estraendo il coltello alle sue spalle.

Fabio non sapeva però se l’avrebbe fatta franca. Aveva certo un buon piano ma, agitato com’era, non era in grado di valutarne con lucidità i punti deboli. Avrebbe parcheggiato la macchina in un’altra via, lontano dalle telecamere che aveva visto in zona, sarebbe salito senza farsi notare in quel palazzo privo di portineria e, entrando, le avrebbe dato subito il pacchetto, per poi cogliere l’attimo successivo in cui lei si sarebbe chinata sul tavolo per aprirlo. Non lo conoscevano in quello stabile, con Luisa si era quasi sempre incontrato altrove e il paio di volte che erano andati insieme da lei era stato di notte e non avevano incrociato nessuno. Aveva anche pensato di lasciare il cellulare a casa per evitare che si potesse successivamente ricostruire il suo percorso.

In ogni caso, la polizia lo avrebbe comunque rintracciato per via delle tante telefonate fra di loro registrate nel cellulare di Luisa e avrebbe poi facilmente trovato dei riscontri sulla loro relazione. Sarebbe stato quindi di sicuro convocato ma sperava che non avrebbero trovato prove concrete contro di lui e che se la sarebbe pertanto cavata. Non ne era tuttavia sicuro e temeva di lasciare qualche impronta digitale anche se, con la scusa del freddo invernale, avrebbe sempre girato coi guanti. Doveva in ogni caso ricordarsi di non toglierli una volta entrato nell’appartamento ed era per questo che, con lo stratagemma del regalo, voleva ucciderla il più presto possibile sperando che qualcosa, nel frattempo, non andasse storto.

Ogni tanto, però, Fabio pensava anche che non sarebbe stato poi così tragico se lo avessero scoperto e condannato. La sua vita era diventata uno schifo, se ne rendeva conto, e se lo avessero scoperto avrebbe accettato il carcere con fatalismo. Forse, lì avrebbe pian piano imparato di nuovo a vivere e poi poteva pagarsi un buon avvocato per ottenere una riduzione di pena e tornare presto in libertà. Una volta uscito, sarebbe forse stato una persona diversa. Era comunque questa una giustificazione che si dava per farsi coraggio ma, in realtà, preferiva non essere preso.

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Uscì nel freddo mattutino e arrivò a destinazione parcheggiando proprio nel posto giusto. Scese dalla macchina e si incamminò verso il palazzo di Luisa. Doveva solo percorrere una piccola strada fra alti condomini e poi girare a destra nel viale dove lei abitava. Il suo palazzo era il terzo di quell’isolato e Fabio avrebbe così evitato le telecamere di una banca che si trovava al piano terra del quarto stabile.

Quando arrivò proprio all’angolo fra la piccola strada e il viale, istintivamente si fermò. Aveva avuto improvvisamente paura e fu colto dall’istinto di fuggire. Si guardò intorno. Sapeva che era stupido fermarsi proprio lì e, anche se gli tremavano le gambe, aveva ormai deciso che quella era l’unica soluzione e che doveva andare avanti. Fece allora uno sforzo sovrumano e girò l’angolo. Ora era sul viale e camminava spedito. Era come un astronauta sulla rampa di lancio, non poteva più tornare indietro.

Tuttavia, mentre si avvicinava, si chiedeva preoccupato perché ci fosse un assembramento di persone proprio davanti all’ingresso del palazzo. Quando fu vicino notò anche un poliziotto e, parcheggiata un po’ più avanti, un’ambulanza. Arrivò trafelato e si mischiò alla piccola folla. C’era una signora davanti a lui alla quale chiese:

  • Cos’è successo?
  • Uno sconosciuto ha ucciso una donna! È rimasto nell’appartamento, ha chiamato lui la polizia e lo hanno appena portato via
  • Abitava al terzo piano – si intromise un’altra donna, curiosa e invadente – Era molto vistosa, forse troppo, con tutti quei capelli ricci, sempre truccatissima e con le gonne molto corte, ma non dava confidenza a nessuno. Ho provato a attaccar bottone ma lei non ha mai voluto darmi corda. Chissà che vita faceva?

Non é possibile, gridò Fabio dentro di sé, è Luisa!

Gli venne l’istinto di correre dentro gridando il suo nome. Capì in tempo che era assurdo e stupido. La mano nella tasca del cappotto stringeva ancora il coltello.

Fu preso allora da un furore indicibile.

Era stato il secondo uomo di sua moglie, portiere di riserva nella squadra del paese, solo vice capo ufficio, mai primo, neanche a scuola e neppure a quel concorso sul quale aveva puntato tutte le sue carte, e ora uno sconosciuto lo aveva reso anche assassino di riserva! Chi era quell’uomo che aveva percorso, prima di lui e senza che Fabio se ne rendesse conto, il calvario di una relazione con Luisa e che gli aveva rubato il giorno più importante della sua vita?

Si staccò dalla folla, confuso e sbandato, e si appoggiò con una mano a un albero del viale. Con l’altra continuava a stringere il coltello nella tasca del cappotto.

Che faccio, ora?, si chiese.

Solo in quel momento si rese finalmente conto che non sarebbe più diventato un assassino e che la polizia non lo avrebbe mai cercato. Non era un reato pensare di uccidere qualcuno, altrimenti saremmo tutti in carcere, bisognava farlo davvero.

Era libero! Mai in vita sua come in quel momento. La polizia non lo avrebbe braccato e non c’era comunque più, per sempre, quella sanguisuga dell’amante.

Si guardò in giro e si accorse solo in quell’istante che era una giornata di sole. Fu pervaso da un senso di leggerezza. Entrò in un bar e si offrì un prosecco.

:: La lettera di Pippo Cutrera di Adriano Fischer

18 dicembre 2018

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Tonia mi aveva svalvolato i cabasisi con questa storia che l’unico modo per vincere il blocco dello scrittore fosse di avere un figlio. Stavamo sorseggiando due mojito al café de mar, ad Acitrezza, un luogo non adatto a gente come noi anzi come me, che per due faraglioni, rum, menta e lime, ti fanno pagare un’enormità.
Era sera, il cielo era polverato di stelle, il raduno di coppiette sul lungomare, le lampare solcavano l’acqua, ambulanti che vendevano bastoni selfie, miscele d’odori gas di scarico e pepata di cozze, faraglioni pigramente immobili.
«Pensaci bene!»
Non mi doveva convincere perché la decisione era ormai già stata presa qualche anno prima al motto “impegniamoci”; e infatti, fino a due giorni prima, c’eravamo andati giù di brutto. Che poi “giù di brutto” non è mica vero!
Degli operai del sesso.
Quando si ha come obiettivo un figlio, quando questo diventa un’ossessione, il sesso perde il suo selvaggio appetito, la voracità animalesca che rende ciechi ai primi contatti, l’istinto della trasgressione, il perdersi dei sensi nell’avvinghiamento che ha un climax galoppante ed euforico. Ecco, sembravamo più due persone che ingegneristicamente, in una catena di produzione industriale, stavano nella fase del montaggio, mettiti così, rimani così, non ti muovere, non troppo, bene, ottimo, perfetto. Andiamo! Non ti fermare, il tempo, il tempo, avanti, tempo, pianooo, pianooo, pianooo, su, su, ci siamo, ok, grande, fatto.
«Ci devo pensare bene?»
Annuisce soddisfatta.
Che cosa voleva dire, cosa c’era di sotteso, e perché doveva farmi sentire un idiota quel pensaci bene!?
Qualcosa mi balenò in testa in quel momento. C’era una vecchia scuola di pensiero, che condividevo interamente, secondo la quale il letto, dopo tanti anni, era il posto peggiore in cui fare sesso e che, anzi, impigriva gli spermatozoi che non sembrerebbero tanto invogliati a lavorare. Ci vorrebbe vivacità, ecco, allegrezza. La stessa che si viveva i primi giorni, i primi mesi di rapporto, quando sesso si faceva in macchina, sia dentro che sul cofano, quando, certo, la macchina ha un cofano, in spiaggia, in acqua, sugli scogli.
Ad esempio – qui arriva il punto della questione – a Tonia e a me eccitava tantissimo farlo nei bagni dei ristoranti, più il ristorante era caro e fighetto, più la sfida diventava stimolante. Il vincerla poi ci restituiva un senso di orgoglio che non si riusciva a spiegare. C’erano tanti ostacoli e tabù da infrangere e, soprattutto, era consigliabile attivarsi quando non si era né troppo pieni, dopo l’antipasto sarebbe stato perfetto, né troppo ubriachi, il rischio era la degenerazione, perdere il controllo, cioè anche il sesso è una cosa seria.
«Hai capito quello che voglio dire?»
«Forse ma…»
Forse ma, cosa? Non ero così sicuro. Tonia negli anni è cambiata, è diventata donna, non che prima fosse un uomo, o uno scimpanzé, ma le donne, è vero, con gli anni abbandonano molto più facilmente il bambino che è dentro ognuno di noi. Adesso, al di fuori di ogni metafora, la prole è qualcosa di altro, qualcosa tipo una propaggine, ecco. L’uomo, al contrario, qualunque obiettivo abbia da raggiungere, si fa accompagnare da una sua versione nana, ingenua, innocente, puerile, che vuole sorprendersi, e questo per attutire meglio i colpi inferti dalla vita, perché è un bambino che riesce a ridurre tutto in un gioco.
«Vuoi andare in bagno, magari?» domando a bruciapelo.
Tonia scrolla le spalle
«In bagno?»
«Sì, in bagno, capisci a me!»
«Io non devo andare in bagno»
«Sei sicura?»
«Perché credi debba andare in bagno?»
«Anch’io! Verrei con te»
«Anche tu devi andare in bagno?»
«No, io non devo andare in bagno»
«Allora perché vuoi che ci vada io?»
«Io, io non è che voglio che tu vada in bagno, ti ho detto se… ecco, vuoi chiuderti un po’ in bagno».
«Mi stai dando della pazza, forse?»
«Noooo! Se fossi pazza non ti direi di chiuderti in bagno, ma in una clinica»
«Quindi chiudermi in bagno, sarebbe il tuo modo per dirmi di chiudermi in una clinica?»
Ecco, con tutto l’amore possibile, un uomo e una donna non hanno bisogno di un figlio ma di un arbitro.
«Lasciamo stare, Tonia».
Certe volte, questa era una di quelle, quando discutevo con Tonia mi sentivo la testa pulsare, la sensazione era che se non facevo qualcosa mi sarebbe scoppiata tra le mani. Bisogna capire quand’è il momento di cambiare il discorso, di battere in ritirata. Era evidente che Tonia aveva rimosso i primi mesi di relazione. Non avrei dovuto stupirmi, era una cosa assolutamente naturale e che aveva investito tanti altri aspetti della nostra relazione.
«Non credo allora di avere capito, Tonia»
Tonia si avvicina la sedia al tavolo, felice che io non avessi capito e soprattuttofelice che, adesso, potessi pendere dalle sue labbra.
«Me l’ha detto la dottoressa Messina Galli Mazzese, e mi ha illuminato…»
«Chi è questo codice fiscale vivente?»
«La mia dottoressa»
«La tua dottoressa?»
«Sì, la ginecologa, possiamo continuare?»
«Ma non si chiamava Troina, cos’è, era troppo corto il cognome?»
«No, l’ho cambiata, troppo antica»
«Tonia, ma è la sesta. Vuoi forse aprire un reparto ginecologico, per Dio?»
«Vuoi ascoltarmi, per piacere?»
Annuisco sì ma con un cerchio d’irritazione sulla testa.
«Alla dottoressa Messina Galli Mazzese chiaramente ho spiegato tutto, capisci? tutto tutto tutto…»
«No, tutto! cosa vuoi dire con tutto?»
«Tutto, Fil, tutti i tuoi problemi»
«quando mi chiami Fil c’è qualcosa di cui vuoi farti perdonare. Cosa precisamente?»
«Non mi devo fare perdonare nulla. Per i tuoi problemi alludo al blocco dello scrittore, chi non riesce a scrivere da tanti anni e…»
«Due, che tanti!»
«Vabbè uguale»
«Non è uguale»
«Ok, e comunque abbiamo parlato del tuo blocco dello scrittore e…»
«Con la dottoressa?»
«Sì, scusa chi più di lei!»
«Non so, a me verrebbe da dire, così la sparo, uno psicologo!»
«Io ti pregherei di attenerti alla questione principale che è di particolare importanza… sei d’accordo?»
Annuisco ma sempre controvoglia.
Avevo notato, forse sarà stata la solita suggestione, che attorno a noi diverse coppie si fossero azzittite per ascoltare la nostra discussione. Non soffro di manie persecutorie ma simulavano malissimo indifferenza e poi… sì, e poi non avevano figli appresso.
«Ascoltami bene! da quanto tempo hai questo benedetto blocco?»
«Perché sarebbe benedetto, vuoi dire che è un bene che abbia il blocco, vuoi dire… »
«Era solo un modo di dire. Da quanto tempo, Fil?»
«Due anni, ti ho appena detto»
«Bene, molto bene, e da quanto tempo è che proviamo ad avere un figlio?»
«Tre almeno!»
«E No, No, Pippo! Scusa eh! Sono esattamente due, due anni»
Si abbandona sulla sedia, allarga le braccia con quel suo modo insopportabile di fare quando crede di sentire scempiaggini.
«Ma non è vero!»
«Ah no?Non è vero? E, secondo te, da quando decorrerebbero i nostri tentativi di rimanere incinti?»
«Incinti? Cioè se ci proviamo, siamo in due, se ci riusciamo sei da sola? Sintesi perfetta del rapporto fra uomo e donna!»
«Blablabla! Non hai risposto alla mia osservazione»
«Forse perché alle osservazioni non c’è bisogno di rispondere. Penso ad ogni modo che il momento decorra da quando abbiamo deciso di provarci».
«Bello lui, vedi, sbagliato! Bello lui, quelle sono parole! occorrono i fatti come dice la dottoressa Messina Galli Mazzese, fatti…»
«Un tempo si faceva sesso ed era un fatto, se poi se ne faceva tanto, erano tanti fatti. E noi abbiamo fatto tanti fatti!»
«Non è così!»
«No? Ebbè un tempo si faceva così»
«Quando le cose non vanno come devono andare, una persona si deve fare aiutare»
«Io te l’ho sempre detto che ti devi fare aiutare da qualcuno!»
«Da uno specialista!»
«E sì, certo, da uno specialista»
«Parlo del tuo urologo»
«Oddio, dottor Ivo Giarrusso, il boia dei cazzi!»
«Esatto! Quindi, ci abbiamo provato concretamente nel momento in cui ti sei operato al varicocele, da lì! Pertanto due anni»
«Ah, un po’ forzata come datazione. Allora potremmo anticipare di qualche mese, quando mi hai costretto a fare lo spermiogramma. Esperienza terribile. Mai fatta una sega a comando!
Il cameriere, vuoi la coincidenza, ci si para davanti sulla frase sega a comando. Io lo guardo solo per accertarmi se ha sentito le mie parole, cioè non sono pudico, né bacchettone ma come potevo spiegare che non era a lui che mi stavo rivolgendo, che non era da lui che volevo quello che lui rischiava di aver capito?
«Signori» ci domanda, raccogliendo nel frattempo i bicchieri vuoti «desiderate altro?»
«Io bisso»
«Io no» esita Tonia «non si sa mai»
«Benissimo, un mojito allora».
«Non si sa mai perché?» chiedo quando vedo il cameriere allontanarsi.
«Beh, vorrei rimanere lucida, già sono eccitata. Ascoltami, la dottoressa Messina Galli Mazzese mi ha aperto gli occhi. E ti confesso, dice che dipende da te»
«In che senso dipende da me? Questa donna ti ha illuminato perché la butta in culo a me?»
«Ecco qui il mojito, signori» Il cameriere poggia il bicchiere. Sprofondiamo in un silenzio mortificante. Quell’uomo, da quando ci ha visto entrare, ci ha sentito dire esclusivamente: buonasera, sega a comando e in culo a me.
«Spiegami, per piacere, il ragionamento di questa luminare».
«Certamente. La dottoressa Messina Gal…»
«Di nome come fa?»
«Maria Antonietta, perché?»
«Maria Antonietta Messina Galli Mazzese?»
«Sì, la conosci?»
«No… continua»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che quello che occorre per essere genitori è la felicità, no? Il vedere il mondo con occhi diversi, cercare altre prospettive, capisci?»
«La felicità, prospettive?»
«Sì, ecco,la realtà non è quella che il mondo ti restituisce, è quella che tu riesci a creare, a costruire, quella cui tu decidi di credere».
«Sì, certo, sono belle parole, un po’ troppo teoriche».
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che il calo demografico non è dipeso dalla disoccupazione, dall’insicurezza, dall’ Isis o che so io, ma perché nessuno vede più un futuro, capisci? Siamo diventati consumatori dell’esistenza come se questa ci stesse scivolando via irrimediabilmente. Come se non ci fosse un domani, solo un oggi da inghiottire in un boccone. E invece esiste, esiste, capisci che esiste?».
«Esiste, cioè, cosa?»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese dice che figli se ne facevano anche durante la prima e la seconda guerra mondiale. Anzi, il tasso di natalità lì era altissimo, e la gente era poverissima, ci si arrangiava insomma. Eppure, vorrà dire qualcosa?»
«Sì, che la dottoressa Messina Vattelapesca è un’esaltata! Sono cose fuori dal mondo ma poi, insomma, da me cosa vuole questa?»
«La dottoressa Messina Galli Mazzese sostiene che se hai il cervello bloccato, avrai bloccato anche il pisello».
«Un linguaggio clinico, assolutamente»
«No, sono io che ti sto facendo il sunto»
«Ma, per Dio, Tonia, io non ho il pisello bloccato».
Adesso, il cameriere con la guantiera sotto braccio si ripresenta anche lui imbarazzato per la circostanza. Non è colpa sua, è il suo lavoro passare per i tavoli, e soprattutto se il locale è di un certo tipo. Tira un sospirone e ci lascia il conto.
«40 euro…»leggo «ma cosa abbiamo mangiato?».
«Nulla, abbiamo bevuto solamente»
«E poi parliamo di felicità, e di prospettive! Quindi, la luminare immagino ti abbia detto cosa fare, come dovrei comportarmi?»
Tonia si alza, mi ghermisce un polso e mi trascina fuori sul lungomare. Mi tiene ancora e non capisco, forse pensa che scappi. Mi lascia sul muretto, mi dice di sedermi e io obbedisco come ipnotizzato. Mi dice di girarmi verso il mare, così fa pure lei, c’è un orizzonte nerissimo, i faraglioni hanno un’aureola lunare e c’è ancora quella lampara che solca il mare, si vede solo quella specchiarsi sull’acqua, come una lucciola narcisa.
«Cosa vuol dire?»
«Un figlio è creazione, è la natura che si fa arte, è gioia, è la tua eredità, è la testimonianza che tu nel tuo piccolo puoi fare camminare il mondo. Tu allora diventi mondo, e sei vita, e sei vita che crea, che si moltiplica, che perpetua una speranza, e tu sei il creatore di questa speranza».
Io l’ascoltavo, e non distoglievo però lo sguardo da quella striscia, quella retta perfetta che mi tagliava il mondo in due. E le sue parole? Mi irretivano e mi seducevano al tempo. Dopo un tempo che mi parve infinito, ma era appena un minuto, in un intingolo dell’eternità,
«Scrivi a tuo figlio allora, scrivigli una lettera. Liberati. Usa la finzione per comunicare i tuoi desideri, la tua attesa, le tue lotte».
«Una lettera?»
«Una lettera!».

Adriano Fischer, 40 anni, vive a Catania.
Autore di romanzi e insegnante di diritto, ma soprattuto avido lettore.
E come da testo, parco di parole.

:: Che cos’è la felicità? di Irene D’Arminia

27 novembre 2018

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Era arrivato l’autunno, o meglio quel momento in cui non sai se effettivamente sia finita l’estate e devi fare il cambio di stagione o devi aspettare un altro po’ perché ti ricordi che abiti in Sicilia e l’autunno non esiste.
Settembre, il mese amato da tutte le mamme, che con un sorriso a 360 gradi si alzano prestissimo il primo giorno di scuola perché sanno che da quel momento fino a maggio durante le mattine regnerà la pace! Almeno fino a pranzo.
Il mese odiato da tutti gli studenti, che da quel momento inizieranno il calvario, la scuola.
Poi ci sono loro, i bambini di prima elementare una categoria a parte, gli euforici; quelli che hanno passato tutto il mese di agosto e i primi di settembre a scegliere le cose da portare a scuola, ripeto scuola non più asilo! Sarà questo passaggio che li fa eccitare. Il fatto di diventare grandi, di iniziare la “scuola dei grandi”, questa frase li fa uscire fuori di testa! Sembrano dei cuccioli a cui ai dato da bere non caffè, ma solo caffeina per endovena.
E con la loro mamma e il loro papà, entrano (sempre super schizzati), dentro il centro commerciale o al negozio, pronti per cercare tutto. E quando dico tutto intendo proprio tutto: matite, colori, zaino, gomme, diario, qualsiasi cosa serva per la scuola! Una volta scelto tutto, anche il correttore, nonostante essi scrivano con la penna cancellabile, ma si sa i bambini quando comprano tutto, devono comprare tutto; tornano in macchina stanchi, effetto caffeina finito, si mettono nel loro posto a sedere e in meno di dieci, nove, otto…
Ludovica non si sente più. I genitori, stanchi, ai quali la caffeina non fa più effetto in quanto ormai la tolleranza sviluppata ha superato ogni limite, si guardano, sorridono e aspettano quel giorno, quello in cui la campanella suonerà e forse un po’ di relax li aspetterà.
Ma torniamo al punto: Ludovica doveva iniziare la scuola, ma lei era membro di quella categoria a parte, quella dei bambini di prima elementare.
Tutta un’altra cosa per lei l’inizio della scuola!
«Mamma posso scegliere un compagno di banco a piacere o me lo dice la maestra?» chiese in macchina, con il suo nuovo grembiule, tutto blu e un fiocco tutto azzurro che teneva parte dei suoi capelli, morbidi e profumati, sistemati dalla sua mamma qualche minuto prima.
«Non lo so amore, può essere che scegli tu oppure te lo dirà lei, sarà lo stesso bello, no? Avrai un compagno o compagna di banco con cui scambiare i tuoi pensieri, le tue idee» rispose la mamma.
Ludovica era ansiosa, si vedeva, perché fece domande alla sua mamma per tutto il tragitto. Bella la prima elementare, quando ancora non sai quanti anni di studio ti aspettano, ma la mamma di Ludovica non le disse nulla di tutto questo, le disse che la scuola è bella, che chi studia avrà delle ali, con cui poter volare e scoprire il mondo. Chi studia avrà una marcia in più e sarà superiore agli altri senza sentirsi tale.
Ma ancora la piccola e dolce Ludovica non lo sapeva tutto questo, in quel momento a lei interessava solo capire chi sarebbe stato il suo compagno di banco ed è giusto così, d’altronde aveva solo cinque anni.  Fu tutta un’euforia quel giorno, tornata a casa Ludovica corse tra le braccia del suo papà, che lei amava più della sua mamma, il suo uomo, il suo eroe, quello che cercava sempre quando aveva paura, perché per lei era il più forte di tutti.
Questo perché una volta la mamma non sapeva aprire la marmellata e vedendo suo padre aprirla immediatamente capì che la sua forza era immensa!
Abbracciandolo e baciandolo forte forte cominciò a raccontare tutto quanto, ma proprio tutto, pure che una sua compagna si era scaccolata mentre la maestra spiegava. Lei si sentiva come suo papà, forte, perché a differenza dei suoi compagni sapeva già leggere e scrivere il suo nome, ma la mamma le aveva detto di non fare la saputella, perché ognuno ha i suoi tempi ed è giusto rispettarli.
Diciamo che come inizio non c’è male!
I suoi occhi brillavano di gioia, e Ludovica con il suo papà fecero tutto il pomeriggio a parlare e raccontarsi le rispettive mattinate. La sua gioia era immensa e sempre più grande fu nei giorni a seguire, quando un giorno Ludovica tornó a casa un po’ perplessa, come se non riuscisse a spiegarsi una cosa.
Il papà, che quel giorno l’andò a prendere a scuola, perché la mamma aveva un rientro nella sua di scuola, le chiese a cosa pensava, ma lei non parlava, era in silenzio e questo era strano, perché non si era mai comportata così. Disse che lo avrebbe detto solo alla mamma perché la maestra aveva lasciato un compito difficile. Ludovica amava il suo papà, però quando si parlava di compiti e di studiare voleva lei, la sua dolce mamma. Perché se il suo papà era il più forte e il suo eroe, la sua mamma le aveva sempre insegnato tutto.
Dalle prime parole ai numeri ed essendo insegnante, era convinta che sapesse tutto! Il papà era geloso di questa cosa, ma era felice della stima che Ludovica aveva nella sua mamma, perché sapeva quanto importante fosse questo legame per lei. Allora senza insistere più di tanto papà cambio discorso e aspettarono la mamma per fare quel misterioso compito che aveva lasciato la maestra.
Tornata la mamma, Ludovica le si gettò tra le braccia, un po’ arrabbiata perché già il sole era andato via, ma comprensiva del fatto che era via per lavoro e non per altro.
Il papà spiegó alla mamma che c’era un compito da fare, ma che Ludovica non lo volle fare con lui perché doveva farlo con la mamma.
«Amore è un compito difficile? Fammi vedere». Prendendo il quaderno con i quadri grossi, tipico di prima elementare, lesse la consegna: «Disegna che cosa significa per te la  felicità».
Ludovica spiegó alla mamma che tutti i bambini avevano iniziato il compito in classe, disegnando un iPhone, un overboard, una bici, ma lei non era convinta di disegnare queste cose e si era confusa.
La mamma sorridendo capì che Ludovica aveva un problema. Non riusciva a dire qualcosa che dentro di lei era grande, più grande del suo piccolo cuoricino.
Intanto il papà in un angolo non capiva perché non avesse chiesto a lui, allora Ludovica vedendolo “offeso” le disse: «Papino, scusa se ho aspettato la mamma, ma tu mi facevi disegnare la tua faccia».
In quel momento una grossa risata risuonava dentro quella stanza e con un abbraccio e un “vola più in alto” Ludovica e il suo papà si divertirono in quei pochi secondi!
Ma adesso era il momento di capire cosa disegnare in quel foglio, mentre papà preparava la cena.
«Io non ti dirò cosa disegnare tesoro mio, voglio che tu mi dica cosa pensi» disse la mamma sistemando i capelli a Ludovica.
«Io sono felice quando papà mi dice principessa e mi bacia, io sono felice quando tu mi fai le trecce oppure quando Darwin (il cane di casa, fratello ufficiale di Ludovica) mi da un colpo di coda e mi fa ridere. Posso disegnarlo mamma?» chiese la piccola con uno sguardo confuso.
La mamma quasi commossa per quelle parole, ne disse altre più commoventi: «Amore mio, se tu disegni queste cose, dimostri di aver capito che cosa sia veramente la felicità. Ma non perché il tuo disegno è giusto e quello dei tuoi compagni è sbagliato, domani nessuno avrà sbagliato il compito. Se ognuno disegna quello che vuole, senza avere paura del giudizio della maestra, senza avere paura che gli altri ridano, allora significa che sei felice». Ludovica ascoltava in silenzio.«Se tu disegnavi un tuo gioco, come hanno fatto gli altri eri felice?» chiese la mamma.
«No, io non volevo fare come loro» disse Ludovica a voce alta!
«Ecco, amore, la felicità non ha un disegno giusto o uno sbagliato, la felicità è quello che vuoi tu. Se tu sei felice per quello che mi hai raccontato, allora disegnalo, poi la mamma ti aiuta a colorare se vuoi» conclusela mamma con un bacio.
«Si, mamma, e pure papà perché poi si sente solo» disse Ludovica con una vocina bassissima per non farlo sentire al suo amato papà!
E così tutti e tre, ridendo e colorando quel bel disegno, trascorsero la serata. Ludovica portò a casa un bel voto per quel disegno dicendo che tutti avevano preso un bel voto, ma lei era felice perché aveva disegnato quello che voleva.

Irene D’Arminia, studentessa della facoltà di Farmacia di Palermo, è nata il 28/03/1995, e abita a Misilmeri in provincia di Palermo.
Scrittrice amatoriale di poesie, commedie in dialetto siciliano e testi narrativi per bambini e ragazzi. Unica sua opera pubblicata, una poesia “Il valzer del girasole” nella collezione il Federiciano 2015.

:: Atto d’amore, di Leonardo Franchini

31 ottobre 2018

Paris

Il dottor Remigio passò impercettibilmente dal leggero sonno che gli era abituale alla veglia e subito tese l’orecchio per ascoltare il respiro di sua figlia Giannina, nella stanza accanto. Lui si svegliava sempre prestissimo, e comunque ad ogni minimo rumore inconsueto. A quell’ora di solito la donna dormiva dopo una notte trascorsa immutabilmente a piangere. Il dottor Remigio lo sapeva bene, così come era consapevole di non poter fare assolutamente nulla. A ottant’anni passati, con una figlia di quarantatré anni, non era ancora riuscito a stabilire con lei un rapporto umano, se non da genitore.
Eppure soffriva con lei. Si rendeva conto di essere stato un padre pressoché inesistente, da quando sua moglie era stata portata via nel giro di tre mesi da un male che nessuno aveva potuto curare. La bambina aveva dodici anni, a quel tempo; ed era già insignificante. Una faccia che nessuno notava su un corpo che non prometteva nulla di buono. Persino al funerale quasi tutti i clienti e conoscenti che si erano avvicinati a lui per le condoglianze di rito, avevano ignorato la piccola donna che piangeva silenziosa un passo indietro, guardando a terra, con le mani allacciate davanti a sé.
Crescendo lei non era cambiata quasi in nulla; taciturna, nascosta, aveva terminato le scuole superiori rinunciando a frequentare l’università. Nessuno se ne era accorto, nemmeno il padre, che aveva trovato del tutto normale l’affaccendarsi di lei per tenere in ordine la casa e lasciare che la vita le scivolasse addosso. Non gli era mai venuto in mente di chiederle se avesse qualche progetto per il proprio futuro. Aveva solo proseguito cupamente ad esercitare la professione – medico di base con una vaga specializzazione in pediatria – un anno dopo l’altro. Tornava regolarmente a casa dall’ambulatorio o dal giro di visite nelle ore dei pasti; scambiava le minime parole indispensabili, leggeva un giornale o qualche pubblicazione scientifica. Ogni tanto prendeva in mano un libro della sua biblioteca di classici e si annoiava in silenzio sfogliando qualche pagina.
Giannina era arrivata a quarant’anni senza che nessuno dei due avesse mai notato le stagioni. Non andavano in chiesa e quindi nemmeno il succedersi delle festività liturgiche aveva qualche influenza sulla loro vita. Soltanto a Natale, per una abitudine conservata come eredità della madre, mettevano dei piccoli, anonimi regali accanto ad un presepe prefabbricato sul tavolino del tinello: unico segno che alterava una volta all’anno l’impersonale ordine della casa.
Il dottor Remigio era conscio di possedere un patrimonio abbastanza considerevole; a cominciare dalla abitazione, un edificio a due piani più la soffitta, del quale occupavano la parte centrale, mentre il pianoterra era riservato al garage, ad uno studio-ambulatorio che usava raramente ed a qualche altro locale di servizio. Dietro c’era un giardino con l’erba rasata e tre o quattro alberi che d’estate disegnavano un’inutile ombra. Nel garage era ferma ormai da anni una berlina scura che il dottor Remigio aveva smesso di usare quando aveva rilevato su sé medesimo i primi sintomi della demenza senile. Giannina, per parte sua, non aveva mai chiesto di imparare a guidare, né a lui era in venuto in mente di offrirle questa possibilità.
Il problema era nato poco dopo che lei aveva compiuto quarant’anni.
Il dottor Remigio si rese conto all’improvviso di non udire alcun rumore nella stanza. Preoccupato, si alzò rapidamente per quanto gli consentiva il fisico in decadenza, indossò una vestaglia ed andò verso la camera della figlia. La porta era aperta. Dalle finestre entrava una grigia luce mattutina che cadeva sul letto, vuoto. Si guardò attorno, cercando di capire. In tanti anni non aveva mai osservato come Giannina sistemasse le cose nella propria stanza, sia durante il giorno che quando andava a riposare; perciò non sarebbe stato in grado di comprendere se mancasse qualcosa, e che cosa. Se potesse essere vicina o lontana.
Guardò in bagno e poi vagò per le altre stanze sempre con il medesimo risultato: il vuoto. Allora la preoccupazione che aveva cercato di tenere a bada si fece strada nel suo cuore, come una punta acuta e rovente.
Giannina attraversò in fretta il ponte sul fiumiciattolo. Dalla valletta che si inerpicava verso est, seguendo il corso dell’acqua, arrivava una brezza gelida, a malapena respinta dalla giacca imbottita con la quale la donna si era coperta. La mattina di maggio era di per sé fresca, quasi fredda per il grigiore e la sensazione di umido che pervadeva l’atmosfera. Giannina soffocò un brivido e rallentò leggermente il passo, prima di imboccare la strada tortuosa che saliva verso il monte. Accanto al cartello che indicava la località e la distanza (10 chilometri) si fermò un istante, come se dovesse attendere il via da un invisibile direttore di gara.
Poi cominciò ad andare su. Il percorso si faceva subito erto e già all’altezza dell’ultima casa dell’abitato sovrastava il torrente di una cinquantina di metri. Dalla curva poteva vedere l’intero panorama del borgo, compresa la facciata della casa che aveva lasciato da poco. La guardò, come per un saluto. Il muro esterno aveva un colore grigio cenere, con qualche fiammata più scura, perché la pittura – pur se recente – rispettasse l’impressione di vecchio, di consumato dal tempo, che suo padre aveva voluto conservare all’edificio. Il pittore non aveva discusso gli ordini del proprietario, benché si rendesse perfettamente conto che stava riproducendo con tinte fresche l’aspetto che la casa aveva prima dei lavori. Suo padre aveva preferito così, pensò Giannina, osservando attentamente la facciata. La finestra della sua camera aveva le imposte spalancate, mentre quelle del padre erano ancora chiuse.
Meglio, pensò ancora Giannina. Così non si sarebbe accorto della sua assenza fin quando non fosse stato troppo tardi. Forse non l’avrebbe notata comunque in tempo. Come con il pittore. Non si era reso conto di quanto le stesse addosso finché la gravidanza non era diventata troppo evidente. Per la verità, sul principio nemmeno lei aveva compreso il significato di tutte le maldestre cortesie, delle attenzioni e dei complimenti grevi; era rimasta colpita da tutto quel continuo parlare, quel trovare ogni insignificante pretesto per rivolgerle la parola – sorprendente in una vita durante la quale nessuno le aveva mai detto più del minimo indispensabile. Probabilmente l’argomento più forte del pittore nei confronti di Giannina era stata l’attenzione.
Abituata a non lasciare ombra nemmeno nelle giornate più assolate, era del tutto indifesa nel trovarsi al centro di una scena dove non avrebbe mai immaginato di poter salire. Non credeva che il turbamento fisico e mentale ormai padrone di lei avesse qualcosa a che fare con i sentimenti; piuttosto era una perdita di equilibrio, talvolta persino gradevole, ma più spesso paurosa. Aveva sentito la parola “amore”, senza associarla mai ad un significato. Perciò quando, in un pomeriggio estivo, mentre il dottor Remigio era in giro a vedere qualche paziente, il pittore l’aveva invitata a salire sul motofurgoncino che costituiva la sua azienda, sulle prime aveva esitato.
Poi la valanga di parole dell’uomo aveva avuto la meglio; Giannina aveva persino apprezzato il leggero vento che le accarezzava il volto mentre correvano verso Valbona. Un luogo – anche se lei non sapeva nulla – tradizionale rifugio per le coppie che volevano darsi piacere nei tanti angoli fuori vista con una preziosa moquette di erba ed aghi di pino. Non riusciva a ricordare con quali pretesti l’avesse praticamente trascinata e distesa in un piccolo slargo fra i cespugli; si sentiva inebriata e confusa. Per il bacio, o forse erano stati più d’uno, aveva provato sensazioni contrastanti: da una parte vampate di agitazione, dall’altra repulsione e disgusto per il respiro dell’uomo che sapeva di marcio, di sigarette, di alcol.
Il dottor Remigio si vestì in fretta. Si guardò per un attimo nello specchio del bagno decidendo di lasciar perdere la barba, che d’altra parte si vedeva appena. Mentre stava per uscire si accorse che l’agitazione gli aveva provocato un improvviso e forte stimolo. Quindi si avvicinò al vaso per liberare la vescica. D’improvviso ricordò quando, non molti anni prima, aveva trovato una leggera traccia di sangue sul bidet. Per un attimo si era chiesto se Giannina si fosse ferita – mai una malattia nella vita, per quella ragazza, almeno niente che lui non avesse potuto risolvere con un distratto “prendi un paio di aspirine” – poi si era reso conto con sorpresa che doveva trattarsi di sangue mestruale. Non gli era mai venuto in mente che sua figlia potesse avere i periodi mensili; e lei era sempre stata attentissima a non lasciare alcuna traccia.
Il dottor Remigio avvertì una stretta al cuore ancora più violenta e le lacrime gli salirono agli occhi. Si pulì rapidamente e chiuse i pantaloni. Un attimo dopo era in strada e camminava con passo rapido, tanto che dovette quasi subito fermarsi per riprendere fiato. Era un medico, si disse, sapeva perfettamente cosa poteva chiedere al proprio fisico usurato. Ormai anche i pazienti che gli erano rimasti avevano superato i settant’anni. Lo ascoltavano intenti, mentre parlava, anche se erano consapevoli che forse non avrebbero potuto terminare la cura che lui prescriveva e comunque l’effetto sarebbe stato pressoché ininfluente sul loro destino.
Riprese a camminare, un po’ più lentamente, stavolta, e si avviò verso il ponte sopra il magro corso d’acqua. Lo attraversò quasi senza accorgersene, sommerso da pensieri che arrivavano alla sua mente come onde di un mare infuriato. Non riusciva a ragionare con chiarezza. Sapeva tuttavia che i brandelli di ricordi e di riflessioni erano impietosamente veri: aprivano porte che riteneva chiuse per sempre, spalancavano brecce su abissi che lo angosciavano. La strada che saliva poco dopo il ponte arrivava al villaggio montano dove per tanti anni aveva condotto la moglie e la figlia in vacanza e dove, morta la moglie, aveva spesso lasciata sola la figlia durante l’estate. Sola. Qualche volta, ma raramente, lei aveva cercato di ribellarsi, aveva mormorato un timido “fermati…”, ma lui se n’era andato, convincendosi di essere preso dal lavoro, scuotendo la testa come per cancellare anche il lieve rumore di quella parola.
Si guardò attorno. Non si vedeva anima viva. Eppure non doveva essere troppo lontana. La mattina non era quasi iniziata, una caligine triste e grigia toglieva ogni colore al giorno. Alla prima curva dopo l’abitato si fermò un istante. Vedeva la propria casa, le imposte aperte della camera di Giannina e tutte le altre chiuse. Come una saetta, un pensiero gli attraversò la mente: avrebbe voluto, in quel momento, alzarsi dal proprio letto, andare nella camera della figlia ed abbracciarla strettamente.
Giannina continuava a salire, lenta, con frequenti pause, come se volesse imprimersi nella mente immagini che aveva visto decine di volte. A sinistra i boschi di alberi sottili, carpini bianchi e neri, e noccioli, interrotti da qualche terrazzamento dove, anni prima, la fame aveva indotto a coltivare legumi, patate, cavoli e qualche ostinata pergola di vite. A destra, verso il torrente, filari più curati di alberi da frutta ed ancora righe di viti. Distanti fra loro, alcune case. Una la conosceva bene, era insieme l’abitazione di un fabbro e la sua officina, che aveva funzionato usando l’acqua come forza motrice. Un sistema antichissimo che tutti gli scolari venivano portati ad ammirare ed anche Giannina l’aveva esplorata, a suo tempo. Il fabbro, un uomo che sembrava avere mille anni, raccontava il proprio lavoro con voce sommessa, toccando, quasi accarezzando gli strumenti che usava ogni giorno, messi in ordine con infinito amore.
“È un atto d’amore” le aveva detto il pittore, standole sopra e forzando le sue gambe ad aprirsi. Lei aveva chiuso gli occhi per l’improvviso dolore, poi li aveva riaperti vedendo il sorriso soddisfatto di lui, con i denti coperti di una patina scura, a causa del fumo.
Andò avanti, passo dopo passo finché giunse all’unico tratto pressoché pianeggiante della strada, che in quel punto attraversava un piccolo gruppo di case dominate da una chiesetta. Un’altra immagine di antica fame, ancora terreni scoscesi lavorati e costruzioni aggrappate l’una all’altra e al fianco della montagna. Ogni pezzetto di terra coltivato ad ortaggi che cominciavano a spuntare dal suolo, mentre ai bordi i colori di fiori diversi cercavano di vincere il grigiore del giorno. Vide un gruppo di margherite che sembravano offrirsi a lei, cresciute fuori dalle recinzioni che circondavano ogni proprietà. Probabilmente semi portati dal vento, o caduti al di là del piccolo solco tracciato da chi li aveva posati. Ma i fiori erano belli, bianchissimi, innocenti e sembravano sorriderle fiduciosi, in attesa. Si chinò e li prese, dolcemente, un piccolo mazzo che profumava solo d’erba. In giro continuava a non esserci nessuno.
Riprese a camminare, faticando sulla strada che si impennava repentinamente costringendo tutti, esseri viventi o mezzi meccanici, a rallentare. Per uno scherzo della natura era anche l’unico tratto diritto del percorso, facendo sembrare ancora più lunga la salita che in realtà non superava il centinaio di metri. Poco dopo la cima del dosso il cammino si faceva più agevole. Qualcuno, chissà quando, quasi come un ringraziamento aveva appeso al tronco di un albero una minuscola edicola di legno, chiusa da un vetro, dentro la quale c’era una immagine: Gesù Cristo con il cuore che sanguinava e risplendeva allo stesso tempo. L’ignoto fedele aveva aggiunto a carboncino la preghiera: “Signore Gesù, pregate per noi”.
Giannina cercò di immaginare quali grazie si fosse aspettata la persona che aveva posato quel segno di fede su una strada secondaria, nel mezzo del nulla. Non c’erano campi vicini, né prati dove far pascolare le bestie, né boschi che valesse la pena di tagliare. No, non doveva essere qualcosa di materiale lo scopo di quelle preghiere, ma un desiderio di vita.
Il ventre le era cresciuto lentamente. Il pittore aveva smontato i suoi ponteggi ed era andato a lavorare altrove. Ma tornava di tanto in tanto cercando di invitarla ad altre gite. Aveva avuto più occhio di suo padre, accorgendosi presto che le forme di lei stavano cambiando. Quasi allegro le aveva accarezzato il corpo dicendo: “Ti sposo.” Lei non aveva saputo rispondere. Non riusciva ad immaginare una vita con quell’uomo.
Il dottor Remigio cercava di vincere la fatica. Sapeva che di lì a poco la strada sarebbe stata pianeggiante, attraverso un gruppo di case. Grondava sudore nel suo cappotto scuro, ma non osava toglierlo per paura della temperatura che era ancora troppo fresca. Nell’abitato, vicino alla chiesetta, c’era una fontana. Avrebbe potuto bere e riposarsi un po’.
Finché c’era stata sua moglie, lui non aveva mai pensato di doversi prendere cura di Giannina; e poi, semplicemente, non ne era stato capace. Si rese conto con disperazione che non le aveva nemmeno parlato, al di fuori dell’essenziale. Ora gli salivano dalle viscere, persino dai piedi doloranti nelle scarpe da città, migliaia di parole che avrebbe dovuto dirle. Che avrebbe voluto dirle. Frasi con le quali le restituiva in un momento quarant’anni di silenzi.
Giannina non aveva nulla di bello, non era nemmeno brutta, non era niente. Ma era sua figlia. Se l’avesse osservata davvero, si sarebbe accorto delle mani lunghe, eleganti. Dei capelli fini, dell’inatteso fascino che assumevano i suoi occhi quando guardava lontano, quando sembrava che sognasse. Invece non si era accorto di nulla se non, quando ormai doveva essere evidente a tutti, del fatto che Giannina aspettava un bambino.
Non aveva avvertito indignazione, né gelosia, né gioia, né qualsiasi altro sentimento sia dato di provare in questi casi nei confronti dei propri figli. Gli erano soltanto venute in mente con prepotenza le pagine di un testo universitario di ginecologia sui rischi che correvano le “primipare attempate”, cioè le donne che concepivano un figlio quando erano vicine alla menopausa. Si andava dai parti difficili alla nascita di bambini affetti da sindrome di Down, con varie complicazioni, ciascuna delle quali prevedeva sofferenze per la madre e per il figlio – destinate a durare nel tempo. Non si era tenuto molto al corrente ed ormai aveva perduto i contatti con quel settore della medicina, ma una telefonata lo aveva ragguagliato circa l’attuale situazione in materia.
Senza chiederle altro, le aveva parlato della necessità di incontrare specialisti e della possibilità di abortire.
“Lui ha detto che vuole sposarmi” – la voce di lei era appena un sussurro.
“Cosa?”
Lei non aveva risposto.
“Tu vuoi?” – la domanda era suonata sarcastica.
Giannina era rimasta zitta anche questa volta.
Non c’ era voluto molto al dottor Remigio per individuare il pittore. Non girava nessuno per casa.
“Io la amo e voglio sposarla. So affrontare le mie responsabilità.” Mentre lo diceva il pittore sorrideva con i denti scuriti e batteva la mano sulle pareti che aveva tinteggiato da poco. Per dar forza alla sua affermazione, forse, ma sembrava piuttosto che volesse stabilire un segnale di proprietà.
Altrettanto rapidamente il pittore si era convinto a lasciar perdere: un assegno, la promessa di non essere denunciato, l’impegno a non farsi mai più vedere.
Giannina aveva rifiutato le visite e qualsiasi discussione sull’aborto:
“È mio. Mi vorrà bene. Gli parlerò. È un atto d’amore.”
Il padre non le disse che il pittore era sparito per sempre e lei non chiese nulla.
Il dottor Remigio si alzò dalla fontana e riprese a camminare. Faticava, ma non poteva fermarsi. Affrontò la ripida salita dopo il villaggio con la sensazione che il cuore gli scoppiasse. Si fermò davanti all’edicola con il Cristo, lesse la scritta e la ripeté ad alta voce: “Signore Gesù, pregate per noi.”
Giannina vide sulla destra la croce di pietra. Molti anni prima era accanto alla strada, forse per avvertire del pericolo, forse per fermare, con la potenza divina, la montagna, che da quel punto franava a valle. Ancora poche centinaia di metri e sarebbe arrivata alla casa dove aveva trascorso tante stagioni estive. Affrettò il passo.
La fontana continuava a buttare con un tenue rumore il suo piccolo rivolo d’acqua. Quante volte Giannina aveva imitato le donne del paese, lavando a mano i vestitini della bambola, facendosi prestare una molletta per appenderli ad asciugare sul filo del cortile. Sua madre, seduta al sole sul balcone di legno, leggeva un libro e di tanto in tanto alzava gli occhi per sorriderle. Giannina si sentiva felice, serena; il mondo era sua madre e sua madre le voleva bene. Dopo la sua morte, quando rimaneva, spesso, sola in quella casa, si metteva sul balcone, allo stesso posto, e guardava giù verso la fontana ed il filo nel cortile. Cercava di sorridere e fissava intensamente i luoghi della memoria, forse sperando di vedere una bambina che lavava i vestiti delle bambole.
Dopo la nascita del piccolo c’era tornata una sola volta, e si era messa, con la creatura in braccio, nel solito posto sul balcone. Ora vedeva chiaramente l’immagine presso la fontana; temeva solo che scomparisse. Il bimbo la guardava adorante, con i suoi piccoli occhi vagamente a mandorla, dalle palpebre spesse e la boccuccia semiaperta, come per sorriderle e baciarla. Con amore e gioia. Il dottor Remigio era dentro la grande stanza che fungeva da cucina e soggiorno; seduto a un tavolo, vicino alla porta del balcone. Leggiucchiava una pubblicazione medica, ma ogni pochi momenti alzava gli occhi e guardava fuori osservando in controluce il quadretto di sua figlia con il bambino in braccio.
Con angoscia si rendeva conto di non poter ricordare quella scena, quattro decenni prima. La demenza senile non ne aveva alcuna responsabilità. Semplicemente, non aveva mai visto sua moglie, con la figlia in braccio che l’attendeva sul balcone.
Giannina cullava dolcemente il bambino che sembrava respirare a fatica. Di tanto in tanto lanciava una rapida occhiata al padre, come per chiedere aiuto.
La donna non sapeva che ore fossero. Non aveva mai portato un orologio. Sia dalla casa in valle che da questa, in montagna, si udivano chiaramente i rintocchi del campanile, che scandivano la giornata. Molti mesi prima era salita fino alla chiesa; qualcuno l’aveva detto che don Emilio, il vecchissimo prete del paese, stava morendo. Aveva attraversato lo stretto viottolo, anch’esso in salita, che conduceva al cimitero. La porta della canonica era aperta. Il prete, sparuto e bianco, guardava la parete di fronte a sé; appena l’aveva vista si era aperto in un caldo sorriso:
“Sei tornata.” Lei aveva sorriso a sua volta, assentendo. Si era messa su una sedia accanto al letto. Lui, con un po’ di fatica, le aveva preso la mano. Erano rimasti qualche minuto di silenzio. Non era abituale, fra loro. Don Emilio era l’unico con il quale riuscisse a parlare, che la ascoltasse a lungo; non rispondeva mai direttamente. Raccontava episodi della sua lunga vita, con sentimento e partecipazione. In quella narrazione erano contenute tutte le risposte. Stavolta l’aveva guardata negli occhi, e il suo sorriso appariva pieno di luce. Poi, finalmente, aveva mormorato:
“È un dono d’amore.” Niente altro. Lei era rimasta ancora un po’, tenendogli semplicemente la mano e poi era tornata a casa.
Don Emilio era morto un mese prima che nascesse il bambino. L’avevano sepolto vicino all’entrata del cimitero, subito a destra del cancello, quasi a fare la guardia ed a proteggere tutti gli altri che riposavano in quel rettangolo di terra.
Giannina si scosse da propri pensieri e riprese il cammino. C’era un altro tratto da fare.
Il dottor Remigio era stato seduto immobile, come di marmo, nel salottino in fondo al corridoio dove c’era la sala parto. Il pediatra era un giovane collega che il dottore conosceva bene, e che, iniziando la sua attività, aveva collaborato con lui per alcune stagioni prima di ottenere il posto in ospedale. Gli aveva parlato francamente, con gentilezza, prospettandogli tutto quello che il vecchio medico già sapeva ed aggiornandolo sugli sviluppi della materia. La maggior parte dei quali non erano per nulla incoraggianti. Terminato il parto, al quale avevano assistito tre sanitari, per rispetto al vecchio collega, il pediatra era tornato fuori e gli aveva detto:
“Sua figlia sta bene. Il bambino, purtroppo, ha la sindrome di Down. Per ora non posso dire di più. Dovremo fare analisi ed esami approfonditi.” Il vecchio lo aveva ringraziato, comprendendo solo ora fino in fondo quanto dolore potessero provocare poche, semplici, ragionevoli parole. Poi era entrato nella sala parto, dove Giannina si stava riprendendo con straordinaria rapidità, tenuto conto della situazione. Aveva già in braccio il piccolo, che dormiva, rivolgendo un timido sorriso al padre:
“Vorrà bene anche a te.”
Il dottor Remigio era dovuto uscire, cercando un luogo dove trovare un po’ di sollievo. Lì dentro, in tutto quel bianco che gli era così famigliare, gli sembrava di essere in un deserto. Non vedeva nessuno.
Camminando, si accorse che ora faceva meno fatica, come se i suoi organi si fossero rassegnati a quella violenza inattesa, ed ora lavorassero più disciplinatamente per aiutarlo a fare quello che doveva. Arrivò alla croce di pietra e guardò la valle, molto al di sotto, dove scorreva il torrente. Tutto sembrava così lontano. Guardò l’orologio e si rese conto che stava muovendosi da più di tre ore. Avvertì di nuovo il bisogno di urinare. Si avvicinò ad un albero, guardandosi intorno, ma non c’era anima viva. Dopo dieci minuti era alla casa, nel cortile, alla fontana.
Tutto come allora – ma stavolta era passato poco tempo dall’ultima visita.
Giannina era voluta tornare in montagna, dove si era sentita protetta dalla madre, forse pensando che questo avrebbe aiutato anche il piccolo. L’aveva accompagnata, i pazienti potevano aspettare, rivolgersi a qualcun altro, morire, non importava. Sua figlia aveva tenuto il bimbo in braccio più che poteva, facendogli godere raggi di sole, leggere brezze d’aria pulita, dandogli medicine, baciando e lasciandosi baciare dal piccolo, che sembrava non esaurire mai l’affetto. A volte lo portava in cortile e gli faceva bere l’acqua della fontana a piccole gocce; il figlio sorrideva felice. Ma respirava sempre più a fatica.
Era morto in silenzio, in braccio alla madre. L’avevano sepolto lì, nel cimitero di montagna, subito dietro la tomba di don Emilio, perché lei voleva che fossero vicini, che si potessero parlare. Il prete aveva tante storie da raccontare. Poi erano tornati a casa, in valle. Erano cominciate le notti di lacrime.
Una donna scese in cortile e gli disse:
“È passata sua figlia, forse un quarto d’ora fa. Si è fermata poco ed è ripartita. Saliva. Forse andava… al cimitero.” Disse l’ultima parola in fretta, come se bruciasse. Poi si allontanò con un cenno di saluto, scuotendo la testa.
Il dottor Remigio assentì e si rimise in moto. Ora si rendeva conto che il sollievo di poco prima era stata una illusione. Le gambe pesavano come piombo. Continuò a camminare, trascinando un passo dopo l’altro, finché arrivò davanti alla chiesa, allo stretto viottolo che la separava dalla canonica e conduceva al cimitero. Si fermò un istante e si guardò attorno. Davanti ad una casa vicina c’era un vecchio, fermo. Forse aveva visto Giannina. Il dottor Remigio fece per chiedergli qualcosa quando avvertì un dolore fortissimo al petto. Sapeva di cosa si trattava. Cadde lentamente a terra. Il vecchio lo guardò per un attimo, sorpreso, poi gli si avvicinò per vedere se potesse fare qualcosa. Ma ormai gli occhi del medico stavano rovesciandosi.
Sentendo la presenza umana vicina, il dottore mormorò, in un soffio: “Dite a mia figlia… dite… che le voglio bene…”
Giannina era dentro al cimitero. Salutò don Emilio con un cenno della mano, come se si fossero lasciati da poco. Posò alcune delle margherite davanti alla lapide, e fece un cenno con la testa verso la tomba di suo figlio. Il sorriso del prete sembrò comprendere.
Si avvicinò all’angelo di gesso – aveva voluto un angelo di gesso, bianco, sorridente – lo baciò e lo abbracciò. Posò le altre margherite a terra, disponendole come una piccola coperta. Poi affondò la mano in tasca e ne trasse la boccetta di pillole che al mattino aveva preso dall’ambulatorio del padre. La guardò. Girò il coperchio, aprendolo.
“È un atto d’amore” disse, a nessuno che l’ascoltasse.
Inghiottì le compresse, abbracciò di nuovo l’angelo, e cominciò ad attendere.

:: L’amicizia di Paolo Carnevali

3 settembre 2018

kafka

La strada offre profili che guardano al mare. I pensieri si rincorrono. Un filo di terra e poi l’azzurro, punteggiato di schiuma bianca. Stamani è grosso e pieno il mare, sembra assaltare la strada, bello nel suo ondeggiare e trafitto da una forte pioggia. Sento il salmastro salire nell’aria, come quando al mattino ascolto la mia solitudine, corro sulla spiaggia e si restringe l’essenziale da dire, e i ricordi riempiono le immagini. Una amicizia è un grande dono: il gioco delle affinità, delle complicità.

Ricordo che restai colpito dai modi semplici, decisi e pratici da crocerossina, poi compresi un lato fragile che reclamava dolcezza. Eravamo soli e avvolti da ombre nei corridoi dell’ospedale, l’amicizia ha un’anima sola e guarda nella stessa direzione. Eri confusa, succede nella fragilità del desiderio. Rammento le parole sull’amicizia scritte sulla cartolina che acquistammo in quel caldo pomeriggio di agosto: mi era stata data in dono una presenza amica….

Lo pensammo anche quella sera a Lourdes ,seduti uno accanto all’altra sulla panchina. La grotta illuminata e il Gave che scorreva come i nostri pensieri. Camminavo sulle tue ombre e il nostro cuore batteva tra felicità e dolore. Ti guardavo negli occhi, sperando che tu vedessi nella stessa direzione. Ero chiuso in te e non potevo immaginare quel tipo di sentimento. Amavo pensare che le nostre anime avrebbero trovato la stessa intimità delle frasi. La vita è il risultato di assurde concatenazioni che donano gioia e dolore. Era piacevole il contatto della tua mano, avvolgeva come la nebbia.

Osservo il mare spumoso in lotta con la forza degli elementi, ripenso a Franz Kafka, al suo mostrarsi nudo a Milena Jesenskà, ai loro incontri. Resto in silenzio, cerco le parole, nascondo i pensieri in una nuvola di fumo grigio-azzurro che sale nell’aria. La pioggia si dirada e iniziano a delinearsi le tinte e le ombre. Danzano gli aquiloni sul vento e la strada corre.

Paolo Carnevali  nato a Bibbiena (Arezzo). Poeta e traduttore. Redige “Poetica Città” un poetry-zine adatto alla distribuzione underground al The Poetry Cafè of London. “I dialoghi di Ebe e Liò”ed. Lalli (1984) dal cui testo è stato adattata una piecè teatrale. La plaquette poetica “Trasparenze”ed.Tracce (1987) recensita sul “Manifesto”(1988) e sul “Corriere Adriatico”(1990). Presente in riviste e blog letterari.

:: La Zita di Ilaria Introna

29 agosto 2018

bambole di pezza

Liberi di scrivere è felice di annunciare che il racconto “La Zita” di Ilaria Introna ha trovato una rivista sui cui apparirà pubblicato, per cui non ci sarà più sul blog. Cogliamo pertanto l’occasione di complimentarci con l’autrice!

Se lo volete leggere lo trovate qui.

:: La bella Angelica e l’alchimista di Giulietta Iannone

21 agosto 2018

Agnolo_Bronzino,_ritratto_di_Lucrezia_de'_Medici

Questa historia sì singolare non ha presunzione del vero, chiarissimi signori, e infatti conto sulle dita di una mano coloro che mi ascolteranno e vi presteranno fede. Ammetto è una historia bislacca, è una historia bizzarra, ma se c’è una verità che in essa vi è racchiusa, una morale, è che è vero il detto popolare che tutto accade a chi sa aspettare.
Sedetevi quindi, accanto al camino, mettetevi comodi che vi racconto, non siate impazienti, non tralascerò alcun particolare anche il più fantasioso, così conobbi la vicenda e così la trasmetto a voi; ora principio:

“Nell’anno di grazia 1523 accadde in Firenze, meraviglia tra le città della terra, un fatto curioso che ebbe come protagonisti un alchimista assai saggio e una nobile dama fiorentina di notevole avvenenza di cui vi tacerò per prudenza il cognome, perché appartiene ad una casata assai illustre e non tarderete a capire quale.
L’alchimista si chiamava Gasparre, era umbro, ed oltre ad essere astrologo, teologo e veggente, aveva lavorato tutta una vita in cerca della mitica pietra filosofale.
Un dì incontrò la bella Angelica e se ne invaghì perdutamente vedendola da lontano.
La donna era l’infelice hisposa di un nobile fiorentino che passava il suo tempo in armi e in battaglia ponendo la gloria, il potere e i tesori in un più alto scranno che la sua legittima e trascurata consorte.
Angelica pur ricambiando con profonda passione l’amore dell’alchimista, sapeva haimè in cor suo che il loro amore non era benedetto né dal Cielo, né dalle stelle, né tanto meno dalle leggi umane.
L’infelicità era sì grande che i due sfortunati amanti, spinti dalla disperazione più che dalla turpe sensualità, escogitarono un piano per avvelenare il marito di Angelica per liberarla dai sacri vincoli nuziali.
L’alchimista, seppure con fatica, si procurò il più letale veleno di tutta Firenze e preparò una pozione mettendola in uno scrigno imbottito di nero velluto e pur rimproverandosi per l’infame gesto, non pensate che fosse un uomo senza morale e schiavo del vizio, consegnò il tutto alla sua amata complice.
Ma il Cielo non stette a guardare inoperoso e invio un angelo che apparve in sogno allo sventurato sposo di Angelica.
L’uomo sul principio fu stupito e non credette alla veridicità del sogno, ma poi dopo alcuni segni capì che non era parto di fantasia, ma tragica realtà e sebbene il suo cuore sanguinasse si dominò al punto di non lasciare trasparire alcun sentimento, ma prese l’accortezza di stare in guardia tanto che Angelica iniziò a sospettare che il marito sapesse.
Questa certezza la spinse ad agire il più in fretta possibile, tanto che impregnò con la venefica pozione un abito del marito e attese pregando che il Cielo, che sì tanto stava offendendo, facesse andare tutto per il meglio.
Alla sua preghiera apparve, in una nuvola verde di zolfo, un demone e le propose un patto scellerato: suo marito sarebbe morto avvelenato, ma solo in cambio della sua anima immortale e eterna.
La bella Angelica alquanto turbata da cotanto accadimento accettò e corse dall’ alchimista a dirgli della strana apparizione e dell’infame patto, accettato più per paura che per reale malizia.
I giorni passarono e il marito di Angelica non moriva. Il veleno messo nell’abito sembrava senza effetto e così Angelica disperata prese a sospettare che qualcosa fosse mutato nel frattempo, tanto da ostacolare i suoi tristi piani, ma poi la paura e il senso di colpa soprattutto prevalsero e così si recò dal marito scarmigliata e in lacrime spiegandogli tutto e chiedendogli perdono.
Solo allora l’uomo le disse il vero: che il veleno non aveva avuto effetto perché l’alchimista gli aveva portato un antidoto, avendo saputo del patto con il demone. Come unica clausola aveva preteso che non dicesse niente per primo ad Angelica in cambio del suo perdono.
L’angelo custode che gli era apparso in sogno gli aveva infatti rivelato che agendo così l’alchimista aveva sciolto il patto e liberato la donna.
Questa storia bizzarra ha anche un insperato lieto fine: anni dopo infatti il marito di Angelica morì di morte naturale e la donna poté sposare l’alchimista, che nel frattempo era diventato consigliere illustre e temuto del Duca di Firenze”.

La storia finisce qui e sperando di avervi fatto cosa gradita ad avervela narrata inchinandomi mi allontano. Sento che tra voi qualcuno sghignazza, altri increduli scotono il capo saggio e reverente. Haimè sono solo un narratore di fatti neanche a me accaduti, nel malaugurato caso in cui vi avessi tediato me ne scuso.

** Il ritratto del Bronzino appartiene a Lucrezia di Cosimo de’ Medici (1545 – 1561) e la storia, con tutte le licenze del caso, si basa sulla sua triste e breve vita. Nella realtà fu lei moglie di Alfonso II d’Este a morire (si dice avvelenata, per losche trame di successione, anche se le cronache parlano di tisi) nel 1562, poco meno che ventenne.

:: Le mogli dei militari mentre i mariti sono in missione di Giulietta Iannone

9 luglio 2018
Si

The Moscow Times

Ci sono giorni in cui è davvero difficile capire la differenza tra il coraggio e l’incoscienza, sono quei giorni in cui ti chiedi chi te l’ha fatto fare di sposare un militare. La gente non capisce, pensa che non pesi restare a casa, guardare le notizie su internet, ascoltare le brevi telefonate che si ricevono dalle zone di guerra, dove sempre tutto va bene, il vitto è abbondante, i compagni sinceri, altri te stesso, dove a Natale si mangia tutti assieme e si fa pure l’albero. La gente non capisce cosa significhi resistere a casa, non sapere se il proprio marito, fidanzato, figlio tornerà, e come tornerà. Ferito, nel corpo o nell’anima poco importa. La gente non lo sa. Anche chi resta a casa combatte, soffre, a volte sente anche i proiettili che non ci sono. La gente non lo sa, giudica, schernisce, insulta a volte. Chi ha la responsabilità della vita di altre persone, fosse anche solo un autista di autobus, ha su di sé un peso, ma la gente non lo sa cosa sia. Esorcizza la paura dicendo scemenze, fiduciosa che tutto andrà bene, che ci sarà sempre chi pagherà in prima persona per permettergli una vita sicura, una scuola per i suoi figli, le vacanze al mare, le serate in discoteca, il vento tra i capelli mentre si guida una moto. La gente non lo sa, non conosce gli incubi, le urla, le notti insonni, la paura, la disperazione. Quando tutto sembra senza senso, e si può solo andare avanti perché l’addestramento te l’impone. L’addestramento di una donna che ha sposato un militare ed è come se l’accademia l’avesse fatta con lui. Poi ti dici: gli insulti mi sono piovuti addosso come lacrime, ma non vinceranno, non hanno vinto, questa è una certezza, e un nuovo giorno inizia. Il sole splende sempre uguale, e c’è spazio per la speranza, la speranza di un mondo senza guerre, un mondo dove le questioni si discutono intorno a un tavolo civilmente, senza armi, senza bombe, senza deserti interiori o esteriori. E’ strano la gente si chiede come stiano gli uomini e le donne in missione, ma non come stia chi resta a casa. E’ strano ma neanche tanto difficile da immaginare. Resisti ti dici, vedrai che torna, vedrai che l’amore è più forte. Resisti a volte è l’unica parola che ti ripeti come un mantra. Perché non c’è altro da fare, non c’è altro da sperare. Non siamo soli, siamo tante e tanti, genitori, figli, mariti, mogli. I legami d’amore sono misteriosi, ma neanche la guerra, la violenza, l’odio li spezza. Questa è una certezza. Questa è la mia fede.

:: Fratelli by Shanmei

20 giugno 2018

irrilevante

Mentirei se dicessi di amare gli ospedali. Ma infondo chi li ama? Sono luoghi di dolore, densi di disperazione, muri infetti, odore di disinfettante, confusione, gente che si lamenta, dottori oberati di lavoro, familiari confusi e stanchi. Comunque mentre percorrevo i corridoi del centro medico di Walter Reed il più importante ospedale militare degli Stati Uniti a Washington, osservavo quel luogo con un misto di riconoscenza e di rabbia. Chi era lì ce l’aveva fatta. Era vivo. Non era tornato in una cassa di legno avvolta in una bandiera. Prima di fare ciò per cui ero venuto decisi di dare un’occhiata in giro. La maggior parte dei degenti arrivavano dritti dritti dai campi di guerra dell’ Iraq, dall’Asfganistan e da luoghi che ufficialmente non erano teatri di nessuna guerra. Ora si aggiravano senza mani, con le gambe amputate, con fasciature agli occhi o semplicemente con l’aria stralunata di chi fosse sotto shock e non ne sarebbe mai uscito. Dall’inizio della guerra circa 50.000 soldati avevano avuto a che fare con ospedali del genere e rappresentavano una voce importante tra i costi della guerra. L’arrivo quotidiano di morti e feriti nella base aerea di Dover non cessava nè diminuiva. Scansai ragazzi su sedie a rotelle, altri che zoppicavano sulle stampelle, altri euforici di essere vivi e non ancora affetti da quella sorta di maledizione che si chiama stress-post traumatico. Forse nessuno è realmente preparato a ciò che stavo trovando davanti. Basta una giornata al Walter Reed per incrinare le convinzioni anche del più scalmanato guerrafondaio. Oh forse no? Questa era la vera tragedia. Andai al padiglione 57 reparto amputati 5° piano. Mio fratello era lì con una gamba amputata confinato a letto. Se ne stava semisdraiato appoggiato a diversi cuscini con la testa inclinata di lato. Percepì la mia presenza ma non si mosse. Non lo so forse al suo posto avrei provato rabbia o invidia. Io ero tutto intero. Due braccia, due gambe, due occhi. Cose che si danno per scontate, ma che lì si capisce quanto non lo siano. Accanto al letto c’era una finestra aperta con le veneziane abbassate. Mosse leggermente la testa e mi fissò. Non lesse sul mio volto compassione o pietà e si rilassò. “Cosa vuoi?” chiese piano senza particolare inflessione. ” Vedere come stai” ” Bene. Ora che l’hai visto la porta e laggiù”. Mi sedetti sul letto e incrociai le braccia. Su un comodino c’era una mezza bottiglia di plastica di acqua.” La riabilitazione come va?” ” Faccio progressi. Avrò il prototipo più avveniristico di arto artificiale disponibile. Una sorta di arto bionico. Come nuovo. Forse meglio. C’è qualcosa che potresti fare per me” disse ad un tratto e io mi irrigidii. Dedussi che la cosa che stava per chiedermi non fosse del tutto legale o per lo meno non esente da rischi. “Avevo una ragazza in Iraq” disse e mi fissò con attenzione. “E vorresti che ti raggiungesse qui in America” terminai per lui. “Non è così semplice. Laggiù è un inferno. Un caos pazzesco. Trasportano i profughi un po’ a destra e un po’ a sinistra. Non so in che campo profughi sia finita. Prima dell’incidente mi occupavo io di lei e della sua famiglia. Poi mi hanno impacchettato, narcotizzato, e spedito in Germania senza darmi il tempo di sitemare le cose. Non voglio che pensi che la sto abbandonando o che sia morto. Dubito che qualcuno si sia preso la briga di dirle cosa mi è successo”. “Farò il possibile” dissi e lo vidi sollevato. Lasciai l’ospedale oppresso da uno strano senso di colpa. Una sensazione strana, raggelante. Io potevo andarmene e dire ok ragazzi mi dispiace tanto per voi ma è andata così, arrangiatevi. Raggiunsi la mia auto nel parcheggio e provai la sensazione che qualcosa mi schiacciasse. Una colpa collettiva, un velenoso senso di inutilità. Nessuno avrebbe potuto ripagarli, nessuno avrebbe potuto far ricrescere i loro arti amputati, nessuno avrebbe potuto chiedergli scusa. Misi in moto e mi incamminai nel traffico.

:: La stella in cima all’albero di Daniela Distefano

31 maggio 2018

kiss

Lasciarsi è un evento sempre traumatico, anche se a volte liberatorio. Troncare una relazione a Natale è il dono più dolente sotto l’albero. Claudio mi ha lasciata il venticinque dicembre di due anni fa, e da allora ho preso a festeggiare questa ricorrenza con il dolore negli occhi.
Le ho provate tutte, ma nessuna frase, parola, consiglio, avvertimento, sono bastati per farmi superare questo choc.
Perché io credevo in questo rapporto, anche quando è finito per insufficiente desiderio, sopravvenute circostanze abitudinarie, difficoltà di interazione sentimentale, e perché lo stronzo nel frattempo mi alternava con una ballerina di danza classica conosciuta ad un concerto dei Pearl Jam.
Ecco la tradita che ha sempre perdonato, mi presento.
Ho ventinove anni, sono laureata in Scienze della Comunicazione, ma in genere parlo poco e mi faccio capire ancora meno.
Ho fatto mille lavori, mille colloqui, mille tentativi per entrare in un mondo del lavoro sempre più rarefatto, e sono alla ricerca di un posto al sole che non voglia dire una vita davanti ad un telefono del call center.
Ma – come molti – ci sono finita dentro anch’io. Non so come e perché. Questa occupazione assai poco redditizia mi ha fatto bypassare le giornate di vuoto dopo che io ed il mio fidanzato Claudio ci siamo detti addio per incompatibilità strutturale e cerebrale. Ma di lui ho già detto quasi tutto quel che c’era da dire.
Del mio lavoro nel call center posso solo aggiungere che non mi pesa troppo, però le mie aspirazioni erano ben altre.
Sognavo di scrivere, di viaggiare, di frequentare il mondo della Cultura, quella che in Italia è riuscita a sopravvivere alla Crisi.
Per un po’, ho relegato il mio sogno nel cassetto delle cose futili, non era proprio il caso di accumulare delusioni.
Eppure non ho abbandonato le mie passioni, i miei libri, la sete di conoscenza che stringe come una tenaglia le parti immacolate della mia anima.
Così, quando torno a casa dopo otto ore di stress e di allucinazioni, è bello buttarsi dentro una pesante coperta e inforcare gli occhiali per iniziare un viaggio meraviglioso alla scoperta di un romanzo, un saggio, una raccolta di poesie.
La musica e i libri riescono a sollevarmi da terra e a trasportarmi verso una meta che potevo raggiungere fino a poco tempo fa solo sognando.
Non sono il tipo da fondare blog letterari, ma è bello navigare nell’oceano dei siti dedicati ai libri.
E’ lì che ho conosciuto Silvano, blogger, critico letterario, gestore di un negozio di informatica.
Una vera fortuna perché parlando delle molte passioni letterarie in comune (entrambi adoriamo la letteratura russa e quella inglese), abbiamo deciso di avviare una piccola attività editoriale.
Pubblicare per esempio i libri di esordienti che più ci intrigano,
creare un sito per promuovere il nostro selezionato catalogo, insomma tirare fuori dal cassetto i nostri sogni perché il tempo passa e mai è momento migliore di adesso.
Mi accorgo che la mia vita si è colorata di blu, di giallo, di verde, ed è pienissima. Appena stacco il turno nel call center, comincio quello di editor, mentre è Silvano ad occuparsi della grafica e della strategia logistica della nostra casetta editoriale.
Faccio quello che ho sempre desiderato fare, anche se per il momento a nostre spese. Silvano è preciso, un vero socio d’affari e interagiamo ogni giorno per collaudare i nostri progetti, far fermentare le idee, promuovere la nostra presenza tra le realtà culturali più visibili e blasonate.
E poi con lui è tutto più facile, è un esperto di computer, di congegni elettronici, ha un fiuto da segugio nell’individuare il potenziale di uno scrittore, mi reputo fortunata.
Non ho un uomo ancora al mio fianco, però sento che Claudio è uscito dal portone del mio cuore senza troppi fracassi.
Il Natale però è sempre triste, e non c’è altro aggettivo che riesca a connotarlo diversamente.
Ho molte amiche, ho la mia famiglia, ho Silvano, e ho due lavori.
Ma continuo a sentirmi una perdente, perché certe volte anche se l’alberello ha mille luci che lo illuminano manca della stella in cima che lo sovrasta.
E poi c’è questo ticchettio interno, questa valvola biologica che mi ricorda di non crogiolarmi se voglio essere un giorno anch’io una mamma.
Tutte le mie amiche sono munite di famiglia e pargoli, io mi sento un cigno nero, un fortunato alieno che ha preso una strada diversa, malgrado le intenzioni, i propositi, gli obiettivi.
Ogni tanto faccio un sogno. Mi vedo col pancione, mi guardo allo specchio e sorrido. E’ un flash onirico, però sto male quando mi sveglio e capisco che è tutto immaginario.
Inizio la giornata di malumore, so già come finirà, io sotto le coperte a leggere, poi spengo la luce, infine dormo saporitamente e quando è mattina ricomincio.
Una vita straordinaria penserebbe l’immigrato che vive di stenti e arriva in Europa su una zattera, ma non riesco lo stesso a riderci su.
La mia vita è inutile perché non ho nessuno a cui preparare da mangiare, perché la sera vorrei un abbraccio, e pure al mattino, assieme al caffè.
Non penso più a Claudio, e questa sarebbe già una conquista, ma non esco con un uomo da secoli, mi sento come una vedova che ha chiuso l’armadietto dei sentimenti e vive alla giornata, senza emozioni, senza turbamenti.
L’ho raccontato a Silvano e lui mi ha consigliato di non essere troppo rigorosa con me stessa, sono in molti quelli che perdono affetti strada facendo. E’ la vita, e poi ha fatto una pausa al telefono.
Voleva trovare le parole giuste per non offendermi in qualche modo, sono questioni delicate, e un amico uomo è difficile da ascoltare su questo argomento.
Silvano pigia i tasti giusti, come sempre.
Mi parla della sua esperienza amorosa.
E’ legato ad una donna tedesca da cinque anni, vivono insieme a Milano e sono felici a fasi alterne.
Strano, non lo credevo così loquace in tema di amore e dintorni.
Anche loro pensano spesso ai figli, anche loro hanno attraversato momenti bui, però sopravvivono perché si rispettano profondamente, e l’uno non vuole ferire l’altra.
Silvano, chissà com’è la sua tedesca, e chissà com’è lui.
Lo conosco da molto tempo, ma solo virtualmente. Mi rendo conto che il mio migliore amico, la persona con cui interagisco tutto il giorno, con cui condivido ansie e nevrastenie, è un perfetto sconosciuto.
Non l’ho mai visto, neanche su internet perché non ha postato mai una sua foto, nemmeno su Facebook.
Più volte me lo sono chiesto, ma non ho osato chiederlo a lui.
Avrà le sue ragioni, vuole mantenersi misterioso, o forse è un po’ bruttino e così non si mette in mostra.
Non mi vengono soluzioni, forse non ne ho dopotutto alcuna esigenza.
Mi basta il Silvano che ho, il tuttofare che tramuta le mie preoccupazioni varie ed eventuali in certezza logica, fermo intendimento, lucida interpretazione.
Un giorno ci vedremo così conoscerò anche la sua parte fisica, e la sua compagna tedesca di cui mi parla in continuazione.
Passano i mesi, come istanti, è primavera e quasi Pasqua.
Mi rimpinzo di cioccolata come vuole la tradizione, è un bel periodo per me.
Sono frizzante, sarà questo anticipo di caldo; al Sud noi siamo preparati ad una bella stagione rigogliosa e luminosa che risveglia i sensi in ogni senso, ma io mi sono trasferita da qualche settimana al Nord; vivo da sola in un appartamento a Monza, un vero affare che ho potuto concludere grazie a qualche risparmio e ai giusti investimenti della casa editrice.
No, non è solo il tempo bello che mi avvolge di seta il cuore, è anche la gioia di aver incrociato una persona che mi fa tremare l’anima, finalmente.
Si chiama Roberto, è imprenditore e l’ho conosciuto mentre giravo appartamenti e case a Monza, cioè prima di decidermi per questa che era dimora della sua nonna materna.
Si è mostrato subito affabile, galante, gioviale. Ha quarant’anni. Ed è single. E’ perfetto. Almeno per me.
Insieme abbiamo effettuato tutto il procedimento di trasloco dal Meridione al Settentrione; sfiniti ci tuffavamo nel divano: baci, carezze, abbracci, e tanta stanchezza perché trasferirsi in un’altra città è davvero un’impresa titanica.
Ma con lui al mio fianco sfioro le nuvole. E anche adesso che lui è via per lavoro, nella glaciale Danimarca, il mio cuore freme
pensando che quest’anno forse avrò un bel regalo sotto l’alberello:
un Natale vero, una festa anche mia.
Giro per i negozi con occhi pindarici.
Guardo le vetrine e le lucine colorate, non riesco ancora a crederci, mancano due settimane alla Vigilia e Roberto mi ha promesso di portarmi a Parigi (anche se fa lo gnorri quando gli chiedo di farmi conoscere la sua famiglia con cui ancora abita).
Prima di partire con lui, dovrò fare una piccola trasferta da sola, devo incontrarmi con una scrittrice perché pubblicheremo il suo ultimo libro proprio a ridosso delle festività natalizie.
Siamo in chiusura dell’anno, abbiamo alcune presentazioni da eseguire in centri non proprio vicini.
Silvano è stato categorico: “io presenzio a quasi tutti gli incontri, tu però organizzi la serata con l’autore nel posto più distante”.
Non ho potuto rifiutare questo impegno.
Mi assenterò da Monza per qualche giorno. E poi Silvano in questo periodo è davvero irritabile, anche dopo che ci siamo visti live la scorsa estate. Credo che le cose con la tedesca stiano andando un po’ maluccio. Mi dispiace, io invece vivo nel mondo delle fiabe.
Roberto è la passione, il falò, la congiuntura dei miei anni non ancora maturi ma nemmeno acerbi.
Ed è già arrivato Babbo Natale per me.
Sono radiosa, ho appena ricevuto un dono che non mi aspettavo. Roberto si è presentato stamani con un grosso scatolone.
Dentro c’era Olivia, una bellissima cagnolina che mi farà compagnia la sera quando il mio amoroso sarà in viaggio o non potrà venire a trovarmi.
Una sorpresa incredibile, la mia felicità si espande come uno spread finanziario.
La mia vita adesso è perfetta, anche se vorrei che le persone a me care e vicine fossero felici quanto lo sono io.
Mi riferisco a Silvano.
Non mi chiama più con la solita frequenza, è sempre evasivo, scontroso, e quando ci vediamo per stabilire, fare il punto dei nostri progetti, è impacciato.
Fisicamente, invece, non è stata affatto una delusione.
Anzi, è piuttosto attraente: ha occhi fuggitivi, neri come le sopracciglia, sempre a disagio se accenno alla nostra amicizia virtuale per così lungo tempo.
Forse sono io per lui una delusione, o forse la sua compagna lo fa soffrire, o magari ha semplicemente un carattere che è l’opposto di quel che pensavo.
Intanto i giorni volano, vado in Puglia per la trasferta programmata.
E finalmente rientro dal mio viaggio, l’incontro è stato un successo. La gente accorsa per assistere alla presentazione del romanzo storico era un fiume straripato oltre la sala-conferenze allestita per l’occasione.
Apro la porta di casa, chiamo Olivia già prodigata in una corsa folle per venire incontro alla sua padrona.
La porto a spasso nel giardinetto.
Poi in cucina le preparo la pappa, una bella ciotola di pasta abbondante.
In serata arriva Roberto. Gli racconto del mio riuscito lavoro a Lecce.
Ridiamo, beviamo un buonissimo vino Cannonau, dopo una cena a base di carne non troppo elaborata.
Ci abbracciamo un po’ brilli, poi cambiamo location e ci spalmiamo sul divano, il nostro nido d’amore.
“Amore, mi sei mancato”.
“Ma se sei mancata solo due giorni!”.
“Mi manchi sempre, soprattutto quando non sei qui, nella mia casa, che poi è quella di tua nonna”.
“ Ah, beh, allora possiamo pensare a come colmare questi vuoti, io un’idea ce l’avrei..”
“Ti mordo l’orecchio se non me la dici”.
E’ su questo registro focoso che sprofondiamo l’uno nell’altra.
Mentre gli passo la mano sulla spalla, mi impiglio su qualcosa che mi sembra irreale.
“E questi cosa sono, Roberto?”.
“Eh? Giuro che non ne so niente”.
“Allora saranno gli slip di tua nonna!”.
Lo caccio di casa in due secondi, esce dal portone nell’istante successivo.
Non lo vedrò più, lo so, e cambierò casa, lo so, e sono una dannata sfigata, so anche questo.
Gli ho dato le chiavi di casa per portare a spasso Olivia, quando non c’ero è venuto qui con una donna che si è dimenticata di raccogliere la prova del tradimento, un indumento intimo che ha rivelato quello che avrei dovuto capire da sola, Roberto non è l’uomo della mia vita.
Ancora una volta, mi ero fatta un film delle mie esperienze sentimentali.
“Inguaribile romantica”, canta Vasco Rossi.
Ineluttabile idiota, penso tra me e me.
In lacrime, non so chi chiamare, mi manca il respiro, alla fine
accorre Silvano.
Non è duro con me quando gli racconto tutto di questa pochezza.
Anche lui ha qualcosa da dirmi. Mi parla tenendo gli occhi bassi. Si è lasciato con la tedesca.
La cosa che non riesce a dirmi è il perché. Non lo intuisco, però mi accade una cosa strana.
Dovrei essere agitata invece adesso mi metto a sorridere, poi asciugo l’ultima lacrima.
“Sono un disastro con gli uomini, Silvano”.
“Lo so”.
“Allora perché sei qui con me adesso?”
“Perché l’ho detto che sei Fantozzi anche alla mia compagna e lei mi ha detto:
“Vattene”.
“Perché?” gli ho chiesto.
“Perché tu ami lei”.
Perché io amo te.
E il venticinque dicembre ho avuto un regalo nuovo di zecca da scartare, che sia sempre lo stesso ogni anno della mia vita.

:: Lo scavo nel cuore di Daniela Distefano

6 aprile 2018

FOTO - Lo scavo nel cuore

Sul terreno denudato, dopo la pioggia copiosa dei giorni scorsi, è spuntato un piccolo, impalpabile, fiorellino. Lo guardo come perla di un tesoro custodito sotto il suolo fecondo. E’ bella stagione, quasi estate, e i lucciconi del cielo sono spettri innocui e passeggeri. Colgo questa primizia della terra, poi mi dedico alla parte più ardua del mio lavoro, fare luce sul mondo del passato, scavare e svelare la storia dell’uomo, sì, sono archeologa. “ L’archeologia è la scienza che studia le civiltà e le culture umane del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante, mediante la raccolta, la documentazione e l’analisi delle tracce materiali che hanno lasciato. L’attività dell’archeologo si avvale anche di metodi matematico – statistici”. E’ proprio quello che faccio ogni giorno, con passione, amore, temerarietà. Avevo sedici anni quando rimasi folgorata dalla visione del “Vaso François”, cioè un cratere, un vaso aperto che veniva usato per il vino, così denominato dal nome dello scopritore, Alessandro François. A realizzarlo intorno al 470 a.C. Kleitìas ed Ergòtimos i quali hanno occupato la fascia principale del vaso con la rappresentazione di uno dei matrimoni più famosi del mito greco: le nozze di Teti con Pèleo, i futuri genitori di Achille. Io che mi sono tenuta sempre alla larga da matrimoni e da altri nodi gordiani, adoro questa coppia nuziale dipinta con maestria leggendaria. Ma c’è voluto del tempo, studio, sudore per riportare alla luce questo antico splendore (rinvenuto tra l’altro in frammenti e ricostruito con amorevole pazienza). Merito non mio, naturalmente, eppure chi ne ha effettuato la scoperta nel 1845 ha tracciato una via che noi archeologi del Ventunesimo Secolo seguiamo quasi fossimo seguaci di una setta, maniaci della precisione da chirurgo, investigatori del mondo sotterraneo. Oggi non si lavora, il terreno è fanghiglia, metto il fiore tra i capelli e corro da mia figlia che mi aspetta dietro il cancello della scuola. Siamo in due, siamo una famiglia ristretta: il mio ex compagno vive in Canada. Un padre presente a suo modo, ma non è colpa sua se ci siamo detti addio, un giorno di tre anni fa. Sono io che voglio la libertà, ogni legame mi sta stretto. Il mio sogno era l’archeologia, per caso è arrivata Carlotta, però non ho mai dimenticato la mia vocazione di talpa. Forse non sono mai stata davvero innamorata. Forse da piccola credevo nei baci eterni. Adesso ho altre responsabilità, adesso mi concentro su quello che ho intorno, un po’ meno su quello che porto dentro la mia anima, il mio cuore, la mia sensibilità. Posteggio e scendo dall’auto, mia figlia mi viene incontro, mi abbraccia, e poi mi dice qualcosa all’orecchio. Vuole che inviti il suo compagnetto Paolo a casa nostra un pomeriggio per fare i compiti di scuola e dopo giocare un po’. Dico che per me va benissimo, allora Carlotta mi porta verso l’altra entrata dell’istituto scolastico. Ad attenderci, un bambino che corrisponde alla descrizione di Paolo, e il suo papà. Mi avvicino, un po’ imbarazzata, li saluto sbrigativamente, poi guardo il padre di Paolo e lui mi fissa con eguale stupore – Giulia! Ed io – Stefano! Che bella sorpresa , non ci vediamo da un’eternità!
Puoi dirlo forte!
Sei sempre lo stesso, ed hai un bambino che ti somiglia tantissimo.
Tu sei invece diversa dai tempi del liceo, ma è un complimento, nel senso che ..
Lo vedo che si arrampica sugli specchi, si vede proprio che non si aspettava di vedere un fantasma del suo passato e forse non ha avuto il coraggio di dirmi che, all’epoca in cui ci frequentavamo come amici, ero una ranocchia con gli occhiali, tutta presa dai libri, dalle tesine, dalle fotocopie per l’ennesimo compito in classe.
Lui, invece, era il “rimorchiatore” del liceo. Gli andavano dietro tutte le ragazze della mia classe. Ma solo una aveva avuto la fortuna di accalappiarlo: Verdiana, la mia migliore amica.
Appena le racconto che ho incontrato il suo ex fidanzatino di gioventù, mi sommerge di domande. Com’è adesso? E’ sposato o divorziato? Ti ha parlato di me?
Al telefono non si vede, ma ho la faccia a mongolfiera. Non so che dire, Verdiana è fatta così, è curiosa di tutto e di tutti, le dico che devo preparare la cena a Carlotta, metto via lo smartphone con in testa un esercito di nuvole minacciose. La mia più cara amica è tale perché è da sempre l’opposto di come sono io, piuttosto schiva e non proprio socievole. Anche adesso che ho raggiunto una maturità serena, ogni tanto lancio lapilli di stizza, fuggo dalla grossolanità di certe situazione equivoche. E’ il mio scudo di ferro, ho imparato così a usare il mio cervello come arma per non far pensare alla mia bellezza nascosta. Verdiana, più esuberante, più appariscente di me, è rimasta quasi la stessa fisicamente. Io sono sempre parca di atteggiamenti sgargianti, ma rispetto al passato curo di più il mio aspetto, un tempo trasandato e incolore.
Ho schiarito i miei capelli, li porto adesso a metà lunghezza, ho scurito le palpebre con un tocco di eyeliner che ridisegna i contorni degli occhi di un nocciola ordinario. Porto spesso gli stivali, deformazione professionale anche quando indosso abiti a fiori che rendono più morbido il mio corpo non troppo in carne.
Mi guardo spesso allo specchio e sorrido se vedo una rughetta che avanza furbescamente. Sono all’apice della mia femminilità, tra qualche anno, tra qualche mese, comincerà la fase di “irrugazione” , come la chiamo io.
Ma non m’importa più di tanto, ho la fortuna di amare la vita per quello che mi ha dato senza troppi sacrifici.
Carlotta sta bene, cresce sana, la osservo e ogni volta è una meraviglia sapere che si sente amata.
Darei la vita per lei, e lei così gracile, così acerba, lo sa, lo sa già.
E’ sera, la metto a letto, le racconto una piccola storia che ho inventato mentre mentalmente organizzavo il lavoro che mi attende domani. E finalmente mi dedico alle incombenze domestiche.
Poi, sul tavolo osservo la “lekythos” che ho trovato nel corso di uno scavo di qualche settimana fa.
E’ un vaso dal corpo allungato, con un’unica ansa e ampio orlo svasato, bellissimo e ancora in condizioni ragguardevoli.
Mi sento però un po’ stanca per sviscerane le caratteristiche tecniche. Mi sciolgo dentro una vasca da bagno profumata di sali agrumati. La primavera mi provoca da sempre sonnolenza, finisco quasi addormentata dentro l’acqua che deterge il mio animo.
Non penso a nulla, sono totalmente in preda dell’atarassia. Lo so, non è un bene. Verdiana ed io litighiamo poco, ma su questo mio guscio che non riesce a spaccarsi lei proprio non si rassegna. Mi dice che devo sbloccarmi, organizza cene al buio per farmi conoscere uomini che finisco col cestinare al primo appuntamento. No, non credo che sia in fondo una tragedia se una donna vuol vivere la propria vita senza un uomo accanto, però il cruccio è un altro. E se esistesse invece questa persona? Se davvero esistesse la mia anima gemella?
Non credo al principe azzurro, e non mi faccio film delle storie che ho avuto. Eppure qualcosa lo sento, un fruscio di foglie sotto le piante dei piedi, un passo veloce, poi un’orma, infine una voce, bisbigliata, udita dietro una porta chiusa.
Io credo in Dio, ma forse non credo nel genere umano. L’amore del Signore è più grande di quello che noi esseri monchi possiamo provare l’uno per l’altro. Per questo Gesù diceva: “amate il vostro prossimo”, sapeva qual era il nostro tallone d’Achille. Ci scegliamo il partner in base ad alcuni requisiti che deve possedere. Poi li compariamo con i nostri desideri, siamo come delle “troniste” che cercano il compagno, il marito, il fidanzato, su un ipotetico catalogo. Sì, credo di non aver mai amato veramente. Altrimenti non farei certe dichiarazioni.
Passano le settimane come secondi spediti, rimuovo delicatamente le incrostazioni di un “oinochoe” a figure rosse della metà del V secolo a. C., praticamente dell’epoca alla quale risale il mio ultimo bacio ad un uomo.
Sorrido e mia figlia, che fa i compiti sul tavolo dove sono distesi i ferri del mio mestiere, mi chiede se sono felice. E poi mi chiede cos’è la felicità. Non sorrido più.
La felicità, la felicità, pensa a fare la matematica perché se la maestra dice che non sei brava vedrai quanto sarai felice! L’abbraccio, le do una cascata di baci, lei mi dice: Mamma, mamma, ti voglio bene. Come se premesse il bottone degli occhi, vengono giù lacrime a catinelle.
La prossima settimana è il suo compleanno e vorrei regalargli il mondo, ma lei vuole solo la torta al cioccolato e gli amichetti per festeggiare l’evento.
Non sono brava a organizzare feste di compleanno, non cucino mai niente di raffinato, non so fare i dolci. Quindi corro ai ripari e prenoto una torta prelibata nella pasticceria più grande della città. Il sole rende l’aria una serra riscaldata.
Allora dici che verrà?
Non lo so, ci sarà suo figlio alla festa per Carlotta, probabile che sia lui ad accompagnarlo, o forse la sua ex moglie.
Dici che potrei passare anch’io quel giorno come se mi trovassi nei paraggi?
Verdiana non è una donna sprovveduta, e quando vuole una cosa, tac! L’ottiene con pochi mezzi.
Le dico di fare quello che più crede opportuno.
Per lei ho raccolto alcune informazioni private sul padre di Paolo nonché suo ex fidanzato.
Vive da solo, è divorziato da un anno, lavora come dirigente comunale, il suo numero di targa è.. Scherzo. Quello mi rifiuto di fornirlo alla mia cara amica.
Sembriamo adolescenti senza alcun freno, ci telefoniamo per dirci cose del tipo: “Cosa ti metti addosso per la festa?”
Verdiana vuol essere fatale per il ritorno sulla scena del suo ex amore, io la assecondo, non voglio sfigurare il giorno della festa di mia figlia. Ed è arrivata la data fatidica.
Le candeline su cui soffiare non sono mancate, Verdiana però è rimasta delusa. Paolo non era accompagnato da suo padre Stefano, ma dalla baby sitter.
Ho riso di gusto nel vederle il trucco colargli dal mento dopo averle dato questa notizia crudele. Ci siamo tuffate allora nei ricordi e sui dolci che affollavano la tavola della mia cucina.
La mattina successiva, catalogo i reperti archeologici
che il mio team ha rinvenuto nel corso di un recente scavo.
Mentre svolgo quest’operazione di routine, mi arriva un messaggio sullo smartphone.
Non posso non pensare a Verdiana e alla sua dannata fortuna: Paolo ieri ha dimenticato il cellulare che porta sempre con sé (i bambini delle nuove generazioni hanno più appendici tecnologiche degli adulti).
Vado alla ricerca del telefonino di Paolo e lo trovo su un cuscino del divano. Poi mi metto d’accordo con Stefano per restiturglielo.
A questo punto, mi pare logico passare la palla alla mia amica che tanto scalpita per rivedere gli occhi del suo primo spasimante.
Provo a contattarla, ma la linea è contrastata. Alla fine risponde, ha la voce afflitta, il marito che l’ha tradita e se n’ è andato via di casa, è pentito e vorrebbe ritornare da lei.
Verdiana piange perché dopotutto è felice, lo ama ancora. Riaggancio ed esco, il sole è alto, giugno si profila all’orizzonte con le sue promesse, niente scuola per Carlotta, vacanza estiva da programmare, tempo di passeggiate, di esplorazioni, di natura rivitalizzante, di pane che devo comprare mentre penso a queste circostanze cicliche della vita.
Addento un panino, la signora del panificio mi saluta con gli occhi, ogni giorno è per lei uguale, ma anche lei avverte che la bella età è come questa stagione, chi ce l’ha nel cuore non riesce a togliersela mai.
Ed eccomi davanti al centro sportivo dove Stefano mi ha chiesto di vederci per restituirgli il telefonino di suo figlio.
Camicia arrotolata, jeans scuri, occhiali da vista, capelli neri con qua e là finissimi fili color argento.
Non lo guardo troppo, mentre mi avvicino, anche lui è pervaso da un’atomosfera dolce e nello stesso tempo tesa.
Camminiamo un po’, ci fermiamo davanti al campetto di calcio, dei ragazzi si allenano tirando a turno contro la porta vuota.
E così adesso fai l’archeologa, il tuo sogno di sempre.
Sì, ho coronato due sogni in realtà. Uno che ho sempre desiderato, e Carlotta che è un sogno mai sperato.
Ci sediamo su di un blocco di pietra, uno accanto all’altra, come se ci fossimo sempre stati, come se fossimo sempre stati lì, insieme, a goderci una giornata di sole qualunque.
E tu hai realizzato i sogni di quando eri ragazzo?
Forse mi sono accorto che erano sogni stupidi, volevo andare via, volevo essere ricordato per la mia capacità di progettare un futuro immaginifico, adesso lavoro come dirigente.
Mi occupo di sospensioni dei lavori, abbattimenti, riduzioni in pristino, di concessioni edilizie, di gare, di appalti.
Di tutto quello che un tempo non immaginavo potesse riguardarmi.
Fa una breve pausa, poi mi chiede di vederci, di vederci ancora, come adesso, da soli. Mi stupisco di me stessa, non credevo che certe cose avvengono in modo così naturale se sono destinate, se ci si trova bene, se non c’è imbarazzo nel raccontarsi i successi e le sconfitte. Entrambi abbiamo sacrificato il concetto di coppia in nome di un ideale professionale, ma chissà, magari è capitato semplicemente perché non avevamo accanto la persona giusta.
Il mio ex compagno, la sua ex moglie, una tappa importante per le nostre vite, ma non definitiva.
E’ così che la pensi.
Già.
Ci alziamo, ridiamo e pensiamo a quando lui con i riccioli in testa era stato il boyfriend di Verdiana. Mi confida di averla vista passare un giorno sotto il suo ufficio – E’ sempre la stessa – mi dice. Poi però mi prende la testa con entrambe le mani.
Tu non ci crederai mai, lo so, ma come faccio a dirtelo?
Io ti amavo segretamente, ho sempre amato te, anche allora. Solo che mi vergognavo dei miei sentimenti, sembravo un citrullo che voleva conquistare la prima della classe.
Eri sempre sommersa dai libri, eri piena di ideali, di voglia di combattere senza però metterti in mostra. Ti odiavo per questa tua declinazione marziana.
Davvero mi prende in contropiede questa sua confessione, non posso stare in silenzio a vita, ma cosa dirgli? Che lo amavo anch’io? Era il ragazzo di Verdiana! Siamo cresciute insieme, abbiamo vissuto l’adolescenza in simbiosi; e poi perché adesso tira fuori questi sentimenti remoti?
Io sono un’altra oramai, e anche lui non è più lo stesso.
Siamo due conoscenti che per caso si ritrovano e si frequentano per pura socialità.
Devo andare, gli dico.
Lui non mi trattiene, abbassa la testa, alla fine mi insegue chiedendomi scusa per come si è comportato.
Ha messo in conto che è passato del tempo e che forse, anche se non sono impegnata sentimentalmente, non ho la benché minima intenzione di stare con qualcuno.
Lo so, è deluso, ed io sono sconvolta.
Ci salutiamo con lo sguardo rivolto altrove.
Entro dentro la mia auto, faccio per accenderla e questa comincia a brontolare. Riprovo, niente.
Sono costretta a richiamarlo mentre già si allontana dalla mia vita.
Stefano si gira, corre verso di me.
Ci abbracciamo. Mi bacia, mi dice ti amo,
io sono presa dai suoi raptus di baci, alla fine mi lascio andare.
Sei qui con me adesso, e insieme possiamo andare dovunque, mi dice.
Gi rispondo – sì, con la tua macchina però.
Ho raccontato la mia storia perché sono passati due anni e oggi io e Stefano li festeggiamo con Carlotta e con i piccoli gemelli nati sei mesi fa. Sono sempre archeologa e continuo il mio lavoro di scavo, anche interiore. Ho scoperto dentro di me un cuore cicolpico che batte forsennatamente. E’ l’amore che do e che ricevo, tutto il resto è vita. Vita vera.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Onde di Alessandro Esu

23 marzo 2018
Sunset_by_Caspar_David_Friedrich

Caspar David Friedrich, Il tramonto (1830-1835)

Un giorno ti imbarchi su una nave come marinaio. Non sai esattamente perché. Forse per spirito d’avventura, forse per spirito d’iniziativa, o forse solo per mancanza di spirito. Il mare è un olio per settimane, e poi ci sono il sole, la solitudine, i sogni ad occhi aperti dell’orizzonte infinito, e ti chiedi cosa avrà mai da lamentarsi chi fa questa vita per tutta la vita.
Una mattina ti svegli cadendo dalla branda, la nave è una gigantesca culla infernale che non smette di rullare, e quando sali sul ponte sembrano le dieci di sera anche se sono le dieci del mattino da quanto è buio il cielo. Nuvole grigie, nuvole nere, nuvole che vomitano lampi. Passi un paio di giorni senza sapere se è più la voglia di vivere o la paura di morire che ti tiene su, ma non ti arrendi finché la tempesta si placa e torna la calma. Sbigottito riprendi la vita di tutti i giorni, col passare del tempo comprendi che la vita in mare è dura, a volte hai nostalgia della terraferma ma resisti e resisti e resisti, e il mare ti ripaga con tramonti mozzafiato ed albe celestiali.
Un giorno, mentre sei indaffarato nei tuoi lavori di marinaio, noti intorno a te una gran frenesia, i tuoi compagni sono agitati a mille, alzi lo sguardo ma il cielo è terso, non c’è una nuvola ma soltanto una leggera brezza che ti rinfresca la pelle nuda bruciata dal sole e dalla salsedine. Chiedi in giro che c’è, il perché di tutta quella agitazione, e un facchino ti sorride divertito e ti risponde che tra poco lo vedrai che c’è, tra poco lo vedrai! Pensando che siano tutti matti abbassi la testa e torni al lavoro, di tanto in tanto la nave oscilla ma non è niente di preoccupante e ti perdi nei tuoi pensieri, non è niente di preoccupante, niente di preoccupante continui a ripeterti… finché un vento caldo e arrabbiato inizia a soffiare da est e prima che te ne accorga una pioggia di spilli trasversali inizia a bucarti la pelle secca, incessantemente. Le onde che si infrangono sulla prua scavalcano lo scafo e allagano te, il ponte, tutto, e passano le ore e inizia a fare buio e tu sei bagnato fradicio in mezzo a quel vento bollente, e quella pioggia diventa acquazzone, e quell’acquazzone diventa tempesta, e devi farti in quattro per non volare giù. La forza del vento e delle onde è implacabile, ognuno cerca in tutti i modi di contrastarne la furia ma è tutto inutile, ti leghi con una corda ad un albero della nave e continui a togliere acqua dal ponte mentre lo stillicidio continua. Poi improvvisamente senti un boato incredibile, il cordame che teneva i barili agganciati ad un angolo della nave si è spezzato e centinaia di chili di provviste rotolano sul ponte e cadono in mare, perduti. Anche la tua corda si spezza, e anche tu inizi a rotolare e cadresti in acqua se la fortuna, annaspando, non ti facesse sbattere contro la ringhiera della nave. Rimani lì aggrappato sotto il peso di un vento ed una pioggia inverosimili, e pensi che stavolta è arrivata la tua ora, che cadrai in acqua e morirai lì, in mezzo all’oceano, ma lo spirito di sopravvivenza è più forte di tutto e resti abbracciato a quel pezzo di legno e anche se le dita e le mani e le braccia sembrano prese a morsi non molli la presa e alla fine, dopo ore, nel bel mezzo della notte la tempesta passa e ti ritrovi quasi svenuto, sanguinante su tutto il corpo ma vivo.
I giorni seguenti scorrono tutti uguali, con l’unico pensiero che non metterai mai più piede su una nave. Non sei tagliato per questa vita. Quando finalmente all’orizzonte spunta la terraferma sei la persona più felice del mondo, ce l’hai fatta, la nave attracca al porto e appena scendi senti le gambe molli, cadi in ginocchio e scoppi in un pianto liberatorio. I primi giorni li passi ad ubriacarti insieme agli altri marinai sopravvissuti come te, gli altri marinai sono amici sconosciuti che riconosci  dallo sguardo, senza parole. Pensare che ora sei sulla terra ti dà sicurezza e serenità, la vita di mare non fa per te. Ma poi inizia ad insinuarsi un pensiero che si fa sempre più presente, ti ritrovi a cercare il mare senza pensarci, fissi per ore le sagome delle navi all’orizzonte, ti svegli la mattina con la sensazione che manchi qualcosa, finché un giorno mentre cammini per il porto vedi una nave in procinto di salpare, e senza accorgertene ti ritrovi a caricare barili e ad annodare corde e a sistemare le vele. La nostalgia del mare ha colpito anche te e ormai la terra inizia a starti stretta, senti l’irrefrenabile desiderio di imbarcarti nuovamente senza pensare ai pericoli che hai corso o a quelli che ancora dovrai correre, tutti sono presi dalla febbrile eccitazione della partenza e tu non fai eccezione. Il viaggio è lungo e difficile, ma ora sai governare le tempeste che sorprendono la nave e dopo ognuna sei sempre un po’ più calmo, ormai hai imparato a gestirle o almeno credi che sia così. Ma poi ne arriva una che stravolge tutto quello che pensavi di sapere, piove a dirotto per giorni e notti, l’aria è gelida, arranchi sul ponte mentre tu e i tuoi compagni lavorate senza sosta per evitare che la nave venga inghiottita dalle onde. Questa volta sei convinto di non farcela, sei convinto che il mare sarà la tua tomba e maledici te stesso per essere salpato. La tempesta diventa un uragano e dopo giorni la stanchezza e la mancanza di sonno iniziano a farsi sentire, perdi la forza, perdi la lucidità, ma resisti, quando ad un tratto un colpo di vento come la mano di un dio invisibile spezza un albero della nave e nella confusione un pezzo di legno ti trafigge la gamba. La ferita è molto grave e sembra non ci sia niente da fare, ma in mezzo alla bolgia e alla furia dell’uragano, mentre sei mezzo svenuto, senti due braccia che ti sollevano e ti portano di peso in salvo, e finalmente perdi i sensi.
Quando ti risvegli sei su una branda, al sicuro. Non senti più le urla agitate degli altri marinai, il pericolo anche questa volta è passato, abbassi gli occhi e ti guardi la gamba. Una stretta fasciatura la avvolge e non riesci a piegarla, provi a scendere dalla branda ma non ci riesci e così resti sdraiato in attesa che arrivi qualcuno. Quando il capitano scende a vedere le tue condizioni e ti trova sveglio un gran sorriso si apre sulla sua faccia burbera di vecchio lupo di mare, ti spiega che te la sei vista brutta, che un pezzo di legno ti si era conficcato in una coscia e che hai veramente rischiato di morire, e dal suo sguardo capisci che sei vivo solo grazie a lui. Questa volta giuri a te stesso che non salperai mai più, che una vita noiosa e sicura è cento volte meglio di una vita avventurosa e pericolosa, e ripensi a quando ti sei imbarcato la prima volta e a quanto la vita in mare sia diversa da come l’immaginavi. Soffrire la fame e la sete, il caldo ed il freddo, dormire su un’asse di legno e svegliarsi più stanco di quando ti sei coricato, ora ti sembrano incubi dai quali non puoi svegliarti, e passi settimane sdraiato su quella branda incapace di muoverti mentre la nave continua il suo viaggio e finalmente arriva a destinazione. Con una stampella di fortuna riesci a scendere aiutato da un compagno, stavolta non cadi in ginocchio ma invece quando metti il primo piede a terra tutti i pensieri che avevi avuto fino a quel momento svaniscono e una gioia incosciente ti conduce con tutti gli altri alla solita taverna del porto, ad ubriacarti e fare casino ed esorcizzare la paura che ha abitato il tuo corpo per mesi. Passi tre giorni a fare baldoria fino a non ricordare neanche più come ti chiami, fino a non ricordare più niente, poi come sempre dopo qualche giorno non hai più la necessità di dimenticare gli orrori che hai vissuto, e ricominci a passare le giornate in riva al mare a guardare l’orizzonte e a sognare.
Un giorno camminando per le vie del porto, la vedi. Il tuo sguardo incrocia il suo e un brivido, come un fulmine, ti attraversa la spina dorsale. Con una scusa inizi a parlarle e scopri che è la figlia di un capitano di vascello scomparso in mare quando era bambina, che a quel tempo fu adottata dalle mogli dei marinai del posto e che ora si guadagna da vivere pulendo e vendendo in paese il pesce portato dai pescatori del luogo che ogni giorno partono all’alba e tornano la sera con i loro carichi. Dice che ama il mare, che non lo incolpa della morte di suo padre e che anzi ha un grande rispetto della natura e di tutto quello che viene con essa, anche delle tempeste e delle carestie e degli uragani. Dice che alla fine la natura vince sempre, anche se a volte scherza dando agli uomini l’illusione di avere il controllo su di essa… parlate e parlate e parlate, e con il tempo nasce tra voi un rispetto che si trasforma in amicizia e poi in amore. Tu le racconti delle tue avventure, della tua vita prima di essere marinaio e di come un giorno qualcosa che non riesci a spiegare ti abbia portato ad imbarcarti, delle albe che non si possono spiegare a parole e delle tempeste che invece le parole le tolgono del tutto. Lei ti guarda affascinata mentre le parli, dice che le ricordi suo padre, che vuole vivere con te, e alle tue orecchie quella frase risuona come la musica più dolce del mondo. Vi sposate e andate ad abitare in una casetta umile ma accogliente, e riesci a trovare lavoro su un piccolo peschereccio. E’ un lavoro faticoso, si parte col buio e col buio si torna, tutti i giorni, non esistono domeniche o feste o giorni di riposo e a volte è veramente frustrante tornare a casa con la stiva mezza vuota. E’ un lavoro faticoso, certo, ma non è niente in confronto a quello che hai passato, e dormire ogni notte in un letto con la donna che ami ti ripaga delle fatiche della giornata. E così passano i mesi, e tutto sembra ormai andare per il meglio, quando ancora una volta inizia improvvisamente a nascere nella tua testa un’idea.
All’inizio è un’idea piccola, che scacci dalla mente come si scacciano le mosche, ma come le mosche ritorna sempre a darti fastidio, e ogni volta non pensarci è sempre più difficile. Non ne parli con lei, ma una notte prima di addormentarvi, nel buio della stanza, ti dice che ha notato che il tuo sguardo è cambiato e che anche se la tua voce non vuole ammetterlo i tuoi occhi nascondono un segreto. Ti chiede se hai un’altra donna e tu quasi sorridi a quel pensiero, perché mai hai desiderato un’altra bocca da baciare che non fosse la sua, ma insiste e alla fine confessi, ti manca il mare. La sua reazione è malinconica ma rassegnata e ti spiega che si aspettava che prima o poi sarebbe accaduto, che tutti finiscono così, che anche suo padre per quanto l’amasse l’aveva lasciata lì da sola per seguire il richiamo delle onde. Ma non te ne fa una colpa, dice che non riuscirà mai a capire il perché della potenza di questo richiamo ma che lo accetta perché rispetta il mare e tutto quello che il mare significa. Poi vi addormentate e la mattina dopo lei fa finta di nulla, quando ti avvicini per parlare cambia discorso con un sorriso, quando ti vede pensieroso invece di arrabbiarsi o essere triste inventa mille modi per farti ridere, e nell’intimità della notte vi amate come neanche uno scrittore romantico potrebbe descrivere, come se foste le uniche due persone rimaste al mondo. Ma sai che dietro le apparenze le cose stanno cambiando, e anche se cerchi di reprimerlo con tutte le tue forze il desiderio di partire cresce dentro di te, provi ancora a parlargliene ma ogni volta lei riesce a cambiare discorso e alla fine ci rinunci, alla fine capisci che lei ti ha capito ancora prima di te stesso, che mai nessun uomo al mondo avrà la fortuna di conoscere l’amore che tu hai conosciuto con lei. Poi una notte ti svegli e non riesci più ad addormentarti, il vento sibila dalle finestre e la pioggia batte sul tetto di legno della vostra casa. Ti alzi, prepari un caffè con calma per non svegliarla, poi ti vesti con gesti rallentati, meccanici, e tutti i pensieri che hai in testa ti dicono di non farlo ma non riesci a fermarti, prepari la sacca con dentro qualche indumento, uno spazzolino ed un rasoio, e indossi la giacca.
La guardi per l’ultima volta. E’ bella come solo un angelo addormentato può essere e in quel momento la ami come non pensavi fosse possibile amare qualcuno. Una lacrima scende dai tuoi occhi e ti riga il volto mentre chiudi la porta di casa e ti incammini verso il porto, senza voltarti più. E pensi a tutti i racconti sentiti all’osteria, alla profonda malinconia negli occhi dei vecchi lupi di mare, a tutte quelle volte che hai dato dello stupido a qualche marinaio devastato nel fisico che saliva il ponte di una nave pronto ad imbarcarsi di nuovo… e comprendi che da quel momento in avanti, per tutta la vita, dovrai convivere con la più bella e la più triste delle sirene. La maledizione del mare.

Alessandro Esu, nato a Torino 35 anni fa da mamma veneta e papà sardo, forse per questo mi sento a casa ovunque e in nessun posto allo stesso tempo. Attratto da qualunque cosa venga classificata come horror (ma non solo), amo la musica, le arti figurative, il cinema e la letteratura, in particolar modo Palahniuk e Steinbeck oltre ovviamente a Poe e Lovecraft, che considero senza dubbio il mio scrittore preferito. Da buon Vergine ascendente Leone, prima di prendere una decisione tendo ad analizzare fin troppo qualunque aspetto della situazione salvo poi agire assolutamente d’impulso, e questo è anche il modo in cui nascono e si sviluppano i miei racconti, dove intreccio elementi autobiografici e di fantasia senza soluzione di continuità.