Archive for the ‘Racconti’ Category

:: Atto d’amore, di Leonardo Franchini

31 ottobre 2018

Paris

Il dottor Remigio passò impercettibilmente dal leggero sonno che gli era abituale alla veglia e subito tese l’orecchio per ascoltare il respiro di sua figlia Giannina, nella stanza accanto. Lui si svegliava sempre prestissimo, e comunque ad ogni minimo rumore inconsueto. A quell’ora di solito la donna dormiva dopo una notte trascorsa immutabilmente a piangere. Il dottor Remigio lo sapeva bene, così come era consapevole di non poter fare assolutamente nulla. A ottant’anni passati, con una figlia di quarantatré anni, non era ancora riuscito a stabilire con lei un rapporto umano, se non da genitore.
Eppure soffriva con lei. Si rendeva conto di essere stato un padre pressoché inesistente, da quando sua moglie era stata portata via nel giro di tre mesi da un male che nessuno aveva potuto curare. La bambina aveva dodici anni, a quel tempo; ed era già insignificante. Una faccia che nessuno notava su un corpo che non prometteva nulla di buono. Persino al funerale quasi tutti i clienti e conoscenti che si erano avvicinati a lui per le condoglianze di rito, avevano ignorato la piccola donna che piangeva silenziosa un passo indietro, guardando a terra, con le mani allacciate davanti a sé.
Crescendo lei non era cambiata quasi in nulla; taciturna, nascosta, aveva terminato le scuole superiori rinunciando a frequentare l’università. Nessuno se ne era accorto, nemmeno il padre, che aveva trovato del tutto normale l’affaccendarsi di lei per tenere in ordine la casa e lasciare che la vita le scivolasse addosso. Non gli era mai venuto in mente di chiederle se avesse qualche progetto per il proprio futuro. Aveva solo proseguito cupamente ad esercitare la professione – medico di base con una vaga specializzazione in pediatria – un anno dopo l’altro. Tornava regolarmente a casa dall’ambulatorio o dal giro di visite nelle ore dei pasti; scambiava le minime parole indispensabili, leggeva un giornale o qualche pubblicazione scientifica. Ogni tanto prendeva in mano un libro della sua biblioteca di classici e si annoiava in silenzio sfogliando qualche pagina.
Giannina era arrivata a quarant’anni senza che nessuno dei due avesse mai notato le stagioni. Non andavano in chiesa e quindi nemmeno il succedersi delle festività liturgiche aveva qualche influenza sulla loro vita. Soltanto a Natale, per una abitudine conservata come eredità della madre, mettevano dei piccoli, anonimi regali accanto ad un presepe prefabbricato sul tavolino del tinello: unico segno che alterava una volta all’anno l’impersonale ordine della casa.
Il dottor Remigio era conscio di possedere un patrimonio abbastanza considerevole; a cominciare dalla abitazione, un edificio a due piani più la soffitta, del quale occupavano la parte centrale, mentre il pianoterra era riservato al garage, ad uno studio-ambulatorio che usava raramente ed a qualche altro locale di servizio. Dietro c’era un giardino con l’erba rasata e tre o quattro alberi che d’estate disegnavano un’inutile ombra. Nel garage era ferma ormai da anni una berlina scura che il dottor Remigio aveva smesso di usare quando aveva rilevato su sé medesimo i primi sintomi della demenza senile. Giannina, per parte sua, non aveva mai chiesto di imparare a guidare, né a lui era in venuto in mente di offrirle questa possibilità.
Il problema era nato poco dopo che lei aveva compiuto quarant’anni.
Il dottor Remigio si rese conto all’improvviso di non udire alcun rumore nella stanza. Preoccupato, si alzò rapidamente per quanto gli consentiva il fisico in decadenza, indossò una vestaglia ed andò verso la camera della figlia. La porta era aperta. Dalle finestre entrava una grigia luce mattutina che cadeva sul letto, vuoto. Si guardò attorno, cercando di capire. In tanti anni non aveva mai osservato come Giannina sistemasse le cose nella propria stanza, sia durante il giorno che quando andava a riposare; perciò non sarebbe stato in grado di comprendere se mancasse qualcosa, e che cosa. Se potesse essere vicina o lontana.
Guardò in bagno e poi vagò per le altre stanze sempre con il medesimo risultato: il vuoto. Allora la preoccupazione che aveva cercato di tenere a bada si fece strada nel suo cuore, come una punta acuta e rovente.
Giannina attraversò in fretta il ponte sul fiumiciattolo. Dalla valletta che si inerpicava verso est, seguendo il corso dell’acqua, arrivava una brezza gelida, a malapena respinta dalla giacca imbottita con la quale la donna si era coperta. La mattina di maggio era di per sé fresca, quasi fredda per il grigiore e la sensazione di umido che pervadeva l’atmosfera. Giannina soffocò un brivido e rallentò leggermente il passo, prima di imboccare la strada tortuosa che saliva verso il monte. Accanto al cartello che indicava la località e la distanza (10 chilometri) si fermò un istante, come se dovesse attendere il via da un invisibile direttore di gara.
Poi cominciò ad andare su. Il percorso si faceva subito erto e già all’altezza dell’ultima casa dell’abitato sovrastava il torrente di una cinquantina di metri. Dalla curva poteva vedere l’intero panorama del borgo, compresa la facciata della casa che aveva lasciato da poco. La guardò, come per un saluto. Il muro esterno aveva un colore grigio cenere, con qualche fiammata più scura, perché la pittura – pur se recente – rispettasse l’impressione di vecchio, di consumato dal tempo, che suo padre aveva voluto conservare all’edificio. Il pittore non aveva discusso gli ordini del proprietario, benché si rendesse perfettamente conto che stava riproducendo con tinte fresche l’aspetto che la casa aveva prima dei lavori. Suo padre aveva preferito così, pensò Giannina, osservando attentamente la facciata. La finestra della sua camera aveva le imposte spalancate, mentre quelle del padre erano ancora chiuse.
Meglio, pensò ancora Giannina. Così non si sarebbe accorto della sua assenza fin quando non fosse stato troppo tardi. Forse non l’avrebbe notata comunque in tempo. Come con il pittore. Non si era reso conto di quanto le stesse addosso finché la gravidanza non era diventata troppo evidente. Per la verità, sul principio nemmeno lei aveva compreso il significato di tutte le maldestre cortesie, delle attenzioni e dei complimenti grevi; era rimasta colpita da tutto quel continuo parlare, quel trovare ogni insignificante pretesto per rivolgerle la parola – sorprendente in una vita durante la quale nessuno le aveva mai detto più del minimo indispensabile. Probabilmente l’argomento più forte del pittore nei confronti di Giannina era stata l’attenzione.
Abituata a non lasciare ombra nemmeno nelle giornate più assolate, era del tutto indifesa nel trovarsi al centro di una scena dove non avrebbe mai immaginato di poter salire. Non credeva che il turbamento fisico e mentale ormai padrone di lei avesse qualcosa a che fare con i sentimenti; piuttosto era una perdita di equilibrio, talvolta persino gradevole, ma più spesso paurosa. Aveva sentito la parola “amore”, senza associarla mai ad un significato. Perciò quando, in un pomeriggio estivo, mentre il dottor Remigio era in giro a vedere qualche paziente, il pittore l’aveva invitata a salire sul motofurgoncino che costituiva la sua azienda, sulle prime aveva esitato.
Poi la valanga di parole dell’uomo aveva avuto la meglio; Giannina aveva persino apprezzato il leggero vento che le accarezzava il volto mentre correvano verso Valbona. Un luogo – anche se lei non sapeva nulla – tradizionale rifugio per le coppie che volevano darsi piacere nei tanti angoli fuori vista con una preziosa moquette di erba ed aghi di pino. Non riusciva a ricordare con quali pretesti l’avesse praticamente trascinata e distesa in un piccolo slargo fra i cespugli; si sentiva inebriata e confusa. Per il bacio, o forse erano stati più d’uno, aveva provato sensazioni contrastanti: da una parte vampate di agitazione, dall’altra repulsione e disgusto per il respiro dell’uomo che sapeva di marcio, di sigarette, di alcol.
Il dottor Remigio si vestì in fretta. Si guardò per un attimo nello specchio del bagno decidendo di lasciar perdere la barba, che d’altra parte si vedeva appena. Mentre stava per uscire si accorse che l’agitazione gli aveva provocato un improvviso e forte stimolo. Quindi si avvicinò al vaso per liberare la vescica. D’improvviso ricordò quando, non molti anni prima, aveva trovato una leggera traccia di sangue sul bidet. Per un attimo si era chiesto se Giannina si fosse ferita – mai una malattia nella vita, per quella ragazza, almeno niente che lui non avesse potuto risolvere con un distratto “prendi un paio di aspirine” – poi si era reso conto con sorpresa che doveva trattarsi di sangue mestruale. Non gli era mai venuto in mente che sua figlia potesse avere i periodi mensili; e lei era sempre stata attentissima a non lasciare alcuna traccia.
Il dottor Remigio avvertì una stretta al cuore ancora più violenta e le lacrime gli salirono agli occhi. Si pulì rapidamente e chiuse i pantaloni. Un attimo dopo era in strada e camminava con passo rapido, tanto che dovette quasi subito fermarsi per riprendere fiato. Era un medico, si disse, sapeva perfettamente cosa poteva chiedere al proprio fisico usurato. Ormai anche i pazienti che gli erano rimasti avevano superato i settant’anni. Lo ascoltavano intenti, mentre parlava, anche se erano consapevoli che forse non avrebbero potuto terminare la cura che lui prescriveva e comunque l’effetto sarebbe stato pressoché ininfluente sul loro destino.
Riprese a camminare, un po’ più lentamente, stavolta, e si avviò verso il ponte sopra il magro corso d’acqua. Lo attraversò quasi senza accorgersene, sommerso da pensieri che arrivavano alla sua mente come onde di un mare infuriato. Non riusciva a ragionare con chiarezza. Sapeva tuttavia che i brandelli di ricordi e di riflessioni erano impietosamente veri: aprivano porte che riteneva chiuse per sempre, spalancavano brecce su abissi che lo angosciavano. La strada che saliva poco dopo il ponte arrivava al villaggio montano dove per tanti anni aveva condotto la moglie e la figlia in vacanza e dove, morta la moglie, aveva spesso lasciata sola la figlia durante l’estate. Sola. Qualche volta, ma raramente, lei aveva cercato di ribellarsi, aveva mormorato un timido “fermati…”, ma lui se n’era andato, convincendosi di essere preso dal lavoro, scuotendo la testa come per cancellare anche il lieve rumore di quella parola.
Si guardò attorno. Non si vedeva anima viva. Eppure non doveva essere troppo lontana. La mattina non era quasi iniziata, una caligine triste e grigia toglieva ogni colore al giorno. Alla prima curva dopo l’abitato si fermò un istante. Vedeva la propria casa, le imposte aperte della camera di Giannina e tutte le altre chiuse. Come una saetta, un pensiero gli attraversò la mente: avrebbe voluto, in quel momento, alzarsi dal proprio letto, andare nella camera della figlia ed abbracciarla strettamente.
Giannina continuava a salire, lenta, con frequenti pause, come se volesse imprimersi nella mente immagini che aveva visto decine di volte. A sinistra i boschi di alberi sottili, carpini bianchi e neri, e noccioli, interrotti da qualche terrazzamento dove, anni prima, la fame aveva indotto a coltivare legumi, patate, cavoli e qualche ostinata pergola di vite. A destra, verso il torrente, filari più curati di alberi da frutta ed ancora righe di viti. Distanti fra loro, alcune case. Una la conosceva bene, era insieme l’abitazione di un fabbro e la sua officina, che aveva funzionato usando l’acqua come forza motrice. Un sistema antichissimo che tutti gli scolari venivano portati ad ammirare ed anche Giannina l’aveva esplorata, a suo tempo. Il fabbro, un uomo che sembrava avere mille anni, raccontava il proprio lavoro con voce sommessa, toccando, quasi accarezzando gli strumenti che usava ogni giorno, messi in ordine con infinito amore.
“È un atto d’amore” le aveva detto il pittore, standole sopra e forzando le sue gambe ad aprirsi. Lei aveva chiuso gli occhi per l’improvviso dolore, poi li aveva riaperti vedendo il sorriso soddisfatto di lui, con i denti coperti di una patina scura, a causa del fumo.
Andò avanti, passo dopo passo finché giunse all’unico tratto pressoché pianeggiante della strada, che in quel punto attraversava un piccolo gruppo di case dominate da una chiesetta. Un’altra immagine di antica fame, ancora terreni scoscesi lavorati e costruzioni aggrappate l’una all’altra e al fianco della montagna. Ogni pezzetto di terra coltivato ad ortaggi che cominciavano a spuntare dal suolo, mentre ai bordi i colori di fiori diversi cercavano di vincere il grigiore del giorno. Vide un gruppo di margherite che sembravano offrirsi a lei, cresciute fuori dalle recinzioni che circondavano ogni proprietà. Probabilmente semi portati dal vento, o caduti al di là del piccolo solco tracciato da chi li aveva posati. Ma i fiori erano belli, bianchissimi, innocenti e sembravano sorriderle fiduciosi, in attesa. Si chinò e li prese, dolcemente, un piccolo mazzo che profumava solo d’erba. In giro continuava a non esserci nessuno.
Riprese a camminare, faticando sulla strada che si impennava repentinamente costringendo tutti, esseri viventi o mezzi meccanici, a rallentare. Per uno scherzo della natura era anche l’unico tratto diritto del percorso, facendo sembrare ancora più lunga la salita che in realtà non superava il centinaio di metri. Poco dopo la cima del dosso il cammino si faceva più agevole. Qualcuno, chissà quando, quasi come un ringraziamento aveva appeso al tronco di un albero una minuscola edicola di legno, chiusa da un vetro, dentro la quale c’era una immagine: Gesù Cristo con il cuore che sanguinava e risplendeva allo stesso tempo. L’ignoto fedele aveva aggiunto a carboncino la preghiera: “Signore Gesù, pregate per noi”.
Giannina cercò di immaginare quali grazie si fosse aspettata la persona che aveva posato quel segno di fede su una strada secondaria, nel mezzo del nulla. Non c’erano campi vicini, né prati dove far pascolare le bestie, né boschi che valesse la pena di tagliare. No, non doveva essere qualcosa di materiale lo scopo di quelle preghiere, ma un desiderio di vita.
Il ventre le era cresciuto lentamente. Il pittore aveva smontato i suoi ponteggi ed era andato a lavorare altrove. Ma tornava di tanto in tanto cercando di invitarla ad altre gite. Aveva avuto più occhio di suo padre, accorgendosi presto che le forme di lei stavano cambiando. Quasi allegro le aveva accarezzato il corpo dicendo: “Ti sposo.” Lei non aveva saputo rispondere. Non riusciva ad immaginare una vita con quell’uomo.
Il dottor Remigio cercava di vincere la fatica. Sapeva che di lì a poco la strada sarebbe stata pianeggiante, attraverso un gruppo di case. Grondava sudore nel suo cappotto scuro, ma non osava toglierlo per paura della temperatura che era ancora troppo fresca. Nell’abitato, vicino alla chiesetta, c’era una fontana. Avrebbe potuto bere e riposarsi un po’.
Finché c’era stata sua moglie, lui non aveva mai pensato di doversi prendere cura di Giannina; e poi, semplicemente, non ne era stato capace. Si rese conto con disperazione che non le aveva nemmeno parlato, al di fuori dell’essenziale. Ora gli salivano dalle viscere, persino dai piedi doloranti nelle scarpe da città, migliaia di parole che avrebbe dovuto dirle. Che avrebbe voluto dirle. Frasi con le quali le restituiva in un momento quarant’anni di silenzi.
Giannina non aveva nulla di bello, non era nemmeno brutta, non era niente. Ma era sua figlia. Se l’avesse osservata davvero, si sarebbe accorto delle mani lunghe, eleganti. Dei capelli fini, dell’inatteso fascino che assumevano i suoi occhi quando guardava lontano, quando sembrava che sognasse. Invece non si era accorto di nulla se non, quando ormai doveva essere evidente a tutti, del fatto che Giannina aspettava un bambino.
Non aveva avvertito indignazione, né gelosia, né gioia, né qualsiasi altro sentimento sia dato di provare in questi casi nei confronti dei propri figli. Gli erano soltanto venute in mente con prepotenza le pagine di un testo universitario di ginecologia sui rischi che correvano le “primipare attempate”, cioè le donne che concepivano un figlio quando erano vicine alla menopausa. Si andava dai parti difficili alla nascita di bambini affetti da sindrome di Down, con varie complicazioni, ciascuna delle quali prevedeva sofferenze per la madre e per il figlio – destinate a durare nel tempo. Non si era tenuto molto al corrente ed ormai aveva perduto i contatti con quel settore della medicina, ma una telefonata lo aveva ragguagliato circa l’attuale situazione in materia.
Senza chiederle altro, le aveva parlato della necessità di incontrare specialisti e della possibilità di abortire.
“Lui ha detto che vuole sposarmi” – la voce di lei era appena un sussurro.
“Cosa?”
Lei non aveva risposto.
“Tu vuoi?” – la domanda era suonata sarcastica.
Giannina era rimasta zitta anche questa volta.
Non c’ era voluto molto al dottor Remigio per individuare il pittore. Non girava nessuno per casa.
“Io la amo e voglio sposarla. So affrontare le mie responsabilità.” Mentre lo diceva il pittore sorrideva con i denti scuriti e batteva la mano sulle pareti che aveva tinteggiato da poco. Per dar forza alla sua affermazione, forse, ma sembrava piuttosto che volesse stabilire un segnale di proprietà.
Altrettanto rapidamente il pittore si era convinto a lasciar perdere: un assegno, la promessa di non essere denunciato, l’impegno a non farsi mai più vedere.
Giannina aveva rifiutato le visite e qualsiasi discussione sull’aborto:
“È mio. Mi vorrà bene. Gli parlerò. È un atto d’amore.”
Il padre non le disse che il pittore era sparito per sempre e lei non chiese nulla.
Il dottor Remigio si alzò dalla fontana e riprese a camminare. Faticava, ma non poteva fermarsi. Affrontò la ripida salita dopo il villaggio con la sensazione che il cuore gli scoppiasse. Si fermò davanti all’edicola con il Cristo, lesse la scritta e la ripeté ad alta voce: “Signore Gesù, pregate per noi.”
Giannina vide sulla destra la croce di pietra. Molti anni prima era accanto alla strada, forse per avvertire del pericolo, forse per fermare, con la potenza divina, la montagna, che da quel punto franava a valle. Ancora poche centinaia di metri e sarebbe arrivata alla casa dove aveva trascorso tante stagioni estive. Affrettò il passo.
La fontana continuava a buttare con un tenue rumore il suo piccolo rivolo d’acqua. Quante volte Giannina aveva imitato le donne del paese, lavando a mano i vestitini della bambola, facendosi prestare una molletta per appenderli ad asciugare sul filo del cortile. Sua madre, seduta al sole sul balcone di legno, leggeva un libro e di tanto in tanto alzava gli occhi per sorriderle. Giannina si sentiva felice, serena; il mondo era sua madre e sua madre le voleva bene. Dopo la sua morte, quando rimaneva, spesso, sola in quella casa, si metteva sul balcone, allo stesso posto, e guardava giù verso la fontana ed il filo nel cortile. Cercava di sorridere e fissava intensamente i luoghi della memoria, forse sperando di vedere una bambina che lavava i vestiti delle bambole.
Dopo la nascita del piccolo c’era tornata una sola volta, e si era messa, con la creatura in braccio, nel solito posto sul balcone. Ora vedeva chiaramente l’immagine presso la fontana; temeva solo che scomparisse. Il bimbo la guardava adorante, con i suoi piccoli occhi vagamente a mandorla, dalle palpebre spesse e la boccuccia semiaperta, come per sorriderle e baciarla. Con amore e gioia. Il dottor Remigio era dentro la grande stanza che fungeva da cucina e soggiorno; seduto a un tavolo, vicino alla porta del balcone. Leggiucchiava una pubblicazione medica, ma ogni pochi momenti alzava gli occhi e guardava fuori osservando in controluce il quadretto di sua figlia con il bambino in braccio.
Con angoscia si rendeva conto di non poter ricordare quella scena, quattro decenni prima. La demenza senile non ne aveva alcuna responsabilità. Semplicemente, non aveva mai visto sua moglie, con la figlia in braccio che l’attendeva sul balcone.
Giannina cullava dolcemente il bambino che sembrava respirare a fatica. Di tanto in tanto lanciava una rapida occhiata al padre, come per chiedere aiuto.
La donna non sapeva che ore fossero. Non aveva mai portato un orologio. Sia dalla casa in valle che da questa, in montagna, si udivano chiaramente i rintocchi del campanile, che scandivano la giornata. Molti mesi prima era salita fino alla chiesa; qualcuno l’aveva detto che don Emilio, il vecchissimo prete del paese, stava morendo. Aveva attraversato lo stretto viottolo, anch’esso in salita, che conduceva al cimitero. La porta della canonica era aperta. Il prete, sparuto e bianco, guardava la parete di fronte a sé; appena l’aveva vista si era aperto in un caldo sorriso:
“Sei tornata.” Lei aveva sorriso a sua volta, assentendo. Si era messa su una sedia accanto al letto. Lui, con un po’ di fatica, le aveva preso la mano. Erano rimasti qualche minuto di silenzio. Non era abituale, fra loro. Don Emilio era l’unico con il quale riuscisse a parlare, che la ascoltasse a lungo; non rispondeva mai direttamente. Raccontava episodi della sua lunga vita, con sentimento e partecipazione. In quella narrazione erano contenute tutte le risposte. Stavolta l’aveva guardata negli occhi, e il suo sorriso appariva pieno di luce. Poi, finalmente, aveva mormorato:
“È un dono d’amore.” Niente altro. Lei era rimasta ancora un po’, tenendogli semplicemente la mano e poi era tornata a casa.
Don Emilio era morto un mese prima che nascesse il bambino. L’avevano sepolto vicino all’entrata del cimitero, subito a destra del cancello, quasi a fare la guardia ed a proteggere tutti gli altri che riposavano in quel rettangolo di terra.
Giannina si scosse da propri pensieri e riprese il cammino. C’era un altro tratto da fare.
Il dottor Remigio era stato seduto immobile, come di marmo, nel salottino in fondo al corridoio dove c’era la sala parto. Il pediatra era un giovane collega che il dottore conosceva bene, e che, iniziando la sua attività, aveva collaborato con lui per alcune stagioni prima di ottenere il posto in ospedale. Gli aveva parlato francamente, con gentilezza, prospettandogli tutto quello che il vecchio medico già sapeva ed aggiornandolo sugli sviluppi della materia. La maggior parte dei quali non erano per nulla incoraggianti. Terminato il parto, al quale avevano assistito tre sanitari, per rispetto al vecchio collega, il pediatra era tornato fuori e gli aveva detto:
“Sua figlia sta bene. Il bambino, purtroppo, ha la sindrome di Down. Per ora non posso dire di più. Dovremo fare analisi ed esami approfonditi.” Il vecchio lo aveva ringraziato, comprendendo solo ora fino in fondo quanto dolore potessero provocare poche, semplici, ragionevoli parole. Poi era entrato nella sala parto, dove Giannina si stava riprendendo con straordinaria rapidità, tenuto conto della situazione. Aveva già in braccio il piccolo, che dormiva, rivolgendo un timido sorriso al padre:
“Vorrà bene anche a te.”
Il dottor Remigio era dovuto uscire, cercando un luogo dove trovare un po’ di sollievo. Lì dentro, in tutto quel bianco che gli era così famigliare, gli sembrava di essere in un deserto. Non vedeva nessuno.
Camminando, si accorse che ora faceva meno fatica, come se i suoi organi si fossero rassegnati a quella violenza inattesa, ed ora lavorassero più disciplinatamente per aiutarlo a fare quello che doveva. Arrivò alla croce di pietra e guardò la valle, molto al di sotto, dove scorreva il torrente. Tutto sembrava così lontano. Guardò l’orologio e si rese conto che stava muovendosi da più di tre ore. Avvertì di nuovo il bisogno di urinare. Si avvicinò ad un albero, guardandosi intorno, ma non c’era anima viva. Dopo dieci minuti era alla casa, nel cortile, alla fontana.
Tutto come allora – ma stavolta era passato poco tempo dall’ultima visita.
Giannina era voluta tornare in montagna, dove si era sentita protetta dalla madre, forse pensando che questo avrebbe aiutato anche il piccolo. L’aveva accompagnata, i pazienti potevano aspettare, rivolgersi a qualcun altro, morire, non importava. Sua figlia aveva tenuto il bimbo in braccio più che poteva, facendogli godere raggi di sole, leggere brezze d’aria pulita, dandogli medicine, baciando e lasciandosi baciare dal piccolo, che sembrava non esaurire mai l’affetto. A volte lo portava in cortile e gli faceva bere l’acqua della fontana a piccole gocce; il figlio sorrideva felice. Ma respirava sempre più a fatica.
Era morto in silenzio, in braccio alla madre. L’avevano sepolto lì, nel cimitero di montagna, subito dietro la tomba di don Emilio, perché lei voleva che fossero vicini, che si potessero parlare. Il prete aveva tante storie da raccontare. Poi erano tornati a casa, in valle. Erano cominciate le notti di lacrime.
Una donna scese in cortile e gli disse:
“È passata sua figlia, forse un quarto d’ora fa. Si è fermata poco ed è ripartita. Saliva. Forse andava… al cimitero.” Disse l’ultima parola in fretta, come se bruciasse. Poi si allontanò con un cenno di saluto, scuotendo la testa.
Il dottor Remigio assentì e si rimise in moto. Ora si rendeva conto che il sollievo di poco prima era stata una illusione. Le gambe pesavano come piombo. Continuò a camminare, trascinando un passo dopo l’altro, finché arrivò davanti alla chiesa, allo stretto viottolo che la separava dalla canonica e conduceva al cimitero. Si fermò un istante e si guardò attorno. Davanti ad una casa vicina c’era un vecchio, fermo. Forse aveva visto Giannina. Il dottor Remigio fece per chiedergli qualcosa quando avvertì un dolore fortissimo al petto. Sapeva di cosa si trattava. Cadde lentamente a terra. Il vecchio lo guardò per un attimo, sorpreso, poi gli si avvicinò per vedere se potesse fare qualcosa. Ma ormai gli occhi del medico stavano rovesciandosi.
Sentendo la presenza umana vicina, il dottore mormorò, in un soffio: “Dite a mia figlia… dite… che le voglio bene…”
Giannina era dentro al cimitero. Salutò don Emilio con un cenno della mano, come se si fossero lasciati da poco. Posò alcune delle margherite davanti alla lapide, e fece un cenno con la testa verso la tomba di suo figlio. Il sorriso del prete sembrò comprendere.
Si avvicinò all’angelo di gesso – aveva voluto un angelo di gesso, bianco, sorridente – lo baciò e lo abbracciò. Posò le altre margherite a terra, disponendole come una piccola coperta. Poi affondò la mano in tasca e ne trasse la boccetta di pillole che al mattino aveva preso dall’ambulatorio del padre. La guardò. Girò il coperchio, aprendolo.
“È un atto d’amore” disse, a nessuno che l’ascoltasse.
Inghiottì le compresse, abbracciò di nuovo l’angelo, e cominciò ad attendere.

:: L’amicizia di Paolo Carnevali

3 settembre 2018

kafka

La strada offre profili che guardano al mare. I pensieri si rincorrono. Un filo di terra e poi l’azzurro, punteggiato di schiuma bianca. Stamani è grosso e pieno il mare, sembra assaltare la strada, bello nel suo ondeggiare e trafitto da una forte pioggia. Sento il salmastro salire nell’aria, come quando al mattino ascolto la mia solitudine, corro sulla spiaggia e si restringe l’essenziale da dire, e i ricordi riempiono le immagini. Una amicizia è un grande dono: il gioco delle affinità, delle complicità.

Ricordo che restai colpito dai modi semplici, decisi e pratici da crocerossina, poi compresi un lato fragile che reclamava dolcezza. Eravamo soli e avvolti da ombre nei corridoi dell’ospedale, l’amicizia ha un’anima sola e guarda nella stessa direzione. Eri confusa, succede nella fragilità del desiderio. Rammento le parole sull’amicizia scritte sulla cartolina che acquistammo in quel caldo pomeriggio di agosto: mi era stata data in dono una presenza amica….

Lo pensammo anche quella sera a Lourdes ,seduti uno accanto all’altra sulla panchina. La grotta illuminata e il Gave che scorreva come i nostri pensieri. Camminavo sulle tue ombre e il nostro cuore batteva tra felicità e dolore. Ti guardavo negli occhi, sperando che tu vedessi nella stessa direzione. Ero chiuso in te e non potevo immaginare quel tipo di sentimento. Amavo pensare che le nostre anime avrebbero trovato la stessa intimità delle frasi. La vita è il risultato di assurde concatenazioni che donano gioia e dolore. Era piacevole il contatto della tua mano, avvolgeva come la nebbia.

Osservo il mare spumoso in lotta con la forza degli elementi, ripenso a Franz Kafka, al suo mostrarsi nudo a Milena Jesenskà, ai loro incontri. Resto in silenzio, cerco le parole, nascondo i pensieri in una nuvola di fumo grigio-azzurro che sale nell’aria. La pioggia si dirada e iniziano a delinearsi le tinte e le ombre. Danzano gli aquiloni sul vento e la strada corre.

Paolo Carnevali  nato a Bibbiena (Arezzo). Poeta e traduttore. Redige “Poetica Città” un poetry-zine adatto alla distribuzione underground al The Poetry Cafè of London. “I dialoghi di Ebe e Liò”ed. Lalli (1984) dal cui testo è stato adattata una piecè teatrale. La plaquette poetica “Trasparenze”ed.Tracce (1987) recensita sul “Manifesto”(1988) e sul “Corriere Adriatico”(1990). Presente in riviste e blog letterari.

:: La Zita di Ilaria Introna

29 agosto 2018

bambole di pezza

Liberi di scrivere è felice di annunciare che il racconto “La Zita” di Ilaria Introna ha trovato una rivista sui cui apparirà pubblicato, per cui non ci sarà più sul blog. Cogliamo pertanto l’occasione di complimentarci con l’autrice!

Se lo volete leggere lo trovate qui.

:: La bella Angelica e l’alchimista di Giulietta Iannone

21 agosto 2018

Agnolo_Bronzino,_ritratto_di_Lucrezia_de'_Medici

Questa historia sì singolare non ha presunzione del vero, chiarissimi signori, e infatti conto sulle dita di una mano coloro che mi ascolteranno e vi presteranno fede. Ammetto è una historia bislacca, è una historia bizzarra, ma se c’è una verità che in essa vi è racchiusa, una morale, è che è vero il detto popolare che tutto accade a chi sa aspettare.
Sedetevi quindi, accanto al camino, mettetevi comodi che vi racconto, non siate impazienti, non tralascerò alcun particolare anche il più fantasioso, così conobbi la vicenda e così la trasmetto a voi; ora principio:

“Nell’anno di grazia 1523 accadde in Firenze, meraviglia tra le città della terra, un fatto curioso che ebbe come protagonisti un alchimista assai saggio e una nobile dama fiorentina di notevole avvenenza di cui vi tacerò per prudenza il cognome, perché appartiene ad una casata assai illustre e non tarderete a capire quale.
L’alchimista si chiamava Gasparre, era umbro, ed oltre ad essere astrologo, teologo e veggente, aveva lavorato tutta una vita in cerca della mitica pietra filosofale.
Un dì incontrò la bella Angelica e se ne invaghì perdutamente vedendola da lontano.
La donna era l’infelice hisposa di un nobile fiorentino che passava il suo tempo in armi e in battaglia ponendo la gloria, il potere e i tesori in un più alto scranno che la sua legittima e trascurata consorte.
Angelica pur ricambiando con profonda passione l’amore dell’alchimista, sapeva haimè in cor suo che il loro amore non era benedetto né dal Cielo, né dalle stelle, né tanto meno dalle leggi umane.
L’infelicità era sì grande che i due sfortunati amanti, spinti dalla disperazione più che dalla turpe sensualità, escogitarono un piano per avvelenare il marito di Angelica per liberarla dai sacri vincoli nuziali.
L’alchimista, seppure con fatica, si procurò il più letale veleno di tutta Firenze e preparò una pozione mettendola in uno scrigno imbottito di nero velluto e pur rimproverandosi per l’infame gesto, non pensate che fosse un uomo senza morale e schiavo del vizio, consegnò il tutto alla sua amata complice.
Ma il Cielo non stette a guardare inoperoso e invio un angelo che apparve in sogno allo sventurato sposo di Angelica.
L’uomo sul principio fu stupito e non credette alla veridicità del sogno, ma poi dopo alcuni segni capì che non era parto di fantasia, ma tragica realtà e sebbene il suo cuore sanguinasse si dominò al punto di non lasciare trasparire alcun sentimento, ma prese l’accortezza di stare in guardia tanto che Angelica iniziò a sospettare che il marito sapesse.
Questa certezza la spinse ad agire il più in fretta possibile, tanto che impregnò con la venefica pozione un abito del marito e attese pregando che il Cielo, che sì tanto stava offendendo, facesse andare tutto per il meglio.
Alla sua preghiera apparve, in una nuvola verde di zolfo, un demone e le propose un patto scellerato: suo marito sarebbe morto avvelenato, ma solo in cambio della sua anima immortale e eterna.
La bella Angelica alquanto turbata da cotanto accadimento accettò e corse dall’ alchimista a dirgli della strana apparizione e dell’infame patto, accettato più per paura che per reale malizia.
I giorni passarono e il marito di Angelica non moriva. Il veleno messo nell’abito sembrava senza effetto e così Angelica disperata prese a sospettare che qualcosa fosse mutato nel frattempo, tanto da ostacolare i suoi tristi piani, ma poi la paura e il senso di colpa soprattutto prevalsero e così si recò dal marito scarmigliata e in lacrime spiegandogli tutto e chiedendogli perdono.
Solo allora l’uomo le disse il vero: che il veleno non aveva avuto effetto perché l’alchimista gli aveva portato un antidoto, avendo saputo del patto con il demone. Come unica clausola aveva preteso che non dicesse niente per primo ad Angelica in cambio del suo perdono.
L’angelo custode che gli era apparso in sogno gli aveva infatti rivelato che agendo così l’alchimista aveva sciolto il patto e liberato la donna.
Questa storia bizzarra ha anche un insperato lieto fine: anni dopo infatti il marito di Angelica morì di morte naturale e la donna poté sposare l’alchimista, che nel frattempo era diventato consigliere illustre e temuto del Duca di Firenze”.

La storia finisce qui e sperando di avervi fatto cosa gradita ad avervela narrata inchinandomi mi allontano. Sento che tra voi qualcuno sghignazza, altri increduli scotono il capo saggio e reverente. Haimè sono solo un narratore di fatti neanche a me accaduti, nel malaugurato caso in cui vi avessi tediato me ne scuso.

** Il ritratto del Bronzino appartiene a Lucrezia di Cosimo de’ Medici (1545 – 1561) e la storia, con tutte le licenze del caso, si basa sulla sua triste e breve vita. Nella realtà fu lei moglie di Alfonso II d’Este a morire (si dice avvelenata, per losche trame di successione, anche se le cronache parlano di tisi) nel 1562, poco meno che ventenne.

:: Le mogli dei militari mentre i mariti sono in missione di Giulietta Iannone

9 luglio 2018
Si

The Moscow Times

Ci sono giorni in cui è davvero difficile capire la differenza tra il coraggio e l’incoscienza, sono quei giorni in cui ti chiedi chi te l’ha fatto fare di sposare un militare. La gente non capisce, pensa che non pesi restare a casa, guardare le notizie su internet, ascoltare le brevi telefonate che si ricevono dalle zone di guerra, dove sempre tutto va bene, il vitto è abbondante, i compagni sinceri, altri te stesso, dove a Natale si mangia tutti assieme e si fa pure l’albero. La gente non capisce cosa significhi resistere a casa, non sapere se il proprio marito, fidanzato, figlio tornerà, e come tornerà. Ferito, nel corpo o nell’anima poco importa. La gente non lo sa. Anche chi resta a casa combatte, soffre, a volte sente anche i proiettili che non ci sono. La gente non lo sa, giudica, schernisce, insulta a volte. Chi ha la responsabilità della vita di altre persone, fosse anche solo un autista di autobus, ha su di sé un peso, ma la gente non lo sa cosa sia. Esorcizza la paura dicendo scemenze, fiduciosa che tutto andrà bene, che ci sarà sempre chi pagherà in prima persona per permettergli una vita sicura, una scuola per i suoi figli, le vacanze al mare, le serate in discoteca, il vento tra i capelli mentre si guida una moto. La gente non lo sa, non conosce gli incubi, le urla, le notti insonni, la paura, la disperazione. Quando tutto sembra senza senso, e si può solo andare avanti perché l’addestramento te l’impone. L’addestramento di una donna che ha sposato un militare ed è come se l’accademia l’avesse fatta con lui. Poi ti dici: gli insulti mi sono piovuti addosso come lacrime, ma non vinceranno, non hanno vinto, questa è una certezza, e un nuovo giorno inizia. Il sole splende sempre uguale, e c’è spazio per la speranza, la speranza di un mondo senza guerre, un mondo dove le questioni si discutono intorno a un tavolo civilmente, senza armi, senza bombe, senza deserti interiori o esteriori. E’ strano la gente si chiede come stiano gli uomini e le donne in missione, ma non come stia chi resta a casa. E’ strano ma neanche tanto difficile da immaginare. Resisti ti dici, vedrai che torna, vedrai che l’amore è più forte. Resisti a volte è l’unica parola che ti ripeti come un mantra. Perché non c’è altro da fare, non c’è altro da sperare. Non siamo soli, siamo tante e tanti, genitori, figli, mariti, mogli. I legami d’amore sono misteriosi, ma neanche la guerra, la violenza, l’odio li spezza. Questa è una certezza. Questa è la mia fede.

:: Fratelli by Shanmei

20 giugno 2018

irrilevante

Mentirei se dicessi di amare gli ospedali. Ma infondo chi li ama? Sono luoghi di dolore, densi di disperazione, muri infetti, odore di disinfettante, confusione, gente che si lamenta, dottori oberati di lavoro, familiari confusi e stanchi. Comunque mentre percorrevo i corridoi del centro medico di Walter Reed il più importante ospedale militare degli Stati Uniti a Washington, osservavo quel luogo con un misto di riconoscenza e di rabbia. Chi era lì ce l’aveva fatta. Era vivo. Non era tornato in una cassa di legno avvolta in una bandiera. Prima di fare ciò per cui ero venuto decisi di dare un’occhiata in giro. La maggior parte dei degenti arrivavano dritti dritti dai campi di guerra dell’ Iraq, dall’Asfganistan e da luoghi che ufficialmente non erano teatri di nessuna guerra. Ora si aggiravano senza mani, con le gambe amputate, con fasciature agli occhi o semplicemente con l’aria stralunata di chi fosse sotto shock e non ne sarebbe mai uscito. Dall’inizio della guerra circa 50.000 soldati avevano avuto a che fare con ospedali del genere e rappresentavano una voce importante tra i costi della guerra. L’arrivo quotidiano di morti e feriti nella base aerea di Dover non cessava nè diminuiva. Scansai ragazzi su sedie a rotelle, altri che zoppicavano sulle stampelle, altri euforici di essere vivi e non ancora affetti da quella sorta di maledizione che si chiama stress-post traumatico. Forse nessuno è realmente preparato a ciò che stavo trovando davanti. Basta una giornata al Walter Reed per incrinare le convinzioni anche del più scalmanato guerrafondaio. Oh forse no? Questa era la vera tragedia. Andai al padiglione 57 reparto amputati 5° piano. Mio fratello era lì con una gamba amputata confinato a letto. Se ne stava semisdraiato appoggiato a diversi cuscini con la testa inclinata di lato. Percepì la mia presenza ma non si mosse. Non lo so forse al suo posto avrei provato rabbia o invidia. Io ero tutto intero. Due braccia, due gambe, due occhi. Cose che si danno per scontate, ma che lì si capisce quanto non lo siano. Accanto al letto c’era una finestra aperta con le veneziane abbassate. Mosse leggermente la testa e mi fissò. Non lesse sul mio volto compassione o pietà e si rilassò. “Cosa vuoi?” chiese piano senza particolare inflessione. ” Vedere come stai” ” Bene. Ora che l’hai visto la porta e laggiù”. Mi sedetti sul letto e incrociai le braccia. Su un comodino c’era una mezza bottiglia di plastica di acqua.” La riabilitazione come va?” ” Faccio progressi. Avrò il prototipo più avveniristico di arto artificiale disponibile. Una sorta di arto bionico. Come nuovo. Forse meglio. C’è qualcosa che potresti fare per me” disse ad un tratto e io mi irrigidii. Dedussi che la cosa che stava per chiedermi non fosse del tutto legale o per lo meno non esente da rischi. “Avevo una ragazza in Iraq” disse e mi fissò con attenzione. “E vorresti che ti raggiungesse qui in America” terminai per lui. “Non è così semplice. Laggiù è un inferno. Un caos pazzesco. Trasportano i profughi un po’ a destra e un po’ a sinistra. Non so in che campo profughi sia finita. Prima dell’incidente mi occupavo io di lei e della sua famiglia. Poi mi hanno impacchettato, narcotizzato, e spedito in Germania senza darmi il tempo di sitemare le cose. Non voglio che pensi che la sto abbandonando o che sia morto. Dubito che qualcuno si sia preso la briga di dirle cosa mi è successo”. “Farò il possibile” dissi e lo vidi sollevato. Lasciai l’ospedale oppresso da uno strano senso di colpa. Una sensazione strana, raggelante. Io potevo andarmene e dire ok ragazzi mi dispiace tanto per voi ma è andata così, arrangiatevi. Raggiunsi la mia auto nel parcheggio e provai la sensazione che qualcosa mi schiacciasse. Una colpa collettiva, un velenoso senso di inutilità. Nessuno avrebbe potuto ripagarli, nessuno avrebbe potuto far ricrescere i loro arti amputati, nessuno avrebbe potuto chiedergli scusa. Misi in moto e mi incamminai nel traffico.

:: La stella in cima all’albero di Daniela Distefano

31 maggio 2018

kiss

Lasciarsi è un evento sempre traumatico, anche se a volte liberatorio. Troncare una relazione a Natale è il dono più dolente sotto l’albero. Claudio mi ha lasciata il venticinque dicembre di due anni fa, e da allora ho preso a festeggiare questa ricorrenza con il dolore negli occhi.
Le ho provate tutte, ma nessuna frase, parola, consiglio, avvertimento, sono bastati per farmi superare questo choc.
Perché io credevo in questo rapporto, anche quando è finito per insufficiente desiderio, sopravvenute circostanze abitudinarie, difficoltà di interazione sentimentale, e perché lo stronzo nel frattempo mi alternava con una ballerina di danza classica conosciuta ad un concerto dei Pearl Jam.
Ecco la tradita che ha sempre perdonato, mi presento.
Ho ventinove anni, sono laureata in Scienze della Comunicazione, ma in genere parlo poco e mi faccio capire ancora meno.
Ho fatto mille lavori, mille colloqui, mille tentativi per entrare in un mondo del lavoro sempre più rarefatto, e sono alla ricerca di un posto al sole che non voglia dire una vita davanti ad un telefono del call center.
Ma – come molti – ci sono finita dentro anch’io. Non so come e perché. Questa occupazione assai poco redditizia mi ha fatto bypassare le giornate di vuoto dopo che io ed il mio fidanzato Claudio ci siamo detti addio per incompatibilità strutturale e cerebrale. Ma di lui ho già detto quasi tutto quel che c’era da dire.
Del mio lavoro nel call center posso solo aggiungere che non mi pesa troppo, però le mie aspirazioni erano ben altre.
Sognavo di scrivere, di viaggiare, di frequentare il mondo della Cultura, quella che in Italia è riuscita a sopravvivere alla Crisi.
Per un po’, ho relegato il mio sogno nel cassetto delle cose futili, non era proprio il caso di accumulare delusioni.
Eppure non ho abbandonato le mie passioni, i miei libri, la sete di conoscenza che stringe come una tenaglia le parti immacolate della mia anima.
Così, quando torno a casa dopo otto ore di stress e di allucinazioni, è bello buttarsi dentro una pesante coperta e inforcare gli occhiali per iniziare un viaggio meraviglioso alla scoperta di un romanzo, un saggio, una raccolta di poesie.
La musica e i libri riescono a sollevarmi da terra e a trasportarmi verso una meta che potevo raggiungere fino a poco tempo fa solo sognando.
Non sono il tipo da fondare blog letterari, ma è bello navigare nell’oceano dei siti dedicati ai libri.
E’ lì che ho conosciuto Silvano, blogger, critico letterario, gestore di un negozio di informatica.
Una vera fortuna perché parlando delle molte passioni letterarie in comune (entrambi adoriamo la letteratura russa e quella inglese), abbiamo deciso di avviare una piccola attività editoriale.
Pubblicare per esempio i libri di esordienti che più ci intrigano,
creare un sito per promuovere il nostro selezionato catalogo, insomma tirare fuori dal cassetto i nostri sogni perché il tempo passa e mai è momento migliore di adesso.
Mi accorgo che la mia vita si è colorata di blu, di giallo, di verde, ed è pienissima. Appena stacco il turno nel call center, comincio quello di editor, mentre è Silvano ad occuparsi della grafica e della strategia logistica della nostra casetta editoriale.
Faccio quello che ho sempre desiderato fare, anche se per il momento a nostre spese. Silvano è preciso, un vero socio d’affari e interagiamo ogni giorno per collaudare i nostri progetti, far fermentare le idee, promuovere la nostra presenza tra le realtà culturali più visibili e blasonate.
E poi con lui è tutto più facile, è un esperto di computer, di congegni elettronici, ha un fiuto da segugio nell’individuare il potenziale di uno scrittore, mi reputo fortunata.
Non ho un uomo ancora al mio fianco, però sento che Claudio è uscito dal portone del mio cuore senza troppi fracassi.
Il Natale però è sempre triste, e non c’è altro aggettivo che riesca a connotarlo diversamente.
Ho molte amiche, ho la mia famiglia, ho Silvano, e ho due lavori.
Ma continuo a sentirmi una perdente, perché certe volte anche se l’alberello ha mille luci che lo illuminano manca della stella in cima che lo sovrasta.
E poi c’è questo ticchettio interno, questa valvola biologica che mi ricorda di non crogiolarmi se voglio essere un giorno anch’io una mamma.
Tutte le mie amiche sono munite di famiglia e pargoli, io mi sento un cigno nero, un fortunato alieno che ha preso una strada diversa, malgrado le intenzioni, i propositi, gli obiettivi.
Ogni tanto faccio un sogno. Mi vedo col pancione, mi guardo allo specchio e sorrido. E’ un flash onirico, però sto male quando mi sveglio e capisco che è tutto immaginario.
Inizio la giornata di malumore, so già come finirà, io sotto le coperte a leggere, poi spengo la luce, infine dormo saporitamente e quando è mattina ricomincio.
Una vita straordinaria penserebbe l’immigrato che vive di stenti e arriva in Europa su una zattera, ma non riesco lo stesso a riderci su.
La mia vita è inutile perché non ho nessuno a cui preparare da mangiare, perché la sera vorrei un abbraccio, e pure al mattino, assieme al caffè.
Non penso più a Claudio, e questa sarebbe già una conquista, ma non esco con un uomo da secoli, mi sento come una vedova che ha chiuso l’armadietto dei sentimenti e vive alla giornata, senza emozioni, senza turbamenti.
L’ho raccontato a Silvano e lui mi ha consigliato di non essere troppo rigorosa con me stessa, sono in molti quelli che perdono affetti strada facendo. E’ la vita, e poi ha fatto una pausa al telefono.
Voleva trovare le parole giuste per non offendermi in qualche modo, sono questioni delicate, e un amico uomo è difficile da ascoltare su questo argomento.
Silvano pigia i tasti giusti, come sempre.
Mi parla della sua esperienza amorosa.
E’ legato ad una donna tedesca da cinque anni, vivono insieme a Milano e sono felici a fasi alterne.
Strano, non lo credevo così loquace in tema di amore e dintorni.
Anche loro pensano spesso ai figli, anche loro hanno attraversato momenti bui, però sopravvivono perché si rispettano profondamente, e l’uno non vuole ferire l’altra.
Silvano, chissà com’è la sua tedesca, e chissà com’è lui.
Lo conosco da molto tempo, ma solo virtualmente. Mi rendo conto che il mio migliore amico, la persona con cui interagisco tutto il giorno, con cui condivido ansie e nevrastenie, è un perfetto sconosciuto.
Non l’ho mai visto, neanche su internet perché non ha postato mai una sua foto, nemmeno su Facebook.
Più volte me lo sono chiesto, ma non ho osato chiederlo a lui.
Avrà le sue ragioni, vuole mantenersi misterioso, o forse è un po’ bruttino e così non si mette in mostra.
Non mi vengono soluzioni, forse non ne ho dopotutto alcuna esigenza.
Mi basta il Silvano che ho, il tuttofare che tramuta le mie preoccupazioni varie ed eventuali in certezza logica, fermo intendimento, lucida interpretazione.
Un giorno ci vedremo così conoscerò anche la sua parte fisica, e la sua compagna tedesca di cui mi parla in continuazione.
Passano i mesi, come istanti, è primavera e quasi Pasqua.
Mi rimpinzo di cioccolata come vuole la tradizione, è un bel periodo per me.
Sono frizzante, sarà questo anticipo di caldo; al Sud noi siamo preparati ad una bella stagione rigogliosa e luminosa che risveglia i sensi in ogni senso, ma io mi sono trasferita da qualche settimana al Nord; vivo da sola in un appartamento a Monza, un vero affare che ho potuto concludere grazie a qualche risparmio e ai giusti investimenti della casa editrice.
No, non è solo il tempo bello che mi avvolge di seta il cuore, è anche la gioia di aver incrociato una persona che mi fa tremare l’anima, finalmente.
Si chiama Roberto, è imprenditore e l’ho conosciuto mentre giravo appartamenti e case a Monza, cioè prima di decidermi per questa che era dimora della sua nonna materna.
Si è mostrato subito affabile, galante, gioviale. Ha quarant’anni. Ed è single. E’ perfetto. Almeno per me.
Insieme abbiamo effettuato tutto il procedimento di trasloco dal Meridione al Settentrione; sfiniti ci tuffavamo nel divano: baci, carezze, abbracci, e tanta stanchezza perché trasferirsi in un’altra città è davvero un’impresa titanica.
Ma con lui al mio fianco sfioro le nuvole. E anche adesso che lui è via per lavoro, nella glaciale Danimarca, il mio cuore freme
pensando che quest’anno forse avrò un bel regalo sotto l’alberello:
un Natale vero, una festa anche mia.
Giro per i negozi con occhi pindarici.
Guardo le vetrine e le lucine colorate, non riesco ancora a crederci, mancano due settimane alla Vigilia e Roberto mi ha promesso di portarmi a Parigi (anche se fa lo gnorri quando gli chiedo di farmi conoscere la sua famiglia con cui ancora abita).
Prima di partire con lui, dovrò fare una piccola trasferta da sola, devo incontrarmi con una scrittrice perché pubblicheremo il suo ultimo libro proprio a ridosso delle festività natalizie.
Siamo in chiusura dell’anno, abbiamo alcune presentazioni da eseguire in centri non proprio vicini.
Silvano è stato categorico: “io presenzio a quasi tutti gli incontri, tu però organizzi la serata con l’autore nel posto più distante”.
Non ho potuto rifiutare questo impegno.
Mi assenterò da Monza per qualche giorno. E poi Silvano in questo periodo è davvero irritabile, anche dopo che ci siamo visti live la scorsa estate. Credo che le cose con la tedesca stiano andando un po’ maluccio. Mi dispiace, io invece vivo nel mondo delle fiabe.
Roberto è la passione, il falò, la congiuntura dei miei anni non ancora maturi ma nemmeno acerbi.
Ed è già arrivato Babbo Natale per me.
Sono radiosa, ho appena ricevuto un dono che non mi aspettavo. Roberto si è presentato stamani con un grosso scatolone.
Dentro c’era Olivia, una bellissima cagnolina che mi farà compagnia la sera quando il mio amoroso sarà in viaggio o non potrà venire a trovarmi.
Una sorpresa incredibile, la mia felicità si espande come uno spread finanziario.
La mia vita adesso è perfetta, anche se vorrei che le persone a me care e vicine fossero felici quanto lo sono io.
Mi riferisco a Silvano.
Non mi chiama più con la solita frequenza, è sempre evasivo, scontroso, e quando ci vediamo per stabilire, fare il punto dei nostri progetti, è impacciato.
Fisicamente, invece, non è stata affatto una delusione.
Anzi, è piuttosto attraente: ha occhi fuggitivi, neri come le sopracciglia, sempre a disagio se accenno alla nostra amicizia virtuale per così lungo tempo.
Forse sono io per lui una delusione, o forse la sua compagna lo fa soffrire, o magari ha semplicemente un carattere che è l’opposto di quel che pensavo.
Intanto i giorni volano, vado in Puglia per la trasferta programmata.
E finalmente rientro dal mio viaggio, l’incontro è stato un successo. La gente accorsa per assistere alla presentazione del romanzo storico era un fiume straripato oltre la sala-conferenze allestita per l’occasione.
Apro la porta di casa, chiamo Olivia già prodigata in una corsa folle per venire incontro alla sua padrona.
La porto a spasso nel giardinetto.
Poi in cucina le preparo la pappa, una bella ciotola di pasta abbondante.
In serata arriva Roberto. Gli racconto del mio riuscito lavoro a Lecce.
Ridiamo, beviamo un buonissimo vino Cannonau, dopo una cena a base di carne non troppo elaborata.
Ci abbracciamo un po’ brilli, poi cambiamo location e ci spalmiamo sul divano, il nostro nido d’amore.
“Amore, mi sei mancato”.
“Ma se sei mancata solo due giorni!”.
“Mi manchi sempre, soprattutto quando non sei qui, nella mia casa, che poi è quella di tua nonna”.
“ Ah, beh, allora possiamo pensare a come colmare questi vuoti, io un’idea ce l’avrei..”
“Ti mordo l’orecchio se non me la dici”.
E’ su questo registro focoso che sprofondiamo l’uno nell’altra.
Mentre gli passo la mano sulla spalla, mi impiglio su qualcosa che mi sembra irreale.
“E questi cosa sono, Roberto?”.
“Eh? Giuro che non ne so niente”.
“Allora saranno gli slip di tua nonna!”.
Lo caccio di casa in due secondi, esce dal portone nell’istante successivo.
Non lo vedrò più, lo so, e cambierò casa, lo so, e sono una dannata sfigata, so anche questo.
Gli ho dato le chiavi di casa per portare a spasso Olivia, quando non c’ero è venuto qui con una donna che si è dimenticata di raccogliere la prova del tradimento, un indumento intimo che ha rivelato quello che avrei dovuto capire da sola, Roberto non è l’uomo della mia vita.
Ancora una volta, mi ero fatta un film delle mie esperienze sentimentali.
“Inguaribile romantica”, canta Vasco Rossi.
Ineluttabile idiota, penso tra me e me.
In lacrime, non so chi chiamare, mi manca il respiro, alla fine
accorre Silvano.
Non è duro con me quando gli racconto tutto di questa pochezza.
Anche lui ha qualcosa da dirmi. Mi parla tenendo gli occhi bassi. Si è lasciato con la tedesca.
La cosa che non riesce a dirmi è il perché. Non lo intuisco, però mi accade una cosa strana.
Dovrei essere agitata invece adesso mi metto a sorridere, poi asciugo l’ultima lacrima.
“Sono un disastro con gli uomini, Silvano”.
“Lo so”.
“Allora perché sei qui con me adesso?”
“Perché l’ho detto che sei Fantozzi anche alla mia compagna e lei mi ha detto:
“Vattene”.
“Perché?” gli ho chiesto.
“Perché tu ami lei”.
Perché io amo te.
E il venticinque dicembre ho avuto un regalo nuovo di zecca da scartare, che sia sempre lo stesso ogni anno della mia vita.

:: Lo scavo nel cuore di Daniela Distefano

6 aprile 2018

FOTO - Lo scavo nel cuore

Sul terreno denudato, dopo la pioggia copiosa dei giorni scorsi, è spuntato un piccolo, impalpabile, fiorellino. Lo guardo come perla di un tesoro custodito sotto il suolo fecondo. E’ bella stagione, quasi estate, e i lucciconi del cielo sono spettri innocui e passeggeri. Colgo questa primizia della terra, poi mi dedico alla parte più ardua del mio lavoro, fare luce sul mondo del passato, scavare e svelare la storia dell’uomo, sì, sono archeologa. “ L’archeologia è la scienza che studia le civiltà e le culture umane del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante, mediante la raccolta, la documentazione e l’analisi delle tracce materiali che hanno lasciato. L’attività dell’archeologo si avvale anche di metodi matematico – statistici”. E’ proprio quello che faccio ogni giorno, con passione, amore, temerarietà. Avevo sedici anni quando rimasi folgorata dalla visione del “Vaso François”, cioè un cratere, un vaso aperto che veniva usato per il vino, così denominato dal nome dello scopritore, Alessandro François. A realizzarlo intorno al 470 a.C. Kleitìas ed Ergòtimos i quali hanno occupato la fascia principale del vaso con la rappresentazione di uno dei matrimoni più famosi del mito greco: le nozze di Teti con Pèleo, i futuri genitori di Achille. Io che mi sono tenuta sempre alla larga da matrimoni e da altri nodi gordiani, adoro questa coppia nuziale dipinta con maestria leggendaria. Ma c’è voluto del tempo, studio, sudore per riportare alla luce questo antico splendore (rinvenuto tra l’altro in frammenti e ricostruito con amorevole pazienza). Merito non mio, naturalmente, eppure chi ne ha effettuato la scoperta nel 1845 ha tracciato una via che noi archeologi del Ventunesimo Secolo seguiamo quasi fossimo seguaci di una setta, maniaci della precisione da chirurgo, investigatori del mondo sotterraneo. Oggi non si lavora, il terreno è fanghiglia, metto il fiore tra i capelli e corro da mia figlia che mi aspetta dietro il cancello della scuola. Siamo in due, siamo una famiglia ristretta: il mio ex compagno vive in Canada. Un padre presente a suo modo, ma non è colpa sua se ci siamo detti addio, un giorno di tre anni fa. Sono io che voglio la libertà, ogni legame mi sta stretto. Il mio sogno era l’archeologia, per caso è arrivata Carlotta, però non ho mai dimenticato la mia vocazione di talpa. Forse non sono mai stata davvero innamorata. Forse da piccola credevo nei baci eterni. Adesso ho altre responsabilità, adesso mi concentro su quello che ho intorno, un po’ meno su quello che porto dentro la mia anima, il mio cuore, la mia sensibilità. Posteggio e scendo dall’auto, mia figlia mi viene incontro, mi abbraccia, e poi mi dice qualcosa all’orecchio. Vuole che inviti il suo compagnetto Paolo a casa nostra un pomeriggio per fare i compiti di scuola e dopo giocare un po’. Dico che per me va benissimo, allora Carlotta mi porta verso l’altra entrata dell’istituto scolastico. Ad attenderci, un bambino che corrisponde alla descrizione di Paolo, e il suo papà. Mi avvicino, un po’ imbarazzata, li saluto sbrigativamente, poi guardo il padre di Paolo e lui mi fissa con eguale stupore – Giulia! Ed io – Stefano! Che bella sorpresa , non ci vediamo da un’eternità!
Puoi dirlo forte!
Sei sempre lo stesso, ed hai un bambino che ti somiglia tantissimo.
Tu sei invece diversa dai tempi del liceo, ma è un complimento, nel senso che ..
Lo vedo che si arrampica sugli specchi, si vede proprio che non si aspettava di vedere un fantasma del suo passato e forse non ha avuto il coraggio di dirmi che, all’epoca in cui ci frequentavamo come amici, ero una ranocchia con gli occhiali, tutta presa dai libri, dalle tesine, dalle fotocopie per l’ennesimo compito in classe.
Lui, invece, era il “rimorchiatore” del liceo. Gli andavano dietro tutte le ragazze della mia classe. Ma solo una aveva avuto la fortuna di accalappiarlo: Verdiana, la mia migliore amica.
Appena le racconto che ho incontrato il suo ex fidanzatino di gioventù, mi sommerge di domande. Com’è adesso? E’ sposato o divorziato? Ti ha parlato di me?
Al telefono non si vede, ma ho la faccia a mongolfiera. Non so che dire, Verdiana è fatta così, è curiosa di tutto e di tutti, le dico che devo preparare la cena a Carlotta, metto via lo smartphone con in testa un esercito di nuvole minacciose. La mia più cara amica è tale perché è da sempre l’opposto di come sono io, piuttosto schiva e non proprio socievole. Anche adesso che ho raggiunto una maturità serena, ogni tanto lancio lapilli di stizza, fuggo dalla grossolanità di certe situazione equivoche. E’ il mio scudo di ferro, ho imparato così a usare il mio cervello come arma per non far pensare alla mia bellezza nascosta. Verdiana, più esuberante, più appariscente di me, è rimasta quasi la stessa fisicamente. Io sono sempre parca di atteggiamenti sgargianti, ma rispetto al passato curo di più il mio aspetto, un tempo trasandato e incolore.
Ho schiarito i miei capelli, li porto adesso a metà lunghezza, ho scurito le palpebre con un tocco di eyeliner che ridisegna i contorni degli occhi di un nocciola ordinario. Porto spesso gli stivali, deformazione professionale anche quando indosso abiti a fiori che rendono più morbido il mio corpo non troppo in carne.
Mi guardo spesso allo specchio e sorrido se vedo una rughetta che avanza furbescamente. Sono all’apice della mia femminilità, tra qualche anno, tra qualche mese, comincerà la fase di “irrugazione” , come la chiamo io.
Ma non m’importa più di tanto, ho la fortuna di amare la vita per quello che mi ha dato senza troppi sacrifici.
Carlotta sta bene, cresce sana, la osservo e ogni volta è una meraviglia sapere che si sente amata.
Darei la vita per lei, e lei così gracile, così acerba, lo sa, lo sa già.
E’ sera, la metto a letto, le racconto una piccola storia che ho inventato mentre mentalmente organizzavo il lavoro che mi attende domani. E finalmente mi dedico alle incombenze domestiche.
Poi, sul tavolo osservo la “lekythos” che ho trovato nel corso di uno scavo di qualche settimana fa.
E’ un vaso dal corpo allungato, con un’unica ansa e ampio orlo svasato, bellissimo e ancora in condizioni ragguardevoli.
Mi sento però un po’ stanca per sviscerane le caratteristiche tecniche. Mi sciolgo dentro una vasca da bagno profumata di sali agrumati. La primavera mi provoca da sempre sonnolenza, finisco quasi addormentata dentro l’acqua che deterge il mio animo.
Non penso a nulla, sono totalmente in preda dell’atarassia. Lo so, non è un bene. Verdiana ed io litighiamo poco, ma su questo mio guscio che non riesce a spaccarsi lei proprio non si rassegna. Mi dice che devo sbloccarmi, organizza cene al buio per farmi conoscere uomini che finisco col cestinare al primo appuntamento. No, non credo che sia in fondo una tragedia se una donna vuol vivere la propria vita senza un uomo accanto, però il cruccio è un altro. E se esistesse invece questa persona? Se davvero esistesse la mia anima gemella?
Non credo al principe azzurro, e non mi faccio film delle storie che ho avuto. Eppure qualcosa lo sento, un fruscio di foglie sotto le piante dei piedi, un passo veloce, poi un’orma, infine una voce, bisbigliata, udita dietro una porta chiusa.
Io credo in Dio, ma forse non credo nel genere umano. L’amore del Signore è più grande di quello che noi esseri monchi possiamo provare l’uno per l’altro. Per questo Gesù diceva: “amate il vostro prossimo”, sapeva qual era il nostro tallone d’Achille. Ci scegliamo il partner in base ad alcuni requisiti che deve possedere. Poi li compariamo con i nostri desideri, siamo come delle “troniste” che cercano il compagno, il marito, il fidanzato, su un ipotetico catalogo. Sì, credo di non aver mai amato veramente. Altrimenti non farei certe dichiarazioni.
Passano le settimane come secondi spediti, rimuovo delicatamente le incrostazioni di un “oinochoe” a figure rosse della metà del V secolo a. C., praticamente dell’epoca alla quale risale il mio ultimo bacio ad un uomo.
Sorrido e mia figlia, che fa i compiti sul tavolo dove sono distesi i ferri del mio mestiere, mi chiede se sono felice. E poi mi chiede cos’è la felicità. Non sorrido più.
La felicità, la felicità, pensa a fare la matematica perché se la maestra dice che non sei brava vedrai quanto sarai felice! L’abbraccio, le do una cascata di baci, lei mi dice: Mamma, mamma, ti voglio bene. Come se premesse il bottone degli occhi, vengono giù lacrime a catinelle.
La prossima settimana è il suo compleanno e vorrei regalargli il mondo, ma lei vuole solo la torta al cioccolato e gli amichetti per festeggiare l’evento.
Non sono brava a organizzare feste di compleanno, non cucino mai niente di raffinato, non so fare i dolci. Quindi corro ai ripari e prenoto una torta prelibata nella pasticceria più grande della città. Il sole rende l’aria una serra riscaldata.
Allora dici che verrà?
Non lo so, ci sarà suo figlio alla festa per Carlotta, probabile che sia lui ad accompagnarlo, o forse la sua ex moglie.
Dici che potrei passare anch’io quel giorno come se mi trovassi nei paraggi?
Verdiana non è una donna sprovveduta, e quando vuole una cosa, tac! L’ottiene con pochi mezzi.
Le dico di fare quello che più crede opportuno.
Per lei ho raccolto alcune informazioni private sul padre di Paolo nonché suo ex fidanzato.
Vive da solo, è divorziato da un anno, lavora come dirigente comunale, il suo numero di targa è.. Scherzo. Quello mi rifiuto di fornirlo alla mia cara amica.
Sembriamo adolescenti senza alcun freno, ci telefoniamo per dirci cose del tipo: “Cosa ti metti addosso per la festa?”
Verdiana vuol essere fatale per il ritorno sulla scena del suo ex amore, io la assecondo, non voglio sfigurare il giorno della festa di mia figlia. Ed è arrivata la data fatidica.
Le candeline su cui soffiare non sono mancate, Verdiana però è rimasta delusa. Paolo non era accompagnato da suo padre Stefano, ma dalla baby sitter.
Ho riso di gusto nel vederle il trucco colargli dal mento dopo averle dato questa notizia crudele. Ci siamo tuffate allora nei ricordi e sui dolci che affollavano la tavola della mia cucina.
La mattina successiva, catalogo i reperti archeologici
che il mio team ha rinvenuto nel corso di un recente scavo.
Mentre svolgo quest’operazione di routine, mi arriva un messaggio sullo smartphone.
Non posso non pensare a Verdiana e alla sua dannata fortuna: Paolo ieri ha dimenticato il cellulare che porta sempre con sé (i bambini delle nuove generazioni hanno più appendici tecnologiche degli adulti).
Vado alla ricerca del telefonino di Paolo e lo trovo su un cuscino del divano. Poi mi metto d’accordo con Stefano per restiturglielo.
A questo punto, mi pare logico passare la palla alla mia amica che tanto scalpita per rivedere gli occhi del suo primo spasimante.
Provo a contattarla, ma la linea è contrastata. Alla fine risponde, ha la voce afflitta, il marito che l’ha tradita e se n’ è andato via di casa, è pentito e vorrebbe ritornare da lei.
Verdiana piange perché dopotutto è felice, lo ama ancora. Riaggancio ed esco, il sole è alto, giugno si profila all’orizzonte con le sue promesse, niente scuola per Carlotta, vacanza estiva da programmare, tempo di passeggiate, di esplorazioni, di natura rivitalizzante, di pane che devo comprare mentre penso a queste circostanze cicliche della vita.
Addento un panino, la signora del panificio mi saluta con gli occhi, ogni giorno è per lei uguale, ma anche lei avverte che la bella età è come questa stagione, chi ce l’ha nel cuore non riesce a togliersela mai.
Ed eccomi davanti al centro sportivo dove Stefano mi ha chiesto di vederci per restituirgli il telefonino di suo figlio.
Camicia arrotolata, jeans scuri, occhiali da vista, capelli neri con qua e là finissimi fili color argento.
Non lo guardo troppo, mentre mi avvicino, anche lui è pervaso da un’atomosfera dolce e nello stesso tempo tesa.
Camminiamo un po’, ci fermiamo davanti al campetto di calcio, dei ragazzi si allenano tirando a turno contro la porta vuota.
E così adesso fai l’archeologa, il tuo sogno di sempre.
Sì, ho coronato due sogni in realtà. Uno che ho sempre desiderato, e Carlotta che è un sogno mai sperato.
Ci sediamo su di un blocco di pietra, uno accanto all’altra, come se ci fossimo sempre stati, come se fossimo sempre stati lì, insieme, a goderci una giornata di sole qualunque.
E tu hai realizzato i sogni di quando eri ragazzo?
Forse mi sono accorto che erano sogni stupidi, volevo andare via, volevo essere ricordato per la mia capacità di progettare un futuro immaginifico, adesso lavoro come dirigente.
Mi occupo di sospensioni dei lavori, abbattimenti, riduzioni in pristino, di concessioni edilizie, di gare, di appalti.
Di tutto quello che un tempo non immaginavo potesse riguardarmi.
Fa una breve pausa, poi mi chiede di vederci, di vederci ancora, come adesso, da soli. Mi stupisco di me stessa, non credevo che certe cose avvengono in modo così naturale se sono destinate, se ci si trova bene, se non c’è imbarazzo nel raccontarsi i successi e le sconfitte. Entrambi abbiamo sacrificato il concetto di coppia in nome di un ideale professionale, ma chissà, magari è capitato semplicemente perché non avevamo accanto la persona giusta.
Il mio ex compagno, la sua ex moglie, una tappa importante per le nostre vite, ma non definitiva.
E’ così che la pensi.
Già.
Ci alziamo, ridiamo e pensiamo a quando lui con i riccioli in testa era stato il boyfriend di Verdiana. Mi confida di averla vista passare un giorno sotto il suo ufficio – E’ sempre la stessa – mi dice. Poi però mi prende la testa con entrambe le mani.
Tu non ci crederai mai, lo so, ma come faccio a dirtelo?
Io ti amavo segretamente, ho sempre amato te, anche allora. Solo che mi vergognavo dei miei sentimenti, sembravo un citrullo che voleva conquistare la prima della classe.
Eri sempre sommersa dai libri, eri piena di ideali, di voglia di combattere senza però metterti in mostra. Ti odiavo per questa tua declinazione marziana.
Davvero mi prende in contropiede questa sua confessione, non posso stare in silenzio a vita, ma cosa dirgli? Che lo amavo anch’io? Era il ragazzo di Verdiana! Siamo cresciute insieme, abbiamo vissuto l’adolescenza in simbiosi; e poi perché adesso tira fuori questi sentimenti remoti?
Io sono un’altra oramai, e anche lui non è più lo stesso.
Siamo due conoscenti che per caso si ritrovano e si frequentano per pura socialità.
Devo andare, gli dico.
Lui non mi trattiene, abbassa la testa, alla fine mi insegue chiedendomi scusa per come si è comportato.
Ha messo in conto che è passato del tempo e che forse, anche se non sono impegnata sentimentalmente, non ho la benché minima intenzione di stare con qualcuno.
Lo so, è deluso, ed io sono sconvolta.
Ci salutiamo con lo sguardo rivolto altrove.
Entro dentro la mia auto, faccio per accenderla e questa comincia a brontolare. Riprovo, niente.
Sono costretta a richiamarlo mentre già si allontana dalla mia vita.
Stefano si gira, corre verso di me.
Ci abbracciamo. Mi bacia, mi dice ti amo,
io sono presa dai suoi raptus di baci, alla fine mi lascio andare.
Sei qui con me adesso, e insieme possiamo andare dovunque, mi dice.
Gi rispondo – sì, con la tua macchina però.
Ho raccontato la mia storia perché sono passati due anni e oggi io e Stefano li festeggiamo con Carlotta e con i piccoli gemelli nati sei mesi fa. Sono sempre archeologa e continuo il mio lavoro di scavo, anche interiore. Ho scoperto dentro di me un cuore cicolpico che batte forsennatamente. E’ l’amore che do e che ricevo, tutto il resto è vita. Vita vera.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Onde di Alessandro Esu

23 marzo 2018
Sunset_by_Caspar_David_Friedrich

Caspar David Friedrich, Il tramonto (1830-1835)

Un giorno ti imbarchi su una nave come marinaio. Non sai esattamente perché. Forse per spirito d’avventura, forse per spirito d’iniziativa, o forse solo per mancanza di spirito. Il mare è un olio per settimane, e poi ci sono il sole, la solitudine, i sogni ad occhi aperti dell’orizzonte infinito, e ti chiedi cosa avrà mai da lamentarsi chi fa questa vita per tutta la vita.
Una mattina ti svegli cadendo dalla branda, la nave è una gigantesca culla infernale che non smette di rullare, e quando sali sul ponte sembrano le dieci di sera anche se sono le dieci del mattino da quanto è buio il cielo. Nuvole grigie, nuvole nere, nuvole che vomitano lampi. Passi un paio di giorni senza sapere se è più la voglia di vivere o la paura di morire che ti tiene su, ma non ti arrendi finché la tempesta si placa e torna la calma. Sbigottito riprendi la vita di tutti i giorni, col passare del tempo comprendi che la vita in mare è dura, a volte hai nostalgia della terraferma ma resisti e resisti e resisti, e il mare ti ripaga con tramonti mozzafiato ed albe celestiali.
Un giorno, mentre sei indaffarato nei tuoi lavori di marinaio, noti intorno a te una gran frenesia, i tuoi compagni sono agitati a mille, alzi lo sguardo ma il cielo è terso, non c’è una nuvola ma soltanto una leggera brezza che ti rinfresca la pelle nuda bruciata dal sole e dalla salsedine. Chiedi in giro che c’è, il perché di tutta quella agitazione, e un facchino ti sorride divertito e ti risponde che tra poco lo vedrai che c’è, tra poco lo vedrai! Pensando che siano tutti matti abbassi la testa e torni al lavoro, di tanto in tanto la nave oscilla ma non è niente di preoccupante e ti perdi nei tuoi pensieri, non è niente di preoccupante, niente di preoccupante continui a ripeterti… finché un vento caldo e arrabbiato inizia a soffiare da est e prima che te ne accorga una pioggia di spilli trasversali inizia a bucarti la pelle secca, incessantemente. Le onde che si infrangono sulla prua scavalcano lo scafo e allagano te, il ponte, tutto, e passano le ore e inizia a fare buio e tu sei bagnato fradicio in mezzo a quel vento bollente, e quella pioggia diventa acquazzone, e quell’acquazzone diventa tempesta, e devi farti in quattro per non volare giù. La forza del vento e delle onde è implacabile, ognuno cerca in tutti i modi di contrastarne la furia ma è tutto inutile, ti leghi con una corda ad un albero della nave e continui a togliere acqua dal ponte mentre lo stillicidio continua. Poi improvvisamente senti un boato incredibile, il cordame che teneva i barili agganciati ad un angolo della nave si è spezzato e centinaia di chili di provviste rotolano sul ponte e cadono in mare, perduti. Anche la tua corda si spezza, e anche tu inizi a rotolare e cadresti in acqua se la fortuna, annaspando, non ti facesse sbattere contro la ringhiera della nave. Rimani lì aggrappato sotto il peso di un vento ed una pioggia inverosimili, e pensi che stavolta è arrivata la tua ora, che cadrai in acqua e morirai lì, in mezzo all’oceano, ma lo spirito di sopravvivenza è più forte di tutto e resti abbracciato a quel pezzo di legno e anche se le dita e le mani e le braccia sembrano prese a morsi non molli la presa e alla fine, dopo ore, nel bel mezzo della notte la tempesta passa e ti ritrovi quasi svenuto, sanguinante su tutto il corpo ma vivo.
I giorni seguenti scorrono tutti uguali, con l’unico pensiero che non metterai mai più piede su una nave. Non sei tagliato per questa vita. Quando finalmente all’orizzonte spunta la terraferma sei la persona più felice del mondo, ce l’hai fatta, la nave attracca al porto e appena scendi senti le gambe molli, cadi in ginocchio e scoppi in un pianto liberatorio. I primi giorni li passi ad ubriacarti insieme agli altri marinai sopravvissuti come te, gli altri marinai sono amici sconosciuti che riconosci  dallo sguardo, senza parole. Pensare che ora sei sulla terra ti dà sicurezza e serenità, la vita di mare non fa per te. Ma poi inizia ad insinuarsi un pensiero che si fa sempre più presente, ti ritrovi a cercare il mare senza pensarci, fissi per ore le sagome delle navi all’orizzonte, ti svegli la mattina con la sensazione che manchi qualcosa, finché un giorno mentre cammini per il porto vedi una nave in procinto di salpare, e senza accorgertene ti ritrovi a caricare barili e ad annodare corde e a sistemare le vele. La nostalgia del mare ha colpito anche te e ormai la terra inizia a starti stretta, senti l’irrefrenabile desiderio di imbarcarti nuovamente senza pensare ai pericoli che hai corso o a quelli che ancora dovrai correre, tutti sono presi dalla febbrile eccitazione della partenza e tu non fai eccezione. Il viaggio è lungo e difficile, ma ora sai governare le tempeste che sorprendono la nave e dopo ognuna sei sempre un po’ più calmo, ormai hai imparato a gestirle o almeno credi che sia così. Ma poi ne arriva una che stravolge tutto quello che pensavi di sapere, piove a dirotto per giorni e notti, l’aria è gelida, arranchi sul ponte mentre tu e i tuoi compagni lavorate senza sosta per evitare che la nave venga inghiottita dalle onde. Questa volta sei convinto di non farcela, sei convinto che il mare sarà la tua tomba e maledici te stesso per essere salpato. La tempesta diventa un uragano e dopo giorni la stanchezza e la mancanza di sonno iniziano a farsi sentire, perdi la forza, perdi la lucidità, ma resisti, quando ad un tratto un colpo di vento come la mano di un dio invisibile spezza un albero della nave e nella confusione un pezzo di legno ti trafigge la gamba. La ferita è molto grave e sembra non ci sia niente da fare, ma in mezzo alla bolgia e alla furia dell’uragano, mentre sei mezzo svenuto, senti due braccia che ti sollevano e ti portano di peso in salvo, e finalmente perdi i sensi.
Quando ti risvegli sei su una branda, al sicuro. Non senti più le urla agitate degli altri marinai, il pericolo anche questa volta è passato, abbassi gli occhi e ti guardi la gamba. Una stretta fasciatura la avvolge e non riesci a piegarla, provi a scendere dalla branda ma non ci riesci e così resti sdraiato in attesa che arrivi qualcuno. Quando il capitano scende a vedere le tue condizioni e ti trova sveglio un gran sorriso si apre sulla sua faccia burbera di vecchio lupo di mare, ti spiega che te la sei vista brutta, che un pezzo di legno ti si era conficcato in una coscia e che hai veramente rischiato di morire, e dal suo sguardo capisci che sei vivo solo grazie a lui. Questa volta giuri a te stesso che non salperai mai più, che una vita noiosa e sicura è cento volte meglio di una vita avventurosa e pericolosa, e ripensi a quando ti sei imbarcato la prima volta e a quanto la vita in mare sia diversa da come l’immaginavi. Soffrire la fame e la sete, il caldo ed il freddo, dormire su un’asse di legno e svegliarsi più stanco di quando ti sei coricato, ora ti sembrano incubi dai quali non puoi svegliarti, e passi settimane sdraiato su quella branda incapace di muoverti mentre la nave continua il suo viaggio e finalmente arriva a destinazione. Con una stampella di fortuna riesci a scendere aiutato da un compagno, stavolta non cadi in ginocchio ma invece quando metti il primo piede a terra tutti i pensieri che avevi avuto fino a quel momento svaniscono e una gioia incosciente ti conduce con tutti gli altri alla solita taverna del porto, ad ubriacarti e fare casino ed esorcizzare la paura che ha abitato il tuo corpo per mesi. Passi tre giorni a fare baldoria fino a non ricordare neanche più come ti chiami, fino a non ricordare più niente, poi come sempre dopo qualche giorno non hai più la necessità di dimenticare gli orrori che hai vissuto, e ricominci a passare le giornate in riva al mare a guardare l’orizzonte e a sognare.
Un giorno camminando per le vie del porto, la vedi. Il tuo sguardo incrocia il suo e un brivido, come un fulmine, ti attraversa la spina dorsale. Con una scusa inizi a parlarle e scopri che è la figlia di un capitano di vascello scomparso in mare quando era bambina, che a quel tempo fu adottata dalle mogli dei marinai del posto e che ora si guadagna da vivere pulendo e vendendo in paese il pesce portato dai pescatori del luogo che ogni giorno partono all’alba e tornano la sera con i loro carichi. Dice che ama il mare, che non lo incolpa della morte di suo padre e che anzi ha un grande rispetto della natura e di tutto quello che viene con essa, anche delle tempeste e delle carestie e degli uragani. Dice che alla fine la natura vince sempre, anche se a volte scherza dando agli uomini l’illusione di avere il controllo su di essa… parlate e parlate e parlate, e con il tempo nasce tra voi un rispetto che si trasforma in amicizia e poi in amore. Tu le racconti delle tue avventure, della tua vita prima di essere marinaio e di come un giorno qualcosa che non riesci a spiegare ti abbia portato ad imbarcarti, delle albe che non si possono spiegare a parole e delle tempeste che invece le parole le tolgono del tutto. Lei ti guarda affascinata mentre le parli, dice che le ricordi suo padre, che vuole vivere con te, e alle tue orecchie quella frase risuona come la musica più dolce del mondo. Vi sposate e andate ad abitare in una casetta umile ma accogliente, e riesci a trovare lavoro su un piccolo peschereccio. E’ un lavoro faticoso, si parte col buio e col buio si torna, tutti i giorni, non esistono domeniche o feste o giorni di riposo e a volte è veramente frustrante tornare a casa con la stiva mezza vuota. E’ un lavoro faticoso, certo, ma non è niente in confronto a quello che hai passato, e dormire ogni notte in un letto con la donna che ami ti ripaga delle fatiche della giornata. E così passano i mesi, e tutto sembra ormai andare per il meglio, quando ancora una volta inizia improvvisamente a nascere nella tua testa un’idea.
All’inizio è un’idea piccola, che scacci dalla mente come si scacciano le mosche, ma come le mosche ritorna sempre a darti fastidio, e ogni volta non pensarci è sempre più difficile. Non ne parli con lei, ma una notte prima di addormentarvi, nel buio della stanza, ti dice che ha notato che il tuo sguardo è cambiato e che anche se la tua voce non vuole ammetterlo i tuoi occhi nascondono un segreto. Ti chiede se hai un’altra donna e tu quasi sorridi a quel pensiero, perché mai hai desiderato un’altra bocca da baciare che non fosse la sua, ma insiste e alla fine confessi, ti manca il mare. La sua reazione è malinconica ma rassegnata e ti spiega che si aspettava che prima o poi sarebbe accaduto, che tutti finiscono così, che anche suo padre per quanto l’amasse l’aveva lasciata lì da sola per seguire il richiamo delle onde. Ma non te ne fa una colpa, dice che non riuscirà mai a capire il perché della potenza di questo richiamo ma che lo accetta perché rispetta il mare e tutto quello che il mare significa. Poi vi addormentate e la mattina dopo lei fa finta di nulla, quando ti avvicini per parlare cambia discorso con un sorriso, quando ti vede pensieroso invece di arrabbiarsi o essere triste inventa mille modi per farti ridere, e nell’intimità della notte vi amate come neanche uno scrittore romantico potrebbe descrivere, come se foste le uniche due persone rimaste al mondo. Ma sai che dietro le apparenze le cose stanno cambiando, e anche se cerchi di reprimerlo con tutte le tue forze il desiderio di partire cresce dentro di te, provi ancora a parlargliene ma ogni volta lei riesce a cambiare discorso e alla fine ci rinunci, alla fine capisci che lei ti ha capito ancora prima di te stesso, che mai nessun uomo al mondo avrà la fortuna di conoscere l’amore che tu hai conosciuto con lei. Poi una notte ti svegli e non riesci più ad addormentarti, il vento sibila dalle finestre e la pioggia batte sul tetto di legno della vostra casa. Ti alzi, prepari un caffè con calma per non svegliarla, poi ti vesti con gesti rallentati, meccanici, e tutti i pensieri che hai in testa ti dicono di non farlo ma non riesci a fermarti, prepari la sacca con dentro qualche indumento, uno spazzolino ed un rasoio, e indossi la giacca.
La guardi per l’ultima volta. E’ bella come solo un angelo addormentato può essere e in quel momento la ami come non pensavi fosse possibile amare qualcuno. Una lacrima scende dai tuoi occhi e ti riga il volto mentre chiudi la porta di casa e ti incammini verso il porto, senza voltarti più. E pensi a tutti i racconti sentiti all’osteria, alla profonda malinconia negli occhi dei vecchi lupi di mare, a tutte quelle volte che hai dato dello stupido a qualche marinaio devastato nel fisico che saliva il ponte di una nave pronto ad imbarcarsi di nuovo… e comprendi che da quel momento in avanti, per tutta la vita, dovrai convivere con la più bella e la più triste delle sirene. La maledizione del mare.

Alessandro Esu, nato a Torino 35 anni fa da mamma veneta e papà sardo, forse per questo mi sento a casa ovunque e in nessun posto allo stesso tempo. Attratto da qualunque cosa venga classificata come horror (ma non solo), amo la musica, le arti figurative, il cinema e la letteratura, in particolar modo Palahniuk e Steinbeck oltre ovviamente a Poe e Lovecraft, che considero senza dubbio il mio scrittore preferito. Da buon Vergine ascendente Leone, prima di prendere una decisione tendo ad analizzare fin troppo qualunque aspetto della situazione salvo poi agire assolutamente d’impulso, e questo è anche il modo in cui nascono e si sviluppano i miei racconti, dove intreccio elementi autobiografici e di fantasia senza soluzione di continuità.

:: Angela custode di Filippo Brighina

16 marzo 2018

angela custode

Angela entrò dalla porta grande, anche se tutto era già iniziato, rischiando così di attirare l’attenzione su di sé.
Inaspettatamente, le due enormi ante di legno, solitamente tanto rumorose dato il cronico mancato coincidere delle loro battute, si mossero docilmente alla pressione delle sue mani, anch’esse vissute, ma non vecchie.
Osservò, come per la prima volta, i segni del tempo sul loro dorso, che risaltava bianco e livido sul legno scuro e per un attimo rivide entrare lì una giovane donna piena di speranza e di amore, che a suo modo, aveva dato all’uomo della sua vita.
Si stupì di non vedere alcuna testa volgersi per capire chi stesse arrivando tanto in ritardo e ne approfittò per raggiungere subito un angolo tranquillo, riparato dagli sguardi che non avrebbe comunque voluto subire.
Si fermò lì, in piedi, di fianco ad una delle tante colonne e lo cercò con lo sguardo; ne vedeva la presenza ma non i tratti e si spostò per raggiungerli.
“Eccolo!”. Si disse così, nel silenzio, con un pensiero tanto forte da sembrare solido, visibile.
Era lì, non lo vedeva da ben oltre cinquanta anni, l’uomo della sua vita. Lo scrutò e le venne un pensiero insolito: “Ha il naso molto più lungo di quanto ricordassi”.
Ma era la posizione in cui lui si trovava che ne faceva emergere la sporgenza, il naso era sempre quello, fiero, importante, ma non esattamente “lungo”; la pelle, invece, era apparentemente liscia, insolitamente tesa per un uomo della sua età.
“Gli dona il rosso”, pensò, “il colore dell’amore, della laurea, del sangue e del raso, che spero non gli sia troppo freddo, intorno al suo bel viso”.
Era bello, ed era lì, l’uomo della sua vita.
Circondato da raso rosso, da fiori e da luce tremula di candele, nella sua bara semplice, adatta a lui, uomo semplice, buono, come ti capita di trovarne pochi.
Aveva saputo della sua morte dal giornale, un solo modesto annuncio: “Non è più tra noi: ha vissuto da uomo giusto.” E chi meglio di lei poteva testimoniarlo?
Lo osservava lì, sdraiato, immobile nonostante lo sguardo di lei cercasse disperatamente di farlo muovere, di trovare un battito di ciglia od un resto di respiro, per poter urlare a tutti che era ancora vivo, che si era solo addormentato.
Non lo vedeva da quasi sei decenni e lui non aveva in tutto quel tempo né più visto lei né saputo alcunchè della sua vita: era rimasta per lui un ricordo di gioventù, il primo, il più dolce e tenero.
Il fumo delle candele, confondendo i contorni, la aiutò a ricordare tutto, anche se le immagini nella sua memoria erano nitide, presenti: rivide sé, giovane, bellissima, splendente, unica figlia in una famiglia ricca, con pretese di nobiltà e con tanto pregiudizio, come era normale per l’epoca.
Anni ’50, fidanzamento guardato a vista, con quel ragazzo tanto gentile e carino ma di umili origini e di pochi mezzi: decisamente inadatto per lei e per la sua famiglia, a giudizio dei genitori.
Era il suo primo amore e forse non immaginava che sarebbe rimasto anche l’unico, l’uomo della sua vita; lo sperava in cuor suo quando confidò alla sua migliore amica di portare in grembo, a vent’anni, il segno di quella stessa speranza.
Come spesso accade, però, la migliore amica divenne la peggiore nemica ed i suoi genitori ne vennero informati, non dalla figlia né dalla sua amica, ma dal Parroco, non sempre garante di silenzio, di discrezione da confessionale: una notizia tanto grave avrebbe fatto il giro del paese in pochi attimi, trasformando la reputazione di una giovane ereditiera e dei genitori in un argomento di conversazione da bar, di scherno e rendendo il miglior partito del paese una poco di buono che nessun gentiluomo avrebbe più voluto sposare.
Cercava dai suoi un’assoluzione ed ebbe invece una soluzione, inaspettata, grave. “Avrai il figlio, giacchè siamo una famiglia cristiana, ma non qui: c’è un convento di religiose che ti ospiterà, a Mustair, in Svizzera. Non è lontano ma nessuno ti troverà e, soprattutto, il padre del bambino, che non dovrai mai più vedere. Se non rispetterai il nostro volere non ci vedrai più e sarai del tutto diseredata.”
Sola, senza alcuna possibilità di ribellione, che in quegli anni non usava ancora, schiacciata dalla responsabilità di una gravidanza impossibile, non seppe e non potè fare altro che piegare il capo di fronte alla volontà familiare e partì senza un cenno, sparì dal paese, lasciando il suo amore, ignaro dello stato in cui lei si trovava.
Nacque, suo figlio e venne abbandonato senza nome e destino nel convento che la ospitava.
Non ne avrebbe saputo più nulla.
Partì, lei, andò in America del sud per curare gli interessi del patrimonio di famiglia e, proprio in viaggio, la raggiunse la notizia della morte dei suoi genitori in un terribile incidente; proseguì.
Non sarebbe tornata per loro, le avevano rovinato l’esistenza, fatto sprecare amore e gioventù, sottratto l’uomo della sua vita.
In America trovò la ricchezza; i terreni coltivati a caffè che facevano parte dell’azienda ereditata si rivelarono ricchi di petrolio e, in poco tempo, assunsero un valore di mille volte superiore: vendette tutto e investì il ricavato nel modo più sicuro e redditizio.
Il tempo che le rimaneva dal poter vivere di rendita era molto ed i ricordi le tornavano prepotenti alla memoria, anche perchè non aveva voluto alcun altro uomo accanto a sé.
Tornò in Europa e si stabilì in un paesino nei pressi di Nizza. Era sparita da cinque anni e, sebbene con mille cautele, cercò di avere notizie di lui e ne trovò: si era sposato, aveva due figli, un lavoro modesto come contabile in una grande azienda di trasporti marittimi di Genova, un presente informe ed un futuro grigio ma forse una piccola serenità che lei decise ora e per sempre di non voler stravolgere.
Sentiva però fortissimo in lei il desiderio di rimborsarlo della vita che gli aveva rubato non ribellandosi all’ipocrisia dei suoi genitori, di ridargli ciò che, in cuor suo, era convinta di avergli sottratto: un presente agiato, anche se magari non la felicità che avrebbero potuto costruire insieme.
Tramite una società fiduciaria di Zurigo, nella quale conobbe un giovane gentile di nome Enrico, acquistò il pacchetto di maggioranza delle azioni dell’azienda in cui lui lavorava e, con aumenti di capitale e finanziamenti a fondo perso, dotò la società di grandissimi mezzi, consentendole così di aumentare enormemente clienti e giro d’affari e fece in modo che il merito di queste operazioni fortunate fosse attribuito a lui che, da oscuro ragioniere di un ufficio sul porto, in due anni divenne dapprima consigliere di amministrazione e poi amministratore delegato della società, con apparente ampio merito, con la fiducia di tutti e con partecipazione agli utili, che, nel frattempo erano saliti alle stelle.
Il boom economico era alle porte e le fu facile procurare, con i suoi potenti mezzi economici, clienti e lavoro alla sua società.
Lui cambiò casa, diede alla sua famiglia tutto ciò che potesse esserle necessario, il meglio ma non il superfluo, giacchè in lui agiva sempre l’uomo corretto e modesto di un tempo.
Dopo qualche anno, su istruzioni di lei, la fiduciaria ebbe a disfarsi delle azioni in suo possesso e le vendette nel momento apparentemente meno indicato, al prezzo migliore per l’acquirente: lui le acquistò tutte divenendo così padrone dell’intera partecipazione e della sua esistenza.
Lo aiutò in mille altri modi, sempre nell’ombra, senza mai che lui sospettasse; gli diede una vita piena di fortune e, quindi, di tranquillità, che lui visse con la famiglia, col dolce ricordo lontano di lei, che l’aveva abbandonato senza una parola, di ciò che avrebbe potuto essere e che non è stato.
Ed ora lo rivedeva lì, ora che non aveva più bisogno di alcun aiuto e riconosceva ancora nei suoi tratti, anche se sdraiato, quelli dell’uomo della sua vita, ora che non c’era più in lui la vita del suo uomo.
Non pianse di fronte a lui e, prima della fine della cerimonia, sistemandosi il foulard sui capelli grigi e curati, uscì dalla chiesa e salì sulla sua auto dove l’autista attendeva paziente.
Tornò a Nizza, versando finalmente tutte le lacrime che da sempre tratteneva e che non poteva piangere per nessun altro e pianse fino a che l’autista le aprì lo sportello davanti alla sua casa di fronte al mare e le porse per la prima volta il braccio: il suo passo era stato sempre, fino ad oggi, sicuro, ma oggi non lo era.
Le ritirò la posta, la accompagnò fino in casa e sparì, lasciando la posta sul mobile dell’ingresso.
Lei guardò distrattamente sul mobile ma la colpì una busta del tutto diversa dalle altre, chiusa con ceralacca su cui era impresso il sigillo di un notaio di Genova. Ruppe il sigillo e trasse dalla busta un foglio pesante piegato con lo scritto all’interno; conteneva un testamento che diceva solo così:

“Riconosco, quale mio figlio, Enrico,
nato a Mustair nel 1953,
attualmente dipendente della
Fiduciaria di Zurigo.
Lascio alla mia Angela,
custode di tutta la mia vita,
la gioia di ritrovarlo.
L’uomo della sua vita.”

Filippo Brighina Nato nel cuore della Sicilia, ne partii poco prima dell’età della coppola e mi trovai a compiere tutti gli studi a Gallarate, seguiti dall’Università (Cattolica), facoltà di giurisprudenza, perchè provate Voi a fare diversamente con un padre notaio.
Terzo di quattro figli, con tre sorelle, ho vissuto, imparato, sbagliato, in un piccolo centro di provincia; mal maritato ed infine separato, ma con due splendide figlie di 28 e 25 anni, tra le altre cose, amo Francesca, il tennis e la musica, quella suonata da me.
Ma sempre musica triste, perchè, se sono allegro, esco!
Qualche anno fa ho scoperto, quasi per gioco, di saper cosa fare con una tastiera (che non fosse quella del pianoforte) ed un’idea di partenza in mente ed eccomi qui a provare a scrivere piccole storie.
Non è facile trovare un “fil rouge” che leghi dei brevi racconti, nati in ordine molto sparso e che li possa rappresentare nell’insieme, ma forse la prima cosa che al lettore potrà risultare chiara e che il finale, per me, deve stupire, disorientare, far ricominciare da capo per riconsiderare sotto un’altra visuale quello che si è appena letto.
Trovo più facile cominciare a scrivere un racconto, piuttosto che portarlo a compimento e forse il colpo di scena mi viene naturale, per poter dare una chiusura sconcertante, forse emozionante, sicuramente imprevista.
Così come spesso succede nelle nostre vite, almeno in quelle più interessanti.
Perciò il cappello dei miei scritti potrebbe essere: “Non è mai come sembra”, così come io spero di essere diverso da quel che appaia.

:: Lo sguardo di Amelie di Brenda Beltrán

9 marzo 2018
marcella-1910

Ernst Ludwig Kirchner, Marcella, 1910

Amelie è arrivata tardi a casa, allora ha litigato con sua madre che era arrabbiata.
Mentre suo fratellino continuava a piangere.
– Perché sei arrivata a quest’ora? – urlò sua madre.
– Ero in biblioteca – disse lei, ma in realtà, mentiva.
Suo fratellino continuava a piangere, Amelie si avvicinò e senza dirgli nulla, il suo sguardo sereno e amoroso lo tranquillizzò, e gli diede un bacio sulla guancia.
Il bambino sorrise.
La mamma di Amelie ogni volta si chiedeva: – Come mai lei riesce a tranquillizzarlo? Amelie era una ragazza con qualità che nessuno riusciva a capire. Era sempre assorta nei suoi pensieri, parlava poco, ma sorrideva sempre, lei era una ragazza felice.
Anche se aveva un padre che arrivava sempre tardi dal lavoro, che a volte non tornava e che urlava a sua madre, che si arrabbiava subito, e con cui non si poteva scherzare mai, mai!
Sua madre invece era una donna seria, e conservatrice, non sorrideva mai. Amelie non ricordava di aver mai visto sua madre sorridere, o dire qualche parola dolce, quando era piccola, lei pensava che magari sua madre non avesse un cuore, però poi quando cominciò a frequentare la scuola e chiese alla professoressa se fosse possibile che qualcuno non avesse un cuore, lei le rispose che tutti ne avevano uno.
– Allora perché esistono delle persone che non sorridono? – In quel momento lei pensò a sua madre.
– Forse perché quelle persone non sono felici-.
Allora pensò che sua madre non era felice, ma non ne capiva la ragione, perché era abbastanza piccola, poi fare felice sua madre divenne il suo scopo.
Dopo sei anni, sua madre continuava come al solito, sempre seria, sempre pensierosa. Amelie invece continuava a fare tutto il possibile per far sorridere sua madre, usava parole dolci e l’accarezzava con il suo sguardo, ma non è stato sufficiente, con lei non funzionava come con suo fratellino che piangeva sempre.
Perché lui piangeva?
Amelie non lo sapeva e il bambino non parlava, ma sorrideva ogni volta che sua sorella si avvicinava e gli sorrideva.
Alla ragazza non servivano le parole, con suo fratello bastavano gli sguardi sinceri.
A volte lei si chiedeva cos’era l’amore? Come si sente una persona quando si innamora? Perché le persone si innamorano solo di una persona e perché di quella e non di un’altra? Perché i fidanzati si baciavano? Perché i fidanzati facevano delle cose che sua madre diceva che Amelie non doveva fare?
Una volta quando Amelie non era più una bambina, chiese a sua madre: – Perché io non devo fare l’amore e tu l’hai fatto? –
Sua madre che era una donna conservatrice le diede uno schiaffo sulla guancia. E Amelie pianse tutta la notte, e sua madre non le chiese mai scusa. Alla ragazza tutto la incuriosiva, da quando era bambina, ed aveva voglia da fare delle cose che sua madre non le avrebbe mai permesso. Ma c’era un problema. Tutte quelle cose che lei voleva fare, sembravano impossibili da realizzare.
Come avrebbe potuto se sua madre non glielo permetteva, se suo fratellino piangeva sempre e suo padre non si ricordava che aveva una famiglia?
Amelie e la sua famiglia abitavano in una piccola casa in campagna senza luce. Aveva un gatto che adorava, però una volta sua madre si arrabbiò con lei perché nuovamente rientrò tardi a casa, la mamma prese il gatto e lo portò via.
Sua madre la minacciò: -Se esci, ucciderò il gatto-.
La mamma non tornò quella note, anche se pioveva.
La pioggia era fredda e il vento pure, tutte e due sembravano furiosi, tanto come la mamma di Amelie.
Il giorno seguente la mamma tornò, ma senza il gatto.
Amelie sapeva che non doveva parlare, perché sua madre si sarebbe arrabbiata, ma il suo amore per il gatto era così grande che le chiese dove fosse finito. Sua madre non rispose, e rimase zitta come al solito. Allora Amelie capì.
Amelie non voleva mangiare, non voleva andare a scuola, e non voleva vivere.
Sua madre non insisteva.
– Se non vuoi mangiare, non mangi, se non vuoi andare a scuola non andare…- e suo padre rimaneva zitto, neanche lui insisteva. E Il bambino piangeva e piangeva.
Allora lei si accorse di una cosa. Suo fratellino. Lui era la persona che la faceva sorridere, a cui dava amore, per cui doveva essere forte e andare avanti.
Anche se loro abitavano nella penombra, lei doveva cercare la luce.
Tre anni dopo, nei quali sua madre diventò più vecchia e suo padre sembrava aver perso la memoria, lei decise di andare via e portare con se suo fratello.
Loro trovarono un posto luminoso, dove ogni notte uscivano, guardavano le stelle e lei lo accarezzava con il suo dolce sguardo.

Brenda Beltran, studentessa di ingegneria alimentare e anche scrittrice da quando aveva sei anni, è anche poliglotta, parla italiano, spagnolo, portoghese, inglese e francese, nel 2015 ha vinto il secondo posto in una competizione internazionale di letteratura a Granada in Spagna per il racconto “El diario de Pedro Wesley”, scrive racconti brevi e anche ha scritto un romanzo che non ha ancora pubblicato.
Le piace molto leggere principalmente romanzi classici, i suoi scrittori preferiti sono: William Shakespeare di cui ha letto 22 opere e Oscar Wilde tutte le sue opere come di Edgar Allan Poe.
Ha sempre pensato che la parola impossibile esiste perché si trova nel dizionario, ma in realtà quando si vuole qualcosa con il cuore anche i sogni che sembrano irraggiungibili sono possibili.

:: L’uomo della pioggia di Daniela Distefano

2 marzo 2018

FOTO RACCONTO L'UOMO DELLA PIOGGIA

L’autrice ci tiene a specificare che un racconto di genere rosa, e noi l’accontentiamo.

Non molla mai, Principe. Un insegnamento che la sua padrona, cioè io, non sa di aver assimilato. Eppure sono qui. Ho cinquantanove anni e sono già stata all’Inferno e in Paradiso, a volte contemporaneamente.
Principe, il mio bel cagnone collie è l’Angelo che mi assiste da anni, il mio bambinone che parla con gli occhi dolci e mi insegna a sopravvivere.
Sono vedova, sono sola, ma non solitaria.
Coltivo amicizie come piante sempre verdi, e credo nel Signore che ci protegge dai raggi a volte nefasti del destino.
Ho lavorato da giovane, ero impiegata presso un’azienda di condizionatori climatici. A ventisette anni, ho conosciuto – durante una trasferta lavorativa a Hong Kong – l’uomo della mia vita, Luciano era dirigente nella mia stessa ditta.
Ci siamo sposati in chiesa, lui ha divorziato dalla prima moglie, sposata con il rito civile e dalla quale aveva avuto due figli.
Per amor suo, non ho voluto provare la felicità di essere madre, non era d’accordo. Ma mi amava, di questo sono certa.
Siamo diventati “maturi” viaggiando, facendo mille esperienze insieme, non posso dire di avere avuto alcun rimpianto.
Poi – uno alla volta – sono caduti tutti i miei sogni. Luciano è morto improvvisamente per un ictus, un dolore per me irreparabile.
Da tempo non lavoravo più perché ero stata licenziata dall’azienda mentre mio marito ancora vi lavorava. Una volta venuto a mancare il suo sostegno amoroso, spirituale, vitale, è cessato anche quello economico. Tutto il patrimonio di Luciano è andato alla prima moglie e ai suoi figli, per me neanche le briciole. Ero disperata. Ma, come diceva Padre Pio, noi vediamo a volte il rovescio del ricamo, se lo capovolgiamo, tutto combacia alla perfezione.
Per mesi è stato un supplizio, alla fine mi sono arresa e ho smesso di lottare con la cattiva sorte. Sono rifiorita.
Con quelle poche risorse finanziarie che ero riuscita ad accantonare, ho avviato un’attività che oggi mi permette di vivere con serenità se non proprio nella bambagia: gestisco un bed and breakfast nel centro storico di Siena. Tramite i consigli di amici fidati (ho perso ogni contatto con i parenti del mio defunto marito) ho creato pure un sito internet; interagisco con tutto il mondo, soprattutto con cinesi e giapponesi innamorati della storia del Belpaese e dei suoi luoghi più eclatanti.
Sono riuscita così a non perdermi tra i cunicoli della depressione e della solitudine, ma i dolori non sono finiti. Dopo Luciano, un’altra perdita mi ha colpita con virulenza: è venuto a mancare il mio amato fratello. Non avevo dubbi sul fatto che Dio fosse proprio arrabbiato con me, e non ho mai nascosto né a lui né a me stessa di essere una comune peccatrice, una donna però che ha vissuto e che ha creduto nell’amore eterno. E ancora ci crede.
A poco a poco ho ripreso confidenza con la mia anima, mi sono nutrita ogni giorno di speranza, riflettevo sull’umanità, sui giochi degli innamorati, anch’io lo ero stata, un secolo fa, eppure allo specchio mi vedevo come un vecchio contenitore colmo di rifiuti. Non mi decidevo a buttarli via questi rimasugli di ricordi, di passato, di negatività. Poi ho conosciuto il mio Principe, per me come un figliolo. E adesso, quando ho fatto finalmente pace con i miei demoni, eccomi di nuovo travolta dagli scherzi dell’Amore.
Amore? Dico bene? Sembro una ragazzina e lui? Chi è lui? Lui è l’uomo della pioggia. Mi ha conquistata senza volerlo, senza averne l’intenzione. Ha telefonato una mattina, voleva una stanza singola per una sola notte, per una sola persona. Ero titubante, era già tutto esaurito, mancavano pochi giorni alle festività natalizie.
Gli risposi che non era possibile. Riagganciò. Aveva una voce profonda, dal timbro meridionale, non ci pensai più per tutto il giorno. Alla sera, si mise a piovere di brutto. Principe voleva lo stesso fare un giretto, lo portai a spasso per qualche minuto. Mentre rientravo, trovai sotto il portone del mio bed and breakfast un uomo con l’ombrello più buffo che avessi mai visto: su di esso era stampata una puffetta che balla.
Era Dario, l’uomo che aveva chiamato quella mattina e che avevo liquidato asetticamente. Gli dissi che non avevo stanze disponibili, come gli avevo detto al telefono, lui rimase in silenzio per un bel po’, poi mi rispose che aveva prenotato una stanza singola in un hotel a due passi dal centro storico, ma, con la pioggia e quel ridicolo ombrello, si era clamorosamente perduto.
Ci furono solo grasse risate da parte mia, perdersi a Siena, neanche una talpa cieca poteva farlo. Era un racconto esilarante, ed in contrasto con il suo sguardo che cominciò a far sragionare i miei pensieri. Aveva occhi nocciola, barba imperfetta, capelli grigi. Un sessantenne che dimostrava dieci anni di meno e molto fascino, quello non mi era sfuggito alla prima occhiata. In breve, mi raccontò di essere un ex professore, adesso curava i libri di una biblioteca comunale.
Era a Siena perché di tanto in tanto va a trovare i nipotini che vivono qui vicino. Il figlio, dopo aver sposato una senese un paio di anni fa, ha avviato uno studio dentistico nei dintorni. Gli offrii una cioccolata calda, poi se ne andò. Non mi andava ancora di confidarmi con lui, non volevo legarlo a me raccontandogli il mio passato di sofferenza.
Non lo vidi né sentii per quattro mesi, poi una visita improvvisa riaccese la scintilla. Dario parla poco di amore, di coppia, di vincoli.
Lui c’è però, semplicemente esiste ed oggi è lui il mio futuro, lo sa anche Principe che gli scodinzola ogni volta che lo vede, e lo vede sempre più spesso.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.