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:: Lo scavo nel cuore di Daniela Distefano

6 aprile 2018

FOTO - Lo scavo nel cuore

Sul terreno denudato, dopo la pioggia copiosa dei giorni scorsi, è spuntato un piccolo, impalpabile, fiorellino. Lo guardo come perla di un tesoro custodito sotto il suolo fecondo. E’ bella stagione, quasi estate, e i lucciconi del cielo sono spettri innocui e passeggeri. Colgo questa primizia della terra, poi mi dedico alla parte più ardua del mio lavoro, fare luce sul mondo del passato, scavare e svelare la storia dell’uomo, sì, sono archeologa. “ L’archeologia è la scienza che studia le civiltà e le culture umane del passato e le loro relazioni con l’ambiente circostante, mediante la raccolta, la documentazione e l’analisi delle tracce materiali che hanno lasciato. L’attività dell’archeologo si avvale anche di metodi matematico – statistici”. E’ proprio quello che faccio ogni giorno, con passione, amore, temerarietà. Avevo sedici anni quando rimasi folgorata dalla visione del “Vaso François”, cioè un cratere, un vaso aperto che veniva usato per il vino, così denominato dal nome dello scopritore, Alessandro François. A realizzarlo intorno al 470 a.C. Kleitìas ed Ergòtimos i quali hanno occupato la fascia principale del vaso con la rappresentazione di uno dei matrimoni più famosi del mito greco: le nozze di Teti con Pèleo, i futuri genitori di Achille. Io che mi sono tenuta sempre alla larga da matrimoni e da altri nodi gordiani, adoro questa coppia nuziale dipinta con maestria leggendaria. Ma c’è voluto del tempo, studio, sudore per riportare alla luce questo antico splendore (rinvenuto tra l’altro in frammenti e ricostruito con amorevole pazienza). Merito non mio, naturalmente, eppure chi ne ha effettuato la scoperta nel 1845 ha tracciato una via che noi archeologi del Ventunesimo Secolo seguiamo quasi fossimo seguaci di una setta, maniaci della precisione da chirurgo, investigatori del mondo sotterraneo. Oggi non si lavora, il terreno è fanghiglia, metto il fiore tra i capelli e corro da mia figlia che mi aspetta dietro il cancello della scuola. Siamo in due, siamo una famiglia ristretta: il mio ex compagno vive in Canada. Un padre presente a suo modo, ma non è colpa sua se ci siamo detti addio, un giorno di tre anni fa. Sono io che voglio la libertà, ogni legame mi sta stretto. Il mio sogno era l’archeologia, per caso è arrivata Carlotta, però non ho mai dimenticato la mia vocazione di talpa. Forse non sono mai stata davvero innamorata. Forse da piccola credevo nei baci eterni. Adesso ho altre responsabilità, adesso mi concentro su quello che ho intorno, un po’ meno su quello che porto dentro la mia anima, il mio cuore, la mia sensibilità. Posteggio e scendo dall’auto, mia figlia mi viene incontro, mi abbraccia, e poi mi dice qualcosa all’orecchio. Vuole che inviti il suo compagnetto Paolo a casa nostra un pomeriggio per fare i compiti di scuola e dopo giocare un po’. Dico che per me va benissimo, allora Carlotta mi porta verso l’altra entrata dell’istituto scolastico. Ad attenderci, un bambino che corrisponde alla descrizione di Paolo, e il suo papà. Mi avvicino, un po’ imbarazzata, li saluto sbrigativamente, poi guardo il padre di Paolo e lui mi fissa con eguale stupore – Giulia! Ed io – Stefano! Che bella sorpresa , non ci vediamo da un’eternità!
Puoi dirlo forte!
Sei sempre lo stesso, ed hai un bambino che ti somiglia tantissimo.
Tu sei invece diversa dai tempi del liceo, ma è un complimento, nel senso che ..
Lo vedo che si arrampica sugli specchi, si vede proprio che non si aspettava di vedere un fantasma del suo passato e forse non ha avuto il coraggio di dirmi che, all’epoca in cui ci frequentavamo come amici, ero una ranocchia con gli occhiali, tutta presa dai libri, dalle tesine, dalle fotocopie per l’ennesimo compito in classe.
Lui, invece, era il “rimorchiatore” del liceo. Gli andavano dietro tutte le ragazze della mia classe. Ma solo una aveva avuto la fortuna di accalappiarlo: Verdiana, la mia migliore amica.
Appena le racconto che ho incontrato il suo ex fidanzatino di gioventù, mi sommerge di domande. Com’è adesso? E’ sposato o divorziato? Ti ha parlato di me?
Al telefono non si vede, ma ho la faccia a mongolfiera. Non so che dire, Verdiana è fatta così, è curiosa di tutto e di tutti, le dico che devo preparare la cena a Carlotta, metto via lo smartphone con in testa un esercito di nuvole minacciose. La mia più cara amica è tale perché è da sempre l’opposto di come sono io, piuttosto schiva e non proprio socievole. Anche adesso che ho raggiunto una maturità serena, ogni tanto lancio lapilli di stizza, fuggo dalla grossolanità di certe situazione equivoche. E’ il mio scudo di ferro, ho imparato così a usare il mio cervello come arma per non far pensare alla mia bellezza nascosta. Verdiana, più esuberante, più appariscente di me, è rimasta quasi la stessa fisicamente. Io sono sempre parca di atteggiamenti sgargianti, ma rispetto al passato curo di più il mio aspetto, un tempo trasandato e incolore.
Ho schiarito i miei capelli, li porto adesso a metà lunghezza, ho scurito le palpebre con un tocco di eyeliner che ridisegna i contorni degli occhi di un nocciola ordinario. Porto spesso gli stivali, deformazione professionale anche quando indosso abiti a fiori che rendono più morbido il mio corpo non troppo in carne.
Mi guardo spesso allo specchio e sorrido se vedo una rughetta che avanza furbescamente. Sono all’apice della mia femminilità, tra qualche anno, tra qualche mese, comincerà la fase di “irrugazione” , come la chiamo io.
Ma non m’importa più di tanto, ho la fortuna di amare la vita per quello che mi ha dato senza troppi sacrifici.
Carlotta sta bene, cresce sana, la osservo e ogni volta è una meraviglia sapere che si sente amata.
Darei la vita per lei, e lei così gracile, così acerba, lo sa, lo sa già.
E’ sera, la metto a letto, le racconto una piccola storia che ho inventato mentre mentalmente organizzavo il lavoro che mi attende domani. E finalmente mi dedico alle incombenze domestiche.
Poi, sul tavolo osservo la “lekythos” che ho trovato nel corso di uno scavo di qualche settimana fa.
E’ un vaso dal corpo allungato, con un’unica ansa e ampio orlo svasato, bellissimo e ancora in condizioni ragguardevoli.
Mi sento però un po’ stanca per sviscerane le caratteristiche tecniche. Mi sciolgo dentro una vasca da bagno profumata di sali agrumati. La primavera mi provoca da sempre sonnolenza, finisco quasi addormentata dentro l’acqua che deterge il mio animo.
Non penso a nulla, sono totalmente in preda dell’atarassia. Lo so, non è un bene. Verdiana ed io litighiamo poco, ma su questo mio guscio che non riesce a spaccarsi lei proprio non si rassegna. Mi dice che devo sbloccarmi, organizza cene al buio per farmi conoscere uomini che finisco col cestinare al primo appuntamento. No, non credo che sia in fondo una tragedia se una donna vuol vivere la propria vita senza un uomo accanto, però il cruccio è un altro. E se esistesse invece questa persona? Se davvero esistesse la mia anima gemella?
Non credo al principe azzurro, e non mi faccio film delle storie che ho avuto. Eppure qualcosa lo sento, un fruscio di foglie sotto le piante dei piedi, un passo veloce, poi un’orma, infine una voce, bisbigliata, udita dietro una porta chiusa.
Io credo in Dio, ma forse non credo nel genere umano. L’amore del Signore è più grande di quello che noi esseri monchi possiamo provare l’uno per l’altro. Per questo Gesù diceva: “amate il vostro prossimo”, sapeva qual era il nostro tallone d’Achille. Ci scegliamo il partner in base ad alcuni requisiti che deve possedere. Poi li compariamo con i nostri desideri, siamo come delle “troniste” che cercano il compagno, il marito, il fidanzato, su un ipotetico catalogo. Sì, credo di non aver mai amato veramente. Altrimenti non farei certe dichiarazioni.
Passano le settimane come secondi spediti, rimuovo delicatamente le incrostazioni di un “oinochoe” a figure rosse della metà del V secolo a. C., praticamente dell’epoca alla quale risale il mio ultimo bacio ad un uomo.
Sorrido e mia figlia, che fa i compiti sul tavolo dove sono distesi i ferri del mio mestiere, mi chiede se sono felice. E poi mi chiede cos’è la felicità. Non sorrido più.
La felicità, la felicità, pensa a fare la matematica perché se la maestra dice che non sei brava vedrai quanto sarai felice! L’abbraccio, le do una cascata di baci, lei mi dice: Mamma, mamma, ti voglio bene. Come se premesse il bottone degli occhi, vengono giù lacrime a catinelle.
La prossima settimana è il suo compleanno e vorrei regalargli il mondo, ma lei vuole solo la torta al cioccolato e gli amichetti per festeggiare l’evento.
Non sono brava a organizzare feste di compleanno, non cucino mai niente di raffinato, non so fare i dolci. Quindi corro ai ripari e prenoto una torta prelibata nella pasticceria più grande della città. Il sole rende l’aria una serra riscaldata.
Allora dici che verrà?
Non lo so, ci sarà suo figlio alla festa per Carlotta, probabile che sia lui ad accompagnarlo, o forse la sua ex moglie.
Dici che potrei passare anch’io quel giorno come se mi trovassi nei paraggi?
Verdiana non è una donna sprovveduta, e quando vuole una cosa, tac! L’ottiene con pochi mezzi.
Le dico di fare quello che più crede opportuno.
Per lei ho raccolto alcune informazioni private sul padre di Paolo nonché suo ex fidanzato.
Vive da solo, è divorziato da un anno, lavora come dirigente comunale, il suo numero di targa è.. Scherzo. Quello mi rifiuto di fornirlo alla mia cara amica.
Sembriamo adolescenti senza alcun freno, ci telefoniamo per dirci cose del tipo: “Cosa ti metti addosso per la festa?”
Verdiana vuol essere fatale per il ritorno sulla scena del suo ex amore, io la assecondo, non voglio sfigurare il giorno della festa di mia figlia. Ed è arrivata la data fatidica.
Le candeline su cui soffiare non sono mancate, Verdiana però è rimasta delusa. Paolo non era accompagnato da suo padre Stefano, ma dalla baby sitter.
Ho riso di gusto nel vederle il trucco colargli dal mento dopo averle dato questa notizia crudele. Ci siamo tuffate allora nei ricordi e sui dolci che affollavano la tavola della mia cucina.
La mattina successiva, catalogo i reperti archeologici
che il mio team ha rinvenuto nel corso di un recente scavo.
Mentre svolgo quest’operazione di routine, mi arriva un messaggio sullo smartphone.
Non posso non pensare a Verdiana e alla sua dannata fortuna: Paolo ieri ha dimenticato il cellulare che porta sempre con sé (i bambini delle nuove generazioni hanno più appendici tecnologiche degli adulti).
Vado alla ricerca del telefonino di Paolo e lo trovo su un cuscino del divano. Poi mi metto d’accordo con Stefano per restiturglielo.
A questo punto, mi pare logico passare la palla alla mia amica che tanto scalpita per rivedere gli occhi del suo primo spasimante.
Provo a contattarla, ma la linea è contrastata. Alla fine risponde, ha la voce afflitta, il marito che l’ha tradita e se n’ è andato via di casa, è pentito e vorrebbe ritornare da lei.
Verdiana piange perché dopotutto è felice, lo ama ancora. Riaggancio ed esco, il sole è alto, giugno si profila all’orizzonte con le sue promesse, niente scuola per Carlotta, vacanza estiva da programmare, tempo di passeggiate, di esplorazioni, di natura rivitalizzante, di pane che devo comprare mentre penso a queste circostanze cicliche della vita.
Addento un panino, la signora del panificio mi saluta con gli occhi, ogni giorno è per lei uguale, ma anche lei avverte che la bella età è come questa stagione, chi ce l’ha nel cuore non riesce a togliersela mai.
Ed eccomi davanti al centro sportivo dove Stefano mi ha chiesto di vederci per restituirgli il telefonino di suo figlio.
Camicia arrotolata, jeans scuri, occhiali da vista, capelli neri con qua e là finissimi fili color argento.
Non lo guardo troppo, mentre mi avvicino, anche lui è pervaso da un’atomosfera dolce e nello stesso tempo tesa.
Camminiamo un po’, ci fermiamo davanti al campetto di calcio, dei ragazzi si allenano tirando a turno contro la porta vuota.
E così adesso fai l’archeologa, il tuo sogno di sempre.
Sì, ho coronato due sogni in realtà. Uno che ho sempre desiderato, e Carlotta che è un sogno mai sperato.
Ci sediamo su di un blocco di pietra, uno accanto all’altra, come se ci fossimo sempre stati, come se fossimo sempre stati lì, insieme, a goderci una giornata di sole qualunque.
E tu hai realizzato i sogni di quando eri ragazzo?
Forse mi sono accorto che erano sogni stupidi, volevo andare via, volevo essere ricordato per la mia capacità di progettare un futuro immaginifico, adesso lavoro come dirigente.
Mi occupo di sospensioni dei lavori, abbattimenti, riduzioni in pristino, di concessioni edilizie, di gare, di appalti.
Di tutto quello che un tempo non immaginavo potesse riguardarmi.
Fa una breve pausa, poi mi chiede di vederci, di vederci ancora, come adesso, da soli. Mi stupisco di me stessa, non credevo che certe cose avvengono in modo così naturale se sono destinate, se ci si trova bene, se non c’è imbarazzo nel raccontarsi i successi e le sconfitte. Entrambi abbiamo sacrificato il concetto di coppia in nome di un ideale professionale, ma chissà, magari è capitato semplicemente perché non avevamo accanto la persona giusta.
Il mio ex compagno, la sua ex moglie, una tappa importante per le nostre vite, ma non definitiva.
E’ così che la pensi.
Già.
Ci alziamo, ridiamo e pensiamo a quando lui con i riccioli in testa era stato il boyfriend di Verdiana. Mi confida di averla vista passare un giorno sotto il suo ufficio – E’ sempre la stessa – mi dice. Poi però mi prende la testa con entrambe le mani.
Tu non ci crederai mai, lo so, ma come faccio a dirtelo?
Io ti amavo segretamente, ho sempre amato te, anche allora. Solo che mi vergognavo dei miei sentimenti, sembravo un citrullo che voleva conquistare la prima della classe.
Eri sempre sommersa dai libri, eri piena di ideali, di voglia di combattere senza però metterti in mostra. Ti odiavo per questa tua declinazione marziana.
Davvero mi prende in contropiede questa sua confessione, non posso stare in silenzio a vita, ma cosa dirgli? Che lo amavo anch’io? Era il ragazzo di Verdiana! Siamo cresciute insieme, abbiamo vissuto l’adolescenza in simbiosi; e poi perché adesso tira fuori questi sentimenti remoti?
Io sono un’altra oramai, e anche lui non è più lo stesso.
Siamo due conoscenti che per caso si ritrovano e si frequentano per pura socialità.
Devo andare, gli dico.
Lui non mi trattiene, abbassa la testa, alla fine mi insegue chiedendomi scusa per come si è comportato.
Ha messo in conto che è passato del tempo e che forse, anche se non sono impegnata sentimentalmente, non ho la benché minima intenzione di stare con qualcuno.
Lo so, è deluso, ed io sono sconvolta.
Ci salutiamo con lo sguardo rivolto altrove.
Entro dentro la mia auto, faccio per accenderla e questa comincia a brontolare. Riprovo, niente.
Sono costretta a richiamarlo mentre già si allontana dalla mia vita.
Stefano si gira, corre verso di me.
Ci abbracciamo. Mi bacia, mi dice ti amo,
io sono presa dai suoi raptus di baci, alla fine mi lascio andare.
Sei qui con me adesso, e insieme possiamo andare dovunque, mi dice.
Gi rispondo – sì, con la tua macchina però.
Ho raccontato la mia storia perché sono passati due anni e oggi io e Stefano li festeggiamo con Carlotta e con i piccoli gemelli nati sei mesi fa. Sono sempre archeologa e continuo il mio lavoro di scavo, anche interiore. Ho scoperto dentro di me un cuore cicolpico che batte forsennatamente. E’ l’amore che do e che ricevo, tutto il resto è vita. Vita vera.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Onde di Alessandro Esu

23 marzo 2018
Sunset_by_Caspar_David_Friedrich

Caspar David Friedrich, Il tramonto (1830-1835)

Un giorno ti imbarchi su una nave come marinaio. Non sai esattamente perché. Forse per spirito d’avventura, forse per spirito d’iniziativa, o forse solo per mancanza di spirito. Il mare è un olio per settimane, e poi ci sono il sole, la solitudine, i sogni ad occhi aperti dell’orizzonte infinito, e ti chiedi cosa avrà mai da lamentarsi chi fa questa vita per tutta la vita.
Una mattina ti svegli cadendo dalla branda, la nave è una gigantesca culla infernale che non smette di rullare, e quando sali sul ponte sembrano le dieci di sera anche se sono le dieci del mattino da quanto è buio il cielo. Nuvole grigie, nuvole nere, nuvole che vomitano lampi. Passi un paio di giorni senza sapere se è più la voglia di vivere o la paura di morire che ti tiene su, ma non ti arrendi finché la tempesta si placa e torna la calma. Sbigottito riprendi la vita di tutti i giorni, col passare del tempo comprendi che la vita in mare è dura, a volte hai nostalgia della terraferma ma resisti e resisti e resisti, e il mare ti ripaga con tramonti mozzafiato ed albe celestiali.
Un giorno, mentre sei indaffarato nei tuoi lavori di marinaio, noti intorno a te una gran frenesia, i tuoi compagni sono agitati a mille, alzi lo sguardo ma il cielo è terso, non c’è una nuvola ma soltanto una leggera brezza che ti rinfresca la pelle nuda bruciata dal sole e dalla salsedine. Chiedi in giro che c’è, il perché di tutta quella agitazione, e un facchino ti sorride divertito e ti risponde che tra poco lo vedrai che c’è, tra poco lo vedrai! Pensando che siano tutti matti abbassi la testa e torni al lavoro, di tanto in tanto la nave oscilla ma non è niente di preoccupante e ti perdi nei tuoi pensieri, non è niente di preoccupante, niente di preoccupante continui a ripeterti… finché un vento caldo e arrabbiato inizia a soffiare da est e prima che te ne accorga una pioggia di spilli trasversali inizia a bucarti la pelle secca, incessantemente. Le onde che si infrangono sulla prua scavalcano lo scafo e allagano te, il ponte, tutto, e passano le ore e inizia a fare buio e tu sei bagnato fradicio in mezzo a quel vento bollente, e quella pioggia diventa acquazzone, e quell’acquazzone diventa tempesta, e devi farti in quattro per non volare giù. La forza del vento e delle onde è implacabile, ognuno cerca in tutti i modi di contrastarne la furia ma è tutto inutile, ti leghi con una corda ad un albero della nave e continui a togliere acqua dal ponte mentre lo stillicidio continua. Poi improvvisamente senti un boato incredibile, il cordame che teneva i barili agganciati ad un angolo della nave si è spezzato e centinaia di chili di provviste rotolano sul ponte e cadono in mare, perduti. Anche la tua corda si spezza, e anche tu inizi a rotolare e cadresti in acqua se la fortuna, annaspando, non ti facesse sbattere contro la ringhiera della nave. Rimani lì aggrappato sotto il peso di un vento ed una pioggia inverosimili, e pensi che stavolta è arrivata la tua ora, che cadrai in acqua e morirai lì, in mezzo all’oceano, ma lo spirito di sopravvivenza è più forte di tutto e resti abbracciato a quel pezzo di legno e anche se le dita e le mani e le braccia sembrano prese a morsi non molli la presa e alla fine, dopo ore, nel bel mezzo della notte la tempesta passa e ti ritrovi quasi svenuto, sanguinante su tutto il corpo ma vivo.
I giorni seguenti scorrono tutti uguali, con l’unico pensiero che non metterai mai più piede su una nave. Non sei tagliato per questa vita. Quando finalmente all’orizzonte spunta la terraferma sei la persona più felice del mondo, ce l’hai fatta, la nave attracca al porto e appena scendi senti le gambe molli, cadi in ginocchio e scoppi in un pianto liberatorio. I primi giorni li passi ad ubriacarti insieme agli altri marinai sopravvissuti come te, gli altri marinai sono amici sconosciuti che riconosci  dallo sguardo, senza parole. Pensare che ora sei sulla terra ti dà sicurezza e serenità, la vita di mare non fa per te. Ma poi inizia ad insinuarsi un pensiero che si fa sempre più presente, ti ritrovi a cercare il mare senza pensarci, fissi per ore le sagome delle navi all’orizzonte, ti svegli la mattina con la sensazione che manchi qualcosa, finché un giorno mentre cammini per il porto vedi una nave in procinto di salpare, e senza accorgertene ti ritrovi a caricare barili e ad annodare corde e a sistemare le vele. La nostalgia del mare ha colpito anche te e ormai la terra inizia a starti stretta, senti l’irrefrenabile desiderio di imbarcarti nuovamente senza pensare ai pericoli che hai corso o a quelli che ancora dovrai correre, tutti sono presi dalla febbrile eccitazione della partenza e tu non fai eccezione. Il viaggio è lungo e difficile, ma ora sai governare le tempeste che sorprendono la nave e dopo ognuna sei sempre un po’ più calmo, ormai hai imparato a gestirle o almeno credi che sia così. Ma poi ne arriva una che stravolge tutto quello che pensavi di sapere, piove a dirotto per giorni e notti, l’aria è gelida, arranchi sul ponte mentre tu e i tuoi compagni lavorate senza sosta per evitare che la nave venga inghiottita dalle onde. Questa volta sei convinto di non farcela, sei convinto che il mare sarà la tua tomba e maledici te stesso per essere salpato. La tempesta diventa un uragano e dopo giorni la stanchezza e la mancanza di sonno iniziano a farsi sentire, perdi la forza, perdi la lucidità, ma resisti, quando ad un tratto un colpo di vento come la mano di un dio invisibile spezza un albero della nave e nella confusione un pezzo di legno ti trafigge la gamba. La ferita è molto grave e sembra non ci sia niente da fare, ma in mezzo alla bolgia e alla furia dell’uragano, mentre sei mezzo svenuto, senti due braccia che ti sollevano e ti portano di peso in salvo, e finalmente perdi i sensi.
Quando ti risvegli sei su una branda, al sicuro. Non senti più le urla agitate degli altri marinai, il pericolo anche questa volta è passato, abbassi gli occhi e ti guardi la gamba. Una stretta fasciatura la avvolge e non riesci a piegarla, provi a scendere dalla branda ma non ci riesci e così resti sdraiato in attesa che arrivi qualcuno. Quando il capitano scende a vedere le tue condizioni e ti trova sveglio un gran sorriso si apre sulla sua faccia burbera di vecchio lupo di mare, ti spiega che te la sei vista brutta, che un pezzo di legno ti si era conficcato in una coscia e che hai veramente rischiato di morire, e dal suo sguardo capisci che sei vivo solo grazie a lui. Questa volta giuri a te stesso che non salperai mai più, che una vita noiosa e sicura è cento volte meglio di una vita avventurosa e pericolosa, e ripensi a quando ti sei imbarcato la prima volta e a quanto la vita in mare sia diversa da come l’immaginavi. Soffrire la fame e la sete, il caldo ed il freddo, dormire su un’asse di legno e svegliarsi più stanco di quando ti sei coricato, ora ti sembrano incubi dai quali non puoi svegliarti, e passi settimane sdraiato su quella branda incapace di muoverti mentre la nave continua il suo viaggio e finalmente arriva a destinazione. Con una stampella di fortuna riesci a scendere aiutato da un compagno, stavolta non cadi in ginocchio ma invece quando metti il primo piede a terra tutti i pensieri che avevi avuto fino a quel momento svaniscono e una gioia incosciente ti conduce con tutti gli altri alla solita taverna del porto, ad ubriacarti e fare casino ed esorcizzare la paura che ha abitato il tuo corpo per mesi. Passi tre giorni a fare baldoria fino a non ricordare neanche più come ti chiami, fino a non ricordare più niente, poi come sempre dopo qualche giorno non hai più la necessità di dimenticare gli orrori che hai vissuto, e ricominci a passare le giornate in riva al mare a guardare l’orizzonte e a sognare.
Un giorno camminando per le vie del porto, la vedi. Il tuo sguardo incrocia il suo e un brivido, come un fulmine, ti attraversa la spina dorsale. Con una scusa inizi a parlarle e scopri che è la figlia di un capitano di vascello scomparso in mare quando era bambina, che a quel tempo fu adottata dalle mogli dei marinai del posto e che ora si guadagna da vivere pulendo e vendendo in paese il pesce portato dai pescatori del luogo che ogni giorno partono all’alba e tornano la sera con i loro carichi. Dice che ama il mare, che non lo incolpa della morte di suo padre e che anzi ha un grande rispetto della natura e di tutto quello che viene con essa, anche delle tempeste e delle carestie e degli uragani. Dice che alla fine la natura vince sempre, anche se a volte scherza dando agli uomini l’illusione di avere il controllo su di essa… parlate e parlate e parlate, e con il tempo nasce tra voi un rispetto che si trasforma in amicizia e poi in amore. Tu le racconti delle tue avventure, della tua vita prima di essere marinaio e di come un giorno qualcosa che non riesci a spiegare ti abbia portato ad imbarcarti, delle albe che non si possono spiegare a parole e delle tempeste che invece le parole le tolgono del tutto. Lei ti guarda affascinata mentre le parli, dice che le ricordi suo padre, che vuole vivere con te, e alle tue orecchie quella frase risuona come la musica più dolce del mondo. Vi sposate e andate ad abitare in una casetta umile ma accogliente, e riesci a trovare lavoro su un piccolo peschereccio. E’ un lavoro faticoso, si parte col buio e col buio si torna, tutti i giorni, non esistono domeniche o feste o giorni di riposo e a volte è veramente frustrante tornare a casa con la stiva mezza vuota. E’ un lavoro faticoso, certo, ma non è niente in confronto a quello che hai passato, e dormire ogni notte in un letto con la donna che ami ti ripaga delle fatiche della giornata. E così passano i mesi, e tutto sembra ormai andare per il meglio, quando ancora una volta inizia improvvisamente a nascere nella tua testa un’idea.
All’inizio è un’idea piccola, che scacci dalla mente come si scacciano le mosche, ma come le mosche ritorna sempre a darti fastidio, e ogni volta non pensarci è sempre più difficile. Non ne parli con lei, ma una notte prima di addormentarvi, nel buio della stanza, ti dice che ha notato che il tuo sguardo è cambiato e che anche se la tua voce non vuole ammetterlo i tuoi occhi nascondono un segreto. Ti chiede se hai un’altra donna e tu quasi sorridi a quel pensiero, perché mai hai desiderato un’altra bocca da baciare che non fosse la sua, ma insiste e alla fine confessi, ti manca il mare. La sua reazione è malinconica ma rassegnata e ti spiega che si aspettava che prima o poi sarebbe accaduto, che tutti finiscono così, che anche suo padre per quanto l’amasse l’aveva lasciata lì da sola per seguire il richiamo delle onde. Ma non te ne fa una colpa, dice che non riuscirà mai a capire il perché della potenza di questo richiamo ma che lo accetta perché rispetta il mare e tutto quello che il mare significa. Poi vi addormentate e la mattina dopo lei fa finta di nulla, quando ti avvicini per parlare cambia discorso con un sorriso, quando ti vede pensieroso invece di arrabbiarsi o essere triste inventa mille modi per farti ridere, e nell’intimità della notte vi amate come neanche uno scrittore romantico potrebbe descrivere, come se foste le uniche due persone rimaste al mondo. Ma sai che dietro le apparenze le cose stanno cambiando, e anche se cerchi di reprimerlo con tutte le tue forze il desiderio di partire cresce dentro di te, provi ancora a parlargliene ma ogni volta lei riesce a cambiare discorso e alla fine ci rinunci, alla fine capisci che lei ti ha capito ancora prima di te stesso, che mai nessun uomo al mondo avrà la fortuna di conoscere l’amore che tu hai conosciuto con lei. Poi una notte ti svegli e non riesci più ad addormentarti, il vento sibila dalle finestre e la pioggia batte sul tetto di legno della vostra casa. Ti alzi, prepari un caffè con calma per non svegliarla, poi ti vesti con gesti rallentati, meccanici, e tutti i pensieri che hai in testa ti dicono di non farlo ma non riesci a fermarti, prepari la sacca con dentro qualche indumento, uno spazzolino ed un rasoio, e indossi la giacca.
La guardi per l’ultima volta. E’ bella come solo un angelo addormentato può essere e in quel momento la ami come non pensavi fosse possibile amare qualcuno. Una lacrima scende dai tuoi occhi e ti riga il volto mentre chiudi la porta di casa e ti incammini verso il porto, senza voltarti più. E pensi a tutti i racconti sentiti all’osteria, alla profonda malinconia negli occhi dei vecchi lupi di mare, a tutte quelle volte che hai dato dello stupido a qualche marinaio devastato nel fisico che saliva il ponte di una nave pronto ad imbarcarsi di nuovo… e comprendi che da quel momento in avanti, per tutta la vita, dovrai convivere con la più bella e la più triste delle sirene. La maledizione del mare.

Alessandro Esu, nato a Torino 35 anni fa da mamma veneta e papà sardo, forse per questo mi sento a casa ovunque e in nessun posto allo stesso tempo. Attratto da qualunque cosa venga classificata come horror (ma non solo), amo la musica, le arti figurative, il cinema e la letteratura, in particolar modo Palahniuk e Steinbeck oltre ovviamente a Poe e Lovecraft, che considero senza dubbio il mio scrittore preferito. Da buon Vergine ascendente Leone, prima di prendere una decisione tendo ad analizzare fin troppo qualunque aspetto della situazione salvo poi agire assolutamente d’impulso, e questo è anche il modo in cui nascono e si sviluppano i miei racconti, dove intreccio elementi autobiografici e di fantasia senza soluzione di continuità.

:: Angela custode di Filippo Brighina

16 marzo 2018

angela custode

Angela entrò dalla porta grande, anche se tutto era già iniziato, rischiando così di attirare l’attenzione su di sé.
Inaspettatamente, le due enormi ante di legno, solitamente tanto rumorose dato il cronico mancato coincidere delle loro battute, si mossero docilmente alla pressione delle sue mani, anch’esse vissute, ma non vecchie.
Osservò, come per la prima volta, i segni del tempo sul loro dorso, che risaltava bianco e livido sul legno scuro e per un attimo rivide entrare lì una giovane donna piena di speranza e di amore, che a suo modo, aveva dato all’uomo della sua vita.
Si stupì di non vedere alcuna testa volgersi per capire chi stesse arrivando tanto in ritardo e ne approfittò per raggiungere subito un angolo tranquillo, riparato dagli sguardi che non avrebbe comunque voluto subire.
Si fermò lì, in piedi, di fianco ad una delle tante colonne e lo cercò con lo sguardo; ne vedeva la presenza ma non i tratti e si spostò per raggiungerli.
“Eccolo!”. Si disse così, nel silenzio, con un pensiero tanto forte da sembrare solido, visibile.
Era lì, non lo vedeva da ben oltre cinquanta anni, l’uomo della sua vita. Lo scrutò e le venne un pensiero insolito: “Ha il naso molto più lungo di quanto ricordassi”.
Ma era la posizione in cui lui si trovava che ne faceva emergere la sporgenza, il naso era sempre quello, fiero, importante, ma non esattamente “lungo”; la pelle, invece, era apparentemente liscia, insolitamente tesa per un uomo della sua età.
“Gli dona il rosso”, pensò, “il colore dell’amore, della laurea, del sangue e del raso, che spero non gli sia troppo freddo, intorno al suo bel viso”.
Era bello, ed era lì, l’uomo della sua vita.
Circondato da raso rosso, da fiori e da luce tremula di candele, nella sua bara semplice, adatta a lui, uomo semplice, buono, come ti capita di trovarne pochi.
Aveva saputo della sua morte dal giornale, un solo modesto annuncio: “Non è più tra noi: ha vissuto da uomo giusto.” E chi meglio di lei poteva testimoniarlo?
Lo osservava lì, sdraiato, immobile nonostante lo sguardo di lei cercasse disperatamente di farlo muovere, di trovare un battito di ciglia od un resto di respiro, per poter urlare a tutti che era ancora vivo, che si era solo addormentato.
Non lo vedeva da quasi sei decenni e lui non aveva in tutto quel tempo né più visto lei né saputo alcunchè della sua vita: era rimasta per lui un ricordo di gioventù, il primo, il più dolce e tenero.
Il fumo delle candele, confondendo i contorni, la aiutò a ricordare tutto, anche se le immagini nella sua memoria erano nitide, presenti: rivide sé, giovane, bellissima, splendente, unica figlia in una famiglia ricca, con pretese di nobiltà e con tanto pregiudizio, come era normale per l’epoca.
Anni ’50, fidanzamento guardato a vista, con quel ragazzo tanto gentile e carino ma di umili origini e di pochi mezzi: decisamente inadatto per lei e per la sua famiglia, a giudizio dei genitori.
Era il suo primo amore e forse non immaginava che sarebbe rimasto anche l’unico, l’uomo della sua vita; lo sperava in cuor suo quando confidò alla sua migliore amica di portare in grembo, a vent’anni, il segno di quella stessa speranza.
Come spesso accade, però, la migliore amica divenne la peggiore nemica ed i suoi genitori ne vennero informati, non dalla figlia né dalla sua amica, ma dal Parroco, non sempre garante di silenzio, di discrezione da confessionale: una notizia tanto grave avrebbe fatto il giro del paese in pochi attimi, trasformando la reputazione di una giovane ereditiera e dei genitori in un argomento di conversazione da bar, di scherno e rendendo il miglior partito del paese una poco di buono che nessun gentiluomo avrebbe più voluto sposare.
Cercava dai suoi un’assoluzione ed ebbe invece una soluzione, inaspettata, grave. “Avrai il figlio, giacchè siamo una famiglia cristiana, ma non qui: c’è un convento di religiose che ti ospiterà, a Mustair, in Svizzera. Non è lontano ma nessuno ti troverà e, soprattutto, il padre del bambino, che non dovrai mai più vedere. Se non rispetterai il nostro volere non ci vedrai più e sarai del tutto diseredata.”
Sola, senza alcuna possibilità di ribellione, che in quegli anni non usava ancora, schiacciata dalla responsabilità di una gravidanza impossibile, non seppe e non potè fare altro che piegare il capo di fronte alla volontà familiare e partì senza un cenno, sparì dal paese, lasciando il suo amore, ignaro dello stato in cui lei si trovava.
Nacque, suo figlio e venne abbandonato senza nome e destino nel convento che la ospitava.
Non ne avrebbe saputo più nulla.
Partì, lei, andò in America del sud per curare gli interessi del patrimonio di famiglia e, proprio in viaggio, la raggiunse la notizia della morte dei suoi genitori in un terribile incidente; proseguì.
Non sarebbe tornata per loro, le avevano rovinato l’esistenza, fatto sprecare amore e gioventù, sottratto l’uomo della sua vita.
In America trovò la ricchezza; i terreni coltivati a caffè che facevano parte dell’azienda ereditata si rivelarono ricchi di petrolio e, in poco tempo, assunsero un valore di mille volte superiore: vendette tutto e investì il ricavato nel modo più sicuro e redditizio.
Il tempo che le rimaneva dal poter vivere di rendita era molto ed i ricordi le tornavano prepotenti alla memoria, anche perchè non aveva voluto alcun altro uomo accanto a sé.
Tornò in Europa e si stabilì in un paesino nei pressi di Nizza. Era sparita da cinque anni e, sebbene con mille cautele, cercò di avere notizie di lui e ne trovò: si era sposato, aveva due figli, un lavoro modesto come contabile in una grande azienda di trasporti marittimi di Genova, un presente informe ed un futuro grigio ma forse una piccola serenità che lei decise ora e per sempre di non voler stravolgere.
Sentiva però fortissimo in lei il desiderio di rimborsarlo della vita che gli aveva rubato non ribellandosi all’ipocrisia dei suoi genitori, di ridargli ciò che, in cuor suo, era convinta di avergli sottratto: un presente agiato, anche se magari non la felicità che avrebbero potuto costruire insieme.
Tramite una società fiduciaria di Zurigo, nella quale conobbe un giovane gentile di nome Enrico, acquistò il pacchetto di maggioranza delle azioni dell’azienda in cui lui lavorava e, con aumenti di capitale e finanziamenti a fondo perso, dotò la società di grandissimi mezzi, consentendole così di aumentare enormemente clienti e giro d’affari e fece in modo che il merito di queste operazioni fortunate fosse attribuito a lui che, da oscuro ragioniere di un ufficio sul porto, in due anni divenne dapprima consigliere di amministrazione e poi amministratore delegato della società, con apparente ampio merito, con la fiducia di tutti e con partecipazione agli utili, che, nel frattempo erano saliti alle stelle.
Il boom economico era alle porte e le fu facile procurare, con i suoi potenti mezzi economici, clienti e lavoro alla sua società.
Lui cambiò casa, diede alla sua famiglia tutto ciò che potesse esserle necessario, il meglio ma non il superfluo, giacchè in lui agiva sempre l’uomo corretto e modesto di un tempo.
Dopo qualche anno, su istruzioni di lei, la fiduciaria ebbe a disfarsi delle azioni in suo possesso e le vendette nel momento apparentemente meno indicato, al prezzo migliore per l’acquirente: lui le acquistò tutte divenendo così padrone dell’intera partecipazione e della sua esistenza.
Lo aiutò in mille altri modi, sempre nell’ombra, senza mai che lui sospettasse; gli diede una vita piena di fortune e, quindi, di tranquillità, che lui visse con la famiglia, col dolce ricordo lontano di lei, che l’aveva abbandonato senza una parola, di ciò che avrebbe potuto essere e che non è stato.
Ed ora lo rivedeva lì, ora che non aveva più bisogno di alcun aiuto e riconosceva ancora nei suoi tratti, anche se sdraiato, quelli dell’uomo della sua vita, ora che non c’era più in lui la vita del suo uomo.
Non pianse di fronte a lui e, prima della fine della cerimonia, sistemandosi il foulard sui capelli grigi e curati, uscì dalla chiesa e salì sulla sua auto dove l’autista attendeva paziente.
Tornò a Nizza, versando finalmente tutte le lacrime che da sempre tratteneva e che non poteva piangere per nessun altro e pianse fino a che l’autista le aprì lo sportello davanti alla sua casa di fronte al mare e le porse per la prima volta il braccio: il suo passo era stato sempre, fino ad oggi, sicuro, ma oggi non lo era.
Le ritirò la posta, la accompagnò fino in casa e sparì, lasciando la posta sul mobile dell’ingresso.
Lei guardò distrattamente sul mobile ma la colpì una busta del tutto diversa dalle altre, chiusa con ceralacca su cui era impresso il sigillo di un notaio di Genova. Ruppe il sigillo e trasse dalla busta un foglio pesante piegato con lo scritto all’interno; conteneva un testamento che diceva solo così:

“Riconosco, quale mio figlio, Enrico,
nato a Mustair nel 1953,
attualmente dipendente della
Fiduciaria di Zurigo.
Lascio alla mia Angela,
custode di tutta la mia vita,
la gioia di ritrovarlo.
L’uomo della sua vita.”

Filippo Brighina Nato nel cuore della Sicilia, ne partii poco prima dell’età della coppola e mi trovai a compiere tutti gli studi a Gallarate, seguiti dall’Università (Cattolica), facoltà di giurisprudenza, perchè provate Voi a fare diversamente con un padre notaio.
Terzo di quattro figli, con tre sorelle, ho vissuto, imparato, sbagliato, in un piccolo centro di provincia; mal maritato ed infine separato, ma con due splendide figlie di 28 e 25 anni, tra le altre cose, amo Francesca, il tennis e la musica, quella suonata da me.
Ma sempre musica triste, perchè, se sono allegro, esco!
Qualche anno fa ho scoperto, quasi per gioco, di saper cosa fare con una tastiera (che non fosse quella del pianoforte) ed un’idea di partenza in mente ed eccomi qui a provare a scrivere piccole storie.
Non è facile trovare un “fil rouge” che leghi dei brevi racconti, nati in ordine molto sparso e che li possa rappresentare nell’insieme, ma forse la prima cosa che al lettore potrà risultare chiara e che il finale, per me, deve stupire, disorientare, far ricominciare da capo per riconsiderare sotto un’altra visuale quello che si è appena letto.
Trovo più facile cominciare a scrivere un racconto, piuttosto che portarlo a compimento e forse il colpo di scena mi viene naturale, per poter dare una chiusura sconcertante, forse emozionante, sicuramente imprevista.
Così come spesso succede nelle nostre vite, almeno in quelle più interessanti.
Perciò il cappello dei miei scritti potrebbe essere: “Non è mai come sembra”, così come io spero di essere diverso da quel che appaia.

:: Lo sguardo di Amelie di Brenda Beltrán

9 marzo 2018
marcella-1910

Ernst Ludwig Kirchner, Marcella, 1910

Amelie è arrivata tardi a casa, allora ha litigato con sua madre che era arrabbiata.
Mentre suo fratellino continuava a piangere.
– Perché sei arrivata a quest’ora? – urlò sua madre.
– Ero in biblioteca – disse lei, ma in realtà, mentiva.
Suo fratellino continuava a piangere, Amelie si avvicinò e senza dirgli nulla, il suo sguardo sereno e amoroso lo tranquillizzò, e gli diede un bacio sulla guancia.
Il bambino sorrise.
La mamma di Amelie ogni volta si chiedeva: – Come mai lei riesce a tranquillizzarlo? Amelie era una ragazza con qualità che nessuno riusciva a capire. Era sempre assorta nei suoi pensieri, parlava poco, ma sorrideva sempre, lei era una ragazza felice.
Anche se aveva un padre che arrivava sempre tardi dal lavoro, che a volte non tornava e che urlava a sua madre, che si arrabbiava subito, e con cui non si poteva scherzare mai, mai!
Sua madre invece era una donna seria, e conservatrice, non sorrideva mai. Amelie non ricordava di aver mai visto sua madre sorridere, o dire qualche parola dolce, quando era piccola, lei pensava che magari sua madre non avesse un cuore, però poi quando cominciò a frequentare la scuola e chiese alla professoressa se fosse possibile che qualcuno non avesse un cuore, lei le rispose che tutti ne avevano uno.
– Allora perché esistono delle persone che non sorridono? – In quel momento lei pensò a sua madre.
– Forse perché quelle persone non sono felici-.
Allora pensò che sua madre non era felice, ma non ne capiva la ragione, perché era abbastanza piccola, poi fare felice sua madre divenne il suo scopo.
Dopo sei anni, sua madre continuava come al solito, sempre seria, sempre pensierosa. Amelie invece continuava a fare tutto il possibile per far sorridere sua madre, usava parole dolci e l’accarezzava con il suo sguardo, ma non è stato sufficiente, con lei non funzionava come con suo fratellino che piangeva sempre.
Perché lui piangeva?
Amelie non lo sapeva e il bambino non parlava, ma sorrideva ogni volta che sua sorella si avvicinava e gli sorrideva.
Alla ragazza non servivano le parole, con suo fratello bastavano gli sguardi sinceri.
A volte lei si chiedeva cos’era l’amore? Come si sente una persona quando si innamora? Perché le persone si innamorano solo di una persona e perché di quella e non di un’altra? Perché i fidanzati si baciavano? Perché i fidanzati facevano delle cose che sua madre diceva che Amelie non doveva fare?
Una volta quando Amelie non era più una bambina, chiese a sua madre: – Perché io non devo fare l’amore e tu l’hai fatto? –
Sua madre che era una donna conservatrice le diede uno schiaffo sulla guancia. E Amelie pianse tutta la notte, e sua madre non le chiese mai scusa. Alla ragazza tutto la incuriosiva, da quando era bambina, ed aveva voglia da fare delle cose che sua madre non le avrebbe mai permesso. Ma c’era un problema. Tutte quelle cose che lei voleva fare, sembravano impossibili da realizzare.
Come avrebbe potuto se sua madre non glielo permetteva, se suo fratellino piangeva sempre e suo padre non si ricordava che aveva una famiglia?
Amelie e la sua famiglia abitavano in una piccola casa in campagna senza luce. Aveva un gatto che adorava, però una volta sua madre si arrabbiò con lei perché nuovamente rientrò tardi a casa, la mamma prese il gatto e lo portò via.
Sua madre la minacciò: -Se esci, ucciderò il gatto-.
La mamma non tornò quella note, anche se pioveva.
La pioggia era fredda e il vento pure, tutte e due sembravano furiosi, tanto come la mamma di Amelie.
Il giorno seguente la mamma tornò, ma senza il gatto.
Amelie sapeva che non doveva parlare, perché sua madre si sarebbe arrabbiata, ma il suo amore per il gatto era così grande che le chiese dove fosse finito. Sua madre non rispose, e rimase zitta come al solito. Allora Amelie capì.
Amelie non voleva mangiare, non voleva andare a scuola, e non voleva vivere.
Sua madre non insisteva.
– Se non vuoi mangiare, non mangi, se non vuoi andare a scuola non andare…- e suo padre rimaneva zitto, neanche lui insisteva. E Il bambino piangeva e piangeva.
Allora lei si accorse di una cosa. Suo fratellino. Lui era la persona che la faceva sorridere, a cui dava amore, per cui doveva essere forte e andare avanti.
Anche se loro abitavano nella penombra, lei doveva cercare la luce.
Tre anni dopo, nei quali sua madre diventò più vecchia e suo padre sembrava aver perso la memoria, lei decise di andare via e portare con se suo fratello.
Loro trovarono un posto luminoso, dove ogni notte uscivano, guardavano le stelle e lei lo accarezzava con il suo dolce sguardo.

Brenda Beltran, studentessa di ingegneria alimentare e anche scrittrice da quando aveva sei anni, è anche poliglotta, parla italiano, spagnolo, portoghese, inglese e francese, nel 2015 ha vinto il secondo posto in una competizione internazionale di letteratura a Granada in Spagna per il racconto “El diario de Pedro Wesley”, scrive racconti brevi e anche ha scritto un romanzo che non ha ancora pubblicato.
Le piace molto leggere principalmente romanzi classici, i suoi scrittori preferiti sono: William Shakespeare di cui ha letto 22 opere e Oscar Wilde tutte le sue opere come di Edgar Allan Poe.
Ha sempre pensato che la parola impossibile esiste perché si trova nel dizionario, ma in realtà quando si vuole qualcosa con il cuore anche i sogni che sembrano irraggiungibili sono possibili.

:: L’uomo della pioggia di Daniela Distefano

2 marzo 2018

FOTO RACCONTO L'UOMO DELLA PIOGGIA

L’autrice ci tiene a specificare che un racconto di genere rosa, e noi l’accontentiamo.

Non molla mai, Principe. Un insegnamento che la sua padrona, cioè io, non sa di aver assimilato. Eppure sono qui. Ho cinquantanove anni e sono già stata all’Inferno e in Paradiso, a volte contemporaneamente.
Principe, il mio bel cagnone collie è l’Angelo che mi assiste da anni, il mio bambinone che parla con gli occhi dolci e mi insegna a sopravvivere.
Sono vedova, sono sola, ma non solitaria.
Coltivo amicizie come piante sempre verdi, e credo nel Signore che ci protegge dai raggi a volte nefasti del destino.
Ho lavorato da giovane, ero impiegata presso un’azienda di condizionatori climatici. A ventisette anni, ho conosciuto – durante una trasferta lavorativa a Hong Kong – l’uomo della mia vita, Luciano era dirigente nella mia stessa ditta.
Ci siamo sposati in chiesa, lui ha divorziato dalla prima moglie, sposata con il rito civile e dalla quale aveva avuto due figli.
Per amor suo, non ho voluto provare la felicità di essere madre, non era d’accordo. Ma mi amava, di questo sono certa.
Siamo diventati “maturi” viaggiando, facendo mille esperienze insieme, non posso dire di avere avuto alcun rimpianto.
Poi – uno alla volta – sono caduti tutti i miei sogni. Luciano è morto improvvisamente per un ictus, un dolore per me irreparabile.
Da tempo non lavoravo più perché ero stata licenziata dall’azienda mentre mio marito ancora vi lavorava. Una volta venuto a mancare il suo sostegno amoroso, spirituale, vitale, è cessato anche quello economico. Tutto il patrimonio di Luciano è andato alla prima moglie e ai suoi figli, per me neanche le briciole. Ero disperata. Ma, come diceva Padre Pio, noi vediamo a volte il rovescio del ricamo, se lo capovolgiamo, tutto combacia alla perfezione.
Per mesi è stato un supplizio, alla fine mi sono arresa e ho smesso di lottare con la cattiva sorte. Sono rifiorita.
Con quelle poche risorse finanziarie che ero riuscita ad accantonare, ho avviato un’attività che oggi mi permette di vivere con serenità se non proprio nella bambagia: gestisco un bed and breakfast nel centro storico di Siena. Tramite i consigli di amici fidati (ho perso ogni contatto con i parenti del mio defunto marito) ho creato pure un sito internet; interagisco con tutto il mondo, soprattutto con cinesi e giapponesi innamorati della storia del Belpaese e dei suoi luoghi più eclatanti.
Sono riuscita così a non perdermi tra i cunicoli della depressione e della solitudine, ma i dolori non sono finiti. Dopo Luciano, un’altra perdita mi ha colpita con virulenza: è venuto a mancare il mio amato fratello. Non avevo dubbi sul fatto che Dio fosse proprio arrabbiato con me, e non ho mai nascosto né a lui né a me stessa di essere una comune peccatrice, una donna però che ha vissuto e che ha creduto nell’amore eterno. E ancora ci crede.
A poco a poco ho ripreso confidenza con la mia anima, mi sono nutrita ogni giorno di speranza, riflettevo sull’umanità, sui giochi degli innamorati, anch’io lo ero stata, un secolo fa, eppure allo specchio mi vedevo come un vecchio contenitore colmo di rifiuti. Non mi decidevo a buttarli via questi rimasugli di ricordi, di passato, di negatività. Poi ho conosciuto il mio Principe, per me come un figliolo. E adesso, quando ho fatto finalmente pace con i miei demoni, eccomi di nuovo travolta dagli scherzi dell’Amore.
Amore? Dico bene? Sembro una ragazzina e lui? Chi è lui? Lui è l’uomo della pioggia. Mi ha conquistata senza volerlo, senza averne l’intenzione. Ha telefonato una mattina, voleva una stanza singola per una sola notte, per una sola persona. Ero titubante, era già tutto esaurito, mancavano pochi giorni alle festività natalizie.
Gli risposi che non era possibile. Riagganciò. Aveva una voce profonda, dal timbro meridionale, non ci pensai più per tutto il giorno. Alla sera, si mise a piovere di brutto. Principe voleva lo stesso fare un giretto, lo portai a spasso per qualche minuto. Mentre rientravo, trovai sotto il portone del mio bed and breakfast un uomo con l’ombrello più buffo che avessi mai visto: su di esso era stampata una puffetta che balla.
Era Dario, l’uomo che aveva chiamato quella mattina e che avevo liquidato asetticamente. Gli dissi che non avevo stanze disponibili, come gli avevo detto al telefono, lui rimase in silenzio per un bel po’, poi mi rispose che aveva prenotato una stanza singola in un hotel a due passi dal centro storico, ma, con la pioggia e quel ridicolo ombrello, si era clamorosamente perduto.
Ci furono solo grasse risate da parte mia, perdersi a Siena, neanche una talpa cieca poteva farlo. Era un racconto esilarante, ed in contrasto con il suo sguardo che cominciò a far sragionare i miei pensieri. Aveva occhi nocciola, barba imperfetta, capelli grigi. Un sessantenne che dimostrava dieci anni di meno e molto fascino, quello non mi era sfuggito alla prima occhiata. In breve, mi raccontò di essere un ex professore, adesso curava i libri di una biblioteca comunale.
Era a Siena perché di tanto in tanto va a trovare i nipotini che vivono qui vicino. Il figlio, dopo aver sposato una senese un paio di anni fa, ha avviato uno studio dentistico nei dintorni. Gli offrii una cioccolata calda, poi se ne andò. Non mi andava ancora di confidarmi con lui, non volevo legarlo a me raccontandogli il mio passato di sofferenza.
Non lo vidi né sentii per quattro mesi, poi una visita improvvisa riaccese la scintilla. Dario parla poco di amore, di coppia, di vincoli.
Lui c’è però, semplicemente esiste ed oggi è lui il mio futuro, lo sa anche Principe che gli scodinzola ogni volta che lo vede, e lo vede sempre più spesso.

Daniela Distefano è nata a Catania il 18/12/1976, è giornalista pubblicista dal 2008 e scrive recensioni di libri per il quotidiano “La Sicilia” dal 2007. E’ amante della musica, del Natale, del Vangelo, dei buoni pensieri. Vive a Paternò, ma viaggia spesso col suo Clavilegno un po’ in Occidente,  un po’ in Holy Land.

:: Mangiando grissini alla pizza di Francesca Varagona

23 febbraio 2018
grissini alla pizza

© Valeria Varagona

Mettiamo un quindicenne con le cuffiette alle orecchie, l’occhio abbacinato dallo smart, tra i denti ancora un bombolone alla crema. Poi aggiungiamo una vecchia signora che esce dal panificio. Rendiamo inevitabile lo scontro. E l’incontro.
Alla signora cadono le borse della spesa, e il giovane, rinvenendo dal suo mondo parallelo, la sostiene per un braccio; piega il suo metro e ottanta, instabile come una torre di carte, e raccoglie le pere in fuga come barili di liquore William sul marciapiedi. È già possibile un rapido inventario: salvi i bocconcini all’olio, spezzati tutti i grissini, sopravvissuti quelli di pasta sfoglia, ma morbida, all’origano. I grissini alla pizza.
Il ragazzo pensa che sarebbe meglio andare (ha fatto brucia a scuola e noi lo sappiamo), ma non se la sente di lasciare la vecchia per strada, la gamba dolorante. E qui ci sorprende. Si offre di accompagnarla a casa.
La vecchia signora lo ha inquadrato bene, da dietro i suoi occhiali appannati e un po’ sbilenchi: le sembra così magrino, anche se è alto, una faccina pulita, senza peluria, poco più di un bambino. Anche lei s’è già chiesta come mai non è andato a scuola.
Facciamo che, a questo punto, l’adolescente si accende una sigaretta; la signora dondola la testa in segno di disappunto: si vuole rovinare la salute, già così giovane. Questa fretta di crescere! Di anni lei ne ha impilati una sfilza, ma il fumo no, non lo ha mai tollerato.
Ricostruiamo una vita: la signora vive sola, i suoi figli abitano in altre città. Riesce ancora a essere autonoma e indipendente, ce la fa a non avere bisogno di badanti. Ma insomma, sempre meno. È una maestra in pensione, ha insegnato nella scuola del quartiere per oltre quarant’anni, adesso vive con la sua pensione, un gatto persiano e i libri accumulati negli anni. Non guarda quasi mai la televisione, a volte ascolta la radio a volte, con l’aiuto di un vecchio mangianastri (che, grazie al potere eternante della scrittura, abbiamo cura di non far rompere mai), una musicassetta di canti latinoamericani che le ricordano i viaggi fatti in gioventù.
La conoscono tutti, nel quartiere, la maestra Viola, che con ogni tempo, neve, pioggia, sole o vento, esce alle dieci del mattino per il giro sotto il portico, compra clementine o fichidindia (e sì, proprio quelli) dal fruttivendolo, il quotidiano e il cruciverba dall’edicolante, il pane (sempre in eccesso, come può essere l’ansia di un passato che non passa), e si ferma al bar a bere un cappuccino con il cacao spruzzato sulla schiuma.
Ora ricostruiamo una carriera (un po’ così, però, ecco: non vogliamo si pensi, alla fine, che il giovane sia l’eroe di questo racconto): Alberto – questo il nome che abbiamo messo al ragazzo a zonzo – ha evitato l’incombente interrogazione di diritto. Non è preparato e, del resto, non vuol prendere un altro due. Non gli piace studiare, non si trova a scuola, non ha amici, ha cannato nella scelta delle superiori. In passato abbiamo cercato di spingerlo a dirlo ai suoi genitori, ma non ha saputo dire loro come mai non riesce a ingranare e loro son sempre indaffarati; alle medie se l’è sempre cavata, adesso ha perso l’interesse: ogni giorno una prova, una verifica, un’interrogazione, e lui non apre libro, sempre in giro da solo, sempre ad ascoltare musica, occupato solo a crescere e a cambiare come in un corpo biologicamente programmato, senza sapere cosa diventare.
La signora Viola ringrazia il ragazzino dell’offerta di accompagnarla, ma no, ha deciso che non si può e rifiuta sia pur con gentilezza. Meglio non fidarsi, non si sa mai cosa può passare in testa a questigiovanidoggi, e poi fuma. Glielo diciamo sempre ai suoi figli di raccomandarle tutte le sere di stare attenta, durante le telefonate prima di coricarsi – a turno uno squillo veloce – e sempre gli ricordiamo di dirle di portare con sé il cellulare, che però dimentica regolarmente, non fosse altro che per quelle complicatezze, tutti quei tastini minuscoli, il display verde. E tutto questo nonostante il modello sia obsoleto, ma almeno semplice nelle sue ristrette funzioni…
Alberto però insiste. Almeno che la signora gli riferisca il nome di una persona di fiducia da poter avvertire: è malferma sulle gambe, un po’ confusa e non osa abbandonarla in mezzo alla strada, anche se l’istinto resta quello di sparire dalla zona (teme che potrebbe venirci in mente, per muovere la trama, di fargli fare un incontro imbarazzante!)
«Signora, è sicura di farcela? L’accompagno solo vicino a casa, se non si fida». (((((((())))))
Conosce il congiuntivo, il ragazzino. Sa parlare, nonostante la sua aria stropicciata. La maestra ha intuito le sue perplessità e non si sente forzata. Però non vorrebbe abbassare la guardia. Però, le borse pesano, e anche il piede le fa male (questo noi, per coerenza, non possiamo evitarlo). Però, inizia pure a piovigginare – del resto, si sa, è febbraio e il meteo si fa le cose sue – e il marciapiedi diventa di sapone. Però, però, però…
«Va bene, andiamo», ci sorprende, «ma spegni la sigaretta!» (ah, ecco, ci pareva).
Alberto, punto sul vivo, resiste all’istinto di mandarla a quel paese, ma si ferma, forse un’analogia, una sovrapposizione improvvisa con la nonna Giorgina, morta appena l’anno prima. Viola approfitta del momento di incertezza: prende sottobraccio il ragazzino e si sente sicura. Non ha nipoti, del resto, solo il ricordo di centinaia di alunni passati tra i banchi, fantasmi poco più giovani di lui che, nella sua memoria si fan tutti sorridenti, positivi, attivi, giovani menti produttive.
«Come ti chiami?»
«Alberto».
«E non vai a scuola?»
«Oggi era sciopero».
«Perché non sei andato a scuola?»
«L’ho detto!»
«La verità-àà».
La vecchia signora lo legge bene e Alberto, senza quasi accorgersene, passo dopo passo, offre piena e completa confessione di non aver studiato, di non averne voglia, di non essere capito dai suoi, di non avere amici, di voler mangiare solo il bombolone alla crema in santa pace e magari anche i grissini alla pizza che ha intravisto dalla sporta della maestra Viola. Alberto non vuole tornare nemmeno a casa, ma non sa dove andare, non sa dove sbattere la testa e non riesce a concentrarsi se non sulla sua musica. Hip-hop.
Lasciamo che Viola si fermi. Ormai sono quasi arrivati al suo indirizzo. Non vuole farlo entrare, vuole solo tornare tra i suoi libri e sedersi sulla poltrona, sgranocchiare i bocconcini, sbucciare le pere succose e aspirare l’odore delle bucce di clementine che mette sul termosifone per profumare l’aria. I vecchi si sa, sono egoisti per intervenuta mancanza di tempo.
«Signora io la saluto, penso che sia arrivata».
La maestra Viola si è voltata a guardare in faccia il ragazzino che, intanto, rimette le cuffie alle orecchie.
«Potrei darti una mano», le è parso di dire, «potrei aiutarti con i compiti». In realtà glielo abbiamo fatto pensare ma, invece, lei ci ignora: «Grazie, Alberto; e mi raccomando: domani va a scuola. E non fumare tanto, che ti rovini la salute!».
Si è fatto mezzogiorno, ha smesso di piovere. Alberto tira fuori dalla tasca il cappellino di maglia, fa un cenno con la mano, un mezzo sorriso tirato. Scriviamo: lo sguardo gli rientra nella sua bolla smart-virtuale. Hip-hop e s’allontana. Eppure il dubbio gli è venuto che la vecchia gli sia andata addosso apposta.

Francesca Varagona è nata a Palermo nel 1962. Germanista, ha vissuto a Roma e a Palermo, dove ha compiuto gli studi universitari laureandosi in Lingue e letterature straniere moderne nel 1986, prima di trasferirsi a Bologna, dove risiede dal 1992.
Lavora come docente in una scuola superiore bolognese.
Si dedica da molti anni alla scrittura. Ha pubblicato alcuni racconti sulla webzine letteraria Kultural, ha partecipato ad alcune sillogi di poesia della casa editrice Pagine (Riflessi, Immagini, I poeti contemporanei, Viaggi diVersi) e ha pubblicato nel 2009, con altre sei poetesse, il libro “Plurale femminile” con ilmiolibro.it della Feltrinelli.
Ha collaborato ai blog Poeti clandestini e Incanto errante.
Ha pubblicato articoli sul blog Rosalio di Palermo e su Il nuovo paese di Bagheria.

:: Wild Things, Giulietta Iannone

9 febbraio 2018

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Wild Things non nacque come racconto, ma come testo molto più lungo, più come un romanzo breve, tuttavia il primo capitolo aveva un senso compiuto così lo pubblicai come racconto breve nella mia raccolta di racconti I Racconti di Shanmei #Vol3, disponibile su Amazon. Il romanzo, perlomeno, è un testo incompiuto, scrissi solo un paio di capitoli (e mi divertii molto), poi lo abbandonai come spesso faccio, ma non è male, almeno per me, ci sono abbastanza affezionata, per cui merita una nuova vita, buona lettura!

“Aspirapolveri Hoover. Il meglio del meglio. Sul mercato.”

Magliette sporche, piatti da lavare sul lavello e sul tavolo di linoleum rosso della cucina. Mia moglie mi ha lasciato e nella sua smania forsennata di libertà si è dimenticata di qualcosa. Bill un ragazzino di dodici anni lentigginoso con un ciuffo arancione al posto dei capelli. Mio figlio.
Volete un aspirapolvere? Elegante, indistruttibile, eterno. Più eterno dei vostri sogni, delle vostre illusioni, dell’amore di vostra moglie o di quel perverso meccanismo che ci fa credere alla costituzione e al diritto, almeno in America, di essere felice.
Paperino che uccide Qui Quo Qua nell’ordine. Sacrilegio. Mai bestemmiare Walt Disney. Spregio alla bandiera. Darle fuoco o usarla per pisciarci su? Una volta conoscevo un tizio…già mentre cerco di vendere aspirapolveri con il mio miglior sorriso stampato sulla faccia e i miei bei denti incapsulati, da quel rabbino incartapecorito del dentista Fiedelman, questi sono i pensieri che mi affollano la mente. Pensieri anarchici, inconsulti, bizzarri, forse patetici.
Allora lo volete o no sto meraviglioso supertecnologico esemplare di aspirapolvere? Consegna gratuita in otto giorni.
Beh se sei così fesso e ci credi sono fatti tuoi. Io ho la mia percentuale, Phil il fattorino ha la sua percentuale, Gene il magazziniere ha la sua percentuale. Tutti si alzano la mattina e lavorano per la propria percentuale. Siamo in America non a Rincolandia. Se non hai capito questo, beh è meglio che poni fine ai tuoi giorni. Amico.
Nella mia auto c’è una piccola foto di Gesù con scritto: “Papà non correre”. Beh ad essere sinceri è uno scherzo di mio figlio. Da quando ha smesso di credere a Babbo Natale e alla mamma ha maturato un certo cinismo ma in certi casi a dir poco imbarazzante. Comunque sorvoliamo su queste fasi di crescita, chiunque ha un figlio mi può capire.
Veniamo a noi. Tutto ha inizio una dolce sera d’ aprile. Me ne stavo tornando a casa a piedi con un sacchetto di carta della spesa in braccio per un allegra serata sportiva davanti al televisore con mio figlio. Baseball. Partita di qualificazione per i quarti. Joe di Maggio alla battuta e Marylin sugli spalti a firmare autografi e mordersi le unghie.
Era quell’ora prima del tramonto, dove tutto è indefinito. La luce bassa e giallastra, i televisori nelle case accesi in un brusio confuso nell’aria sonnolenta.
Stavo pensando ai fatti miei   quando noto una donna. Cappotto rosso , capelli neri. Si morde un labbro ed è esattamente davanti alla porta del mio vicino. L’investigatore con moglie giapponese di cui non vi ho ancora parlato.
La ragazza sembra nervosa. Continua a mordersi un labbro ed aspetta. Mi lancia un occhiata come se non mi vedesse e io mi pulisco le scarpe nella lama di ferro vicino alla cassetta della posta.
La ragazza è molto pallida. Oltre ad avere la pelle chiarissima la paura la contrae come un pezzo di madreperla. Ha lunghe ciglia nere arcuate che si agitano su occhi blu. Non azzurri, grigioazzurri, pervinca, cobalto, turchese. Blu.
Aggrotta un sopracciglio e io fingo di controllare il giardino. Le foglie sul prato, il rastrello vicino al garage. Lei niente, si stringe nel suo cappotto dal colletto di pelo e aspetta. Paziente, rassegnata, con l’espressione di una martire cristiana prima del pasto serale dei leoni nell’ arena.
Bill compare sulla porta, con un un’ espressione perplessa. Ringrazio Dio che la cucina da sul giardino del vicino e mentre cucino la cena osservo la ragazza dalla finestra sul lavello. Dal soggiorno il telecronista cazzeggia e Bill iniziando a sgranocchiare patatine e scolarsi coca cola prepara i divani per la partita.
Passo in soggiorno a cercare un coltello nel cassetto di un mobile basso e panciuto. Sullo schermo primo piano di Marylin con cappotto chiaro e collo di volpe . Ululato di Bill. Ignoro il tutto e torno in cucina a pelare patate abbassando la testa per vedere meglio la ragazza.
Ad un tratto la porta si apre e lei si anima per la sorpresa. E’ lui l’investigatore. Si guarda in torno con fare circospetto e porta la ragazza in soggiorno. Accende le luci e mi sposto vicino al frigo. Ho una panoramica perfetta del suo soggiorno. Le toglie il cappotto. Indossa un vestito grigio scuro. Molto semplice. Bill mi compare alle spalle.
– Non c’è movimento stasera- dice piano. Traduzione letterale, “La giapponese non è in casa”. Guardoni padre e figlio. Una generazione dopo l’altra.
Ostento un’espressione severa. Metto su a bollire le patate. Il baseball senza un’ insalata di patate con maionese, capperi e ketchup e come un viaggio di nozze senza sposa.
Bill torna in salotto e io mi improvviso cuoco. Inizio a tagliare cipolle, quasi portandomi vai una falange, su un tagliere di legno a forma di maialino e fisso il soggiorno del vicino. La ragazza, parla , si agita e lui le stringe il polso rigirandoglielo sulla schiena.
I suoi lunghi capelli scuri ondeggiano e io mi chiedo insistentemente chi dei due è in pericolo in quella stanza. La ragazza cede e inizia a fare le fusa come un gattino. Un attimo dopo sono nudi sul tappeto e intravedo solo le loro schiene alterne.
Corro al piano di sopra. Da li la prospettiva dovrebbe essere migliore. Prendo il cannocchiale dalla mensola sopra il letto di Bill e mimetizzandomi nelle tende sorveglio. Su cosa stiano facendo non ho dubbi su perchè il litigio abbia dovuto portare a quello si.
Bill mi picchietta la schiena.
– La partita, pa,’ sta iniziando- bela con la sua voce da capra e io lascio perdere. Poso il cannocchiale sulle orme della polvere e scendo nel soggiorno.
Mi sdraio sul divano e strappo la linguetta di metallo di una lattina. La partita può avere inizio. Un ricevitore ondeggia la sua mazza da baseball e Bill è disteso sul tappeto a pancia sotto tenendosi il mento con due mani.
I suoi capelli rossi mi oscurano parte del video ma non dico niente. Dopo un po’ con la scusa di prendere un bicchiere d’acqua torno in cucina e apro il rubinetto. L’acqua inizia a scorrere e le luci del soggiorno sono spente. Rapida occhiata panoramica e la ragazza con il cappotto rosso e già fuori. Seduta sulle scale del portico di Larry Green, l’investigatore. Tiene il viso nascosto nelle mani e posso scommetterci una decina di aspirapolveri che sta piangendo.
L’acqua continua a scorrere nel mio rubinetto e io la osservo. Patetica, disperata, indifesa. Una creatura sperduta in cerca d’aiuto. Si risolleva a fatica e attraversa il prato. Ormai è notte. Solo i lampioni della strada la illuminano dando sfumature blu ai suoi capelli corvini. Cade in ginocchio e vomita. Finalmente mi accorgo del rubinetto e lo chiudo. Poi mi verso un bicchiere di latte ed esco nella notte. Non ci sono siepi, ne steccati tra i nostri due prati. Mi inchino e le porgo il bicchiere di latte. Lei si volta. Ha macchie violacee sul collo, escoriazioni, graffi. Sta tremando.
-Lei chi è?- chiede. Ho quasi l’impressione di violare qualcosa. Di entrare in un luogo che non mi appartiene.
– Abito in quella casa con mio figlio- gli e la indico. Le luci accese, le sembrano rassicuranti-. Ho visto che si sentiva male-. San Giorgio armato di un bicchiere di latte. Il drago mi fissa con i suoi ipnotici occhi blu.
-Sono allergica al latte- dice e l’aiuto ad alzarsi.
– Venga le do qualcosa di più forte-. La porto in casa e Bill ci viene incontro ostile. Non voleva donne in casa. Spengo il televisore e la faccio distendere sul divano.
– Fila in camera tua – ordino a Bill e lui mi fissò incerto per un po’ poi per la prima volta in vita sua mi ubbidisce. Le verso del Brandy e lei l’ accetta. L’aiuto a berlo e lei si aggrappa al bicchiere con fili neri di capelli che le attraversano il volto.
– Grazie- bisbiglia e si lascia ricadere sui cuscini.
– E’ stata aggredita?- chiedo piano e i suoi occhi si venano di paura.
– No- urla quasi e mi fissa disperata-. Avevo un debito e non avevo altro modo di saldarlo- dice e chiude gli occhi.
– Le chiamo un taxi?- chiedo ma ormai lei si era addormentata. Le tolgo le scarpe e salgo a prendere una coperta. Quando torno le sbottono il cappotto e gli e lo sfilo. Lei è un peso inerte tra le mie braccia e respira con grandi rantoli. Le metto un cuscino sotto la testa e la copro. Rimango a vegliarla per un po poi mi appisolo su una poltrona. Al mio risveglio lei non è più lì.

:: L’ultima profezia di Nostradamus, Giulietta Iannone

2 febbraio 2018

Nostradamus

2 luglio 1566

Qui legent hosce versus nature censunto:
Prophanum vulgus et inscium ne attrectato:
Omnesque Astrologi, Blenni, Barbari procul sunto,
Qui aliter faxit, is, rite sacer esto.

La stanza era buia. Un unico raggio di luce filtrava attraverso pesanti tendaggi. In fondo alla stanza, accanto a un letto, l’uomo che dovevo uccidere aspettava fissando l’oscurità. Era seduto su una panca e c’era una leggera impazienza sul suo volto solcato da profonde rughe. Era vecchio, molto vecchio, una lunga barba biancastra gli arrivava quasi alla vita. A un tratto e non so per quale motivo si accorse di me; mosse una mano.
“Ti aspettavo; era ora. Non ti ha detto il tuo re che non bisogna fare aspettare i vecchi?” La sua voce risuonava acida come se provenisse già dal regno dei morti. Non ero per lui che un’ ombra, però mi parlava con famigliarità, quasi che mi conoscesse da sempre. Ero innervosito dal suo tono di voce e nello stesso tempo provavo una strana simpatia per quel vecchio la cui morte mi avrebbe fruttato cinquecento scudi d’oro. Se mi pagavano tanto per uccidere un vecchio che probabilmente la morte si sarebbe portato via molto presto anche senza il mio aiuto, un motivo doveva ben esserci. Ma a quei tempi non mi facevo domande. Ero un soldato, dopo tutto. Uccidevo perché il mio re me lo chiedeva, senza pormi troppi perché.
“Facciamo in fretta, spero tu sappia fare il tuo lavoro. Sono troppo stanco, per aspettare ancora.”
Ero disorientato, quasi esitante – poi l’abitudine prese il sopravvento ed estrassi l’ago avvelenato che scintillò un attimo prima di fermarsi nell’aria. Non riuscivo a trovare il coraggio di ucciderlo nonostante la ricompensa tintinnasse nella mia mente con il dolce suono di centinaia di auree monete.
“Mi stavate davvero aspettando?” chiesi stupendomi io per primo delle parole che pronunciavo. Non avevo mai parlato a un uomo prima di ucciderlo: farlo, creava un legame con la vittima, un legame che mai prima di quel momento avevo voluto creare.
“È da tutta la vita che aspetto il mio assassino. La mia opera è conclusa. La mia vita terrena è terminata, e che avvenga per mano tua non fa la minima differenza” disse sottovoce, continuando a indicare il mobile contro la parete. “Ciò che cerchi è lì, nel primo cassetto. Questa è la chiave.” Fece comparire dalle ampie pieghe di una manica una chiave di ottone.
“Se sapevi che stavo arrivando come mai non sei fuggito? Ci tieni così poco alla vita ?” Non riuscivo a credere che quel vecchio stesse davvero dicendo la verità.
“Tu sei un assassino, io un profeta. Non so chi di noi due abbia il destino migliore, ma così è. Tu togli la vita alla gente, io vedo ciò che succederà in epoche talmente lontane da stimare follia ciò che narro. Ma, sebbene possano pensare che le mie parole siano follia, se qualcuno auspica la mia morte evidentemente sono in molti a temere ciò che vedo.”
“Perché non tenti di difenderti?” sibilai movendomi in silenzio nella stanza e pregando il dio degli assassini di darmi il coraggio di portare a termine quella missione.
“Sarebbe inutile. Questo è il mio destino. Ma prima di morire esaudisci, ti prego, il mio ultimo desiderio. Prendi questa chiave e apri quel cassetto. Leggi attentamente ciò che è scritto in quel sottilissimo libricino dalla copertina rossa. È tutto ciò che ti chiedo.” Sospirò come irritato per la mia esitazione.
“Ma io non so lo leggere!” dissi, iniziando a pensare che stesse prendendomi in giro. Il vecchio sbuffò socchiudendo gli occhi. Occhi che avevano visto troppe cose, questo lo capivo anch’io.
“Lo so benissimo, sciocco! Ma imparerai. Il tuo destino cambierà da questa notte. Non porterai al nostro bene amato re il suo bottino. Tu da questo momento sei il primo mio custode.” La voce gli tremava di collera. Non so perché, ma proprio questo mi diede la forza di compiere la mia missione.
“Sei un vecchio pazzo!” gridai, e conficcai l’ago avvelenato nella sua mano ossuta. Un tonfo metallico mi fece sobbalzare – la chiave di ottone venne a fermarsi sul pavimento di pietra accanto al mio piede. Il vecchio si accasciò accanto alla panca; solo allora mi chinai a chiudergli gli occhi. La mia missione era compiuta. Michel de Notre-dame non avrebbe mai più minato la stabilità del regno con le sue folli profezie. In fondo era la prima volta che uccidevo per una giusta causa. Avrei dovuto sentirmi fiero di me, in pace con me stesso; e invece le parole di quel vecchio continuavano a risuonarmi nella mente. Mi ritrovai a fissare quella chiave e qualcosa più forte di me mi spinse a prenderla, a stringerla tra le dita. Aveva ancora il tepore della mano dell’uomo che avevo appena ucciso. Fissai nel buio il mobile e mi risollevai. Senza fare rumore aprii il cassetto e vidi il misterioso libricino rosso. Lo piegai e lo nascosi dentro una bisaccia che portavo a tracolla. Fuggii e raggiunto il mio cavallo iniziai a correre nella notte verso nord.
Una sottile pioggia iniziò a scendere sferzandomi il viso. Per la prima volta in vita mia provava rimorso. Non ero abituato a quell’oscura morsa che ora mi attanagliava lo stomaco. Un lampo zigzagò nel cielo e il fragore di un tuono mi rimbombò dentro. Incitavo con le briglie il cavallo a correre più forte ma quella folle andatura non alleviava quel mio sordo disagio. Raggiunsi l’osteria dove un messo del re aspettava il mio ritorno. Smontai da cavallo e mi diressi grondante di pioggia verso l’uomo che mi aveva assoldato per compiere quel delitto. Lo riconobbi tra gli ubriachi che dormivano scomposti sui tavolacci dell’osteria e che per un attimo invidiai. Avrei dato tutto per essere al loro posto, ma ormai era tardi. L’ossuto messo del re sollevò il suo sguardo ostile e mi sorrise mellifluo.
“La missione è dunque riuscita” disse compiaciuto, e prese un sacchetto di scudi d’oro. “Ecco la giusta ricompensa per un atto tanto eroico” bisbigliò con un sottile tono di derisione.
“Uccidere un vecchio!” dissi con disprezzo.
“Uccidere un traditore. Un pericoloso sobillatore” replicò assumendo un’aria compita, poi il suo sguardo si fece scaltro. “Avete trovato il prezioso manoscritto di cui vi ho parlato?”
“Sono stato pagato per uccidere un uomo. Non per indagare sulle deliranti visioni di un vecchio pazzo”. Una fugace, autentica paura accese lo sguardo opaco del messo reale; poi un sorrisetto beffardo increspò le sue labbra sottili, e annuì: “Certo, certo, avete fatto un ottimo lavoro. Ci ricorderemo di voi” disse con untuosa condiscendenza e si alzò fissandomi con disprezzo. Poi, senza voltarsi andò verso l’uscita e io sentii il freddo della morte andarsene via con lui.

:: Sesto piano di Marcello Tropea

19 gennaio 2018

Parigi

Mi hai lasciato solo a navigare nel mare tempestoso
e nero come l’inchiostro.
Stella polare, senza di te ho paura di queste onde.
Stella polare dove sei, torna da me e guidami verso un
nuovo approdo sicuro.
Stella polare…

Meglio lasciar perdere, scrivere poesie non è cosa per me.
E poi perché dovrei scrivere una poesia a quella stronza che se n’è andata sbattendo la porta?
Non mi amava più, e ovviamente la colpa di questo suo disamore è solo mia.
− Ti sei trasformato in un personaggio mitologico: metà uomo e metà poltrona – continuava a ripetermi come un mantra.
Eppure era stata lei a dirmi che dovevo cambiare perché, alla mia età, non si vive solo di feste, amici, aperitivi e fine settimana al mare o in montagna. Così l’ho accontentata, mi sono lasciato plasmare dai sui desideri, e quando sono diventato quello che lei voleva, mi ha liquidato su due piedi con la scusa che non ero più quell’uomo affascinante ed estroverso che aveva conosciuto. La realtà però è che se n’è andata perché sono caduto in disgrazia, e una come lei non ci sta con uno squattrinato.
Solo che adesso sono rimasto solo, senza donna, senza amici, senza soldi ma con un lavoro di merda.
Però mi manca, accidenti se mi manca.
Potrei finire la poesia che ho iniziato e fargliela trovare tra il parabrezza e il tergicristallo: a lei piacciono da impazzire i gesti d’amore zuccherosi.
No dai, sarei ridicolo. Come minimo, dopo che avrà letto i versi scoppierà a ridere come una matta. Meglio lasciar perdere, non sono dell’animo giusto per sopportare lo sberleffo. Dio mio, quanto mi piaceva vederla ridere di gusto.
Però la poesia potrei scrivergliela con un punteruolo sul cofano della macchina, così di sicuro non si metterà a ridere e capirà quanto sto soffrendo. Questa sì che potrebbe essere una buona idea. Meglio di no, ma solo perché so già che andrebbe a finire che le devo pagare pure i danni.
Sono le due di notte e, anche se sono al sesto piano, non c’è un alito di vento. Mi verso ancora un po’ di whisky nel bicchiere e vado sul balcone.
Se per mettere giù quelle tre righe mi sono scolato mezza bottiglia, quanto beve un poeta per scrivere una poesia intera? Non importa, non è l’ora di matematica.
La colpa, se non arriva un refolo d’aria, è del palazzo che hanno costruito di fronte: fa da paravento. È così vicino che basta affacciarsi per curiosare negli appartamenti altrui. Prima o poi li arresteranno questi assessori che concedono licenze edilizie “ad minchiam”.
Chissà cosa starà facendo lei adesso. Beh, vista l’ora, magari dorme. Mi piaceva vederla dormire, stavo delle ore a guardarla, mentre adesso sono gli occhi di un altro a farlo.
E se invece di dormire sta facendo l’amore con quello stronzo che me l’ha portata via? Appena mi capita sotto mano giuro che lo ammazzo, così come ammazzerò tutti quelli che frequenterà: “O con me o con nessun altro”.
Oddio, non è che posso fare una carneficina solo perché mi ha lasciato. Allora uccido lei, così faccio fuori solo una persona. No, non ci riuscirei mai a farle del male, e poi sai che casino salterebbe fuori, già me li vedo i titoli dei giornali: un altro orco uccide una donna per amore, basta con il femminicidio!
Certo che il whisky ne fa dire di sciocchezze.
C’è un silenzio quasi innaturale. Il cielo è tempestato di stelle e la luna sembra una palla d’avorio. È bella l’estate, ma senza di lei la mia vita è un eterno inverno.
Un alito di vento, saturo di profumo di fiori d’acacia, mi ha accarezzato. Da quanto tempo è che non lo sentivo così inteso? Lei andava pazza per il profumo dei fiori. Ogni volta che arrivavo a casa con un mazzo lei trasformava il letto come un prato e poi ci facevamo l’amore con passione sanscrita. Se penso che adesso metterà in pratica le nostre acrobazie con quell’altro, mi fa andare fuori di matto.
Un altro sorso, poi basta.
E, se invece di fare tutto quel macello, mi buttassi giù? Che ci vuole: prima scrivo due righe, poi prendo la rincorsa e faccio finta di saltare una staccionata. Oppure potrei anche lasciarmi cadere come un sacco di patate: in fondo non è il modo ma il gesto che conta. Quanto tempo potrei impiegare a fare sei piani in caduta libera, forse tre o quattro secondi? Ma sì, facciamola finita, tanto che senso ha vivere se lei non è più qui con me? Non mi ami più? E allora io mi uccido, così ti porterai il rimorso per avermi lasciato per tutta la vita: la tua vita! Niente male come punizione.
Certo che se mi buttassi di sotto potrei suscitare incomprensioni, ilarità e soprattutto sberleffo con la solita battuta che quando una donna tradisce ti mette le corna e non le ali.
Potrei fregarli tutti facendomi penzolare dal balcone: impiccarsi è un gesto plateale molto più impressionante di uno che ha fatto un salto nel vuoto. Tutto sommato è anche abbastanza semplice: prendo un lenzuolo, lego ben stretto un lembo alla ringhiera e l’altro al collo e… oplà, fatto.
Già mi immagino domattina quella rompiscatole del piano di sotto che, appena vede le mie gambe penzolare, telefona all’amministratore per lamentarsi che mi sono steso nell’orario non previsto dal regolamento condominiale. Meglio lasciar perdere: per suicidarsi, oltre ad avere coraggio, bisogna fregarsene altamente delle regole e dei giudizi degli altri.
E se poi lei, invece del rimorso utilizzasse il mio gesto estremo per vantarsi che un uomo si è addirittura suicidato per lei? Non c’è niente da fare, come la giro e la rigiro tutto va a mio discapito. Va bene, rinuncio al suicidio, non posso certo darle anche questa soddisfazione. E poi in questo periodo c’è già troppa gente che si ammazza. Non passa giorno che persone disperate si tolgono la vita perché hanno perso il lavoro, oppure perché non sanno come fare per pagare i debiti, o le tasse, e io compirei un torto nei loro confronti se dovessi farlo solo per amore di una donna.
La campana della chiesa ha fatto il rintocco della mezz’ora.
La finestra dell’appartamento di fronte si è illuminata. La nuova dirimpettaia non riesce a dormire. È arrivata da poco, un mese o poco più. Forse è stata trasferita in questa città per lavoro perché, da quando è qui, non ho mai visto nessuno girare per casa.
Ha spento la televisione, quindi adesso si affaccerà alla finestra. Da quando è scoppiato questo caldo incontrarci alla finestra è diventato quasi un appuntamento fisso. Con quella maglietta non è niente male. Forse la usa come camicia da notte; e se fosse una di quelle a cui piace dormire nuda? L’idea mi provoca un brivido di piacere.
Mi ha visto. Come al solito ci salutiamo alzando il bicchiere. Dato che non posso mettermi a parlare a voce alta a quest’ora, le dico che ho caldo gesticolando. Mi ha sorriso e, utilizzando lo stesso metodo, mi sta dicendo che non riesce a dormire per lo stesso motivo: le considerazioni atmosferiche funzionano sempre.
Mi ha fatto capire che se ne va a dormire e mi ha salutato agitando la mano come se, invece che alla finestra, fosse al finestrino del treno che si sta allontanando dalla stazione. Tipo simpatico. Devo trovare il modo di parlarle e magari provare ad invitarla in un bar del centro per fare quattro chiacchiere.
Okay farò in modo di incontrarla, casualmente si intende, e poi vediamo come andrà a finire. Tutto ha una fine, ma non è detto che tutto debba finire con la morte.

Marcello Tropea all’età di quattordici anni ha iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ha aperto un suo salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicessitudini, svolge la professione come dipendente part-time. La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ha iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale. (A questa ultima serie appartengono altri tre titoli, inediti.) Gli piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare, ma di più ascoltare le persone, perché dagli altri c’è sempre da imparare. Ha pubblicato Incubo premonitore Todaro editore eValigie senza spago Excogita editore. Oltre a un monologo teatrale, scritto e interpretato da lui stesso dal titolo: Dietro le quinte di un romanzo, portato in scena in alcune sale e circoli culturali.

:: Un ultimo dell’anno a Parigi di Dianella Bardelli

22 dicembre 2017

parigi

La casa era quella di un famoso filosofo francese, uno di quelli alla moda, tutti comprano i loro libri, nessuno li legge ma tutti dicono che bravi che sono. A volte sono persone generose come quello che ci ospitò a Parigi a casa sua. Lui era non ricordo dove all’estero. Immagino a fare cose importantissime per l’umanità. Noi eravamo in tre nella sua bella casa e già lì erano ospitati degli attori vietnamiti che ci guardarono subito storto perchè occupavamo un “loro” posto. Noi ce ne fregammo ignorandoli per il tempo che ci fermammo a Parigi. Pochi giorni in realtà, a cavallo di un ultimo dell’anno. Io mi ero accodata a due amici, Laura e Giorgio che era quello che aveva conosciuto in Italia il filosofo che ci stava ospitando. Laura e Giorgio si stavano stuzzicando in una specie di gioco “forse stiamo un pò insieme, forse un pò no”. Alla fine non stettero insieme anche perchè lei più che altro era lesbica e infatti lì a Parigi doveva incontrare Francesca, una sua amica italiana, che lavoricchiava in un bar per pagarsi un corso alla Sorbona. Io in quella breve vacanza stavo in mezzo a tutti loro, davo loro un pò noia, interferendo sia nel rapporto tra le due ragazze che in quello tra Giorgio e Laura, con cui lui avrebbe voluto scopare e per un pò anche stare.

Francesca ci venne a trovare appena arrivammo. Grandi sorrisi, abbracci tra lei e noi tre. Si portò dietro un’amica dall’aria triste, una ragazza francese che era stata per un periodo in Italia, a Firenze per la precisione e lì aveva amoreggiato con un ragazzo bello e spietato amico anche nostro, che le aveva scritto che sarebbe venuto con noi a Parigi. Invece era rimasto Firenze, perdutamente innamorato di una ragazza americana che studiava qualcosa che aveva a che vedere con l’arte italiana. La ragazza parigina dall’aria triste quando vide che il bello e spietato fiorentino non era con noi ammutolì e poi se ne andò, dicendoci che sarebbe tornata il giorno dopo, ultimo dell’anno, per stare di nuovo con noi. Laura e Giorgio si ritirarono subito nella stanza in cui avevano deciso di dormire, “dobbiamo parlare di cose importanti”, dissero a me e Francesca. Allora noi due decidemmo di uscire insieme. Camminammo un pò per i viali parigini fino al suo mini appartamento all’ultimo piano di una bel palazzo d’epoca. Era un sottotetto, una chambre de bonne, che lei aveva cercato di abbellire con cuscini e stoffe colorate. Ci sedemmo sul suo piccolo letto a chiacchierare. Mi parlò di cosa faceva a Parigi. Lavorare qualche ora in quel bar le piaceva. Lì aveva conosciuto un sacco di gente, giovani con cui passare belle nottate alle feste nelle case o in altri locali. Il corso alla Sorbona, sì lo frequentava, si trattava di antropologia e se voleva avrebbe potuto accodarsi ad un gruppo di ricercatori che tra poco sarebbe partito per la foresta amazzonica a studiare una tribù di indigeni di cui si sapeva poco. Ma non lo avrebbe fatto, era troppo divertente vivere a Parigi, c’erano feste tutti i giorni, si potevano incontrare persone famose, cineasti, attori, scrittori, parlare e cazzeggiare con loro; “magari la mia vita cambierà da un momento all’altro e andrò a vivere con una di queste persone famose e non dovrò più servire café au lait o bicchieri di vino in quel bar, sì carino, ma sempre lavoro è”, disse Francesca. “E Laura?”, chiese io. “Con lei una storia c’è”, mi rispose. “Sono venuta anche a trovarla in Italia proprio per approfondire il nostro rapporto. Ci eravamo conosciute qui a Parigi mesi prima ad un convegno di antropologia cinematografica. A casa sua in Italia abbiamo parlato, parlato nottate intere bevendo litri di caffè, ma di concreto non abbiamo ancora combinato niente. Io non avrei problemi, sono già stata con delle ragazze, ma è Laura che cincischia. Adesso se ne viene a Parigi con Giorgio, che ho conosciuto una sera a casa sua, ora lei è lì con lui e io…”. ” E tu sei qui con me che non c’entro nulla”, dissi. ” Dai”, fece Francesca, ” usciamo, mangiamo qualcosa in una brasserie che conosco qui vicino, poi giriamo per i locali a vedere chi c’è e chi non c’è e infine andiamo ad una festa dove mi hanno invitato”. ” Ma non devi andare a lavorare?”, chiesi. ” Ho lavorato stamattina e riattaccherò dopo capodanno”, rispose. “E Laura e Giorgio?”, chiesi. “Che ne so”, disse Francesca, “faranno senza di noi, così imparano”, aggiunse.

Alla festa facemmo le sceme. Ballavamo sfiorandoci continuamente, guardandoci negli occhi e ridendo; i francesi neanche ci fumavano e questo mi scocciava, volevo provocarli, scandalizzarli forse, flirtando sfacciatamente con Francesca. Ma loro non ci degnarono di uno sguardo. Che stronzi, stì francesi, pensavo, due belle ragazze italiane ballano muovendo tette e culo, scuotendo i loro bei capelli lunghi e loro niente? Continuano a parlare di cinema, teatro, tutte cose noiose, quando invece potrebbero guardarci che davvero ci divertiamo, e chissà come andrà a finire tra noi la serata.

Non andò a finire in nessun modo. A tarda notte tornammo a casa del filosofo e Laura ci stava aspettando alzata e furibonda. Cominciò a discutere con Francesca su dove eravamo state e a fare cosa, una scena di gelosia in piena regola, insomma. Io mi ritirai nella mia stanza. Giorgio dormiva. Cercando di addormentarmi sentii discutere Laura e Francesca per parecchio tempo. Il mattino dopo ognuno di noi fece come niente fosse. Francesca se ne era andata all’alba dicendo a Laura che sarebbe tornata verso sera. Noi tre andammo a fare colazione in un bar vicino e poi passammo il pomeriggio dell’ultimo dell’anno in casa a leggere e dormire. Tra Laura e Giorgio l’intesa era naufragata e io non provai nemmeno a fargli capire che se Laura non c’era più per lui c’ero pur sempre io. Lasciai perdere in attesa di quello che avremmo fatto la notte dell’ultimo dell’anno.

Cenammo a casa mangiando pane e formaggio e bevendo vino rosso comprati nel negozio sotto casa e verso le dieci arrivarono Francesca e la parigina triste.Quest’ultima esordì dicendo: ” C’è un giradischi qui?”. “Sì”, rispose Giorgio, ” è lì in quell’angolo dietro il divano”. Lei senza dire altro staccò la spina del giradischi e se lo mise sotto il braccio insieme ad alcuni dischi di Jacques Brel e Gilbert Becaud. ” Vado ad ascoltare tutta la notte questa musica che mi ricorda l’amore che ho perduto”, disse. ” Ma no”, disse Giorgio, ” vieni con noi, magari ti distrai e ti diverti pure”, aggiunse. “No”, disse lei, ” nulla può farmi divertire. Sono fatta così, devo soffrire molto perchè un innamoramento mi passi”. E se ne andò. Noi quattro ci guardammo e non riuscimmo a non ridere di lei che aveva preso sul serio quel ragazzo fiorentino che si innamorava ogni cinque minuti e altrettanto velocemente si dimenticava di esserci innamorato. Ma la parigina non aveva capito che tipo era. “Almeno noi due non abbiamo mai creduto di fare una cosa seria, qualche incontro, buon sesso allegro e finita lì”, disse Francesca rivolta a Giorgio. Perchè voi siete stati insieme?”, chiesi io. ” Sì, quella volta che venni in Italia a trovare Laura”, rispose. “E tu Laura sei al corrente che loro due si erano messi insieme?”, chiesi. “Ma non si erano messi insieme”, disse Laura. ” Gli uomini si sa sono interscambiabili, con le donne le storie sono più serie”, aggiunse. Giorgio non disse nulla, si limitò a sorridere.

La notte di capodanno la passammo per le strade. I parigini si affollavano in tutte le vie del centro con bottiglie e calici di champagne. C’erano anche un sacco di italiani come noi, che si intristivano nei locali all’aperto non riuscendo a partecipare alla sincera, spontanea euforia parigina. Noi quattro si andava qua e là stupiti anche noi di tutta quella allegria. Parlammo con gli italiani che incontravamo. Io mi immalinconii, come mi succede sempre a capodanno. Tanto è vero che negli ultimi anni lo ignoro.

Il giorno dopo io, Laura e Giorgio eravamo già sul treno per l’Italia. Francesca rimase a Parigi un altro anno. Poi tornò in Italia. Non ha sposato un uomo famoso. In compenso è diventata famosa lei.

Dianella Bardelli per molti anni ha insegnato Lettere presso l’Istituto Tecnico Industriale Aldini Valeriani di Bologna. Nel 2008 ha pubblicato una raccolta di poesie dal titolo “ Vado a caccia di sguardi” presso l’editore Raffaelli di Rimini. Nel 2009 un romanzo intitolato “Vicini ma da lontano”, presso la casa editrice Giraldi di Bologna; nel 2010 un altro romanzo dal titolo “ I I pesci altruisti rinascono bambini” sempre per l’editore Giraldi. Nel Gennaio 2011 ha pubblicato un romanzo intitolato Il Bardo psichedelico di Neal presso le edizioni Vololibero ispirato alla vita e alla morte di Neal Cassady, l’eroe beat. Nel 2014 ha pubblicato il romanzo Verso Kathmandu alla ricerca della felicità per l’editore Ouverture. Appassionata della letteratura americana della beat e hippy generation, accanto alla sua attività di scrittrice guida corsi di Scrittura Creativa secondo il Metodo della poesia e prosa spontanea. Ha da parte vari romanzi inediti e racconti.

:: Il segreto del mondo di Daniela Distefano

15 dicembre 2017

origini del mondo

Un bimbo non voleva mangiare la frutta, allora la sua mamma gli disse:
“Mangia questa mela perché se non lo fai faccio scendere la Pioggerella Tremarella che con le sue gocce fa diventare gli esseri umani piccoli piccoli come formichine!”.
“Mamma, ma io sono già piccolo!”.
“Se non mangi la Pioggerella Tremarella ti farà diventare un puntino!”.
Il bimbo disse allora: “ Mangio la frutta ma tu raccontami la storia della Pioggia Tremarella”.
La mamma allora iniziò questa fiaba che parla del segreto del mondo.
“Un giorno, molto tempo fa, prima che noi tutti nascessimo, prima del Sole e della Luna, la Terra era infinita. Era coperta di fiori che ricevevano tutta la luce dal basso e non c’era il Cielo azzurro.
La Pioggia era un fiume immenso che scorreva sul mondo immergendosi nell’oceano globale.
Non c’erano ancora l’uomo, la donna, il bambino, solo piante e fiori.
Dio pensò che era tutto troppo noioso, sempre immobile, eterno,
e così creò gli animali, poi gli esseri umani e i loro figli.
Ma questi volevano solo giocare e scherzare con le nuvole che allora erano basse e non in alto nel Cielo.
Le nuvole erano di tanti colori, i bimbi le raccoglievano e poi le mangiavano come fossero zucchero filato.
Sembrava il Paradiso, ma era la Terra come non era stata vista mai.
I bimbi crescevano, e anche il pianeta aveva adesso un altro aspetto.
Erano sorti il Sole, e, di sera, la Luna che con i loro occhi sempre vigili proteggevano le creature di Dio. Gli uomini divennero tanti, alti, forti, e arroganti.
Credevano di essere i padroni della Terra, Dio era infelice così volle punirli.
Ogni volta che un uomo, una donna, o un bambino diventavano superbi, Dio faceva scendere dal Cielo la Pioggia Tremarella che li rimpiccioliva come nanetti.
Bastava anche un solo capriccio, un bisticcio, una prepotenza che la Pioggia Tremarella cadeva con grosse gocce che facevano il loro lavoro di punizione divina.
Presto le persone rimpicciolite divennero una moltitudine, non c’era più spazio per loro sul mondo. Dio era molto triste perché anche se aveva mandato la Pioggia Tremarella, gli esseri umani non avevano cambiato il loro comportamento malvagio.
Alla fine ebbe un’idea.
Tutte le persone rimpicciolite sarebbero diventate giganti se si pentivano dei loro capricci.
Fu così che sulla Terra adesso si vedevano bambini enormi e uomini nani, donne gigantesche e giovani adulti alti quanto un dito.
Era un mondo sproporzionato.
I bimbi buoni erano grandissimi e tenevano nel pugno i genitori cattivi, ma poi questi ridiventavano buoni e grandi e il bimbo che non voleva mangiare la pappa diventava minuscolo.
Fu così che Dio comprese di aver fatto il mondo un po’ confuso e la Pioggerella Tremarella ritornò a rimpicciolire solamente. Chi faceva il monello era monello e nanerottolo a vita”.
-“ Dunque, io mamma, se non mangio la mela non cresco più?”.
-“Si. Tu mangia la mela, perché poi grande ci diventi”.
-“ E che ne è stato dei bimbi e degli altri esseri umani che non sono più cresciuti?”.
-“ Dio gli ha trasformati in gocce tremanti, così la Pioggerella Tremarella li può tenere d’occhio”.
-“Mamma, guarda, sta per piovere!”.
-“Allora affrettati con quella mela!”.

:: Polly di Marcello Tropea

1 dicembre 2017

polena

Ogni volta che una vedetta della Guardia Costiera, o della Finanza, faceva rotta verso il porto di Lampedusa scortando una delle così dette “ carrette del mare”, Polly era già sulla banchina del porto, nel punto esatto dell’attracco, molto tempo prima che la macchina dei soccorsi si mettesse in moto.
Nessuno sapeva dire con precisione chi fosse quella ragazza dai capelli rossi, dalla carnagione lattea e dal fisico prorompente. Sicuramente non era una del posto, su questo tutti erano d’accordo, per cui doveva trattarsi di una volontaria, una venuta dal nord o chissà da dove; ma in quei momenti di emergenza, poco importava da dove provenisse, o chi fosse, l’importante era che aiutasse ad accogliere quella povera gente, e lei lo sapeva fare molto bene.
Polly non si risparmiava e accudiva, con spirito da crocerossina, quella gente sfinita, dallo sguardo spaventato, seduta con le spalle appoggiate al muro scrostato del molo. Molto spesso, le persone più gravi venivano avvolte in fogli termici colorati che le facevano sembrare tante uova di pasqua.
Lei percepiva la loro sofferenza infinita e cercava di lenirla con un sorriso, una carezza, portando loro viveri e acqua. Parlava con loro e non tratteneva le lacrime quando ascoltava le loro storie, tutte uguali, come tutte le storie di disperazione, di fame e di paura.
Polly era fatta così, sapeva ascoltare, tanto da rendere ogni storia degna di essere ascoltata. Inoltre, era efficiente, discreta, sensibile e bella. Molto bella.
Tutti, sull’isola, erano silenziosamente e rispettosamente innamorati di lei.

Anche Ruggero Camelio, sottotenente di vascello in seconda, trasferito temporaneamente a Lampedusa, era innamorato cotto della ragazza dai capelli rossi. E lui, a differenza degli altri, poteva considerarsi un privilegiato perché, con Polly, una volta ci aveva parlato a lungo.
Era accaduto un sera come tante, al tramonto, quando il sottotenente aveva visto Polly che, in piedi, al limite della banchina, scrutava l’orizzonte.
«Ciao!» le aveva detto, una volta raggiunta.
«Ciao.»
«Ti disturbo se rimango qui?»
«No!»
«Come ti chiami?»
«Polly» aveva risposto lei, senza distogliere lo sguardo dal mare, mentre la brezza le muoveva la chioma tizianesca.
«Io, Ruggero. Piacere.»
La ragazza aveva assentito leggermente con la testa.
«Affascinante, vero?» aveva detto lui, mentre guardava il profilo della ragazza.
«Che cosa è affascinante?»
«Il tramonto. Non stai ammirando il tramonto?»
« No» aveva risposto lei sempre scrutando l’orizzonte, «non mi interessa il tramonto. Tra poco arrivano!»
«Chi arriverà tra poco?»
«Loro, gli schiavi. Tra poco saranno qui e dobbiamo essere pronti.»
«Come fai a saperlo? Io non ho ancora ricevuto nessuna chiamata d’allarme.»
«Tra poco arriveranno da lì» aveva detto lei, puntando l’indice lontano, verso il punto dell’orizzonte dove il sole, di lì a poco, si sarebbe tuffato nel mare.
In quel momento il cellulare di Camelio aveva iniziato a suonare e, non appena chiusa la comunicazione, l’uomo aveva guardato, attonito, la ragazza.
«Chi sei, tu?» aveva chiesto, sgomento.
«Sono Polly, vai ad avvisare tutti gli altri. Muoviti» aveva ingiunto la ragazza, in tono secco, al sottotenente di vascello che, ubbidendo come si fa con un superiore di grado, si era allontanato di corsa.
All’alba le operazioni di soccorso si erano concluse e al porto c’erano solamente gli addetti alla nettezza urbana, il sottotenente di vascello Camelio, che parlava con due finanzieri, visibilmente stravolti dalla fatica, e Polly che, con passo sostenuto, si allontanava.
A quel punto, il sottotenente Camelio, con una scusa si era congedato dai due finanzieri e, discretamente, si era messo a seguire Polly.
L’aveva vista dirigersi verso calle Pisana, poi prendere il sentiero e scendere alla piccola spiaggia di cala Uccello, immergersi in acqua e, infine, sparire.

Per cinque giorni nessun avvistamento aveva sconvolto l’isola e, di conseguenza, per tutti quei giorni Polly non si era fatta vedere. La mattina del sesto giorno, il sottotenente di vascello Camelio mise su un’imbarcazione presa a nolo tutto il necessario per un’immersione, andò al largo della spiaggia di cala Uccello e si calò in acqua.
Perlustrò in lungo e in largo un’ampia zona, nuotando tra cernie e pesci d’ogni, esplorando anfratti e grotte sottomarine con la speranza di trovare qualcosa, anche se non sapeva esattamente cosa.
Improvvisamente gli sembrò di sentire come un’attrazione che lo spingeva verso il basso; allora accese la torcia e si lasciò trasportare da quella specie di corrente discendente.
Quando toccò il fondo, scorse in lontananza un’ombra. Puntò la luce e gli parve di vedere, al di là di una roccia ricoperta di spugne e coralli, qualcosa, una forma, una sorta di profilo. Si avvicinò e, oltrepassato lo scoglio, s’imbatté nella prua di una imbarcazione. Si avvicinò lentamente e, una volta raggiunto il relitto, si trovò davanti una polena. La illuminò. Poi spostò il fascio di luce verso quei pochi resti e vide che, sulla murata, c’era ancora inciso il nome dell’imbarcazione: Polly.
Illuminò di nuovo la statua di legno che artigiani antichi avevano creato, e fece scorrere il fascio di luce sui capelli fluenti, colorati ancora da qualche rimasuglio di rosso e sull’espressione candida che sembrava scrutare l’orizzonte.
Camelio sorrise e, mentre con una timida carezza sfiorava quel viso, gli sembrò che la polena gli rivolgesse un timido, sorridente cenno d’intesa.

Marcello Tropea all’età di quattordici anni ha iniziato a lavorare come ragazzo di bottega in un salone di parrucchiere per signora. Nove anni dopo ha aperto un suo salone di acconciature. Attualmente, per una serie di vicessitudini, svolge la professione come dipendente part-time. La passione per la scrittura è arrivata a piccoli passi, per questo è giunta in età matura. Ha iniziato col scrivere racconti brevi, poi un romanzo di formazione e un poliziesco seriale. (A questa ultima serie appartengono altri tre titoli, inediti.) Gli piace cucinare, l’enologia, la lettura, conversare, ma di più ascoltare le persone, perché dagli altri c’è sempre da imparare. Ha pubblicato Incubo premonitore Todaro editore eValigie senza spago Excogita editore. Oltre a un monologo teatrale, scritto e interpretato da lui stesso dal titolo: Dietro le quinte di un romanzo, portato in scena in alcune sale e circoli culturali.