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:: È tempo di tornare – Shanmei

26 marzo 2020

tempo di tornare nuovo

È tempo di tornare è la continuazione di È tempo di partire.

Ritroviamo finalmente Chòu jiǎo e Fúróng huā (Piedi Puzzolenti e Fiore di Ibisco) ormai da alcuni anni a Pechino. Mentre Fúróng huā è diventata una famosa esperta di arti marziali, Chòu jiǎo è finito… a lavare i piatti in una taverna. Beve e non sa scrollarsi di dosso la sfortuna che sembra perseguitarlo. Sarà Fúróng huā a trovarlo e a spronarlo a non lasciarsi andare, e anzi lo invita alla sua scuola, gli fa dare una ripulita e lo convince a riprendere ad allenarsi seriamente, perché presto ci sarà un importante torneo di arti marziali a Pechino e il primo premio gli consentirà di far avverare il suo antico sogno: aprire una scuola di arti marziali tutta sua.

Sempre un wuxia comico, insomma si ride, saranno predominanti le scene di combattimento, sia a mani nude che con la spada, salti, capriole, piroette, colpi segreti e proibiti, insomma se amate le storie asiatiche dove si danno botte da orbi avrete di che divertirvi.

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:: Mastro Lindo by Shanmei

3 marzo 2020

indexVi racconto come nacque questo racconto: ero a Torino, alla passerella olimpica sopraelevata che collega il villaggio olimpico al comprensorio del Lingotto. Era verso sera, tra il lusco e il brusco, e c’era un cielo blu notte stupendo. E così ho immaginato: se apparisse un gigantesco Mastro Lindo. Poi da quell’intuizione è nato il racconto. Buona lettura!

Ero uscito dal supermercato e nel parcheggio stavo cercando di ricordare dove avessi messo la macchina, quando mi si avvicinò un tipo equivoco.
“Amico, che hai un deca da darmi?”.
A parte il fatto che io di amici non ne ho mai avuti in vita mia, sentirmi apostrofare così, in un parcheggio male illuminato e piuttosto solitario, mi fece arrabbiare come mai mi era capitato.
“Non sono amico tuo”, dissi scortesemente.
Il tipo equivoco era magro come un chiodo, indossava una sporca maglietta puzzolente, che forse, e dico forse, in origine era stata bianca, accompagnata a un paio di pantaloni di tela grezza sformati e sfilacciati all’orlo. Gli occhi avevano un’espressione spiritata e osservai la sua testa pettinata alla rasta, è non esitai nemmeno un secondo a dubitare, che fosse abitata da pulci, pidocchi, etc…
“Avanti amico non fare il tirchio. Sono proprio all’osso” disse con una strana espressione smarrita.
Non era armato di siringhe e questo avrebbe già dovuto mettermi di buon umore. Sarà stato il nervoso accumulato nella giornata, o non so che altro, ma avevo voglia di scaricare i nervi su qualcuno. So che non fu un’ azione degna di un essere razionale, ma è esattamente quello che feci.
“Senti, non mi fai pena, ne mi ispiri simpatia e in più tu e i tuoi amichetti potete anche darvi fuoco per quanto mi riguarda”.
Forse avevo un po’ esagerato, ma volevo che mi lasciasse in pace.
“Amico ho bisogno di quei soldi. Facciamo cinque Euro e non se ne parla più” disse nervosamente strofinandosi le gambe come se la circolazione non gli funzionasse.
Tesi l’indice e glielo puntai addosso come un’ arma.
“Sparisci. Ho da fare ” dissi ostilmente tra i denti scandendo bene le parole.
Il ragazzo indietreggiò spaventato e fu allora che qualcosa oscurò la luna.
Dopo, una nebbia grigiastra e argentata si trasformò nella sagoma gigantesca di un enorme, allucinante, disgustoso Mastro Lindo.
Sì, avete capito.
L’ometto forzuto della pubblicità.
Restai a bocca aperta e il gigante smise di tenere le braccia conserte e con voce roboante si limitò a dire: “Vuoi darglieli o no quei dieci euro?”.
Il ragazzo iniziando a ridere come un pazzo additò il cielo.
“Fooorte” disse entusiasta.
Io pescai a caso nel mio portafoglio e gli diedi la prima banconota che trovai: 100 fiammanti Euro.
Poi, veloce come un razzo corsi alla mia macchina, misi in moto e schiacciai l’acceleratore, senza voltarmi indietro per parecchi chilometri.

:: Linglan e le due fonti meravigliose di Shanmei – disponibile su Amazon

4 gennaio 2020

«Linglan, Linglan dove è quella peste di bambina» urlò agitata la nutrice correndo come una furia per la casa immersa nel silenzio dell’alba.
Era il giorno in cui la cerimonia del chanzu avrebbe dovuto avere luogo.
Non trovare la bambina e spostare la cerimonia della fasciatura dei piedi sarebbe stato un presagio di sfortuna certa. L’aruspice era stata chiara: la cerimonia avrebbe dovuto avvenire il quinto giorno della prima luna di gennaio, tra l’ora del coniglio e l’ora del drago[1].
La donna che avrebbe praticato il bendaggio che avrebbe provocato la deformazione dei piedi di Linglan era arrivata dal villaggio di buon ora e aspettava paziente. Era abituata a vedere scene di questo genere, non tutte le bambine accettavo mansuete che gli venissero manipolati i piedi provocando poi una vita di sofferenze e di disagi fino alla morte.
Aveva tutto: le bende, gli unguenti, e il bastoncino di legno di rosa che la bimba avrebbe dovuto mordere per non tranciarsi la lingua quando avrebbe operato con mani abili e veloci.
Era molto richiesta soprattutto perché era efficiente, sapeva come operare, i punti da colpire e il suo buon cuore le faceva recidere prima il nervo che nella crescita provocava più dolore.
La pratica del chanzu doveva insegnare alle bambine cosa era la sofferenza, inasprire il loro carattere e renderle capaci di affrontare i grandi dolori che avrebbero trovato sul cammino della vita.

[1] Dalle 7 alle 9 di mattino

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linglan

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28 dicembre 2019

Durò tutto il tempo di un’estate. L’estate del 1898. In realtà non ci credemmo abbastanza, forse. Non tutti almeno. Ma io ci provai, con tutte le mie forze. Quell’estate abbiamo visto l’alba di una nuova Cina, noi abbiamo creduto possibile vedere nascere una nuova Cina senza alcun spargimento di sangue, senza morti, senza vittime innocenti.
La strada delle riforme era chiara e lucente, iniziava davanti a noi e per un po’ la percorremmo. Ma le forze che si opposero a noi furono troppo forti, e tutto si spense, ogni luce si spense. Ma noi ci provammo, ci provammo davvero.

Si vestì lentamente, con molta cura, con semplici abiti neri da lavoro. Emanavano ancora un leggero odore di terra, come se fossero stati usati da poco e riposti in una cassa.
Zaitian si chiese a chi fossero appartenuti. Ma fu un pensiero fugace, privo di reale consistenza. Si mise un copricapo da viaggio e a un cenno il servitore gli fece strada verso un passaggio segreto che dal suo palazzo portava in aperta campagna tramite una serie di cunicoli sotterranei.
Congedò il servitore e proseguì da solo fino all’imbocco dell’uscita.
Doveva vedere con i suoi occhi, non gli bastavano più i resoconti dei suoi informatori, delle mille spie che ormai erano i suoi occhi fuori dalla Città Proibita.
Uscì all’aria aperta e si guardò intorno.
Era inverno, una leggera brina gelava i campi che si perdevano a vista d’occhio. Qualche casupola di fango occhieggiava all’orizzonte. E una leggera pioggia gelida cadeva rada dal cielo scuro.
Doveva vedere con i suoi occhi.
Camminò per un po’ verso nord, sopportando il freddo, mai in vita sua aveva avuto freddo, né fame, né sete, ma ora era un uomo comune, senza privilegi, senza nome. Doveva rendersi conto se la situazione era davvero così grave, se il suo popolo stava davvero morendo.
Raggiunse un sentiero di terra battuta, e proseguì a testa bassa, poi un carro gli diede un passaggio per qualche li. Nessuno l’aveva riconosciuto, nessuno conosceva il volto dell’Imperatore.
A un incrocio saltò giù dal carro, ringraziò e proseguì a piedi.
Stava calando la notte, e ormai non aveva scelta, doveva cercare un riparo.
Scelse una capanna di contadini piuttosto malandata, con un’aia davanti, e bussò alla porta.
Gli aprì una vecchia che lo guardò diffidente. Era vestita di stracci e sembrava non troppo disposta a offrirgli ospitalità.

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cinque artigli

La Riforma dei Cento Giorni fu un movimento atto a modernizzare l’apparato politico, sociale, culturale, militare ed educativo della Cina Imperiale tardo Qing, sul modello della modernizzazione avvenuta in Giappone, che iniziò l’11 giugno 1898, ad opera dell’imperatore Guangxu e dei riformisti guidati da Kang Youwei, e finì il 21 settembre dello stesso anno in seguito a un colpo di Stato condotto dall’imperatrice madre Cixi e dai conservatori.

Questa è la storia dell’Imperatore Guangxu.

:: Il Meglio di Shanmei: Sette racconti Fantasy dell’Antica Cina e un Mystery Storico a cura di Paola Rambaldi

20 agosto 2019

3Il meglio di SHANMEI è la raccolta in un unico volume dei racconti fantasy di Giulietta Iannone ambientati nell’antica Cina, disponibili anche singolarmente in formato digitale su Amazon:

⦁ Il fermaglio di giada
⦁ Gli otto sigilli della Fenice di fuoco
⦁ Le diecimila lame della vendetta
⦁ Mille fiori dorati sul mare tranquillo
⦁ Luna crescente
⦁ Vento d’estate
⦁ È tempo di partire
⦁ Làn Hua e il brigante
⦁ Un gioco di pazienza

L’autrice ha studiato a fondo la storia cinese dei primi del 1900, visionando foto, lettere e diari e creando racconti ricchi di connotazioni storiche che raccontano di: paesaggi incantati, cantastorie, eroi ed eroine cinesi, arti marziali, pirati, carichi di oppio maledetti, inglesi malvagi, streghe e magia.

Alcune storie si ispirano a personaggi realmente esistiti e attingono a piene mani dalle memorie del bisnonno di Giulietta, vissuto in Cina ai primi del 1900.
Ma questi racconti mi hanno fatto soprattutto conoscere il Wuxià, che letteralmente significa eroe marziale, un genere che non conoscevo, che mi ha ricordato alla lontana i vecchi avventurosi cappa e spada che vedevo da piccola
Il Wuxià è una forma letteraria che ha incontrato grande successo nella cinematografia asiatica.
I suoi eroi hanno un codice da rispettare e sono quasi sempre impegnati a raddrizzare torti o a vendicare crimini.
In Italia ne abbiamo avuto un vago sentore per la prima volta nel 1973 coi film di combattimenti a mani nude di Bruce Lee, che poi hanno spinto i produttori ad acquistare veri Wuxià spacciandoli per film di Kung fu.
Ma il Wuxià vero e proprio lo abbiamo visto solo nel 2000 col successo de La tigre e il dragone (vincitore di quattro premi Oscar), seguito da Hero e da La foresta dei pugnali volanti.

La raccolta di Giulietta Iannone mi ha fatto pensare soprattutto a belle storie che ben vedrei trasposte in un libro con tanto di illustrazioni.

:: Il canto di Yi Feng di Shanmei disponibile su Amazon

27 luglio 2019

Un lampo azzurro squarciò il cielo notturno e un attimo dopo, come a un segnale convenuto, la pioggia iniziò a cadere con violenza sulla casa del giudice Wang: sui muri esterni cosparsi di muschio che circondavano la proprietà, sulle tegole verdi delle costruzioni principali, sui giardini invernali, sugli alberi secolari, sul laghetto di carpe argentate, sul sentiero di pietra, sul tempio dedicato a Confucio.

Il rumore era assordante, un rombare profondo tipico della stagione estiva delle piogge, non di quell’inverno cupo e isolato alla periferia nord di Yinchuan. Gli dei sembravano arrabbiati, sembrava che in cielo si combattesse una dura battaglia senza esclusione di colpi.

Hǎi yún, serva nella casa del giudice Wang da quando era bambina, osservava il cielo e tremava, ogni tanto squassata dalla tosse. Cercava di soffocare quegli accesi improvvisi, per paura che ne accorgessero, ma ormai stava troppo male, ed era ingenuo pensare che avrebbero pagato un medico per lei. L’avrebbero cacciata, come si caccia un moscerino o una mosca molesta.

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YI FENG COVER

:: Delitto a bordo del Giava in navigazione per la Cina Le avventure del tenente Luigi Bianchi nella Cina misteriosa by Shanmei

22 aprile 2019

12v Nave nel porto

Napoli giovedì 19 luglio 1900 San Vincenzo de Paoli

La luce di quel lontano mattino di mezza estate era accecante, il pulviscolo dorato, il cielo di un vivo blu cobalto, quasi privo di nuvole, e per quanto ci si sforzasse di vedere cattivi presagi, era difficile scorgere in quel giorno nient’altro che eccitazione e aspettativa.
La folla vociante stazionava da giorni tra i moli del porto, era usanza che questo spettacolo di varia umanità si ripetesse alle partenze dei contingenti militari, nessuno si voleva perdere l’attimo della partenza e le notizie che si rincorrevano non facevano ben sperare che sarebbe stata a breve.
Il frastuono era incessante, fischi, grida, richiami, risate, applausi si susseguivano a ondate, specialmente quando qualcuno gettava in pasto alla folla la notizia che il Re era presente con la sua uniforme d’alta ordinanza, la barba bianca e ben curata, e l’aria marziale delle grandi occasioni.
Ma, ahimé, il Re se anche era a Napoli ormai da giorni se ne stava al sicuro, a sorseggiare bevande fresche in compagnia dell’alta nobiltà partenopea al riparo dai raggi del sole. Avrebbe passato in rassegna le truppe solo al momento opportuno poco prima della partenza, avrebbe pronunciato il suo breve discorso, salutato compito, stretto qualche mano, se il protocollo l’avesse concesso, e avrebbe lasciato Napoli in tutta fretta destinato ad altre incombenze forse meno esotiche di quella ma altrettanto importanti.
Almeno questo si mormorava non mettendo in conto l’ostinazione del sovrano che davvero voleva stringere ogni mano, perlomeno quelle degli ufficiali, augurare buon viaggio e felice ritorno.
Anche il Papa, Leone XII, aveva impartito la Sua benedizione alle truppe e all’impresa tramite il Vescovo di Napoli che aveva letto il Suo messaggio caloroso e partecipe giunto come telegramma.
Le operazioni di imbarco ormai erano terminate, i piroscafi Minghetti, Giava e Singapore, messi a disposizione dalla Compagnia di Navigazione Italiana attendevano strapieni ancorati al porto e a dirla tutta nessuno sapeva perché le procedure legate alla partenza non fossero state ancora avviate.
Forse si aspettava un telegramma dal Parlamento, come se fosse stato ancora possibile un cenno che avesse mandato tutto alla malora, rimettendo tutto nelle mani dell’ Onnipotente.
Ma la partenza era imminente, c’era poco da costruire castelli in aria con sogni impossibili di dietrofront.
L’utilità di quel contingente, forse mandato in soccorso in ritardo, quando ormai le notizie che si susseguivano facevano ben sperare che al loro arrivo in Cina tutto sarebbe stato concluso, era dubbia, ma non si poteva restare indietro, si doveva partecipare, sia come dovere morale, c’erano delle vite in gioco da difendere, che per non sfigurare.
C’erano stati degli oppositori, questo sì, contrari a quella partenza, e avevano fatto sentire la loro voce anche in maniera alquanto vivace: uno spreco di denaro pubblico, uno spreco di vite e competenze. Ma le voci discordanti erano state rapidamente messe in minoranza, e ora la Cina rappresentava un’ occasione di riscatto, dopo Adua, luminosa e vicina da catturare con una mano.
Il tenente Luigi Bianchi osservò la folla che premeva verso la banchina e si sentì stranamente a disagio. Il caldo non era ancora soffocante, certo non come quello che avrebbero incontrato durante la traversata e a questo proposito si faceva poche illusioni. Come tutti i veterani dell’Africa aveva un’idea precisa di cosa significasse sentirsi soffocare dall’afa, sentire l’aria bruciare nei polmoni come oro fuso, e implorare un refolo di vento che non c’è.
Certo l’Africa non era la Cina, c’era tutt’altro clima, seppure quei dementi dei piani alti dell’approvvigionamento li avevano equipaggiati come se non lo sapessero: uniformi leggere, caschi di sughero, stivali di cartone. Avevano derrate da smerciare, e quindi avevano trovato vantaggioso stiparle alla bell’e meglio nelle loro stive. Tanto mica potevano protestare. Erano soldati, dovevano solo ubbidire, combattere e morire.
Cercò di mandare via quei cattivi pensieri ma i volti puliti e eccitati dei novellini che per la prima volta lasciavano l’Italia non gli permetteva di fare diversamente.
Anche se bisognava ammettere molti erano come lui, scelti perché si erano distinti in Africa, o perlomeno erano sopravvissuti. Vecchi amici, alcune vere carogne, ma per lo più buoni soldati, che si astenevano dagli eccessi, rispettavano donne e bambini, soccorrevano quando era il caso i compagni feriti anche a rischio della propria vita. Vecchie pellacce, certo, chi poteva negarlo, ma buoni compagni quando il nemico ti accerchiava.
Quel viaggio li avrebbe cambiati. Ne avrebbe indurito i tratti, smussato il carattere, incupito lo sguardo. Alcuni non sarebbero tornati se non come una medaglia al valore. Ogni buon soldato mette sempre in conto questo prima di una partenza, ma il segreto è non lasciarsi sopraffare dal pessimismo, dall’ umor nero, dalle paturnie. O è finita, tanto vale spararsi una pallottola in testa.
“E così i quattro cenciosi italiani sono pronti a partire” disse lapidario il sergente Vincenzo Bertelli, marchigiano, socialista non dell’ultima ora e tiratore scelto infallibile, anche dalle lunghe distanze.
“Ci mancava solo lei a sottolineare la sacralità del momento” rispose il tenente Bianchi a cui si era rivolto quasi bisbigliando.
“Non dico mica fanfaluche, guardi si vedono i rattoppi e i rammendi delle uniformi, le misure sbagliate, e guardi gli stivali, alla prima pioggia saranno tutti scalzi. E intanto si ride, si brinda, si folleggia. Patetico”.
“Potrebbe essere accusato di demoralizzare le truppe se non la conoscessi” disse Bianchi lisciandosi i guanti e guardandosi intorno.
“Mica sono tutti come lei tenente. Con la sua bella divisa impeccabile, sempre pulita e stirata, i suoi stivali lucidi e di vera pelle e vero cuoio…” Bianchi lo fermò infastidito.
“Adesso aduliamo i superiori?”.
“Ma ci mancherebbe, lei mi conosce, dico solo quello che vedo, dico solo la verità. Ma ce ne accorgeremo quando, e soprattutto se, arriveremo in Cina” disse sibillino con uno strano scintillio negli occhi marroni.
“Cosa vuole dire Bertelli?”
“Ma niente, niente, fanfaluche da vecchio socialista”.
“Mi avete incuriosito, non lasciate il discorso a metà”.
“Dico solo che quando arriveremo in Cina e troveremo tutte le altre truppe bardate di tutto punto, ci faremo la solita figura da pezzenti. Ecco cosa voglio dire, signor tenente. E non mi contraddica, sa che ho ragione”.
“No, no non la contraddico, ma la invito a usare prudenza. Rischia grosso a fare discorsi così disfattisti. Qualche giorno di guardina è il meno. Potrebbero bloccarle le promozioni, danneggiarle veramente la reputazione. Con me non rischia, lo sa bene, ma ci sono molti codardi che fanno la spia”.
“Ma che vuole, sergente sono, e sergente resterò. Che vuole che me ne importi. Ho scelto di partire per la Cina per lasciare l’Italia. Non credo che ci tornerò, perlomeno volontariamente. Mia moglie Maria è morta di difterite, non ho figli, né fratelli. Sono solo al mondo. Mi troverò una bella cinesina e metterò famiglia là” disse e terminò con una gran risata.
Di colpo il gran vociare cessò e tutte le teste si volsero nella stessa direzione. Su una lancia stava arrivando il Re. Con la sua scorta salì a bordo del Giava e tenendo a debita distanza la truppa iniziò a stringere le mani degli ufficiali. Furono intanto diffusi dei ciclostilati con il discorso del Re alle truppe. Alcuni soldati lo gettarono sprezzantemente in acqua.
Luigi Bianchi lo lesse e lo ripiegò mettendolo in una tasca.
Quando fu il momento strinse la mano del Re. Era fresca e asciutta, e profumava di violetta. Chissà perché, anche tantissimi anni dopo avrebbe associato a quel momento quell’odore, non prettamente maschile.
Il Re scambiò con lui qualche parola, gli chiese cortesemente come stava, se aveva famiglia, e lo affidò a Dio Onnipotente, ultimo rifugio di tutti noi nell’ora del bisogno.
Luigi Bianchi ringraziò e si allontanò educatamente. Aveva alcune lettere da scrivere e voleva scattare qualche foto con la sua Goertz, prima che fosse stato impossibile.
Scese dalla nave e cercò un osteria del porto. Ordinò un fiasco di vino novello, una pastasciutta al pomodoro, e agnello con patate e iniziò a scrivere ai suoi genitori, a suo fratello Michele, ad alcune cugine.
Imbucò le lettere e iniziò a scattare le foto, prima di tornare a bordo in cerca della sua cabina. In realtà le cabine degli ufficiali non erano ancora state distribuite, ma tutti avevano la strana tendenza ad accontentarlo, così aveva scelto la sua prima degli altri.
Controllò che la sua attrezzatura per fare foto fosse in buono stato, la teneva accanto alla branda, e ringraziò il cielo che non avessero rotto le lastre.
Tornò sul ponte e si avvicinò al parapetto. Stavano caricando a bordo i cavalli e gli asini. Sarebbe stato un viaggio parecchio affollato, per non contare la puzza e gli afrori vari. Tenere pulita una nave bestiame non era uno scherzo, ma sembrava che nessuno lo tenesse in conto, data l’euforia generale.
La sua era la nave con meno cristiani a bordo, ma quegli ospiti a quattro zampe avrebbero portato malattie e sporcizia. Controllò che il suo cavallo stesse bene, e diede una mancia al soldato con mansioni da stalliere, che fece un po’ fatica ad accettarla dal tenente Bianchi, data la sua fama di buon cuore e generosità.
Saba era spaventata, tutta quella confusione la rendeva nervosa. Era una cavalla di tre anni, color grigio fumo. Una brava bestia, paziente e molto intelligente. Gli accarezzò il muso e gli parlò sotto voce per calmarla. Al suono della sua voce l’animale smise di nitrire e di calciare con le zampe posteriori. Si lasciò docilmente legare e i suoi occhi dolci e liquidi sembravano umani tanto erano vividi.
“Brava Saba” disse e le diede una zolletta di zucchero di cui era ghiotta. Almeno avrebbero viaggiato insieme, e tra le tante contrarietà di questo era felice.

:: Il Meglio di Shanmei: Sette racconti Fantasy dell’Antica Cina e un Mystery Storico

15 aprile 2019

3Finalmente su carta esce oggi, unicamente su Amazon, la mia prima raccolta di racconti: Il Meglio di Shanmei: Sette racconti Fantasy dell’Antica Cina e un Mystery Storico.

7 racconti fantasy ambientati nell’Antica Cina: (Il Fermaglio di Giada, Gli Otto Sigilli della Fenice di Fuoco, Le Diecimila Lame della Vendetta, Mille Fiori Dorati sul Mare Tranquillo, Luna crescente Vento d’Estate, È tempo di partire, Làn Hua e il Brigante), e infine l’edizione italiana di Un gioco di pazienza, racconto in medias res della mia serie mystery coloniale, ambientata nella Cina di inizio Novecento.

Attualmente sto lavorando al primo romanzo Delitto a bordo del Giava in navigazione per la Cina e quello sì mi piacerebbe trovasse editore, serio, anche piccino ma specializzato in romanzi storici di qualità. Ho tempo, nessuna fretta, vaglierò le offerte, se ci saranno.

Vi lascio il link dove potete trovarlo: qui.

Buona lettura!

:: Làn Hua e il Brigante disponibile su Amazon

24 novembre 2018

Wu Lán Hua era in viaggio.
Si stava dirigendo a Kaifeng, dopo aver curato un ricco funzionario della prefettura di JingZhao.
Lán Hua era un medico, e tra i più bravi, non che fosse solito per una donna esercitare questa professione.
Si sa le donne erano adatte al focolare domestico, ad allevare figli, numerosi e preferibilmente maschi, ed era pericoloso abbandonare il rifugio sicuro delle loro case, per affrontare anche lunghi viaggi per recarsi dai pazienti.
Ma Lán Hua non aveva paura, era stata educata da un padre che avrebbe voluto un figlio maschio, in realtà, e non mancava giorno che non glielo ricordasse.
Lán Hua era figlia di Wu Kang, il terribile. Un uomo crudele, capace di infliggere le punizioni più sanguinose alle persone che doveva giudicare.
Wu Kang era infatti uno dei giudici più severi e spietati della corte di Shenzong, ed era anche un uomo corrotto, tanto che le sue ricchezze ormai erano sconfinate.
Accettava sottobanco ingenti somme per giudicare innocenti i ricchi possidenti macchiatisi di infami colpe o delitti. I poveri, o coloro che non volevano piegarsi, per onestà, alle sue infami richieste, non avevano scampo, e usava le loro esecuzioni pubbliche come esempi per diffondere il terrore e la paura.

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I cantastorie itineranti cinesi erano soliti raccontare storie fantastiche e bizzarre sul loro cammino, un po’ edificanti, un po’ polemiche solitamente con i ricchi e con il potere. La storia che leggerete è una di quelle.

Può l’amore vincere tutte le avversità, anche quando il vero nemico è proprio nella nostra famiglia? Ambientata nella Cina dell’ imperatore Song Shenzong, (1067- 1085) una storia di coraggio, amore e indipendenza femminile.

Cina Settentrionale. Inverno. Làn Hua una donna medico, figlia di un malvagio e corrotto funzionario pubblico, viene rapita da alcuni briganti e portata nel nascondiglio del loro capo. Lei pensa per un riscatto. Ma sarà davvero così?
Un racconto breve, non privo di una delicata storia d’amore, prequel in cui si raccontano gli antefatti di una futura serie con protagonista un’avventurosa donna medico, alle prese coi segreti e misteri della Medicina Tradizionale Cinese.

Dopo “Il Fermaglio di Giada”, ” Gli Otto Sigilli della Fenice di Fuoco“, “Le Diecimila Lame della Vendetta“, “Mille Fiori Dorati sul Mare Tranquillo”, “Luna Crescente Vento d’estate” e “È tempo di partire” un nuovo racconto dell’ Antica Cina, tra storia e suggestioni fantasy.

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29 ottobre 2018

Narrano gli antichi che gli eroi non sempre sono facili da individuare, spesso si nascondono nelle ombre del passato, negli anfratti più reconditi delle leggende, sfuggono alla narrata popolare, che preferisce vedere protagonisti delle loro storie mandarini malvagi, imperatori sfortunati, o guerrieri celebri e valorosi.
Questa volta i protagonisti della nostra storia saranno infatti un contadino e una ragazza, due ombre sullo sfondo della grande storia fatta dai potenti, ma se presterete attenzione anche ai minimi dettagli, alle inezie, al comico e al burlesco, che dopo tutto fa parte della vita di tutti noi, vi accorgerete che anche loro hanno dignità, anche loro sono capaci di gesti eroici, e soprattutto imprevedibili.
E forse proprio perché sottovalutati da tutti, vi sorprenderanno.

Il contadino in questione si chiamava Chou Jiao.
Non che questo fosse il suo vero nome, certo, chi utilizzerebbe questo irriverente nomignolo per il proprio bambino? Ma così era conosciuto, per cui col tempo aveva smesso di protestare e l’aveva accolto come un titolo onorifico, dimenticandosi, forse davvero, il nome con cui era stato registrato nel libro degli atti pubblici della provincia.
Chou Jiao proveniva da un povero e sfortunato villaggio la cui maggiore attività era la coltivazione del sorgo rosso. Non ci si stupisce troppo perciò che fosse rozzo, sboccato, ubriacone, ma infondo un brav’ uomo, come testimoniavano le varie donne con cui negli anni si era accasato.

PARTIRE

Siamo in Cina, nella seconda metà dell’Ottocento. Un contadino e una nobile ragazza fuggita di casa si incontrano sulla strada verso Pechino, diretti a una Scuola di Arti Marziali, che non è per niente detto che raggiungeranno mai.
Troveranno invece mille avventure ad attenderli.

Un “wuxia” comico, dal sapore picaresco, senza magia, in cui tutta la storia si regge sulle profonde differenze tra il lui, un contadino rozzo, sboccato, ubriacone, amante delle donne ma infondo un brav’ uomo, dal soprannome alquanto buffo “Piedi Puzzolenti” (in cinese pressapoco Chòu jiǎo), e la lei bellissima, aristocratica, volitiva, divertente, esile come un giunco ma tagliente come una lama, per nulla decisa ad accettare il ruolo di donna sottomessa che la società le impone.

I battibecchi saranno all’ordine del giorno, e le scintille assicurate. Ma quando c’è da menare le mani i due saranno uniti e potranno contare l’una sull’altro.

Dopo “Il Fermaglio di Giada”, ” Gli Otto Sigilli della Fenice di Fuoco“, “Le Diecimila Lame della Vendetta“, “Mille Fiori Dorati sul Mare Tranquillo” e “Luna Crescente Vento d’estate” un nuovo racconto dell’ Antica Cina, tra storia e suggestioni fantasy.

:: Luna Crescente Vento d’Estate di Shanmei disponibile su Amazon

20 settembre 2018

La neve turbinava sospinta dal vento gelido dell’inverno.
Tra la tempesta di aghi di giaccio, l’antico monastero di Bing Bo sorgeva in cima alle montagne di Wudang, nella provincia di Hubei, riparato da un costone roccioso che ne nascondeva quasi la vista ai pellegrini che arrivavano da sud attraverso un difficile e tortuoso sentiero che si inerpicava quasi senza appigli e sostegni.
Oltre c’era lo strapiombo.
Il terreno era ghiacciato e scivoloso, quasi una lastra di ghiaccio dalla quale spuntavano ogni tanto aguzzi spuntoni di pietra.
Era ben difeso, dicevano le miti monache taoiste che vi abitavano. Non avevano bisogno di guardie armate. Come l’amministratore della regione si era generosamente premurato di offrire più volte. Che mai si fosse detto che lasciava tante donne indifese in balia di predoni e assassini. Ma le monache erano ostinate e anche sicure che ben poca gente si sarebbe trascinata fin lassù, e certamente non in questo rigido periodo dell’anno.

cover giulia

Nella più pura tradizione wuxia, in un’ epoca indefinita dell’ Antica Cina, una storia di integrità e coraggio, di duelli e combattimenti senza regole, di maturazione personale, e di crescita spirituale.

Luna Crescente è una donna ormai adulta, affascinante e bellissima, ma dal carattere piuttosto spigoloso, maestra d’arti marziali, a cui in un agguato uccidono il marito. Per il grande dolore in una notte i suoi capelli diventano bianchi. Questa perdita la costringe a riguardare tutta la sua vita e alla fine decide di ritirarsi in un convento femminile taoista per riconquistare la pace e seguire la via del Tao. Ma un giorno al convento arriva un giovane con una richiesta alla quale non può dire di no.

Dopo “Il Fermaglio di Giada”, ” Gli Otto Sigilli della Fenice di Fuoco“, “Le Diecimila Lame della Vendetta” e “Mille Fiori Dorati sul Mare Tranquillo” un nuovo racconto dell’ Antica Cina, tra storia e suggestioni fantasy.

:: Fratelli by Shanmei

20 giugno 2018

irrilevante

Mentirei se dicessi di amare gli ospedali. Ma infondo chi li ama? Sono luoghi di dolore, densi di disperazione, muri infetti, odore di disinfettante, confusione, gente che si lamenta, dottori oberati di lavoro, familiari confusi e stanchi. Comunque mentre percorrevo i corridoi del centro medico di Walter Reed il più importante ospedale militare degli Stati Uniti a Washington, osservavo quel luogo con un misto di riconoscenza e di rabbia. Chi era lì ce l’aveva fatta. Era vivo. Non era tornato in una cassa di legno avvolta in una bandiera. Prima di fare ciò per cui ero venuto decisi di dare un’occhiata in giro. La maggior parte dei degenti arrivavano dritti dritti dai campi di guerra dell’ Iraq, dall’Asfganistan e da luoghi che ufficialmente non erano teatri di nessuna guerra. Ora si aggiravano senza mani, con le gambe amputate, con fasciature agli occhi o semplicemente con l’aria stralunata di chi fosse sotto shock e non ne sarebbe mai uscito. Dall’inizio della guerra circa 50.000 soldati avevano avuto a che fare con ospedali del genere e rappresentavano una voce importante tra i costi della guerra. L’arrivo quotidiano di morti e feriti nella base aerea di Dover non cessava nè diminuiva. Scansai ragazzi su sedie a rotelle, altri che zoppicavano sulle stampelle, altri euforici di essere vivi e non ancora affetti da quella sorta di maledizione che si chiama stress-post traumatico. Forse nessuno è realmente preparato a ciò che stavo trovando davanti. Basta una giornata al Walter Reed per incrinare le convinzioni anche del più scalmanato guerrafondaio. Oh forse no? Questa era la vera tragedia. Andai al padiglione 57 reparto amputati 5° piano. Mio fratello era lì con una gamba amputata confinato a letto. Se ne stava semisdraiato appoggiato a diversi cuscini con la testa inclinata di lato. Percepì la mia presenza ma non si mosse. Non lo so forse al suo posto avrei provato rabbia o invidia. Io ero tutto intero. Due braccia, due gambe, due occhi. Cose che si danno per scontate, ma che lì si capisce quanto non lo siano. Accanto al letto c’era una finestra aperta con le veneziane abbassate. Mosse leggermente la testa e mi fissò. Non lesse sul mio volto compassione o pietà e si rilassò. “Cosa vuoi?” chiese piano senza particolare inflessione. ” Vedere come stai” ” Bene. Ora che l’hai visto la porta e laggiù”. Mi sedetti sul letto e incrociai le braccia. Su un comodino c’era una mezza bottiglia di plastica di acqua.” La riabilitazione come va?” ” Faccio progressi. Avrò il prototipo più avveniristico di arto artificiale disponibile. Una sorta di arto bionico. Come nuovo. Forse meglio. C’è qualcosa che potresti fare per me” disse ad un tratto e io mi irrigidii. Dedussi che la cosa che stava per chiedermi non fosse del tutto legale o per lo meno non esente da rischi. “Avevo una ragazza in Iraq” disse e mi fissò con attenzione. “E vorresti che ti raggiungesse qui in America” terminai per lui. “Non è così semplice. Laggiù è un inferno. Un caos pazzesco. Trasportano i profughi un po’ a destra e un po’ a sinistra. Non so in che campo profughi sia finita. Prima dell’incidente mi occupavo io di lei e della sua famiglia. Poi mi hanno impacchettato, narcotizzato, e spedito in Germania senza darmi il tempo di sitemare le cose. Non voglio che pensi che la sto abbandonando o che sia morto. Dubito che qualcuno si sia preso la briga di dirle cosa mi è successo”. “Farò il possibile” dissi e lo vidi sollevato. Lasciai l’ospedale oppresso da uno strano senso di colpa. Una sensazione strana, raggelante. Io potevo andarmene e dire ok ragazzi mi dispiace tanto per voi ma è andata così, arrangiatevi. Raggiunsi la mia auto nel parcheggio e provai la sensazione che qualcosa mi schiacciasse. Una colpa collettiva, un velenoso senso di inutilità. Nessuno avrebbe potuto ripagarli, nessuno avrebbe potuto far ricrescere i loro arti amputati, nessuno avrebbe potuto chiedergli scusa. Misi in moto e mi incamminai nel traffico.