Posts Tagged ‘Davide Mana’

:: E per Natale regalate un libro – 2019 ðŸŽ„

29 novembre 2019

regali natale

Il tempo sembra volato, ma fra poco è già Natale, domenica è il primo giorno di Avvento, e i più previdenti stanno già preparando i regali da fare alle persone a cui vogliono bene. Insomma è qualcosa in più di mero consumismo, è condivisione, comunione, e pensare anche agli altri e non sempre solo a sè. Dunque cosa c’è di meglio che regalare libri, si spende poco, è un regalo che resta, e se il libro non piace lo si regala ad altri. Ma i libri di cui parleremo oggi con i tradizionali consigli dei collaboratori di Liberi sono tutti belli, per cui andate sul sicuro.

Inizio con i primi consigli pervenutimi, poi man mano aggiorno con quelli che arriveranno. Buon Natale e passatelo con chi amate.

Ah, dimenticavo per incartarli usate carta da pacchi ecologica.

Valeria Giola

Ninfee Nere di Michael Bussi
per chi non si accontenta dei gialli

Figlie di una nuova era di Carmen Korn
per chi non crede nel potere dell’amicizia

La vita segreta degli scrittori di G.Musso
dedicato a chi non si accontenta di una bella trama

L’albergo delle donne tristi di Marcela Serrano
per chi ama i grandi classici

La gabbia dorata di Camilla Lackberg
per tutte le donne

Davide Mana

Lucia Berlin – La donna che scriveva racconti – Bollati Boringhieri

Steve Brusatte – Ascesa e caduta dei dinosauri – UTET

Michael Moorcock – Elric – Mondadori

Nnedi Okorafor – Binti – Mondadori

Bram Stoker – Dracula (nuova edizione a cura di Franco Pezzini) – Mondadori

Eva Dei

Pietro e Paolo“, M. Fois, Einaudi

L’inverno di Giona“, F. Tapparelli, Mondadori

Ossigeno“, S. Naspini, E/O

L’ultima intervista“, E. Nevo, Neri Pozza

L’ora di Agatha“, A.C. Bomann, Iperborea

Federica Belleri

Il giardino dei mostri, di Lorenza Pieri

Libera uscita, di Debora Omassi

Ninfa dormiente, di Ilaria Tuti

L’isola delle anime, di Piergiorgio Pulixi

Lei era nessuno, di Letizia Vicidomini

Nicola Vacca

Michel Houellebecq Serotonina La nave di Teseo

Bret Easton Ellis Bianco Einaudi

Luigi di Ruscio Poesie scelte Marcos Y Marcos

Roberto Saporito Come una barca sul cemento Arkadia

J Saramago Diario dell’anno del Nobel Feltrinelli

Giulietta Iannone

Risorgere Paolo Pecere Chiarelettere

Il secondo cavaliere Alex Beer Edizioni EO

Racconti di Pietroburgo Nikolaj Gogol’ Marcos Y Marcos

Racconti del crimine Tanizaki Junichiro Marsilio

Il mio nome è Jack Reacher Lee Child Longanesi

Viviana Filippini

La frontiera, Erika Fatland (Marsilio 2019)

Il terzo matrimonio, Tom Lanoye (Nutimenti 2019)

Bianca, Bart Moeyaret (Sinnos 2019)

Camminare di Henry David Thoreau (Marietti 1820, 2019)

I fantasmi di Darwin Ariel Dorfman (Clichy edizioni 2019)

Maria Anna Cingolo

L’ educazione Tara Westover Feltrinelli

Le ragazze del Pillar Stefano Turconi, Teresa Radice BAO Publishing

I ragazzi della Nickel Colson Whitehead Mondadori

L’onda Suzy Lee Corraini Edizioni

Cento poesie d’amore a Ladyhawke Michele Mari Einaudi

:: Rivista Savej: Piemontesi ai confini del mondo e altre storie a cura di Giulietta Iannone

1 novembre 2019

Rivista Savej1

Altro che bugianen! Avventurieri, esploratori, archeologi e viaggiatori. Liberi spiriti piemontesi sono i protagonisti del nuovo numero di Rivista Savej

si legge nello strillo della rivista. Rivista Savej è un periodico della Fondazione Enrico Eandi, da anni impegnata nella promozione e tutela della cultura piemontese. E questo mese esce con un numero molto spieciale, che io non ho resisistito ed ho subito comprato, si trova infatti nelle edicole di Torino e provincia e di Biella.
Speciale perchè un articolo, scritto dal bravo Davide Mana, è dedicato alle avventure in Cina del mio bisnonno, Luigi Piovano, militare al seguito del Contingente mandato dall’ Italia nel 1900 in Cina a liberare il quartire delle Legazioni.
Queste erano le intenzioni, poi dopo tira e molla in Parlamento il contingente partì tardi e arrivò in Cina, anche per motivi logistici e un’ epidemia di colera, a fatti compiuti. Le Legazioni erano già state liberate dai valorosi reparti indiani del Contingente Britannico che diciamo fecero il grosso. Comunque il contingente italiano partecipò sporadicamente successivamente a missioni di pattuglia, per neutralizzare gli ultimi Boxer rimasti, ormai abbandonati anche dalla Corte cinese che vista la disfatta si accordò quasi subito con gli Stati europei del Contingente per salvare il salvabile, come si suol dire. Ma se gli otto stati che parteciparono alla spedizione erano uniti all’inizio per divergenze, gelosie, e incomprensioni litigarono quasi subito rompendo il fronte e rendendo l’avventura ben poco trionfale.
Comunque al netto di considerazioni strategiche e politiche fu un avvenimento epocale, la misteriosa Cina era davevro al tempo un territorio inespolrato e ricco di opportinità, e il mio bisnonno partecipò all’impresa con entusiasmo e senso del dovere. I giornali dell’epoca con toni enfatici infatti avevano allarmato l’opinione pubblica parlando di donne, bambini, uomini in pericolo, assaliti da barbari pronti a fargli le peggio cose. Poi nella realtà le vittime civili furono ben poche, ma le cose si scoprirono dopo.
La storiografia corrente sembra orientata a rivalutare le figure dei Boxer come autentici patrioti che si impegnarono a difendere il loro paese dall’aggressioni straniere, forse la verità sta nel mezzo, e sicuramente c’è ancora molto da scoprire su quei fatti e quelle circostanze.
Per quanto riguarda il mio bisnonno so solo che era una brava persona, e molti aneddoti sulla sua vita mi sono stati raccontati e li serbo per me e forse un giorno ne scriverò.
Ringrazio Davide Mana di avermi citato, e di avere citato pure un libro che contribuii a scrivere una decina di anni fa. Ho letto l’articolo ed è fedele alla realtà, è tutto vero pure l’accenno a Falstaff il suo cavallo, o agli esperimenti in siciliano di un suo amico del contingente britannico, come la lettera a sua madre a tre giorni da Hong Kong che ho trascritto e ancora conservo.
Il mio bisnonno tornò dalla Cina, cinque anni dopo, malato, ma poi guarì e si riprese e potè vivere ancora a lungo. Queste sono le ombre che a volte accompagnano le grandi avventure, come i disagi, la fame, la sete, il caldo, i pericoli, il rovescio della medaglia dei lati belli, come gli sfarzosi balli in ambasciata, i fuochi d’artificio, le serate musicali, i matrimoni, le partite a tennis in abiti bianchi e inamidati.
Se vi ho un po’ incuriosito correte in edicola, spingiamo gli edicolanti a richiedere nuove copie e a far fare nuove ristampe. Non si parla solo del mio bisnonno ma anche di tanti altri piemontesi coraggiosi, altruisti e animati dall’amore per l’avventura che però conservavano sempre nel loro cuore l’amore per la loro terra d’origine. Salüt fiiol. 

:: Cover Reveal: FAGIANS! primo volume della seconda serie de Gli Orrori della Valle Belbo di Davide Mana

24 ottobre 2019

Fagians!

:: Danilov il Violista di Vladimir Orlov (Carbonio Editore 2019) a cura di Davide Mana

27 settembre 2019

DanilovIl Maestro e Margherita, di Michail Bulgakov, è uno dei testi fondamentali della letteratura moderna. La miscela di immaginazione fantastica, satira politica, umorismo e tragedia, riferimenti storici e letterari, lo rende un’opera al di fuori delle gabbie più o meno anguste di generi, filoni, scuole, categorie assortite.
È un romanzo russo, ed è profondamente russo, ma è anche, innegabilmente, universale.
È un romanzo filosofico, ma è anche un’avventura fantastica.
È una satira tagliente di un certo luogo e di un certo tempo, ma è anche un romanzo carico di speranza, e capace di sollevare lo spirito del lettore in un momento di tenebra.
E dentro ci sono il diavolo e un gatto con la pistola, che rendono qualunque valutazione critica assolutamente pleonastica. È un romanzo che prima o poi è indispensabile leggere.
E se da una parte, per tutti i motivi fin qui elencati, l’idea di ispirarsi al romanzo di Bulgakov, per un romanziere russo – ma, davvero, per qualunque romanziere – sembrerebbe assolutamente ovvia, dall’altra presentarsi a un editore con un’opera che da Bulgakov prende le mosse e lo aggiorna, lo trasporta nella contemporaneità e lo remixa, per così dire, è anche un gesto di suprema follia.
E c’è della follia nel romanzo di Vladimir Orlov, pubblicato nel 1980 dopo numerosi rifiuti, e primo di una trilogia, che ora Carbonio Editore propone in edizione integrale (era uscito in Inglese trent’anni or sono, ma tagliato).
Ambientato in una Mosca di epoca sovietica dalla geografia nebulosa, un universo senza mappe popolato di personaggi surreali, il romanzo segue le vicissitudini di Danilov, diavolo part-time e violista in una orchestra, un individuo dall’animo tanto romantico quanto indeciso.
Colpa della sua natura intermedia – parte essere umano, parte demonio – ma soprattutto frutto della natura ambigua della società nella quale si trova a muoversi.
Il mondo degli uomini così come il mondo dei demoni è una burocrazia senza volto sotto le regole ferree della quale si agitano passioni e desideri che portano alla perversione ed alla negazione di quelle stesse regole. La società umana, come quella infernale, è dominata da piccole e grandi invidie, meschini giochi di potere e ripicche infantili, avidità e ingordigia, una fame – reale e metaforica – che trasforma tutti in predatori. C’è un’ossessione per il cibo, nel romanzo, che fa da doppio speculare per l’ossessione per lo status, la posizione, il titolo, che sembra aver contagiato tutti, chi più chi meno, in queste pagine, tranne forse Danilov, che per questo è quasi inconsapevolmente fuori dal sistema.
E tutti noi sappiamo che il sistema non tollera le anomalie.
Danilov, letteralmente un povero diavolo, ma dotato di talento, si trova perciò improvvisamente catapultato in un labirinto kafkiano. L’amore giunge a turbare la sua esistenza, mentre una denuncia da parte di un collega invidioso lo porta all’attenzione dei tribunali infernali.
E qualcuno ruba la sua viola.
Danilov diventa quindi una sorta di strano, improbabile “everyman” sovrannaturale, un pellegrino che vaga per luoghi che il lettore scopre attraverso i suoi occhi sorpresi, i suoi dialoghi sincopati, la sua crescente preoccupazione.
Danilov il Violista è una satira di un sistema, quello sovietico, fotografato nella sua fase di decadenza terminale ed al contempo di estrema distorsione e prepotenza, ma il lettore italiano del ventunesimo secolo potrebbe restare sorpreso nel riconoscersi nel protagonista, e nel vedere nel mondo del romanzo uno specchio fedele di una società che si presume diversa, e opposta, a quella dell’Unione Sovietica.
Burocrazia impazzita, piccoli funzionari indifferentemente crudeli o crudelmente indifferenti per il solo motivo che possono esserlo, regole contraddittorie, invidie ed avidità, colpi bassi e incomprensioni, la corsa ad accaparrarsi degli status symbol tanto vuoti quanto, per loro natura, “diabolici”…
Non si può replicare Il Maestro e Margherita, e sarebbe sciocco cercare un paragone diretto, una gara, una corsa, fra il romanzo di Orlov e quello di Bulgakov.
Al recensore non interessa se Danilov lavi più bianco.
Ciò in cui Vladimir Orlov riesce, e brillantemente, è catturare l’universalità del racconto di Bulgakov, e farla propria, così che un romanzo che è assolutamente del proprio tempo e del proprio luogo diventa senza apparente sforzo una metafora della società umana, qualunque società umana, al suo peggio più ipertrofico, ed al suo più mostruosamente ridicolo.
Danilov il Violista, così come Il Maestro e Margherita, suonerebbe dolorosamente familiare ad un lettore nel terzo secolo dopo Cristo, nella Spagna dell’Inquisizione o nella Parigi del Terrore, nell’Inghilterra Vittoriana o nell’America di Reagan, o di Clinton, o di Trump.
Avventura sovrannaturale, meditazione sul valore dell’arte e della creatività, storia triste ma divertente, storia buffa ma malinconica, Danilov il Violista ha qualcosa per tutti noi, se lo vorremo ascoltare.

Vladimir Orlov (1936-2014) è nato e vissuto a Mosca. Laureatosi alla Facoltà di Giornalismo, ha insegnato per vent’anni all’Istituto Letterario Maksim Gor’kij. Raggiunge la fama nel 1980 con la pubblicazione di Danilov, il violista, a cui seguono altri due romanzi che completano la trilogia “Le storie di Ostankino”, ispirata alla tradizione del realismo fantastico di cui la letteratura russa ci ha dato maestri noti in tutto il mondo: Gogol’, Bulgakov, Sologub. Carbonio Editore pubblica Vladimir Orlov per la prima volta in Italia.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Costanza dell’Ufficio stampa Carbonio Editore.

:: La Battaglia Suprema – Un’avventura Fortnite non ufficiale di Alberto Forni (ElectaJunior 2019) a cura di Davide Mana

1 aprile 2019

1Il fenomeno della gamelit è forse il primo “genere letterario” del ventunesimo secolo.
Prima non esisteva nulla di simile. Alcuni pensano ai vecchi tie-in prodotti a corollario di popolari giochi di ruolo, La Saga di Dragonlance  è un bestseller ed il capofila di quello specifico sotto-gnere del fantastico.
Ma con i vecchi romanzi di Dragonlance, o di Forgotten Realms, o con la colossale produzione di cicli narrativi legati a Warhammer 40.000, il meccanismo era semplice: si trattava di romanzi che esploravano un’ ambientazione che era stata sviluppata, all’origine, per essere lo sfondo di un gioco di società . E se è vero che l’azione nei romanzi emulava le situazioni che i giocatori potevano trovarsi ad affrontare, la realtà ludica era lasciata in ellissi. Forse con la sola eccezione di Azure Bonds e dei suoi seguiti (Kate Novak & Jeff Grub, 1988), in nessuno dei romanzi si faceva riferimento esplicito al gioco, alla nostra realtà .
Era possibilissimo leggersi uno qualunque dei romanzi di una delle serie citate (o di molte altre), senza aver mai giocato una sola partita al gioco relativo, e senza perdersi per strada alcunchè.
La gamelit è qualcosa di diverso. Sono storie di giocatori scritte da giocatori per un pubblico di giocatori.
Raccontano di personaggi che giocano all’interno di un certo gioco – di solito un videogioco – e quindi gioco e narrativa diventano indissolubili.
Un non giocatore si trova perso, disorientato, davanti a queste narrative che usano il gergo – dei giocatori in genere e del gioco specifico – e che riversano sul lettore continui riferimenti alla gamer culture ed al “mythos” del gioco specifico.
E in effetti sembra quasi che in questo risieda anche la differenza “ideologica” fra i vecchi tie-in dei giochi di ruolo e la moderna gamnelit. I vecchi romanzi miravano ad esplorare ed espandere l’ambientazione, ampliandone il mito, alimentando l’immaginazione dei lettori/giocatori. La gamelit sembra tesa soprattutto a rafforzare e canonizzare il mito, e a confermare gli iniziati nella loro fede.
Questo per dire che La Battaglia Suprema, di Alberto Forni, è un libro con un target molto specifico.
Giovani lettori, certo (pubblica ElectaJunior), ma anche e soprattutto fan e giocatori di “Fortnite”, uno dei più popolari giochi online degli ultimi anni.
Col videogioco, il romanzo di Forni condivide i ritmi sincopati, il linguaggio spezzato e frenetico, l’azione “in soggettiva” che il lettore può sperimentare attraverso quattro personaggi impegnati ciascuno nella battaglia più attesa dai fan, nel 2012 – un altro frammento del “mythos” di “Fortnite” che potrebbe destare una certa perplessità  in un non-iniziato. Ciascun protagonista ha una sua serie di caratteristiche e fornisce in capitoli alternativi il proprio punto di vista sull’avventura. Molto opportunamente i capitoli sono stampati su pagine dai colori diversi a seconda del personaggio.
Non c’è dubbio che un appassionato del gioco si riconoscerà  in almeno uno dei protagonisti, e si appassionerà  alle avventure, all’azione, alle sfide superate nelle sei ore al cardiopalma della Battaglia Suprema.
Per un lettore che non abbia idea di cosa sia “Fortnite”, il romanzo potrebbe risultare quantomeno ermetico. Molte delle scelte grafiche potrebbero risultare irritanti.
Perchè ci sono frasi in evidenza?
Che senso hanno quei personaggi presi dalla cultura pop e spiattellati a illustrare le pagine?
Ma esiste davvero il rischio che un non-iniziato acquisti o legga questo libro?
È abbastanza improbabile.
E se dovesse succedere, è possibile, anzi probabile, che i non iniziati accusino un forte mal di testa per il sovraccarico di stimoli, e tornino a leggersi i loro romanzi sulla Horus Heresy o le avventure di Gotrek e Felix. Questo, dopotutto, non è un libro per loro.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’autore e l’Ufficio Stampa ElectaJunior.

:: Un’ intervista con Davide Mana: Patreon è un’ opportunità per gli scrittori?

3 novembre 2018

DavideConoscete Davide Mana come collaboratore di questo blog, blogger a sua volta (lo trovate su Strategie Evolutive), scrittore, divulgatore culturale, bene, gli ho chiesto oggi di parlarci di un progetto a cui aderisce (con successo) da poco più di un anno, e che dovrebbe interessare molti artisti (in qualunque campo operino) che cercano entrate regolari per praticare in maggiore autonomia e libertà la loro arte. Si chiama Patreon. Per chi non conoscesse Patreon è una piattaforma internet, con sede legale a San Francisco, che consente ai fan di un artista, ai lettori per uno scrittore, di aiutarlo concretamente con un contributo regolare mensile, (che va da 1 dollaro del classico caffè, a qualche centinaia o migliaia di dollari in alcuni casi), a creare le sue opere. Il supporter o patrono è dunque una sorta di mecenate che apprezza così tanto i disegni, i video, gli scritti, la musica di qualcuno da dirgli: ehi io sono qua, ti supporto, sono dalla tua. E non solo a parole, ma coi fatti. Ma per saperne di più chiediamo appunto a Davide Mana che ha avuto il coraggio di buttarsi nell’ impresa.

Innanzitutto grazie Davide di essere qui, e grazie di averci concesso questa intervista per parlare di un tema che sicuramente interesserà parecchi creativi, parlo di creativi in senso lato perché nessuna arte è discriminata. Iniziamo col fare chiarezza, che differenza c’è tra Patreon e un tradizionale crowdfunding? 

R: Grazie per l’ospitalità.
La fondamentale differenza fra Patreon e un crowdfunding “tradizionale” (Kickstarter, Indiegogo, Produzioni dal Basso ecc.) è che mentre il crowdfunding si focalizza su un progetto, Patreon si focalizza sull’autore.
In altre parole, quando lancio un crowdfunding, chiedo ai miei fan (e a tutte le persone interessate) di aiutarmi a finanziare un progetto specifico: un romanzo, un disco… La Humphrey Bogart Foundation ha finanziato un eccellente film noir, ad esempio, usando un crowdfunding. In cambio del loro supporto, i finanziatori hanno ricevuto una copia del film in anteprima, come scarico digitale. La ricompensa per chi partecipa a un crowdfunding è sempre legata al progetto specifico: una copia del disco, una edizione limitata del romanzo, ecc. Possono esserci ricompense extra, se si superano certi traguardi, ma di base il crowdfunding dice: “mi serve la cifra X per produrre il mio libro/film/disco/fumetto/gadget tecnologico, versami almeno Y e ne avrai una copia.”
Il fuoco del progetto è un prodotto specifico e ben definito, e i fondi raccolti vanno a coprire le spese vive del prodotto stesso: i costi di revisione, editing, stampa ecc per un romanzo; i costi di incisione e produzione per un disco, e così via.
In un crowdfunding io aderisco, viene prelevata una certa cifra dalla mia carta di credito, e a tempo debito ricevo la mia ricompensa.
Patreon è invece uno strumento che permette ai fan (chiamati “Patrons” o sostenitori) di aiutare l’autore o l’artista (chiamato “Creatore”) a continuare a produrre le sue opere. Il modello è quello classico del mecenatismo: pago l’artista perché continui a fare ciò che mi piace. Lo scopo non è quello di coprire le spese di un determinato progetto, ma generare un fisso mensile che l’artista possa usare per pagarsi le spese mentre crea le sue cose. Di base, perciò, il Creatore su Patreon dice ai propri fan: “Aiutatemi a pagare le bollette di casa, in modo che io possa continuare a scrivere/a dipingere/a fare ciò che vi piace. Per ringraziarvi vi darò delle cose che non darò a nessun altro.”
Con Patreon io aderisco, una cifra fissa viene prelevata ogni mese dalla mia carta di credito, e io ricevo mensilmente, o settimanalmente, le mie diverse ricompense.
E infatti il sistema di ricompense di Patreon è molto più flessibile e divertente: conosco una disegnatrice che condivide coi suoi sostenitori su Patreon tutti gli schizzi preliminari dei propri dipinti, che normalmente nessun altro vede. Ci sono musicisti che regalano ai loro fan su Patreon incisioni alternative delle loro canzoni e brani inediti, o che li premiano con inviti dietro le quinte ai concerti. I miei supporter su Patreon ricevono delle storie esclusive scritte apposta per loro, possono sbirciare da sopra la mia spalla mentre scrivo, vedere scene tagliate e appunti, assistere a sessioni di editing… Il rapporto su Patreon non è finalizzato a un progetto, ma è continuativo, ed è molto più personale.

Come sei venuto a conoscenza di questa realtà, e quali casi di successo ti hanno dato la spinta per provare anche tu?

R: Patreon è stato messo in piedi da un giovane musicista americano che si chiama Steve Conte, metà del duo Pomplamoose, che avevo scoperto a suo tempo su YouTube. Seguendo i Pomplamoose venni a sapere dell’esistenza di Patreon, e ben presto la voce cominciò a circolare fra gli scrittori indipendenti: Patreon sembrava funzionare, e bene, per i musicisti, per gli Youtuber, per i podcaster. Persino per i cosplayer. Si poteva adattare anche agli scrittori? Qualcuno ci aveva provato?
Il primo caso di successo in cui mi sono imbattuto, poi, è stato quello di Caitlin R. Kiernan, una brava e popolare autrice horror americana che da anni opera come indipendente, e che è stata una delle prime ad adottare Patreon. Poi sono venuti altri. Con alcuni autori che stavano sperimentando questo nuovo strumento ci si conosceva e frequentava da tempo. Feci domande, sentii cosa ne pensavano. Tutti parevano decisamente soddisfatti. Cominciai allora a pianificare un esperimento.
Poi qualcuno si premurò di spiegarmi in dettaglio che all’estero funzionava, ma per un italiano non avrebbe mai funzionato. E allora decisi di provare.
In fondo, se aveva funzionato per Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, poteva funzionare anche per me, no?

Dunque è una piattaforma americana, i creatori di contenuti in lingua in inglese saranno favoriti. È possibile partecipare anche in altre lingua che non siano appunto l’inglese, mi dicevi?

R: La piattaforma Patreon è aperta a tutti, e serve solo a facilitare e automatizzare gli scambi fra artisti e fan. Ma alla fine, sei tu che entri in contatto con i tuoi fan, e quindi la lingua è quella che tu e i tuoi fan condividete. E sei tu a fornire contenuti e premi ai tuoi supporter, quindi anche in questo caso, sei tu che controlli ogni aspetto dell’interazione.
Io ad esempio, che sono complicato – e ho fan in Italia e all’estero – devo fornire contenuti in italiano e in inglese, per accontentare tutti. Ma non è un grosso sacrificio.

Il difficile è allargare la cerchia dei supporter a quanto ho capito, ma ci sono diversi premi modulati si può dire per tutte le tasche. Tu come ti orienti e ti muovi per cercare nuovi sostenitori? Che tipo di autopromozione fai? Patreon aiuta in questo senso o bisogna fare tutto da sé?

R: Procediamo con ordine.
L’artista su Patreon ha piena libertà nella scelta del tipo di donazioni e ricompense.
Di solito si procede a livelli. Nel mio caso, tutti coloro che mi versano un dollaro al mese ricevono l’accesso a un blog esclusivo sul quale posto almeno una volta alla settimana, più l’accesso al “dietro le quinte” del mio lavoro: appunti, schede e schemi, scene tagliate, materiale raccolto facendo ricerca. Hanno insomma la possibilità di vedere come lavoro. Il livello successivo è la Five Bucks Brigade, i coraggiosi che mi versano 5 dollari al mese. Queste persone hanno accesso a tutto ciò che rendo disponibile al livello precedente, e in più ricevono un racconto in esclusiva al mese. Hanno inoltre uno sconto su tutti gli ebook che mi autoproduco, e compatibilmente con gli orari, una volta al mese ci si vede in videoconferenza per chiacchierare. Il terzo livello è per coloro che mi versano dieci dollari al mese, e che ricevono tutto il materiale dei due livelli precedenti, e hanno gratis tutti i miei ebook, di solito una settimana prima che escano su Amazon.
Ma questo è il mio schema, e per ora pare funzionare. Posso cambiarlo, ampliarlo o ridurlo. Si possono adottare sistemi diversi. Lo scrittore Thobias Buckell, ad esempio, ha un solo livello secco a 1 dollaro, e tutti gli iscritti (ne ha svariate centinaia) ricevono un racconto in esclusiva al mese. Il mio amico Ari Ragat fa la stessa cosa, ma il suo livello unico è a 5 dollari. E Caitlin Kiernan ha una decina di livelli diversi.
Come trovare supporter: si spera di avere dei fan, che ci sia insomma qualcuno disposto a rischiare almeno un dollaro al mese per aiutarci ad andare avanti, sulla base della promessa che così potremo creare di più.
Patreon offre una serie di strumenti molto semplici (bottoni per iscriversi, badge, mailing list ecc), ma il grosso del lavoro tocca a noi. Sono i nostri fan, siamo noi a dover sapere come raggiungerli e come spiegargli cosa significa supportarci su Patreon.
Statisticamente, i creativi “di successo” su Patreon hanno dai trenta ai cinquanta supporter, mentre le superstar ne hanno oltre il centinaio. Far crescere il numero di supporter è un grosso sforzo, certamente, ma è anche un aspetto della piattaforma che ci obbliga a pensare a ciò che stiamo facendo, e al nostro pubblico: ci sono persone che mi sostengono, ma ora cosa devo fare di meglio, o di diverso, perché gli altri miei fan si decidano ad aiutarmi?

Se uno poi vuole uscire è semplice, ci sono penali?

R: Per poter entrare su Patreon, prima di essere titolari di una pagina, è necessario essere fan di due artisti già registrati. In altre parole, è necessario versare almeno un dollaro al mese ciascuno ad almeno due artisti. Io al momento ne supporto quattro (due scrittori, una pittrice e un vlogger). E nel momento in cui si desidera uscire da Patreon, basta cancellare la propria pagina e, se lo si vuole, sospendere il supporto ai due (o più) artisti che stiamo sponsorizzando. Non mi risulta ci siano penali di alcun tipo.

In un certo senso Patreon ti responsabilizza?

R: Estremamente.
In primo luogo ti obbliga a mantenere una certa tabella di marcia. La mia Five Bucks Brigade (devo disegnare un logo apposta per loro, tra l’altro, per Natale) si aspetta un racconto nuovo al mese, in Italiano e in Inglese, e io glielo devo—perché loro i soldi li hanno versati per davvero, mi hanno dato la loro fiducia, non posso deluderli.
Ma è anche una grossa spinta per la fiducia in se stessi—perché c’è gente là fuori che crede nel nostro lavoro abbastanza per rischiare 1, 5 o 10 dollari al mese. E perciò quando hai una giornataccia, e ti trovi a domandarti se ciò che stai facendo valga la pena, se a qualcuno importi qualcosa di ciò che scrivi, o disegni o fai, beh, con Patreon tu SAI che quelle persone ci sono, le conosci per nome, ci scambi anche qualche parola di tanto in tanto. Fa bene all’anima, e aiuta a restare focalizzati.

Come premi si possono mandare anche audiolibri, quali altri scrittori anche in lingua inglese l’hanno fatto con successo? Patreon è attrezzato per caricare file audio?

R: Sì. Patreon ha uno strumento integrato che permette di condividere file audio coi propri sostenitori, per cui è possibile caricare audiolibri, o podcast. Uno degli autori che seguo e supporto usa i file audio per condividere delle anteprime dei propri racconti con i suoi fan, brani del proprio lavoro che lei legge e commenta in audio.
Allo stesso modo, Patreon integra anche Discord—uno strumento per chattare e giocare in gruppo online—e Reddit, per cui è possibile condividere coi propri sostenitori delle discussioni su quella piattaforma.

È una comunità coesa? Ci si aiuta tra colleghi o ognuno opera per conto suo?, c’è un forum?

R: Ciascun artista ha la propria comunità di sostenitori, ma Patreon non ha uno strumento specifico per favorire la comunicazione fra creatori. Alla fine ci si conosce e ci si scambia idee e suggerimenti privatamente, e di propria iniziativa, se succede. Da quel che ho visto, esiste una sorta di filosofia che porta chi è dentro da più tempo ad aiutare chi è appena arrivato, una specie di spirito di frontiera come ai vecchi tempi di internet. In fondo è un po’ ciò che io sto facendo qui, e che altri hanno fatto per me un anno fa e più.
Ciò che Patreon fornisce è un blog che settimanalmente offre consigli su come promuovere il proprio lavoro, come dare nuove ricompense ai sostenitori, e esamina casi di successo. C’è anche una ricca biblioteca di esempi e di articoli su vari aspetti della piattaforma e del suo uso.

Nella tua esperienza i tuoi sostenitori sono un pubblico difficile, o li hai trovati ben disposti a venirti in contro nei vari momenti della tua attività? Partiamo dal presupposto che è gente che crede in quello che fai, che vuole sostenerti.

R: Potrei cominciare col dire che i miei sostenitori sono persone fantastiche—è vero, ma suonerebbe sospetto. Perciò mettiamola in questo modo: i sostenitori su Patreon sono le persone alle quali il tuo lavoro piace abbastanza da volerti versare un mensile perché tu possa continuare a farlo. Sono i “superfan”, quelli che credono in te. Sono quelli che fanno la coda col sacco a pelo davanti alla biglietteria per essere i primi ad avere il biglietto del concerto. Quelli che hanno la maglietta col tuo logo. Che preordinano il tuo libro un mese prima che esca, e che vengono a farselo autografare.
Se sono “difficili” è perché da te si aspettano il meglio—ma di fatto sono persone fantastiche, e si fidano di te. O non sarebbero su Patreon a sostenerti.

Ora sembra tutto fantastico, parlando dei lati bui, quali sono state le maggiori difficoltà? a parte trovare supporter, di cui ne abbiamo già parlato.

R: Io in un anno lati bui non ne ho trovati. È necessario imparare a organizzarsi, avere un calendario, ricordarsi di mantenere i contatti con i sostenitori, dargli ciò che si è promesso. Ma non è una cosa difficile. Può capitare di arrivare in ritardo—i supporter lo capiranno, ma dobbiamo dirglielo. Può capitare che qualcosa vada a gambe all’aria—dobbiamo dirgli anche questo. Magari potrebbero addirittura darci dei consigli utili per salvare il salvabile.
L’onestà e la chiarezza sono indispensabili—penso a Holly Lisle, un’eccellente scrittrice e insegnante di scrittura, che è sbarcata su Patreon pochi mesi or sono dicendo chiaramente che era lì perché con l’ultimo uragano sul Golfo del Messico aveva perso la casa, e avrebbe ricompensato con racconti, consigli di scrittura e sessioni di editing chiunque l’avesse aiutata a rimettersi in piedi.
E davvero, in un anno di attività, Patreon è l’unico aspetto del mio lavoro che non mi abbia dato problemi e non mi abbia causato periodiche crisi di sconforto. Anzi, aiuta a uscire dalle crisi di sconforto.

Perché secondo te da un punto di vista psicologico è così difficile per un italiano partecipare al progetto?

R: La domanda da un milione di dollari. Perché ci hanno insegnato a diffidare, probabilmente. E perché la filosofia dell’ottenere l’intrattenimento gratis è penetrata a fondo nella nostra cultura. A questo, io credo, si aggiunge una certa inerzia nell’adottare soluzioni tecnologiche: conosco persone (e non ottantenni) che non usano PayPal o la carta di credito, e che non si fidano a fare acquisti online. Figurati chiedere a costoro di inserire i propri dati e poi versare in automatico un dollaro al mese a fronte della promessa di gratitudine e di chissà che altro.

Dal punto di vista fiscale?

R: Fa tutto Patreon, che trattiene la percentuale dovuta al fisco di ciascuna nazione da cui arrivano le donazioni, e la versa in automatico.

Da un punto di vista tecnico come funziona? È l’artista che deve mandare i “premi” promessi ai vari sostenitori o fa tutto Patreon, almeno la gestione possiamo dire della fase di smistamento?

R: Di base, Patreon è come un blog. Se sai aggiornare un blog su WordPress o su Blogspot, sai anche usare Patreon. Il Creatore aggiorna periodicamente la propria pagina, programma la data di uscita dell’aggiornamento, e i contenuti vengono condivisi in automatico con i sostenitori. È possibile selezionare a quale fascia di pubblico arriveranno i contenuti. Nel mio caso, io di solito condivido contenuti pubblici (un assaggio gratis, almeno una volta al mese, anche per chi non mi sostiene), contenuti per tutti i sostenitori (i vari dietro le quinte e così via), contenuti per i membri della Five Bucks Brigade (i racconti in esclusiva, i post per concordare quando vederci, gli sconti), e i contenuti per il Terzo Livello (gli ebook gratis ecc). Patreon si premura di informare via mail tutti gli interessati quando un contenuto è disponibile per loro, e altrettanto mi comunica eventuali loro commenti o richieste o cose.
Ogni aggiornamento è dotato di tag, per cui è possibile rintracciare anche vecchi post, ed è possibile condividere testi, immagini, file audio, video e immagini, condurre sondaggi. È uno strumento semplice, a volte persino troppo spartano, ma anche molto completo.

Bene è tutto, se dopo questa tua intervista qualcuno fosse curioso o volesse sostenerti, quale è il link diretto per diventare tuo sostenitore?

R: Detto, fatto: https://www.patreon.com/davidemana

Sono giusto sul punto di caricare un nuovo aggiornamento per tutti i miei supporter…

:: Un’ intervista con Selma Dabbagh

29 gennaio 2018

Selma-DabbaghBenvenuta Selma e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Narratrice, attivista, avvocato. Chi è Selma Dabbagh? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a Giulietta e Liberi di Scrivere per l’intervista. Inizi con una grossa domanda, qui. Non ho alcun desiderio di entrare in una sorta di auto-contemplazione psicoanalitica su chi io sia, che potrebbe confondermi più di quanto non confonda i tuoi lettori, ma potrei iniziare dicendo che sono essenzialmente una scrittrice di fiction. Sono un avvocato qualificato (procuratore legale) per formazione e ho lavorato su casi che sono collegati con la Palestina, ma ho smesso di lavorare come avvocato più di un anno fa, ormai, per concentrarmi sulla scrittura. Scrivo racconti e romanzi. Al momento sto anche lavorando a un progetto cinematografico e occasionalmente scrivo pezzi di non-fiction come recensioni di arte, film e cultura palestinese per Electronic Intifada. Il mio lavoro mi fa sembrare spesso un’attivista, ma io non mi definisco attivista. L’attivismo richiede un insieme di abilità specifiche e sebbene io abbia ammirazione per gli attivisti, il mio ruolo di scrittore di narrativa letteraria è forse più sottile. Il mio obiettivo è far sì che le persone si connettano emotivamente creando mondi fittizi in un modo che consenta loro di apprendere su se stessi tanto quanto apprendono su cause o conflitti che potrebbero non essere necessariamente familiari. In termini di mie debolezze, direi che non scrivo ancora così come vorrei scrivere. Mi sento frustrata a volte dai limiti della mia immaginazione e dalla ripetizione della mia stessa voce e ci sono molti scrittori che vorrei essere, ma ogni sforzo creativo è spesso collegato a sapere quali sono i tuoi limiti e concentrarti sui tuoi punti di forza. In termini di punti di forza, direi che posso distillare le complesse situazioni politiche che fanno da sfondo ai miei romanzi e trascinare i lettori attraverso di esse raccontando una buona storia in un modo leggero, spesso umoristico. Non fornisco tutte le risposte, ma posso porre alcune domande decenti.

Raccontaci qualcosa di te, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta dappertutto. Gran parte della mia infanzia l’ho trascorsa in climi desertici (Kuwait, Arabia Saudita) dove ci si trova in casa per la maggior parte del tempo. In estate tornavamo in Inghilterra, da dove viene mia madre. Da bambina mi piacevano i treni, collezionare francobolli, fossili e fiori selvatici che ora sembrano tutti assurdamente leziosi. Da adolescente, era ancora pre-internet, quando ero adolescente in Kuwait ed ero completamente esclusa da gran parte della cultura popolare con la quale i miei contemporanei a Londra hanno familiarità, ma quell’isolamento mi ha fatto leggere molto. Mi sono ammalata gravemente di epatite all’età di 15 anni dopo un viaggio dal Kuwait a Minsk nell’ex Unione Sovietica con un corpo di ballo classico, e sono stata confinata a letto per due mesi. Dopo di ciò non ho potuto smettere di leggere. Era un’ossessione. Ho letto molto Turgenev e Zola. Ho lavorato a maglia e ho sognato di defezionare in Russia. Quando mi rimisi, andai di nuovo alle feste, ma a quel punto la polizia continuava a fare irruzioni eperquisizioni ed erano piuttosto tristi. La mia scuola in Kuwait era una scuola inglese, con studenti di 120 nazionalità diverse. Penso di essere uscita dal deserto con una prospettiva molto più internazionale di molte persone cresciute in centri cosmopoliti più noti.

Cosa significa il tuo nome?

La maggior parte delle parole arabe hanno tre consonanti che formano la loro radice. Il mio nome ha la stessa radice S-L-M di “Salam” che significa pace. Selma significa un luogo di rifugio, di sicurezza. Il mio cognome Al-Dabbagh significa conciatori (pellettieri). È una professione. Diversi secoli fa i miei antenati palestinesi vennero da Fez in Marocco (dopo essersi trasferiti dalla Spagna) e andarono in Palestina in pellegrinaggio, stabilendosi a Giaffa, dove rimasero fino al 1948 quando furono espulsi con la forza dalle forze sioniste.

Quando hai capito per la prima volta di voler essere una scrittrice?

Quando avevo otto anni. Ho scritto a una casa editrice e ho detto loro che un giorno mi avrebbero pubblicato in futuro. Non è ancora successo con quella casa editrice, che sta ancora andando forte, ma non è escluso che possa accadere un giorno.

Out of It, (Fuori da Gaza, Edizioni Il Sirente, trad. Barbara Benini) il tuo romanzo, è un lavoro immaginario che riflette comunque la vita di tutti i giorni in Palestina e poi in Inghilterra, specialmente dal punto di vista delle giovani generazioni palestinesi. La finzione aiuta a concentrarsi meglio sulla realtà?

Mi piace il modo in cui hai formulato questa domanda. Credo che la finzione possa portarci a una maggiore comprensione di noi stessi, aumentando le nostre intuizioni nelle percezioni delle altre persone facendoci vivere attraverso la visione dei nostri personaggi, divenendo più auto-coscenti di noi stessi ed empatici degli altri. Le nostre realtà diventano più profonde e multi-dimensionali. Con Out of It e la mia scrittura, direi sicuramente che non spiega tutto, ma che fornisce una introduzione ad una situazione che molti potrebbero percepire come complessa o estranea. Coinvolgendo emotivamente i lettori è possibile vedere le situazioni da una varietà di angolazioni.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Amo quasi tutto della scrittura. Se dipendesse da me, sarebbe l’unico lavoro che vorrei fare. Direi che i dubbi su me stessa sono stati la cosa più difficile da superare con il mio primo libro.

La questione palestinese è una una questione di diritto internazionale, politica, sociale molto complessa da risolvere. Pensi che sia possibile una soluzione pacifica? Le giovani generazioni israeliane e palestinesi credono che esista una possibilità per una soluzione pacifica reale? Cosa rallenta questa soluzione pacifica? Secondo te.

(Risponderò a queste due domande insieme)

Quasi tutto è possibile se lo desideri abbastanza. La maggior parte dei palestinesi non vuole altro che crescere la propria famiglia in pace, ma la loro situazione è stata deliberatamente resa insopportabile. Nel 2015 i rapporti delle Nazioni Unite hanno avvertito che entro il 2020 Gaza potrebbe essere “inabitabile” a causa del blocco illegale israeliano e degli attacchi militari alle persone e alle loro infrastrutture.
Sono sicura che molti giovani israeliani apprezzerebbero anche la pace per le generazioni future, ma non sono convinta che il loro governo lo condivida. La loro economia è strettamente legata agli sviluppi militari, come la tecnologia dei droni, e vi è un interesse nazionale ad essere in uno stato di guerra costante. Gli israeliani avrebbero bisogno di subire una rivoluzione in prospettiva per frenare l’attuale razzismo e la belligeranza che il loro governo incoraggia.
I palestinesi, da parte loro, avrebbero bisogno di assicurarsi una migliore leadership e mobilitazione. È deprimente come molte iniziative sui processi di pace sembrino essere diventate parte di un settore che siauto-alimenta bruciando milioni di dollari e cambiando molto poco. Entro il 2014, Israele ha distrutto quasi 50 milioni di dollari di progetti finanziati dall’UE in Palestina, ma pochi governi europei presnderebbero inc onsiderazione anche solo l’idea di rispondere imponendo sanzioni ad Israele. È molto importante continuare a fare pressione sui governi per garantire la responsabilità e l’applicazione del diritto internazionale.

La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, che cosa porterà per voi?

Tutto ciò che il presidente Donald Trump fa o dice mi fa rabbrividire. È molto difficile non avere una reazione puramente istintiva di disgusto. È provocatorio e spericolato all’estremo. Come gran parte del mondo liberale e di sinistra, sono non poco sbalordita dal fenomeno Donald Trump, ma deve essere trattato come un campanello d’allarme piuttosto che un motivo per rinunciare, per quanto allettante possa essere.
È necessario insistere su standard internazionali. Gerusalemme est fu annessa illegalmente da Israele durante la guerra del 1967. Ha una popolazione palestinese significativa che subisce ancora una pulizia ertnica dalla città sulla base delle origini etniche e della nazionalità. I territori occupati vengono requisiti e le case demolite contrariamente alle disposizioni della IV Convenzione di Ginevra. Il governo israeliano ha ricevuto ilvia libera per continuare con queste politiche razziste dalle azioni di Trump. L’effetto di queste azioni sulla credibilità degli Stati Uniti come “mediatore onesto” nei negoziati di pace in Medio Oriente è ovvio.
Va ricordato che Gerusalemme non è importante solo per i palestinesi, ma anche per tutti i musulmani (e cristiani) a livello globale. È il secondo luogo di pellegrinaggio più importante dopo la Mecca. Le ramificazioni della decisione illegale e irresponsabile di Trump sono enormi. In un momento in cui le Nazioni Unite sono più che mai necessarie, è spregevole che gli Stati Uniti abbiano appena tagliato 285 milioni di dollari in fondi dal bilancio delle Nazioni Unite perché non hanno ottenuto il sostegno che voleva per il voto di Gerusalemme.

Nel tuo romanzo i lettori sentono che i personaggi esprimono un grande bisogno di normalità. Aspirano ad essere persone normali alle prese con le cose di tutti i giorni: con lo studio, il lavoro, l’amore, anche se la storia sembra averli appesantiti con pesi difficilmente sostenibili. Senti anche questo bisogno di normalità nelle nuove generazioni?

La maggior parte delle persone in tutto il mondo, non importa da dove vengono, vogliono dalla vita solo l’essenziale. Lo psicologo americano Abraham Maslow ha definito una gerarchia di bisogni, partendo dai bisogni fisiologici di base (cibo, acqua, calore, riposo) e passando alle questioni di sicurezza prima di passare ai bisogni psicologici per gli altri e alla propria autostima. Questi due livelli inferiori possono apparire così elementari nei paesi ricchi in pace, che desiderarli può sembrare pedestre. Il desiderio di questi aspetti della normalità diventa molto più intenso quando vengono costantemente negati in modi diversi; dove la disoccupazione è alta e la scarsità di cibo è reale, non puoi spostarti da una città all’altra a causa di posti di blocco e muri “di sicurezza”, vai a dormire la notte senza sapere se la tua casa sarà demolita al mattino, tu non puoi completare la tua educazione perché la tua università viene costantemente chiusa, o bombardata, i tuoi genitori non possono ricevere cure mediche perché non è permesso attraversare il confine, o non puoi ottenere un permesso per andare nella città dove c’è l’ospedale, i droni guardano ogni tua mossa, i bombardamenti aerei sono frequenti, dove l’acqua è contaminata, la tua fornitura di elettricità poco frequente, i tuoi amici vengono reclutati per combattere, la scuola o l’ospedale dei tuoi figli potrebbero essere attaccati. In queste circostanze, per la maggior parte delle persone, l’idea di un lavoro sicuro a casa e in famiglia è quasi il paradiso al quale puoi sognare di aspirare.

Quanto è durato il processo di scrittura di Out of it?

Le prime note che ho trovato sull’idea dell romanzo risalgono all’incirca al 2002. Poi ho smesso per molto tempo prima di iniziare a scrivere. La maggior parte è stata scritta nel 2007, ma non è stata pubblicata fino al 2011. È stato un lungo viaggio.

Usi mai qualcuna delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Sì, ma non nella loro interezza. Le traspongo spesso su altri personaggi o le distorco in qualche modo. Inoltre, come in ogni forma di creazione artistica, puoi spesso cercare di rappresentare un’emozione o una scena esatta, ma in realtà produrre un’impressione distorta di essa, in un modo che produce una verità diversa.

Come immagini il tuo futuro adesso?

Come si immaginano il loro futuro le persone? Sto cercando di non sentirmi disperata per l’atmosfera politica assolutamente negativa. A parte la politica palestinese, a Londra c’è un senso di sconforto e disperazione, da dopo il referendum sulla Brexit, che è palpabile; i londinesi hanno votato in modo schiacciante per rimanere nell’UE. A livello personale, i miei figli crescono velocemente e la situazione a casa cambia di anno in anno in modo significativo. Spero di continuare a essere in grado di scrivere, di trovare pubblico, di godere di quello che faccio, ma chissà cosa porterà il futuro. Forse sarò pubblicata da quella casa editrice alla quale ho scritto quando avevo otto anni…

Grazie per la tua gentilezza e disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri? C’è un nuovo romanzo in lavorazione?

Sì. È completamente diverso e quasi finito. Mi è appena stato commissionato di scrivere un breve racconto futuristico ambientato in Palestina / Israele nel 2048 a cui sto lavorando, insieme a un grande progetto cinematografico, di cui sono entusiasta. Amo il cinema come medium, lavorare in una squadra e il processo di scrivere una sceneggiatura.

[Ringraziamo per la traduzione Davide Mana]

:: Commodore 64 Nostalgic edition Edizione illustrata di Bitmap Books (Mondadori 2017) a cura di Davide Mana

24 gennaio 2018
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C.S. Lewis utilizzava l’espressione sehnsucht (in italiano struggimento) per indicare la nostalgia di qualcosa che di fatto non si è mai conosciuto.

Quel qualcosa di innominabile, il cui desiderio ci trafigge come uno stocco all’odore del falò, il suono delle anatre selvatiche che volano sopra di noi, il titolo di The Well at the World’s End, le prime righe di “Kubla Khan”, le ragnatele del mattino nella tarda estate, o il rumore delle onde che si infrangono.

[C.S. Lewis, postfazione a The Pilgrim’s Progress]

Complice la rete, una intera generazione sta attraversando una crisi di mezza età , in balia di ricordi e passioni che non le appartengono. Sono i nati dei primi anni “80 (una decade che, ricordiamolo, comincia nel 1978), che all’ approssimarsi inesorabile della quarantina rimpiangono le belle partite con la Scatola Rossa di Dungeons & Dragons, i cartoni animati dell’ Uomo Tigre, IT di Stephen King, le puntate di Fantaghirò e il Commodore 64.
Tutte cose delle quali hanno avuto un’ esperienza per procura – un nato nel 1978 aveva tre anni quando il Commodore 64 venne commercializzato, sette anni quando uscì la Scatola Rossa di D&D in italiano, forse nove quando uscì IT. Davvero la mamma gli permise di leggere IT a nove anni?
E’ sehnsucht, e potremmo dire che dove c’è¨ sehnsucht c’è¨ un mercato da sfruttare. La nostalgia, anche quella per procura, vende.
E sulla copertina del massiccio volume dedicato al Commodore 64 appena uscito per i tipi di Oscar Mondadori c’è scritto sotto al titolo, dove uno si aspetterebbe il nome dell’ autore: Nostalgic Edition.
E’ così deliziosamente postmoderno, non trovate?
Il volume ̬ un colossale monumento alla nostalgia Рquasi cinquecento pagine su carta patinata, dominate da riproduzioni a colori della grossolana pixel art dei vecchi giochi a 8 bit per il Commodore.
Possiamo così rivedere videate di Manic Mansion, Apollo 18: Mission to the Moon, Up & Down, Shinobi, Cauldron e decine di altri giochi dei quali francamente non ci ricordavamo. Più di 200 giochi, ci dice il bollino sulla copertina.
E poi le pubblicità , le copertine di “Commodore Magazine” e, quasi a malincuore, alcune interviste agli sviluppatori e ai game designer, articoli sui demo, sui giochi progettati e mai usciti e per chiudere una postfazione di J-Ax, che ne approfitta per ricordarci che lui sul valore totemico del C64 ci ha fatto anche un disco.
Il prodotto nel suo complesso è un libro tanto bello a vedersi (se vi piace la pixel art) quanto futile. Costa 38 euro, non esattamente noccioline, coi tempi che corrono, ma farà  certamente la felicità  del vostro amico o parente nerd che sta attraversando la sua crisi di mezza età  generazionale e si strugge.
Il volume, coi suoi colori e le sue pagine patinate ammorbidirà  la sua sehnsucht.
Poi una puntata di Fantaghirò su Netflix, e una bella serata a giocare La Rocca sulle Terre di Confine.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia Anna dell’ Ufficio Stampa Mondadori.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: 3000 chicchi di riso di Alberto Girotto (Compagnia Editoriale Aliberti 2017) a cura di Davide Mana

23 novembre 2017

3000 chicchi di risoMolti rimangono sorpresi nello scoprire che l’Italia è il maggior produttore di riso in Europa, e uno dei maggiori nel mondo, al punto che il nostro riso viene esportato in Estremo Oriente, ed apprezzato per la sua qualità .
In “3000 Chicchi di Riso” Alberto Girotto non ci offre solo una collezione di ricette, ma una vera e propria esplorazione del riso, alimento fondamentale per miliardi di persone, fondamento diculture e non solo di tradizioni culinarie.
In fondo è questa la differenza sostanziale fra un libro di cucina e un ricettario – quest’ultimo è una lista di formule, mentre il primo non ci parla solo di calorie e porzioni, tempi di cottura e condimenti, ma va oltre, e ci offre lo spaccato di una o più culture. Ci insegnanon solo a cucinare, ma anche ad apprezzare ciò che sta dietro a quello che mettiamo in padella.
Il libro di Girotto è suddiviso per capitoli, ciascuno dedicato ad un’area geografica, e corredato di una nota introduttiva storica e culturale. Alle ricette si alternano note sulle varietà  di riso disponibili sul mercato, sul loro uso e sulle loro caratteristice peculiari.
Scopriamo intanto la storia degli spaghetti di riso e altre curiosità .
Dall’Estremo Oriente (che fa comprensibilmente la parte del leone) si passa all’Asia Centrale e al Medio Oriente, all’Europa, alle Americhe, all’Africa e infine all’Oceania.
Ogni ricetta è accuratamente descritta e accompagnata da una fotografia particolarmente attraente.
“3000 Chicchi di Riso” (il titolo si riferisce alla quantità  che quasi ovunque nel mondo costituisce una porzione di riso, circa 95 grammi) è un volume intelligente, che interesserà  sia chi è alla ricerca di qualcosa di nuovo da mettere in pentola, ma anche chi è semplicemente interessato a scoprire quanto sia versatile il riso, e quanta varietà  storica e culturale questo semplice ingrediente esprima in tutto il mondo.

ricettaAlberto Girotto è nato a Biella. Viaggiatore del mondo per promuovere commerci, è da sempre un buongustaio goloso e curioso, oltre che appassionato di storia, etnologia, gastronomia e soprattutto di riso. In questo campo ha collezionato oltre 4.200 ricette con il riso di più di 170 Paesi del mondo. Ha un blog in quattro lingue, 3000 chicchi di riso, che presenta curiosità sul riso, ricette, notizie storiche e etnografiche dei paesi produttori di riso e viaggi.

Source: pdf inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Compagnia Editoriale Aliberti”.

:: Spaghetti Fantasy: zappe & sganassoni a Stranimondi 2017

13 ottobre 2017

zappa e spadaA Stranimondi verrà presentata domani alle 15, 30 l’antologia a cura di Mauro Longo, in questo momento in viaggio da Tenerife per Milano, Zappa & spada – Spaghetti fantasy. Con Lorenzo Fantoni, Luca Mazza, Michele LaughingFist Gonnella, Jari Lanzoni, Federica Leonardi, Mala Spina, Davide Mana, Mauro Longo, Nerdheim, Diegozilla.

Tutto su Zappa e Spada nel Blog di Mauro Longo: www.CaponataMeccanica.com

Se volete dare un’ occhiata al libro: sito dell’ editore.

Ho fatto qualche domanda ad alcuni della simpatica marmaglia. Ecco le risposte di Davide Mana, Mala Spina e Mauro Longo. (Posto in ordine di arrivo).

Davide Mana

Ciao Davide. Allora inizio col farti una domanda facile facile: come se la passa il  fantastico in Italia?

Credo che il fantastico in Italia si trovi in un momento di svolta: cresce l’interesse, cresce l’offerta. Mai come oggi ci sono state tante diverse esperienze, e tante voci diverse.
Come sempre, le opportunità sono accompagnate da rischi – primo fra tutti quello di un divorzio fra stimolo intellettuale e intrattenimento, i due elementi che da sempre caratterizzano la buona letteratura d’immaginazione. Spesso pare che il mercato si stia polarizzando in due schieramenti, uno che si vergogna disperatamente di divertirsi e uno che aborre qualunque cosa abbia la parvenza di un’idea seria.
Perché il fantastico nel nostro paese prosperi sarà necessario tenere uniti la mente e il cuore del genere. E sfuggire alla facile tentazione di ingozzare il pubblico con “la solita roba”.
E noi ci si prova.
Come dicevano i cinesi, viviamo in tempi interessanti.

Parlaci del tuo racconto Spaghetti Fantasy italico. Come si intitola?

La mia storia si intitola “Tre Diavoli in Fausto” ed è una storia di teatranti sgangherati alle prese con qualcosa di più grande di loro. L’idea è spudoratamente rubata a un saggio del 1630, scritto da un puritano inglese, sui mali che il teatro diffonde fra la brava gente. In un ardito esperimento, mi picco anche di essere stato il primo al mondo a incrociare la Pistola di Chekhov con il Gatto di Schrodinger, presentando nella mia storia il Gatto di Chekhov. Il mio amico Mauro Longo mi ha garantito che un giorno scriverà  una storia in cui compaia la Pistola di Schrodinger.
Spero che il pubblico si divertirà  a leggere il mio racconto quanto io mi sono divertito a scriverlo.
O come diceva quel tale, ho sofferto per la mia arte, ora tocca a voi.

Lo Spaghetti Fantasy avrà  lo stesso successo anche all’estero dello Spaghetti Western?

Chi può dirlo? Certo sarebbe bello, e noi nei nostri sogni più selvaggi proviamo anche a sperarci un po’. In effetti, lo spaghetti western venne capito e apprezzato di più all’estero che non in Italia, per cui chissà, potrebbe capitare anche a noi.
Ma in realtà  credo che nessuna delle storie in Zappa & Spada sia stata scritta col desiderio di trasformare il genere, o di fare qualche strana rivoluzione: volevamo semplicemente raccontare delle buone storie, quella era la direttiva principale.
Ma se non altro, si tratta di qualcosa di diverso dal solito, e il pubblico del fantastico dovrebbe apprezzare la novità. O no?

Mauro Longo

Sei il curatore dell’antologia Zappa e spada. Come è nato il progetto?

Ciao Giulietta, l’idea nasce da un brainstorming durato settimane tra me, Davide Mana e Samuel Marolla. Samuel cercava qualche buon progetto per realizzare un’antologia di racconti a tema, come le altre – splendide – della casa editrice che dirige, Acheron Books. A poco a poco è venuta fuori questa trovata… dopotutto siamo tutti e tre appassionati di fantasy, di buona fantasia eroica e di fantastico declinato “all’italiana”. Mettere assieme Brancaleone e Kata Kumbas, Attila Flagello di Dio e l’Orlando Furioso, Il Mestiere delle Armi e il Cuntu de li cunti è forse un azzardo, ma noi pensiamo che possa funzionare.

Sei ottimista o pessimista sul futuro del fantasy in Italia?

Per mia inclinazione personale sono un ottimista e una persona assertiva. Il fantasy è un genere immortale, abbiamo bei titoli, bravi autori, case editrici che si danno da fare e una messe (piccola? grande?) di lettori. Se si trovano le formule giuste e non si cede alle flagellazioni, al culto dell’ “età dell’oro che non tornerà più” e al “maiunagioia”, si può realizzare di tutto.

Perché non c’è un tuo racconto nell’antologia?

Mi piace scrivere racconti e adoro il fantasy. Mi sarebbe piaciuto molto essere nell’antologia e avevo anche già preparato un racconto adeguato, ma poi, riflettendoci meglio, ho pensato di ritagliarmi solamente il ruolo di curatore e coordinatore. In questo modo ho lasciato più spazio nella raccolta per i concorrenti del concorso legato all’antologia e per gli autori che abbiamo contattato a parte. Magari in futuro, nell’edizione deluxe del venticinquennale, inseriremo il mio racconto nella raccolta e finalmente tutti potrete leggerlo! Ci vediamo tra venticinque anni.

Mala Spina

Tu e Federica siete le uniche donne della combriccola di autori Zappa E Spada. Portate una voce femminile al genere. Dicci di più.

A dire la verità, non so se ho aggiunto alcunché di femminile con il mio racconto. Francamente ne dubito perché ho contribuito con una storia che vira sulla commedia grottesca, alla maniera de “L’armata Brancaleone”.

Come è nato il tuo racconto? Come si intitola?

“L’oro dell’Uomo nero” è nato da un’idea piuttosto semplice: Gaglioffi contro Mostri. Così sono venuti fuori i tre membri della banda scalcagnata che si appresta a fare il colpo della vita e rubare alcuni crocifissi benedetti d’oro massiccio. Secco, il protagonista, non è spuntato fuori subito e all’inizio avrebbe dovuto essere una spalla, poi però mi ci sentivo così bene nei suoi panni che l’ho promosso a “conduttore”. Quando ha preso in mano le redini della storia, tutto è filato liscio e ha mantenuto il suo tono burlesco fino alla fine.

Pensi che i lettori apprezzeranno questo tentativo di coniugare lo spaghetti western (di cui è chiaro omaggio) al fantasy?

E chi lo sa? Per certe previsioni ci vorrebbe la sfera di cristallo. Spero che i lettori siano incuriositi da questa strana commistione di generi e vogliano scoprire un fantasy un po’ diverso, non tanto per l’ambientazione italiana ma per il tipo di storie marrane di Zappa e Spada.

:: Una candela nelle tenebre – Tutti i perché della scienza – Curiosità e misteri del mondo intorno a noi di Jay Ingram (Edizioni Dedalo 2017) a cura di Davide Mana

11 ottobre 2017

tutti i perchéSi discute spesso – o forse si discuteva spesso – di analfabetismo scientifico, un problema grave in un paese che legge poco come il nostro, e nel quale la cultura scientifica è stata troppo a lungo considerata “di serie B”.

Inutile qui andare a a cercare le radici del problema – meglio, molto meglio concentrarsi sulle possibili soluzioni. E la principale risposta all’analfabetismo scientifico è la divulgazione.

Ed è sorprendente come anche la divulgazione scientifica venga spesso guardata con una certa aria di superiorità  – non è “vera letteratura”, non è “vera scienza”, o così per lo meno dicono quelli che la sanno lunga.
Si tratta di sciocchezze.

E se la qualità  letteraria della divulgazione può essere discutibile – e tuttavia, Carl Sagan o Stephen Jay Gould furono grandi scrittori, e non solo grandi divulgatori – di sicuro la qualità dei contenuti, per la divulgazione, è l’elemento chiave.
Qualità di contenuti e felicità di presentazione caratterizzano l’ingannevolmente “facile” “Tutti i perché della scienza“, di Jay Ingram, pubblicato da Dedalo nella traduzione di Federica Lapenna.

Ingram, scrittore e giornalista con una bella infilata di titoli accademici (è microbiologo), è uno dei redattori di Discovery Channel Canada, e applica al suo saggio del 2016 lo stile di comunicazione tipico del giornalismo scientifico televisivo: i capitoli del libro sono brevi, chiari, e ricchi di informazioni, di spunti, di idee. Le illustrazioni, solo apparentemente “ingenue” completano e arricchiscono l’esposizione.
Sezioni differenti del volume vengono dedicate al mondo animale, al corpo umano, al cosmo.

In ciascuna sezione, i singoli capitoli si concentrano su domande apparentemente banali – è davvero il cane il miglior amico dell’uomo? Perché ci mettiamo a piangere quando tagliamo le cipolle? Che fine hanno fatto gli uomini di Neanderthal? Perché quando è bassa sull’orizzonte la luna sembra più grande?

Ma la vera meraviglia del saggio di Ingram risiede nella capacità  di risultare interessante -e accessibile – ad uno spettro molto ampio di età . Si tratta certamente del libro da regalare a un ragazzo o una ragazza che frequentino le medie, ma è comunque divertente e ricco di sorprese anche per un lettore adulto e curioso.
In questo, Ingram riesce ad andare oltre la dicotomia fra “divulgazione per ragazzi” e “divulgazione per adulti”, presentando un libro adatto a qualsiasi tipo di lettore.

La divulgazione scientifica deve per sua natura soddisfare due necessità: da una parte deve trasmettere informazioni e concetti, che possano andare ad arricchire la cultura del lettore, ma dall’altra deve stimolare la curiosità  del lettore, spingerlo a cercare ancora, a voler sapere di più.
In questo, “Tutti i perchè della scienza” funziona perfettamente, ed è un testo vivamente consigliato, per giovani e meno giovani.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia Micaela Ranieri dell’ Ufficio stampa.

:: Blogtour – L’ assassino, La vendetta, di Robin Hobb (Sperling & Kupfer, 2016) – ultima tappa

14 dicembre 2016

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Eccoci arrivati alla quinta e ultima tappa del Blogtour dedicato al romanzo di Robin Hobb, L’assassino, la vendetta, edito in Italia da sperling & Kupfer. Dopo le tappe dedicate a gli Estratti, gli Eroi, le Cover, e la Recensione, noi ci occuperemo dei luoghi e dell’ambientazione. Lascio dunque la parola a Davide Mana.

֎ I luoghi ֎

ghUno degli elementi narrativi che hanno reso Robin Hobb giustamente famosa è certamente l’abilità mostrata dall’autrice nel costruire mondi immaginari coerenti e funzionanti.
Se è indubbio che le trame e le vicende dei protagonisti della serie dei Liveship Traders hanno coinvolto milioni di lettori, è anche vero che ciò che ha catturato prima di tutto i fan dell’autrice è la profondità  del mondo incui si svolge l’azione.
L’aggettivo “immersivo” è stato spesso utlizzato per descrivere lo stile di scrittura della Hobb, e non a caso.
Il termine worldbuilding è spesso abusato, e viene talvolta utilizzato solo nel suo significato più strettamente letterale: la costruzione del mondo, con la sua mappa, la sua geografia e la sua toponomastica ben definite.
Il worldbuilding comporta in realtà  la costruzione di un mondo coerente, spesso implicito, nel quale non necessariamente l’autore ci descrive un luogo, ma ne suggerisce l’esistenza attraverso le azioni e i dialoghi, le decisioni e le convinzioni dei personaggi. Lo scopo ultimo del worldbuilding non è fornire una mappa al lettore, ma fornire un tessuto coerente che renda plausibili e motivate le vicende dei protagonisti.
In questo senso, Robin Hobb è abilissima nell'”ingannare” il lettore, mostrandogli sempre il mondo nel quale si svolge l’azione attraverso gli occhi dei suoi personaggi.
Il mondo degli Elderlings, che l’autrice ha esplorato attraverso cinque serie di romanzi (Farseer – Liveship Traders – Tawny Man – Rain Wild – Fitz and the Fool) oltre ad una serie di storie e romanzi a se stanti, prende quindi vita in maniera soggettiva e impressionista. Questa tecnica risulta particolarmente efficace ed economica da un punto di vista narrativo, coinvolge il lettore e gli offre un mondo vivo, mutevole e variegato. E naturalmente, un mondo ampio, vista la quantità  di volumi che ne hanno esplorato diverse aree, diversi periodi.
Alla base di tutto, per stessa ammissione dell’autrice, c’è una ricerca di un realismo e di una coerenza che, ad un osservatore ingenuo, potrebberoparere fuori luogo in una storia d’immaginazione. E tuttavia, è proprio nella ricerca di plausibilità  e di credibilità  che si fondano il successo e la credibilità  dei mondi di Robin Hobb.
Come l’autrice stessa ha osservato in una intervista nel 2012:

Il mondo funziona? Questo è il mio criterio. Se sto leggendo e c’è un mondo senza un’economia visibile, senza governo, religione o cultura, tendo semplicemente a metterlo da parte. Anche le ovvie contraddizioni tendono a frustrarmi (Un povero contadino in un piccolo villaggio di montagna, nel cuore della foresta, esce per mietere il suo campo di grano. Cosa? Dove?) Allo stesso modo, l’ignoranza scrittoria di certi semplici “fatti della vita”. Imparare a maneggiare una spada in due giorni è come imparare la trigonometria in mezz’ora.

Il segreto, quindi, consiste nel costruire mondi che “funzionano”, popolati di personaggi che sono parte integrante di questi mondi e che ce ne offrono una visione soggettiva e non invasiva, coinvolgendo il lettore con le loro azioni e le loro scelte, non con lunghi paragrafi espositivi.
Il genere di tecnica che pochi hanno sviluppato, ma che nellemani di Robin Hobb funziona tanto bene da sembrare semplice.

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֎ La trama ֎

C’è stato un tempo in cui FitzChevalier e il Matto erano in grado di cambiare il mondo con le loro imprese e garantire la stabilità del Regno dei Lungavista. Quel tempo è finito da un pezzo. Da quando i due amici inseparabili hanno preso strade opposte e Fitz, lasciatosi alle spalle un passato da assassino, si è trasformato in un gentiluomo di campagna, un marito devoto e un padre amorevole. Un uomo che aveva giurato di non uccidere mai più. Finché, dopo anni di silenzio, il Matto ricompare nel Regno dei Sei Ducati. Ferito, sfigurato, irriconoscibile. È riuscito a sfuggire ai suoi aguzzini e ad affrontare un viaggio pieno di difficoltà e pericoli pur di raggiungere il suo amico di sempre e chiedergli un’unica cosa: vendetta. Tornare a uccidere per lui. Distratto dalle condizioni precarie del Matto, che richiedono le sue cure, e coinvolto suo malgrado negli intrighi di corte, Fitz abbassa la guardia. Ed è così, in un solo, orribile istante, che il suo piccolo mondo di pace è sconvolto per sempre: sua figlia, la sua amatissima bambina, viene rapita da predoni misteriosi che vogliono usarla come un’arma in loro pugno. Ma anche FitzChevalier ha qualche arma segreta da sfoderare. Un’antica magia scorre ancora nelle sue vene. E per quanto la sua destrezza di assassino possa essersi appannata negli anni, ci sono abilità che, una volta imparate, non si dimenticano tanto facilmente. Ora, amici e nemici stanno per scoprire che non c’è niente di più pericoloso di un uomo che non ha più nulla da perdere.

֎ L’autrice ֎

Robin Hobb (pseudonimo di Margaret Astrid Lindholm Ogden) è nata in California nel 1952 ma è cresciuta in Alaska, dove ha imparato ad allevare un cucciolo di lupo, scuoiare un alce e sopravvivere nelle terre estreme: abilità che le sono tornate molto utili quando ha sposato un uomo che dedicava metà dell’anno alla pesca al salmone. Mentre cresceva quattro figli, mandava avanti una piccola fattoria e distribuiva la posta nella sua remota comunità, Hobb ha iniziato a scrivere racconti e romanzi che hanno fatto di lei un’autrice tradotta in tutto il mondo. Ora vive a Tacoma, nello Stato di Washington.
Insieme a George R.R. Martin, è una delle firme più amate del fantasy contemporaneo e ha vinto i premi più importanti riservati a questo genere: l’Hugo Award, il Locus Award, il Nebula Award, il British Fantasy Society Best Novel Award e il Dutch Elf Fantasy Award. I suoi romanzi, bestseller da milioni di copie, compaiono regolarmente nelle classifiche dei libri più venduti negli USA, in Gran Bretagna, Francia e Germania.
www.robinhobb.com

֎ Le tappe ֎

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֎ Il giveaway  ֎

Per tutti i partecipanti la Sperlig & Kupfer mette in palio ben due libri cartacei della Hobb, una copia della nuova versione de Il ritorno e del nuovo La vendetta, vi saranno quindi ben due vincitori. Per partecipare è facile:

– Commentare almeno un post nel preblogtour, uno nell’intervista e uno nel blogtour.
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