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:: Una candela nelle tenebre – Tutti i perché della scienza – Curiosità e misteri del mondo intorno a noi di Jay Ingram (Edizioni Dedalo 2017) a cura di Davide Mana

11 ottobre 2017

tutti i perchéSi discute spesso – o forse si discuteva spesso – di analfabetismo scientifico, un problema grave in un paese che legge poco come il nostro, e nel quale la cultura scientifica è stata troppo a lungo considerata “di serie B”.

Inutile qui andare a a cercare le radici del problema – meglio, molto meglio concentrarsi sulle possibili soluzioni. E la principale risposta all’analfabetismo scientifico è la divulgazione.

Ed è sorprendente come anche la divulgazione scientifica venga spesso guardata con una certa aria di superiorità  – non è “vera letteratura”, non è “vera scienza”, o così per lo meno dicono quelli che la sanno lunga.
Si tratta di sciocchezze.

E se la qualità  letteraria della divulgazione può essere discutibile – e tuttavia, Carl Sagan o Stephen Jay Gould furono grandi scrittori, e non solo grandi divulgatori – di sicuro la qualità dei contenuti, per la divulgazione, è l’elemento chiave.
Qualità di contenuti e felicità di presentazione caratterizzano l’ingannevolmente “facile” “Tutti i perché della scienza“, di Jay Ingram, pubblicato da Dedalo nella traduzione di Federica Lapenna.

Ingram, scrittore e giornalista con una bella infilata di titoli accademici (è microbiologo), è uno dei redattori di Discovery Channel Canada, e applica al suo saggio del 2016 lo stile di comunicazione tipico del giornalismo scientifico televisivo: i capitoli del libro sono brevi, chiari, e ricchi di informazioni, di spunti, di idee. Le illustrazioni, solo apparentemente “ingenue” completano e arricchiscono l’esposizione.
Sezioni differenti del volume vengono dedicate al mondo animale, al corpo umano, al cosmo.

In ciascuna sezione, i singoli capitoli si concentrano su domande apparentemente banali – è davvero il cane il miglior amico dell’uomo? Perché ci mettiamo a piangere quando tagliamo le cipolle? Che fine hanno fatto gli uomini di Neanderthal? Perché quando è bassa sull’orizzonte la luna sembra più grande?

Ma la vera meraviglia del saggio di Ingram risiede nella capacità  di risultare interessante -e accessibile – ad uno spettro molto ampio di età . Si tratta certamente del libro da regalare a un ragazzo o una ragazza che frequentino le medie, ma è comunque divertente e ricco di sorprese anche per un lettore adulto e curioso.
In questo, Ingram riesce ad andare oltre la dicotomia fra “divulgazione per ragazzi” e “divulgazione per adulti”, presentando un libro adatto a qualsiasi tipo di lettore.

La divulgazione scientifica deve per sua natura soddisfare due necessità: da una parte deve trasmettere informazioni e concetti, che possano andare ad arricchire la cultura del lettore, ma dall’altra deve stimolare la curiosità  del lettore, spingerlo a cercare ancora, a voler sapere di più.
In questo, “Tutti i perchè della scienza” funziona perfettamente, ed è un testo vivamente consigliato, per giovani e meno giovani.

Source: inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia Micaela Ranieri dell’ Ufficio stampa.

:: Blogtour – L’ assassino, La vendetta, di Robin Hobb (Sperling & Kupfer, 2016) – ultima tappa

14 dicembre 2016

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Eccoci arrivati alla quinta e ultima tappa del Blogtour dedicato al romanzo di Robin Hobb, L’assassino, la vendetta, edito in Italia da sperling & Kupfer. Dopo le tappe dedicate a gli Estratti, gli Eroi, le Cover, e la Recensione, noi ci occuperemo dei luoghi e dell’ambientazione. Lascio dunque la parola a Davide Mana.

֎ I luoghi ֎

ghUno degli elementi narrativi che hanno reso Robin Hobb giustamente famosa è certamente l’abilità mostrata dall’autrice nel costruire mondi immaginari coerenti e funzionanti.
Se è indubbio che le trame e le vicende dei protagonisti della serie dei Liveship Traders hanno coinvolto milioni di lettori, è anche vero che ciò che ha catturato prima di tutto i fan dell’autrice è la profondità  del mondo incui si svolge l’azione.
L’aggettivo “immersivo” è stato spesso utlizzato per descrivere lo stile di scrittura della Hobb, e non a caso.
Il termine worldbuilding è spesso abusato, e viene talvolta utilizzato solo nel suo significato più strettamente letterale: la costruzione del mondo, con la sua mappa, la sua geografia e la sua toponomastica ben definite.
Il worldbuilding comporta in realtà  la costruzione di un mondo coerente, spesso implicito, nel quale non necessariamente l’autore ci descrive un luogo, ma ne suggerisce l’esistenza attraverso le azioni e i dialoghi, le decisioni e le convinzioni dei personaggi. Lo scopo ultimo del worldbuilding non è fornire una mappa al lettore, ma fornire un tessuto coerente che renda plausibili e motivate le vicende dei protagonisti.
In questo senso, Robin Hobb è abilissima nell'”ingannare” il lettore, mostrandogli sempre il mondo nel quale si svolge l’azione attraverso gli occhi dei suoi personaggi.
Il mondo degli Elderlings, che l’autrice ha esplorato attraverso cinque serie di romanzi (Farseer – Liveship Traders – Tawny Man – Rain Wild – Fitz and the Fool) oltre ad una serie di storie e romanzi a se stanti, prende quindi vita in maniera soggettiva e impressionista. Questa tecnica risulta particolarmente efficace ed economica da un punto di vista narrativo, coinvolge il lettore e gli offre un mondo vivo, mutevole e variegato. E naturalmente, un mondo ampio, vista la quantità  di volumi che ne hanno esplorato diverse aree, diversi periodi.
Alla base di tutto, per stessa ammissione dell’autrice, c’è una ricerca di un realismo e di una coerenza che, ad un osservatore ingenuo, potrebberoparere fuori luogo in una storia d’immaginazione. E tuttavia, è proprio nella ricerca di plausibilità  e di credibilità  che si fondano il successo e la credibilità  dei mondi di Robin Hobb.
Come l’autrice stessa ha osservato in una intervista nel 2012:

Il mondo funziona? Questo è il mio criterio. Se sto leggendo e c’è un mondo senza un’economia visibile, senza governo, religione o cultura, tendo semplicemente a metterlo da parte. Anche le ovvie contraddizioni tendono a frustrarmi (Un povero contadino in un piccolo villaggio di montagna, nel cuore della foresta, esce per mietere il suo campo di grano. Cosa? Dove?) Allo stesso modo, l’ignoranza scrittoria di certi semplici “fatti della vita”. Imparare a maneggiare una spada in due giorni è come imparare la trigonometria in mezz’ora.

Il segreto, quindi, consiste nel costruire mondi che “funzionano”, popolati di personaggi che sono parte integrante di questi mondi e che ce ne offrono una visione soggettiva e non invasiva, coinvolgendo il lettore con le loro azioni e le loro scelte, non con lunghi paragrafi espositivi.
Il genere di tecnica che pochi hanno sviluppato, ma che nellemani di Robin Hobb funziona tanto bene da sembrare semplice.

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֎ La trama ֎

C’è stato un tempo in cui FitzChevalier e il Matto erano in grado di cambiare il mondo con le loro imprese e garantire la stabilità del Regno dei Lungavista. Quel tempo è finito da un pezzo. Da quando i due amici inseparabili hanno preso strade opposte e Fitz, lasciatosi alle spalle un passato da assassino, si è trasformato in un gentiluomo di campagna, un marito devoto e un padre amorevole. Un uomo che aveva giurato di non uccidere mai più. Finché, dopo anni di silenzio, il Matto ricompare nel Regno dei Sei Ducati. Ferito, sfigurato, irriconoscibile. È riuscito a sfuggire ai suoi aguzzini e ad affrontare un viaggio pieno di difficoltà e pericoli pur di raggiungere il suo amico di sempre e chiedergli un’unica cosa: vendetta. Tornare a uccidere per lui. Distratto dalle condizioni precarie del Matto, che richiedono le sue cure, e coinvolto suo malgrado negli intrighi di corte, Fitz abbassa la guardia. Ed è così, in un solo, orribile istante, che il suo piccolo mondo di pace è sconvolto per sempre: sua figlia, la sua amatissima bambina, viene rapita da predoni misteriosi che vogliono usarla come un’arma in loro pugno. Ma anche FitzChevalier ha qualche arma segreta da sfoderare. Un’antica magia scorre ancora nelle sue vene. E per quanto la sua destrezza di assassino possa essersi appannata negli anni, ci sono abilità che, una volta imparate, non si dimenticano tanto facilmente. Ora, amici e nemici stanno per scoprire che non c’è niente di più pericoloso di un uomo che non ha più nulla da perdere.

֎ L’autrice ֎

Robin Hobb (pseudonimo di Margaret Astrid Lindholm Ogden) è nata in California nel 1952 ma è cresciuta in Alaska, dove ha imparato ad allevare un cucciolo di lupo, scuoiare un alce e sopravvivere nelle terre estreme: abilità che le sono tornate molto utili quando ha sposato un uomo che dedicava metà dell’anno alla pesca al salmone. Mentre cresceva quattro figli, mandava avanti una piccola fattoria e distribuiva la posta nella sua remota comunità, Hobb ha iniziato a scrivere racconti e romanzi che hanno fatto di lei un’autrice tradotta in tutto il mondo. Ora vive a Tacoma, nello Stato di Washington.
Insieme a George R.R. Martin, è una delle firme più amate del fantasy contemporaneo e ha vinto i premi più importanti riservati a questo genere: l’Hugo Award, il Locus Award, il Nebula Award, il British Fantasy Society Best Novel Award e il Dutch Elf Fantasy Award. I suoi romanzi, bestseller da milioni di copie, compaiono regolarmente nelle classifiche dei libri più venduti negli USA, in Gran Bretagna, Francia e Germania.
www.robinhobb.com

֎ Le tappe ֎

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֎ Il giveaway  ֎

Per tutti i partecipanti la Sperlig & Kupfer mette in palio ben due libri cartacei della Hobb, una copia della nuova versione de Il ritorno e del nuovo La vendetta, vi saranno quindi ben due vincitori. Per partecipare è facile:

– Commentare almeno un post nel preblogtour, uno nell’intervista e uno nel blogtour.
– Seguire ogni tappa del Blog tour.
Opzionale (da un punto in più!)
– Condividi le varie tappe sui social!

:: Speciale Robin Hobb – Seconda domanda all’autrice

1 dicembre 2016

robinDopo il recap di ottobre, proseguono le iniziative legate all’autrice americana Robin Hobb, questa volta con un’ intervista a tappe, una tappa il 29 novembre e una oggi. Ogni blog partecipante posterà in tali date una domanda e una risposta dell’autrice. Poi dal 5 dicembre ci sarà il via con il blogtour vero e proprio. Buona lettura!

Davide Mana: Com’è cambiato il mercato della narrativa fantasy dal suo esordio a oggi, in termini di pubblico e di temi?

Robin Hobb: Temo che una risposta semplice possa non soddisfare un quesito così complesso.
Alcuni dei cambiamenti sono evidenti. I libri sono molto più lunghi. E le serie ancora di più! Ricordo lo stupore che ho provato la prima volta che ho visto l’edizione economica di un romanzo di Robert Jordan. Mi è sembrato un mattone, era enorme! Credo che oggi i lettori vogliano storie più lunghe e complesse, e amino restare in quel mondo molto più a lungo.
In un’opera più corposa, specie se di genere fantasy, lo scrittore ha più spazio per creare ed esplorare un mondo più grande. È possibile dettagliare maggiormente l’ambientazione, che attira il lettore più a fondo nella storia. La trama può essere più complessa e intricata.
Tuttavia, a me piace ancora tantissimo leggere racconti fantasy. Sono iscritta a due riviste dedicate al genere: The Magazine of Fantasy and Science Fiction e Asimov’s Science Fiction. Credo che il meglio del genere fantasy sia scritto in buona parte sotto forma di narrativa breve.

Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di rispondere alle domande dei lettori! Se ci sono fan italiani che non conoscono ancora il sito bloodmemories.it, li invito a collegarsi per entrare in contatto con altri lettori di Robin Hobb. La community di Blood Memories ha anche una pagina Facebook, dove è possibile scambiarsi commenti e opinioni.

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֎  Il calendario dell’ intervista ֎

Le tazzine di Yoko
Bostonian Library
Libri e librai
Liber Arcanus

NB: Commentate tutte le tappe, anche queste dell’ intervista, per vincere nel giveaway finale una copia della nuova versione de Il ritorno e dell’inedito La vendetta. Che i draghi siano con voi!

:: Un’ intervista con Davide Mana

29 novembre 2016

515q52ysdflDavide, grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta ai nostri lettori qualcosa di te. Chi è Davide Mana?

Grazie per avermi invitato a questa intervista!
Davide Mana? Torinese trapiantato fra le colline dell’astigiano, geologo e paleointologo, ex ricercatore universitario. Attualmente autore di giochi, scrittore a cottimo e traduttore, per pagare le bollette (e poi perché è divertente). Blogger, sì, anche quello.

Scienziato, scrittore di romanzi e racconti, direttore di collana, traduttore, blogger, come concili tutte queste attività così impegnative?

Uso un calendario, di quelli che le banche danno in omaggio a Gennaio ai correntisti. Mi faccio una tabella di marcia, e cerco disperatamente di attenermi a quella, di solito senza riuscirci benissimo. Si tratta di usare il tempo al meglio. È il mio lavoro, paga i conti: una giornata buttata è una bolletta non pagata. È come se andassi in ufficio o in laboratorio, dalle nove alle cinque.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura?

Da lettore, come tutti credo. Fin da ragazzino mi piaceva raccontare storie. Poi, all’epoca del liceo, mi trovai ad avere abbastanza tempo libero da poter non solo leggere molto, ma anche provare a scrivere. Ci sono poi voluti quindici anni per arrivare a pubblicare, ma quello è un altro discorso.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che sono per te una continua fonte di ispirazione?

Tanti.
Fra i primi, certamente Ray Chandler, come modello di struttura e di linguaggio, e Len Deighton, sicuramente. Poi tanti autori di narrativa fantastica, da Michael Moorcock a Harlan Ellison. Con la consapevolezza che in gamba come Ellison, o come Gene Wolfe, o come C.J. Cherryh, io non lo sarò mai. Ma bisogna avere dei modelli, e degli idoli. Cercare di imparare dai migliori. Da coloro che si considerano i migliori.

Ci si può definire scrittore professionale quando si inizia a vivere della propria scrittura. Condividi questa affermazione?

In linea di massima sì. Ma io distinguerei tra professionista e professionale. È uno scrittore professionista chi viene pagato una tariffa professionale per scrivere. Il problema, casomai, è la tariffa professionale (non meno di sei centesimi a parola negli USA). Ma la regola è che il professionista non lavora gratis, se non per beneficenza. È professionale, invece, lo scrittore che, indipendentemente da quanto viene pagato, cerca di applicare un certo standard, una certa etica del lavoro, un certo livello di rispetto per i lettori e per ciò che si fa. Ed essere professionali è indispensabile per essere professionisti.

Scrivi sia in italiano, lingua madre, che direttamente in inglese, ormai sei praticamente bilingue. Che differenza hai notato tra il mercato editoriale italiano, e quello americano, dove prevalentemente sei attivo?

La prima colossale differenza, naturalmente, è data dal potenziale bacino di utenza. In lingua inglese i potenziali lettori sono centinaia di milioni, in teoria un paio di miliardi. In italiano sappiamo tutti qual è la situazione.
Inoltre il mercato di lingua inglese è più differenziato e stratificato, per cui esistono più spazi: riviste, case editrici piccole, medie e grandi. C’è un diverso rispetto dei lettori, e degli autori. È un mercato durissimo, con una concorrenza spietata ma sempre molto elegante, ma è anche un sistema di una estrema correttezza, nel quale il valore del testo viene prima di qualunque altra considerazione. E pagano, che non è una cosa del tutto spiacevole.

Ti autopubblichi, pubblichi con editore, vendi racconti a riviste, insomma hai sperimentato molte strade.

Sono quello che si definisce un autore ibrido. Ho iniziato tradizionalmente (pubblicando con Tynes-Cowan/Pagan Publishing e con McFarland in America, con CoopStudi e Noubs in Italia), poi sono passato al self-publishing, poi sono rientrato nell’editoria tradizionale con Acheron e GG Studio in Italia, e con Pro Se Press e Raven’s Head negli Stati Uniti, pur continuando a pubblicare in proprio altre cose.
L’idea è quella di collocare ciascun racconto o articolo nel posto migliore possibile, dove il pubblico più vasto possibile e più interessato possibile potrà trovarlo. Che a volte è un editore tradizionale, a volte non lo è.

Per un autore che si autoproduce, e all’estero è una strada percorsa anche da autori importanti, penso a Lawrence Block, la maggiore difficoltà è la promozione, sempre partendo da un lavoro curato (editing, copertina, ricerca delle fonti). Come ti muovi in questo campo, in Italia e all’estero?

In effetti l’autopubblicazione è certamente la scelta migliore per un autore popolare e rispettato come Block, che può contare su un pubblico consolidato di fan. Questo aiuta moltissimo in fase promozionale. Per un autore alle prime armi, esistono diverse scelte, tutte valide. La più logica consiste nell’affidarsi a terze parti, esattamente come si fa per editing e copertine. È un costo, ma si ripaga. Oppure si può intraprendere la strada ibrida, e usare pubblicazioni tradizionali per far circolare il proprio nome. È un processo molto lento perché l’editoria tradizionale ha tempi lunghissimi, ma anche questo può dare i suoi frutti. E poi c’è la cosiddetta “piattaforma”: gestire un blog, avere una mailing list, battere i social. Io non sono particolarmente bravo in questo, e non credo nella teoria del vendere l’autore per vendere i libri. Se il pubblico ha “comprato” l’autore come personaggio, non è detto che poi compri anche i libri. L’ho visto succedere.

Spazi dal fantastico, alla fantascienza, dall’ horror, alla saggistica. La versatilità pensi sia una dote fondamentale per uno scrittore?

Io penso di sì, ma altri la pensano diversamente, e probabilmente abbiamo ragione (o torto) entrambi. La versatilità è una buona ancora di salvezza quando ci si muove in un mercato molto aperto e variabile. Ma avere un genere e uno stile legati al proprio nome ha il suo peso, perché molti lettori non vogliono correre rischi, vogliono sapere cosa si possono aspettare.
Perciò io resto dell’idea che scrittore sia chi sa scrivere qualunque cosa. Resta poi da decidere se ne abbia voglia, o se gli convenga, oppure no.

Ti piacciono i film noir americani degli anni 50’? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Amo molto il noir, e più in generale quelli che oggi vengono definiti “Classic Movies”. I vecchi film in bianco e nero, le screwball comedies di Hawks e Lubitsch, i melodrammoni crudeli e allucinati di Joseph von Sternberg. Ma anche i vecchi film di cappa e spada, i film d’avventura. Il Tarzan di Weismuller, i western con John Wayne e James Stewart.
E i vecchi film incidono. Hanno una struttura, hanno degli elementi che si possono studiare, e adattare. Amo le atmosfere del noir e i dialoghi delle screwball comedies, l’esotidsmo dei vecchi film ispirati alle Mille e Una Notte. Mi piace l’eleganza di certe trame, la pulizia formale di certi registi, ma anche la loro capacità di improvvisazione.

Cosa leggevi da ragazzino, cosa hai continuato a leggere da adulto?

Leggevo principalmente polizieschi (ho cominciato con i Gialli per Ragazzi Mondadori, poi Christie, Carr, Sayers) e fantascienza. Ho cominciato a leggere fantasy tardi, e horror ancora più tardi. Ho sempre letto e continuo a leggere biografie, narrativa di viaggio, saggi storici e scientifici. Continuo a leggere narrativa di genere. Spionaggio, poliziesco. Col tempo gli interessi si sono moltiplicati anziché focalizzarsi, per cui ormai salto senza soluzione di continuità da una biografia a una space opera, per poi arrivare ad un testo di filosofia cinese passando per un saggio sull’epoca elisabettiana.
Mi piace leggere.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico?

Non mi sono mai posto la domanda. Ho letto moltissimi saggi critici, soprattutto sulla narrativa di genere, e mi sono stati utilissimi, anche in quei casi nei quali non condividevo le opinioni o le condivisioni dei critici. La critica è un aspetto indispensabile della letteratura e della narrativa. Ci permette di smontare i meccanismi e osservarne il funzionamento, ed è indispensabile per formare un gusto. Diciamo perciò che il rapporto è pacifico. Non scrivo per i critici o per adeguarmi a questa o quella teoria critica, questo no.

Ci sono errori che hai commesso nella tua carriera che adesso grazie all’esperienza non rifaresti più?

Troppi per elencarli tutti.
Certamente, avendo pubblicato le mie prime cose in inglese a fine anni ‘90, è stato estremamente stupido da parte mia smettere di spingere in quella direzione e aspettare dieci anni per tornare a proporre il mio lavoro all’estero. Sono dieci anni che nessuno mi restituirà mai.

Dimmi qualcosa dei tuoi libri. Quale di essi preferisci e perché?

Così d’istinto direi “The Ministry of Thunder”, un fantasy storico ambientato negli anni ‘30 e pubblicato nel 2014 da Acheron Books. Si tratta di una storia e di personaggi ai quali sono molto legato. Così come sono molto legato e voglio molto bene ad Aculeo & Amunet, i protagonisti della mia serie di storie sword & sorcery pubblicate in inglese, un po’ da self, un po’ no. Ma il prossimo lavoro è sempre il migliore.

Cosa stai scrivendo al momento?

Scrivo ormai a tempo pieno, e ciò che mi spinge a impegnarmi a finire ciò che sto scrivendo ora (una storia di fantascienza per una antologia italiana, ma che sto scrivendo in inglese e poi tradurrò per la pubblicazione) è il desiderio di liberarmi per poter cominciare a lavorare sull’idea successiva (un manuale per un gioco di ruolo in inglese). Ho molte cose sul mio piatto, e di solito lavoro a due o tre cose diverse contemporaneamente, parcellizzando il tempo durante le mie giornate.

Che consiglio daresti ai giovani scrittori che si muovono per la prima volta in cerca della propria strada?

E chi sono io per dare dei consigli?
Però dai, proviamoci: scrivete ogni giorno, conservate tutto ciò che scrivete, non inseguite il pubblico e i suoi gusti, o la moda del momento. Leggete molto, leggete tutto. Non scartate a priori delle idee perché vi sembrano dementi: sono probabilmente le migliori idee che abbiate a portata di mano. E non fidatevi di chi vi dà dei consigli.

Una domanda sull’attività quotidiana di uno scrittore. Descrivici la sua giornata tipo.

Ci ho fatto un post sul mio blog, intitolato “La giornata tipo non esiste”, ma diciamo che in teoria mi sveglio fra le sette e le otto, scrivo fino alle undici, poi vado a fare la spesa, cucino pranzo, riprendo a scrivere attorno alle due per finire attorno alle sei. Ceno tra le sette e le otto. In serata leggo, guardo film, rispondo alla posta, guardo gli annunci degli editori, e magari, se ne ho voglia, lavoro a qualche progetto collaterale o a bassa priorità. Scrivo in media dalle 5000 alle 8000 parole al giorno, trattabili.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

In questo momento sto leggendo “The Adventures of Amir Hamza”, un ciclo epico persiano romanzato nell’ottocento e tradotto in inglese per la prima volta pochi anni addietro. E in parallelo, un manuale sulle pratiche contrattuali nell’editoria americana, scritto da Kristin Kathryn Rusch, e aspetto che il postino mi consegni l’autobiografia dell’illusionista inglese Derren Brown.

Questa estate è mancato improvvisamente Michael R. Hudson, forse ai lettori italiani il suo nome non dirà molto ma mi piacerebbe che ne tratteggiassi un ricordo.

Michael Hudson è stato per molti anni una figura di spicco del cosiddetto New Pulp americano, un genere che si rifà al periodo d’oro delle riviste di racconti, Weird Tales, Black Mask, Astounding, Amazing, Unknown, adattandone lo stile alle sensibilità moderne. Hudson aveva esordito in ambito artistico, lavorando ad alcuni progetti con gli eredi di Frank Frazetta. Poi aveva avviato l’imprint Sequential Pulp, un braccio della Dark Hors Comics che produceva volumi di lusso di opere volutamente retrò: adattamenti di lavori di Edgar Rice Burroughs, lo splendido volume dedicato ad Athena Voltaire, e così via. Infine aveva lanciato la Raven’s Head Press, che pubblicava narrativa sovrannaturale, fantastica ed avventurosa, e che aveva dato spazio a molti autori italiani. Michael era un vulcano di idee, e aveva sempre almeno tre progetti in corso. Era molto rispettato nell’ambiente della piccola editoria americana e per me oltre ad essere un editore e un editor, era anche e soprattutto un amico. La sua scomparsa è stata un colpo terribile, una cosa assolutamente inaspettata.

Per concludere, la fatidica domanda. A cosa stai lavorando?

Come dicevo, ho un po’ di racconti in corso, tutti più o meno “piazzati” con questo o quell’editore. E sto editando due antologie, una horror e una di fantascienza, che saranno pubblicate una in Italia e una in Gran Bretagna. E sto traducendo un libro spettacolare per la Acheron Books. Ma più in generale, in questo momento, sto lavorando per raggiungere nuovi mercati nel mondo anglosassone. Per cercare di arrivare al maggior numero di lettori possibile.

:: Pre-blogtour Recap “Cronache delle Giungle della Pioggia”, di Robin Hoob

15 ottobre 2016

Eccoci giunti alla quarta tappa del Recap dedicato questa volta alle Cronache delle Giungle della Pioggia di Robin Hoob. La serie comprende: Il custode del Drago, Il rifugio del Drago, La città dei draghi e il conlcusivo e inedito in Italia Blood of Dragons. Lascio la parola a Davide Mana che vi parlerà (senza spoiler) di questa interessante quadrilogia fantasy:

֎ Recap Cronache delle Giungle della Pioggia ֎

Il ciclo delle “Rains Wilds“, piovose terre selvagge che in italiano vennero tradotte come Giungle della Pioggia è costituito da quattro volumi scritti dall’autrice americana Robin Hobb (pseudonimo di Margaret Astrid Lindholm Ogden, che ha anche pubblicato come Megan Lindholm), e pubblicati fra il 2009 e il 2013.
Ispirati vagamente al lavoro di Anne McCaffrey, i volumi si inseriscono nel Ciclo degli Elderlings, che la Hobb ha pubblicato lungo un periodo di oltre vent’anni, e che si compone di cinque sottocicli più o meno indipendenti, ambientati all’interno di uno stesso universo narrativo.
Il ciclo delle Giungle della Pioggia si configura come seguito diretto della trilogia dei Liveship Traders (in italiano, ahimè, “I Mercanti di Borgomago” – cinque volumi anzichè tre perchè noi valiamo).
Nella trilogia iniziale, l’azione ruota su una comunità  di mercanti che sono in qualche modo in sintonia con le proprie navi viventi.
Il mistero dell’origine delle navi viventi viene svelato alla fine della trilogia, e dà  l’avvio alla tetralogia delle Rain Wilds.
Nei quattro romanzi che compongono il ciclo – Dragon Keeper, Dragon Haven, City of Dragon City e Blood of Dragons – un cast tanto variegato quanto ben delineato (la Hobb è sempre magistrale nello sviluppare i propri personaggi) si ritrova invischiata nel tentativo di riportare all’antico splendore la stirpe dei draghi, la cui esistenza è strettamente legata alle navi viventi che sono indispensabili per il commercio.
Nel corso di quattro volumi, ci vengono offerti viaggi, esplorazioni, intrighi, tradimenti, antichi misteri e città  perdute.
In generale i volumi dispari della serie (Keeper e City) risultano più soddisfacenti, mentre i volumi pari tendono a rallentare, e l’azione lascia spazio a lunghe descrizioni e complicate vicende, rischiando forse di stancare, e alcuni critici hanno spesso visto nella serie una trilogia allungata a tetralogia più per motivi commerciali che per motivi narrativi.
Il giudizio del pubblico è stato comunque positivo, essendo la serie estremamente popolare – e di fronte alla popolarità , qualunque criterio critico passa in secondo piano.
La prosa della Hobb d’altra parte è scorrevole e piacevole, e tali e tanti sono i colpi di scena, i cambiamenti e le trasformazioni subiti dai personaggi, e gli eventi che vanno ad accumularsi, che è davvero difficile non lasciarsi trascinare dalla corrente, perdendosi in un mondo vividamente descritto.
Resta per i lettori italiani il disappunto per la mancata traduzione di Blood of Dragons, il volume conclusivo del ciclo (uscito in Italia per i tipi di Fanucci); è estremamente frustrante, avendo seguito il vasto labirinto di relazioni, inganni, scontri e confronti per oltre millecinquecento pagine, vedersi negare la conclusione, nella quale i nodi vengono al pettine, i segreti svelati.
Ma quello del rispetto per i lettori è un discorso che esula, naturalmente, da questa breve ricapitolazione.

 ֎  Il calendario del pre – blogtour ֎

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NB: Commentate tutte le tappe, anche queste del pre-blogtour, per vincere nel giveaway finale una copia della nuova versione de Il ritorno e dell’inedito La vendetta, che uscirà per Sperling & Kupfer il 29 novembre. Che i draghi siano con voi!

:: Ombre lunghe, Festival letterario e non solo al Mufant di Torino, a cura di Elena Romanello

26 maggio 2016

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Il 28 e il 29 maggio il Mufant, Museo del fantastico e della fantascienza, di Torino in via Reiss Romoli 49bis, festeggia la nascita dell’associazione Club via Diodati con una serie di eventi in cui la narrativa, disegnata e non, ha un ruolo predominante.
La Festa delle Ombre Lunghe, che nasce anche per ricordare i duecento anni del fantastico moderno da quell’incontro a Villa Diodati appunto da cui nacquero Il vampiro di Polidori e Frankenstein di Mary Shelley.
Si parte sabato 28, al Blah Blah di via Po 21, dove si parlerà di fumetto e cinema, a partire dalle 16. Fino alle 19 saranno di scena sceneggiatori e disegnatori di celebri fumetti Bonelli e non come Dylan Dog, Paranoyd Boyd, Brandon, Morgan Lost, Tex, Cassidy, HellNoir, Mani Nude, John Doe, Dyd, Saturno contro la Terra, Pimpa, La Linea. Sono annunciati i nomi di Andrea Cavaletto, Claudio Chiaverotti, Giancarlo Marzano e Pasquale Ruju e i disegnatori Studio Arancia Crew, Paolo Armitano, Emanuele Baccinelli Davide Furnò Mauro Gariglio Renato Riccio.
A seguire dalle 19 alle 21 aperitivo con dj set e dalle 21 alle 23 cinema con animazione e videomaking indipendente e poi ancora musica dal vivo.
Domenica invece ci si trasferisce al Mufant in via Reiss Romoli 49 bis, con la presentazione del progetto Io alieno legata alla mostra Pulp, che raccoglie riviste letterarie angloamericane dagli anni Venti agli anni Sessanta, in cui debuttarono autori e autrici di fantascienza, fantasy, horror.
Dalle 15 e 45 in poi, spazio a vari autori e autrici del fantastico, con la presenza di Danilo Arona Cristiana Astori Anna Berra Massimo Citi e Silvia Treves Alessandro Defilippi Davide Mana Sara Marconi Tommaso Percivale Scrittore Claudia Salvatori e Massimo Soumaré, che guideranno gli ospiti in visita per il museo.
La giornata sarà completata dall’inaugurazione della mostra L’altra faccia della Barbie, a cura di Carla Visconti, con oltre duecento versioni gotiche, fantasy e fantascientifiche della celebre bambola e dalle 19 in poi dalla proiezioni di estratti dei film di Jesus Franco.

:: Ombre Elettriche, Davide Mana (8PiecePress, 2015)

23 dicembre 2015

4Davide Mana legge molto, soprattutto in inglese e non solo romanzi. E’ uno scienziato, uno scienziato vero di quelli che sanno tante cose difficilissime, oscure ai più. E nonostante tutto ciò ha una spiccata passione per l’Estremo Oriente e la letteratura fantastica. Per alcuni questo è un difetto, per alcuni la letteratura fantastica, in tutte le sue forme, non è vera letteratura. Noi ce ne preoccupiamo? Certo che no, il lettore è sovrano. Il lettore può sperimentare, attraversare steccati, leggere cose che se non gli sono vietate, gli sono sconsigliate da chi di letteratura ne sa. E facendo così può imbattersi in interessanti scoperte. Può scoprire un piccolissimo ebook dal titolo Ombre elettriche, venduto dal nostro concorrente (che non nomino) al prezzo più che simbolico di 0,99 centesimi. Amo gli ebook solo perché rendono facile la copia delle citazioni (tranne i dannati ebook che non te lo permettono), rendendo più facile il lavoro del recensore, e ormai tutti mi dicono questo è il futuro. Armati di ebook reader e sii giovane. Con calma, per ora leggo a computer e con i testi brevi, di racconti me la cavo, per i romanzi è un altro discorso. Ma fortunatamente Ombre elettriche è un testo breve (lunghezza stampa 33 pagine). Di cosa parla? Di fantasmi, ma scordatevi il lenzuolo bianco e le catene dell’iconografia ottocentesca. I nostri sono ben più tecnologici e organizzati. E’ un racconto horror? Forse. Anzi io direi di sì. Suscita un orrore ben reale (per i meccanismi perversi della propaganda, per esempio) anche se è difficile che faccia davvero paura. A meno non crediate ai fantasmi, certo. Allora sì potreste farvi inquietanti interrogativi. Ma noi non crediamo ai fantasmi, non crediamo che i morti di Tiananmén vogliano e possano vendicarsi. E’ una storia di fantasia, che diamine. Non vi anticipo in che consiste la vendetta, vi toglierei il gusto della lettura, ma qualcosa posso dirlo. Non credo la censura cinese lo lascerebbe circolare liberamente. Strano destino quindi vedere questo racconto tradotto malamente in cinese, circolare clandestino. Ma chissà, magari è proprio quello che sta succedendo. Pensateci mentre lo leggerete.

Davide Mana, classe 1967, è un paleontologo, blogger, traduttore e autore freelance.  Ha pubblicato racconti, articoli e scenari per giochi di ruolo in Italia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Giappone. Dal 2013, affianca alle sue pubblicazioni tradizionali, racconti e saggi autoprodotti in formato elettronico. Fra i suoi lavori, la serie di racconti autoconclusivi Gli Orrori della Valle Belbo, e il ciclo di avventure sword & sourcery Aculeo & Amunet. Il suo primo romanzo The Mynistry of Thunder è stato pubblicato nel 2014 da Acheron Books.

Source: acquisto personale.

:: Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame, James De Mille (Marcos Y Marcos, 2015) a cura di Davide Mana

11 dicembre 2015
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Strano destino, quello di James De Mille.
Docente universitario di Letteratura Classica e prolificissimo narratore popolare, il canadese De Mille (1833-1880) ottenne fama e successo dopo la propria morte, quando il suo Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame venne pubblicato a puntate su Harper’s Weekly e successivamente in volume, nel 1888.
Strano destino, si diceva, perché il romanzo – per ovvi motivi scritto prima del 1880 – venne pubblicato dopo il successo planetario de Le Miniere di Re Salomone (1885) e Lei (1886), di Henry Rider-Haggard – e furono in molti a segnalare come il romanzo di De Mille fosse “palesemente ispirato” ai lavori dell’autore inglese.
Maltrattato dalla storia e a lungo patrimonio di una piccola comunità  di appassionati di letteratura d’avventura, ora il romanzo di De Mille viene pubblicato in italiano da Marcos y Marcos, nella traduzione di Pietro Polidori.
Nel febbraio del 1850, i passeggeri dello yacht Falcon, in preda alla bonaccia fra le Canarie e Madeira ritrovano un cilindro di rame alla deriva. All’interno, lo strano manoscritto di Adam More, marinaio inglese naufragato poco dopo essere salpata dalla Tasmania.
More narra del suo arrivo in una misteriosa isola tropicale annidata fra i ghiacci antartici. Accolto dalla civiltà  che popola questi luoghi, More deve confrontarsi con un mondo popolato di mostri preistorici. Il popolo che abita queste terre si definisce Kosekin, capovolto, nel quale la luce viene sfuggita in favore delle tenebre, e la ricchezza viene considerata un malanno da punire a termini di legge. La morte viene venerata come una divinità, e nulla è più catastrofico dell’amore corrisposto, e quando More incontra Almah, anch’essa una straniera arrivata dal mondo esterno, la vicenda si complica alquanto.
Il “Cilindro di Rame” di De Mille si inserisce in un filone – quello dei mondi e delle civiltà  perdute – che fu molto popolare fra la fine del Diciottesimo e la prima metà  del Ventesimo secolo. Oltre al già  citato Rider Haggard, possiamo ricordare E. A. Poe, Edward Bulwer-Lytton, e soprattutto Arthur Conan Doyle e Edgar Rice Burroughs, come rappresentanti del genere.
De Mille fa chiaramente riferimento a Poe fin dal titolo (il suo “manoscritto” riecheggia quello “trovato in una bottiglia” dell’autore americano), e si ispira al Gordon Pym di Poe nel delineare le avventure di Adam More.
Il continente misterioso in acque antartiche inesplorate e popolato di creature preistoriche ricorda l’isola di Caprona de La Terra Dimenticata dal Tempo (1918) di Edgrar Rice Burroughs – e indubbiamente il padre di Tarzan conosceva ed apprezzava De Mille.
Ciò che distingue il lavoro di De Mille dai principali lavori del genere è tuttavia l’impianto palesemente satirico, quasi “swiftiano” della sua storia. Meno interessato rispetto ai suoi colleghi all’avventura per il gusto dell’avventura e all’esplorazione dei grandi misteri del passato, De Mille vuole sbertucciare i valori fasulli e l’ipocrisia dei suoi contemporanei. Ciò rende il suo romanzo al comtempo più attuale e più datato rispetto alla produzione media del “lost world romance”. Attuale, perché l’ipocrisia e i valori fasulli sono sempre attuali, nonostante sia passato più di un secolo. Datato, perché questo tipo di satira feroce ma manierata si legge oggi con un certo senso di nostalgia.
Lo Strano Manoscritto Ritrovato in un Cilindro di Rame si legge con piacere, dall’inizio “classico” fino al finale che è tutto fuorchè classico (e lasciamo ai lettori il piacere di scoprirlo). Si tratta di un testo fondamentale della letteratura fantastica, ed è stato dimenticato troppo a lungo.

James De Mille. Nato a Saint John nel 1833, James De Mille era figlio di un ricco mercante. Navigò per il mondo in lungo e in largo sui velieri del padre, attraversò l’Europa a piedi e si fermò in Italia molto a lungo. Si divertiva a imparare le lingue (pare sia arrivato a parlarne dodici) e a osservare luoghi, persone e usanze. Tornato in Nord America, si lanciò avventurosamente nel commercio di libri, dimostrandosi ben presto più tagliato per la scrittura e l’insegnamento della storia. Si dilettava con ogni forma d’arte, illustrava Omero per i suoi quattro figli, e chi lo accompagnava nelle lunghe battute di pesca era avvertito: a bordo si parlava solo latino “per non profanare i misteri della pesca”. Lo strano manoscritto trovato in un cilindro di rame è uno dei suoi romanzi più celebrati, incredibilmente inedito in Italia fino a ora; recentissimo il suo fortunato rilancio in Inghilterra.

Pietro Polidori, vive in Namibia, dove possiede un’azienda che produce un olio cosmetico molto ricercato. Lavorano senza impatto alcuno sull’ambiente e a stretto contatto con le comunità rurali che gli forniscono le materie prime. Incidentalmente, è consigliere di ambasciata dell’Ordine di Malta presso la Repubblica di Namibia, ancorché dimissionario: l’Ambasciata gestisce una scuola/asilo/orfanotrofio che si prende cura pressoché totale di 170 bambini circa.
In tutte le attività è supportato da sua moglie e dai suoi due figli, tutti e tre attualmente in Italia dal momento che il secondogenito ha ancora pochi mesi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Roberta dell’Ufficio Stampa Marcos Y Marcos.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il Corsaro Nero. Henry de Monfreid, l’ultimo avventuriero, Stenio Solinas (Neri Pozza, 2015) a cura di Davide Mana

17 ottobre 2015
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Henry de Monfreid è una leggenda – avventuriero, pirata, contrabbandiere d’armi e stupefacenti, spia, piantatore d’oppio nella provincia francese, scrittore, artista, collezionista di quadri di pregio.
Anche se si scoprì che erano tutti falsi, i quadri della sua collezione: li aveva dipinti lui, ma quando lo scoprirono, la collezione era già  stata venduta.
Quindi sì, anche falsario.
Nato nel 1879, de Monfreid non scoprì immediatamente la propria vocazione alla cialtroneria – ebbe una gioventù relativamente normale, e trovò un impiego come agente di commercio.
Ma non poteva durare – e una volta giunto sulle coste del Mar Rosso, fu chiaro che il giovane Henry avrebbe preferito di gran lunga la strada della pirateria a quella della partita doppia del ragioniere.
I libri di de Monfreid, alcuni dei quali sono stati anche tradotti in Italia, sono sempre stati una specie di culto, per appassionati di storia, di avventura, delle vite inimmaginabili di quei personaggi che, assolutamente romanzeschi all’apparenza, sono stati invece ben reali.
Ora Stenio Solinas ci offre, con “Il Corsaro Nero“, edito da Neri Pozza nella imprescindibile collana Il Cammello Battriano, una biografia di questo grande, ultimo (forse) grande avventuriero del ventesimo secolo.
E se “una biografia che si legge come un romanzo” è certamente una frase trita, in questo caso è perfettamente adatta a descrivere il volume, che segue le tracce di de Monfreid attraverso le sue avventure, senza badare alla mera cronologia, e vagando attraverso il tempo come de Monfreid vagò in lungo e in largo sulla mappa.
Solinas non ci presenta solo l’aventuriero, il francese di buona famiglia convertitosi all’Islam, il contrabbandiere e il seduttore. C’ è spazio anche per i legami familiari, per la politica, per il dipanarsi della storia come fondale davanti al quale l’ultimo avventuriero interpreta la sua parte fino alla fine, rifiutandosi sdegnosamente di ammettere l’esistenza di limiti, di regole, di convenzioni.
É un bel libro, quello di Solinas, così come è un personaggio fantastico Henry de Mongfreid – il genere di personaggio che, se venisse messo in un romanzo, verrebbe giudicato implausibile da coloro che hanno dimenticato cosa sia l’avventura.
Il libro di Solinas ci riporta proprio all’avventura – e spero possa suscitare un ritorno di interesse per Henry de Monfreid, e per tutti gli uomini e le donne che misero la propria vita al servizio dell’avventura.

Stenio Solinas è nato a Roma. Giornalista, vive e lavora a Milano. Tra i suoi libri, Compagni di solitudine, L’onda del tempo, Percorsi d’acqua, Vagamondo, Da Parigi a Gerusalemme. Sulle tracce di chateaubriand, Gli ultimi Mohicani. Un suo racconto, “Il Lunatic Express”, è compreso nel volume Quel treno per Baghdad edito da Neri Pozza.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa di Neri Pozza Edizioni.

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:: Per l’Impero, Bastien Vivès, Merwan Chabane, (Bao Publishing, 2015) a cura di Davide Mana

30 luglio 2015
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Strano ed inquietante, “Per l’Impero“, di Merwan & Vives, si presenta come un solido, piacevole cartonato – un volume pesante, con pagine di carta buona stampate in colori rugginosi e sporchi, adatti al tono crepuscolare della vicenda narrata.

Un impero molto molto simile a quello romano, e che ha conquistato tutto ciò che poteva conquistare, si prepara ad espandersi nell’ultima direzione che gli rimanga accessibile – quella del tempo.
“Per l’Impero” segue un contingente di uomini scelti, guidati da un pugno di personaggi appartenenti alla elite militare, incaricati di arrivare ai confini ultimi dell’Impero medesimo, e spingersi oltre, per cartografare e conquistare ciò che si trova oltre di essi.
Ma se l’Impero ha conquistato il mondo, cosa si troverà  oltre il margine della mappa?

Gli uomini in marcia perenne si spingono in un deserto buzzatiano, nel quale il nulla è l’unica costante, e l’assenza di un vero nemico da combattere e l’ennui risultante rischiano di fiaccare lo spirito delle truppe.
Poi, in una terra lussureggiante oltre il nulla, l’incontro/scontro con le amazzoni si risolve in un assalto frontale alle convinzioni ed alle aspetttive degli esploratori.
E l’arrivo alle rovine del paese di giganti cher è, forse, la meta ultima della missione, porterà con se l’orrore della futilità ultima di tutte le cose.
Da qui in poi, la vicenda scivola lentamente ma inesorabilmente in un incubo lovecraftiano in cui passato e presente si confondono, gli uomini si perdono, e solo i più motivati, al limite della follia, possono emergere in una realtà  che conceda loro un barlume di speranza.

Il testo e i disegni di Merwan & Vives si sposano bene a questa vicenda che, colmando la – non eccessiva – distanza fra Buzzati e Lovecraft, costruisce una narrazione straniante e misteriosa, letteraria nel senso più vivo del termine, capace di lasciare a lungo il segno nella memoria.
Fumetto adulto non per contenuti scollacciati ma per la profondità  e la complessità  disposte sulla pagina, “Per l’Impero“, pubblicato con coraggio dalla BAO, è una lettura consigliata a chiunque sia ancora convinto che le storie disegnate non abbiano una dignità letteraria matura.

Merwan Chabane realizzatore di film d’animazione, disegnatore e sceneggiatore di fumetti, è nato in Francia nel 1978. Il suo blog personale: http://findufond.blogspot.fr/.

Bastien Vivès, fumettista francese, è nato a Parigi nel febbraio del 1984. Ha studiato arti applicate all’Institut de Littérature Française di Ginevra, poi all’École Supérieure d’Arts Graphiques Penninghen di Parigi e infine all’École de l’Image Gobelins, sempre a Parigi. Il blog personale: http://bastienvives.blogspot.it/.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Daniela dell’Ufficio Stampa Bao Publishing.

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:: Patagonia, Mauro Boselli, Pasquale Frisenda (Bao Publishing, 2014) a cura di Davide Mana

23 gennaio 2015

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Nel panorama della cultura “popolare” italiana, Tex è un colosso che getta un’ombra lunga in una quantità di direzioni diverse. Gli italiani non hanno imparato ad amare il West leggendo L’Amour o McMurtry – gli italiani hanno imparato ad amare il West leggendo Tex.
E il fumetto di casa Bonelli è diventato per molti un oggetto di culto, una forma di fede, un punto di riferimento fondamentale – tanto che qualunque variazione sui temi classici, qualunque deviazione dalla formula che si è dimostrata fin qui vincente, qualunque “invenzione” rischia di alienare lo zoccolo duro dei fan.
Gestire Tex, il personaggio, la serie, è un lavoro che richiede una delicatezza estrema, e una quantità di coraggio degna dell’eroe che mette il suo nome sulla copertina degli albi.
Bisogna essere come Tex, per fare Tex.
L’Albo Speciale numero 23, Patagonia, uscito all’orgine nel 2009 e ristampato ora in versione extralusso, gioca col mito e si allontana dalla pista battuta, correndo tutti i rischi del caso.
Dimostra coraggio e intelligenza, e viene premiato per entrambi.
Tex viene invitato in Argentina come mediatore, vista la sua esperienza nel gestire i rapporti non sempre idilliaci fra i “selvaggi” e le persone “civilizzate”.
La trasferta a sud dell’equatore porta il ranger con la camicia gialla a contatto con una cultura che è al contempo familiare – siamo dopotutto su di una frontiera, anche se non è quella dell’ovest – e alieno.
Sarà necessario entrare in contatto con questa nuova terra, imparare a conoscerla, per capire chi siano i buoni e i cattivi, per capire da che parte schierarsi.
Per tentare di risolvere un problema che forse è irrisolvibile.
Il senso di alienità strisciante, di ingannevole familiarità, è trasmesso anche dal disegno – che è Tex ma inserisce elementi stilistici diversi, lasciando al lettore la sensazione che tutto sia come al solito, ma non completamente.
Patagonia riprende la mitologia della frontiera ma la coniuga in maniera diversa. Adotta e incorpora la mistica del gaucho, gli scenari spazzati dal vento delle grandi pianure argentine.
Ci fu un tempo in cui era frequente che la discussione dei meriti e dei demeriti di Tex si incuneasse in una assurda diatriba politica.
Patagonia cortocircuita molte delle aspettative di coloro che hanno incasellato il personaggio a livello ideologico – e ci riesce senza tradire il personaggio stesso, insinuandoci così il dubbio reale che tutte quelle chiacchiere non fossero altro che questo, chiacchiere.
Alla fine, Tex rimane il colosso di sempre, un’icona per i suoi adoratori, un personaggio che sarebbe stupido ignorare per snobismo o pregiudizio per tutti gli altri.
Patagonia è arte sequenziale.
E vale una rilettura.

Mauro Boselli è nato a Milano il 30 agosto 1953. Sceneggiatore, redattore, traduttore, poligrafo, lavora da più di trent’anni nel campo dei fumetti. Dopo un’esperienza come assistente del creatore di Tex, Gianluigi Bonelli, e la realizzazione di pioneristici “fumetti in TV” (la serie “Tex & Company”, prodotta con Ferruccio Alessandri e Giorgio Bonelli), nel 1984 entra alla Sergio Bonelli Editore come redattore delle riviste “Pilot” e “Orient Express”. Factotum impegnato in traduzioni, revisioni, impaginazioni, correzioni, stesure di articoli e di “librini” allegati agli Speciali, Boselli scrive una prima storia di “Tex” con Gianluigi Bonelli, “La minaccia invisibile”, poi la mini-serie “River Bill”, su soggetto di Guido Nolitta. Il suo primo episodio di “Zagor”, personaggio di cui avrà la cura editoriale per oltre dieci anni, è del 1991. Nel 1994, con “Il passato di Carson”, entra nel ridottissimo staff di “Tex”. Nel 2000, crea, con Maurizio Colombo, la serie horror “Dampyr”. A tutt’oggi, Boselli ha realizzato più di trentamila pagine di fumetti per la Sergio Bonelli Editore e ha ricevuto svariati premi del settore. Dovuto alla sua penna è il romanzo “Tex Willer. La storia della mia vita”, autobiografia “ufficiale” di Tex, pubblicata da Mondadori. Dal 2012 è curatore di “Tex”.

Milanese, Pasquale Frisenda è nato l’8 gennaio 1970. Dopo aver seguito il Corso di Fumetto e Illustrazione presso il Castello Sforzesco, entra in contatto con lo Studio Comix, di Ambrosini e Casertano, che favorisce l’inizio della sua collaborazione con la testata “Cyborg” della Star Comics. Il battesimo del fuoco si dà per Frisenda nel 1992, con la pubblicazione di “Tenebra”, scritto da Michele Masiero, proprio sulle pagine di “Cyborg”. Pasquale Frisenda consolida la sua posizione professionale entrando a far parte della squadra che realizza le nuove avventure di Ken Parker, e lavora a Ken Parker Magazine fino al confluire della testata sotto l’egida della Sergio Bonelli Editore. A questo punto, il giovane disegnatore viene cooptato per l’horror-western di Gianfranco Manfredi, diventando copertinista della testata dal n. 32 al n. 75 della serie. Successivamente si mette al lavoro sul 23esimo “Tex Speciale”, uscito nel 2009, e su di una storia pubblicata nel quinto “Dylan Dog Color Fest”. Attualmente fa parte dei disegnatori di Tex.

:: Un’ intervista con Kate Manning a cura di Viviana Filippini

6 gennaio 2015

kate manningCome è nata l’idea di scrivere un romanzo con protagonista una donna, Annie “Axie” Muldoon, che fa la levatrice nella New York del XIX secolo?

Il mio primo appartamento dopo il college era un ” railroad flat ” in un edificio popolare del 19 ° secolo, nel Lower East Side di New York, con una vasca da bagno in cucina, e le finestre tagliate tra le camere per permettere la ventilazione, a causa delle condizioni di sovraffollamento degli immigrati che per primi ci hanno vissuto (a volte nove persone per stanza). Mi affascinavano le storie di povertà e immigrazione della città, e nella mia ricerca, ho scoperto che, tra il 1850 e il 1860, c’erano 30.000 bambini senzatetto nelle strade di New York. Ho cominciato a scrivere su una di loro, una bambina. Cercando di scrivere la storia di ciò che avrebbe potuto esserle accaduto, mi sono imbattuta in un movimento poco conosciuto l’Orphan Train grazie al quale 250.000 bambini orfani erano stati spediti dalle città in treno negli stati occidentali (Illinois, Ohio, Iowa). E, quasi per caso, mi sono imbattuta nella figura dimenticata di Ann Lohman, conosciuta anche come Mme. Restell. Per decenni comparve sulle prime pagine dei giornali come fonte di scandalo, anche se ormai la storia della sua vita è per la gran parte perduta. Comunque il poco che ho raccolto era assolutamente affascinante, e ho deciso di prendere in prestito gli elementi della vita della Lohman per il personaggio di Axie Muldoon.

Quanto è stato mantenuto della biografia di Ann Lohman (nota come Madame Restell), levatrice nella Grande Mela e quanto di romanzato è stato aggiunto al suo vissuto?

Ann Lohman era un’inglese, emigrata a New York all’età di 18 anni o giù di lì. Non si sa molto della sua vita precedente, o di come abbia iniziato ad esercitare la professione di ” medico donna.” Così, nel romanzo, tutto dell’infanzia di Axie, il suo viaggio sul treno degli orfani, il suo apprendistato dagli Evans, sono interamente inventati, come lo è il suo rapporto con il marito e i fratelli. Della vita reale della Lohman / signora Restell, sappiamo che era rimasta vedova con un bambino, poi si era sposata con un immigrato russo di nome Charles Lohman. Lui, come il Charlie nel libro, era un tipografo, affiliato con i “Freethinkers”, un gruppo di intellettuali che lavoravano per una maggiore parità tra uomini e donne. I Lohmans videro che la salute delle donne e dei bambini, era spesso a rischio quando le famiglie erano troppo numerose. Lo sappiamo perché Charles Lohman, come il Charlie nel romanzo – scrisse utilizzando un alias un libretto di informazioni sul controllo delle nascite intitolato ” The Married Women’s Medical Companion”. Sua moglie, come Axie, visitava i pazienti come “Signora Restell,” e vendeva medicinali che si riteneva causassero aborti spontanei. Se non li prendevano, lei eseguiva aborti fino al momento precedente ai “movimenti fetali”, dopo il quale provocare un aborto era per la legge un reato. Le leggi, tuttavia, erano di difficile applicazione. Lohman si occupò di bambini, aprì un ospedale per le donne in gravidanza, tenne lezioni in cui insegnava alle donne come allattare al seno e il controllo delle nascite, e si occupò di dare neonati in adozione. I Lohmans diventarono eccezionalmente ricchi, vendendo i loro farmaci, i dispositivi di controllo delle nascite, e i pamplet informativi. Avevano un enorme palazzo sulla Fifth Avenue. La signora fu oggetto di articoli che gridavano allo scandalo, ed fu arrestata più volte. Anthony Comstock era nella vita reale il “crociato contro il vizio” che arrestò la Lohman più volte. Tutti questi aspetti della vita della Lohman sono pure presenti in Axie Muldoon. Nel mio romanzo, ho usato i veri annunci pubblicitari che la Lohman mise sui giornali dell’epoca. Ho usato gli articoli reali e le lettere che sono state pubblicate sulla Lohman, ma ho cambiato alcuni particolari, e il suo nome, ovviamente. Ho usato qualche dialogo reale tratto da una trascrizione de ” The Wonderful Trial of Caroline Ann Lohman.” Una differenza importante è che Ann Lohman si è davvero suicidata la mattina del suo processo, il 1 ° aprile 1878. La cosa che ha scatenato la mia immaginazione è stata l’idea che molte persone credevano avesse simulato la sua morte, e che in realtà fosse fuggita a Londra o Parigi. Circolavano le voci che un giorno avrebbe rivelato i suoi segreti, rivelando la verità su uomini potenti le cui mogli, figlie, sorelle e amanti avevano beneficiato dei suoi servizi di ostetricia e aborto, per decenni. Pensavano che avrebbe raccontato tutto. E ho pensato: “Beh e cosa sarebbe successo se lo avesse fatto? Sarebbe buon materiale per un romanzo” Per me, la storia ha preso vita quando ho deciso di prendere per vere le voci, che fosse fuggita, e ho scritto le memorie fittizie di questa donna.

Da piccola Annie viene separata dalla sorella Dutch e dal fratello John, cosa lascerà in lei questo allontanamento?

Annie promise a sua madre che avrebbe trovato il fratello e la sorella, e che avrebbero vissuto tutti e tre insieme. Questa promessa è una grande forza motivante per Axie, e lei non se ne dimentica mai. Il filo conduttore della storia viene dal desiderio di Annie di trovare i suoi fratelli, e nasce dal suo profondo desiderio di amore e di sicurezza di una casa, e dalla domanda se sarà in grado di creare una famiglia per se stessa. E ‘un bisogno umano primario, e il desiderio, per me, è un ingrediente necessario nella narrativa.

La permanenza in casa dei coniugi Evans (entrambi medici) cosa rappresenta per Annie, solo il fatto che lavora per loro come domestica?

La famiglia Evans è un nuovo mondo per Axie. E ‘ordinato e sicuro. Il legame tra marito e moglie mostra alla ragazza uno straordinario modello di vita, che lei tende a voler duplicare. La signora Evans insegna ostetrica, ma Axie impara anche dai libri che trova nella biblioteca degli Evans. Axie ha la fortuna di arrivare nella loro casa solo all’età di tredici anni quando inizia a sbocciare la sua femminilità, e gli Evans sono un punto fermo, un’alternativa alla vita incerta che ha condotto da bambina.

La cosa che stupisce è che fin da ragazzina, Annie dimostra di essere coraggiosa, forte d’animo e intraprendete. Quanto questi suoi caratteri l’aiuteranno ad affrontare gli ostacoli della vita?

Mi sembra che le persone che soffrono grandi avversità imparano a sopravvivere in due modi completamente differenti: diventando timorosi e passivi, onde evitare ulteriori abusi, o, come nel caso di Axie, diventando duri, dei combattenti, con astuzia e coraggio. La sua fierezza, la sua lingua tagliente, e la sua intraprendenza sono meccanismi di sopravvivenza e anche meccanismi di difesa. E’ sospettosa quanto è compassionevole. Ha difficoltà a fidarsi delle persone, ma non è in grado di dire ‘no’ a qualcuno che le chiede aiuto, la cui disperazione lei capisce troppo bene.

Annie risolve i disturbi delle Gentildonne, ma non usa il suo nome, perché si fa pubblicità con il nome di Madame DeBeausacq. La scelta di uno pseudonimo è un semplice trovata pubblicitaria o, in realtà è dettata dal bisogno di tutelare se stessa e la propria famiglia?

Entrambi. Gli americani, in particolare nel 19 ° secolo, credevano che la pubblicità di qualcosa di europeo, per definizione, fosse di qualità migliore di una cosa locale. E’ una forma di snobismo tutto americano, dire che un prodotto o un professionista, sia esso un tonico per capelli, una medicina, un dentista o un barbiere fosse francese, portoghese, svizzero, ecc Ma l’alias “madame DeBeausacq ” serviva anche a nascondere la sua vera identità. Se la polizia avesse fatto irruzione nei suoi uffici, poteva sempre dire che la signora era altrove, che non la conosceva, eccetera, e sua figlia sarebbe stata in qualche modo protetta da qualsiasi scandalo apparso sui giornali.

Una levatrice a New York è più un affresco sociale dell’America della seconda metà dell’Ottocento o può essere interpretato come un romanzo di formazione?

Forse noi possiamo leggerlo in entrambi i modi. Da giovane madre mi sono chiesta spesso in cosa la crescita dei figli e il parto differisse dalle nostre bisnonne, come esse li hanno considerati, come hanno fatto fronte ai vari problemi legati a queste tematiche. Ma la storia -e la narrativa ambientata nel passato- fino a poco tempo apparteneva agli uomini in battaglia, nel governo, nella scienza, e come avveniva, mi sono chiesta, la vita ordinaria? Dove erano le donne? Un romanziere si propone di rispondere a un sacco di domande, scrivendo una storia, e quelle erano alcune delle mie, e così ho scritto la storia di Axie Muldoon, cercando di analizzare la vita di una donna del suo tempo, e per molti versi parlando anche delle donne di oggi.

Le accuse mosse a Annie (Madame DeBeausacq) da uomini perbenisti sono segno di bigottismo, pregiudizio, paura o astio per essere stati battuti sul campo da una donna senza studi accademici?

Fino alla metà del 19 ° secolo a New York, – e ho il sospetto nella maggior parte del mondo-, la gravidanza, il travaglio e il parto sono stati campi prevalentemente femminili. Le ostetriche, o per lo meno una donna della famiglia, erano presenti al parto. Ma come le donne hanno guadagnato più autonomia, l’establishment medico maschile ha notato che la ostetricia era molto redditizia, così gli uomini cominciarono a cacciare le donne fuori dalla sala parto. Hanno accampato grandi giudizi morali e religiosi, sul peccato e sul male, sostenendo un doppio criterio, che puniva le donne, ma non gli uomini, che avevano figli non essendo sposate. È interessante notare che, quando i medici di sesso maschile hanno cominciato a spostare il parto fuori casa e in ospedale, i tassi di mortalità materna sono saliti alle stelle, perché i medici di sesso maschile non ne sapevano molto di travaglio e parto come invece le ostetriche donne. Non conoscevano le minime regole di igiene per prevenire le infezioni, e, per esempio, toccavano i bambini subito dopo la manipolazione dei cadaveri!

Dutch vive in modo contraddittorio il rapporto con la sorella Annie. Cosa la spaventa di più, il fatto che la sorella Annie aiuti altre donne a risolvere tutte le questioni relative alla gravidanza o il timore di veder associato il suo nome a quella di una levatrice che pratica anche aborti?

Povera Dutch. E’ una donna che ha sempre solo cercato di compiacere gli altri. La dolcezza è la sua particolare strategia di sopravvivenza, ma purtroppo per lei, le alternative disponibili per le donne nella sua situazione sono tutte avvolte nella vergogna, nella miseria, e nel pericolo. Alle donne è stato insegnato che l’infertilità è una colpa della donna, forse causata dal sovraccaricare la debole mente femminile leggendo libri. Si credeva comunemente che l’infedeltà del marito fosse colpa della moglie. Per una donna rimanere incinta fuori dal matrimonio era una vergogna, veniva ripudiata dalla sua famiglia. L’aborto, forse la forma più comune di controllo delle nascite nel 19 ° secolo (c’erano molte pubblicità di abortisti nei giornali di New York a metà del 1800) era di solito effettuato da sole e in segreto. Essere parenti di “madame”, un’abortista nota, era un destino vergognoso.

Quanto influivano i pregiudizi della società di ieri nei confronti delle donne intraprendenti e lavoratrici? E in quella di oggi?

Nel 19 ° secolo le donne non potevano votare, non potevano possedere proprietà, non riuscivano a controllare il proprio denaro, ed erano totalmente dipendenti dagli uomini per la loro posizione nella società. Dal mio punto di vista, tutti i pregiudizi contro le donne, allora come oggi, hanno a che fare con la maternità. In passato, gli uomini non avevano modo di sapere se un bambino era davvero il proprio figlio biologico, fatta eccezione controllando del tutto le donne. Oggi, la scienza ha dato alle donne i mezzi per controllare la fertilità, per scegliere e pianificare le dimensioni delle loro famiglie. Più di ogni altra cosa, il controllo delle nascite accessibile a tutti, sicuro, affidabile, e l’educazione sessuale hanno cambiato in meglio la condizione delle donne. Vediamo i progressi di questi sviluppi in tutto il mondo. Ma quei vecchi atteggiamenti vittoriani, circa il peccato e il male, la vergogna, la ‘debolezza’ delle donne e lo stato di “seconda classe”, ancora persistono. Ci dimentichiamo quanto siano recenti, in termini storici, questi cambiamenti, e sottovalutiamo quanto tragiche siano le reazioni che provocano. Sono molto contenta di vivere in un momento in cui ho potuto scegliere di avere i miei tre figli, quando ero pronta e in grado di garantire il loro benessere in una famiglia felice.

Se si dovesse fare mai un film, quale attrice potrebbe interpretare Annie? (Io avrei pensato a… Lisa Edelstein, Angie Armon – con lenti a contatto- Jennifer Connelly)

Beh, tutto quello che posso dire è che ci sono alcune trattative segrete per fare un film, o molto probabilmente una serie tv, con un’attrice meravigliosa, davvero sorprendente. Ma non sono libera di dire chi sia, al momento, posso solo dire che sono una sua grande ammiratrice, e che sembra davvero giusta per la parte: piccola, fiera, divertente, vulnerabile e coraggiosa. Rimanete sintonizzati!

:: Traduzione dall’italiano all’inglese a cura di Davide Mana.