:: Un’ intervista con Selma Dabbagh

Selma-DabbaghBenvenuta Selma e grazie per aver concesso a Liberi di Scrivere questa intervista. Raccontaci qualcosa di te. Narratrice, attivista, avvocato. Chi è Selma Dabbagh? Punti di forza e di debolezza.

Grazie a Giulietta e Liberi di Scrivere per l’intervista. Inizi con una grossa domanda, qui. Non ho alcun desiderio di entrare in una sorta di auto-contemplazione psicoanalitica su chi io sia, che potrebbe confondermi più di quanto non confonda i tuoi lettori, ma potrei iniziare dicendo che sono essenzialmente una scrittrice di fiction. Sono un avvocato qualificato (procuratore legale) per formazione e ho lavorato su casi che sono collegati con la Palestina, ma ho smesso di lavorare come avvocato più di un anno fa, ormai, per concentrarmi sulla scrittura. Scrivo racconti e romanzi. Al momento sto anche lavorando a un progetto cinematografico e occasionalmente scrivo pezzi di non-fiction come recensioni di arte, film e cultura palestinese per Electronic Intifada. Il mio lavoro mi fa sembrare spesso un’attivista, ma io non mi definisco attivista. L’attivismo richiede un insieme di abilità specifiche e sebbene io abbia ammirazione per gli attivisti, il mio ruolo di scrittore di narrativa letteraria è forse più sottile. Il mio obiettivo è far sì che le persone si connettano emotivamente creando mondi fittizi in un modo che consenta loro di apprendere su se stessi tanto quanto apprendono su cause o conflitti che potrebbero non essere necessariamente familiari. In termini di mie debolezze, direi che non scrivo ancora così come vorrei scrivere. Mi sento frustrata a volte dai limiti della mia immaginazione e dalla ripetizione della mia stessa voce e ci sono molti scrittori che vorrei essere, ma ogni sforzo creativo è spesso collegato a sapere quali sono i tuoi limiti e concentrarti sui tuoi punti di forza. In termini di punti di forza, direi che posso distillare le complesse situazioni politiche che fanno da sfondo ai miei romanzi e trascinare i lettori attraverso di esse raccontando una buona storia in un modo leggero, spesso umoristico. Non fornisco tutte le risposte, ma posso porre alcune domande decenti.

Raccontaci qualcosa di te, dei tuoi studi, della tua infanzia.

Sono cresciuta dappertutto. Gran parte della mia infanzia l’ho trascorsa in climi desertici (Kuwait, Arabia Saudita) dove ci si trova in casa per la maggior parte del tempo. In estate tornavamo in Inghilterra, da dove viene mia madre. Da bambina mi piacevano i treni, collezionare francobolli, fossili e fiori selvatici che ora sembrano tutti assurdamente leziosi. Da adolescente, era ancora pre-internet, quando ero adolescente in Kuwait ed ero completamente esclusa da gran parte della cultura popolare con la quale i miei contemporanei a Londra hanno familiarità, ma quell’isolamento mi ha fatto leggere molto. Mi sono ammalata gravemente di epatite all’età di 15 anni dopo un viaggio dal Kuwait a Minsk nell’ex Unione Sovietica con un corpo di ballo classico, e sono stata confinata a letto per due mesi. Dopo di ciò non ho potuto smettere di leggere. Era un’ossessione. Ho letto molto Turgenev e Zola. Ho lavorato a maglia e ho sognato di defezionare in Russia. Quando mi rimisi, andai di nuovo alle feste, ma a quel punto la polizia continuava a fare irruzioni eperquisizioni ed erano piuttosto tristi. La mia scuola in Kuwait era una scuola inglese, con studenti di 120 nazionalità diverse. Penso di essere uscita dal deserto con una prospettiva molto più internazionale di molte persone cresciute in centri cosmopoliti più noti.

Cosa significa il tuo nome?

La maggior parte delle parole arabe hanno tre consonanti che formano la loro radice. Il mio nome ha la stessa radice S-L-M di “Salam” che significa pace. Selma significa un luogo di rifugio, di sicurezza. Il mio cognome Al-Dabbagh significa conciatori (pellettieri). È una professione. Diversi secoli fa i miei antenati palestinesi vennero da Fez in Marocco (dopo essersi trasferiti dalla Spagna) e andarono in Palestina in pellegrinaggio, stabilendosi a Giaffa, dove rimasero fino al 1948 quando furono espulsi con la forza dalle forze sioniste.

Quando hai capito per la prima volta di voler essere una scrittrice?

Quando avevo otto anni. Ho scritto a una casa editrice e ho detto loro che un giorno mi avrebbero pubblicato in futuro. Non è ancora successo con quella casa editrice, che sta ancora andando forte, ma non è escluso che possa accadere un giorno.

Out of It, (Fuori da Gaza, Edizioni Il Sirente, trad. Barbara Benini) il tuo romanzo, è un lavoro immaginario che riflette comunque la vita di tutti i giorni in Palestina e poi in Inghilterra, specialmente dal punto di vista delle giovani generazioni palestinesi. La finzione aiuta a concentrarsi meglio sulla realtà?

Mi piace il modo in cui hai formulato quella domanda. Credo che la finzione possa portarci a una maggiore comprensione di noi stessi, aumentando le nostre intuizioni nelle percezioni delle altre persone facendoci vivere attraverso la visione dei nostri personaggi, divenendo più auto-coscenti di noi stessi ed empatici degli altri. Le nostre realtà diventano più profonde e multi-dimensionali. Con Out of It e la mia scrittura, direi sicuramente che non spiega tutto, ma che fornisce una introduzione ad una situazione che molti potrebbero percepire come complessa o estranea. Coinvolgendo emotivamente i lettori è possibile vedere le situazioni da una varietà di angolazioni.

Qual è stata la parte più laboriosa durante la scrittura?

Amo quasi tutto della scrittura. Se dipendesse da me, sarebbe l’unico lavoro che vorrei fare. Direi che i dubbi su me stessa sono stati la cosa più difficile da superare con il mio primo libro.

La questione palestinese è una una questione di diritto internazionale, politica, sociale molto complessa da risolvere. Pensi che sia possibile una soluzione pacifica? Le giovani generazioni israeliane e palestinesi credono che esista una possibilità per una soluzione pacifica reale? Cosa rallenta questa soluzione pacifica? Secondo te.

(Risponderò a queste due domande insieme)

Quasi tutto è possibile se lo desideri abbastanza. La maggior parte dei palestinesi non vuole altro che crescere la propria famiglia in pace, ma la loro situazione è stata deliberatamente resa insopportabile. Nel 2015 i rapporti delle Nazioni Unite hanno avvertito che entro il 2020 Gaza potrebbe essere “inabitabile” a causa del blocco illegale israeliano e degli attacchi militari alle persone e alle loro infrastrutture.
Sono sicura che molti giovani israeliani apprezzerebbero anche la pace per le generazioni future, ma non sono convinta che il loro governo lo condivida. La loro economia è strettamente legata agli sviluppi militari, come la tecnologia dei droni, e vi è un interesse nazionale ad essere in uno stato di guerra costante. Gli israeliani avrebbero bisogno di subire una rivoluzione in prospettiva per frenare l’attuale razzismo e la belligeranza che il loro governo incoraggia.
I palestinesi, da parte loro, avrebbero bisogno di assicurarsi una migliore leadership e mobilitazione. È deprimente come molte iniziative sui processi di pace sembrino essere diventate parte di un settore che siauto-alimenta bruciando milioni di dollari e cambiando molto poco. Entro il 2014, Israele ha distrutto quasi 50 milioni di dollari di progetti finanziati dall’UE in Palestina, ma pochi governi europei presnderebbero inc onsiderazione anche solo l’idea di rispondere imponendo sanzioni ad Israele. È molto importante continuare a fare pressione sui governi per garantire la responsabilità e l’applicazione del diritto internazionale.

La decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale d’Israele, che cosa porterà per voi?

Tutto ciò che il presidente Donald Trump fa o dice mi fa rabbrividire. È molto difficile non avere una reazione puramente istintiva di disgusto. È provocatorio e spericolato all’estremo. Come gran parte del mondo liberale e di sinistra, sono non poco sbalordita dal fenomeno Donald Trump, ma deve essere trattato come un campanello d’allarme piuttosto che un motivo per rinunciare, per quanto allettante possa essere.
È necessario insistere su standard internazionali. Gerusalemme est fu annessa illegalmente da Israele durante la guerra del 1967. Ha una popolazione palestinese significativa che subisce ancora una pulizia ertnica dalla città sulla base delle origini etniche e della nazionalità. I territori occupati vengono requisiti e le case demolite contrariamente alle disposizioni della IV Convenzione di Ginevra. Il governo israeliano ha ricevuto ilvia libera per continuare con queste politiche razziste dalle azioni di Trump. L’effetto di queste azioni sulla credibilità degli Stati Uniti come “mediatore onesto” nei negoziati di pace in Medio Oriente è ovvio.
Va ricordato che Gerusalemme non è importante solo per i palestinesi, ma anche per tutti i musulmani (e cristiani) a livello globale. È il secondo luogo di pellegrinaggio più importante dopo la Mecca. Le ramificazioni della decisione illegale e irresponsabile di Trump sono enormi. In un momento in cui le Nazioni Unite sono più che mai necessarie, è spregevole che gli Stati Uniti abbiano appena tagliato 285 milioni di dollari in fondi dal bilancio delle Nazioni Unite perché non hanno ottenuto il sostegno che voleva per il voto di Gerusalemme.

Nel tuo romanzo i lettori sentono che i personaggi esprimono un grande bisogno di normalità. Aspirano ad essere persone normali alle prese con le cose di tutti i giorni: con lo studio, il lavoro, l’amore, anche se la storia sembra averli appesantiti con pesi difficilmente sostenibili. Senti anche questo bisogno di normalità nelle nuove generazioni?

La maggior parte delle persone in tutto il mondo, non importa da dove vengono, vogliono dalla vita solo l’essenziale. Lo psicologo americano Abraham Maslow ha definito una gerarchia di bisogni, partendo dai bisogni fisiologici di base (cibo, acqua, calore, riposo) e passando alle questioni di sicurezza prima di passare ai bisogni psicologici per gli altri e alla propria autostima. Questi due livelli inferiori possono apparire così elementari nei paesi ricchi in pace, che desiderarli può sembrare pedestre. Il desiderio di questi aspetti della normalità diventa molto più intenso quando vengono costantemente negati in modi diversi; dove la disoccupazione è alta e la scarsità di cibo è reale, non puoi spostarti da una città all’altra a causa di posti di blocco e muri “di sicurezza”, vai a dormire la notte senza sapere se la tua casa sarà demolita al mattino, tu non puoi completare la tua educazione perché la tua università viene costantemente chiusa, o bombardata, i tuoi genitori non possono ricevere cure mediche perché non è permesso attraversare il confine, o non puoi ottenere un permesso per andare nella città dove c’è l’ospedale, i droni guardano ogni tua mossa, i bombardamenti aerei sono frequenti, dove l’acqua è contaminata, la tua fornitura di elettricità poco frequente, i tuoi amici vengono reclutati per combattere, la scuola o l’ospedale dei tuoi figli potrebbero essere attaccati. In queste circostanze, per la maggior parte delle persone, l’idea di un lavoro sicuro a casa e in famiglia è quasi il paradiso al quale puoi sognare di aspirare.

Quanto è durato il processo di scrittura di Out of it?

Le prime note che ho trovato sull’idea dell romanzo risalgono all’incirca al 2002. Poi ho smesso per molto tempo prima di iniziare a scrivere. La maggior parte è stata scritta nel 2007, ma non è stata pubblicata fino al 2011. È stato un lungo viaggio.

Usi mai qualcuna delle tue paure o esperienze personali nelle tue storie?

Sì, ma non nella loro interezza. Le traspongo spesso su altri personaggi o le distorco in qualche modo. Inoltre, come in ogni forma di creazione artistica, puoi spesso cercare di rappresentare un’emozione o una scena esatta, ma in realtà produrre un’impressione distorta di essa, in un modo che produce una verità diversa.

Come immagini il tuo futuro adesso?

Come si immaginano il loro futuro le persone? Sto cercando di non sentirmi disperata per l’atmosfera politica assolutamente negativa. A parte la politica palestinese, a Londra c’è un senso di sconforto e disperazione, da dopo il referendum sulla Brexit, che è palpabile; i londinesi hanno votato in modo schiacciante per rimanere nell’UE. A livello personale, i miei figli crescono velocemente e la situazione a casa cambia di anno in anno in modo significativo. Spero di continuare a essere in grado di scrivere, di trovare pubblico, di godere di quello che faccio, ma chissà cosa porterà il futuro. Forse sarò pubblicata da quella casa editrice alla quale ho scritto quando avevo otto anni…

Grazie per la tua gentilezza e disponibilità. Vorrei chiudere questa intervista chiedendoti quali sono i tuoi progetti futuri? C’è un nuovo romanzo in lavorazione?

Sì. È completamente diverso e quasi finito. Mi è appena stato commissionato di scrivere un breve racconto futuristico ambientato in Palestina / Israele nel 2048 a cui sto lavorando, insieme a un grande progetto cinematografico, di cui sono entusiasta. Amo il cinema come medium, lavorare in una squadra e il processo di scrivere una sceneggiatura.

[Ringraziamo per la traduzione Davide Mana]

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