Archive for the ‘Risorse e Strumenti per scrittori’ Category

:: Come avvicinarsi al mondo del podcasting: webinar, audiolibri, letture in video

20 novembre 2018

Podcasting

Allora l’argomento è vasto e vario, ho radunato nel titolo alcuni utilizzi che si possono fare delle produzioni audio, ma ne parlerò genericamente, posponendo gli approfondimenti per successivi articoli.

Ma cos’è un podcast?

È una trasmissione audio trasmessa via web. Servono strumenti, programmi, una connessione internet veloce, un computer, un microfono e in teoria chiunque può produrla e i più bravi e professionali commercializzarla.

Serve un microfono professionale, ce ne sono dei più vari in commercio e per tutte le tasche, una scheda audio USB esterna (consigliabile, ma non indispensabile, se i vostri cavetti sono già a norma), un paio di cuffie, un computer, una connessione veloce e un programma di editing audio, questo:

Audacity

gratuito e davvero sorprendente e ricco di funzioni.

Poi serve un luogo dove radunare i propri lavori audio.

Potete caricarli su:

Soundcloud

Otterrete un link per esempio da mettere su Facebook o sui vostri siti. Così se siete blogger i vostri lettori potranno sentire la vostra voce registrata!

E qui. Sembra interessante:

Spreaker

Vi consente di avere tutti gli strumenti per creare, distribuire e monetizzare i vostri podcast.

Volete caricarli su Youtube?

Allora vi serve un canale Youtube e poi è indispensabile questo software:

Sony Vegas Pro

uno dei programmi di editing video più celebri.

Vi consentirà di trasformare le vostre registrazioni audio in veri video da mettere su Youtube.

Naturalmente ora dovrete imparare a usare questi strumenti, ma per iniziare è sufficiente.

Alla prossima!

:: Come si fa un’intervista a uno scrittore

8 novembre 2018

bnyAllora se siete qui, e avete digitato come si fa un’ intervista immagino voi siate blogger che volendo fornire articoli sempre più vari e interessanti ai vostri lettori vi proponiate di provare a inserire le interviste nel vostro palinsesto, conducendole nel migliore dei modi.

Mi limiterò quindi a qualche consiglio, sempre ritenendo che ogni intervistatore debba maturare un proprio stile, che deve essere personale e onesto.

Innanzitutto leggete le interviste dei grandi, a questo link The Paris Review https://www.theparisreview.org/, o ovunque ce ne siano, sia disponibili su internet, che sui giornali, o sui libri.

Un piccolo segreto poi è quello di scegliere attentamente chi intervistare, solo scrittori che vi interessino sul serio, che vi interessi davvero conoscere come la pensano su determinati argomenti. Se non interessa a voi, difficilmente potrà interessare ai vostri lettori leggervi.

Buona norma è poi conoscere la produzione letteraria dell’autore intervistato, e qualcosa del suo profilo bio, giusto per non fare gaffe imperdonabili, e vi assicuro può capitare. È successo anche ai migliori. Intervistare è un’ arte, la si affina col tempo e con la sensibilità. Non è facile far parlare la gente alle tue condizioni, impostando tu un tipo di conversazione, che quasi mai dovrebbe essere in un senso solo. Un’ intervista è un dare e un ricevere, solo così diventa davvero interessante.

Innanzitutto mettete a suo agio l’intervistato, non dimostratevi mai troppo aggressivi o supponenti, state invitando una persona per un breve colloquio, non troppo informale, si spera. Siate educati, si saluta, si ringrazia del tempo concessoci, si cerca di instaurare un rapporto di fiducia. Io non chiederò cose a cui tu autore non vuoi rispondere, tu risponderai a cosa io ti chiedo e lo farai il più onestamente possibile. Questo tacito patto lo si crea, lo si conquista, non ci viene dato così dal nulla. Le interviste più riuscite sono quelle in cui l’intervistato intervista l’intervistatore, o quelle in cui entrambi hanno modo di esprimere pareri, che possono anche non essere uguali, in cui hanno modo di crescere e evolvere.

Diciamo che un’ intervista inizia nel momento in cui voi contattate uno scrittore chiedendogli la sua disponibilità. Qui vi giocate un sì o un no. Siate spontanei, amichevoli e corretti, fate capire che è il vostro stile, che non censurerete mai quello che vi dirà né tanto meno lo distorcerete per fare sensazione (attirare lettori). Insomma fate capire che giocherete pulito. E ciò vale sia quando contattate l’esordiente, che non consoce nessuno, e sia quando contattate la star dell’editoria, che sforna bestseller come respira, o ha una fama di esperto in un dato campo.

Di solito nella mia esperienza gli scrittori amano essere intervistati. Difficilmente vi diranno di no, sempre se sono liberi e non stanno magari scrivendo, (quindi sono in una specie di ritiro monastico), o in tour o in viaggio. Se vi dicono no, non offendetevi e non demoralizzatevi. Può essere un no adesso, ma un sì in futuro. Quindi niente mail di risposta piccati e offesi. Si ringrazia e si getta le basi per una nuova intervista in futuro.

Io per esempio prediligo le interviste scritte, ma si possono fare interviste telefoniche, via chat, di persona. Vedete quale forma si adatta di più al vostro stile, e se non avete gli strumenti spiegatelo tranquillamente, vi verranno in aiuto.

Le prime interviste non saranno mai brillanti, perfette, senza tentennamenti. Iniziate con domande facili, e chiare, brevi e dirette. I primi successi vi daranno l’input per nuove interviste sempre più complesse e articolate.

Se incontrate uno scrittore maleducato che risponde a monosillabi alle vostre domande, facendovi a volte fare la figura del cretino, siate calmi e pazienti, al limite non lo chiamerete più per una seconda intervista.

Dare del tu o del lei? A uno scrittore che è anche vostro amico, date tranquillamente del tu, a chi non conoscete (bene) è sempre meglio dare del lei, specie se è più anziano, un professore, un critico importante.

E voi, avete altri consigli? Amate intervistare gli scrittori? Raccontateci la vostra esperienza nei commenti.

:: Un’ intervista con Davide Mana: Patreon è un’ opportunità per gli scrittori?

3 novembre 2018

DavideConoscete Davide Mana come collaboratore di questo blog, blogger a sua volta (lo trovate su Strategie Evolutive), scrittore, divulgatore culturale, bene, gli ho chiesto oggi di parlarci di un progetto a cui aderisce (con successo) da poco più di un anno, e che dovrebbe interessare molti artisti (in qualunque campo operino) che cercano entrate regolari per praticare in maggiore autonomia e libertà la loro arte. Si chiama Patreon. Per chi non conoscesse Patreon è una piattaforma internet, con sede legale a San Francisco, che consente ai fan di un artista, ai lettori per uno scrittore, di aiutarlo concretamente con un contributo regolare mensile, (che va da 1 dollaro del classico caffè, a qualche centinaia o migliaia di dollari in alcuni casi), a creare le sue opere. Il supporter o patrono è dunque una sorta di mecenate che apprezza così tanto i disegni, i video, gli scritti, la musica di qualcuno da dirgli: ehi io sono qua, ti supporto, sono dalla tua. E non solo a parole, ma coi fatti. Ma per saperne di più chiediamo appunto a Davide Mana che ha avuto il coraggio di buttarsi nell’ impresa.

Innanzitutto grazie Davide di essere qui, e grazie di averci concesso questa intervista per parlare di un tema che sicuramente interesserà parecchi creativi, parlo di creativi in senso lato perché nessuna arte è discriminata. Iniziamo col fare chiarezza, che differenza c’è tra Patreon e un tradizionale crowdfunding

R: Grazie per l’ospitalità.
La fondamentale differenza fra Patreon e un crowdfunding “tradizionale” (Kickstarter, Indiegogo, Produzioni dal Basso ecc.) è che mentre il crowdfunding si focalizza su un progetto, Patreon si focalizza sull’autore.
In altre parole, quando lancio un crowdfunding, chiedo ai miei fan (e a tutte le persone interessate) di aiutarmi a finanziare un progetto specifico: un romanzo, un disco… La Humphrey Bogart Foundation ha finanziato un eccellente film noir, ad esempio, usando un crowdfunding. In cambio del loro supporto, i finanziatori hanno ricevuto una copia del film in anteprima, come scarico digitale. La ricompensa per chi partecipa a un crowdfunding è sempre legata al progetto specifico: una copia del disco, una edizione limitata del romanzo, ecc. Possono esserci ricompense extra, se si superano certi traguardi, ma di base il crowdfunding dice: “mi serve la cifra X per produrre il mio libro/film/disco/fumetto/gadget tecnologico, versami almeno Y e ne avrai una copia.”
Il fuoco del progetto è un prodotto specifico e ben definito, e i fondi raccolti vanno a coprire le spese vive del prodotto stesso: i costi di revisione, editing, stampa ecc per un romanzo; i costi di incisione e produzione per un disco, e così via.
In un crowdfunding io aderisco, viene prelevata una certa cifra dalla mia carta di credito, e a tempo debito ricevo la mia ricompensa.
Patreon è invece uno strumento che permette ai fan (chiamati “Patrons” o sostenitori) di aiutare l’autore o l’artista (chiamato “Creatore”) a continuare a produrre le sue opere. Il modello è quello classico del mecenatismo: pago l’artista perché continui a fare ciò che mi piace. Lo scopo non è quello di coprire le spese di un determinato progetto, ma generare un fisso mensile che l’artista possa usare per pagarsi le spese mentre crea le sue cose. Di base, perciò, il Creatore su Patreon dice ai propri fan: “Aiutatemi a pagare le bollette di casa, in modo che io possa continuare a scrivere/a dipingere/a fare ciò che vi piace. Per ringraziarvi vi darò delle cose che non darò a nessun altro.”
Con Patreon io aderisco, una cifra fissa viene prelevata ogni mese dalla mia carta di credito, e io ricevo mensilmente, o settimanalmente, le mie diverse ricompense.
E infatti il sistema di ricompense di Patreon è molto più flessibile e divertente: conosco una disegnatrice che condivide coi suoi sostenitori su Patreon tutti gli schizzi preliminari dei propri dipinti, che normalmente nessun altro vede. Ci sono musicisti che regalano ai loro fan su Patreon incisioni alternative delle loro canzoni e brani inediti, o che li premiano con inviti dietro le quinte ai concerti. I miei supporter su Patreon ricevono delle storie esclusive scritte apposta per loro, possono sbirciare da sopra la mia spalla mentre scrivo, vedere scene tagliate e appunti, assistere a sessioni di editing… Il rapporto su Patreon non è finalizzato a un progetto, ma è continuativo, ed è molto più personale.

Come sei venuto a conoscenza di questa realtà, e quali casi di successo ti hanno dato la spinta per provare anche tu?

R: Patreon è stato messo in piedi da un giovane musicista americano che si chiama Steve Conte, metà del duo Pomplamoose, che avevo scoperto a suo tempo su YouTube. Seguendo i Pomplamoose venni a sapere dell’esistenza di Patreon, e ben presto la voce cominciò a circolare fra gli scrittori indipendenti: Patreon sembrava funzionare, e bene, per i musicisti, per gli Youtuber, per i podcaster. Persino per i cosplayer. Si poteva adattare anche agli scrittori? Qualcuno ci aveva provato?
Il primo caso di successo in cui mi sono imbattuto, poi, è stato quello di Caitlin R. Kiernan, una brava e popolare autrice horror americana che da anni opera come indipendente, e che è stata una delle prime ad adottare Patreon. Poi sono venuti altri. Con alcuni autori che stavano sperimentando questo nuovo strumento ci si conosceva e frequentava da tempo. Feci domande, sentii cosa ne pensavano. Tutti parevano decisamente soddisfatti. Cominciai allora a pianificare un esperimento.
Poi qualcuno si premurò di spiegarmi in dettaglio che all’estero funzionava, ma per un italiano non avrebbe mai funzionato. E allora decisi di provare.
In fondo, se aveva funzionato per Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, poteva funzionare anche per me, no?

Dunque è una piattaforma americana, i creatori di contenuti in lingua in inglese saranno favoriti. È possibile partecipare anche in altre lingua che non siano appunto l’inglese, mi dicevi?

R: La piattaforma Patreon è aperta a tutti, e serve solo a facilitare e automatizzare gli scambi fra artisti e fan. Ma alla fine, sei tu che entri in contatto con i tuoi fan, e quindi la lingua è quella che tu e i tuoi fan condividete. E sei tu a fornire contenuti e premi ai tuoi supporter, quindi anche in questo caso, sei tu che controlli ogni aspetto dell’interazione.
Io ad esempio, che sono complicato – e ho fan in Italia e all’estero – devo fornire contenuti in italiano e in inglese, per accontentare tutti. Ma non è un grosso sacrificio.

Il difficile è allargare la cerchia dei supporter a quanto ho capito, ma ci sono diversi premi modulati si può dire per tutte le tasche. Tu come ti orienti e ti muovi per cercare nuovi sostenitori? Che tipo di autopromozione fai? Patreon aiuta in questo senso o bisogna fare tutto da sé?

R: Procediamo con ordine.
L’artista su Patreon ha piena libertà nella scelta del tipo di donazioni e ricompense.
Di solito si procede a livelli. Nel mio caso, tutti coloro che mi versano un dollaro al mese ricevono l’accesso a un blog esclusivo sul quale posto almeno una volta alla settimana, più l’accesso al “dietro le quinte” del mio lavoro: appunti, schede e schemi, scene tagliate, materiale raccolto facendo ricerca. Hanno insomma la possibilità di vedere come lavoro. Il livello successivo è la Five Bucks Brigade, i coraggiosi che mi versano 5 dollari al mese. Queste persone hanno accesso a tutto ciò che rendo disponibile al livello precedente, e in più ricevono un racconto in esclusiva al mese. Hanno inoltre uno sconto su tutti gli ebook che mi autoproduco, e compatibilmente con gli orari, una volta al mese ci si vede in videoconferenza per chiacchierare. Il terzo livello è per coloro che mi versano dieci dollari al mese, e che ricevono tutto il materiale dei due livelli precedenti, e hanno gratis tutti i miei ebook, di solito una settimana prima che escano su Amazon.
Ma questo è il mio schema, e per ora pare funzionare. Posso cambiarlo, ampliarlo o ridurlo. Si possono adottare sistemi diversi. Lo scrittore Thobias Buckell, ad esempio, ha un solo livello secco a 1 dollaro, e tutti gli iscritti (ne ha svariate centinaia) ricevono un racconto in esclusiva al mese. Il mio amico Ari Ragat fa la stessa cosa, ma il suo livello unico è a 5 dollari. E Caitlin Kiernan ha una decina di livelli diversi.
Come trovare supporter: si spera di avere dei fan, che ci sia insomma qualcuno disposto a rischiare almeno un dollaro al mese per aiutarci ad andare avanti, sulla base della promessa che così potremo creare di più.
Patreon offre una serie di strumenti molto semplici (bottoni per iscriversi, badge, mailing list ecc), ma il grosso del lavoro tocca a noi. Sono i nostri fan, siamo noi a dover sapere come raggiungerli e come spiegargli cosa significa supportarci su Patreon.
Statisticamente, i creativi “di successo” su Patreon hanno dai trenta ai cinquanta supporter, mentre le superstar ne hanno oltre il centinaio. Far crescere il numero di supporter è un grosso sforzo, certamente, ma è anche un aspetto della piattaforma che ci obbliga a pensare a ciò che stiamo facendo, e al nostro pubblico: ci sono persone che mi sostengono, ma ora cosa devo fare di meglio, o di diverso, perché gli altri miei fan si decidano ad aiutarmi?

Se uno poi vuole uscire è semplice, ci sono penali?

R: Per poter entrare su Patreon, prima di essere titolari di una pagina, è necessario essere fan di due artisti già registrati. In altre parole, è necessario versare almeno un dollaro al mese ciascuno ad almeno due artisti. Io al momento ne supporto quattro (due scrittori, una pittrice e un vlogger). E nel momento in cui si desidera uscire da Patreon, basta cancellare la propria pagina e, se lo si vuole, sospendere il supporto ai due (o più) artisti che stiamo sponsorizzando. Non mi risulta ci siano penali di alcun tipo.

In un certo senso Patreon ti responsabilizza?

R: Estremamente.
In primo luogo ti obbliga a mantenere una certa tabella di marcia. La mia Five Bucks Brigade (devo disegnare un logo apposta per loro, tra l’altro, per Natale) si aspetta un racconto nuovo al mese, in Italiano e in Inglese, e io glielo devo—perché loro i soldi li hanno versati per davvero, mi hanno dato la loro fiducia, non posso deluderli.
Ma è anche una grossa spinta per la fiducia in se stessi—perché c’è gente là fuori che crede nel nostro lavoro abbastanza per rischiare 1, 5 o 10 dollari al mese. E perciò quando hai una giornataccia, e ti trovi a domandarti se ciò che stai facendo valga la pena, se a qualcuno importi qualcosa di ciò che scrivi, o disegni o fai, beh, con Patreon tu SAI che quelle persone ci sono, le conosci per nome, ci scambi anche qualche parola di tanto in tanto. Fa bene all’anima, e aiuta a restare focalizzati.

Come premi si possono mandare anche audiolibri, quali altri scrittori anche in lingua inglese l’hanno fatto con successo? Patreon è attrezzato per caricare file audio?

R: Sì. Patreon ha uno strumento integrato che permette di condividere file audio coi propri sostenitori, per cui è possibile caricare audiolibri, o podcast. Uno degli autori che seguo e supporto usa i file audio per condividere delle anteprime dei propri racconti con i suoi fan, brani del proprio lavoro che lei legge e commenta in audio.
Allo stesso modo, Patreon integra anche Discord—uno strumento per chattare e giocare in gruppo online—e Reddit, per cui è possibile condividere coi propri sostenitori delle discussioni su quella piattaforma.

È una comunità coesa? Ci si aiuta tra colleghi o ognuno opera per conto suo?, c’è un forum?

R: Ciascun artista ha la propria comunità di sostenitori, ma Patreon non ha uno strumento specifico per favorire la comunicazione fra creatori. Alla fine ci si conosce e ci si scambia idee e suggerimenti privatamente, e di propria iniziativa, se succede. Da quel che ho visto, esiste una sorta di filosofia che porta chi è dentro da più tempo ad aiutare chi è appena arrivato, una specie di spirito di frontiera come ai vecchi tempi di internet. In fondo è un po’ ciò che io sto facendo qui, e che altri hanno fatto per me un anno fa e più.
Ciò che Patreon fornisce è un blog che settimanalmente offre consigli su come promuovere il proprio lavoro, come dare nuove ricompense ai sostenitori, e esamina casi di successo. C’è anche una ricca biblioteca di esempi e di articoli su vari aspetti della piattaforma e del suo uso.

Nella tua esperienza i tuoi sostenitori sono un pubblico difficile, o li hai trovati ben disposti a venirti in contro nei vari momenti della tua attività? Partiamo dal presupposto che è gente che crede in quello che fai, che vuole sostenerti.

R: Potrei cominciare col dire che i miei sostenitori sono persone fantastiche—è vero, ma suonerebbe sospetto. Perciò mettiamola in questo modo: i sostenitori su Patreon sono le persone alle quali il tuo lavoro piace abbastanza da volerti versare un mensile perché tu possa continuare a farlo. Sono i “superfan”, quelli che credono in te. Sono quelli che fanno la coda col sacco a pelo davanti alla biglietteria per essere i primi ad avere il biglietto del concerto. Quelli che hanno la maglietta col tuo logo. Che preordinano il tuo libro un mese prima che esca, e che vengono a farselo autografare.
Se sono “difficili” è perché da te si aspettano il meglio—ma di fatto sono persone fantastiche, e si fidano di te. O non sarebbero su Patreon a sostenerti.

Ora sembra tutto fantastico, parlando dei lati bui, quali sono state le maggiori difficoltà? a parte trovare supporter, di cui ne abbiamo già parlato.

R: Io in un anno lati bui non ne ho trovati. È necessario imparare a organizzarsi, avere un calendario, ricordarsi di mantenere i contatti con i sostenitori, dargli ciò che si è promesso. Ma non è una cosa difficile. Può capitare di arrivare in ritardo—i supporter lo capiranno, ma dobbiamo dirglielo. Può capitare che qualcosa vada a gambe all’aria—dobbiamo dirgli anche questo. Magari potrebbero addirittura darci dei consigli utili per salvare il salvabile.
L’onestà e la chiarezza sono indispensabili—penso a Holly Lisle, un’eccellente scrittrice e insegnante di scrittura, che è sbarcata su Patreon pochi mesi or sono dicendo chiaramente che era lì perché con l’ultimo uragano sul Golfo del Messico aveva perso la casa, e avrebbe ricompensato con racconti, consigli di scrittura e sessioni di editing chiunque l’avesse aiutata a rimettersi in piedi.
E davvero, in un anno di attività, Patreon è l’unico aspetto del mio lavoro che non mi abbia dato problemi e non mi abbia causato periodiche crisi di sconforto. Anzi, aiuta a uscire dalle crisi di sconforto.

Perché secondo te da un punto di vista psicologico è così difficile per un italiano partecipare al progetto?

R: La domanda da un milione di dollari. Perché ci hanno insegnato a diffidare, probabilmente. E perché la filosofia dell’ottenere l’intrattenimento gratis è penetrata a fondo nella nostra cultura. A questo, io credo, si aggiunge una certa inerzia nell’adottare soluzioni tecnologiche: conosco persone (e non ottantenni) che non usano PayPal o la carta di credito, e che non si fidano a fare acquisti online. Figurati chiedere a costoro di inserire i propri dati e poi versare in automatico un dollaro al mese a fronte della promessa di gratitudine e di chissà che altro.

Dal punto di vista fiscale?

R: Fa tutto Patreon, che trattiene la percentuale dovuta al fisco di ciascuna nazione da cui arrivano le donazioni, e la versa in automatico.

Da un punto di vista tecnico come funziona? È l’artista che deve mandare i “premi” promessi ai vari sostenitori o fa tutto Patreon, almeno la gestione possiamo dire della fase di smistamento?

R: Di base, Patreon è come un blog. Se sai aggiornare un blog su WordPress o su Blogspot, sai anche usare Patreon. Il Creatore aggiorna periodicamente la propria pagina, programma la data di uscita dell’aggiornamento, e i contenuti vengono condivisi in automatico con i sostenitori. È possibile selezionare a quale fascia di pubblico arriveranno i contenuti. Nel mio caso, io di solito condivido contenuti pubblici (un assaggio gratis, almeno una volta al mese, anche per chi non mi sostiene), contenuti per tutti i sostenitori (i vari dietro le quinte e così via), contenuti per i membri della Five Bucks Brigade (i racconti in esclusiva, i post per concordare quando vederci, gli sconti), e i contenuti per il Terzo Livello (gli ebook gratis ecc). Patreon si premura di informare via mail tutti gli interessati quando un contenuto è disponibile per loro, e altrettanto mi comunica eventuali loro commenti o richieste o cose.
Ogni aggiornamento è dotato di tag, per cui è possibile rintracciare anche vecchi post, ed è possibile condividere testi, immagini, file audio, video e immagini, condurre sondaggi. È uno strumento semplice, a volte persino troppo spartano, ma anche molto completo.

Bene è tutto, se dopo questa tua intervista qualcuno fosse curioso o volesse sostenerti, quale è il link diretto per diventare tuo sostenitore?

R: Detto, fatto: https://www.patreon.com/davidemana

Sono giusto sul punto di caricare un nuovo aggiornamento per tutti i miei supporter…

:: La diffusione dei social network sta omologando il nostro modo di scrivere?

19 ottobre 2018

bny

Omologazione: Processo culturale per il quale una cosa o una persona va perdendo le proprie caratteristiche e i comportamenti peculiari, uniformandosi alle tendenze dominanti.

Scriviamo, scriviamo tanto, ma scriviamo male, sempre più male. Errori grammaticali, refusi, mancanza di concordanza tra verbo e soggetto, tempi dei verbi ballerini. Non perché non si conosca le regole del gioco, ma per la fretta, la disattenzione, la pigrizia.
Non solo la gente comune, ma anche gli scrittori, i giornalisti, gli addetti ai lavori. Tutti. Ne discutevamo con una psicologa che si occupa di tematiche legate al lavoro, e si evidenziava questa decadenza culturale, inarrestabile.
Tutta colpa dei Social Network? I grandi imputati.
Bella domanda, che meriterebbe una seria riflessione.
Innanzi tutto c’è la fretta.
Sui social si scrive in modo sempre più veloce. Si deve rispondere in tempo reale nelle discussioni e questo pregiudica poi successivamente il nostro modo di scrivere anche quando siamo soli, a tu per tu con il foglio bianco.
Alcuni agenti infatti addirittura vietano ai loro scrittori di stare sui social, un po’ perché c’è il rischio di incamminarsi in polemiche sterili, di perdere tempo, ma anche perché la scrittura ne risente. E significativamente.
Ci stiamo tutti omologando, conformando a schemi fissi di pensiero? Utilizziamo tutti le stesse parole? Pensiamo tutti le stesse cose? Parliamo delle stesse cose a flussi regolari, fissi?
Anche questo è vero e non si discosta troppo da quello che denuncia Paolo Sordi ne La macchina dello storytelling Facebook e il potere di narrazione nell’era dei social media, agile volumetto edito da Bordeaux Edizioni, che se non avete letto vi consiglio di recuperare.
L’allarme non è ancora generalizzato, ma percepito soprattutto nella scuola, dagli insegnanti che si trovano classi sempre più ingestibili. Un professore di lettere in una scuola superiore mi diceva che si è arreso. Scrivano come vogliono, tanto sui social nessuno se ne accorge degli errori.
Ma come diceva James Lee Burke, si scrive male, perché si pensa male. La scrittura non è che un accidente, un tratto successivo.
Quindi che fare? Ci sono dei rimedi? Sicuramente limitare i social, e darsi più tempo quando si scrive su di essi, non farsi coinvolgere in dibattiti vorticosi che necessitano di un botta e risposta quasi ossessivo. Meditare su quello che si scrive, rileggerlo, correggerlo. Anche io non sono immune da tutto questo, perché non lo faccio. Finisco di scrivere una cosa e penso subito ad altro. E non bisognerebbe, bisognerebbe respirare e concedersi il lusso di non farsi sopraffare dalla fretta, anche se il tempo è quello che è, e le esigenze sono spesso altre. Insomma la vita vera chiama e non si può ignorarla. Ma anche la scrittura è una priorità.
Ecco riflettiamo su questo, questo penultimo weekend di ottobre.

:: Scrivere è un piacere?

13 aprile 2018

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Per me senz’altro. Se non lo fosse chiuderei il blog e sceglierei come hobby che so il giardinaggio. Ho un bel giardino che trascuro ignominiosamente per seguire i lavori del blog, dopo tutto.

Mettere insieme parole, seguire il flusso dei pensieri, vedere dove il testo scritto ti porta credo sia uno dei piaceri più intensi che ho provato in vita mia. Superato da ben poche altre cose. Un po’ come il cioccolato, mette in circolo le endorfine e uno si sente meglio. Si sente più felice. Non a caso è citato come uno dei maggiori antidepressivi naturali.

Scrivere mette in moto parti del cervello, che rilasciano sostanze molto simili, ritengo.

Scrivere rende più allegri, soddisfatti, appagati.

E poi è una sfida. Non certo che sia facile. Scrivere implica esercizio, capacità tecniche, costanza, perseveranza, pazienza. Fatto a livello professionale è un vero e proprio lavoro. Costa fatica, sacrifici, delusioni, periodi di buio. Può capitare il temutissimo blocco dello scrittore. Cosa che sto attraversando adesso.

Oltre a scrivere per il blog, recensioni, articoli e interviste, scrivo anche racconti, saggi, romanzi, e attualmente quest’ ultima parte del mio lavoro si è come paralizzata. La scrittura libera, va ancora alla grande, ma la scrittura strutturata, con ricerche, una trama, personaggi già ideati, beh quella attualmente è andata in ferie.

E da parecchi mesi. Cosa che in realtà inizia un po’ a preoccuparmi.

I motivi?

Tanti e tutti reali: la stanchezza, i molti impegni, le preoccupazioni, le priorità (stare troppo sui social?). Ho provato a buttare giù una trama per un racconto giallo, da sviluppare per un’ antologia, e il nulla, il vuoto, il buio più fitto. Devo portare avanti un racconto giallo storico, di cui ho fatto per mesi ricerche di ogni genere, e anche lì, non riesco ad andare avanti. Ho da finire un racconto fantasy cinese, e niente tutto scorre fino a un punto, oltre il niente. Ho un saggio sul blogging da terminare,  rivedere e niente, manco quell’ impegno va avanti. E grazie al cielo che non ho ricevuto anticipi e nè firmato contratti. Forse la mia vena creativa si è inaridita, il mio timore è che arrivi davvero la sindrome del foglio bianco e non riesca più a scrivere nemmeno articoli per il blog, recensioni, ideare domande per le interviste.

Che fare in questi casi? Il consiglio più diffuso è: leggere, ascoltare musica, guardare film, raccoglier input insomma, poi qualcosa alla fine dovrebbe sbloccarsi, almeno spero.

Premesso questo, scrivere resta un piacere, uno dei pochi con ben poche controindicazioni, e piuttosto a buon prezzo. Mal che vada serve un foglio di carta e una bic blu.

E voi che ne pensate? Scrivere è un piacere? Cosa fate quando la vostra vena narrativa si inaridisce? Rispondete nei commenti, sarò felice di iniziare una discussione con voi. Ah, e poi comunque c’è sempre il giardinaggio.

:: Blogging etico, eco-friendly

10 aprile 2018

bny

Ieri ho sentito parlare del web, della blogosfera tutta, come di un’ immane discarica, e la cosa mi ha spinto a scrivere questo articolo e a riflettere su alcune cose che forse io davo per scontate, ma tanto scontate non sono.
In senso lato il web siamo noi: ci sono persone più o meno corrette, altruiste, generose, che seguono un’ etica, una morale, un’ ideologia, un credo politico, sociale, religioso, che dir si voglia. Alcuni vedono nel web solo una fonte di guadagno (più o meno lecito) altri magari qualche fonte di guadagno non la disdegnano, ma vedono più in là, vedono oltre, vedono il futuro.
Tuttavia comunicare credo sia l’esigenza primaria di chi opera nel web, diffondere informazioni, preservare il nostro sapere, la nostra cultura, la nostra società. Siamo esseri sociali, se non socievoli, siamo fatti per vivere in comunità più o meno grandi, per aiutarci, per sostenerci.
E voi non sapete quanti white hat ci sono, che hanno permesso negli anni che il sistema non collassasse. C’è gente che opera nell’ ombra, di cui non conoscerete mai nome e cognome, che agisce per il bene, per diffondere energia positiva e per arginare le derive a volte pericolose di questo sistema-mondo.
Se siamo una comunità, dovremmo anche darci regole condivise che migliorino l’ambiente in cui viviamo. E lo so non sempre e facile. Anche i migliori di noi commettono errori, derogano dai propri principi, magari non hanno il coraggio di fare la cosa giusta pur vedendola.
Noi blogger siamo in questo sistema-mondo gli operatori più esposti, più in chiaro per intenderci. Molti guardano a noi come un esempio da seguire, e questo implica responsabilità. Verso i più giovani, verso tutti.
Il blogging etico non credo sia una moda, passeggera e superflua, ma un’ esigenza di sopravvivenza, la condivisione del sapere, il no profit, la alleanza e l’essere un gruppo coeso, sono cose importanti come quei microrganismi dell’oceano che ripristinano l’eco sistema.
Riflettevo su questo ieri quando sentivo definire il web una discarica. Certo ci sono i piranha, ma questo non deve impedirci di credere che tutte le potenzialità di questo sistema, tutte le cose meravigliose che ha reso possibile, siano inutili, o destinate alla fine.
Chi opera per il bene insomma non deve sentirsi un ingenuo o uno sprovveduto, spesso ha capacità anche maggiori degli altri, che mette a servizio di tutti, in un clima di gratuità, che non implica sfruttamento o abusi. Rubare il lavoro altrui, non rispettando le sue intenzioni di uso, non è blogging etico. Mentire, calunniare, raggirare, derubare gli altri non sono pratiche che a lungo termine giovano, ma inquinano, tanto quanto i veleni che respiriamo nell’aria, o quelli che esistono nell’acqua.
Portiamo valore, insomma col nostro operato, creiamo ricchezza, diamo un senso agli sforzi di tutti verso un obbiettivo condiviso. E non facciamoci abbattere dalla tristezza e dal pessimismo. Molto spesso i buoni sono silenziosi, ma sono tanti, operano senza volere riconoscimenti, ti aiutano senza neanche che tu lo sappia.
E voi cosa ne pensate? Siete d’accordo con quanto ho scritto? Cosa fate concretamente per dare un apporto costruttivo alla blogosfera? Scrivetelo nei commenti, sarà interessante discuterne.

:: Come richiedere una recensione a un blog letterario

21 marzo 2018

bny

A grande richiesta (va beh grande, diciamo di qualcuno) ecco un articolo rivolto a quegli scrittori che mandano tante mail ai blogger e non ricevono risposta, e neppure una recensione. E si chiedono dove sbagliano. A volte non sbagliano neanche, ma certe cose è bene tenerle presente.

Senza pretese di esaustività sull’argomento naturalmente, e senza nulla togliere agli articoli di numerosi colleghi reperibili in rete, scrivo dunque questo post per essere d’aiuto a quegli scrittori che senza ufficio stampa, o in accordo con loro, scrivono direttamente ai blogger letterari proponendo il loro libro affinché venga letto e recensito. Non nego che in 10 anni ne ho viste di richieste bizzarre, o perlomeno formulate in maniera bizzarra, e a parte la maleducazione la cosa che indispone più di tutto un recensore è la trascuratezza e la superficialità. Ma andiamo con ordine.

Ci sono due scuole di pensiero: una prevede che le recensioni non vadano richieste, che siano spontanee. L’altra ammette che si richieda a un recensore di leggere il proprio libro. Badate bene ho detto leggere, la successiva recensione sia per un quotidiano, o per una rivista, o un blog non è mai dovuta, e tanto meno la si può pretendere.

Chiarito questo, non lo dovrei dire, ma il recensore non è una divinità indiana, di un ipotetico pantheon di intoccabili. Fosse anche super influente, super rinomato, super qualificato, esprime sempre un parere, un punto di vista personale delle cose e del mondo, a volte è vittima di preconcetti, e debolezze, come tutti. Per cui se temete il suo giudizio, non sottoponetegli i vostri testi. Se lo fate, aspettatevi di accettare critiche e giudizi a volte anche se non spietati molto sulfurei.

Risentirsi di una stroncatura, criticarla, attaccare il recensore (dopo), è una cosa da non fare mai. Lo dico per voi, nel vostro interesse. I recensori si parlano, i nomi degli scrittori che dopo anche una pur velata critica scatenano la propria orda di fan dietro al critico, fosse anche un giovanissimo blogger alle prime armi, circolano e bene non credo vi sia difficile immaginare, che i blogger poi cestinino le successive richieste, per quieto vivere o per stanchezza.

Se nella mail (breve mi raccomando) specificherete che accettate con educazione le opinioni altrui, vi assicuro questa breve frase aumenterà esponenzialmente le probabilità di essere presi in considerazione. (Poi naturalmente lo dovete fare sul serio, non usarla come frase di circostanza).

Cercate le parole adatte con cura, siete scrittori, non dovrebbe essere difficile. Evitate il linguaggio burocratico (per carità), o quello troppo confidenziale, da amiconi quando a volte manco ci si consoce, o peggio quello di chi pretende un servizio che il blogger non è minimamente tenuto a concedere.

Visitate il sito di riferimento, assicuratevi che il blog accetti libri da recensire, mi raccomando, può sembrare strano e incredibile, ma ci sono anche blogger che non lo fanno. Che vogliono scegliere da soli cosa leggere. Leggete dunque sempre la policy del blog, il genere di libri che il blogger recensore preferisce leggere, i suoi tempi, se ha messo in un cartello (ideale) sono sospese le richieste di recensioni, rispettatelo. Non farà eccezioni perché voi avete scritto un capolavoro. Ha i suoi buoni motivi che siano familiari, di salute, o perché si è stancato. Insomma rispettateli.

Vi confido un segreto, i blogger non stanno tutto il giorno ad aspettare le vostre richieste, fanno altro, a volte anche meno piacevole di dare una scorsa alle mail. E un blogger medio grande, riceve decine e decine di mail simili al giorno e il tempo essendo limitato, non permette di dedicare troppo tempo a questa attività. Se una mail non cattura l’interesse, viene lasciata indietro, vi confesso senza tanti sensi di colpa. E’ più una questione di sopravvivenza, ne convenite?

Quindi scrivete in buon italiano, perlomeno comprensibile, date segno di aver letto la policy e compreso i tratti salienti. Fate capire che ci tenete davvero al parere di quel blogger, e non solo per vendere più copie del vostro libro. Non è il mestiere del blogger fare vendere più libri. Il blogger scrive principalmente alla community dei suoi lettori, a loro deve rendere conto, loro con le loro visite tengono in vita il blog. Ciò non toglie naturalmente che le vendite possano aumentare, come effetto collaterale, se di un libro se ne parla, se ne discute ha più probabilità che circoli, che venga letto, e acquistato.

Infine, sperando di esservi stata utile, e nonostante ci siano tanti altri punti da toccare, ma sempre nel tentativo di essere sintetica ed efficace, nel concludere ricordatevi di ringraziare una volta pubblicata la recensione, che sia con una mail o con due righe sui social. Non è un pagamento in denaro, ma vuol dire molto per il recensore, e non c’è nulla di peggio che sentirsi usato e sfruttato. Un grazie può far miracoli, ve lo assicuro. E non vi sminuisce. I più importanti e famosi scrittori trovano il tempo per ringraziare del tempo dedicato ai propri libri. Gli addetti stampa, subissati di lavoro, trovano il tempo di scrivere due righe anche solo per far sapere che la recensione la si è letta davvero, e non si è solo appiccicato una testa impagliata nella parete del salottino da caccia. Non è solo bon ton, è più solidarietà tra colleghi (che si rispettano) e amici. Alla prossima.