:: Mangiando grissini alla pizza di Francesca Varagona

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grissini alla pizza

© Valeria Varagona

Mettiamo un quindicenne con le cuffiette alle orecchie, l’occhio abbacinato dallo smart, tra i denti ancora un bombolone alla crema. Poi aggiungiamo una vecchia signora che esce dal panificio. Rendiamo inevitabile lo scontro. E l’incontro.
Alla signora cadono le borse della spesa, e il giovane, rinvenendo dal suo mondo parallelo, la sostiene per un braccio; piega il suo metro e ottanta, instabile come una torre di carte, e raccoglie le pere in fuga come barili di liquore William sul marciapiedi. È già possibile un rapido inventario: salvi i bocconcini all’olio, spezzati tutti i grissini, sopravvissuti quelli di pasta sfoglia, ma morbida, all’origano. I grissini alla pizza.
Il ragazzo pensa che sarebbe meglio andare (ha fatto brucia a scuola e noi lo sappiamo), ma non se la sente di lasciare la vecchia per strada, la gamba dolorante. E qui ci sorprende. Si offre di accompagnarla a casa.
La vecchia signora lo ha inquadrato bene, da dietro i suoi occhiali appannati e un po’ sbilenchi: le sembra così magrino, anche se è alto, una faccina pulita, senza peluria, poco più di un bambino. Anche lei s’è già chiesta come mai non è andato a scuola.
Facciamo che, a questo punto, l’adolescente si accende una sigaretta; la signora dondola la testa in segno di disappunto: si vuole rovinare la salute, già così giovane. Questa fretta di crescere! Di anni lei ne ha impilati una sfilza, ma il fumo no, non lo ha mai tollerato.
Ricostruiamo una vita: la signora vive sola, i suoi figli abitano in altre città. Riesce ancora a essere autonoma e indipendente, ce la fa a non avere bisogno di badanti. Ma insomma, sempre meno. È una maestra in pensione, ha insegnato nella scuola del quartiere per oltre quarant’anni, adesso vive con la sua pensione, un gatto persiano e i libri accumulati negli anni. Non guarda quasi mai la televisione, a volte ascolta la radio a volte, con l’aiuto di un vecchio mangianastri (che, grazie al potere eternante della scrittura, abbiamo cura di non far rompere mai), una musicassetta di canti latinoamericani che le ricordano i viaggi fatti in gioventù.
La conoscono tutti, nel quartiere, la maestra Viola, che con ogni tempo, neve, pioggia, sole o vento, esce alle dieci del mattino per il giro sotto il portico, compra clementine o fichidindia (e sì, proprio quelli) dal fruttivendolo, il quotidiano e il cruciverba dall’edicolante, il pane (sempre in eccesso, come può essere l’ansia di un passato che non passa), e si ferma al bar a bere un cappuccino con il cacao spruzzato sulla schiuma.
Ora ricostruiamo una carriera (un po’ così, però, ecco: non vogliamo si pensi, alla fine, che il giovane sia l’eroe di questo racconto): Alberto – questo il nome che abbiamo messo al ragazzo a zonzo – ha evitato l’incombente interrogazione di diritto. Non è preparato e, del resto, non vuol prendere un altro due. Non gli piace studiare, non si trova a scuola, non ha amici, ha cannato nella scelta delle superiori. In passato abbiamo cercato di spingerlo a dirlo ai suoi genitori, ma non ha saputo dire loro come mai non riesce a ingranare e loro son sempre indaffarati; alle medie se l’è sempre cavata, adesso ha perso l’interesse: ogni giorno una prova, una verifica, un’interrogazione, e lui non apre libro, sempre in giro da solo, sempre ad ascoltare musica, occupato solo a crescere e a cambiare come in un corpo biologicamente programmato, senza sapere cosa diventare.
La signora Viola ringrazia il ragazzino dell’offerta di accompagnarla, ma no, ha deciso che non si può e rifiuta sia pur con gentilezza. Meglio non fidarsi, non si sa mai cosa può passare in testa a questigiovanidoggi, e poi fuma. Glielo diciamo sempre ai suoi figli di raccomandarle tutte le sere di stare attenta, durante le telefonate prima di coricarsi – a turno uno squillo veloce – e sempre gli ricordiamo di dirle di portare con sé il cellulare, che però dimentica regolarmente, non fosse altro che per quelle complicatezze, tutti quei tastini minuscoli, il display verde. E tutto questo nonostante il modello sia obsoleto, ma almeno semplice nelle sue ristrette funzioni…
Alberto però insiste. Almeno che la signora gli riferisca il nome di una persona di fiducia da poter avvertire: è malferma sulle gambe, un po’ confusa e non osa abbandonarla in mezzo alla strada, anche se l’istinto resta quello di sparire dalla zona (teme che potrebbe venirci in mente, per muovere la trama, di fargli fare un incontro imbarazzante!)
«Signora, è sicura di farcela? L’accompagno solo vicino a casa, se non si fida». (((((((())))))
Conosce il congiuntivo, il ragazzino. Sa parlare, nonostante la sua aria stropicciata. La maestra ha intuito le sue perplessità e non si sente forzata. Però non vorrebbe abbassare la guardia. Però, le borse pesano, e anche il piede le fa male (questo noi, per coerenza, non possiamo evitarlo). Però, inizia pure a piovigginare – del resto, si sa, è febbraio e il meteo si fa le cose sue – e il marciapiedi diventa di sapone. Però, però, però…
«Va bene, andiamo», ci sorprende, «ma spegni la sigaretta!» (ah, ecco, ci pareva).
Alberto, punto sul vivo, resiste all’istinto di mandarla a quel paese, ma si ferma, forse un’analogia, una sovrapposizione improvvisa con la nonna Giorgina, morta appena l’anno prima. Viola approfitta del momento di incertezza: prende sottobraccio il ragazzino e si sente sicura. Non ha nipoti, del resto, solo il ricordo di centinaia di alunni passati tra i banchi, fantasmi poco più giovani di lui che, nella sua memoria si fan tutti sorridenti, positivi, attivi, giovani menti produttive.
«Come ti chiami?»
«Alberto».
«E non vai a scuola?»
«Oggi era sciopero».
«Perché non sei andato a scuola?»
«L’ho detto!»
«La verità-àà».
La vecchia signora lo legge bene e Alberto, senza quasi accorgersene, passo dopo passo, offre piena e completa confessione di non aver studiato, di non averne voglia, di non essere capito dai suoi, di non avere amici, di voler mangiare solo il bombolone alla crema in santa pace e magari anche i grissini alla pizza che ha intravisto dalla sporta della maestra Viola. Alberto non vuole tornare nemmeno a casa, ma non sa dove andare, non sa dove sbattere la testa e non riesce a concentrarsi se non sulla sua musica. Hip-hop.
Lasciamo che Viola si fermi. Ormai sono quasi arrivati al suo indirizzo. Non vuole farlo entrare, vuole solo tornare tra i suoi libri e sedersi sulla poltrona, sgranocchiare i bocconcini, sbucciare le pere succose e aspirare l’odore delle bucce di clementine che mette sul termosifone per profumare l’aria. I vecchi si sa, sono egoisti per intervenuta mancanza di tempo.
«Signora io la saluto, penso che sia arrivata».
La maestra Viola si è voltata a guardare in faccia il ragazzino che, intanto, rimette le cuffie alle orecchie.
«Potrei darti una mano», le è parso di dire, «potrei aiutarti con i compiti». In realtà glielo abbiamo fatto pensare ma, invece, lei ci ignora: «Grazie, Alberto; e mi raccomando: domani va a scuola. E non fumare tanto, che ti rovini la salute!».
Si è fatto mezzogiorno, ha smesso di piovere. Alberto tira fuori dalla tasca il cappellino di maglia, fa un cenno con la mano, un mezzo sorriso tirato. Scriviamo: lo sguardo gli rientra nella sua bolla smart-virtuale. Hip-hop e s’allontana. Eppure il dubbio gli è venuto che la vecchia gli sia andata addosso apposta.

Francesca Varagona è nata a Palermo nel 1962. Germanista, ha vissuto a Roma e a Palermo, dove ha compiuto gli studi universitari laureandosi in Lingue e letterature straniere moderne nel 1986, prima di trasferirsi a Bologna, dove risiede dal 1992.
Lavora come docente in una scuola superiore bolognese.
Si dedica da molti anni alla scrittura. Ha pubblicato alcuni racconti sulla webzine letteraria Kultural, ha partecipato ad alcune sillogi di poesia della casa editrice Pagine (Riflessi, Immagini, I poeti contemporanei, Viaggi diVersi) e ha pubblicato nel 2009, con altre sei poetesse, il libro “Plurale femminile” con ilmiolibro.it della Feltrinelli.
Ha collaborato ai blog Poeti clandestini e Incanto errante.
Ha pubblicato articoli sul blog Rosalio di Palermo e su Il nuovo paese di Bagheria.

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2 Risposte to “:: Mangiando grissini alla pizza di Francesca Varagona”

  1. fulvio Says:

    bellissimo cara Francesca….ciao, un abbraccio.

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