:: Un’ intervista con Giorgio Ballario

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Il destino dell'avvoltoioBentornato Giorgio su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Ho spulciato nel nostro archivio, e la nostra ultima intervista risale al 2012, eccetto la parentesi estiva, lo scorso anno, in cui abbiamo intervistato Aldo Morosini. Aggiornaci. Cosa è cambiato da allora? Noto che hai avuto un percorso autoriale abbastanza tortuoso e accidentato. Per me almeno che ti seguo come scrittore dal 2009, ormai quasi da dieci anni.

Ciao Giulietta e grazie per questa nuova opportunità di incontrare i lettori di Liberidiscrivere. E’ passato parecchio tempo, in effetti, e sono anche successe molte cose. A parte un certo numero di libri che ho pubblicato, dal 2014 sono anche fondatore – e presidente – dell’associazione culturale Torinoir, che riunisce undici autori torinesi che di certo conosci: Patrizia Durante, Massimo Tallone, Rocco Ballacchino, Maurizio Blini, Marco G. Dibenedetto, Enrico Pandiani, Luca Rinarelli, Fabio Beccacini, Fabio Girelli e Claudio Giacchino. E con loro abbiamo fatto un bel po’ di iniziative: l’ultima, l’antologia “Il Po in noir” (Edizioni del Capricorno) è dell’autunno scorso, ancora reperibile in libreria.

Diamo uno sguardo alla tua bibliografia, hai pubblicato: Morire è un attimo, Una donna di troppo, Il volo della cicala, Le rose di Axum, Nero Tav, Vita spericolata di Albert Spaggiari, Fuori dal coro, e l’ultimo Il destino dell’Avvoltoio. Ci sono tutti? Dimentico qualcosa? Forse i tuoi racconti apparsi in antologia?

Romanzi e libri di taglio saggistico ci sono tutti, mancano appunto i racconti, che sono un bel numero ma non è certo il caso di elencare.

Riassumendo dopo Le rose di Axum la serie Morosini si è interrotta. Le nebbie di Massaua, la mitica (nel senso proprio che se ne parlava come di un essere mitologico) quarta indagine di Aldo Morosini doveva uscire nel 2013, poi per varie vicissitudini editoriali i tuoi lettori aspettano ancora la pubblicazione. Ci sono buone speranze che il tuo nuovo editore lo pubblichi entro quest’anno?

La serie si è interrotta non per mia volontà, ovviamente. Le vicissitudini che il mondo editoriale ha attraversato negli ultimi anni sono note a tutti e ne sono rimasto vittima anch’io, o meglio il maggiore Morosini. Il quarto romanzo coloniale è ancora inedito, ma posso sbilanciarmi fino a dire: ancora per poco. Per scaramanzia non aggiungo altro, ma alla tua domanda posso rispondere di sì.

Quando uscì Vita spericolata di Albert Spaggiari, ricordo che lo lessi e mi piacque molto, si sentiva autentica ammirazione da parte tua verso una persona che andò sì aldilà della legge, tuttavia conservò una sua etica e morale. Cosa ti ha sorpreso di più di quest’ uomo, mentre facevi le tue ricerche per il libro?

In effetti mi sono innamorato del personaggio Spaggiari sin dalle prime ricerche sulla sua vita, del resto a mio parere non avrebbe senso dedicarsi a scrivere la biografia di un personaggio che non ti intriga o che giudichi poco interessante. Di lui mi sono piaciute molte cose, sicuramente lo spirito guascone e irriverente, l’etica personale che lo allontana molto dal cliché del classico criminale, il coraggio e la capacità di attraversare la vita con il sorriso sulle labbra: uno dei suoi motti era “rido di tutto”. Inoltre mi è molto piaciuto ricostruire gli anni Settanta e Ottanta, gli ultimi, forse, in cui era ancora possibile essere avventurieri a tutto tondo, prima che globalizzazione da un lato e tecnologia asfissiante dall’altro modificassero per sempre le nostre vite.

Ma ora parliamo de Il destino dell’Avvoltoio, un noir atipico nella tua produzione, contemporaneo, ma più vicino al nero criminale. Abbiamo un protagonista che oscilla tra il lecito e l’illecito, perlomeno circoscritto a piccole truffe assicurative. Anche il linguaggio cambia, è più crudo, realistico, anche scurrile. Hai fatto fatica ad adattare il linguaggio a questi personaggi? Sei una persona molto educata, e per certi versi all’antica, in senso buono.

Con Il destino dell’avvoltoio ho voluto scrivere un noir a tutto tondo, dove la trama gialla è meno importante rispetto alle atmosfere e non esiste la solita divisione fra buoni e cattivi, tutori della legge e criminali. Anzi, come avrai letto, di buoni nel senso classico del termine non ce ne sono quasi. E’ chiaro che per raccontare questa storia, che per giunta si svolge in prevalenza nei bassifondi della città, anche il linguaggio deve adattarsi. E di sicuro il criminale del milieu torinese contemporaneo non parla come un maggiore dei carabinieri degli Anni Trenta. Ma non è solo il linguaggio, è proprio il modo di pensare dei personaggi che è diverso.

Come hai costruito l’intreccio e la trama. E’ una storia che ti è stata ispirata dalla cronaca?

E’ chiaro che per me, giornalista e attento lettore dei fatti di cronaca degli ultimi decenni, le notizie dei giornali sono sempre fonti primarie d’ispirazione. Anche in questo caso è stato così, sia pure non in senso stretto. Però per scrivere dei dettagli e per immaginare certi episodi della storia ho dato fondo anche alla mia memoria di cronista. Ma anche di cinefilo, potrei dire: nella figura dell’avvoltoio ho usato anche certe pennellate tratte da film noir, potrei citare il Danny De Vito de “L’uomo della pioggia”, il Ricardo Darìn di un film argentino che in Italia non è mai arrivato, dove il protagonista campava di truffe alle assicurazioni. Inoltre un collega mi ha detto che la figura di Montrucchio si avvicina a quella dell’avvocato De Gregorio, dell’omonimo film di Pasquale Squitieri del 2003, interpretato niente meno che da Giorgio Albertazzi. Non l’ho visto, ma è un accostamento che mi piace, cercherò di colmare la lacuna.

Tra gli aspetti più realistici del libro, lo sguardo che hai su Torino, la tua città. Una città che ha accolto più di altre molte fasi di immigrazione, dalla gente del Sud che veniva a lavorare alla Fiat negli anni del boom, negli anni ’60, alle ondate migratorie prima dei popoli dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino, a quelle dei paesi arabi, anche prima della Primavera Araba che ha portato in un certo senso a ciò che osserviamo oggi. La tua Torino multietnica, e coloratissima, ancora conserva un gusto sabaudo, nei suoi caffè del centro, nelle sue librerie, nei suoi musei. Come descriveresti la Torino di oggi a chi non l’ha mai visitata?

E’ difficile descrivere la propria città a un forestiero. Da un lato rischio di dare una visione deformata dall’amore che indubbiamente provo per Torino; dall’altro l’abitudine può anche giocare brutti scherzi e indurre a sottovalutare luoghi e ambienti che agli occhi di chi viene da fuori risultano più “magici” e interessanti di quanto non appaia a chi ci vive. Ne vengo fuori con un paragone letterario: Torino è come quei vecchi romanzi gialli che a prima vista non potrebbero competere con i best-seller super-pubblicizzati, ma poco a poco, leggendone le prime pagine, ti conquistano e ti attraggono perché capisci che la realtà non è mai quella che sembra e dietro l’apparenza c’è la sostanza.

Il finale è aperto, interrompi la storia prima di un quasi certo epilogo. Sono contemplati i miracoli nel mondo dell’avvocato Montrucchio?

E’ un finale aperto? Può darsi che qualcuno lo possa leggere così, ma in realtà quando ho scritto il romanzo ho pensato che il finale fosse abbastanza esplicito, anche se, come dici tu, la “macchina da presa” si spegne appena prima dell’ultima scena. Lasciamo al lettore un briciolo di immaginazione e libera interpretazione, nei libri – a maggior ragione nei noir – secondo me non si dovrebbe mai eccedere nei dettagli descrittivi.

Progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

I programmi ci sono e sono numerosi, sia con Torinoir che a livello individuale. Per abitudine io sto sempre scrivendo un libro, anche se poi le vicende della vita mi portano a volte a sospendere la stesura per dei mesi oppure a buttarne giù poche pagine ogni tanto. Al momento ti confesso che ho addirittura tre romanzi avviati, ma per un motivo o per l’altro li ho via via accantonati per seguire altri progetti. Un accantonamento temporaneo, spero.

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