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:: Un’ intervista con Giorgio Ballario

26 febbraio 2018

Il destino dell'avvoltoioBentornato Giorgio su Liberi di scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. Ho spulciato nel nostro archivio, e la nostra ultima intervista risale al 2012, eccetto la parentesi estiva, lo scorso anno, in cui abbiamo intervistato Aldo Morosini. Aggiornaci. Cosa è cambiato da allora? Noto che hai avuto un percorso autoriale abbastanza tortuoso e accidentato. Per me almeno che ti seguo come scrittore dal 2009, ormai quasi da dieci anni.

Ciao Giulietta e grazie per questa nuova opportunità di incontrare i lettori di Liberidiscrivere. E’ passato parecchio tempo, in effetti, e sono anche successe molte cose. A parte un certo numero di libri che ho pubblicato, dal 2014 sono anche fondatore – e presidente – dell’associazione culturale Torinoir, che riunisce undici autori torinesi che di certo conosci: Patrizia Durante, Massimo Tallone, Rocco Ballacchino, Maurizio Blini, Marco G. Dibenedetto, Enrico Pandiani, Luca Rinarelli, Fabio Beccacini, Fabio Girelli e Claudio Giacchino. E con loro abbiamo fatto un bel po’ di iniziative: l’ultima, l’antologia “Il Po in noir” (Edizioni del Capricorno) è dell’autunno scorso, ancora reperibile in libreria.

Diamo uno sguardo alla tua bibliografia, hai pubblicato: Morire è un attimo, Una donna di troppo, Il volo della cicala, Le rose di Axum, Nero Tav, Vita spericolata di Albert Spaggiari, Fuori dal coro, e l’ultimo Il destino dell’Avvoltoio. Ci sono tutti? Dimentico qualcosa? Forse i tuoi racconti apparsi in antologia?

Romanzi e libri di taglio saggistico ci sono tutti, mancano appunto i racconti, che sono un bel numero ma non è certo il caso di elencare.

Riassumendo dopo Le rose di Axum la serie Morosini si è interrotta. Le nebbie di Massaua, la mitica (nel senso proprio che se ne parlava come di un essere mitologico) quarta indagine di Aldo Morosini doveva uscire nel 2013, poi per varie vicissitudini editoriali i tuoi lettori aspettano ancora la pubblicazione. Ci sono buone speranze che il tuo nuovo editore lo pubblichi entro quest’anno?

La serie si è interrotta non per mia volontà, ovviamente. Le vicissitudini che il mondo editoriale ha attraversato negli ultimi anni sono note a tutti e ne sono rimasto vittima anch’io, o meglio il maggiore Morosini. Il quarto romanzo coloniale è ancora inedito, ma posso sbilanciarmi fino a dire: ancora per poco. Per scaramanzia non aggiungo altro, ma alla tua domanda posso rispondere di sì.

Quando uscì Vita spericolata di Albert Spaggiari, ricordo che lo lessi e mi piacque molto, si sentiva autentica ammirazione da parte tua verso una persona che andò sì aldilà della legge, tuttavia conservò una sua etica e morale. Cosa ti ha sorpreso di più di quest’ uomo, mentre facevi le tue ricerche per il libro?

In effetti mi sono innamorato del personaggio Spaggiari sin dalle prime ricerche sulla sua vita, del resto a mio parere non avrebbe senso dedicarsi a scrivere la biografia di un personaggio che non ti intriga o che giudichi poco interessante. Di lui mi sono piaciute molte cose, sicuramente lo spirito guascone e irriverente, l’etica personale che lo allontana molto dal cliché del classico criminale, il coraggio e la capacità di attraversare la vita con il sorriso sulle labbra: uno dei suoi motti era “rido di tutto”. Inoltre mi è molto piaciuto ricostruire gli anni Settanta e Ottanta, gli ultimi, forse, in cui era ancora possibile essere avventurieri a tutto tondo, prima che globalizzazione da un lato e tecnologia asfissiante dall’altro modificassero per sempre le nostre vite.

Ma ora parliamo de Il destino dell’Avvoltoio, un noir atipico nella tua produzione, contemporaneo, ma più vicino al nero criminale. Abbiamo un protagonista che oscilla tra il lecito e l’illecito, perlomeno circoscritto a piccole truffe assicurative. Anche il linguaggio cambia, è più crudo, realistico, anche scurrile. Hai fatto fatica ad adattare il linguaggio a questi personaggi? Sei una persona molto educata, e per certi versi all’antica, in senso buono.

Con Il destino dell’avvoltoio ho voluto scrivere un noir a tutto tondo, dove la trama gialla è meno importante rispetto alle atmosfere e non esiste la solita divisione fra buoni e cattivi, tutori della legge e criminali. Anzi, come avrai letto, di buoni nel senso classico del termine non ce ne sono quasi. E’ chiaro che per raccontare questa storia, che per giunta si svolge in prevalenza nei bassifondi della città, anche il linguaggio deve adattarsi. E di sicuro il criminale del milieu torinese contemporaneo non parla come un maggiore dei carabinieri degli Anni Trenta. Ma non è solo il linguaggio, è proprio il modo di pensare dei personaggi che è diverso.

Come hai costruito l’intreccio e la trama. E’ una storia che ti è stata ispirata dalla cronaca?

E’ chiaro che per me, giornalista e attento lettore dei fatti di cronaca degli ultimi decenni, le notizie dei giornali sono sempre fonti primarie d’ispirazione. Anche in questo caso è stato così, sia pure non in senso stretto. Però per scrivere dei dettagli e per immaginare certi episodi della storia ho dato fondo anche alla mia memoria di cronista. Ma anche di cinefilo, potrei dire: nella figura dell’avvoltoio ho usato anche certe pennellate tratte da film noir, potrei citare il Danny De Vito de “L’uomo della pioggia”, il Ricardo Darìn di un film argentino che in Italia non è mai arrivato, dove il protagonista campava di truffe alle assicurazioni. Inoltre un collega mi ha detto che la figura di Montrucchio si avvicina a quella dell’avvocato De Gregorio, dell’omonimo film di Pasquale Squitieri del 2003, interpretato niente meno che da Giorgio Albertazzi. Non l’ho visto, ma è un accostamento che mi piace, cercherò di colmare la lacuna.

Tra gli aspetti più realistici del libro, lo sguardo che hai su Torino, la tua città. Una città che ha accolto più di altre molte fasi di immigrazione, dalla gente del Sud che veniva a lavorare alla Fiat negli anni del boom, negli anni ’60, alle ondate migratorie prima dei popoli dell’Est, dopo la caduta del Muro di Berlino, a quelle dei paesi arabi, anche prima della Primavera Araba che ha portato in un certo senso a ciò che osserviamo oggi. La tua Torino multietnica, e coloratissima, ancora conserva un gusto sabaudo, nei suoi caffè del centro, nelle sue librerie, nei suoi musei. Come descriveresti la Torino di oggi a chi non l’ha mai visitata?

E’ difficile descrivere la propria città a un forestiero. Da un lato rischio di dare una visione deformata dall’amore che indubbiamente provo per Torino; dall’altro l’abitudine può anche giocare brutti scherzi e indurre a sottovalutare luoghi e ambienti che agli occhi di chi viene da fuori risultano più “magici” e interessanti di quanto non appaia a chi ci vive. Ne vengo fuori con un paragone letterario: Torino è come quei vecchi romanzi gialli che a prima vista non potrebbero competere con i best-seller super-pubblicizzati, ma poco a poco, leggendone le prime pagine, ti conquistano e ti attraggono perché capisci che la realtà non è mai quella che sembra e dietro l’apparenza c’è la sostanza.

Il finale è aperto, interrompi la storia prima di un quasi certo epilogo. Sono contemplati i miracoli nel mondo dell’avvocato Montrucchio?

E’ un finale aperto? Può darsi che qualcuno lo possa leggere così, ma in realtà quando ho scritto il romanzo ho pensato che il finale fosse abbastanza esplicito, anche se, come dici tu, la “macchina da presa” si spegne appena prima dell’ultima scena. Lasciamo al lettore un briciolo di immaginazione e libera interpretazione, nei libri – a maggior ragione nei noir – secondo me non si dovrebbe mai eccedere nei dettagli descrittivi.

Progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

I programmi ci sono e sono numerosi, sia con Torinoir che a livello individuale. Per abitudine io sto sempre scrivendo un libro, anche se poi le vicende della vita mi portano a volte a sospendere la stesura per dei mesi oppure a buttarne giù poche pagine ogni tanto. Al momento ti confesso che ho addirittura tre romanzi avviati, ma per un motivo o per l’altro li ho via via accantonati per seguire altri progetti. Un accantonamento temporaneo, spero.

:: Il destino dell’avvoltoio di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno 2018)

9 febbraio 2018
Il destino dell'avvoltoio

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Uscito in edicola, perlomeno in Piemonte, dal 9 dicembre dello scorso anno con La Stampa, prima uscita della nuova collana “Piemonte in noir” delle Edizioni del Capricorno, “Il destino dell’avvoltoio”, il nuovo romanzo di Giorgio Ballario, è da ieri 8 febbraio disponibile in libreria e negli store online.
E’ un noir contemporaneo che si colloca se vogliamo tra la scuola americana, (penso alla magistrale lezione di George V. Higgins) e la scuola mediterranea soprattutto francese più anarchica e se vogliamo romantica. E’ un racconto in prima persona, quella tanto amata da Chandler per Marlowe e di difficile costruzione, e abbiamo un antieroe classico, che mischia cinismo e vaghi sensi di colpa per una certa insoddisfazione esistenziale che l’ha fatto diventare l’uomo che non voleva essere, (sono le aspettative che rendono la giovinezza l’epoca più bella della vita, la consapevolezza del futuro che ci aspetta, e lo si capisce quando il futuro è ormai dietro alle spalle). Questa malinconia pervade tutto il racconto e stempera se vogliamo l’amarezza di fondo abbastanza incisiva.
Il registro linguistico è medio basso, l’uso frequente di grossolanità e turpiloquio è abbastanza funzionale al sottobosco criminale e malavitoso in cui bazzica e gravita il personaggio principale, Fabio Montrucchio, detto l’Avvoltoio. Anche se non l’ho trovato molto spontaneo, credo che l’autore sia più a suo agio con un linguaggio più alto, infatti le descrizioni della città, Torino, soffuse di un certo spleen, sono più riuscite ed evocative, a mio avviso. Inoltre anche l’uso di forme gergali prettamente piemontesi, penso a baggianate, che forse a un lettore da Roma in giù dirà poco, rendono la narrazione identificabile con un territorio, in un noir molto regionale, che invece che essere una limitazione è sicuramente un punto di forza di questo libro. Anche termini come popolino, che mi han fatto saltare sulla sedia, sono abbastanza antiquati, forse li usavano le generazioni passate, ma da ciò si evince un attento studio della lingua da parte dell’autore. Insomma non è un testo improvvisato, e l’autore si dimostra capace dei propri mezzi narrativi.
Sebbene preferisca i suoi gialli storici, ma mi capita anche con de Giovanni, quindi è in buona compagnia, Il destino dell’avvoltoio è un noir senz’ altro originale e interessante. La scrittura di Ballario è sempre piacevole, anche se classica, ogni capitolo ha un titolo, il finale è inevitabile è ben si adatta al tipo di storia fortemente caratterizzata da derive piene di tensione. Mi è piaciuto l’accenno a Spaggiari, di cui Ballario scrisse un libro (Vita spericolata di Albert Spaggiari, 2016), di cui forse Montrucchio, l’ Avvoltoio, può essere un cugino minore, mettendo in conto che ci possano essere vincoli di parentela tra personaggi reali e di fantasia.
Bello il personaggio di Irina, la donna moldava che il protagonista incontra al Pronto Soccorso, in uno dei suoi tipici raid a caccia di clienti da imbrogliare. Si sa l’Avvoltoio vive di piccoli raggiri, di frodi assicurative fatte con la complicità di criminali di piccolo cabotaggio, quando incontra sulla sua strada un vero mafioso, don Vito Gullace, sarà tutta un’ altra questione. Ma seppure un perdente, il Nostro ha mille risorse e possiamo essere sicuri che venderà cara la pelle.
Giornalista, scrittore, presidente di Torinoir, circolo che raccoglie diversi scrittori torinesi di noir, Ballario si conferma uno scrittore versatile e capace di sperimentare alternando vari registri narrativi e generi, dal giallo storico (sempre venato di noir) della serie Morosini, al noir mediterraneo contemporaneo del detective privato Hector Perazzo, a “Il destino dell’avvoltoio” con cui se vogliamo abbiamo una nuova declinazione del noir contemporaneo, più vicina al nero criminale, e per un giornalista che si è occupato di cronaca nera per molti anni mi sembra una evoluzione logica.
In conclusione se poi come me siete fan storici di Morosini e aspettate da anni la pubblicazione del quarto romanzo del ciclo coloniale con lui protagonista, che doveva uscire per Hobby & Work, ebbene se tutto va bene potrebbe tornare in libreria sempre per Edizioni del Capricorno, entro l’estate. Notizia molto ufficiosa, da prendere con le pinze. Penso tutto dipenderà dalle vendite di questo libro. Quindi correte in libreria!

Giorgio Ballario è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Oltre a Il destino dell’avvoltoio, ha pubblicato cinque romanzi (Morire è un attimoUna donna di troppoIl volo della cicalaLe rose di Axum e Nero Tav) oltre a racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017), è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.
Inizialmente distribuito in edicola con il quotidiano La Stampa in Piemonte, è ora disponibile in tutte le librerie e gli store on line.

Source: libro inviato dall’editore, si ringrazia l’autore e l’Ufficio Stampa Edizioni del Capricorno.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Aldo Morosini, maggiore dei Regi Carabinieri, grazie alla gentile collaborazione di Giorgio Ballario

7 luglio 2017

1Aldo Morosini, benvenuto su Liberi di Scrivere. Forse è la prima volta che rilascia un’intervista, è un po’ emozionato? Ci parli di lei, della sua infanzia, dei suoi studi, ci racconti qualche suo pregio e qualche suo difetto.

Buongiorno, in effetti non sono abituato a parlare di me e tanto meno a rilasciare interviste. Non credo che il mio passato sia tanto interessante, è simile a quello di molti giovani italiani nati alla fine del secolo scorso e cresciuti nel Novecento, nel mio caso in provincia di Padova e poi in altre regioni al seguito di mio padre, ufficiale del Regio Esercito. Quando è scoppiata la guerra ero già sottotenente dei Reali Carabinieri e in seguito per ragioni di servizio ho girato l’Italia, sono stato a Torino, Firenze, Roma. Poi, alcuni anni fa, c’è stata la possibilità di un breve trasferimento nella colonia eritrea: ho accettato un po’ per spirito d’avventura, un po’ perché c’era la possibilità di far carriera. Poi le cose sono andate diversamente: sono ancora qui e sempre con lo stesso grado di maggiore.

Cosa ne pensa del fatto che Giorgio Ballario abbia trasposto la sua vita in una serie di romanzi? Si riconosce nelle sue storie? Si sente ben rappresentato?

Be, signora Giulietta… le confesso che all’inizio mi ha fatto piacere. Insomma, pur non essendo una persona propensa alla vanità, l’idea che le mie indagini in terra africana diventassero libri e venissero lette da tante persone mi ha lusingato. E devo dire che il personaggio descritto nei romanzi del “ciclo coloniale” sono proprio io, con pregi e difetti. Anche se qualche volta l’autore ha un po’ esagerato, sia nel rendere più movimentate le mie avventure, sia nell’indugiare sulla natura malinconica del mio carattere. Però adesso comincio ad avere alcuni problemi: quando vado in giro a Massaua c’è gente che mi domanda delle prossime investigazioni e al comando del Bassopiano il colonnello non è che veda di buon occhio tutta questa pubblicità per un singolo ufficiale, ha persino minacciato di farmi trasferire. In realtà il comandante ci terrebbe a fare una figura migliore, mi ha confidato che a volte ha l’impressione che l’autore tenda a canzonarsi di lui.

Soffre di mal d’Africa? Non sente mai nostalgia di casa? Come si sente un giovane carabiniere italiano, così lontano da casa, in una terra straniera, per molti versi inospitale? Un pezzo di Italia l’ha portata con sé?

In realtà più che altro soffro di “Mal d’Italia”, perché non c’è giorno che Dio manda in terra che non senta nostalgia della patria e della mia famiglia, rimasta a Padova. Come lei saprà, avendo letto i romanzi, mio padre è risultato disperso nella guerra e per la mamma è stato un durissimo colpo, non si è mai più ripresa. Soffre di esaurimento nervoso e per forza di cose le cure ricadono su mia sorella, che peraltro ha una famiglia sua cui badare. Di conseguenza la lontananza mi pesa anche per questo motivo. Però le confido un segreto: quando mi capita di passare alcuni mesi in Italia, in licenza, allora sì che soffro di Mal d’Africa. E provo grande nostalgia per questa terra aspra, torrida e inospitale alla quale mi sento ormai legato da un indissolubile rapporto di amore e odio. Odi et amo, come scriveva Catullo… Lei sa, vero, che amo molto i classici latini?

Si sente un uomo del suo tempo? Ben integrato, apprezza il mondo che la circonda? Quale è il suo rapporto con il potere?

Che domande impegnative! Sono un uomo del mio tempo, questo è sicuro, ma ho talvolta l’impressione che per me sarebbe stato meglio vivere in altre epoche della storia umana. Il mondo che mi circonda è brillante, stimolante, in continua evoluzione ma in tutta sincerità devo dirle che non sempre lo apprezzo; così come non sempre apprezzo il potere. Lo considero un male necessario, indispensabile per organizzare la convivenza del genere umano e per amministrare la giustizia, tuttavia ci sono aspetti connaturati all’esercizio del potere che mi ripugnano profondamente. Ma in questo caso si ricade soprattutto nei difetti e nei limiti della natura umana, come insegna il mio maestro Seneca.

Apprezza le scelte coloniali del suo paese? Quali sono i lati più deleteri di questa “avventura” africana?

Come militare non posso giudicare le scelte del mio governo. Come uomo le dirò che non sempre mi trovo d’accordo con le decisioni di Roma o del governatore dell’Eritrea, però sul ruolo civilizzatore dell’Italia nell’Africa orientale non ho nulla da obiettare: girando per l’Eritrea e la Somalia mi sono reso conto dell’enorme progresso materiale e spirituale che la colonizzazione italiana sta costruendo, anche per le stesse popolazioni indigene. Soprattutto se compariamo le nostre colonie con le condizioni di vita che esistono nei possedimenti francesi, britannici e belgi. Certo, anche qui nelle colonie troppo spesso fanno strada certi individui spregiudicati e privi di scrupoli, un po’ come nella madrepatria… ma questo magari non lo metta nell’intervista.

Ha due aiutanti, che la coadiuvano nelle sue indagini: il maresciallo Eusebio Barbagallo, e il sottoufficiale indigeno Tesfaghì. Che persone sono? ce le racconti.

Non posso che parlar bene di entrambi. Sono due persone di grande spessore umano e militari di fortissima tempra e disciplina, devo ammettere che senza di loro in certe occasioni non me la sarei cavata. Barbagallo ha la rara dote di non perdere il buonumore neppure nei momenti più critici e di contagiare con il suo ottimismo tutta la truppa. Tesfaghì è l’uomo che tutti vorremo avere alle nostre spalle in battaglia: silenzioso, discreto, affidabile e in grado di risolvere qualsiasi problema con la naturalezza tipica della sua gente, che abita da millenni queste terre inospitali. Quando ha saputo di esser diventato il personaggio di una serie di romanzi non ha battuto ciglio, ma so che in fondo, anche se non lo dimostra, ne è molto orgoglioso.

Aldo Morosini e la disciplina. Le costa fatica ubbidire agli ordini? Essere integrato in una struttura gerarchica un po’ autoritaria. Le capita mai di volere disubbidire agli ordini?

Essendo figlio di un militare e avendo scelto di entrare nell’Arma sin da giovane, alla disciplina sono abituato, così come ad essere parte di una struttura con una rigida gerarchia. E’ stata una mia scelta e non ne sono pentito, peraltro non penso che lavorare in una grande industria oppure nell’amministrazione pubblica permetta invece di non avere a che fare con disciplina e gerarchia. A quanto mi dicono nell’Italia a voi contemporanea sono concetti – noi diremmo “valori” – un po’ superati e temo che non sia un bene. La disciplina può non essere piacevole, ma insegna a tutti ad avere un ruolo e una responsabilità nella società. Quanto agli ordini… ubbidire non è sempre facile. Soprattutto quando capita di ricevere ordini sbagliati o semplicemente cretini: allora sì che viene voglia di non eseguirli. E sapesse quante volte l’ho fatto… Ma anche questo magari non mettiamolo nell’intervista.

Aldo Morosini e le donne: Pensa mai che incontrerà la donna della sua vita? Come se la immagina?

Ah, le donne! Croce e delizia per ogni uomo, soprattutto a queste latitudini. Sa, qui nella colonia non è molto facile incontrare signore libere, da poter corteggiare. Voglio dire, le italiane sono quasi tutte sposate e anche se c’è qualche collega che si dedica scientificamente a sedurre donne maritate, è un costume che personalmente rifuggo. Al di là delle valutazioni morali, sarebbe poco dignitoso per un ufficiale dei Reali Carabinieri venir sorpreso in mutande in una casa altrui… Perciò preferisco di gran lunga frequentare le ragazze di madame Chantal, anche se sono soltanto un surrogato dell’amore con la A maiuscola. Amore che peraltro ho incontrato varie volte, come lei saprà, signora Giulietta, avendo letto i romanzi in cui compaio: Virginia, la fotografa tedesca Erika, la giornalista americana Helen… Incontri poco fortunati, purtroppo, che si sono sempre conclusi con un addio.

Aldo Morosini legge? Quali sono i suoi libri preferiti?

Leggo quando posso, nel tempo libero dalle esigenze di servizio e anche nei momenti morti fra un’indagine e l’altra. Qui a Massaua non ci sono molti divertimenti e quando scende la sera e l’aria torrida si fa meno irrespirabile mi piazzo sotto le pale del ventilatore e leggo: quale miglior maniera per prendere sonno? Mi piacciono i classici latini – Seneca per me è una specie di guida spirituale – ma cerco di rimanere aggiornato anche sugli autori contemporanei, di recente ho letto alcuni racconti di Pirandello che mi hanno entusiasmato, così come le liriche del mio quasi coetaneo Ungaretti e di Eugenio Montale. D’Annunzio lo ammiro come personaggio pubblico e uomo di cultura, ma i suoi romanzi non mi hanno mai conquistato, a differenza delle poesie. Fra i giornalisti-scrittori trovo geniali Longanesi e Maccari e le confesso che in certi momenti non mi dispiace leggere anche dei romanzetti d’intrattenimento a sfondo poliziesco, come quelli di quell’autore romano… Augusto De Angelis mi pare. E di recente il mio amico Morandi, insegnante di letteratura, mi ha fatto conoscere un franco-belga piuttosto piacevole, tal Simenon.

Va mai al cinema, a teatro, nei caffè? Che tipo di esotica vita mondana si vive nelle colonie?

Come dicevo prima, a Massaua non ci sono molti divertimenti, altra cosa è quando salgo ad Asmara: lì sì che c’è un’attività mondana paragonabile all’Italia. Il cinema mi piace, ma le pellicole qui arrivano sempre molto in ritardo: a volte rimpiango la madrepatria anche per questo motivo. Le opere teatrali giungono ancor meno, al massimo nelle colonie vengono in tournée di compagnie popolari come quella del mio amico Pippo Lanzafame, dove lavora Virginia, è proprio in una simile occasione che l’ho rivista, come sa chi ha letto “Morire è un attimo”… ma lasciamo perdere. Restano ristoranti e caffè, che spesso sono l’unica alternativa alle tristi cene in caserma. Sono di casa al caffè Savoia e al ristorante “da Mario”, dove una volta al mese si svolgono le “veglie del triumvirato”, vale a dire la tradizionale cena mensile con i miei amici più stretti, l’ufficiale medico Ragazzoni e appunto il professor Morandi. Quasi sempre concludiamo le “veglie” nella casa di tolleranza di madame Chantal, ad eccezione di Morandi che è sposato… Ma non vorrei che si facesse di me un’idea sbagliata: queste serate sono delle eccezioni, il più delle volte resto solo nel mio alloggio a leggere o osservare per ore il volo degli uccelli sulla baia di Massaua illuminata dalla luna. Per non parlare delle sere in cui sono in missione, in cui il letto è un miraggio e ci si deve accontentare di una coperta e della terra pietrosa d’Eritrea come materasso.

Tra un pettegolezzo e l’altro, si mormora che esista una quarta indagine sua, scritta dal suo buon biografo Giorgio Ballario. E’ vero? Può confermare o smentire? Noi lettori del 2017 la potremo leggere?

Di indagini ne ho svolte a decine, anche se non tutte interessanti da un punto di vista romanzesco. Per quel che ne so l’autore ne ha una già pronta da tempo ma non ho capito per quale motivo non sia stata ancora pubblicata, dalla colonia mi sfuggono le logiche editoriali del mercato librario. Mi son fatto l’idea che per quest’anno non se ne parla, ma è molto probabile che il libro venga stampato nel 2018, anche se l’autore fa il misterioso persino con me. Questione di scaramanzia, si vede.

Infine per concludere, nel ringraziarla della sua disponibilità, mi piacerebbe chiederle un’ultima cosa: può dirci qualcosa della sua prossima indagine, la quinta tenendo il conto?

Ah, guardi, non voglio apparire reticente ma proprio non saprei che cosa dirle. Non posso sapere che cosa mi riserverà il domani ed essendo un carabiniere – uso a obbedir tacendo, come dice sempre Barbagallo – devo essere pronto ad andare dove mi mandano in missione. Non solo qui in Eritrea, che ormai conosco come le mie tasche, ma anche in Somalia, in Etiopia, magari anche in Libia, chissà. Nessuno può dire quale futuro ci aspetti ed è meglio così, perché non ci sarebbe nulla di peggio che conoscere in anticipo il proprio destino.

:: Vita spericolata di Albert Spaggiari, Giorgio Ballario (Idrovolante Editore, 2016)

28 giugno 2016
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Non avevo mai sentito nominare Albert Spaggiari. E come me credo molti altri, qui in Italia. A riportarlo agli onori della cronaca ci pensa Giorgio Ballario, giornalista de La Stampa e autore di raffinati noir sia coloniali che contemporanei. La sua passione per la cronaca nera, un po’ vintage, l’ha portato a riscoprire le gesta di un uomo (un avventuriero, non uno scassinatore) il cui motto era Sans arme, ni haine, ni violence. Insomma tutto un programma, per un criminale, che è difficile definire tale, per alcuni versi, ma che tuttavia rapinò una banca, fu arrestato, evase, si prese l’ergastolo e visse in latitanza per il resto della sua vita.
Ma andiamo con ordine. Chi era Albert Spaggiari? Bert, per gli amici, nacque a Laragne, un comune di una manciata di abitanti situato nel dipartimento delle Alte Alpi della regione della Provenza-Alpi-Costa Azzurra, nel dicembre del 1932, in una famiglia di origini italiane. Rimasto orfano in giovane età, a diciassette anni entrò nei paracadutisti e partì per l’Indocina. Fu ferito due volte, una volta decorato. Per una brutta storia di un furto in un bordello di Hanoi, venne condannato a cinque anni di lavori forzati e tornato in Francia non si orientò a una vita più tranquilla.
Fu combattente dell’ Organisation armée secrète, un organizzazione terroristica colonialista, che si opponeva al ritiro francese dall’Algeria e soprattutto leggendo un giallo di un autore inglese, ebbe l’idea che nel bene e nel male condizionò e cambiò tutto il resto della sua vita: rapinare una banca e passare dalle fogne. E non un banca qualsiasi, ma anzi la Fort Knox delle banche francesi, (così, almeno diceva il pomposo slogan pubblicitario). La Société Générale, banca fondata a metà del XIX secolo dalla famiglia Rothschild. Scelse la filiale di Nizza di Avenue Medicin, proprio a fianco delle Galeries Lafayette, e poiché non era uno scassinatore di professione si affiancò a una banda di marsigliesi.
Scelta inevitabile, che gli costò anche amare riflessioni alla fine della sua vita del tenore: se ti metti in società con criminali e il meno che ti possa capitare se poi ti prendono parte del bottino. Comunque l’idea, l’organizzazione militare del colpo, fu sua (tentarono anche di metterlo in dubbio, e Ballario lo narra in alcuni capitoli molto ironici e vivaci). Anche la compagna di Spaggiari, Emilia De Sacco lo conferma.
Che dire astenendosi da giudizi morali di sorta, (sembra che abbia avuto rapporti con l’eversione nera, e di certo non nascondeva le sue simpatie per l’estrema destra), la sua vita fu davvero eccezionale, e ho apprezzato quanto fa Ballario non cercando di presentarcelo come una sorta di Robin Hood o di Zorro (lo dice anche in un’ intervista).
Albert Spaggiari fu un avventuriero, fece quello che fece per amore dell’avventura, per combattere la noia della vita di provincia, per i soldi, forse marginalmente (comunque ricordiamoci che furono sempre 30 milioni di Euro di oggi). Lui stesso non sapeva se alla fine era stato un genio o solo un povero coglione. Riflessione abbastanza onesta e sincera, ma certo dissacrante e anarchica, come fu la sua vita. Farne un eroe è sicuramente perlomeno ingenuo, e come detto Ballario non lo proclama tale, ma resta il fatto che una certa simpatia l’ ispira. E Ballario è bravo in questo, con il suo stile classico e sempre corretto, con il suo umorismo garbato e mai sopra le righe.
Vita spericolata di Albert Spaggiari, è una biografia equilibrata e misurata, su un personaggio difficile da definire, difficile da inquadrare. Uno che probabilmente prese sempre in giro tutto e tutti e non prese mai la vita molto seriamente. Non mancano alcune riflessioni graffianti di Ballario sia sul periodo storico, che sulla vita in genere, che rendono bene questo contrasto. Albert Spaggiari fece nella sua vita ciò che volle, ma finì in esilio, malato (cancro ai polmoni), anche amareggiato, con la sola luce della sua compagna. Da lei comunque seppe farsi amare, e questo nel bilancio di una vita credo sia più che sufficiente.
Se vi ho in qualche modo incuriosito, leggetelo, Ballario scrive bene. Anche se non avete simpatie per l’estrema destra, il quadro è interessante, è un pezzo della nostra storia e della nostra società di cui non se ne parla spesso. Idrovolante edizioni diretta da Roberto Alfatti Appetiti, appartiene al Gruppo Editoriale Historica.

Giorgio Ballario, (Torino, 1964) è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato cinque romanzi (Morire è un attimo, Una donna di troppo, Il volo della cicala, Le rose di Axum e Nero Tav) oltre a racconti in svariate antologie giallo-noir. È stato finalista nella sezione romanzo storico al Premio Acqui Storia, nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. È fondatore e presidente dell’associazione di scrittori Torinoir.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo il direttore editoriale di Idrovolante Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Giorgio Ballario

2 maggio 2012

Grazie Giorgio per aver accettato questa mia nuova intervista e bentornato su Liberidiscrivere. E’ appena uscito per Hobby & Work il tuo nuovo romanzo Le rose di Axum. Nuovo editore, nuove prospettive. Come è andata? La Hobby & Work comprerà i diritti anche dei precedenti romanzi?

Grazie a te per lo spazio che mi concedi. E’ ancora presto per fare un bilancio, sto appena cominciando il giro delle presentazioni, fra un po’ ci sarà il Salone del Libro di Torino… Per ora l’impressione è che il romanzo stia andando bene, Hobby&Work ha un’ottima distribuzione nazionale e i risultati si vedono. Per quanto riguarda i precedenti romanzi, il nuovo editore ha manifestato interesse, ma è ancora prematuro parlarne.

Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Il maggiore Aldo Morosini, il maresciallo Barbagallo, lo scium-basci Tesfaghì, si trovano alle prese con il ritrovamento di un corpo nelle saline. Ci racconti cosa succede?

Posso raccontarlo fino a un certo punto, ovviamente. Diciamo che il cadavere martoriato di un indigeno sconosciuto si rivela il primo tassello di una storia piuttosto misteriosa che porterà il maggiore nell’antica città di Axum, in Etiopia, al seguito di una spedizione archeologica tedesca. E che l’indagine sull’uomo ucciso nelle saline si intreccia con la guerra in corso fra Italia e Abissinia e con un’oscura trama internazionale che coinvolge l’Europa e il mondo occidentale.

C’è stato un punto di origine che ti ha portato a sviluppare la trama in questa determinata maniera? Ora a mente lucida cambieresti qualcosa, riscriveresti alcune scene o sei soddisfatto?

Come sempre le idee per un nuovo romanzo prendono spunto da qualcosa che ho letto o visto, magari al cinema, poi però la fantasia va avanti da sola, sia pure sostenuta dalle inevitabili ricerche storiche che devo fare prima di partire con la scrittura. E molto spesso leggendo testi storici mi vengono in mente altre idee, che finiscono per stravolgere il progetto iniziale. Direi che anche in questo caso è stato un work in progress. Quanto alla seconda parte della domanda, direi di no. Anche se ogni volta che rileggo un capitolo, magari a distanza di mesi, mi verrebbe voglia di cambiare qualcosa, più che altro da un punto di vista stilistico.

Che libri o film ti hanno ispirato?

Nessuno in particolare, anche se alcune persone che hanno letto il manoscritto,  a cominciare dall’editor di Hobby&Work Luigi Sanvito, l’hanno subito definito “salgariano”. Anzi, per la precisione salgarian-prattiano, visti i riferimenti, anche diretti, all’opera e alla vita di Hugo Pratt.

Come si sta sviluppando il personaggio di Morosini?

Sta maturando, si sta “irrobustendo”. Pur mantenendo le caratteristiche umane e psicologiche che già erano emerse nel primo romanzo, Morire è un attimo, col passare del tempo mi rendo conto di riuscire a dargli più sfumature, così come agli altri personaggi fissi dei romanzi del ciclo coloniale, Barbagallo e Tesfaghì. E’ naturale, penso: ad ogni pagina si scopre qualcosa in più del passato di Morosini, del suo carattere.

Se potessi proiettare un film immaginario, chi ne sarebbe il regista, chi reciterebbe la parte di Morosini? Massima libertà, anche registi e attori del passato.

Domanda difficile. Ho pensato tante volte a un’eventuale trasposizione cinematografica oppure a una fiction televisiva, ma non ho mai individuato un attore ideale per interpretare Morosini. Forse perché del maggiore ho ben presenti le caratteristiche psicologiche ma non le fattezze fisiche: del resto i romanzi sono scritti in prima persona, per cui il protagonista non si descrive mai… Fra gli attori contemporanei ho sempre pensato che potrebbero essere dei validi interpreti Pierfrancesco Favino e anche Beppe Fiorello, che ha già interpretato molto bene la figura del carabiniere ai tempi della guerra. Fra gli attori del passato, non mi sarebbe dispiaciuto Franco Nero, anche se forse ha un aspetto fin troppo nordico.

Morosini e le donne. Sembra che abbia l’abilità di innamorarsi sempre della donna sbagliata. Riuscirà a trovare quella giusta? O l’hai creato come un personaggio destinato a restare solo?

Nel genere giallo-noir la solitudine dell’investigatore fa un po’ parte del gioco. O quanto meno la sua eccentricità rispetto alla vita normale. Sarebbe strano vedere Marlowe alle prese con l’asilo dei figli o il commissario Montalbano che va a fare la spesa con la moglie il sabato mattina. Maigret ha una vita coniugale abbastanza normale (senza figli, però), ma solo perché può contare su quella santa donna della signora Maigret, che sopporta i suoi ritardi continui, le sue assenze, il suo essere sempre concentrato sulle indagini anziché sulla vita quotidiana. In linea di massima un’indagine avventurosa mal si concilia con un ménage familiare, e Morosini in questo non fa eccezione. Per ora… in futuro vedremo: mai dire mai!

Ci sveli la ricetta del Chai il tè eritreo?

Credo non esista una ricetta “ufficiale”, un amico poco fa mi parlava della variante somala che prevede anche l’uso di latte di cammella. Comunque si tratta di un thé speziato e molto zuccherato, assai diffuso nell’area del Mar Rosso e dell’Africa orientale: thé nero con infusione di zenzero, semi di cardamomo e cannella in stecche. Alcune ricette indicano anche l’uso di chiodi di garofano. Buonissimo!

Hugo Pratt compare in questa avventura. Ce ne vuoi parlare?

Come avverto nella nota finale, l’incontro fra il maggiore e il giovanissimo Hugo Pratt è una piccola forzatura storica, perché il futuro papà di Corto Maltese in effetti visse in Eritrea e poi in Etiopia per molti anni, al seguito della sua famiglia, ma vi arrivò soltanto nel 1937, un anno dopo lo svolgimento dei fatti di Le rose di Axum. Ma la tentazione di far ritrarre Morosini, Barbagallo e Tesfaghì dalla matita del giovanissimo Hugo era troppo forte…

Il colonialismo e gli Anni Trenta sono due argomenti ancora poco trattati dalla narrativa italiana. A cosa pensi sia dovuto?

In generale la nostra cultura pecca di amnesia e di provincialismo. Amnesia perché spesso ci dimentichiamo chi siamo e da dove veniamo, e se il passato non ci piace è meglio far finta che non esista piuttosto che tentare di capirlo e provare a farci i conti. Provincialismo perché abbiamo spesso l’idea che una storia raccontata da un autore straniero sia, a prescindere, migliore e più affascinante delle nostre. E questi limiti della nostra narrativa si sono riflessi anche nei due principali veicoli di cultura popolare della seconda metà del Novecento in poi: il cinema e la televisione. Per cui sappiamo tutto della conquista del Far West americano e dell’epopea della Frontiera, piuttosto che del colonialismo inglese in India o in Kenya; e molti neppure conoscono la storia della presenza italiana in Africa. Trascurando così uno straordinario scenario per raccontare storie, la “nostra” frontiera. Poi naturalmente non ci sono solo provincialismo e amnesia, c’è anche una sorta di autocensura, una damnatio memoriae che impone quasi di cancellare tutto ciò che è accaduto durante il ventennio fascista. Dimenticando, fra l’altro, che l’Italia andò in Africa (prima in Eritrea, poi in Libia) ben prima dei tempi di Mussolini.

Massaua aveva un cinema, un ospedale, una caserma, era in molte cose simile ad una tipica città italiana. Cosa abbiamo portato e cosa abbiamo preso a livello culturale, sociale, anche perché no architettonico?

Preso direi poco, a parte un generico “africanismo” (in particolare negli Anni Trenta, periodo di maggior impulso alle colonie) diffuso soprattutto a livello di cultura popolare: pubblicità, fumetti, romanzi, immagini fotografiche, taluni cibi. Tutto ciò che arrivava dalle colonie era esotico e, come si direbbe adesso, faceva tendenza. Portato molto, perché una delle caratteristiche del colonialismo italiano è sempre stata quella di voler riprodurre in Africa lo stile di vita italiano. Un fenomeno ancor più evidente con il fascismo, negli Anni Venti e soprattutto Trenta, quando si progetta di usare le colonie africane (in particolare la Libia) non solo come bacino di materie prime o scalo per gli scambi commerciali, ma come colonie di popolamento per emigranti italiani. Per cui i territori africani devono essere “italianizzati” e “civilizzati”, a partire dall’urbanistica, dalle infrastrutture, dai trasporti. Asmara, che fino agli anni Dieci del secolo scorso non era altro che un grosso villaggio di capanne, negli anni Venti e soprattutto negli Anni Trenta diventa una metropoli di centomila abitanti (molti per l’epoca) e la capitale africana più moderna e all’avanguardia. Ancor oggi l’architettura modernista di Asmara, rimasta pressoché intatta, è studiata dagli architetti di tutto il mondo.

Sacerdoti, artisti, militari, avventurieri. Quale era il volto degli italiani nelle colonie africane degli anni Trenta?

Come detto, se prima le colonie erano soprattutto basi commerciali, per cui vi trovavamo soprattutto militari, funzionari pubblici, commercianti e religiosi in missione; dagli Anni Venti in poi si popolano e dall’Italia arrivano un po’ tutte la categorie professionali, a maggior ragione in vista della guerra con l’Abissinia. Nel bene come nel male si riproduce in piccolo la società italiana, magari in modo meno formale e rigido rispetto alla Madrepatria: basti pensare al fenomeno diffuso del concubinaggio più o meno tollerato fra italiani e donne africane.

La musica delle colonie. Che canzoni si ascoltavano, quali erano i cantanti e le cantanti più in voga in quel periodo?

Più o meno la musica che andava in voga anche in Italia, magari con un ritardo di qualche mese. La classica canzone melodica, un po’ di swing italianizzato, molte canzonette patriottiche. Nei miei romanzi cerco sempre di inserire i richiami alle canzoni o ai film dell’epoca, per dare un’immagine di quotidianità che faccia da sfondo alle avventure, alle investigazioni e alle guerre.

Hai avuto modo di presentare all’estero la serie? In che paesi preferiresti che venisse tradotto e distribuito?

Mi è solo capitato di presentare il primo romanzo, Morire è un attimo, in una libreria italiana di Bruxelles. Non ho preferenze sulle eventuali traduzioni straniere, anche se è chiaro che una versione inglese darebbe accesso a un mercato enorme, a livello mondiale. Però so che i romanzi italiani, soprattutto del genere giallo-noir, vanno forte in Germania e Spagna, più che in altri Paesi.

Dopo Morire è un attimo e Una donna di troppo, dunque Le rose di Axum è la tua terza avventura di Morosini. Stai lavorando alla quarta? Puoi anticiparci qualcosa?

Sì, sto scrivendo un quarto romanzo del ciclo coloniale. Non posso anticipare molto, sono ancora piuttosto lontano dalla conclusione. Sarà per certi versi un’indagine diversa, forse meno avventurosa e rocambolesca delle altre. Con un Morosini più malinconico e riflessivo.

Non sei solo l’autore della serie Morosini, hai scritto anche Il volo della cicala. Nella nostra precedente intervista mi avevi anticipato che stavi scrivendo la seconda storia con protagonista “lo strano detective privato italo-argentino” Hector Perazzo. Hai avuto modo di terminarla? La vedremo presto pubblicata?

Hector è vivo e lotta insieme a noi. E’ stato solo un attimo accantonato per motivi editoriali. Nel cassetto ci sono un paio di storie che spero di poter tirar fuori al momento opportuno.

Altri progetti letterari oltre alla serie di Morosini e Perazzo?

Progetti veri e propri no, a parte un racconto che uscirà in autunno per una raccolta in e-book. Idee sì, non necessariamente legate al ciclo di Morosini. Ma ancora molto generiche, nulla di abbozzato.