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:: Le nebbie di Massaua. La nuova indagine del maggiore Aldo Morosini nell’Africa Orientale Italiana di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno, 2018)

6 settembre 2018

massauaQuarto noir coloniale del ciclo del maggiore Morosini, Le nebbie di Massaua ci porta in Eritrea, colonia fascista dell’Africa Orientale Italiana, nel luglio del 1936, anno dell’annessione dopo la conquista dell’Etiopia.
Un viaggio nel passato dunque che ci mostra le luci e le tante ombre del colonialismo, non solo italiano, passato di moda, ma non del tutto dimenticato, anche se con nuovi nomi e nuove dinamiche. L’Africa terra di grandi risorse naturali, giacimenti, ricchezze resta ancor oggi al centro di mire espansioniste, saccheggi, traffici più o meno leciti, che portano alla popolazione indigena povertà, miseria e disperazione.
Il maggiore Morosini in questo episodio cade vittima di un male quasi inevitabile per un europeo in quelle terre: contrae la malaria. Debilitato, spossato, quasi inerme si trova a condurre la sua nuova indagine da un letto di ospedale dell’ Umberto I di Massaua (e da sotto l’ombra di un sicomoro), coadiuvato dai suoi storici assistenti: il maresciallo piemontese Eusebio Barbagallo e il sottoufficiale indigeno Tesfaghì.
Le indagini vertono sulla morte, per certi versi oscura, di Ermanno Cacciavillani, ingegnere minerario ferrarese confinato nel buen retiro di un’ isolata villa affacciata sulla spiaggia di Gurgussum, trovato impiccato a una trave della casa dal suo anziano domestico, Gherem Neussè, un ascaro reduce di Adua. Tutto fa pensare a un suicidio, ma alcuni indizi e alcune discrepanze portano a ritenere che non sia proprio andata così. Manca infatti per esempio una sedia o uno sgabello sul quale il Cacciavillani possa essere salito per impiccarsi.
Con il solo conforto della lettura del Corriere Eritreo (l’autore spiega in un’ intervista che questo era il giornale più diffuso nelle colonie, ma i brani estrapolati e citati nel suo romanzo, sempre del periodo, sono invece tratti dall’ archivio de La Stampa che lui ha consultato), e qualche Macedonia fumata di nascosto dalla terribile suor Gianna, caposala inflessibile ma dal cuore d’oro, Morosini e i suoi aiutanti dovranno indagare su questa morte, fino alle più inimmaginabili conclusioni.
Come nei precedenti romanzi il quadro di insieme è realistico e nello stesso tempo vintage. Con pazienza certosina Ballario ricostruisce un mondo perduto, con dovizia di particolari e fantasia. Le canzoni d’epoca, le marche della birra, delle sigarette, delle medicine, tutto è autentico e frutto di studi e ricerche, che rendono la lettura di questo libro una specie di viaggio nel tempo.
L’indagine poliziesca come sempre è scandita dai tempi della burocrazia e della caparbietà del nostro Morosini, molto più attento a fare giustizia che ad assicurare i colpevoli alla legge. In un’ indagine parallela, sul furto di alcuni medicinali avvenuto nell’ ospedale dove è ricoverato, lo vedremo infatti dibattersi in dolorosi dilemmi morali, e alla fine fare la cosa giusta forse illuminato dalla lettura del suo amato Seneca.
Anche i personaggi minori sono giustamente valorizzati, non semplici comparse ma parte di un affresco corale tipico dell’ epoca: suor Gianna, il dottor Calvarese, il capitano Ragazzoni, Gherem Neussè. A questi si aggiungono personaggi davvero esistiti, da Arthur Rimbaud, leggendario poeta francese che visse in quelle terre qualche generazione prima dei personaggi della storia, a Mario Gramsci, fratello del ben più celebre Antonio, fino a Henry De Monfreid, avventuriero, mercante e spia francese, che acquisterà un ruolo importante nel romanzo affiancando Morosini in una delicata missione.
Romanzo molto salgariano nello stile, si vede che è stata una lettura di formazione dell’autore, che gli ha lasciato cadenze classiche e vintage, con un certo spirito d’antan.
C’è comunque da sottolineare che ne Le nebbie di Massaua troviamo un Morosini più malinconico, quasi rassegnato, che sente il tempo che passa, e si interroga sul suo incerto futuro. Una passione fugace per una fotografa e spia tedesca occupa un po’ la sua mente, ma è ben conscio che è una storia che difficilmente può avere un futuro. Forse il suo destino è restare solo, senza una famiglia, in quella colonia lontano dalla sua patria, dalla sua famiglia, dai suoi affetti ormai sempre più sbiaditi.
Che la malaria non lo abbandonerà più e sarà sempre costretto a cadenzate dosi di chinino è un’ altra consapevolezza che lo amareggia e lo prostra. La giovinezza sta sfumando, il suo futuro si fa incerto e lo spettro di un ritorno in patria, relegato magari in un ufficetto sperduto a passare carte si fa sempre più vivo.
Ma il maggiore Morosini è un uomo pieno di risorse, sicuramente saprà riprendersi anche questa volta e proseguire nella sua missione, fare il carabiniere, ma con umanità e senso della misura.
E’ un po’ presto per pensare a un nuovo episodio della serie, ma sicuramente sarà interessante a suo tempo scoprire i nuovi sviluppi e immergersi di nuovo in questo mondo dai colori seppiati, ma ancora così vivido.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa dell’ Edizioni del Capricorno.

:: Recensione di Le rose di Axum di Giorgio Ballario (Hobby & Work 2012) a cura di Giulietta Iannone

24 febbraio 2012

“Vanno le carovane del Tigrai /verso una stella che oramai brillerà/ e più splenderà d’amor…”

Anche noi andavamo nel Tigrai, come i cammellieri della canzonetta: di stelle ne avevamo viste a migliaia, pensai ma di amore manco a parlarne. Laggiù infuriava una guerra senza tregua e semmai ci saremmo imbattuti in cadaveri insepolti, villaggi bruciati, sangue e dolore. E avremmo dovuto rischiare la pelle per garantire l’incolumità a un gruppo di topi di biblioteca e consentire loro di svolgere non meglio precisati scavi archeologici… Non capivo, ma ero costretto ad adeguarmi. L’uniforme che indossavo ogni giorno, e quasi sempre con orgoglio, non permetteva di porsi troppe domande e di avere dei dubbi.

Chai il tè eritreo, un bicchierino d’anice, la birra Melotti, le sigarette Macedonia, bastano pochi riferimenti per sentirsi di colpo trasportati a Massaua nell’Eritrea degli anni Trenta in compagnia del maggiore dei Regi Carabinieri Aldo Morosini, del maresciallo Barbagallo, dello scium-basci Tesfaghì, personaggi che abbiamo iniziato a conoscere in Morire è un attimo (Edizioni Angolo Manzoni 2008) e Una donna di troppo (Edizioni Angolo Manzoni 2009) e ora ritroviamo in Le rose di Axum pubblicato da Hobby & Work nella collana Giallo & nero.
Nuova casa editrice, respiro più ampio, per Giorgio Ballario autore piemontese raffinato e colto, una vita nel giornalismo a dedicarsi di cronaca nera per la Stampa di Torino e ora autore di noir coloniali intrisi di spleen e fascino retrò.
Siamo a Massaua nel caldo e afoso febbraio del 1936. Sul soffitto le pale del ventilatore ruotano stancamente e il maggiore Morosini se ne sta a riflettere nel suo ufficio sul ritrovamento nelle Saline  Eritree di un uomo barbaramente torturato e ucciso.
Un delitto misterioso, che colpisce per la crudeltà e l’efferatezza con cui è stato portato a termine: un corpo martoriato da profonde coltellate immerso nel sale a contatto della carne viva. Perché accanirsi così tanto su un essere umano? Questa è la domanda che inquieta e tormenta il maggiore nella cui mente risuonano le ultime parole del morente tra cui l’unica comprensibile “Axum”.
L’identità del morto è sconosciuta, non ci sono effetti personali che aiutino nell’identificazione, la testa è stata dilaniata dai corvi ed è per giunta un indigeno chiaramente di pelle nera, trovare il suo assassino non diventa una priorità. Nessuno dall’alto avrebbe chiesto conto di un delitto maturato in una probabile faida tra clan locali, che certo non avrebbe interferito con l’avanzata delle nostre truppe ad Addis Abeba.
Già è la guerra con l’Abissinia ad impensierire gli alti comandi i cui echi giungono smorzati nella sonnolenta provincia del Bassopiano. Gli echi di una guerra fortemente voluta da Mussolini per dare all’Italia il suo irrinunciabile impero coloniale i cui esiti porteranno l’annessione dell’Abissinia all’Italia e la creazione del nuovo possedimento coloniale chiamato Africa Orientale Italiana che riunirà  Eritrea, Abissinia e Somalia Italiana sotto un unico Governatore.
Ma il fato o il destino ha deciso che questa morte non deve restare impunita, questo delitto rimanere insoluto e quando Morosini viene incaricato di accompagnare alcuni archeologi tedeschi fino alle antiche rovine di Axum avrà modo di scoprire l’identità del morto, di innamorarsi di una affascinante fotografa dagli occhi verdi e di imbattersi in un ginepraio fatto di spionaggio, sette esoteriche naziste, tesori trafugati e altre morti. Tra pericoli e avventure riuscirà a risolvere il mistero, perdendo un pezzo di sé, ma queste sono le regole del gioco anche nell’Africa del 1936.
Aldo Morosini è un bel personaggio, educato, vecchio stile, che fa ancora il baciamano quando incontra una signora, con una sua morale ma non privo di un’ anima noir fatta di tristezza, disillusione, scetticismo, capace di accettare l’amore mercenario dei bordelli di madame Chantale, capace per orgoglio di non chiedere di restare alle donne della sua vita.
E’ un uomo comune, ma non convenzionale, non il classico super eroe tutto muscoli e forza bruta, Morosini ama il ragionamento pacato, l’intuizione fulminea, il sondare le persone, non è razzista, ha lo stesso rispetto per i suoi subalterni indigeni e per i suoi compatrioti, non è volgare, grezzo, opportunista, non farà mai carriera, come dice con un pizzico di divertita rassegnazione il suo autore, pur tuttavia è simpatico, uomo del suo tempo pur con tutte le sue contraddizioni il suo gusto per le canzonette in voga, la comica tenerezza con cui si innamora.
Forse Barbagallo è più scaltro e gioviale, a lui i kartoffeln non piacciono da subito, forse il suo sentimentalismo demodé non ne fa un duro da letteratura hardboiled, comunque Aldo Morosini resta impresso nell’immaginario giallo proprio per tutte le ragioni che non ne fanno un super uomo a tutti i costi.
Le rose di Axum riconferma a mio avviso le doti narrative di Ballario, caratterizzate da uno stile pacato, dai toni sfumati e mai eccessivi, molto salgariano, molto understatement. Con un grande lavoro di ricostruzione storica, di attenzione per le ambientazioni, per il colore locale che non scade mai in una foto patinata e nostalgica del tempo che fu.  Non ci resta che aspettare la quarta indagine del maggiore Morosini e dato che l’autore rispetta una cronologia temporale non potrà non ambientarsi nel 1937. La Seconda Guerra mondiale si avvicina.

Giorgio Ballario, è nato a Torino nel 1964, è giornalista e lavora a La Stampa. Ha pubblicato racconti in svariate antologie giallo-noir, tra cui, per Edizioni del Capricorno, Porta Palazzo in noir (2016) e Il Po in noir (2017), e sei romanzi: Morire è un attimo (2008), Una donna di troppo (2009), Il volo della cicala (2010), Le rose di Axum (2012), tutti appartenenti al ciclo del maggiore Morosini; Nero Tav (2013) e, per Edizioni del Capricorno, Il destino dell’avvoltoio (2017). Nel 2010 ha vinto con Morire è un attimo il Premio Archè Anguillara Sabazia e nel 2013 il Premio GialloLatino con il racconto Dos gardenias, pubblicato da Segretissimo Mondadori. Con Vita spericolata di Albert Spaggiari, biografia di un famoso ladro francese degli anni Settanta (2016), è stato finalista al Premio Acqui Storia. Fuori dal coro (2017) è una galleria di personaggi irregolari e controcorrente del Novecento. Dal 2014 è presidente di Torinoir, sodalizio di scrittori torinesi malati di noir.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo l’autore e l’ Ufficio Stampa Hobby & Work.