Excipit/Incipit di Fabrizio Fulio Bragoni

‘Immagine: Tattoo Studio “La rue des Bons Enfants” http://www.tattoobonsenfants.it/

Excipit/Incipit di Fabrizio Fulio Bragoni

Un coup de dés jamais n’abolira le hasard.

                                                                        (Stephane Mallarmé)

Tutte le storie sono, per loro natura, incompiute; le mie non fanno eccezione.

«Dimmelo se vuoi che venda il culo», aveva detto. Ma questo succedeva all’inizio. Le era bastato dirlo una volta, una sola, per non doverla minacciare mai più. Bastava tornare a casa, sbattere la porta con falsa, calcolata, rabbia, e chiedere dei soldi. Non c’era neppure bisogno di preavviso. Non più.

«Mamma, ho bisogno di soldi».

E i soldi arrivavano, perché, pur di non trovarsi esposta a quelle minacce, la donna teneva sempre, in casa, una piccola scorta di contante.

Le prime volte, rimasta sola, aveva pianto, attenta a non fare rumore, la faccia schiacciata contro il cuscino.

Tutto inutile: sua figlia non era in casa, e non l’avrebbe sentita comunque.

Ma almeno non era sui viali.

Forse.

A due isolati di distanza, il taxi scivolò verso il marciapiede, frenò dolcemente fermandosi di fronte alla Camera del Lavoro. La ragazza salì; aveva l’aria imbarazzata. Non credeva che avrebbe rincontrato lo stesso uomo al quale, una volta, aveva giurato di farla finita: cazzo, almeno non quella sera.

-Corso Emilia, angolo Corso Giulio Cesare,- disse.

–Ancora lui?– Le chiese l’uomo al volante, e lei annuì, imbarazzata.

Non le rinfacciò la sua promessa.

Staccò l’auto dal marciapiede, affrontando lentamente le strade deserte. Guardò la ragazza nello specchio centrale e si maledisse per aver smesso di fumare.

–Almeno hai una sigaretta?– le chiese, mentre svoltava mollemente a destra, e lei gliene passò una al di sopra del bracciolo.

Il tassista mise in bocca la sigaretta e continuò a guidare senza accenderla, gettando vaghe occhiate dallo specchio centrale.

Su Corso Brescia si vedevano pochi pedoni, quasi tutti immigrati appiedati, di ritorno verso casa. I locali notturni erano chiusi da tempo; da quando il quartiere era finito in mano agli “stranieri”, e i torinesi non ci si avventuravano più.

Solo una coppia di bar aperti tutta la notte vomitava sfocati riquadri di luce diafana, algidi bagliori da tubo al neon, sui marciapiedi grigi coperti di cicche e sputi.

Per il resto era tutto chiuso: anche le piccole drogherie-supermercato nigeriane e cinesi che fino a pochi giorni prima avevano lavorato ventiquattro ore su ventiquattro.

I sigilli della polizia, ben visibili anche dall’interno della vettura, bloccavano la porta di un mini-market bangladese.

Evasione fiscale, gioco d’azzardo, alimenti scaduti e in cattive condizioni di conservazione: erano necessari ulteriori accertamenti, aveva fatto sapere il dirigente del commissariato Dora Vanchiglia. I giornali ne avevano parlato, e il tassista lo sapeva, ma da allora non gli era ancora capitato di passare lì di fronte.

–Si può sapere perché una come te si perde dietro ad una coglione simile? Non potresti fare come tutte le ragazze della tua età? Cazzo, sei una bambina.– Di solito cercava di moderare il linguaggio, ma con quella non gli riusciva proprio. Solo quattordici anni. Due più di sua figlia.

Intanto, erano arrivati in Corso Giulio Cesare.

–Accosta– disse lei, –eccolo lì.

Era vero, anche se lui non lo aveva visto. Una testa ricciuta sporgeva leggermente da una porta chiusa, proiettando un’ombra tenue sul marciapiede.

Lo spacciatore lanciò un fischio mentre la ragazzina lanciava le gambe fuori dallo sportello; un fischio rivolto alla minigonna portata senza calze, alla canottiera corta e scollata, al trucco pesante, e ai tacchi alti.

Andando avanti a quel modo, prima o poi ci sarebbe finita davvero, sui viali.

Nonostante la spessa tenda marrone chiaro e i doppi vetri, una luce gialla e deprimente filtrava nella piccola sala conferenze.

Il questore non si scomodava mai per così poco.

Il comandante della mobile sedeva annoiato: era l’addetto stampa a parlare.

Una fila di giornalisti svogliati -scarti di redazione destinati a un caso piccolo come quello- occupava, scomposta, i due lati del tavolone di legno giallo. In fondo alla stanza, un foglio da proiezione sporco e gualcito mostrava una piccola serie di facce ordinate a piramide: la segnaletica di un vecchio boss al vertice, e sotto una serie di foto di ragazzi, i volti via via più infantili man mano che si scorreva con lo sguardo verso la base.

–Si tratta di un’organizzazione?– Chiese una donna dal viso stanco e appannato dal caldo. Aveva mani corte e tozze, le dita macchiate d’inchiostro da biro: evidentemente passava le giornate a prendere appunti, e non si capiva come fosse arrivata fin lì senza imparare a non sporcarsi.

–No, è un semplice scambio di favori,– intervenne il capo della mobile continuando a carezzarsi la barba con languidi movimenti circolari di pollice e indice.

–Agli spacciatori faceva comodo che la ragazza avesse soldi per comprare la “roba” al suo innamorato, e allo strozzino faceva comodo che la madre andasse a prenderli in prestito da lui. Riteniamo che sia stato uno dei nordafricani a segnalare al vecchio il nome della donna.

I giornalisti scarabocchiarono qualche appunto.

–E come lo avete scoperto?– chiese un uomo in giacca di tweed e pantaloni marroni di fustagno.

–Un tassista li ha denunciati: pare che avesse visto la ragazza comprare la droga altre volte, e che avesse cercato di dissuaderla; ieri sera alla fine del turno si è stufato di aspettare ed è venuto da noi.

–Ci dice il nome?

–Eh no, mi spiace, questo no… non ve lo diciamo–.

(Responsabilità altrui e favori personali espressi al singolare, negazioni al plurale: l’eterna ricetta del successo politico).

Sulla porta, gli incaricati delle tv locali, le uniche interessate al caso, spingevano in attesa delle interviste.

L’addetto stampa si rivolse ai cronisti. Pareva non ci fossero altre domande. I giornalisti scossero le teste, ritirarono copie sgualcite del pallido comunicato stampa, strinsero qualche mano e se ne andarono.

Al risveglio aveva mal di gola e sentiva la bocca impastata. Gli era bastata una sola sigaretta, fumata davanti alla porta del commissariato. Be’, se fosse ricapitato, ci avrebbe pensato due volte.  Fece la doccia, lavò i denti e si concesse un’approssimativa rasatura elettrica. Perse un minuto a guardarsi nello specchio e poi, dato che sua moglie non era in casa, decise di regalarsi una colazione al bar. Erano le undici e mezzo.

Di fronte alla macchinetta del caffè, pensionati in maniche di camicia discutevano dell’ultima di campionato; qualcuno agitava la gazzetta rumoreggiando. Undici e mezzo: un orario infame per la colazione al bar.

Si spostò in fondo al bancone trascinandosi dietro la tazzina del caffè, e diede un’occhiata ai giornali del mattino. Solo le notizie principali, così non si rese conto di essere finito a pagina tredici. Non che ci fosse la sua foto –a dire la verità non c’era neppure il nome–: il giornalista riferiva succintamente il caso di una quattordicenne che, per procurarsi i soldi necessari alle “dosi” del suo ragazzo, minacciava la madre di andare a prostituirsi. A quanto pareva, la donna, una vedova che viveva di pulizie in case private e della reversibile del marito, aveva impegnato tutto il possibile, salvo la fede nuziale. Poi era finita in mano a uno strozzino, ora ricercato dalle forze dell’ordine. L’autore concludeva con qualche stronzata ritrita sulla crisi economica ed elogiava la moralità di un anonimo tassista che, venuto a conoscenza dei fatti, aveva sporto denuncia.

Il tassista finì il caffè e uscì in strada, lasciando il giornale in un angolo.

Da quando aveva smesso di fumare la giornata di lavoro sembrava più lunga.

Aveva rispolverato la vecchia abitudine di leggere per tirare avanti nelle pause tra una corsa e l’altra.

In giro faceva caldo, e la gente cominciava a camminare più volentieri. Questo, per lui, significava meno lavoro e più libri. In circostanze normali, la cosa avrebbe dovuto irritarlo, invece, in un giorno come quello, non gli dispiaceva affatto.

Tirò fuori il taxi e guidò fino allo spiazzo. Si mise in coda e accese il gps per segnalare l’inizio del turno. Non era frequente che gli toccasse attaccare prima dell’una il giorno dopo aver fatto il notturno, ma non era un problema.

A parte il mal di gola si sentiva bene: aveva fatto la cosa giusta.

Prima di prendere la decisione si era informato: anche i colleghi si ricordavano di quella ragazzina gracile e bruna, con i grandi occhi scuri sempre meno spaventati man mano che prendeva confidenza con i pusher della zona. Quella storia doveva finire.

Parcheggiò in terza posizione, inclinò leggermente lo schienale del sedile del passeggero, e tirò fuori il tascabile dal cruscotto. Era la riedizione di un romanzo francese letto un secolo prima. All’epoca non gli era piaciuto, e non era arrivato alla fine.

Ora la vedeva diversamente.

Mentre leggeva teneva l’autoradio spenta. Era al posteggio, e non avrebbe ricevuto segnalazioni sul gps; poi era in terza posizione, quindi poteva sperare in una buona ventina di minuti di pace.

«Arrivò a Auxerre sul tardi, si fermò in un hotel dando il nome di Georges Gaillard, mangiò male e dormì poco».

Sfilò la bottiglietta d’acqua ancora fresca dal portabibite e rovesciò un sorso sulla gola bruciante, senza smettere di leggere.

«Gerfault prese il metrò, cambiò alla gare de l’Est e scese a Opéra. Provava un gran piacere a ritrovarsi in città. Non ne aveva coscienza. Portava la borsa di tela di Carlo con la Beretta dentro e qualche vestito».

Un borghese qualunque che si libera di una banda di killer e -ne era sicuro, anche se mancava ancora una trentina di pagine alla fine- del loro mandante. Chissà poi se era possibile.

Restò seduto a leggere fino alle tre, poi fece un paio brevi corse verso il centro e lungo il fiume, e si fermò per una pausa.

Il telefono squillò; la ragazza della postazione numero quattro premette un tasto e il ronzio della linea si diffuse, lieve e disturbante, nel suo auricolare.

–Prontotaxi. Come posso esserle utile?– Era in servizio da poco, ma aveva già mandato a mente le formule di routine. La griglia di risposte che veniva fornita a tutti i neoassunti, quasi non le serviva più.

–Sì, salve,– era una voce maschile, un uomo poco oltre la trentina, calcolò, ma era inesperta, e il suo giudizio non aveva, quindi, grande valore.

–Avrei bisogno di un’informazione.

–Sì?

–Ieri sera uno dei vostri taxi mi ha portato a casa, in Corso Giulio Cesare… sa, stavo un po’ male e be’…– tentennava –be’, sì, avevo bevuto troppo, mi piacerebbe ringraziare l’autista. Sa, mi ha accompagnato fino in ascensore e, insomma volevo sapere se…– una pausa dalla durata perfetta. Finì nel momento in cui la ragazza espirava nel piccolo microfono. –Be’, se poteva darmi il suo nome. Se le è possibile risalirci.

–Non saprei,– disse –sa, di solito non diamo questo genere di informazioni,–  ma qualcosa in quella voce tentennante l’aveva convinta: stava già calcolando il modo più rapido per risalire al nome dell’autista.

L’uomo dall’altro lato attese. Ora non c’era più niente che potesse fare. Era solo un fatto di fortuna.

La ragazza scorse con un’occhiata i registri elettronici.

–Dove ha detto? Corso Giulio Cesare? Lei è fortunato. In serata ci sono state solo due corse, e le ha prese entrambe Corsini.

–Grazie, lei è davvero gentile.

–Maurizio Corsini. Vettura 2246.

–Grazie mille signorina. Un’ultima cortesia, non è che posso chiederle dove si trova ora, questo Corsini?

La centralinista si pentì di avergli dato il nome: sul momento aveva creduto di avere qualcosa da dimostrare, col fatto che era l’ultima arrivata e tutto il resto, ma nei modi dell’uomo c’era una curiosità che ora le sembrava sospetta.

Ma era sempre l’ultima arrivata, e il suo giudizio non aveva, quindi, grande valore.

–No, mi spiace, su questo non posso proprio aiutarla,– disse.

L’uomo riagganciò. Frugò nelle tasche dei pantaloni marroni di fustagno, assolutamente inadatti alla stagione, prese una sigaretta e la accese, poi estrasse il cellulare e compose a memoria il numero di un telefono fisso.

–Allora?

L’ufficio dall’altro lato del telefono era silenzioso e vuoto. Il silenzio d’attesa risuonava gonfio dei ronzii bassi del neon e del condizionatore.

–Maurizio Corsini.

-Dov’è?

-Non sono riuscito a saperlo.

–Ma che cazzo ce ne facciamo di un nome? Niente fotografie, non sappiamo dov’è, non abbiamo uno straccio di segnalazione…

In giro in cerca di Corsini c’era già una mezza dozzina di persone. Senza contare il giornalista.

E Corsini era nel posto più ovvio: Corso Vittorio, angolo Via Madama Cristina, fermo in seconda posizione nello spazio riservato alla sosta dei taxi.

Leggeva seduto sul sedile del passeggero per evitare l’intralcio del volante, il libro poggiato contro il vetro del finestrino. Ogni tanto gettava al marciapiede un’occhiata distratta: un irregolare flusso di passanti frettolosi, uomini e donne accaldati, le fronti già imperlate di sudore, che correvano trasportando buste di plastica da mercato, impazienti di rinchiudersi a casa, abbassare le tapparelle e sedersi nella penombra. Magari a godersi il condizionatore nuovo.

Era secondo in fila, ma erano solo le cinque, e gli sarebbe toccata qualche altra corsa prima di staccare.

Un uomo piuttosto malconcio ciondolava su e giù per il marciapiede guardandosi intorno con aria d’attesa. Portava logori pantaloni di velluto e due maglie di cotone infilate una sull’altra, come se, al momento di vestirsi, non si fosse accorto della temperatura, o non se ne fosse curato minimamente.

Lo conosceva da una vita, Tonin ‘lfieul, “il giovane”, che ormai tanto giovane non era: faceva su e giù per quel marciapiede da decenni. Gli sembrò che guardasse verso di lui e gli facesse un cenno.

-Posso chiedere a lei per l’aeroporto?- chiese un tizio in completo di lino e camicia scura. Portava una ventiquattrore di pelle nuova, la copia senza marchio né personalità di un ormai classico modello “The Bridge”.

-No, mi spiace, c’è prima il collega.- disse, ma nello stesso momento un secondo uomo fece un passo avanti e saltò sulla vettura in prima posizione.

-Fanculo- pensò. Mancavano poco più di 20 pagine alla fine del romanzo.

Si mise dietro al volante scavalcando il freno a mano, senza scendere dall’auto.

-All’aeroporto, allora?-

-Sì.-

In linea puramente teorica, oltre a tenere il conto della durata delle corse, il navigatore satellitare installato sulla sua Wolksvagen Touran bianca, avrebbe dovuto suggerirgli il percorso più breve, tenendo conto delle condizioni del traffico aggiornate in tempo reale.

Quel pomeriggio, secondo i calcoli del navigatore, l’itinerario più rapido verso l’aeroporto era lo stesso di sempre: Via della Rocca, Via Mazzini, Corso Cairoli, Lungo Po Diaz, Lungo Po Cadorna, Corso San Maurizio, Corso Regio Parco, Lungo Dora Savona, Ponte Bologna, Lungo Dora Firenze, Corso Giulio Cesare, Piazza Derna, Via Botticelli, Corso Grosseto e il Raccordo Autostradale 10. Il tempo di percorrenza stimato era di venticinque minuti.

In venti minuti erano arrivati appena in Corso San Maurizio. Sembrava che gli aggiornamenti del traffico non fossero esattamente in tempo reale.

Alle cinque e quarantasette la Wolksvagen era incolonnata all’imbocco di Corso Grosseto. Gli automobilisti di ritorno dal lavoro, fermi in coda, fumavano attraverso i finestrini aperti, incuranti del caldo.

L’aria bollente era tutto un rombare di clacson e motori sopra il ronzare più o meno basso delle autoradio.

Quindici minuti prima, il cellulare del passeggero aveva squillato, rompendo il silenzio dell’abitacolo. L’uomo si era limitato ad ascoltare. –Cambiamento di programma. Devo fare una piccola deviazione,- aveva detto, -Via Giachino 46.

Corsini vedeva la fine del turno allontanarsi sempre di più.

A quella velocità, “piccola deviazione” inclusa, poteva sperare di tornare a casa per le sette e mezza.

Ci vollero “solo” trentasei minuti ad arrivare sul posto. Le sei e ventitré minuti.

Via Giachino 46, come gli pareva di ricordare, era l’indirizzo di un pub. Ancora chiuso, a quell’ora improbabile, e in piena estate.

Di fronte alla palazzina bassa, non c’era nessuno.

Il passeggero estrasse la pistola dalla fondina ascellare, passò la canna tra lo schienale del sedile e il poggiatesta, e la premette alla base del collo dell’autista.

-Spegni il motore.

Il taxi si avvicinò lentamente al marciapiede. Con la canna incastrata a quel modo, c’era poco da fare: neppure una manovra  brusca sarebbe servita.

-Sfila le chiavi, apri e scendi.

Le sicure si sollevarono con uno scatto minaccioso; l’autista discese senza voltarsi.

Lo sportello posteriore si aprì e l’uomo scese con calma, la pistola ancora fissa nella mano destra.

-Chiavi,- disse, e allungò la sinistra.

-Furto?- si chiese Corsini, anche se, tecnicamente, il termine corretto sarebbe stato “rapina”. Ma l’uomo non aveva l’aria del ladro, o del rapinatore. Qual’era poi l’aria del ladro? E perché, invece di pensare ad una via di fuga, si concentrava su quei particolari?

Questo modo di fare, questo concentrarsi sui dettagli, perdendo di vista il quadro generale gli sembrò, improvvisamente, l’errore della sua vita: così si era ritrovato sposato e “vecchio”. Così si ritrovava ad avere due figlie. Così il taxi. Così il mutuo da pagare. Aveva mai veramente scelto qualcosa? In quel momento, gli pareva di no.

Il passeggero prese il mazzo di chiavi e lo scagliò lontano, sul basso e piatto tetto del locale.

Era un gesto inutile: ora lo avrebbe ucciso, Corsini ne era certo, ma non se ne spiegava il motivo.

Il tassista si era voltato, trovandosi faccia a faccia con l’uomo, per la prima volta.

Era una specie di piccolo gorilla, più basso di lui di almeno quindici centimetri, ma molto più grosso. Il petto quadrato tirava i bottoni della camicia elasticizzata, e lo spessore dei bicipiti sformava le maniche della giacca di lino.

Come avesse fatto a prenderlo per un qualunque uomo d’affari era un mistero.

Ma d’altra parte lui faceva il tassista, e della professione dei passeggeri non gliene era mai fregato niente.

Mica come certi colleghi, che sceglievano il notturno per offrire passaggi alle puttane sui viali, sperando (e spesso ottenendo) in cambio, rapide, sterili, prestazioni sui sedili posteriori. Comunque, quella era un eccezione. E poi stava continuando a divagare.

L’uomo ripose la pistola nella fondina ascellare.

Si avvicinò e lo colpì al volto con un corto diretto destro. Un buon colpo, per chi ama il genere “picchiatore”, pensò Corsini, ma non un colpo da pugile.

Tutto si aspettava, meno che una rissa.

-Kick boxing, savate, o qualche merda del genere- pensò.

-Il capo non ha gradito la denuncia.- Disse il gorilla.

-Denuncia? Allora è questo…- pensò, -vorranno mica ammazzarmi per così poco?-.

Tirò su le mani chiuse a coppa e si dispose ad una bella battuta, tentando di riparare il volto, e sperando che l’altro decidesse di picchiare al corpo.

I colpi ai fianchi lasciano meno segni e abbattono più in fretta: se si coprono i genitali e si esclude il rischio di rompersi le costole, le cose non possono andare poi così male. Basta un colpo, uno solo, al fegato, ai reni o alla bocca dello stomaco, e si finisce knockout: in questo sperava Corsini; e allora, forse, quell’uomo lo avrebbe lasciato stare.

Non aveva neanche in mente di reagire. Poi, vide arrivare un calcio circolare abbastanza forte da sfondargli il fianco. Lo sentì affondare nel fegato.

-Forse, tutto sommato, vogliono ammazzarmi di botte,- ricalcolò, ma ebbe almeno la prontezza di riflessi di afferrare la gamba tesa del suo aggressore. La bloccò sotto il braccio sinistro.

Incredibilmente respirava ancora. La fitta improvvisa al fegato non era stata sufficiente a stenderlo. Adrenalina pura.

Colpì il ginocchio disteso del suo aggressore con una gomitata obliqua e sentì la rotula che fuoriusciva dalla sua sede. Allora lasciò andare la gamba e colpì l’altro ginocchio con un calcio frontale sinistro. Mentre il nemico cadeva, tradito dalla gamba d’appoggio, Corsini sganciò l’anca, ruotò sulla punta del piede, e gli regalò un lungo diretto destro alla radice del naso.

Sapeva per esperienza che quel colpo faceva vedere le stelle.

Letteralmente.

Il setto del gorilla boccheggiante rispose con un clac -rumore di cartilagine spezzata- e le narici cominciarono a buttare sangue.

L’uomo era a terra, accartocciato su se stesso, le braccia strette intorno al ginocchio destro. Corsini gli rifilò due calci al costato. Di punta. Il secondo fece partire un colpo –inconvenienti delle fondine ascellari- e il tizio smise di muoversi. Una macchia di sangue scuro si allargò rapidamente sotto il suo corpo.

Il tassista non ci pensò un attimo: trasse di tasca il telefono cellulare e compose il 113.

Da quando un gancio sinistro gli aveva sfondato la mascella, aveva sempre ripensato al suo maestro di boxe tailandese con un misto di rispetto e sfiducia –a noi tassisti ci pagano a corse, e quello mi ha regalato cinque giorni di vacanza in ospedale, senza contare i trenta di minestre e passati…–; ora, per la prima volta, rivide con affetto il suo volto scavato e lucido. 

Al termine di quella tardiva rievocazione, si sentiva come un soldato di ritorno dalla prima missione. Cazzo, proprio lui che odiava gli eserciti ed era sempre stato ostile al concetto di autorità. Ma il paragone gli era venuto naturale.

Forse un giorno, a dispetto dei suoi gusti e della sua ritrovata superiorità morale, le sue ceneri sarebbero valse quanto quelle di tutti gli altri, ma per ora gli sembrava difficile crederlo.

-Grazie,- pensò, e si avviò, senza fretta, verso il taxi.

-Polizia?- disse una voce femminile arrochita dall’incontro tra caldo secco e sigarette, mentre Corsini si guardava intorno alla ricerca delle chiavi. Allora, quattro gomme a mescola morbida stridettero per una sterzata brusca sull’asfalto surriscaldato.

Un finestrino si abbassò alle sue spalle, e la canna di una pistola a tamburo fece capolino dall’abitacolo.

Il tamburo ruotò nell’ultimo sole con un riverbero, un bagliore luminoso da vecchio film, e il fischio degli pneumatici si chiuse con un rumore secco da detonazione.

Il tassista, impegnato in una rapida torsione del busto, crollò a terra esanime; il suo ultimo pensiero andò al revolver: dove cazzo credevano di essere, in un film western?

-Chiamate il capo, e ditegli che quello che si doveva fare è stato fatto,- disse l’uomo con la pistola richiudendo il finestrino.

L’abitacolo, invaso dall’odore di cordite, era fresco d’aria condizionata.

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Una Risposta to “Excipit/Incipit di Fabrizio Fulio Bragoni”

  1. utente anonimo Says:

    Grazie!!!

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