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:: La babysitter e altre storie di Robert Coover (NNEDITORE 2019) a cura di Fabio Orrico

29 novembre 2019

Robert CooverDa colpevole semplificatore quale sono ho sempre pensato che la letteratura americana potesse essere facilmente (e banalmente) scissa in due macroaree. Da un lato autori passionali, viscerali, caldi, dall’altra scrittori mentali, azzimati, freddi. Da un lato una tradizione che potremmo far risalire a Hawthorne e alle sue indagini sulle origini di un paese che lui stesso vedeva assemblarsi, dall’altro una genia più complessa da definire e che può trovare padri spirituali in figure più asimmetriche come Washington Irving. In mezzo potremmo tranquillamente inserire la pietra angolare Hermann Melville, viscerale quant’altri mai ma anche capace di azzardi stilistici mai più ripetuti (salvo poi, in Mobydick, di fatto inventare il flusso di coscienza). Sono distinzioni pedestri e con le quali rivelo la mia fragilità di analisi di fronte a un gigante come Robert Coover da noi pochissimo tradotto (a memoria mia ricordo solo il bellissimo romanzo breve Sculacciando la cameriera) che, organico a un’idea di letteratura in cui possiamo incontrare John Barth e Kurt Vonnegut, William Gass e Donald Barthelme, brandisce la bandiera del post moderno ma da una prospettiva personalissima. Difficile, partendo da questa scelta antologica che abbraccia una produzione che, dal 1962 del primo racconto, arriva al 2016 de L’invasione dei marziani, immaginare uno scrittore meno propenso a farsi incasellare in un genere o anche semplicemente in un atteggiamento, in una propensione, in quel che volete. L’arte di Coover è doppia, tripla, prismatica. A dimostrarlo c’è il racconto che dà il titolo alla raccolta e cioè La babysitter dove l’alternarsi impazzito dei punti di vista detta il ritmo e determina la storia.
NN editore, che finora mi è sembrata la residenza italiana di autori ascrivibili al primo tipo da me sommariamente ipotizzato e cioè i viscerali (in modo quasi e diversamente imbarazzante se consideriamo gli apici di Haruf Drury Ward Woodrel e potremmo citare tutto il catalogo fino alla sintetica e poeticissima Sarah Manguso) adesso ci consegna questo volume polimorfo, tanti racconti di Coover disseminati nel corso della sua carriera quanti sono i traduttori che se ne occupano. Scelta decisamente in linea con le ragioni profonde dei testi, quella di differenziare la voce dei traduttori, e soluzione affascinante e felice. La babysitter e altre storie sembra proporsi come romanzo totale, cassetta degli attrezzi di uno scrittore sorprendente e intelligentissimo. Tutto è godibile, in termini di costruzione e suspense, ma tutto è assolutamente metaforizzabile. Si pensi a un racconto come L’ascensore, dove l’avventura del protagonista, un uomo che tutti i giorni prende lo stesso ascensore, assume i colori lividi di un episodio di Ai confini della realtà ma allo stesso tempo, proprio per l’ambientazione in uno spazio eccessivamente delimitato, diventa lo specchio di un altrove molto più ampio. Coover è autore metaforico per eccellenza ma anche satirico. Attinge a temi e stilemi del mainstream più spinto, esondando dal campo strettamente letterario. A dimostrarlo un racconto come You must remember this dove il nostro riscrive un caposaldo della cultura pop (seppur suo malgrado) come l’immortale Casablanca di Michael Curtiz o anche L’uomo invisibile dove si lambisce addirittura il territorio della narrazione supereroistica. A lato dell’opera cooveriana mi sembra riposi la tentazione della fantascienza. Una sorta di retrobottega mentale o addirittura sottofondo morale che, in quanto più politico tra i generi, fa da carburante all’ispirazione dello scrittore americano.
Purtroppo non conosco molto altro di Coover e sarebbe grande la mia curiosità di leggere un suo libro che per foliazione superasse Sculacciando la cameriera. Ciò che risulta perfetto nel romanzo breve e nel racconto sarebbe altrettanto efficace modulato su un passo più lungo? Insomma, se in questo momento cadesse una stella, saprei quale desiderio esprimere.

Robert Coover (1932) è autore di romanzi e raccolte di racconti, ed è considerato uno dei padri del postmoderno americano. Ha insegnato per più di trent’anni alla Brown University, dove ha fondato l’International Writers Project, un programma rivolto a scrittori internazionali perseguitati per le loro idee e i loro scritti. Con il suo primo romanzo, The Origin of the Brunists, ha ricevuto il William Faulkner Foundation First Novel Award, e con The Public Burning (1977) è stato finalista al National Book Award. NNE pubblicherà anche il suo romanzo Huck Out West.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa NN Editore.

:: Paranoia di Shirley Jackson (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

13 dicembre 2018
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Il mondo interiore di Shirley Jackson è stato sempre popolato dai fantasmi. La scrittrice americana, morta a soli quarantotto anni, è stata definita la maestra di Stephen King.
Tutti i suoi romanzi e i racconti contengono elementi psicotici e la sua scrittura fa venire i brividi.
Ma sono molti i registri con cui la Jackson si è cimentata. Leggendo Paranoia, recentemente pubblicato da Adelphi nella traduzione di Silvia Pareschi, si scoprirà che la scrittrice sa essere ironica, comica e dotata nella sua scrittura di una vena fertile di umorismo.
Paranoia è un libro davvero utile per conoscere da vicino la grande scrittrice americana.
È una raccolta di scritti che contiene racconti inediti o pubblicati su riviste, testi umoristici sulla storia della sua famiglia e una serie di articoli brillanti sul mestiere di scrivere.
Ironia, leggerezza, terrore e angoscia. In questo libro ci sono tutti gli elementi per conoscere a fondo Shirley Jackson.
Paronoia, a mio avviso, dovrebbe essere letto prima di avventurarsi nelle pagine dei suoi romanzi.
È lei stessa che conduce il lettore nel suo mondo, aprendo le porte a tutto quelle possibilità sospese tra il brivido e la follia che la sua scrittura, attraverso le storie che inventa, suggerisce.
L’incubo che vive Mr. Halloran Beresford nel racconto che dà il titolo al libro mette addosso i brividi. Tutto quello che accade al protagonista dopo una piacevole giornata d’ufficio ci porta ai confini di una realtà in cui l’inverosimile, l’assurdo, l’incubo e l’angoscia deflagrano dando vita a una trama che tiene i lettori legati alle pagine con un forte senso di inquietudine.

«Trovo molto difficile distinguere tra vita e finzione. Sono una scrittrice che, per una incredibile serie di coincidenze, si trova seduta alla macchina da scrivere per poche ore al giorno, visto che trascorro il resto del tempo a passare l’aspirapolvere sul tappeto del soggiorno, a portare i figli a scuola o a cercare qualcosa di nuovo da preparare per cena».

Così si presenta Shirley Jackson in Come scrivo, un articolo in cui la scrittrice sottolinea come le sue storie nascano dallo stretto rapporto tra la letteratura e la vita.
In queste pagine ci confida come le sue storie prima di scriverle se le racconta per tutto il giorno mentre è occupata dal quotidiano in quelle cose che non richiedono grandissima capacità immaginativa.
Paranoia è un libro sorprendente che ci rivela tutto il mondo di Shirley Jackson, una donna (e una scrittrice) talmente interessata alla realtà che ha bisogno di credere ai fantasmi.

Shirley Jackson nata nel 1916 a San Francisco,  è oggi riconosciuta come una delle autrici più incisive del gotico americano: Stephen King la cita tra i suoi maestri, Joyce Carol Oates è una grande ammiratrice. Jackson scrisse gran parte dei suoi racconti dell’orrore negli anni Cinquanta e Sessanta, ma in vita conobbe una certa notorietà solo per gli articoli di economia domestica e i ritratti di vita famigliare pubblicati su riviste femminili, oltre che come moglie del critico letterario Stanley Edgar Hyman, professore al Bennigton College. Morì nel 1965.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un’ intervista con Silvia Pareschi

24 ottobre 2016

i_jeans_di_bruce_springsteen_la_coverBenvenuta Silvia su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Parlaci di te, raccontati ai nostri lettori.

Faccio la traduttrice, ma questo lo sapete. Lo faccio da tanti anni, dal 2001, e per fortuna mi diverto ancora. Probabilmente perché traduco spesso libri belli. Tradurre un libro brutto è esasperante, mentre lo fai continui a pensare “ma perché gliel’hanno pubblicato, ma dov’era l’editor, ma tu guarda se devo anche sistemargli le magagne…” Tradurre un libro bello è invece un grande piacere, significa vedere all’opera un bravo scrittore, entrare nei meccanismi della sua scrittura, nelle pieghe dei suoi pensieri… Ma sto divagando. Traduco letteratura angloamericana, scrittori contemporanei come Jonathan Franzen, Zadie Smith, Amy Hempel, Denis Johnson, Junot Díaz, Jamaica Kincaid, e ho tradotto anche Don DeLillo, Cormac McCarthy e E. L. Doctorow. Ho sposato uno scrittore e artista americano, Jonathon Keats (di cui ho tradotto Il libro dell’ignoto per Giuntina), e vivo per metà dell’anno a San Francisco e per l’altra metà nel mio paese d’origine, sul lago Maggiore.

Sei per vocazione e talento essenzialmente una traduttrice. Cosa ti ha spinto a scrivere un libro tuo? Un’esigenza interiore, una sfida con te stessa, l’amore puro per la scrittura?

Una sfida con me stessa prima di tutto. Mi piace provare cose nuove, quando mi propongono qualcosa in genere accetto, anche se poi magari me ne pento. C’era anche un’esigenza interiore, sì, nel senso che ora avevo finalmente qualcosa da dire. Dopo tanti anni passati a rispondere “no” a chi mi chiedeva “non vuoi scrivere un libro tuo?”, proprio perché sentivo di non avere niente da dire, l’essermi ritrovata a vivere in un posto interessante come San Francisco mi ha fornito il materiale e anche la voglia di scrivere.

Reportage, racconto, saggio sociologico, cosa prevale in I jeans di Bruce Springsteen?

Alcuni racconti del libro, come per esempio Il palazzo del porno e la prima parte di Dimmi come mangi, sono nati come reportage per riviste online, in questo caso Nazione Indiana e Rivista Studio. Sull’impianto del reportage ho poi innestato una parte narrativa, che in alcuni racconti è più forte e in altri lo è meno. In molte storie poi c’è anche una componente autobiografica, e infatti prevale la narrazione in prima persona. L’intreccio di queste forme si avvicina molto, in questo caso, alla definizione di autofiction, perché il mondo che descrivo viene filtrato attraverso la mia esperienza.

Oltre agli scrittori da te tradotti, quali altri autori hanno influenzato la tua scrittura, che autrici principalmente?

Dopo aver trascorso gli anni dell’università a studiare principalmente la letteratura russa classica, dopo la laurea in russo mi sono spostata decisamente verso gli scrittori angloamericani. È difficile dire chi abbia influenzato la mia scrittura al di là degli autori che ho tradotto, perché questi ovviamente, per ragioni di “intimità”, fanno la parte del leone. La mia aspirazione sarebbe quella di unire la limpidezza calviniana allo stile essenziale di Grace Paley alla forza evocativa di Toni Morrison e alla comicità di Douglas Adams. Può bastare?

Lo spazzare via la classe media ha creato un mondo brutalmente diviso a metà tra ricchi e poveri. Ne parli in Dimmi come mangi. Quali sono i segni più evidenti, che si incontrano per strada sfacciatamente, anche se si vuole ignorare il problema. Barboni, folli, dormitori pubblici sovraffollati, mense per i poveri?

San Francisco è la seconda città americana per percentuale di senzatetto: secondo una statistica recente ne avrebbe 795 persone ogni 100.000 abitanti, superata in questa infelice classifica solo da New York, che ne ha 887. E se è vero che alcuni di questi arrivano in città perché attratti dal clima relativamente mite e dalla politica di aiuti fornita dalla municipalità progressista, la realtà è che il 71% degli homeless di San Francisco viveva già in città quando ha perso la casa.
San Francisco è la città con il mercato immobiliare più caro degli Stati Uniti, dove la classe media è stata spazzata via e dove sono rimasti solo i ricchissimi e i poverissimi (io e mio marito ci siamo finora salvati perché abbiamo un appartamento ad affitto controllato, come la protagonista di Misofonia). E i poverissimi sono dappertutto, spesso malati che dovrebbero essere in un ospedale o in una clinica psichiatrica, e invece sono per la strada perché gli ospedali sono solo per chi può permetterseli e le cliniche psichiatriche pubbliche sono state chiuse definitivamente da Reagan negli anni Ottanta.

Alcuni racconti sono brevissimi e surreali come Lavanderia a gettoni (tre pagine) ma con una propria spiccata identità. Nel breve o brevissimo ti trovi più a tuo agio? Leggi Short Fiction? Ti piace? L’hai mai tradotta?

Leggo moltissimi racconti, e mi piace anche tradurli. Ho tradotto maestri del racconto come Amy Hempel, Nathan Englander, David Means, Annie Proulx, T.C. Boyle, Phil Klay. Non ho preferenze quando si tratta di tradurre racconti o romanzi, ciascuna delle due forme ha i suoi piaceri e le sue sfide. Le uniche cose che non mi piace tradurre, come ho già detto, sono quelle scritte male. Quanto ai miei gusti di lettrice, nel caso dei racconti leggo forse più scrittrici donne, non so se sia un caso oppure no. Oltre alla mia adorata Grace Paley, amo molto Alice Munro, Edna O’Brien, Lorrie Moore, Lydia Davis… Fra gli italiani, oltre a un intramontabile classico come Buzzati, ultimamente ho amato particolarmente i racconti di Michele Mari e Daniele del Giudice.

Il racconto Katrina ci porta nella New Orleans dell’uragano dell’agosto del 2005. Come è nato? Narra di un esperienza personale di tuoi amici, una vivida testimonianza di quei giorni. L’America non è nuova a uragani, inondazioni, bufere di neve epiche. Questo cambia la gente, ne accentua il fatalismo?

Poco dopo la catastrofe dell’uragano una mia amica originaria di New Orleans scrisse un’email a tutti gli amici per raccontare la terribile avventura capitata ai suoi genitori. Non ho mai dimenticato quella storia, soprattutto la parte della traversata a nuoto di quelle acque fetide, l’incubo peggiore che potessi immaginare, io che ho il terrore dell’acqua scura. Pochi mesi dopo, nel febbraio del 2006, sono stata ospite dei genitori della mia amica, la Ellen della storia, che mi hanno portata in giro per una città ancora devastata, dove i fondi per la ricostruzione stentavano ad arrivare. Anni dopo, per prepararmi a scrivere Katrina, sono tornata a New Orleans a trovarli e mi sono fatta raccontare la storia per filo e per segno, prima di soccombere all’ospitalità alcolica di quei due anziani e raffinati signori che trangugiano vino d’annata come fosse acqua fresca.
Quanto al fatalismo, sì, forse non c’è altra spiegazione. Perché gli abitanti di San Francisco continuano a vivere lì, aspettando il Big One? D’altronde anch’io non posso fare altro che sperare che, se proprio deve succedere, almeno succeda quando sono in Italia!

Raccontaci il tuo processo di scrittura. Scrivi di getto? Fai molte stesure? Hai vezzi o tradizioni scaramantiche, tipo bere dalla stessa tazza, usare la stessa penna, mettere un disco sul giradischi?

Il mio processo di scrittura richiede innanzitutto che esista del tempo per scrivere, cosa che non è sempre scontata. Forse anche per questo mi considero più una scrittrice di racconti, perché la forma narrativa breve è quella che più si adatta al mio tempo spezzettato. Un tempo che è così non solo per esigenze esterne, ma anche perché la mia capacità di concentrazione, quando si tratta di scrivere, è molto ridotta, due, tre ore al massimo, mentre quando traduco posso andare avanti per molto più tempo (per fortuna, altrimenti sarei già morta di fame). Non ho particolari rituali, se non quello di scrivere solitamente al mattino, quando la mente è ancora fresca e non appesantita dalle pagine tradotte durante la giornata. Di solito rimugino per giorni su quello che voglio scrivere, e così la prima stesura è spesso già vicina alla versione definitiva. Detesto il caos sulla pagina, quando traduco come quando scrivo, mi crea ansia, e l’ansia è la mia migliore alleata e anche la mia peggiore nemica, dipende da quanto riesco a usarla a mio vantaggio. L’ansia mi permette di essere puntualissima in tutto quello che faccio, che è un’ottima cosa, ma nello stesso tempo mi impedisce di dormire se ho una scadenza troppo ravvicinata. Solo il tempo e l’esperienza mi hanno insegnato come tenerla a bada.

Cosa apprezzi di più della letteratura femminile, o perché no femminista contemporanea? Il processo di emancipazione è ancora in divenire?

Emancipazione? Quale emancipazione? A me sembra che i progressi siano molto lenti, e che la vecchia mentalità venga semplicemente nascosta sotto il tappeto, per poi riemergere alla prima provocazione. Basta guardare la quantità di misoginia che ha portato allo scoperto la candidatura di una donna alla Casa Bianca. A me però annoiano le etichette, sono femminista ma non leggo “letteratura femminista” in quanto tale: leggo la letteratura che mi piace. Margaret Atwood, per esempio, mi piace moltissimo, ma perché è una grande scrittrice, non perché è una scrittrice femminista.

L’America vera, la gente che incontri per strada, la gente che va alle fiere del trattore, nelle librerie o nei reading poetici di San Francisco, che mangia cibo da strada per le vie di New York, sta per Trump, o per Hillary Clinton? Come cambierà l’America se dovesse vincere l’uno o l’altra? Come questo cambierà te, e la vita degli italiani in America?

Sai, io degli Stati Uniti conosco bene solo le due coste, e solo zone a maggioranza democratica. Non conosco nessuno che vota per Trump, e se lo conoscessi non credo che lo frequenterei. Questa campagna elettorale, da quando ne è uscito Sanders, è diventata sempre più brutta, e sono d’accordo con quello che si sente dire spesso: i problemi veri cominceranno dopo l’elezione del presidente, quando il paese si ritroverà non solo spaccato in due, ma anche avvelenato dal clima creato da Donald Trump e dalla sua campagna.

Tu hai tradotto autori che non sfigurerebbero per il Nobel, De Lillo soprattutto. Queste domande le ho scritte prima di giovedì 13 ottobre, ora probabilmente si sa chi ha vinto il Nobel per la Letteratura 2016. Tu chi avresti voluto che vincesse?

Quello che ha vinto. Non lo credevo possibile, sono stata veramente felice.

:: I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, di Silvia Pareschi, (Giunti, 2016)

12 ottobre 2016
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Non sono mai stata negli Stati Uniti. Due o tre volte ho rischiato di partire, una volta più seriamente delle altre, avevo già tutto organizzato per un corso di inglese estivo in un’ università della costa occidentale, ma l’aereo transoceanico non l’ho mai preso. Per me l’America è quella dei film noir, in bianco e nero, degli anni ’50, per lo più, o di alcuni film più recenti, di molti libri, documentari, telefilm, fumetti. Un’ America per lo più inventata, filtrata dall’estro artistico di qualcuno che presumibilmente la conosce bene e forse la ama. Non sono antiamericana di partito preso, sebbene sia molto critica con molte sue derive, e detesti quella sorta di egocentrismo muscolare che a volte l’affligge. Detto questo mi piacciono i motel sull’autostrada di notte, accesi da mille neon colorati, i Pancakes allo sciroppo d’acero, la auto anni 50 che ancora circolano, i ranch del Texas o della California, specie dove allevano cavalli, e potrei continuare per pagine e pagine a elencare cosa amo, con la memoria selettiva di chi omette cosa detesta. Amo anche i libri di viaggio, (come potrebbe essere diverso?), e ho amato (e molto) il libro reportage I jeans di Bruce Springsteen e altri sogni americani, di Silvia Pareschi, una delle più apprezzate traduttrici dall’inglese, di autori che vanno da DeLillo a Cormac McCarthy, da Jonathan Franzen a Zadie Smith. Per un traduttore scrivere un libro suo non è un passaggio obbligato, certo alcuni lo fanno, ma per certi versi può anche essere un rischio. Il rischio di non trovare una propria voce, dopo aver filtrato la voce di altri scrittori, di cui si è ricostruito e ricreato i testi in un’altra lingua. I testi tradotti sono altri libri, come discutevo con un amico, in cui è imprigionata l’anima del traduttore. Dunque la Pareschi si è messa in gioco, e ha cercato la sua voce, che diventa veicolo letterario se riesce a entrare in comunione con il lettore. Vale per tutti i libri, i più riusciti, come i meno, tutto passando naturalmente attraverso i propri personali gusti letterari. A chi consiglierei questo libro? Innanzitutto a chi ama viaggiare sulla carta, è curioso di sapere e conoscere lati dell’America non consueti, ruspanti, come si potrebbe dire, apprezza l’ironia e l’umorismo e una patina di cinismo, ma mai cattivo, mai velenoso. La scrittura è spezzata in racconti, anche brevi, con buffi titoli, e vari punti di vista, alcuni sono in prima persona (dove è più immediata la voce dell’autrice, c’è solo una minima percentuale di fiction), altri sono in terza persona (un sé stesso mediato e visto dal di fuori, filtrato da come lo vedono gli altri). E non aspettatevi niente di agiografico (non ci risparmia povertà e sporcizia o perché no la puzza di una discarica), non aspettatevi dunque una celebrativa marcia trionfale, per intenderci, troverete capitoli capaci di sconcertarvi, (pensate solo a Il Palazzo del Porno), il più se vogliamo fuori dagli schemi, (il materasso infetto su cui gli attori facevano i provini, mi seguirà per un po’), capitoli capaci di commuovervi, di farvi riflettere, di farvi arrabbiare (il divario tra povertà e ricchezza sta diventando una voragine). Insomma la Pareschi ha talento, un talento coltivato da anni di buone frequentazioni, e una propria personalità capace di non fare diventare la sua scrittura la brutta copia, o per lo meno la copia annacquata di quella di un altro. Apre la raccolta di testi (che io mi ostino a chiamare racconti) Puma, raccontato in prima persona, (bellissima la descrizione della natura tra boschi e nebbia) con al centro l’ombra intravista di un puma, o per lo meno la sua coda. Lavanderia a gettoni, con il suo sogno ad occhi aperti a base di lanciafiamme dal sapore di solitudine, mi ha subito portato alla mente La lavanderia a gettoni di Angel, di Lucia Berlin, che apre la serie di racconti La donna che scriveva racconti (traduzione di Federica Aceto per Bollati Boringhieri). Che come sottotitolo ha il piuttosto evocativo Storie vere, ma inventate. Come quelle di Alice Munro. Poi troviamo La scelta della religione, prima e seconda parte, dalla East Coast alla West Coast, spezzato in tanti sottoracconti. E poi Ganjia Yoga, con il suo surreale giro in autobus e un quartiere brutto e desolato, fatto di edifici industriali e stradini larghi e trafficati. E giusto a metà libro, Katrina, racconto di amici, realmente vissuto (tra buste paga e assegni non ancora versati) e filtrato dal ricordo e dal passare di voce in voce, dalla Pareschi portato sulla carta con sentita partecipazione. L’uragano Katrina e la sua distruzione di New Orleans (alla fine l’ 80% della città sarebbe finita sott’acqua), è ancora nell’immaginario americano una ferita aperta, una storia ancora da raccontare. Racconto spartiacque che ci porta alla seconda parte con Dimmi come mangi, Misofonia, e Il Dentista a i tempi del Super Bowl. E se volete saperne di più dei jeans del titolo, dovrete correre all’ultimo, che chiude la raccolta, dove tutto sarà spiegato, sebbene il mistero temo sia destinato a continuare. Non credo di aver trovato un racconto più bello degli altri, ogni volta che ne leggevo uno mi dicevo che era quello, (un po’ come al liceo mi capitava con la filosofia, l’ultimo autore studiato era sempre quello che aveva ragione). E non è detto che dobbiate seguire l’ordine voluto dall’autrice, potete aprire una pagina a caso e leggere dall’inizio quello. Tenere il libro sul comodino e centellinarlo, lasciando che vi tenga compagnia per giorni. Io ne ho fatto una lettura bulimica, ma solo per uso recensione (si sa i sacrifici di noi recensori sono tanti) ma mi riservo di tenerlo da parte, e rileggerlo per puro consumo privato ancora in futuro.

Silvia Pareschi è una delle più note e apprezzate traduttrici dall’inglese. Fra i tanti autori da lei tradotti ci sono Jonathan Franzen, Don DeLillo, Cormac McCarthy, Zadie Smith, Jamaica Kincaid, Junot Díaz. Vive tra San Francisco e il lago Maggiore, dove è nata, insieme al marito, l’artista e scrittore Jonathon Keats. Quando è a San Francisco, oltre a tradurre, insegna l’italiano agli americani e racconta le sue esperienze nel blog Nine hours of separation.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Marilou dell’Ufficio Stampa Giunti.

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