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:: La babysitter e altre storie di Robert Coover (NNEDITORE 2019) a cura di Fabio Orrico

29 novembre 2019

Robert CooverDa colpevole semplificatore quale sono ho sempre pensato che la letteratura americana potesse essere facilmente (e banalmente) scissa in due macroaree. Da un lato autori passionali, viscerali, caldi, dall’altra scrittori mentali, azzimati, freddi. Da un lato una tradizione che potremmo far risalire a Hawthorne e alle sue indagini sulle origini di un paese che lui stesso vedeva assemblarsi, dall’altro una genia più complessa da definire e che può trovare padri spirituali in figure più asimmetriche come Washington Irving. In mezzo potremmo tranquillamente inserire la pietra angolare Hermann Melville, viscerale quant’altri mai ma anche capace di azzardi stilistici mai più ripetuti (salvo poi, in Mobydick, di fatto inventare il flusso di coscienza). Sono distinzioni pedestri e con le quali rivelo la mia fragilità di analisi di fronte a un gigante come Robert Coover da noi pochissimo tradotto (a memoria mia ricordo solo il bellissimo romanzo breve Sculacciando la cameriera) che, organico a un’idea di letteratura in cui possiamo incontrare John Barth e Kurt Vonnegut, William Gass e Donald Barthelme, brandisce la bandiera del post moderno ma da una prospettiva personalissima. Difficile, partendo da questa scelta antologica che abbraccia una produzione che, dal 1962 del primo racconto, arriva al 2016 de L’invasione dei marziani, immaginare uno scrittore meno propenso a farsi incasellare in un genere o anche semplicemente in un atteggiamento, in una propensione, in quel che volete. L’arte di Coover è doppia, tripla, prismatica. A dimostrarlo c’è il racconto che dà il titolo alla raccolta e cioè La babysitter dove l’alternarsi impazzito dei punti di vista detta il ritmo e determina la storia.
NN editore, che finora mi è sembrata la residenza italiana di autori ascrivibili al primo tipo da me sommariamente ipotizzato e cioè i viscerali (in modo quasi e diversamente imbarazzante se consideriamo gli apici di Haruf Drury Ward Woodrel e potremmo citare tutto il catalogo fino alla sintetica e poeticissima Sarah Manguso) adesso ci consegna questo volume polimorfo, tanti racconti di Coover disseminati nel corso della sua carriera quanti sono i traduttori che se ne occupano. Scelta decisamente in linea con le ragioni profonde dei testi, quella di differenziare la voce dei traduttori, e soluzione affascinante e felice. La babysitter e altre storie sembra proporsi come romanzo totale, cassetta degli attrezzi di uno scrittore sorprendente e intelligentissimo. Tutto è godibile, in termini di costruzione e suspense, ma tutto è assolutamente metaforizzabile. Si pensi a un racconto come L’ascensore, dove l’avventura del protagonista, un uomo che tutti i giorni prende lo stesso ascensore, assume i colori lividi di un episodio di Ai confini della realtà ma allo stesso tempo, proprio per l’ambientazione in uno spazio eccessivamente delimitato, diventa lo specchio di un altrove molto più ampio. Coover è autore metaforico per eccellenza ma anche satirico. Attinge a temi e stilemi del mainstream più spinto, esondando dal campo strettamente letterario. A dimostrarlo un racconto come You must remember this dove il nostro riscrive un caposaldo della cultura pop (seppur suo malgrado) come l’immortale Casablanca di Michael Curtiz o anche L’uomo invisibile dove si lambisce addirittura il territorio della narrazione supereroistica. A lato dell’opera cooveriana mi sembra riposi la tentazione della fantascienza. Una sorta di retrobottega mentale o addirittura sottofondo morale che, in quanto più politico tra i generi, fa da carburante all’ispirazione dello scrittore americano.
Purtroppo non conosco molto altro di Coover e sarebbe grande la mia curiosità di leggere un suo libro che per foliazione superasse Sculacciando la cameriera. Ciò che risulta perfetto nel romanzo breve e nel racconto sarebbe altrettanto efficace modulato su un passo più lungo? Insomma, se in questo momento cadesse una stella, saprei quale desiderio esprimere.

Robert Coover (1932) è autore di romanzi e raccolte di racconti, ed è considerato uno dei padri del postmoderno americano. Ha insegnato per più di trent’anni alla Brown University, dove ha fondato l’International Writers Project, un programma rivolto a scrittori internazionali perseguitati per le loro idee e i loro scritti. Con il suo primo romanzo, The Origin of the Brunists, ha ricevuto il William Faulkner Foundation First Novel Award, e con The Public Burning (1977) è stato finalista al National Book Award. NNE pubblicherà anche il suo romanzo Huck Out West.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa NN Editore.

:: fiore frutta foglia fango di Sara Baume (NN Editore 2018) a cura di Micol Borzatta

26 marzo 2018
Fiore frutto foglia fango

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Irlanda giorni nostri.
Ray è un uomo si cinquantasette anni che vive da solo nella casa che era appartenuta a suo padre. È un uomo immenso e trasandato. Un giorno, mentre sta camminando per la città si ferma davanti a una vetrina di un robivecchi e vede l’annuncio di un cane che cerca casa.
Ray si dirige in canile per adottarlo, la scelta gli viene d’impulso, senza pensarci, e quando arriva al canile, la prima cosa che gli viene detta è che quel cane sarebbe dovuto essere soppresso, che appena arrivato ha morso un altro cane e anche l’addetto del canile che li ha divisi, ma il cane che vede Ray è un cane spaventato, un cane pauroso, un cane che cammina a pancia a terra terrorizzato, non un cane aggressivo o mordace.
Ray lo chiama Unocchio per via del fatto che il cane ha un occhio solo.
La vita di Ray cambia radicalmente, finalmente ha qualcuno che lo ama incondizionatamente, qualcuno che tiene a lui e che lo fa aprire. Infatti con Unocchio Ray abbassa tutte le difese e gli racconta tutto. Gli racconta di se stesso, la sua vita, i suoi sentimenti.
Un giorno però Unocchio morde il cane di un vicino di casa. Basta la cittadina è stufa, quel cane deve essere soppresso, viene visto solo come un pericolo.
Ray però non vuole rinunciare al suo unico amico e così decide di andarsene con Unocchio. Solo così può sperare di salvargli la vita.
Fin dalla prima pagina si sente subito la forza delle emozioni, infatti il primissimo capitolo è la descrizione di quello che sente Unocchio mentre scappa con l’occhio fuori dall’orbita che gli sbatte contro il collo e qualcosa nella sua testa che gli dice di scappare.
Subito dopo la narrazione passa alla voce di Ray, al suo primo incontro con il cane, alle emozioni che la cosa gli smuove e possiamo vivere potentemente la sua scelta di andare a prendere il cucciolo.
Ho letto molti romanzi con cani protagonisti, e praticamente tutti mi hanno fatto piangere, ma il rapporto che si era creato era comunque quella di uno spettatore che si immedesima avendo lui stesso un cane, ma questa volta è stato diverso. Questa volta mentre si legge il romanzo ci si trasforma in Ray, Unocchio è il nostro compagno, il legame tre i due è il nostro legame e le emozioni descritte sono le nostre.
Un romanzo davvero potente e spettacolare che fa capire, anche a chi non ha mai avuto la fortuna di provarlo, cosa voglia dire essere legati a un amico a quattro zampe.

Sara Baume nasce a Lancashire e cresce in Irlanda. Ha scritto vari racconti e saggi che sono stati pubblicati sull’Irish Times e sul Guardian e ha ricevuto vari premi tra cui il Davy Byrnes Award, l’Hennessy New Irish Writing Award e il Rooney Prize.
Fiore frutto foglia fango è il suo romanzo d’esordio ed è stato finalista al Costa Award, al Guardian Award, al Desmond Elliott Prize e al Los Angeles Times Book Prize.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Francesca Rodella dell’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.