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:: Il suono della vita di Hans- Josef Ortheil (Keller 2018) a cura di Viviana Filippini

10 maggio 2018

1Il suono della vita” di Hans- Josef Ortheil mi ha ricordato un partitura musicale con una melodia in crescendo. Il romanzo, edito da Keller, è la storia di una rinascita vissuta dal protagonista. Johannes adulto narra la sua esistenza trascinandoci in un vortice di eventi, rumori, suoni e vibrazioni che evidenziano come sia possibile superare l’incomunicabilità. Johannes bambino non parla. Il suo non dire parola non è determinato dal fatto che sia muto o affetto da qualche disturbo. Il motivo è che il piccolo è cresciuto con una madre che ha volontariamente smesso di parlare. Causa di tale shock per la donna, la morte dei figli (il protagonista è l’unico sopravvissuto) durante e dopo il Secondo Conflitto Mondiale. La madre non parla, il dolore l’ha portata a rifugiarsi nella lettura e a comunicare scrivendo biglietti che il marito (geodeta di professione) legge ogni volta che torna dal lavoro. Poi, un giorno, nella loro casa arriva un pianoforte e questo non solo smuoverà qualcosa nell’animo della madre, ma stuzzicherà la curiosità del piccolo Johannes. Il padre intuisce questo elemento e architetterà un piano per aiutare il figlio a scoprire la parola e la musica. Il piccolo protagonista affronta il suo cammino di formazione vocale non a Colonia, ma nel villaggio campestre dove il padre è nato e da questo momento per lui sarà una vera e propria meravigliosa scoperta del mondo. Il contatto diretto con la natura, lo studio della musica, il viaggiare tra Colonia e Roma e il cimentarsi con la scrittura sono gli strumenti che permetteranno a Johannes di diventare un giovane uomo e di prendere coscienza di sé e del proprio vissuto. “Il suono della vita” è un romanzo di formazione nel quale il protagonista affronta snodi cruciali nella e per la sua vita. Johannes ha un rapporto molto intenso con la madre. Non importa che loro due non parlino, ma sono i gesti a sottolineare l’intensità del legame madre-figlio, un qualcosa di perenne e indissolubile. Dal punto di vista del padre, l’uomo riesce un po’, ma a fatica, ad accettare il mutismo della moglie, ma quello del figlio no. Non è sopportabile. Il geodeta farà tutto il possibile per far parlare il figlio e lo farà portandolo a contatto diretto con la natura, facendolo disegnare, scrivere e suonare. Johannes ha quindi nei genitori due perni saldi ma, allo stesso tempo, il suo tentare di vivere in società senza parlare troppo gli creerà problemi. Per cominciare il ragazzo sarà spesso la vittima prescelta dei suoi compagni di scuola – a volte anche dei docenti- che lo derideranno e che non comprenderanno mai le cause vere del suo mutismo. Per loro Johannes è il tipo strambo, il debole da sbeffeggiare e prendere di mira. Johannes un po’ si ribella, ma molte volte subisce e vede nella musica una sorta di salvezza, una luce in fondo al tunnel. Una mera illusione perché quando si renderà conto di non avere le qualità per diventare un grande musicista, la delusione per questa presa di coscienza lo farà soffrire molto. Allora comincerà a scrivere (proprio come faceva la madre) e il mettere parole su carta tra Colonia e Roma, permetterà a Johannes non solo di esorcizzare le paure, ma di mettersi a confronto con il suoi io e il suo vissuto personale. “Il suono della vita” di Ortheil è un viaggio nel vissuto di un uomo che fa degli affetti, delle parole e della musica gli strumenti per affrontare l’esistenza quotidiana. Quel vivere pieno di esperienza e di suoni, nel quale però non manca mai il silenzio, poiché esso è per Johannes lo strumento migliore per ampliare i sensi e percepire le note più intime dell’animo umano. Traduzione dal tedesco Scilla Forti.

Hanns-Josef Ortheil è nato a Colonia nel 1951. È scrittore, pianista e professore di scrittura creativa e giornalismo culturale presso l’Università di Hildesheim. Da molti anni è considerato uno dei maggiori esponenti della letteratura tedesca contemporanea. È stato insignito di numerosi premi per le sue opere, tra cui il Thomas-Mann-Preis, il Nicolas-Born-Preis, lo Stefan-Andres-Preis e l’Hannelore-Greve-Literaturpreis. I suoi romanzi sono stati tradotti in più di venti lingue.

Source richiesto all’editore.

:: Viaggiare contro vento. Viaggiatori illegali nell’URSS a cura di Cornelia Klauss e Frank Böttcher (Keller 2017) a cura di Viviana Filippini

18 aprile 2018
Viaggiare contro vento. Viaggiatori illegali nell_URSS

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“Viaggiare contro vento. Viaggiatori illegali nell’URSS”, è un libro pubblicato da Keller, nel 2017. È il primo di una serie di volumi di reportage e letterature dentro e fuori i confini d’Europa che indagano con sguardo attento e acuto quelle parti del continente non sempre abbastanza conosciute. Il testo raccoglie una serie di scritti di scrittori, imbalsamatori, giornalisti e conduttori radiofonici, che durante gli anni della Guerra Fredda fecero un viaggio non solo come dice il titolo “contro vento” ma, direi controcorrente. Affermo questo perché negli anni di estrema tensione politica tra regime sovietico e USA, è risaputo come molte persone dell’Est scappassero nell’Ovest per assaporare una vita diversa e per sfuggire alle restrizioni del comunismo. Il libro curato da Cornelia Klauss e Frank Böttcher è differente, in quanto raccoglie le testimonianze di coloro che fecero il viaggio al contrario, ossia si addentrarono dall’Ovest nell’Est, per conoscere da vicino, e in loco, come la gente viveva in stretto contatto con il regime russo. Si parte con un vero e proprio dizionario creato all’epoca contenente tutta una serie di termini divulgativi che illustrano a noi lettori di oggi da cosa era composto il turismo di massa (per proletari, borghesi, intellettuali e nobili compresi) nella Russia degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta. Si passa poi ai viaggi compiuti dai curiosi esploratori in Unione Sovietica. Pellegrinaggi illegali architettati alla perfezione (qualcuno si finse pure venditore di bibbie in incognito) pur di scoprire e conoscere la realtà russa. Ed ecco allora tra le pagine sfilare poliziotti e agenti dei servizi segreti prima molto rigidi nel far rispettare le regole, poi pronti a “chiudere un occhio” e lascia correre e passare i viandanti. Seguono le difficoltà di compiere il viaggio con mezzi di fortuna, l’incontro, scontro e dialogo con la gente, timorosa e incuriosita, da questi sconosciuti viaggiatori e la scoperta delle condizioni di vita, spesso precarie, della popolazione russa. Tutti i narratori qui raccolti partirono per viaggiare da soli, per soddisfare la proprio curiosità personale e capire cose ci fosse oltre la cortina di ferro. I racconti di viaggio di Michael Beleites, Gernot Friedrich, Wladimir Kaminer e Karsten Ekonig sono corredati da fotografie che mostrano ai lettori la diverse realtà, le persone, usi e costumi e storie di vita che gli esploratori dell’Ovest trovarono infiltrandosi all’Est. Per ora vi lascio questo di “Viaggiare contro vento. Viaggiatori illegali nell’URSS”, un viaggio letterario compiuto in un mondo, quello dell’URSS, scomparso ma forse ancora molto vivo nelle memorie di chi lo ha vissuto e conosciuto. (Traduzione dal tedesco: Giulia Bettiga, Giada D’elia, Verdiana Gghidotti, Valentina). Prossimo reportage proposto da Keller e del quale vi parlerò saranno i “Diari della Kolima” di Jacek Hugo- Bader.

Michael Beleites: nato nel 1964 a Halle e cresciuto a Trebnitz nei pressi di Zeitz. Si forma e lavora come imbalsamatore presso il Museo di storia naturale di Gera. Dal 1982 e attivista del movimento ecclesiastico per la pace e per l’ambiente. Nel 1988 mette a punto la documentazione Pechblenda – L’estrazione dell’uranio nella ddr e le sue conseguenze. Tra il 1982 e il 1989 viene perseguitato dalla Stasi. Nel 1990 e membro fondatore della sezione di Greenpeace della ddr. Dal 1995 vive a Dresda e lavora principalmente come pubblicista. I suoi libri trattano la rielaborazione della storia della ddr, la cultura del ricordo, la storia della biologia e dell’agricoltura biologica.

Gabriel Berger: figlio di un ebreo scappato dalla Germania nazista, nasce nel 1944 in un nascondiglio francese. Suo padre si trasferisce nel 1948 in Polonia per costruirvi il socialismo ma nel 1957 e costretto ad andarsene a causa del rinascente antisemitismo.
Si reca dunque nella ddr. Gabriel Berger frequenta le scuole superiori a Dresda dove studia fisica presso la Technische Universitat. Nel 1975 fa una richiesta di trasferimento nella Germania federale e nel 1976 viene arrestato con l’accusa di “vilipendio dello Stato”.
Dopo un anno di carcere si sposta a Berlino Ovest dove lavora dapprima nell’ambito dell’energia nucleare poi come docente di informatica. Negli anni Ottanta studia filosofia e scrive per i giornali e per la radio. Il suo primo viaggio illegale in Unione Sovietica risale al
1971.

Gernot Fiedrich: nato nel 1937 a Zeulenroda (Turingia). Figlio di un insegnante, studia pedagogia a Muhlhausen. Sara poi costretto a lasciare l’universita perche membro attivo della chiesa locale. Lavora per la dewag, l’agenzia pubblicitaria della ddr a Gera.
Vicario e predicatore aggiunto in alcuni comuni della Turingia, e in seguito per vent’anni parroco a Jena, poi per altri dieci a Gera. Prima del 1989 compie numerosi viaggi in treno, autobus, bicicletta e autostop in Unione Sovietica e nei Paesi del blocco orientale.

Wladimir Kaminer: nato nel 1967 a Mosca. Dopo una formazione come tecnico del suono per il teatro e la radio, studia drammaturgia all’istituto per il Teatro di Mosca. Nel giugno del 1990 ottiene “asilo umanitario” nella ddr, che allora esisteva ancora, dopodiche diviene cittadino della Germania federale. Oggi vive a Berlino dove lavora come giornalista, scrittore e disc jockey. In italiano sono stati pubblicati da Guanda quattro suoi libri, tra i quali il piu noto e Russendisko.

Karsten Ekonig: nato nel 1960 a Dessau, cresciuto a Berlino Est, ha compiuto numerosi viaggi in Europa orientale e in Unione Sovietica. Ha organizzato incontri UDF, e fuggito in Cina nel 1989 con Reinhard Tauchnitz, unico cittadino della ddr ad aver superato gli ottomila metri (Shisha Pangma). Inquilino di una casa occupata. Laureato in fisica, microbiologo, fondatore e amministratore delegato della JENLAB GMBH di Jena, docente all’universita di Saarbrücken (esperto di microsensori) e caporeparto all’istituto di Tecnologia biomedica Fraunhofer (ibmt) di St. Ingbert.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’eredità delle dee – Una misteriosa storia dai Carpazi Bianchi di Katerina Tuckova (Keller editore 2017) a cura di Viviana Filippini

31 gennaio 2018
L' eredità delle dee

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L’eredità delle dee” è il romanzo di Katerina Tuckova, edito in Italia da Keller. Il libro è un intrigante e avvincente viaggio dentro ad un mondo, nel quale usi e costumi atavici vengono tramandati nel tempo. A scambiarsi questi saperi sono le donne della comunità di Žítkova situata sulle alture delle sulle montagne dei Carpazi Bianchi. Le donne qui residenti hanno delle qualità che le rendono diverse da tutte le altre, perché sono guaritrici che non usano pasticche, ma erbe medicinali, sono delle preveggenti e sempre pronte a tramandare la loro arte di madre in figlia. Sono chiamate “dee”. La loro storia è conosciuta da Dora Idesová, l’ultima di questa importante discendenza, che è certa –lei lo crede – di non aver ereditato nessuna arte dalla madre. Dora non ha vita facile, perché da piccola resta orfana e di lei si prende cura zia Surmena, ma il tutto dura poco. Ad un certo punto la zia sparisce rinchiusa dentro ad una clinica psichiatrica per non uscirne più. Dal passato si passa al presente dove il lettore scopre che Dora, una volta internata la zia, è finita in un collegio ed è diventata adulta con degli studi in Etnografia e un lavoro presso l’Accademia delle Scienze di Brno. La giovane è alla prese con la scrittura di una saggio sulle dee di Žítková e nell’accedere ai materiali degli archivi, resi pubblici dalla polizia segreta nei primi anni Novanta del Novecento, Dora si imbatte in un dossier sulla zia Surmena, una dea. Ogni pagina del dossier è un importante documento per la ragazza, perché grazie ad essi potrà ricostruire non solo la storia delle dee, ma anche quella della parente scomparsa. Quello compiuto da Dora sarà un vero e proprio cammino a ritroso nel tempo alla ricerca delle proprie origini, passando anche per diverse documentazioni che raccontano le ragioni (guarigioni pseudomiracolose, strani e miracolosi decotti da bere, previsioni di eventi) per le quali la zia Surmena venne più volte fermata dalle autorità competenti. Ciò che Dorà scoprirà sarà per lei una rivelazione agghiacciante e sconvolgente, perché leggendo i documenti, gli articoli di giornale e parlando con la popolazione di Žítková, la giovane verrà a conoscenza di come la storia della sua famiglia, intrecciata agli eventi che travolsero il loro Paese (la Repubblica Ceca), sia minata da una maledizione antica difficile da sconfiggere e sradicare. “L’eredità delle dee” è un perfetto mix di realtà e finzione ed è un romanzo che racchiude in sé diverse tipologie di genere, nel senso che per certi aspetti il libro della Tuckova è romanzo storico (ci sono riferimenti al nazismo e al comunismo), ma esso ha degli elementi simili al thriller, all’ indagine etnografica, alla ricerca sulla magia. Quando poi si narra delle dee, ci si rende conto delle ambiguità che c’erano verso di loro. Da una parte, erano bersagliate proprio per il loro “fare rituale”, dall’altra però, nei loro confronti c’erano pure una forma di timore e ossequio, per il rispetto massimo del loro “saper fare” alternativo. Allo stesso tempo, dalle pagine, emerge il forte amore verso il mondo della natura e dei suoi elementi, perché si ha come la sensazione che fosse proprio in essi che il genere umano potesse trovare le medicine e gli aiuti che alimentavano la speranza e che portavano rimedio ai mali fisici e sociali. “L’eredità delle dee” della Tuckova è sì l’affresco di un’epoca dove si alternano disperazione, paura, lotta e speranza ma è anche un libro affascinante, misterioso e –concedetemelo- un po’ mistico, che dimostra quanto sia importante attuare la ricerca delle proprie radici per comprendere le proprie origini. Traduzione dal ceco: Laura Angeloni.

Kateřina Tučková (1980) Scrittrice, giornalista, curatrice di mostre e autrice di opere teatrali, si è laureata in Storia dell’Arte e Boemistica all’università FF MU di Brno e ha conseguito un dottorato in Storia dell’Arte presso l’università Karlová di Praga. Già autrice di varie pubblicazioni specialistiche in ambito artistico, si impone sulla scena letteraria ceca con il romanzo Vyhnání Gerty Schnirch (L’espulsione di Gerta Schnirch) del 2009, vincendo il premio Magnesia Litera 2010 (Categoria Premio dei Lettori) e guadagnando la candidatura ai premi Josef Škvorecký e Jíří Orten.

Source: inviato dall’editore al recensore. ringraziamo l’ ufficio stampa Keller.

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:: Come ho incontrato i pesci – Ota Pavel (Keller Editore, 2017) a cura di Viviana Filippini

24 novembre 2017

come ho incontrato i pesciTorna, grazie a Keller editore, la scrittura di ricordi e memorie di vita con “Come ho incontrato i pesci” di Ota Pavel. Il libro dello scrittore cecoslovacco è un viaggio dentro all’infanzia del piccolo Ota, dove una delle componenti fondamentali per passare il tempo, e per portare a casa qualcosa da mangiare, era la pesca. Il pescare per la famiglia Pavel era una sorta di mantra e non a caso tra le pagine si scorgono le avventure del narratore che andava a pesca con il padre e con lo zio Prošek, i due migliori pescatori del mondo secondo Pavel scrittore. Anzi, a dire il vero, dalla lettura, si scopre che il vero e indiscusso maestro di pesca è proprio lo zio acquisito, il traghettatore Karel Prošek di Luh Pod Branovem, perhè fu lui ad insegnare l’arte della pesca a Ota e ai suoi fratelli Hugo e Jirka. Lo zio era un uomo con degli enormi baffoni, capace fare tante di quelle cose (pescare, traghettare con il fiume in piena, cucinare, arare, seminare, mungere le mucche, intrecciare il vimini e ridere di gusto) da sembrare agli occhi del narratore una specie di geniale mago. Il libro non è solo pesca, perché la scrittura chiara e limpida di Pavel, grazie anche alla traduzione di Barbara Zane, narra al lettore come si svolgeva la vita lungo il fiume. Nel libro si alternano momenti di gioia a momenti nei quali invece si percepisce l’incombenza oppressiva della Seconda guerra mondiale e del Nazismo. Ed ecco che Pavel senior e anche lo junior (Ota per intenderci) si destreggiavano con impegno a pescare, perché con ad un certo momento, quando il conflitto si fece sempre più vicino, il pescare diventenne per i protagonisti del libro una vera e propria forma di sopravvivenza. Il libro è strutturato in tre parti: Infanzia, Un giovane uomo coraggioso e Ritorni, nelle quali assistiamo alla crescita di Ota Pavel e alle sue avventure di giovane uomo diretto verso la soglia dell’età adulta. A differenza de “La morte dei caprioli belli”, in questo lavoro letterario, nel quale troviamo elencati con precisione tutte le specie di pesce che lo scrittore era abituato a pescare, si affacciano le prime e drammatiche avvisaglie di quella malattia mentale (la schizofrenia) che colpì Otto Popper, a tutti noto come Ota Pavel. Il libro pubblicato da Keller – l’ultimo scritto da Pavel e uscito postumo nel 1974- ci porta ancora di più dentro alla vita di un uomo che, grazie alla scrittura, riuscì a lasciarci la testimonianza di quella che fu la sua infanzia, dells ricerca – a tratti spasmodica- della libertà e della pace, in un mondo dove le vite della gente di Buštehrad sembrano, ancora oggi, una dimensione magica dentro ad un globo afflitto dal conflitto bellico. Alla fine del libro ci son tre racconti “Il grande vagabondo delle acque” e “Pesciolini secchi”, pubblicati per la prima volta nel 1980 e “La caccia all’aspio predatore”, uscito su rivista (Kmen) nel 1983. Come ho incontrato i pesci di Ota Pavel è un libro importante, che fa sorridere e commuovere, che permette a Pavel di fare memoria delle sua vita e rende noi lettori partecipi del cammino di crescita – non sempre facile- di un uomo.

Ota Pavel era nato a Praga il 2 luglio 1930. Il suo vero nome era Otto Popper. Il padre, commesso viaggiatore, durante la guerra si trasferì con tutta la famiglia a Buštěhrad, un paesino a poche decine di chilometri da Praga.
Nonostante ciò, la guerra investì in pieno la famiglia e il padre con i due fratelli di Ota Pavel finirono nei campi di concentramento di Terezín, Mauthausen e Auschwitz.  Grande appassionato di sport, Pavel ha praticato l’hockey su ghiaccio nella squadra giovanile dello Sparta Praga e il calcio nello S.K. Buštěhrad. Nel 1949 si dedica alla scrittura come cronista sportivo. Nel 1964 appaiono i primi segni della malattia che lo costringerà a una lunga serie di ricoveri ma inizia anche il periodo più fecondo e creativo per la sua scrittura con la produzione di libri indimenticabili tra cui La morte dei caprioli belli e Come ho incontrato i pesci, editi entrambi da Keller.

Source: libro del recensore.

:: La nostra casa di Bov Bjerg, (Keller, 2017), a cura di Viviana Filippini

31 luglio 2017
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Cinque amici in cammino verso l’età adulta sono i protagonisti di La nostra casa di Bov Bjerg, pubblicato in Italia da Keller. Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry e Frieder sono alleati e si prometto che il loro vivere e crescere non dovrà essere un monotono alternarsi di scuola, lavoro, famiglia, figli, morte. Un scelta voluta da tutti dopo che uno di loro – Fireder- ha tentato di farla finita. Il gruppo decide di unire le proprie forze e di andare a vivere tutti assieme in una fattoria. I ragazzi non solo pensano a questa cosa, ma la mettono in atto ed ecco che ci si ritrova a leggere le avventure di un squattrinata combriccola di adolescenti nella Germania degli anni Ottanta. Loro hanno nominato la la casa comune Auerhaus, una variazione sul titolo di “Our House, una di canzone dei Madness. L’abitazione diventa per i protagonisti il mondo esclusivo dal quale gli opprimenti adulti -dai quali sono scappati- sono banditi in modo completo e dove loro, giovani dalle tante speranze, vivono di colazioni di gruppo, puntatine al liceo, qualche furtarello qua e là e tanto pazzo – e a volte anche un po’ stupido- divertimento. I protagonisti vogliono sentirsi liberi e per tale ragione agiscono spesso trasgredendo le leggi e le regole dei “padri”, ma alcuni eventi li porteranno a fare i conti con la realtà concreta. Questi elementi sono gli esami di maturità, la visita medica per il servizio militare, la crescente consapevolezza che forse vivere da soli non è così facile. Più ci si addentra nelle vicende de La nostra casa, più ci si rende conto che ognuno dei personaggi fa sì lo spavaldo, ma questo atteggiamento serve a nascondere una gioventù fragile, piena di paure, ossessioni e timori per un futuro troppo incerto. La fattoria comune si trasforma poco a poco in una sorta di isola felice, un rifugio certo e lontano da ogni cosa che potrebbe far male, ma sarà davvero così? Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry sono amici scanzonati, a tratti anche irriverenti e cercano di prendere la vita con ironia e, per buona parte della loro adolescenza, ci riescono, poi sarà Frieder- ancora una volta- a mostrare a tutti la vera natura delle cose. La nostra casa di Bov Bjerg è un ritratto lucido di una comitiva di adolescenti che con la Auerhaus provano a crearsi un mondo a parte, fatto da regole proprie, che li protegga da tutto ciò che li circonda, ma questo senso in incolumità dalla responsabilità ad un certo punto sparirà e Höppner, Vera, Pauline, Cäcilia, Harry dovranno affrontare le vere questioni della vita di giovani chiamati ad essere adulti. Traduzione dal tedesco Francesco Filice.

Bov Bjerg (1965), ha compiuto gli studi universitari a Berlino, Amsterdam e all’Istituto tedesco di letteratura di Lipsia. Vive a Berlino. Ha lavorato come attore e autore per il cabaret e ha scritto per vari giornali. Nel 2008 ha esordito con “Deadline”. Il suo secondo romanzo Auerhaus, del 2014, (“La nostra casa”, Keller 2017) ha conquistato tutti, critici e lettori, giovani e adulti, è stato rappresentato a teatro e letto nelle scuole, e presto approderà anche sul grande schermo. Nell’estate del 2016 è uscito “Die Modernisierung meiner Mutter”.

Source: inviato dall’editore al recensore.

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:: La quarta parete, Sorj Chalandon, (Keller editore, 2016) A cura di Viviana Filippini

25 novembre 2016
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Geroges è un giovane pronto a rompere gli schemi andando contro le istituzioni. Lui ama il teatro e condivide la sua passione con Samuel Akunis, un regista greco. I due, si sono conosciuti per caso in un’aula di università e sono i protagonisti de La quarta parete, romanzo di Sorj Chalandon, pubblicato da Keller editore. Georges ha bruciato la cartolina militare per non andare in guerra in Vietnam e, nella Parigi del 1968, ha preso in mano sbarre di ferro per tenere a bada gli studenti fascisti. Samuel ha origini ebraiche ed è fuggito dalla dittatura. La passione viscerale per il teatro è quella che induce i due a diventare inseparabili amici e a pensare di mettere in scena l’Antigone composta nel 1942 da Jeanne Anohuil. Il tutto non più nel teatro, ma fuori, nelle strade di Beirut tra anni Settanta e Ottanta. La proposta è un azzardo perché frantumerebbe la quarta parete che separa gli attori dalla realtà e obbligherebbe le tensioni politiche e belligeranti presenti a Beirut ad un pace forzata per il tempo della messa in scena dello spettacolo. Chi sono gli attori? Di certo, secondo le volontà della coppia Samuel Geroges, non professionisti, ma gente comune delle diverse culture (libanesi, israeliani, sciiti, drusi) in conflitto all’interno di Beirut. La quarta parete di Chlandon è un romanzo nel quale il confine tra l’azione del palcoscenico e la realtà diventa sempre più debole fino alla sua totale scomparsa. Ad un certo punto si ha come la sensazione che il teatro diventi la vita e la vita si trasformi in teatro, perché è come se i personaggi scendessero dal palco e iniziassero a vivere nella quotidianità di ogni giorno quello che avrebbero dovuto mettere in scena durante la messa in scena. Il nuovo lavoro di Chaladon dimostra come l’esperienza della guerra e della distruzione vissute da Georges sulla propria pelle, a Beirut, lo abbiano trasformato in modo irreparabile. Il trauma subìto e il senso di impotenza per non aver provato, ed essere riuscito, a fermare una strage nella quale sono morte persone innocenti, tra le quali bambini e suoi amici, minerà per sempre la sua stabilità mentale. Georges, una volta tornato a casa, a Parigi (siamo negli anni ’80), soffrirà di un costante tormento interiore che lo renderà incapace di ritrovare la pace e l’armonia con la moglie e con la figlia piccola. L’uomo sarà talmente disperato da avere improvvisi e incontrollabili scatti di rabbia e ira che getteranno nel panico lui, la moglie e la figlia. Georges, una volta perso per sempre l’amico Samuel, deciderà di farsi ricoverare in un centro per persone con disturbi mentali, ma una volta uscito, nonostante sembri stare bene, lui lascerà la famiglia e la Francia per portare a termine la messa in scena della tragedia richiestagli da Samuel. E questa volta tutto accadrà nella realtà. La quarta parete di Sorj Chalandon è il dramma di un uomo, Georges, disperato, impotente davanti alla morte e alla devastazione causate dalla guerra. Il protagonista con il suo agire incarna un sentimento universale che molti uomini hanno sperimentato nel corso della storia dell’umanità, a dimostrazione del fatto che il dolore e il male di vivere sono un valore planetario. Traduzione Silvia Turato.

Sorj Chalandon è nato nel 1952. È stato giornalista per Libération prima di passare a Le Canard Enchaîné. I suoi reportage sull’Irlanda del Nord e il processo di Klaus Barbie gli valsero il Prix Albert-Londres nel 1988. Tra i suoi romanzi precedenti Le petit Bonzi (2005), Une promesse (2006, PrixMèdicis), Il mio traditore (Mondadori 2009) e La Légende de nos pères (2009) tutti editi in Francia da Gasset. Le sue opere sono state tradotte in numerosi Paesi. Per Keller è uscito in Italia Chiederò perdono ai sogni.

Source: Keller editore inviato dall’editore.

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:: L’accusata, Slavenka Drakulić, (Keller editore 2016) a cura di Viviana Filippini

4 novembre 2016
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“Io ti ho dato la vita, io te la tolgo”. Questa è la frase ossessiva e tormentosa che ritorna ne L’accusata di Slavenka Drakulić, un romanzo d’impatto emotivo crudo. Nel libro pubblicato da Keller, il lettore si trova subito davanti ad un processo nel quale è imputata una giovane donna della quale non si scoprirà mai il nome. La ragazza è accusata di aver assassinato la madre. Quello che sconcerta tutti è il fatto che la presunta colpevole non dica nulla e non faccia nulla per difendersi, anzi ad un certo punto è come se si isolasse in un mondo tutto suo. Lei non ascolta e non considera quello che le accade attorno, perché pensa, ma soprattutto ricorda. Il ripescare nella memoria compiuto dalla donna, dà il via ad una serie di spiazzanti flashback dove la sua infanzia prenderà forma. Il lettore diventa l’unico ed esclusivo testimone ammesso a conoscere da vicino l’inferno che l’imputata (anche lei mamma) ha vissuto nella sua vita. In questo modo si scopre che la possibile colpevole non è mai stata voluta dalla madre, la quale l’ha fatta nascere per una forma di ripicca nei confronti dei genitori che non la volevano lasciare vivere liberamente. In questo modo la Drakulić riesce a compiere una delicata e, allo stesso tempo, acuta indagine su quanto possa essere complesso e malato il rapporto tra madre-figlia. Una relazione che l’autrice analizza attraverso tre generazioni (figlia, madre, nonna) segnate da legami segnati dal dolore emotivo e fisico. Ricordando il suo passato, quello della madre e della vita con la nonna, l’imputata fa riaffiorare una serie di eventi caratterizzati da una spirale di violenze e di maltrattamenti che portano le donne a fare del male agli altri e a se stesse. La narratrice, continuando a rimuginare sul suo passato, permette a chi legge di comprendere come il silenzio e il fare “bel viso a cattivo gioco” fossero gli strumenti adottati dalla parte femminile della sua famiglia per non far scoprire agli altri (il resto del mondo) le ripetute violenze interne alla propria casa. Calci, pugni, schiaffi, tagli, spintoni, spigoli che lacerano la pelle e la carne mostrano un nucleo familiare che è ben lontano dal classico modello di pace e amore che conosciamo. Nella famiglia dell’accusata le parti presenti sono legate da relazioni nelle quali le donne allo stesso tempo sono vittime e carnefici, perché le tre figure femminili sono consapevoli di essere nelle grinfie di una brutale carnefice, ma non riescono a staccarsene in modo completo. Questa amara consapevolezza le porta a non rivelare la malignità del colpevole, però le induce a porre fine all’esistenza dell’amica-nemica. L’accusata di Slavenka Drakulić è un acuto e doloroso romanzo psicologico che indaga quanto le relazioni tra persone di una stessa famiglia possano essere insane e quanto il male insensato possa portare una vittima a decidere di trasformarsi in un algido carnefice. Traduzione Estera Miočić.

Slavenka Drakulić è nata a Rijeka nel 1949. Scrittrice, giornalista e saggista, i suoi libri sono stati tradotti e pubblicati in diverse lingue. In Italia è nota sin dagli anni Novanta grazie alla pubblicazione di alcune sue opere sul mondo comunista e post-comunista come Balkan Express e Caffè Europa (Il Saggiatore), nonché di romanzi come Pelle di marmo (Giunti), Il gusto di un uomo (Il Saggiatore), Come se io non ci fossi (Rizzoli), Il letto di Frida (Elliot). Nel 2004 l’autrice ha ricevuto il premio Award for European Understanding della Fiera del libro di Leipzig. Vive in Svezia e Croazia.

Fonte: Keller editore. Ringraziamento all’ufficio stampa

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:: L’ultimo amore di Baba Dunja, Alina Bronsky, (Keller 2016) a cura di Viviana Filippini

6 ottobre 2016
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Baba Dunja, protagonista di L’ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky è l’emblema dell’amore per la propria terra. Un sentimento così forte che la donna è pronta pure a sfidare le radiazioni che hanno investito il suo paesino d’origine a pochi chilometri da Chernobyl. Baba fa proprio di testa sua tornando a vivere nel posto che le ha dato i natali, togliendo le ragnatele dalla casa e coltivando il suo amato orto, il quale le dona frutti un po’ troppo grandi rispetto alla norma, ma questo alla donna non importa. Baba trascorre le giornate prendendosi cura della propria casetta e facendo visita ai pochi abitanti suoi amici (sono così poco numerosi da stare sulle dita delle mani) anche loro, relitti umani, soli e abbandonati. Tra di loro c’è Marja che non si capacita della morte di Konstantin, il suo gallo; poi ci sono Petrov, Garilov e Jegor, tutti impegnati a ricostruirsi le loro umili vite in un mondo spazzato via del disastro nucleare. Tutto va avanti in modo ripetitivo fino a quando un fattaccio tremendo (un omicidio) metterà in subbuglio l’intero piccolo mondo di Cernovo. Il romanzo di Alina Bronsky è il ritratto di un mondo vittima delle radiazioni nucleari, nel quale la gente che ci è nata non esita a tornarci, nonostante sappia quanto siano gravi le conseguenze dell’assorbimento delle radiazioni stesse. Baba e gli altri mangiano i prodotti della terra che coltivano e non manifestano tutto il terrore dimostrato dagli uomini in tuta isolante che arrivano sul posto per prenderne dei campioni da analizzare, con il fine di verificare quanto sia alto il livello delle radiazioni. Baba più di tutti gli altri si ostina a continuare la sua vita come era prima dell’incidente di Chernobyl, lavorando la terra, andando a fare provviste a piedi nel villaggio vicino, prendendosi cura degli animali domestici. L’anziana è una sorta di eroina del quotidiano, una sopravvissuta che il lettore impara a conoscere pagina dopo pagina, scoprendo che è vedova. A dire il vero il marito è sì morto, ma le compare come una sorta di visione mistica nei momenti di maggiore preoccupazione. La donna è stata infermiera tuttofare e mamma di due figli. La figlia Irina è un chirurgo e vive in Germania e ha una figlia (Laura) per la quale la nonna accumula soldi, anche se poi scoprirà di aver idealizzato un po’ troppo sia l’immagine della figlia, che quella della nipote mai conosciuta. Del figlio, Baba parla poco, sa che è omosessuale e che vive in America, ma si capisce che è lontano in tutti i sensi. Il libro della scrittrice russa, tedesca d’adozione, ci porta dentro al mondo travolto dal disastro nucleare di Chernobyl e ci fa conoscere da vicino la devastazione sulle persone e sull’ambiente che quelle onde dannose portarono nel 1986. Conseguenze vive ancora oggi dopo trent’ anni. Pensando alla protagonista Baba e a quello che è il suo ultimo grande amore ci si rende conto che la decisione della donna è sì un po’ sconcertante, ma ne L’ultimo amore di Baba Dunja di Alina Bronsky, Baba non ama tanto una persona precisa, ma la sua casa e la terra dove lei ha vissuto e dalla quale le sue radici di donna di Cernovo non possono – e non volgiono- essere recise. Traduzione di Scilla Forti

Alina Bronsky è nata nel 1978 a Ekaterinburg, in Russia. Ora vive a Berlino. Tra i suoi libri precedenti pubblicati in Italia ricordiamo: La vendetta di Sasha (2010), I piatti più piccanti della cucina tartara (2012) usciti per E/O e Outcast per Corbaccio.

Source: libro inviato al recensore dall’ editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Keller Editore.

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:: Il soggiorno, Andrew Krivak, (ed Keller, 2015) a cura di Viviana Filippini

27 luglio 2015
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L’avventura vissuta dai personaggi de Il soggiorno di Andrew Krivak (Keller editore) comincia negli Stati Uniti d’America della fine dell’Ottocento e arriva nell’Europa della Prima guerra mondiale. I protagonisti sono una famiglia d’immigrati slovacchi, giunti nel nuovo mondo per costruirsi una vita diversa. Ondrej Vinich e la giovane moglie sono pieni di speranza per un domani migliore grazie anche al piccolo Jozef. Un drammatico evento scuoterà la famiglia e, anni dopo, un brutto incidente di caccia costringerà padre e figlio a fare ritorno, o meglio a scappare, in Europa nelle terre dell’impero austroungarico che, anni prima, Ondrej aveva lasciato. Il rifugio scelto sono le montagne di Pastyina. Qui l’uomo si risposa, ma i rapporti con la nuova consorte non saranno mai idilliaci. Ondrej non demorderà e manterrà il figlio e il nipote Zlý, grazie al suo lavoro di pastore di pecore. Il mondo nel quale i due ragazzi crescono è brullo, primitivo, e purtroppo questo non gli permetterà di restare immuni all’imminente arrivo della Prima guerra mondiale. Jozef e Zlý, abili cacciatori dalla mira infallibile, verranno mandati a combattere come cecchini sul fronte meridionale, ma ancora una volta l’imprevedibile corso della vita trasformerà per sempre le loro esistenze. Krivak scrive questo libro prendendo spunto da quello che fecero i propri avi, ma la storia dei due cugini è interessante, in quanto evidenzia le prove che i due ragazzi dovranno affrontare per portare a casa la pelle. Il modo equilibrato in cui Krivak narra le atrocità belliche gli permette di entrare sullo scaffale dove stanno i libri della letteratura che raccontano le vicende del conflitto del 1914/18 (Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, Addio alle armi di Ernest Hemingway o Uomini in guerra di Andreas Latzko). La vita del soldato Jozef è fatta di prove continue, di dolori, di attesa e di un rischio costante che travolge tutti. La tensione emotiva che attanaglia i due cugini in guerra è la dimostrazione del senso di incertezza sul domani che essa determina in chi la vive in prima persona. È un dramma che travolge chi è sul campo e chi sta a casa che assiste impotente, in molti casi, allo sfaldarsi completo della propria famiglia. Quando Jozef cercherà di tornare a casa il suo cammino di ritorno sarà una vera e propria gara di sopravvivenza, perché dovrà convivere con un profondo senso di colpa, ma sembrerà trovare una possibilità di riscatto quando soccorrerà una giovane zingara incinta. Pagina dopo pagina il Jozef perde tutto quello che ha di più caro e quella terra antica, nella quel i suoi avi hanno avuto origine, per lui diventerà una dimensione soffocante, dove è del tutto impossibile vivere. Il soggiorno di Krivak è un libro interessante perché, all’inizio, quando presenta la comunità slovacca in America, essa dimostra sì il rispetto delle leggi della società americana ma, allo stesso tempo, c’è un forte legame con la propria terra madre con il mantenimento in uso della lingua slovacca in ambito familiare. Dall’altra parte, il romanzo di Krivak dimostra come i figli di immigrati, tornati nella loro terra di origine, non riescano ad adattarsi ad essa, tanto è vero che e ad un certo punto Jozef, distrutto, demoralizzato e troppo estraneo alla sua terra d’origine, si imbarcherà su quella nave che lo porterà nella sua prima e vera casa (l’America), lontano dal suo catastrofico soggiorno europeo. Traduzione di Paola Vallegra.

Andrew Krivak, discendente di slovacchi emigrati negli Stati Uniti, lavora in Massachusetts, dove vive con la moglie e tre figli. Il soggiorno, suo primo romanzo, è stato finalista al National Book Award nel 2011, e vincitore del Chautauqua Prize e del Dayton Literary Peace Prize per la narrativa nel 2012.

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