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:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Alessandro Bastasi

18 maggio 2020

Alessandro BastasiEcco il resoconto del secondo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 18 maggio sul nostro Gruppo Facebook. L’incontro è durato circa un’ora, e sembra che la formula dell’intervista collettiva stia raccogliendo parecchi consensi. Alcuni editori mi hanno contattato, e alcuni autori si sono detti disponibili a partecipare. Per ora abbiamo già in programma un ospite per il 25 maggio e uno per il 1 giugno, poi si vedrà, nei prossimi giorni saprete l’identità del prossimo ospite. Ma ora buona lettura!

Noi lettori siamo curiosi, vogliamo immaginarci Alessandro Bastasi mentre scrive. Scrivi in cucina? O hai uno studio appartato? Descrivicelo, sei circondato di libri? Hai una finestra che si affaccia sui palazzi di Milano?

Quando sono a Milano scrivo nella stanza che chiamo biblioteca, tra i libri, su una scrivania di mio nonno di fine Ottocento. Quando sono in campagna invece scrivo in mansarda, fuori le colline, gli alberi e i fiori. Adesso sono a Milano.

Ascolti musica mentre scrivi? Di che tipo?

No, silenzio assoluto. La musica è nel ritmo che ricerco nella scrittura.

Era la Milano da bere – Morte civile di un manager, Morte a San Siro, Notturno metropolitano, Milano rovente, la tua avventura con Fratelli Frilli Editori continua, hai trovato in questo editore accoglienza per il tuo particolare modo di scrivere noir, anche socialmente impegnati. Ti hanno dato grande libertà?

Sì, con Frilli massima libertà. E’ un editore speciale, un amico, molto corretto e di grande professionalità. A papà Marco, purtroppo scomparso, era piaciuto molto il mio modo di scrivere, e la stima continua con il figlio Carlo.

In questi anni in che misura è cambiato il tuo stile, il tuo modo di intendere la letteratura?

Il modo di intendere la letteratura non è cambiato, per me scrivere vuol dire cercare di far pensare i lettori sui temi che mi stanno a cuore raccontando una storia, quindi non meccanicamente, ma attraverso le emozioni che essa provoca. Il mio stile sì, penso sia cambiato dal mio primo romanzo, prima era dettato da un’urgenza, scrivevo di getto, adesso sono molto più attento allo stile, al ritmo, al linguaggio in genere.

Iniziamo con Milano rovente, un noir della serie del commissario Ferrazza. Ce ne vuoi parlare? Cosa ti ha spinto a scriverlo?

Milano rovente mette in scena due temi a me suggeriti dalla cronaca: il dilagare della droga, a prezzi sempre minori, tra i giovani e il tema del ricciclo illecito dei rifiuti. E ho creato un’atmosfera “rovente”, appunto, simboleggiata da un’estate caldissim tropicale, che fiacca i corpi e le intelligenze, tanto da rovinare anche i rapporti umani.

Milano è sempre lo scenario privilegiato delle tue storie. Quanto ti senti debitore con la Milano di Scerbanenco?

Sì, mi sento molto debitore con la Milano di Scerbanenco.

La scelta di Lazzaro, esce in edizione riveduta e corretta con Divergenze. Era già uscito nel solo in ebook per Meme Publishers. La lotta armata degli anni 70 in Italia, è stata quasi dimenticata, se non rimossa, lo Stato ha vinto, molti militanti di allora, diventati pentiti, sono tornati nella vita civile e scrivono editoriali sui giornali. Perché affrontare un tema simile, in questo momento?

Perché la narrazione che si è fatta in questi decenni del fenomeno della lotta armata è ridotta a puro fatto di ordine pubblico, mentre la sua genesi e il suo sviluppo sono molto più complessi. Ne La scelta di Lazzaro metto in scena un ex militante della lotta armata cercando di capire (non di giustificare) le ragioni che l’hanno indotto a prendere quel percorso e quello che gli succede “dopo”, una volta uscito di prigione. Portando in primo piano il fatto che le azione compiute non sono mai senza conseguenze, anche “dopo”.

La Russia è un tuo grande amore, compare quasi sempre nei tuoi libri, il tuo romanzo d’esordio “La fossa comune” era un thriller politico ambientato nella Russia post-sovietica dei primi anni ’90, o anche sullo sfondo o con personaggi come Julia Livtinova di “Milano Rovente”. Un po’ come il Sud Africa per Agatha Christie. Da dove nasce questo legame?

Sono sempre stato appassionato delle storia, della cultura, della letteratura russa. Non dimenticare che per un uomo di sinistra come me fino a un certo punto Lenin è stato un punto di riferimento. Poi ho avuto modo di viverci per circa tre anni, fianco a fianco di tanti amici e conoscenti, e sono esperienze che segnano.

Come scegli i nomi dei tuoi personaggi? Usi nomi e cognomi anche modificati di amici, o parenti, persone a cui vuoi bene anche nella vita reale, fuori dalla pagina scritta?

No, non seguo questo metodo. Cerco nomi il cui suono mi dica qualcosa su di loro o mi evochi qualcosa Per i nomi stranieri vado alla ricerca su internet e scelgo quelli che mi suonano meglio. Julia in Milano rovente mi dava ad esempio l’impressione di una matrona, Lazzaro è un nome che da solo è molto evocativo.

Un tema centrale dei tuoi noir è descrivere una generazione che ha visto i propri ideali calpestati, i propri sogni infranti. È restato ancora un po’ di quell’autenticità e di quell’entusiasmo che animava i giovani degli anni ’70?

Se è rimasto, è rimasto in modo diverso. Noi volevamo fare la scalata al cielo, cambiare tutto, abbattere il capitalismo. Oggi l’entusiasmo e l’autenticità lo vedo in certi movimenti, come quello ecologista innescato da Greta a livello planetario. Più concreto, reale, meno ideologico. Ecco, sì, noi eravamo l’ideologia, i giovani di oggi (non quelli diciamo così da spiaggia che non sanno nemmeno chi fosse Hitler) tendono non tanto a sovvertire le strutture economiche, ma a renderle umane, soprattutto per il futuro.

La Russia di oggi tra oligarchi e rivendicazioni sociali è lo scenario ideale per un noir? Che legame c’è tra Mosca e Milano?

Non vado in Russia da dicembre del 1993, quindi non ho una conoscenza diretta. Sì, potrebbe essere uno scenario ideale per un noir, un ambiente che mi immagino oscuro, dove comandano le oligarchie, e abbonda la corruzione, dove la democrazia è più una parola che un fatto reale. Ma posso sbagliare, so quello che leggo sui giornali, come voi.

Molto diverso da Milano.

Quanto lavoro ti ha richiesto la stesura di La scelta di Lazzaro? Che tipo di ricerche hai condotto per la nuova edizione?

La stesura della Scelta di Lazzaro paradossalmente non ha richiesto tantissimo tempo. Avevo già letto parecchi libri sul tema, e comunque avevo bene in mente gli anni Sessanta (fine) e Settanta, che ho vissuto profondamente, dall’interno se così si può dire. Il tempo maggiore è stato quello richiesto dal modo di strutturare il romanzo, che non doveva essere un saggio. L’idea che ha accelerato il tutto mi è venuta rivedendo il film “Portiere di notte“, dove una donna ebrea che era stata in campo di concentramento nazista, incontra nel portiere di un albergo il suo aguzzino di allora. Da quel momento sono partito in quarta. Per la nuova edizione non ho fatto ricerche particolari, c’è stato soprattutto uno splendido lavoro di editing da parte dell’editor di Divergenze, Giorgio Mascari.

La tua scrittura ha una funzione sociale e politica? È fatta per modificare, in bene, il presente?

Non penso che la letteratura abbia il potere, lei, di modificare il presente. Piuttosto deve “far male”, nel senso di far pensare, di presentare la realtà sotto punti di vista diversi da quelli trasmessi dalla politica ufficiale e dai media mainstream. Non voglio catarsi, nei mie romanzi, il bene in genere non trionfa sul male, perché anche il cosiddetto bene ha aspetti neri. E sono questi che cerco di mettere in evidenza.

Infine mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Sto scrivendo il nuovo romanzo con Ferrazza e Co. per Frilli. Se hai letto Milano rovente, nelle ultime pagine c’è un’indicazione precisa sul prossimo libro 🙂 Poi sto pensando a un romanzo che esplori altri territori, oltre il noir come lo intendiamo, con più contaminazioni. Ma di questo parleremo in seguito.

Michele Di Marco

Alessandro, conoscendoti un po’ so che hai fatto e ti sei occupato tanto di teatro. Hai mai pensato a trasformare i tuoi romanzi, dove spesso la comunicazione diretta ha un peso importante, ma in cui contano anche parecchio sia le descrizioni ambientali e storiche, sia la “cultura” e la biografia dei personaggi, in sceneggiature teatrali (o magari cinematografiche)?

No, non ci ho mai davvero pensato. Scrivere per il teatro non significa solo dialoghi, il teatro è fatto di tanti elementi, la scena, le luci, i “materiali” teatrali, quindi l’approccio è diverso. Però mai dire mai.

Approfitto della risposta sull’editore Frilli per una seconda domanda: nel loro catalogo sono presenti diverse serie, e anche i tuoi romanzi più recenti sono caratterizzati da una piccola “famiglia” di personaggi, di cui accompagni la crescita e la maturazione, anzi mi sembra che proprio le storie che fai vivere loro contribuiscano via via a definirli meglio.
Queste vicende “seriali” nascono di volta in volta o hai già una specie di quadro evolutivo in mente e poi adatti le storie che ti vengono in mente – e che spesso presentano riferimenti a fatti reali contemporanei – ai confini di questo quadro?

Ho in mente un quadro evolutivo, sì, e adatto le storie all’interno di questo quadro. Oltre ai personaggi seriali però di volta in volta insrerisco altri personaggi, che spesso diventano dei comprimari, che a volte tornano a comparire nei romanzi successivi.

Vedi ad esempio Ferrazza, il commissario, un uomo normale, senza problematiche particolari, che via via acquisisce consapevolezze grazie all’ispettore Ceolin, alla sua compagna e al padre della sua compagna, Guido Barbieri.

Provo un’ultima domanda: lasciando stare se si tratta di autori esordienti o no, mi consigli qualche libro che hai letto di recente e che ti è piaciuto (sperando di riuscire a superare il quasi-blocco da lettore che ha accompagnato la mia quarantena)?

Sto rileggendo i 49 racconti di Hemingway, e i racconti di Carver. E altri romanzi americani d’antan, come quelli di Dos Passos. Da rileggere anche Furore di Steinbeck. Meravigliosi.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Alessandro Bastasi

14 maggio 2020

Siamo così contenti del precedente incontro con la brava Elena Bibolotti che subito ci siamo messi in moto per organizzare il prossimo. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale.

Il prossimo ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Alessandro Bastasi, che sarà con noi lunedì 18 maggio alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

Alessandro Bastasi

Ma ora scopriamo insieme chi è Alessandro Bastasi:

Alessandro è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive.
Nel passato è stato attore e autore di numerosi articoli di argomento teatrale per riviste del settore e quotidiani. Dal 1990 al 1995 ha trascorso lunghi periodi all’estero, in particolare a Mosca tra il 1990 e il 1993. Gli avvenimenti di quegli anni – di passaggio dall’URSS alla nuova Russia – gli hanno dato materia per il suo primo romanzo La fossa comune, pubblicato nel 2008 e ambientato nella capitale russa. In seguito ha pubblicato i romanzi La gabbia criminale (2010), Città contro (2012) con Eclissi Editrice, La scelta di Lazzaro (2014) in ebook con Meme Publishers, Era la Milano da bere (2016), Morte a San Siro (2017), Notturno metropolitano (2018) e Milano rovente (2019) con Fratelli Frilli Editori e la nuova edizione di La scelta di Lazzaro (2020) con Divergenze Editore.
Suoi racconti sono presenti in varie antologie e siti letterari.

Il libri di cui parleremo: Milano rovente e La scelta di Lazzaro

Un consiglio, cercate di leggere o Milano rovente o La scelta di Lazzaro, suoi ultimi libri pubblicati, ma anche i precedenti così si potranno fare domande più mirate. Ma anche le domande generiche vanno benissimo!

Per chi volesse approfondire ecco anche due mie precedenti interviste all’autore:

Liberi intervista Alessandro Bastasi 2009

Liberi intervista Alessandro Bastasi 2014

Ecco è tutto, spero parteciperete numerosi come la volta scorsa.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

:: Notturno metropolitano di Alessandro Bastasi (Fratelli Frilli Editori 2018) a cura di Nicola Vacca

30 luglio 2018
Notturno metropolitano

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Il commissario Davide Ferrazza è alle prese con un caso complicato. In una Milano notturna si consumano crimini atroci.
Notturno metropolitano è il nuovo noir di Alessandro Bastasi. Un altro avvincente capitolo in cui lo scrittore mette a fuoco questo nostro tempo che sembra non sfuggire all’escalation di una violenza che non conosce tregua.
Dopo Era la Milano da bere e Morte a San Siro, arriva Notturno metropolitano e Alessandro Bastasi continua il suo viaggio nel cuore della notte milanese, dove la cronaca nera impazza e sull’asfalto lascia vittime.
Cosa si nasconde dietro la morte del brigadiere Tarantino e di sua moglie? Davide Ferrazza si trova nel bel mezzo di una bufera con un caso di omicidio che nasconde altri risvolti che lo porteranno a indagare nella direzione di personaggi insospettabili.
Bastasi porta il lettore nella realtà della Milano criminale, ne racconta gli aspetti più cruenti.
Nel cuore di una Milano violenta, notturna e avvolta nell’oscurità surreale di un gelido gennaio, si svolgono i fatti del romanzo e il commissario e alle prese con una reste complessa di crimini collegati con l’omicidio del brigadiere e di sua moglie che lo porteranno a essere coinvolto in una serie di vicende che avranno a che fare con organi dello Sato reticenti e lo spaccio di droga.
Anche questo come i precedenti è un noir a sfondo politico. In una Milano che da tempo ha smesso di essere capitale morale, Alessandro Bastasi è abile nell’intrecciare un racconto avvincente in cui la verità non esiste, esistono solo i punti di vista.
I colpi di scena sono numerosi, la narrazione è incalzante, i personaggi sono calzanti alla serie di eventi che si susseguono nella soluzione del caso.
Al centro come sempre c’è Milano città metafora di una decadenza tutta italiana.
Notturno metropolitano è un romanzo nero e duro che racconta anche la deriva di questo nostro paese. Un noir sociale e politico. Un altro tassello fondamentale della produzione letteraria di Alessandro.

Alessandro Bastasi è nato a Treviso nel 1949. A 27 anni si è trasferito a Milano, dove attualmente vive e lavora. Con un passato di attore teatrale, a Venezia aveva recitato al teatro Ridotto con il mitico Gino Cavalieri. Ha continuato in seguito a calcare le scene, ultima partecipazione nell’atto unico Virginia (2010) di Giuseppe Battarino e altri. Nella seconda metà degli anni ’70 ha scritto numerosi articoli di argomento teatrale per riviste del settore (Sipario, La Ribalta), per il periodico “Fronte popolare” e per il quotidiano “La sinistra”. Tra il 1990 e il 1993 vive a Mosca. Gli avvenimenti di quegli anni – di passaggio dall’URSS alla nuova Russia – gli danno materia per il suo primo romanzo La fossa comune, pubblicato nel 2008 e ambientato nella capitale russa. In seguito pubblica: 2010 – La gabbia criminale (romanzo, Eclissi Editrice) 2011 – Città contro (romanzo, Eclissi Editrice) 2012 – Ologrammi (racconto, MilanoNera Edizioni) – La caduta dello status (racconto, quotidiano Il Manifesto) – Cronaca di un’apocalisse annunciata (racconto, nell’antologia Cronache dalla fine del mondo, Historica Edizioni) 2013 – La scelta di Lazzaro (romanzo, Meme Publishers editore) 2014 – Milan by night (racconto, nell’antologia Una notte a Milano, Novecento Editore). 2016 – Era la Milano da bere (romanzo, Fratelli Frilli Editori) 2017 Morte a San Siro (romanzo, Fratelli Frilli Editori) Altri racconti sono presenti in vari siti letterari.

:: Un’ intervista con Alessandro Bastasi

12 febbraio 2014

sceltaCiao Alessandro, bentornato su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Parleremo del tuo nuovo libro, di libri scritti da altri, dei tuoi progetti futuri, insomma di tante cose che interesseranno di certo i lettori che ti seguono e quelli che impareranno a conoscerti leggendo questo blog. Allora di mestiere fai altro, ma la scrittura è un punto fondamentale della tua vita. Quanto tempo dedichi a scrivere?

Quanto tempo dedico a scrivere? Tutto quello che posso. In realtà “scrivo” anche mentre sono in macchina e penso ai personaggi, alla storia, a snodi narrativi particolarmente complicati, a immagini suggerite da quello che succede sul ciglio della strada. Allora mi fermo e prendo appunti sul mio moleskine (non è per fare il figo, è proprio un moleskine [Sorride] ). Questo tempo, che partendo da un’idea dedico alla preparazione del romanzo, di solito è parecchio lungo. Purtroppo non ho dèmoni che mi frullano nella testa o personaggi che premono in cerca di un autore. Faccio tutto da solo. Finita questa fase, passo a scrivere al computer. Lo faccio di sera, nei week-end, in pausa pranzo, nel tempo libero. Per la prima stesura non ci metto molto, la revisione invece può richiedere anche alcuni mesi.

Hai pubblicato da poco La scelta di Lazzaro, con Meme Pulishers. Parlavi in un’ intervista della difficoltà di trovare un editore tradizionale per il romanzo. Il terrorismo è ancora un argomento tabù?

Negli ultimi trent’anni tanto la politica quanto i media hanno continuato a raccontare il terrorismo come se fosse un mero fenomeno criminale, mentre la realtà è molto più complessa. E quindi sì,il terrorismo, nel momento in cui tenti di affrontarlo come fenomeno politico e capirne il contesto e le ragioni, è diventato argomento tabù. Mi rendo conto che le ferite ancora aperte nelle carne viva delle vittime di quella stagione rendono difficile una disquisizione asettica, una visione distaccata. Ma cercare di capire non vuol dire giustificare. E comprendere è importante, se non altro per evitare che si ripeta. Per esempio, si dimentica che lo spartiacque tra la stagione di un movimento pacifico come quello del ’68 e quella successiva, che ha visto la nascita della lotta armata, è la strage di  piazza Fontana, pianificata a tavolino da apparati dello stato in risposta alle lotte operaie dell’autunno caldo del ’69. Ne seguì la convinzione di alcuni che la lotta meramente parlamentare non avesse alcuna prospettiva, che i parlamenti nazionali non avessero alcuna funzione democratica, dal momento che le decisioni passavano sopra i parlamenti, prese all’interno di centri di potere sottratti a ogni controllo. Soprattutto all’interno di quello che le BR, nei loro documenti, chiamavano lo Stato Imperialista delle Multinazionali. In estrema sintesi, l’idea era che la lotta fino a quel momento pacifica di studenti e operai non avesse sbocco, e che bisognasse attuare, in risposta alla violenza dello stato, un cambiamento strategico rivoluzionario che prevedeva anche l’uso delle armi. Che fosse una strategia sbagliata, in quanto non teneva conto del contesto internazionale, della natura della società italiana, dell’opposizione totale del PCI e del Sindacato tradizionale – che non a caso diventarono i maggiori nemici delle organizzazioni terroristiche – lo ha poi dimostrato la Storia. Il risultato è stato l’affossamento delle ragioni e dei sogni del movimento del ’68-’69 e l’inizio di un processo di restaurazione politica, sociale e culturale che ci ha portati allo sfascio del tempo presente. Dove per davvero le decisioni che riguardano tutti noi vengono prese e attuate da organismi transnazionali privi di qualunque legittimazione democratica. Dove quindi i limiti d’azione di una democrazia parlamentare stanno diventando sempre più stretti.

Gli anni di piombo sono una realtà piuttosto ingombrante del nostro recente passato. Molti dei protagonisti sono morti, ma altri hanno diciamo raggiunto la maturità. Ci sono i terroristi pentiti, quelli che non hanno mai rinnegato la loro lotta armata, e le vittime, o meglio i figli e nipoti delle vittime. Una ferita ancora aperta che non si rimargina. Soprattutto perché nessuno tenta seriamente di fare il punto della situazione, di metabolizzare il passato. Perché secondo te? Tutti dicono che lo stato abbia vinto, che gli anni di piombo siano storia, ma è davvero così? Secondo te ci sono i germi per una rinascita di questi fenomeni?

Appunto, nessuno fa veramente e fino in fondo il punto della situazione. Si è cercato di metabolizzare il passato rimuovendolo. Ripeto, le ferite nel cuore di chi ha subito, su di sé o sui propri cari, la violenza terroristica non penso si possano rimarginare se non con uno sforzo di straniamento a volte impossibile da esercitare. Questo tra l’altro è uno dei temi al centro del mio “La scelta di Lazzaro”, dove ho cercato di descrivere il rapporto vittima-carnefice nei suoi aspetti più estremi, nel “suo confondersi e perdersi, nodo importante e profondo per capire il trauma del terrorismo”, come ha scritto qualcuno a proposito del romanzo. Ma, al di là di questo fattore così pregnante, non si riesce a fare il punto della situazione anche perché la narrazione che, grazie all’esplosione dei media, ha dominato l’opinione pubblica negli ultimi trent’anni ha spazzato via, al netto di alcune preziose nicchie di resistenza culturale, persino gli strumenti linguistici con i quali poter descrivere, su un piano prettamente politico, la nascita dei movimenti armati. Di più, ci ha volutamente sottratto gli strumenti concettuali indispensabili per comprendere il brodo di coltura di un fenomeno che pure ha informato di sé almeno quindici anni della nostra storia. Ci hanno raccontato che quella era soltanto una banda di criminali, che questo era ed è il migliore dei mondi possibili, e pazienza se oggi una crisi strutturale senza precedenti sta distruggendo il presente e il futuro di una generazione ignara.
Ci sono oggi i germi per una rinascita dei fenomeni che abbiamo visto nel passato? Non lo so, ma non credo. Penso che, in mancanza di quel collante strategico che un tempo era costituito dall’ideologia, continueremo ad assistere a innocui focolai di rivolta isolati, parcellizzati, fini a se stessi e indirizzati da interessi particolari. Incapaci, oggi più allora, di incidere sulla potenza di un sistema che sta dimostrando tutta la sua violenza.
Che fare allora? Senza una presa di coscienza collettiva, che parta dal basso, che travalichi i confini nazionali e che si concretizzi in una strategia politica ben delineata, non penso si potrà mai vincere alcuna battaglia. Oggi, certo, da più parti si riconoscono, più o meno confusamente, più o meno cognitivamente, le responsabilità criminali del capitalismo mondiale, soprattutto finanziario. Ma, ripeto, abbiamo perduto le parole, le categorie, ci hanno rubato i paradigmi con i quali interpretarne la natura di classe e prenderne coscienza. E se il nemico non lo sai analizzare in un quadro strutturale di riferimento, se dopo averlo in qualche modo individuato ti fai ingannare da falsi scopi, se dirotti la tua forza su obiettivi marginali che scalfiscono appena la struttura del sistema, ecco che la tua battaglia diventa del tutto ininfluente, uno spreco di energie. Ed ecco perché, fino a questo momento, hanno vinto “loro”, come ha dichiarato il plurimiliardario americano Warren Buffett: “Noi ricchi abbiamo fatto la lotta di classe e l’abbiamo vinta”.
“Loro” le usano, le parole giuste. Dobbiamo, prioritariamente, riappropriarcene anche noi.

E il tuo romanzo parla proprio di questo, degli ideali, traditi, di una generazione, che era giovane durante il boom economico degli anni ’60. Una generazione che in parte ha scelto la lotta armata per opporsi ad uno stato delegittimato. Ma di quella generazione facevano parte anche persone che ripudiavano la guerra. Erano gli anni delle marce contro la guerra nel Vietnam, anche in Italia c’era questa contrapposizione?

Non vedo contrapposizione. Manifestavamo contro la guerra nel Vietnam perché era considerata una guerra imperialista degli USA contro il diritto all’autodeterminazione del popolo vietnamita. Lo stesso motivo per il quale appoggiavamo i nordvietnamiti e i vietcong nella loro guerra di liberazione contro l’esercito yankee. Ripudiavamo la guerra “imperialista”, ma non la guerriglia dei popoli, che anzi, spesso, era portata ad esempio. Non per nulla i nostri idoli erano Ho Chi Minh e il generale Giap

Il tuo protagonista è diciamo un sopravvissuto, fa bilanci, riflette sulle sue scelte passate, che non rinnega, e si interroga con una certa rassegnata tristezza sul passato. Sua moglie Samar, ha vissuto la guerra vera in Libano, lui da fotografo ha testimoniato il massacro di Sabra e Shatila. Per creare questo tuo personaggio ti sei basato su persone reali, alcune sue riflessioni sono tue riflessioni?

Mi sono basato su personaggi reali, su persone che conosco, su fatti avvenuti di cui sono a conoscenza Ma il mio protagonista, così com’è nel libro, è totalmente inventato. Di lui mi interessava analizzare, alla luce delle scelte passate, anche le reazioni di fronte all’Italia di oggi, allo scenario che la caratterizza, la crisi economica, lo sfascio della politica, la presenza islamica e i timori di attentati terroristici che questa può suscitare. E soprattutto mi interessava approfondire, sul piano psicologico, il rapporto vittima-carnefice, che nel romanzo, tramite il personaggio di Barbara, si confonde e si ribalta, avviluppando i protagonisti in un destino comune scelto consapevolmente. Un rapporto che irrompe all’improvviso nella vita di Lazzaro e che contribuisce, assieme ad altri eventi, a vanificare fino a distruggerlo il tentativo faticosamente perseguito di recuperare un’esistenza normale.

Poi un giorno si rifà vivo un suo compagno di lotta. Puoi raccontarci cosa succede?

Succede che Pietro Micca detto Miccia, dopo tanti anni ritorna dal Brasile, dove si era apparentemente rifugiato, e ricompare davanti a Lazzaro, suo vecchio compare di lotta. In apparenza sembra voglia coinvolgerlo in un altro scenario terroristico, quello islamico, ma, come si scoprirà nel romanzo, il progetto di Miccia è ben diverso. Miccia, così come me lo sono raffigurato, è l’esempio di un certo tipo di militante affascinato più dal lato avventuroso della lotta armata che da un’adesione convinta a un’ideologia. Il classico avventuriero, quindi, pronto ad accettare incarichi da chicchessia purché l’adrenalina sia garantita. E’ però anche lui un uomo pieno di contraddizioni: se per Miccia decidere la vita o la morte di una persona equivale a uno scrocchio di dita,  di contro vuole davvero bene a Lazzaro, per motivi di cui neppure lui forse si rende conto. E infatti cerca di salvarlo, da se stesso e dalla situazione in cui si è cacciato. Che per ovvi motivi non vi anticipo.

Quali romanzi, diari, documentari, consiglieresti a chi volesse approfondire il dibattito, conoscere l’Italia di quegli anni?

Sicuramente non la recente serie televisiva sugli “anni spezzati”, un altro tassello dell’opera di mistificazione e di capovolgimento della verità perseguita da anni con una ostinazione che non esito a definire culturalmente criminale. Andrei sicuramente su Storia del partito armato, di Giorgio Galli, pubblicato nel 1986, e Piombo rosso, sempre di Galli, pubblicato nel 2004. E’ istruttivo leggere anche “ Renato Curcio a viso aperto” , pubblicato nel 1986, un libro intervista nel quale il  capo delle Brigate Rosse racconta si sé, della nascita del suo movimento, degli avvenimenti che l’hanno visto protagonista, e Una vita in prima linea di Sergio Segio. Di notevole impatto è poi La notte della repubblica (1992), il libro che Sergio Zavoli ha tratto dalle 20 puntate della sua omonima trasmissione televisiva, disponibili anche in dvd.

Dopo l’11 settembre il mondo occidentale è cambiato. Il terrorismo di matrice islamica è entrato nel cuore di New York, del mondo occidentale, colpendo obbiettivi che si credevano intoccabili. Secondo te in cosa differisce il terrorismo italiano di allora, nero o rosso, da quello islamico contemporaneo?

I due terrorismi hanno caratteristiche del tutto diverse. Il terrorismo “rosso” di allora nasce come modalità rivoluzionaria di un’avanguardia per il comunismo, parallelamente il terrorismo “nero” perseguiva l’obiettivo di ripristinare in Italia il fascismo della repubblica di Salò (sto sintetizzando brutalmente). Il terrorismo di matrice islamica presenta invece una dimensione religiosa del tutto assente nei fenomeni di casa nostra. Possiamo discutere fino allo sfinimento sulle sue origini e sulle motivazioni di tipo economico e geopolitico che l’hanno fatto esplodere (lo sfruttamento da parte occidentale, il depredamento del territorio e delle sue risorse, le posizioni non sempre limpide delle potenze regionali, eccetera), fatto sta che il progetto di rafforzare le proprie radici storico-culturali come barriera ideologica nei confronti di un mondo “corrotto e di rapina” si è trasformato, all’interno di gruppi per fortuna minoritari, nel sogno di un califfato allargato che non solo si opponga all’Occidente, ma ne vada alla conquista colpendolo con tutti i mezzi possibili. Sto ovviamente semplificando, è un fenomeno molto complesso, con troppe sfumature per riuscire a sintetizzarle in una semplice risposta.

Molti vivono con il preconcetto che gli islamici siano dei violenti, che la guerra santa sia vissuta come appunto una guerra perpetua contro gli infedeli, e forse è anche un precetto religioso ma abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi centinaia e centinaia di persone, di profughi che arrivano in Europa per sfuggire alla guerra, alla miseria. Gente pacifica, chiusa in centri di transito in cui vengono rinnegate le più elementari norme di rispetto umano. Materiale per un nuovo romanzo. Hai pensato di scriverlo?

In parte l’ho già scritto. Se ricordi, Città contro, sotto forma di noir, toccava il tema dell’immigrazione e il rapporto problematico con una città di provincia italiana. In effetti, sarebbe interessante scrivere un romanzo che racconti il prima di questa gente: i paesi dai quali proviene, le peripezie per raggiungere le nostre coste, la permanenza nei CIE. Sì, mi hai dato un ottimo suggerimento.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

Come sai, ho avuto molte difficoltà a pubblicare La scelta di Lazzaro con le case editrici tradizionali. Le loro risposte sono state “Bella scrittura, ma non ci convince l’argomento”, “Tocca tasti cui i nostri lettori non sono abituati”, cose così, insomma. Non mi straccio le vesti, li capisco, sono aziende e devono vendere, se un prodotto non li convince è normale che non lo prendano in considerazione. Alla fine è stato Lorenzo Mazzoni, responsabile della collana noir della casa editrice digitale Meme Publishers, ad appassionarsi al romanzo e a decidere di pubblicarlo. Essendo questa una società italo-francese, mi auguro che sia tradotto in Francia, un paese dove penso che susciterebbe un interesse maggiore che in Italia.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Di tutto un po’, dagli ultimi noir italiani pubblicati (Manzini, De Marco, per citarne un paio), a Mo Yan e Paul Auster. Sono abbastanza onnivoro. Non disdegno peraltro Tex Willer e Diabolik [Sorride.]

Progetti per il futuro?

Il mio ultimo romanzo, dal titolo provvisorio Bel mondo, che ho già consegnato in gennaio alla mia agente. Là cerco di rappresentare la crisi morale ed economica del nostro Paese, mettendo in scena l’abbrutimento di una famiglia borghese che improvvisamente vede annullato da un giorno all’altro, per ragioni sconosciute, il proprio stile di vita, il proprio brillante futuro. Direi che appartiene all’immaginario rintracciabile in Il capitale umano di Virzì. Il romanzo è in lettura presso un paio di case editrici importanti. Incrocia le dita per me! Nel frattempo sto impostando alcune idee per il lavoro successivo.