:: Un’ intervista con Alessandro Bastasi

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sceltaCiao Alessandro, bentornato su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa mia intervista. Parleremo del tuo nuovo libro, di libri scritti da altri, dei tuoi progetti futuri, insomma di tante cose che interesseranno di certo i lettori che ti seguono e quelli che impareranno a conoscerti leggendo questo blog. Allora di mestiere fai altro, ma la scrittura è un punto fondamentale della tua vita. Quanto tempo dedichi a scrivere?

Quanto tempo dedico a scrivere? Tutto quello che posso. In realtà “scrivo” anche mentre sono in macchina e penso ai personaggi, alla storia, a snodi narrativi particolarmente complicati, a immagini suggerite da quello che succede sul ciglio della strada. Allora mi fermo e prendo appunti sul mio moleskine (non è per fare il figo, è proprio un moleskine [Sorride] ). Questo tempo, che partendo da un’idea dedico alla preparazione del romanzo, di solito è parecchio lungo. Purtroppo non ho dèmoni che mi frullano nella testa o personaggi che premono in cerca di un autore. Faccio tutto da solo. Finita questa fase, passo a scrivere al computer. Lo faccio di sera, nei week-end, in pausa pranzo, nel tempo libero. Per la prima stesura non ci metto molto, la revisione invece può richiedere anche alcuni mesi.

Hai pubblicato da poco La scelta di Lazzaro, con Meme Pulishers. Parlavi in un’ intervista della difficoltà di trovare un editore tradizionale per il romanzo. Il terrorismo è ancora un argomento tabù?

Negli ultimi trent’anni tanto la politica quanto i media hanno continuato a raccontare il terrorismo come se fosse un mero fenomeno criminale, mentre la realtà è molto più complessa. E quindi sì,il terrorismo, nel momento in cui tenti di affrontarlo come fenomeno politico e capirne il contesto e le ragioni, è diventato argomento tabù. Mi rendo conto che le ferite ancora aperte nelle carne viva delle vittime di quella stagione rendono difficile una disquisizione asettica, una visione distaccata. Ma cercare di capire non vuol dire giustificare. E comprendere è importante, se non altro per evitare che si ripeta. Per esempio, si dimentica che lo spartiacque tra la stagione di un movimento pacifico come quello del ’68 e quella successiva, che ha visto la nascita della lotta armata, è la strage di  piazza Fontana, pianificata a tavolino da apparati dello stato in risposta alle lotte operaie dell’autunno caldo del ’69. Ne seguì la convinzione di alcuni che la lotta meramente parlamentare non avesse alcuna prospettiva, che i parlamenti nazionali non avessero alcuna funzione democratica, dal momento che le decisioni passavano sopra i parlamenti, prese all’interno di centri di potere sottratti a ogni controllo. Soprattutto all’interno di quello che le BR, nei loro documenti, chiamavano lo Stato Imperialista delle Multinazionali. In estrema sintesi, l’idea era che la lotta fino a quel momento pacifica di studenti e operai non avesse sbocco, e che bisognasse attuare, in risposta alla violenza dello stato, un cambiamento strategico rivoluzionario che prevedeva anche l’uso delle armi. Che fosse una strategia sbagliata, in quanto non teneva conto del contesto internazionale, della natura della società italiana, dell’opposizione totale del PCI e del Sindacato tradizionale – che non a caso diventarono i maggiori nemici delle organizzazioni terroristiche – lo ha poi dimostrato la Storia. Il risultato è stato l’affossamento delle ragioni e dei sogni del movimento del ’68-’69 e l’inizio di un processo di restaurazione politica, sociale e culturale che ci ha portati allo sfascio del tempo presente. Dove per davvero le decisioni che riguardano tutti noi vengono prese e attuate da organismi transnazionali privi di qualunque legittimazione democratica. Dove quindi i limiti d’azione di una democrazia parlamentare stanno diventando sempre più stretti.

Gli anni di piombo sono una realtà piuttosto ingombrante del nostro recente passato. Molti dei protagonisti sono morti, ma altri hanno diciamo raggiunto la maturità. Ci sono i terroristi pentiti, quelli che non hanno mai rinnegato la loro lotta armata, e le vittime, o meglio i figli e nipoti delle vittime. Una ferita ancora aperta che non si rimargina. Soprattutto perché nessuno tenta seriamente di fare il punto della situazione, di metabolizzare il passato. Perché secondo te? Tutti dicono che lo stato abbia vinto, che gli anni di piombo siano storia, ma è davvero così? Secondo te ci sono i germi per una rinascita di questi fenomeni?

Appunto, nessuno fa veramente e fino in fondo il punto della situazione. Si è cercato di metabolizzare il passato rimuovendolo. Ripeto, le ferite nel cuore di chi ha subito, su di sé o sui propri cari, la violenza terroristica non penso si possano rimarginare se non con uno sforzo di straniamento a volte impossibile da esercitare. Questo tra l’altro è uno dei temi al centro del mio “La scelta di Lazzaro”, dove ho cercato di descrivere il rapporto vittima-carnefice nei suoi aspetti più estremi, nel “suo confondersi e perdersi, nodo importante e profondo per capire il trauma del terrorismo”, come ha scritto qualcuno a proposito del romanzo. Ma, al di là di questo fattore così pregnante, non si riesce a fare il punto della situazione anche perché la narrazione che, grazie all’esplosione dei media, ha dominato l’opinione pubblica negli ultimi trent’anni ha spazzato via, al netto di alcune preziose nicchie di resistenza culturale, persino gli strumenti linguistici con i quali poter descrivere, su un piano prettamente politico, la nascita dei movimenti armati. Di più, ci ha volutamente sottratto gli strumenti concettuali indispensabili per comprendere il brodo di coltura di un fenomeno che pure ha informato di sé almeno quindici anni della nostra storia. Ci hanno raccontato che quella era soltanto una banda di criminali, che questo era ed è il migliore dei mondi possibili, e pazienza se oggi una crisi strutturale senza precedenti sta distruggendo il presente e il futuro di una generazione ignara.
Ci sono oggi i germi per una rinascita dei fenomeni che abbiamo visto nel passato? Non lo so, ma non credo. Penso che, in mancanza di quel collante strategico che un tempo era costituito dall’ideologia, continueremo ad assistere a innocui focolai di rivolta isolati, parcellizzati, fini a se stessi e indirizzati da interessi particolari. Incapaci, oggi più allora, di incidere sulla potenza di un sistema che sta dimostrando tutta la sua violenza.
Che fare allora? Senza una presa di coscienza collettiva, che parta dal basso, che travalichi i confini nazionali e che si concretizzi in una strategia politica ben delineata, non penso si potrà mai vincere alcuna battaglia. Oggi, certo, da più parti si riconoscono, più o meno confusamente, più o meno cognitivamente, le responsabilità criminali del capitalismo mondiale, soprattutto finanziario. Ma, ripeto, abbiamo perduto le parole, le categorie, ci hanno rubato i paradigmi con i quali interpretarne la natura di classe e prenderne coscienza. E se il nemico non lo sai analizzare in un quadro strutturale di riferimento, se dopo averlo in qualche modo individuato ti fai ingannare da falsi scopi, se dirotti la tua forza su obiettivi marginali che scalfiscono appena la struttura del sistema, ecco che la tua battaglia diventa del tutto ininfluente, uno spreco di energie. Ed ecco perché, fino a questo momento, hanno vinto “loro”, come ha dichiarato il plurimiliardario americano Warren Buffett: “Noi ricchi abbiamo fatto la lotta di classe e l’abbiamo vinta”.
“Loro” le usano, le parole giuste. Dobbiamo, prioritariamente, riappropriarcene anche noi.

E il tuo romanzo parla proprio di questo, degli ideali, traditi, di una generazione, che era giovane durante il boom economico degli anni ’60. Una generazione che in parte ha scelto la lotta armata per opporsi ad uno stato delegittimato. Ma di quella generazione facevano parte anche persone che ripudiavano la guerra. Erano gli anni delle marce contro la guerra nel Vietnam, anche in Italia c’era questa contrapposizione?

Non vedo contrapposizione. Manifestavamo contro la guerra nel Vietnam perché era considerata una guerra imperialista degli USA contro il diritto all’autodeterminazione del popolo vietnamita. Lo stesso motivo per il quale appoggiavamo i nordvietnamiti e i vietcong nella loro guerra di liberazione contro l’esercito yankee. Ripudiavamo la guerra “imperialista”, ma non la guerriglia dei popoli, che anzi, spesso, era portata ad esempio. Non per nulla i nostri idoli erano Ho Chi Minh e il generale Giap

Il tuo protagonista è diciamo un sopravvissuto, fa bilanci, riflette sulle sue scelte passate, che non rinnega, e si interroga con una certa rassegnata tristezza sul passato. Sua moglie Samar, ha vissuto la guerra vera in Libano, lui da fotografo ha testimoniato il massacro di Sabra e Shatila. Per creare questo tuo personaggio ti sei basato su persone reali, alcune sue riflessioni sono tue riflessioni?

Mi sono basato su personaggi reali, su persone che conosco, su fatti avvenuti di cui sono a conoscenza Ma il mio protagonista, così com’è nel libro, è totalmente inventato. Di lui mi interessava analizzare, alla luce delle scelte passate, anche le reazioni di fronte all’Italia di oggi, allo scenario che la caratterizza, la crisi economica, lo sfascio della politica, la presenza islamica e i timori di attentati terroristici che questa può suscitare. E soprattutto mi interessava approfondire, sul piano psicologico, il rapporto vittima-carnefice, che nel romanzo, tramite il personaggio di Barbara, si confonde e si ribalta, avviluppando i protagonisti in un destino comune scelto consapevolmente. Un rapporto che irrompe all’improvviso nella vita di Lazzaro e che contribuisce, assieme ad altri eventi, a vanificare fino a distruggerlo il tentativo faticosamente perseguito di recuperare un’esistenza normale.

Poi un giorno si rifà vivo un suo compagno di lotta. Puoi raccontarci cosa succede?

Succede che Pietro Micca detto Miccia, dopo tanti anni ritorna dal Brasile, dove si era apparentemente rifugiato, e ricompare davanti a Lazzaro, suo vecchio compare di lotta. In apparenza sembra voglia coinvolgerlo in un altro scenario terroristico, quello islamico, ma, come si scoprirà nel romanzo, il progetto di Miccia è ben diverso. Miccia, così come me lo sono raffigurato, è l’esempio di un certo tipo di militante affascinato più dal lato avventuroso della lotta armata che da un’adesione convinta a un’ideologia. Il classico avventuriero, quindi, pronto ad accettare incarichi da chicchessia purché l’adrenalina sia garantita. E’ però anche lui un uomo pieno di contraddizioni: se per Miccia decidere la vita o la morte di una persona equivale a uno scrocchio di dita,  di contro vuole davvero bene a Lazzaro, per motivi di cui neppure lui forse si rende conto. E infatti cerca di salvarlo, da se stesso e dalla situazione in cui si è cacciato. Che per ovvi motivi non vi anticipo.

Quali romanzi, diari, documentari, consiglieresti a chi volesse approfondire il dibattito, conoscere l’Italia di quegli anni?

Sicuramente non la recente serie televisiva sugli “anni spezzati”, un altro tassello dell’opera di mistificazione e di capovolgimento della verità perseguita da anni con una ostinazione che non esito a definire culturalmente criminale. Andrei sicuramente su Storia del partito armato, di Giorgio Galli, pubblicato nel 1986, e Piombo rosso, sempre di Galli, pubblicato nel 2004. E’ istruttivo leggere anche “ Renato Curcio a viso aperto” , pubblicato nel 1986, un libro intervista nel quale il  capo delle Brigate Rosse racconta si sé, della nascita del suo movimento, degli avvenimenti che l’hanno visto protagonista, e Una vita in prima linea di Sergio Segio. Di notevole impatto è poi La notte della repubblica (1992), il libro che Sergio Zavoli ha tratto dalle 20 puntate della sua omonima trasmissione televisiva, disponibili anche in dvd.

Dopo l’11 settembre il mondo occidentale è cambiato. Il terrorismo di matrice islamica è entrato nel cuore di New York, del mondo occidentale, colpendo obbiettivi che si credevano intoccabili. Secondo te in cosa differisce il terrorismo italiano di allora, nero o rosso, da quello islamico contemporaneo?

I due terrorismi hanno caratteristiche del tutto diverse. Il terrorismo “rosso” di allora nasce come modalità rivoluzionaria di un’avanguardia per il comunismo, parallelamente il terrorismo “nero” perseguiva l’obiettivo di ripristinare in Italia il fascismo della repubblica di Salò (sto sintetizzando brutalmente). Il terrorismo di matrice islamica presenta invece una dimensione religiosa del tutto assente nei fenomeni di casa nostra. Possiamo discutere fino allo sfinimento sulle sue origini e sulle motivazioni di tipo economico e geopolitico che l’hanno fatto esplodere (lo sfruttamento da parte occidentale, il depredamento del territorio e delle sue risorse, le posizioni non sempre limpide delle potenze regionali, eccetera), fatto sta che il progetto di rafforzare le proprie radici storico-culturali come barriera ideologica nei confronti di un mondo “corrotto e di rapina” si è trasformato, all’interno di gruppi per fortuna minoritari, nel sogno di un califfato allargato che non solo si opponga all’Occidente, ma ne vada alla conquista colpendolo con tutti i mezzi possibili. Sto ovviamente semplificando, è un fenomeno molto complesso, con troppe sfumature per riuscire a sintetizzarle in una semplice risposta.

Molti vivono con il preconcetto che gli islamici siano dei violenti, che la guerra santa sia vissuta come appunto una guerra perpetua contro gli infedeli, e forse è anche un precetto religioso ma abbiamo tutti i giorni sotto gli occhi centinaia e centinaia di persone, di profughi che arrivano in Europa per sfuggire alla guerra, alla miseria. Gente pacifica, chiusa in centri di transito in cui vengono rinnegate le più elementari norme di rispetto umano. Materiale per un nuovo romanzo. Hai pensato di scriverlo?

In parte l’ho già scritto. Se ricordi, Città contro, sotto forma di noir, toccava il tema dell’immigrazione e il rapporto problematico con una città di provincia italiana. In effetti, sarebbe interessante scrivere un romanzo che racconti il prima di questa gente: i paesi dai quali proviene, le peripezie per raggiungere le nostre coste, la permanenza nei CIE. Sì, mi hai dato un ottimo suggerimento.

Ci sono progetti di traduzione per l’estero?

Come sai, ho avuto molte difficoltà a pubblicare La scelta di Lazzaro con le case editrici tradizionali. Le loro risposte sono state “Bella scrittura, ma non ci convince l’argomento”, “Tocca tasti cui i nostri lettori non sono abituati”, cose così, insomma. Non mi straccio le vesti, li capisco, sono aziende e devono vendere, se un prodotto non li convince è normale che non lo prendano in considerazione. Alla fine è stato Lorenzo Mazzoni, responsabile della collana noir della casa editrice digitale Meme Publishers, ad appassionarsi al romanzo e a decidere di pubblicarlo. Essendo questa una società italo-francese, mi auguro che sia tradotto in Francia, un paese dove penso che susciterebbe un interesse maggiore che in Italia.

Cosa stai leggendo in questo momento?

Di tutto un po’, dagli ultimi noir italiani pubblicati (Manzini, De Marco, per citarne un paio), a Mo Yan e Paul Auster. Sono abbastanza onnivoro. Non disdegno peraltro Tex Willer e Diabolik [Sorride.]

Progetti per il futuro?

Il mio ultimo romanzo, dal titolo provvisorio Bel mondo, che ho già consegnato in gennaio alla mia agente. Là cerco di rappresentare la crisi morale ed economica del nostro Paese, mettendo in scena l’abbrutimento di una famiglia borghese che improvvisamente vede annullato da un giorno all’altro, per ragioni sconosciute, il proprio stile di vita, il proprio brillante futuro. Direi che appartiene all’immaginario rintracciabile in Il capitale umano di Virzì. Il romanzo è in lettura presso un paio di case editrici importanti. Incrocia le dita per me! Nel frattempo sto impostando alcune idee per il lavoro successivo.

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2 Risposte to “:: Un’ intervista con Alessandro Bastasi”

  1. sabrinaminetti Says:

    L’ha ribloggato su sabrinaminettie ha commentato:
    Una bella intervista. Alessandro Bastasi è un bravo scrittore e in questa conversazione coniuga equilibrio e passione nel parlare di un tema importante.

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