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Intervista a Stefano Sciacca per il suo noir “L’ombra del passato” (Mimesis, 2020). A cura di Viviana Filippini

23 novembre 2020

“L’ombra del passato” di Stefano Sciacca, edito da Mimesis, è un intrigante noir dal ritmo incalzante e ricco di colpi di scena, che prende forma nella Torino post Seconda guerra mondiale. Qui, il protagonista – il detective Artusi- si aggira nei meandri delle vie cittadine per indagare su due casi pieni di enigmi irrisolti e scoprire che non sempre le persone e i fatti sono quello che sembrano o che vogliono far credere. Ne abbiamo parlato con l’autre.

Benvenuto Stefano, come è nata l’idea del romanzo e la scelta di ambientarlo nella Torino post bellica? Il romanzo nasce dal desiderio di confrontarmi con un genere cinematografico, il noir hollywoodiano, che amo e che ho affrontato attraverso la pubblicazione intitolata Prima e dopo il noir. La sfida che mi sono posto è stata adattare i cliché tipici dei b-movies americani al contesto europeo e in particolare alla mia città, Torino, provando allo stesso tempo a declinare in maniera inedita l’angoscia e l’inquietudine tipiche del dopoguerra e già appunto oggetto della polemica realistica del cinema nero statunitense, a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso.

Perché ha scelto la narrazione in prima persona? Ecco un altro omaggio al noir americano che spesso ha valorizzato la componente soggettiva attraverso memorabili sequenze oniriche. In questo il cinema hollywoodiano ha tratto a propria volta ispirazione dal cinema espressionista tedesco, fortemente influenzato durante gli anni ’20 del XX secolo dagli studi psicanalitici. Comunque non si è trattato solo di una questione stilistica. La narrazione in prima persona è stata funzionale a raccontare il mondo attraverso la prospettiva di un protagonista-narratore che domina la scena e condiziona e altera persino la percezione stessa della scenografia e dello sviluppo, secondo una logica appunto espressionista. Tutto quanto è raccontato risulta espressione della sua sensibilità e di come essa lo porta a vivere gli eventi in prima persona.  

Leggendo il romanzo si percepisce il costante bisogno e desiderio di soldi di Artusio, quanto è importante davvero per lui guadagnare? Il bisogno, a quei tempi, per molti era effettivamente impellente. Quanto al desiderio, non vi è dubbio che il carattere di Artusio risponda, almeno all’apparenza, allo stereotipo del detective hard-boiled portato sullo schermo dai film noir americani. La poetica di quei capolavori fu certamente ispirata da una concezione disillusa e cinica della natura umana che anche io sento di condividere. La società moderna, come sono quella del romanzo e la nostra, è caratterizzata dalla promiscuità e dalla mobilità sociale. A nessuno è teoricamente preclusa la possibilità di ottenere successo e fare strada. Perciò tutti si lanciano nella corsa, urtandosi, sgambettandosi, cadendo a propria volta. La maggior parte viene travolta dalla massa e resta schiacciata, ferita, agonizzante. Eppure, nonostante l’evidenza di questo gioco al massacro, nessuno riesce a sottrarvisi, in quanto il costante confronto con chi sta meglio, con chi ha di più, stimola vergogna e desiderio di riscatto. La maniera più facile per riscattarsi è appunto fare fortuna. Ma Artusio scoprirà che (ri)guadagnare se stesso vale assai più che guadagnare un mucchio di denaro sporco di sangue. Questa, in fondo, è la morale del racconto.

Quali sono i modelli letterari e non dai quali ha preso ispirazione? Benché il romanzo sia breve e, mi auguro, anche piuttosto agile, esso costituisce l’esito di un forte investimento personale. Si è trattato dello strumento attraverso cui sfogare convinzioni maturate durante lo studio della Modernità, attraverso la critica letteraria, artistica, cinematografica, attraverso la lettura e l’analisi di Seneca, Shakespeare, Balzac, Dostoevskij, Nietzsche e Pirandello. Il confronto con Fritz Lang, John Huston e Akira Kurosawa, l’incontro con Courbet e Van Gogh, Grosz e Bellows, Hopper e de Chirico, André Breton e Luis Buñuel. Insomma, dentro c’è un po’ di tutto. Ci sono io. E il mio mondo che, indubbiamente, è molto noir.    

Quanto il vissuto del passato influenza le vite dei personaggi protagonisti? Quanto influenza quello di ciascuno di noi, secondo le teorie psicanalitiche e anche alla luce dell’esperienza di tutti i giorni. L’idea del passato come giudice al quale è impossibile sottrarsi caratterizzava già il cinema noir e rappresenta un assillo ricorrente della mentalità moderna. La quale, mentre esalta il presente, considerandolo sufficiente a se stesso, condanna se stessa a relegare il passato nel proprio subconscio, pronto a ritornare alla prima occasione sotto forma di incubo. Tutti noi siamo la somma delle nostre esperienze, dei nostri incontri, specialmente quando questi sono stati particolarmente dolorosi e traumatici. Ed è illusorio sperare di potersene liberare semplicemente cambiando vita o identità. Cambiando nome, come tanti autori e tanti personaggi della letteratura moderna hanno provato a fare.   

Artusio indaga su due casi diversi, ma quando essi si intrecciano resta indifferente a questa casualità, perché?  Più che indifferente, direi che è impotente. E di questa impotenza, in verità, egli soffrirà moltissimo. Perché si scoprirà assai più debole e vulnerabile di quanto non amasse credere.  L’indifferenza che Artusio ostenta così come anche il suo dissacrante cinismo sono solo una posa. Una maschera, di quelle che tutti, più o meno consapevolmente, indossiamo per difenderci dalla realtà.  Però, nel corso della narrazione, ricorrono diversi passaggi durante i quali, rimasto solo con se stesso, egli deve toglierla e, osservandosi in uno specchio ideale, fare i conti con la propria coscienza. In questo modo egli metterà in discussione il ruolo che, per sua volontà o per capriccio della vita, è stato costretto a inscenare. Quel ruolo che, appunto, lo ha condotto a ritrovarsi annodato tra i due casi, fino a rischiare di restarne soffocato.

Artusio è spesso irriverente verso le forze dell’ordine, cosa scatena in lui questo atteggiamento? Il dissenso nei confronti della società moderna e delle sue istituzioni. Ipocrite, perbeniste, insensibili e disumanizzate. Si tratta di un altro cliché del cinema noir che confrontava in continuazione reietti e marginali, dotati di straordinaria umanità e di una propria solida morale, con personaggi rispettabili, potenti e affermati, del tutto privi però di carattere, emozioni, coscienza e rimorsi. Il commissario Lombardi è appunto l’investigatore votato a una caccia spietata, condotta secondo una logica ferrea e insensibile. Un personaggio esclusivamente scientifico, sprovvisto di qualunque poesia. Di qualunque umana compassione.  

Nel suo libro precedente si occupava di Shakespeare, mentre in questo c’è un investigatore privato alle prese con due indagini. Come è sperimentare generi letterari diversi? Indubbiamente costituisce una sfida, ma offre anche l’opportunità di sperimentare più vie e, dunque, fare più incontri, ciascuno dei quali contribuisce ad arricchire e formare la poetica di un autore.  In realtà, comunque, si tratta di lavori che, sebbene molto diversi tra loro, condividono il comune interesse per lo studio della società e dell’uomo moderni.

Se si facesse un film tratto dal suo romanzo, chi vedrebbe nella parte di Artusio e in quella di Lombardi? Per uno scrittore cinefilo come me, fantasticare sugli attori che potrebbero portare sullo schermo i personaggi dei propri romanzi non è soltanto un bel sogno, ma anche l’occasione per una revisione critica del lavoro svolto. In questo senso ritengo che per la parte di Artusio sia indispensabile un attore capace di esprimere contraddizione e tormento. Qualcuno in grado di passare da un certo timbro nelle sequenze corali d’azione a un altro, molto diverso, nelle sequenze più meditative. Quando cioè il protagonista si ritrova da solo con se stesso e i propri fantasmi e assume un tipo di espressioni che non mostra in pubblico. Mi piacerebbe chiedere ad Alessandro Gassmann come si vedrebbe alle prese con un incarico del genere. Perché gli riconosco versatilità e complessità. Per quanto riguarda Lombardi è necessario un interprete capace di esprimere, in poche scene, la disumanità della modernità. Il successo di un film si regge spesso sulla qualità dei personaggi minori, come fu per esempio nel caso di uno dei capolavori del genere noir, Il mistero del Falco, alla cui magia la bravura di Peter Lorre e Sidney Greenstreet contribuì non meno del carisma di Bogart e della Astor. Questo ruolo, poi, è estremamente delicato e ulteriormente complicato perché, per essere consapevolmente disumani, occorre conoscere a fondo cosa sia l’umanità. Mi piacerebbe che il compito fosse affidato ad Alessio Boni. Secondo me, potrebbe essere uno straordinario commissario Lombardi. Si tratta, in entrambi i casi, di attori che stimo e sono sicuro che saprebbero conferire ai personaggi sfumature e caratteristiche che io non sono stato capace di immaginare. Contribuirebbero cioè alla vita del romanzo, facendolo crescere, maturare, migliorare. Più o meno come capita con i critici e i lettori più attenti e appassionati. Esattamente come è capitato anche con Steve Della Casa, autore della bellissima prefazione che rilegge il mio racconto persino aldilà delle mie migliori intenzioni.    

Ha intenzione di proseguire con le indagini dell’investigatore privato Artusio? Michele Artusio è stato il mio alter ego in una bella avventura letteraria e personale. Egli resta parte di me e talvolta ancora mi parla, si fa interprete delle mie convinzioni, volto delle mie ossessioni. È un amico, un caro amico. E non me la sento di dirgli definitivamente addio. Comunque continuerà a vivere anche in altri personaggi. Seguiterà a farmi sentire la propria voce. Con riferimento alle sue indagini, è possibile che prima o poi ne scriva ancora. Ma si tratterà soprattutto di indagini interiori, alla scoperta della sua e della mia complessità. Delle nostre poche virtù e dei nostri innumerevoli vizi.

Stefano Sciacca è nato a Torino nel 1982. Si è laureato in giurisprudenza e specializzato nelle professioni legali all’Università degli Studi di Torino, ha studiato all’Università di Oxford e collaborato con l’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale. Ha pubblicato testi di critica cinematografica e letteraria e il romanzo Il diavolo ha scelto Torino (2014). Con Mimesis ha pubblicato “Sir William Shakespeare, buffone e profeta” (2018).

:: I semi finalisti del Premio Giorgio Scerbanenco 2020

14 novembre 2020

È stata finalmente svelata la lista dei 17 romanzi semi finalisti all’edizione 2020 del Premio Giorgio Scerbanenco, il più importante premio letterario italiano dedicato al noir.

Tra questi a partire dal 14 novembre fino alle ore 23:30 di sabato 21 novembre 2020 ogni lettore potrà votare sul sito della manifestazione i suoi cinque titoli preferiti.

I cinque finalisti saranno presentati dal 30 novembre al 3 dicembre con una serie di incontri sui canali social del festival; tra questi, la Giuria Letteraria sceglierà il vincitore del Premio Giorgio Scerbanenco 2020 che sarà annunciato il 4 dicembre e premiato nel corso della prossima edizione del Noir in Festival, in programma dal 1 al 6 marzo 2021.

Ecco l’elenco dei libri:

Francesco Abate, I delitti della salina, Einaudi

Tullio Avoledo, Nero come la notte, Marsilio

Daniele Bresciani, Anime trasparenti, Garzanti

Enrico Camanni, Una coperta di neve, Mondadori

Cristina Cassar Scalia, La salita dei saponari, Einaudi

Ermanno Cavazzoni, La madre assassina, La nave di Teseo

Gianni   Farinetti, Doppio silenzio, Marsilio

Antonio Fusco, La stagione del fango, Giunti

Gabriella Genisi, I quattro cantoni, Sonzogno

Lorenza Ghinelli, Tracce dal silenzio, Marsilio

Leonardo Gori, Il ragazzo inglese, Tea

Bruno Morchio, Dove crollano i sogni, Rizzoli

Paolo Nelli, Il terzo giorno, La nave di Teseo

Paolo Roversi, Psychokiller, SEM

Marcello Simoni, La selva degli impiccati, Einaudi

Rosa Teruzzi, La memoria del lago, Sonzogno

Grazia Verasani, Come la pioggia sul cellofan, Marsilio

Fonte: (In 17 per il Premio Scerbanenco 2020)

:: Un blues per Dave di Shanmei disponibile su Amazon

21 aprile 2020

In tutta franchezza non ricordo la ragione precisa che mi ha portato a questo.
A cambiare la mia vecchia vita con questo sottoprodotto scadente e squallido di farsa in cui trascino ormai i miei giorni.
Ah, sì, le donne, la mia unica debolezza.
Il mio unico vizio.
Nel mio ambiente non era difficile trovarsene uno di vizio, anzi, folleggiare con diversi nello stesso tempo.
C’era l’alcool, ma forse era più per i romantici, che amavano aggrapparsi a un bicchiere come a un’ ancora di salvataggio, portandolo sempre con sè, anche nei momenti meno opportuni.
Poi c’era la droga, sì, l’eroina, andava decisamente per la maggiore.
E come non pensare ai soldi.
L’avidità era una droga altrettanto dannosa.
Un’amante esigente, per giunta.
Ma io avevo altri progetti in mente, altre ambizioni se vogliamo e mi bastava la musica, la mia musica che suonavo nei club sulla spiaggia, o a volte invitato in feste private.
La musica e le donne, non mi serviva altro.
Anche se una vocina dentro di me mi sussurrava maligna che un giorno avrei incontrato quella capace di sbriciolarmi la vita.
E successe, successe davvero.
Ora sopravvivo, chiuso in questo ufficio da investigatore privato di quart’ordine, ad aspettare clienti come un ragno.
E ogni tanto, sì, ascolto musica jazz alla radio.
Tutto quello che mi resta di quei bei vecchi tempi.

Arrivai a Los Angeles una sera d’estate del 1949.
Indossavo un unico vestito, di cotone grigio, un po’ liso ai gomiti, fatto su misura in una sartoria cinese di Kansas City.
Sembrava elegante, perlomeno ad una prima occhiata molto distratta ed era tutto quello che mi serviva.
Dopo tutto l’apparenza è una dote troppo spesso sottovalutata.

La storia continua su Amazon: link all’acquisto

blues per dave

:: Una spaventosa faccenda e altri racconti di Jim Thompson (Fanucci 2006)

3 novembre 2017

una spaventosa faccendaJim Thompson credo sia un nome che non necessiti di grandi presentazioni, specie tra noi lettori amanti del noir contemporaneo americano. Nel mio ipotetico pantheon ha un posto di rilievo, e non solo io tendo a pensare che sia stato uno dei più grandi e versatili, perlomeno della sua generazione, se non il più grande.
Nacque nel 1906 in una sperduta e minuscola cittadina dell’ Oklahoma, una generazione dopo Chandler (1888- 1959) per intenderci, e morì a Hollywood verso la fine degli anni ’70 solo e alcolizzato, come un tipico personaggio dei suoi libri, libri che almeno in vita furono considerati, dopo un effimero successo negli anni ‘50, niente di più che romanzetti pulp da quattro soldi (a parte tre, tutti i ventinove libri pubblicati tra il 1942 e il 1973 erano tascabili).
Per capire il suo valore arrivarono in massa i critici dagli anni ’80 in poi del Novecento, facendo accostamenti vertiginosi più che ai maestri del noir e dell’ hardboiled, ad autori prettamente letterari e non di genere come Céline, Erskine Caldwell per non parlare di William Faulkner o addirittura Dostoevskij. Insomma quando un autore viene sdoganato, gli osanna della critica arrivano fino al Cielo.
Ma insomma Jim Thompson se lo meritava, avrebbe certo meritato anche più riconoscimenti in vita, meno disperazione e indifferenza specie negli ultimi anni di vita, ma forse avrebbero alterato il suo stile, (o forse il successo stesso non apparteneva alle sue corde) e noi oggi non avremmo avuto opere come L’assassino che è in me, Un uomo da niente, o Colpo di spugna, romanzi che se vogliamo rappresentano un punto di non ritorno e una nuova ridefinizione del genere.
Dunque sebbene più famoso per i suoi romanzi Jim Thompson non evitò la narrativa breve, e se volete accostarvi a questo autore vi consiglio proprio di iniziare dai racconti. Non sarà un innamoramento veloce, Jim Thompson non utilizza artifici letterari ed effetti speciali o fuochi d’artificio, anzi ha uno stile sobrio, piano se vogliamo, che utilizza anche cinicamente un’ apparente calma compositiva per poi mordere all’improvviso come un serpente a sonagli. Ma ragazzi se amate l’arte del racconto da Jim Thompson c’è solo da imparare, dalla caratterizzazione dei personaggi (truffatori, prostitute, psicopatici, assassini e tutto il sottobosco borderline dell’ epoca che lui conosceva per esperienza diretta), all’ambientazione (perlopiù squallida e degradata, e metropolitana), a quel mood che oscilla tra cieca disperazione e ottusa speranza, che naturalmente noi lettori sappiamo benissimo quanto sia senza futuro.
Jim Thompson tocca corde profonde, grazie a un’autenticità che nasce da una profonda sofferenza. Lo sguardo di pietà umana e tenerezza che getta sui i suoi antieroi, è qualcosa che commuove e rende splendide storie di per sé sordide, deprimenti e sporche, anzi cattive ma Jim Thompson non giudica né giustifica, i suoi perdenti sono gentaglia, ma forse l’intera umanità è fatta di gentaglia, di cialtroni per cui stare dal lato giusto della legge non è una grande priorità e che cercano sempre una nuova occasione ma non la trovano mai.
Una spaventosa faccenda e altri racconti (Fireworks. The Lost Writings, 1998), raccolta curata da Robert Polito, il suo biografo ufficiale, autore anche della breve e brillante prefazione, edita in Italia nel marzo del 2006 da Fanucci con traduzioni di Eleonora Lacorte, raccoglie 12 racconti usciti nell’arco di vent’anni (1946-1967) e pubblicati sulle più famose riviste americane di genere.
Abbiamo un Jim Thompson in splendida forma capace di scrivere racconti come Buio in sala, Per sempre (il mio preferito), Una spaventosa faccenda, Pagare all’uscita e La falla del sistema il più insolito e filosofico se vogliamo. Jim Thompson scrive racconti di suspense, neri fino nel midollo. Il cinismo di Aurora a mezzanotte è difficilmente sostenibile, nonostante l’apparente dolcezza con cui è scritto. La storia è sordida, dolorosa, disturbante, e lascia poco spazio a forme anche velate di redenzione o lieto fine.
I suoi truffatori sono quasi sempre falliti e mezze tacche, alle prese col colpo che gli dovrebbe cambiare la vita, ma tutto gli si ritorce sempre contro, e non perché il male deve essere punito e meglio se in modo eclatante, ma perché la vita e i meccanismi corrotti e contorti che la regolano portano a questo fallimento esistenziale prima che etico o morale. In un lento e inesorabile sgretolamento di difese.
Mitch Allison il truffatore sfortunato (ma criminale nel midollo) de Il calice di Cellini, lo ritroviamo anche in un secondo racconto, Una spaventosa faccenda (che dà il titolo italiano alla raccolta) ed è se vogliamo il più limpido esempio dell’antieroe tipicamente americano caro a Jim Thompson.
Gli elementi autobiografici si perdono in una densa struttura narrativa in cui la realtà è deformata dalle aspirazioni e da un disperato desiderio di riscatto e di conservazione e sopravvivenza. Truffare una compagnia, uccidere, prestarsi a grandi e piccoli raggiri è quasi una forma di compensazione, un desiderio folle di ottenere un risarcimento per una vita di stenti, povertà e miseria.
I personaggi sono fermamente convinti che la loro condizione è una grande ingiustizia, loro cercano solo di pareggiare la bilancia, come la sfortunata Ardis Clinton (non vi anticipo il colpo di scena finale, ma è geniale) e il suo folle piano congeniato col suo amante che porterà a derive horror e soprannaturali.
Ho in lettura Un uomo da niente, vi saprò dire, intanto buona lettura per questo.

Per approfondire: Lia Volpatti – Senza speranza da Vita da niente, Omnibus Gialli Mondadori

Jim Thompson, per tutti Jim, nacque in Oklahoma, nel 1906. A causa di dissesti finanziari familiari fin da ragazzo fu costretto a fare i lavori più umili, dal manovale al fattorino, dall’operaio nei pozzi petroliferi al gestore di sale cinematografiche. La scrittura arriva piuttosto tardi tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta. Thompson deve la sua fama principalmente ai romanzi. Ne ha scritti più di trenta, molti dei quali nel suo periodo più prolifico, dalla fine degli anni Quaranta alla metà degli anni Cinquanta. Poco apprezzato in vita, la sua statura di autore cresce negli anni Ottanta con le riedizioni dei suoi romanzi per la casa editrice Black Lizard.
I personaggi che popolano i libri di Thompson sono truffatori, perdenti, psicopatici; alcuni di questi vivono ai margini della società, altri vi sono perfettamente inseriti. La visione nichilista dell’autore è quasi sempre espressa da una narrazione in prima persona; la profondità della sua comprensione degli abissi della follia criminale è quasi spaventosa. Difficile trovare personaggi “buoni”, nei suoi libri: anche quelli apparentemente più innocui mascherano egoismo, opportunismo e vizio.

Source: libro preso in prestito dalle biblioteche del circuito SBAM.

:: Il sorcio – Georges Simenon (Adelphi, 2017) a cura di Nicola Vacca

6 settembre 2017

sorcioMosselbach, detto il sorcio, è un chlochard alsaziano che vive sotto i ponti di Parigi da molti anni. Una sera mentre è impegnato nei suoi soliti vagabondaggi nei pressi dell’ Opéra trova un portafogli gonfio di dollari e non solo. Architetta un piano infallibile per venire in possesso di quei soldi senza trovarsi nei guai con la polizia che lo conosce.
Ma ancora non sa che quel portafogli e il suo proprietario defunto gli procureranno un mare di guai.
Inizia così, Il Sorcio (Adelphi, pagine 155, euro 18), il romanzo di Georges Simenon che Adelphi ha pubblicato questa estate
La casa editrice milanese continua a scavare nell’opera del grande scrittore belga e bene ha fatto a dare alle stampe questo romanzo che mancava da molto tempo. Simenon lo scrive nel 1937 e arrivo nelle librerie nel 1938.
In una Parigi che non è mai abbandonata dalla pioggia battente, Georges Simenon costruisce un intreccio ricco e intrigante in cui ritroviamo alcuni dei personaggi vicini al commissario Maigret come il commissario Lucas e lo sfigato ispettore Lognon.
Ma è il Sorcio il re di questa storia. L’anziano barbone alsaziano è forse il personaggio più accattivante che Simenon abbia creato.
Ugo Mosselbach che sogna di comprarsi una canonica a Bischwiller – sur Moder si troverà al centro di peripezie e di complotti. Lui non crede che aver trovato un portafogli accanto a un cadavere lo porti a essere il protagonista di una vicenda intrigata che ha a che fare con la finanza internazionale e molti altri affari sporchi. È troppo preso dall’organizzazione del suo piano per rendersi conto del pericolo in cui è precipitato.
Quando scompare un importante finanziere si accorge di essere stato il testimone inconsapevole di qualcosa di molto più grande di lui quando ha trovato tutti quei soldi. Lognon e Lucas lo pedinano perché sospettano che lui sappia qualcosa e non hanno torto.
Sullo sfondo di una Parigi dei quartieri alti, Simenon ci conduce in una storia da commedia poliziesca che sarebbe piaciuta molto al commissario Maigret.
Infatti quando Il Sorcio uscì fu immediatamente definito «un Maigret senza Maigret».
Mosselbach è «un ometto, magro con due occhi eccezionali, vivaci e maliziosi, una peluria rossiccia che tendeva al bianco sporco e un modo personalissimo di portare stracci troppo grandi per lui con una dignità che rasentava l’eleganza» Così come è descritto da Simenon, il Sorcio è uno dei più riusciti tra i numerosi personaggi indimenticabili partoriti dalla sua straordinaria fantasia.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese. Tra i più prolifici scrittori del XX secolo, Simenon era in grado di produrre fino a ottanta pagine al giorno. A lui si devono centinaia di romanzi e racconti, molti dei quali pubblicati sotto diversi pseudonimi. La tiratura complessiva delle sue opere, tradotte in oltre cinquanta lingue e pubblicate in più di quaranta Paesi, supera i settecento milioni di copie. Secondo l’Index Translationum, un database dell’UNESCO che raccoglie tutti i titoli tradotti nei Paesi membri, Georges Simenon è il sedicesimo autore più tradotto di sempre e il terzo di lingua francese dopo Jules Verne e Alexandre Dumas (padre) – Wikipedia

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa “Adelphi”.

:: Un interminabile inverno – Alex Boschetti (Edizioni Alpha Beta Verlag 2017) a cura di Federica Belleri

6 settembre 2017

interminabile invernoSecondo romanzo per Alex Boschetti. Un interminabile inverno, che tocca il Trentino, Bologna e New York. Tre luoghi diversi per tradizione, cultura e dimensioni. Luoghi che permettono di respirare aria pulita, ma anche umidità e caos. Strade dove è possibile sentirsi anonimi o vivi, a seconda delle esigenze. Proprio questo sta cercando Albert Kleim, ex professore universitario e noto volto della tv. Lui, che ha ancora voglia di leggerezza ma si chiude troppo spesso nella solitudine e nel silenzio. Ha un matrimonio fallito alle spalle, una carriera distrutta e un difficile rapporto con la figlia adolescente. È intrappolato in un immenso dolore, che lo soffoca. La scomparsa di suo figlio Nicola, un bambino, solo due anni prima. Un dolore muto, che in famiglia ognuno ha vissuto a modo suo, senza condividerlo.
Nasce così, con Albert, un personaggio ben costruito, anche se discutibile in alcuni atteggiamenti egoistici e fin troppo schietti. Il lettore riesce ad immedesimarsi nella sua muta sofferenza, grazie alle parole utilizzate dall’autore, profonde e sensibili dove serve. Questo noir intreccia in modo perfetto passato e presente del professor Kleim, fra amicizia, promesse, patti pericolosi, tradimenti e segreti. Il suo male di vivere si mescola a terribili eventi, mai sradicati dalla sua memoria. Come cambiano gli amici di sempre nel corso del tempo? Cosa significa per Albert piangere? Ha paura della morte? Questi sono alcuni degli interrogativi che Kleim si pone e sui quali anche il lettore è invitato a riflettere. Albert Kleim, una vita passata a cercare uno spiraglio. Il quotidiano trascorso cercando di evitare la negatività.
Un interminabile inverno. Quando l’orrore dell’anima supera ogni limite. Quando la vendetta è marcia e distorta. Noir splendido, feroce. Terribile ma efficace. Le frasi sono essenziali. I capitoli, brevi. Le parole lasciano un diffuso senso di inadeguatezza e di malessere. Così deve essere.
Editing praticamente perfetto, complimenti alla ab edizioni Alphabeta Verlag di Merano. Assolutamente consigliato. Buona lettura.

Alex Boschetti (1977) ha al suo attivo diverse sceneggiature per fumetti e graphic novel, tra cui La strage di Bologna (Becco Giallo, 2006) e La scomparsa di Emanuela Orlandi (Becco Giallo/Fandango 2013). Nel 2017 è prevista l’uscita del suo nuovo lavoro, sempre per Becco Giallo, dal titolo Mani Pulite. Ha scritto anche sceneggiature per cortometraggi in animazione e videoclip. Ha inoltre pubblicato racconti in diverse antologie e il romanzo Nera Neve (ENS, 2003).
Un Interminabile Inverno è il suo secondo romanzo.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore, si ringrazia Silvia di Manzoni22 ufficio stampa Edizione Alpha Beta Verlag.

:: Un’ intervista con Enrico Pandiani

28 giugno 2016

indexBentornato Enrico sul nostro blog. E’ uscito da poco un nuovo libro de Les italiens, di nuovo per Rizzoli, dal titolo Una pistola come la tua. Non sei proprio stanco di Mordenti?

Buongiorno Giulia, come si fa a essere stanchi di Mordenti? Per me, ormai, è come un fratello. Insieme ne abbiamo passate tante e ci siamo divertiti. Siamo caracollati su e giù per la Francia, abbiamo gironzolato per Parigi, in pratica mi ha aiutato a realizzare un po’ di sogni che avevo da parte e a togliermi qualche sassolino dalle scarpe. Anche se tenta sempre di mettermi in difficoltà, lasciandomi di fronte a imprevisti che poi mi toccherà affrontare, lui, e di conseguenza i suoi colleghi, sono legati a me a filo doppio. La scommessa è quella di resistere, di continuare a divertire i lettori senza perdere colpi e senza annoiare.

Dicci tutto di Nicolas Winding Refn, hai visto il suo nuovo film? Pensi ti chiamerà a scrivere la sceneggiatura della serie tv? Non è che poi scappi a Hollywood?

Quando Fulvio Lucisano mi ha invitato a Roma per conoscermi, mi ha detto che era loro intenzione domandare a Winding Refn di girare i primi due episodi della serie televisiva su Les italiens che intendevano produrre. Io non credevo alle mie orecchie, perché non ti capita tutti i giorni che qualcuno ti dica che vuole fare una serie dai tuoi romanzi, ma ancora meno che ti dicano che la vogliono far girare a uno dei registi più famosi del mondo. Ho visto Drive, certamente, un film che mi è piaciuto molto perché al di là della violenza estrema, aveva una bella storia di relazioni umane, molto sentimentale. Dai primi contatti, e dopo aver letto il pitch, Refn ha deciso di produrre la serie al cinquanta per cento con la Space Rocket Nation, la sua casa di produzione, e di diventarne lo showrunner. Questo è straordinario perché, se davvero il progetto dovesse andare in porto, sono certo che sarebbe un lavoro eccezionale. Non so se avrò qualche ruolo nella sceneggiatura. Certo, imparare da dei professionisti non mi dispiacerebbe.

Forse avrei preferito Olivier Marchal, in un certo senso una scelta come dire più ovvia, cosa pensi privilegerà invece Nicolas Winding Refn, non hai un po’ paura?

Marchal non mi dispiace, anche se l’atmosfera dei suoi film non mi fa impazzire. È troppo legata alla figura del poliziotto depresso, alcolista, che ce l’ha con tutto il mondo e al quale Mordenti, che è proprio il contrario, dedica una frase ironica nel nuovo romanzo. Penso che Refn ci darebbe dentro con la violenza, ma sono certo che saprebbe conservare quel coté ironico e l’umorismo senza i quali i miei personaggi perdono buona parte del loro carattere.

Come stai vivendo questa esperienza dell’autore famoso? Tua moglie che dice?

Il giorno che diventerò un autore famoso te lo saprò dire. Per ora sono soltanto uno dei tanti scrittori di genere che fanno i salti mortali per vendere qualche copia in più dei loro libri e per farsi conoscere dal pubblico dei lettori. Quelli famosi sono ben altri. Mia moglie, per l’appunto, dice che non sarebbe male se vendessi qualche copia in più e se portassi a casa la pagnotta. Al mio livello, si conta molto sul passaparola di coloro ai quali sono piaciuti i romanzi e sul fatto che i librai apprezzino il tuo lavoro e ti facciano scoprire ai loro clienti. Il libraio è la figura chiave.

Che tipo di accoglienza hai ricevuto in Francia? E’ vero, come dicono, che il noir italiano è da loro molto apprezzato?

In Francia l’accoglienza è stata buona. Lì vai a sgrugnarti con la storia del noir e, soprattutto, con quelli che sono i miei mostri sacri. Il mio editore francese dice che gli piacciono i miei romanzi perché c’è molta ironia e si ride, cosa che oggi succede raramente, nel noir d’oltralpe. All’inizio del 2017 uscirà in Francia Lezioni di Tenebra, il terzo romanzo di Mordenti. Spero che sarà accompagnato dalla notizia che la serie si farà sul serio. Quello potrebbe davvero cambiare le cose.

Hai ancora tempo per leggere? Quali sono le tue letture in questo momento, e se c’è facci qualche nome di giovani promesse.

In questo momento sto leggendo molto, ma pochissimi romanzi di genere. Ho letto Marías, Amis, Franzen, Dumas, Giono, Wilder, Tonani, molto Cercas, la Murgia, la Sagan, la Despentes. Per quanto riguarda il noir, invece, tre autori interessanti che mi è capitato di leggere sono Darien Levani, che per Spartaco edizioni ha scritto un bel romanzo, Toringrad, Antonio Mesisca che per Scrittura e Scritture ha pubblicato Nero Dostoevskij e Stefano Trinchero che è uscito con La coppia infedele per i tipi di 66th&2nd. Io trovo che il panorama noir italiano sia bello vivo e interessante, con romanzi che raccontano molto bene i problemi e le contraddizioni della nostra società.

Un uccellino mi ha detto che l’altro giorno eri a Chieri a una presentazione. Come è andata? Ti diverti a presentare i tuoi libri in sale gremite di gente, o sei un timido? L’episodio più bizzarro successo durante una presentazione.

Le sale “gremite” di gente sono una rarità, però qualche volta ancora succede. A Chieri è successo e la presentazione è andata molto bene, grazie anche a Carlo De Filippis, l’autore de Le molliche del commissario, che mi ha messo sotto con grande humour e simpatia. Fare le presentazioni è un’attività che mi diverte molto. Ti dà la possibilità di conoscere i tuoi lettori e di conquistarne di nuovi e ti permette di viaggiare. Quando capita che ci sia poco pubblico non me la prendo, in linea di massima la colpa è solo mia e della mia piccola fama. Quelle persone sono venute ad ascoltare me e quindi si meritano tutto il mio rispetto. In genere, quando capita, ci si siede attorno a un tavolo, si apre una bottiglia di vino e si fa una bella chiacchierata. L’episodio più bizzarro mi è successo qualche tempo fa; dovevo presentare Simone Sarasso, appena uscito con il suo romanzo sulla storia della mafia americana e ho portato con me un mitragliatore Thompson, quello con la ruota che si vede nei film di gangsters. Era finto, ma la gente che passava fuori dalla libreria non lo sapeva e vedere le loro facce è stato divertente. Una signora è entrata in libreria, ha visto Simone con il mitra ed è uscita come se niente fosse, ma molto alla svelta.

Come procede Torinoir, mi è giunta voce che l’altro giorno uno di voi si è sposato. Avrete ancora il tempo di riunirvi nelle piole a tirar tardi?

Torinoir è sempre viva e vegeta e i soci non disdegnano il ritrovarsi a chiacchierare bevendo vino e mangiando le torte di Patrizia Durante, la sola donna del gruppo e, di conseguenza, la testa pensante. Abbiamo in corso diversi progetti e nelle prossime settimane se ne vedranno delle belle.

Parliamo di scrittura. Come si fa a far vivere a lungo un personaggio seriale? Quali sono gli errori da non commettere e i piccoli segreti da non divulgare?

I piccoli segreti da non divulgare non te li dico, così non li divulghiamo. Penso che ogni autore abbia un suo modo di gestire un personaggio seriale. Per prima cosa devi decidere se invecchia; io ho già un piede nella fossa e se faccio invecchiare Mordenti, nel giro di qualche anno finiamo entrambi in seggiola a rotelle e addio indagini. Quindi ho deciso che lui invecchia al contrario dei cani: un anno ogni sette. Questo significa che deve cambiare utilizando altri parametri. Ogni romanzo ci svela qualcosa di sé che prima non si sapeva, o qualche lato del suo carattere. Man mano che si va avanti i protagonisti si raccontano al lettore, si svelano, coltivano un’intimità con lui sempre più stretta. Penso che sia questo il vero segreto, fare in modo che la curiosità non sia mai del tutto soddisfatta.

Si ride nei tuoi noir. Perché questa scelta?  È la lezione di Dard?

Senza dubbio e a mia insaputa, Frédéric Dard, con il suo San-Antonio, è stato molto importante nella mia formazione e mi ha immensamente divertito. Ancora continua a farlo. Mi ha svelato l’importanza dell’ironia, anche l’auto-ironia, e dell’umorismo nel romanzo di genere. Tutti i grandi che hanno utilizzato questi due ingredienti mi sono piaciuti più di quelli che si prendevano troppo sul serio. Ironia e umorismo aiutano a stemperare la violenza, possono rendere paradossale una scena che viceversa sarebbe banale, senza però farla diventare inverosimile. Io non posso farne a meno, forse è dovuto al fatto che trovo che per sopravvivere nel mondo di oggi c’è bisogno di tanta ironia e di una buona dose di humour. Altrimenti, ti butti dalla finestra.

Cosa consiglieresti a un giovane scrittore, con un discreto talento, che non sa che pesci pigliare e non ha amici nell’ambiente. L’autopubblicazione è una strada, o la sconsigli?

Gli consiglierei di aprire un ristorante e di dimenticarsi la scrittura. Tanto, nessuno ti dà retta.

Leggi anche ebook, o solo libri di carta e inchiostro?

Leggo essenzialmente volumi di carta. E “volumi” non è una parola usata a casaccio, perché si fa in fretta a riempire una casa. Però non posso farne a meno. Non ho un lettore Kindle o similare e non ho sostanzialmente nulla contro l’ebook. Io li leggo sul telefono e sono in genere romanzi in lingua originale, francese e inglese. In questo modo faccio prima a trovarli e me li leggo quando sono in coda alle poste o dal dentista.

Pensi che il digitale abbia costretto a chiudere molte librerie o i problemi sono altrove?

No, credo che il digitale c’entri poco. Cosa mette in ginocchio i miei amici librai è il fatto che in questo paese il settanta per cento della gente non legge un solo libro all’anno. E poi ci sono i giganti come Amazon e simili, che penso portino via la fetta più grossa di venduto. Quello che è certo, è che in questo paese non esiste uno straccio di politica che vada incontro ai librai, né da parte del governo, né da parte dell’editoria. Vedere le librerie che chiudono è una sensazione molto dolorosa, appena appena ripagata dal vederne ogni tanto qualcuna che apre. Quelli sì che sono dei pazzi, ma coraggiosi.

In un’ intervista ho letto che hai molto imparato da un libro autobiografico di una donna che è stata a capo del Quai des Orfèvres, mi piacerebbe saperne di più.

Dici il giusto, donna bianca. In effetti, anni fa la mia amica e mia traduttrice in francese, Catherine, mi ha regalato l’autobiografia di Martine Monteil, la prima donna commissario francese. Madame Monteil ha fatto carriera all’interno della polizia giudiziaria. Era bella come un’attrice, un tipo tosto, a occhio e croce. Lei ha diretto tutte le brigate della PJ, comprese la brigata per la repressione del banditismo e la celebre Crim’, la brigata criminale. Ha seguito casi molto importanti, come quello delle bombe sul metrò a Parigi, l’arresto di Françoise Sagan, e il suicidio di Jean Seberg, che le ultime settimane di vita passava spesso al Quai des Orfèvres. Era Martine Monteil che comandava la brigata criminale durante l’indagine più difficile e delicata, la morte di Lady Diana nel tunnel dell’Alma. Madame è poi diventata prefetto e, una volta in pensione, ha scritto la sua autobiografia che è una vera fonte enciclopedica di termini, tecniche e luoghi. Merci Martine!

E adesso parlaci di cosa stai scrivendo. Zara tornerà presto?

Al momento sto scrivendo un romanzo a sé stante, un noir che si svolge a Torino e il cui personaggio non è un poliziotto, o, per lo meno, non lo è più. Mi piace come sta venendo ma ci devo sputar sangue. Nel frattempo sto cercando di mettere insieme un nuovo romanzo di Zara e, per ovvi motivi, uno di Mordenti. Estote parati

E adesso un saluto, e ricordati che mi devi un autografo, dopo Refn quando ti piglio più.

Un saluto a te e un abbraccio forte. E non ti preoccupare, dovesse esserci un dopo Refn, mi ripigli esattamente come prima. Son troppo vecchio per metttermi a fare il prezioso.

:: Una pistola come la tua, Enrico Pandiani, (Rizzoli, 2016)

9 giugno 2016

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Nuova indagine per Les italiens, fortunata serie che sta facendo conoscere nel mondo il nostro torinesissimo Enrico Pandiani. E’ certa la notizia che Nicolas Winding Refn girerà una serie televisiva (per lo meno il primo episodio) ambientata a Parigi, tratta dal primo romanzo della serie. E anche i nostri cugini d’Oltralpe, di solito molto diffidenti e campanilisti, sembrano aver gradito i suoi noir venati di umorismo alla Frédéric Dard. Insomma è un bel periodo per Pandiani, che certo non si sarebbe mai immaginato sette anni fa, quando usci Les italiens per un piccolo editore torinese, tutto ciò. Lui no ma i lettori in un certo senso se ne sono accorti eccome che erano storie diverse dal solito, storie che sarebbero andate lontano. Per Rizzoli dunque è uscito in libreria Una pistola come la tua, quinto romanzo della serie, una storia amara, divertente, politicamente scorretta nel più puro stile Pandiani (forse è l’unico che usa ancora la parola negro in un suo romanzo). Una storia che ci porta a scorrazzare per Parigi, di locale in locale, dietro a un delinquente di mezza tacca, che ci fa trovare una testa di donna sul tavolo dell’ingresso di un appartamento di lusso. Una storia di inseguimenti, gente che salta dai tetti, sparatorie, con un pizzico di violenza in più, sempre stemperata da un disincantato umorismo, una dissacrante ironia che non rassicura del tutto, ma ci fa prendere le cose non troppo sul serio, non troppo lugubremente insomma. Avete presente quei noir torbidi e deprimenti, con una cappa nera che grava inesorabile. Beh i noir di Pandiani non sono così, anche nei momenti più drammatici una battuta, una freddura, un’ arguzia scolora il tutto, senza però scadere nella macchietta o nella pochade. C’è sempre un retrogusto amaro, molto francese, una morale di fondo, forse un po’ manichea, che pone i cattivi da un lato, senza speranza, senza possibilità di redenzione. E poi intrighi, politici corrotti, fusti in fondo al lago, maneggi da alte sfere, figli illegittimi, ragazze in difficoltà. Pandiani ama complicare le cose, non gli piacciono le storie lineari dove da a si va a b, ci son sempre sottotrame che portano altrove, e questa volta in 400 pagine ne ha trovato di spazio per far carambolare il lettore dietro ai suoi personaggi. Si mangia sempre choucroute, piatto alsaziano a base di carne di maiale e crauti (mi sono informata, se volete ho anche la ricetta), la squadra cambia ma i personaggi storici resistono incrollabili, e se Mordenti fa cancellare una multa alla nipote di Madame Kaganovitch, prostituta d’alto bordo sua amica, da Roger Bollani, un rimbambito che lavora alla stradale, promettendogli un appuntamento con Liz Hurley, noi che facciamo, non lo perdoniamo? Mordenti, malgrado tutto si trova la patacca dell’eroe, del cavaliere bianco dalla splendente armatura pronto a tutto quando c’è una donzella in difficoltà. Va beh un cavaliere un po’ recalcitrante, ma Mordenti è Mordenti. Prendere o lasciare. E poi ha anche un capo piuttosto ingombrante di cui tenere conto, una capo che in questa indagine sarà coinvolto molto da vicino. Buona lettura.

Enrico Pandiani (Torino, 1956) ha esordito nel 2009 con Les Italiens, primo romanzo di una serie poliziesca che diventerà presto anche serie tv, con una coproduzione internazionale. Nel catalogo Bur sono disponibili Pessime scuse per un massacro, La donna di troppo e Più sporco della neve.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Giulia dell’Ufficio stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un caso come gli altri, di Pasquale Ruju (E/O, collezione Sabot/age, 2016) a cura di Federica Belleri

27 maggio 2016

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Annamaria si è innamorata, sui banchi della scuola superiore. La sua vita nella Locride è sempre stata semplice e modesta. Con le parole e i giusti modi Marcello l’ha conquistata e chiesta in moglie alla futura suocera. Tutto in regola, tutto perfetto e così intenso da stordire. Marcello pare un uomo per bene, anche se ogni tanto un’ombra gli oscura lo sguardo. Annamaria lo ama e non fa domande. Anche il suo lavoro è un argomento da non affrontare, perché non le compete. Anche le regole sono fondamentali e vanno rispettate. Perché Annamaria è sua moglie, questo conta. Possibile che sia tutto così semplice? Possibile che il loro benessere economico arrivi improvviso? Possibile che per strada vengano salutati entrambi in modo ossequioso? Cosa non riesce a vedere Annamaria?
Un caso come gli altri” è una nera storia d’amore, legata all’importanza e alla rispettabilità della Famiglia, dove ogni tradimento o trascuratezza ha un prezzo. L’ammirazione di Annamaria per Marcello la rende inconsapevole del significato dei suoi silenzi. La rende quasi immune al dolore e all’amore per lui, che sta cambiando. Marcello e Annamaria sono sposati da parecchi anni ormai, ma le loro strade cambiano direzione. La dolcezza si trasforma in rabbia, il pericolo e l’istinto di protezione chiedono vendetta. Il sospetto e la gelosia annebbiano la capacità di ragionamento. Il rifiuto non è contemplato. Chi è davvero Marcello? Chi è sua moglie, e perché si trova in una stanza degli interrogatori davanti al sostituto procuratore?  “Un caso come gli altri“. La vita di una donna, intrecciata a quella del suo uomo, per sempre, fino alla fine. Attraverso gli occhi, l’onore, la forza del possesso e la fragilità degli istinti. Dentro la paura e il sangue, la bellezza e il sesso. Scrittura precisa, fine e diretta. Emozioni curate con tatto e sensibilità.  Ottimo romanzo. Buona lettura.

Pasquale Ruju, classe 1962, laureato in Architettura, ha lavorato in teatro, cinema, radio, televisione e nel doppiaggio, dando voce a personaggi di cartoni animati, soap e telefilm. Dal 1994 collabora con la Sergio Bonelli Editore in qualità di soggettista e sceneggiatore. Ha scritto oltre cento storie per albi di Tex, Dylan Dog, Nathan Never, Dampyr, Martin Mystère ed è autore delle miniserie Demian, Cassidy e Hellnoir. Un caso come gli altri è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Colomba dell’Ufficio Stampa E/O, Sabot/age.

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:: La Bestia di Sannazzaro, di Alessandro Reali (Fratelli Frilli, 2016) a cura di Irma Loredana Galgano

19 maggio 2016

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In La Bestia di Sannazzaro. Lomellina, inverno di guerra 1917 (Fratelli Frilli Editori, 2016) Alessandro Reali conduce il lettore in un durissimo periodo della storia italiana. Racconta uno spaccato di vita reale, concreta, con le sofferenze, le privazioni, il dolore e la morte che ogni guerra comporta, per chi va al fronte e per chi resta ad aspettarlo, spesso invano.
Tra le vicende ispirate alla realtà, l’autore inserisce il delitto intorno a cui ruota l’intero noir. Un omicidio dettato più dalla follia che dalla passione, deleteria conseguenza di un accumulo di frustrazioni che inutilmente l’omicida ha cercato di annegare nell’alcol.
Non mancano nel testo di Reali i riferimenti al dualismo, per certi versi ancora attuale, tra gli intellettuali di sinistra e i borghesi/capitalisti di destra, la stratificazione sociale e le sue conseguenze, rintracciabili con facilità anche nella odierna società.
Nicola Necchi è un ragazzo di soli 15 anni con in corpo «la voglia di andare, fare, scoprire e capire, perché era quasi un uomo e suo padre se l’era portato via la maledetta guerra, nel maggio di quello stesso 1917, sul fronte del Carso, nella decima battaglia dell’Isonzo». Un giovane uomo che cerca di trovare la propria strada divincolandosi tra i discorsi altisonanti dell’avvocato Persico, la depressione di sua madre e la finta debolezza di sua nonna, la quale in realtà accudisce e mantiene tutti in casa e cerca di frenare la volontà ribelle di Nicola raccontandogli storie spaventose sulla pericolosa Bestia che aggredisce gli avventori notturni del paese.
Il segreto sull’identità del vero assassino non è l’unico mistero a essere svelato nel testo di Reali, il quale basandosi sui racconti di sua nonna, suo nonno e suo padre rivela tanti particolari sulla vita del piccolo borgo di Sannazzaro de’ Burgondi e dei suoi abitanti. Tradizioni, usi, costumi, superstizioni, leggende, intrecci amorosi e d’affari che riguardano il paesino lungo le rive del Po ma potrebbero essere riferiti a qualsiasi altro sito d’Italia.
Lo stile di Reali è molto intenso, il ritmo incalzante della narrazione mantiene alto l’interesse di chi legge e viene costantemente invogliato a continuare a farlo dalle numerose “rivelazioni” attese. Solo nei passaggi in cui l’autore, citando oggetti, riporta il nome in dialetto e il significato tra parentesi indispongono un po’ il lettore, il quale in un libro di narrativa non cerca spiegazioni ma altro. Sarebbe stato preferibile, forse, inserire la spiegazione sul significato nel contesto della narrazione e non estrapolarla da questa isolandola.
L’ambientazione è piena di atmosfere suggestive, di paesaggi, case e casolari avvolti dalla nebbia e dal mistero della Bestia che incombe minacciosa sull’incolumità degli abitanti del borgo. Descrizioni che rimandano la mente del lettore alle lande narrate dal grande maestro sir Arthur Conan Doyle quando portava Holmes a correre lungo le strade e le campagne avvolte dalla foschia, dal mistero e dalla paura causata dal mastino dei Baskerville, nel libro omonimo. Anche in quel caso si è scoperto che è di altra razza la “bestia” feroce di cui aver paura: umana.

Alessandro Reali: Lavora in un laboratorio chimico dell’ENI. È appassionato di lettura e arte. La Bestia di Sannazzaro è il sesto libro che pubblica con Fratelli Frilli Editori.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli Editori.

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:: Maria Viani e la ombre del ’68, di Maria Teresa Valle (Fratelli Frilli Editore, 2016) a cura di Micol Borzatta

6 maggio 2016

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Maria Viani è a Genova per seguire i corsi all’università di medicina. Per non dover fare la pendolare a orari impossibili decide di dividere le spese con una ragazza. La sua coinquilina è Elisabetta, una ragazza che studia scienze politiche e che è coinvolta molto attivamente nelle rivolte studentesche dell’epoca.
Un giorno, dopo che durante una manifestazione un poliziotto viene ferito, Elisabetta dice a maria che va via con degli amici per tre giorni, ma dopo un mese non è ancora tornata e non si è nemmeno fatta sentire.
Maria inizia a essere preoccupata e grazie all’aiuto di un suo amico poliziotto e del fratello di Elisabetta inizia a indagare su quanto accaduto all’amica.
Un romanzo davvero spettacolare che sa come tenere il lettore con il fiato sospeso e soprattutto trasportarlo nella dura realtà del ’68 italiano. Le rivolte studentesche e le lotte di classe sono descritte molto dettagliatamente, sia per quanto riguarda lo sviluppo, quindi la parte materiale e concreta come le manifestazioni, la preparazione dei cartelli, le gesta dei partecipanti, che per quanto riguarda tutta la parte astratta, quindi le emozioni che si accavallano e alternano negli animi del popolo, i pensieri degli studenti che gli operai, i dolori e le disillusioni, lo stato d’animo dei cellerini, che pur dovendo eseguire obbligatoriamente gli ordini, alcuni di loro hanno una battaglia interiore continua perché contrari ai metodi che sono costretti a usare.
Una realtà che purtroppo fa parte del nostro passato e che purtroppo a causato molti danni e problemi e che solo le vecchie generazioni hanno ben presente e conoscono fino in fondo, ma che in realtà dovremmo conoscere tutti e non solo come ci viene raccontato dalle istituzioni, ma dovremmo conoscere realmente i fatti, conoscere realmente cosa spingeva le persone a rivoltarsi e imparare dal loro coraggio.
Un romanzo che sa unire storia e fantasia in maniera impeccabile, trattando argomenti molto importanti e pesanti con serenità e con uno stile narrativo leggero così che possa essere accolto da tutti.

Maria Teresa Valle nasce a Varazze (SV). Laureata in scienze biologiche ha iniziato a lavorare come Dirigente Biologa all’Ospedale San Martino di Genova. Attualmente fa la nonna.
Ha già pubblicato nel 2008 La morte torna a settembre, nel 2009 Le tracce del lupo, nel 2010 Le trame della seta. Delitti al tempo di Andrea Doria, nel 2012 L’eredità di zia Evelina. Delitti nelle langhe, nel 2013 Il conto da pagare, nel 2014 La guaritrice. Piccoli sospetti e nel 2015 Burrasca. Delitto al liceo Chiabrera.
Ha inoltre vinto il 36° premio Gran Giallo della città di Cattolica con il racconto Apro gli occhi.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Fratelli Frilli Editore.

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:: Recensione di La notte di Praga di Philip Kerr (Piemme, 2013)

9 novembre 2013

la notte di pragaC’era poca birra in giro, spesso non ce ne era affatto. Taverne e osterie iniziarono a chiudere un giorno alla settimana, poi due, a volte tutte assieme, e dopo poco ci furono solo quattro localini in città dove si potesse regolarmente trovare un boccale di birra. Quell’acqua acida, marroncina e salmastra che sorseggiavamo tristi dai nostri bicchieri mi ricordava più che altro il liquido dentro i buchi delle granate e le pozzanghere stagnati della Terra di Nessuno, dove a volte eravamo stati costretti a cercare riparo. Per un berlinese era quella la vera disgrazia. Era difficile trovare i superalcolici e questi significava era impossibile ubriacarsi e sfuggire a se stessi. Ecco perché a tarda notte finivo spesso a pulire la pistola.     

La notte di Praga (Prague Fatale, 2011), tradotto da Elena Orlandi ed edito da Piemme, è l’ottavo romanzo dedicato dallo scrittore scozzese di Edimburgo, classe 1956, Philip Kerr, al personaggio di Bernhard “Bernie” Gunther, investigatore nella Germania nazista.
Tutto cominciò con una trilogia Berlin Noir composta da tre romanzi: Violette di marzo (March Violets, 1989), Il criminale pallido (The Pale Criminal, 1990), Un requiem tedesco (A German Requiem, 1991) portati in Italia da Passigli editore.
Ma naturalmente un personaggio come “Bernie” Gunther meritava altro spazio e quindici anni dopo Kerr riprese la serie con L’uno dall’altro (The One From the Other, 2006),  A fuoco lento (A Quiet Flame, 2008), Se i morti non risorgono (If The Dead Rise Not, 2009), tutti editi da Passigli, l’inedito Field Grey del 2010, appunto La notte di Praga, e l’ultimo, ancora anch’esso inedito in Italia, A Man Without Breath del 2013.
Se avete amato la serie di Martin Bora di Ben Pastor troverete di sicuro interesse anche questa serie caratterizzata forse da una maggiore crudezza e durezza.
Siamo a Berlino nell’autunno del 1941, e il commissario della polizia criminale di Alexanderplatz “Bernie” Gunther, di ritorno dall’Ucraina in cui ha partecipato a veri e propri stermini di massa, vive tormentato dal rimorso e dall’avversione sempre più crescente per il regime nazista, meditando ogni sera il suicidio, smontando e rimontando la sua Walther automatica.
La vita a Berlino è fatta di grandi ristrettezze. Manca tutto e quello che resta è razionato: le patate, la carne,

in teoria ognuno di noi aveva diritto a mezzo chilo di carne alla settimana, ma anche a patto di trovarla era più probabile riceverne solo cinquanta grammi per un buono da cento, il latte, il pane, sapeva di segatura e molti giuravano che fosse fatto proprio con quella. Difficile trovare vestiti, o scarpe, non si poteva compare un paio di scarpe ed era impossibile trovare un calzolaio,

o qualsiasi altro oggetto di consumo se non prodotti di imitazione e di scarsa qualità

i lacci si spezzavano quando cercavi di stringerli. I bottoni nuovi si rompevano tra le dita mentre ancora tentavi di cucirli. Nessuno si lavava quasi più se non con un misero pezzo di sapone sbriciolato grande come un biscotto(…) un pezzo per un mese intero.

La propaganda sui giornali titola: La nostra disgrazia sono gli ebrei e intanto le bombe della RAF si abbattono su cose e persone tra un coprifuoco e l’altro.
Tutto manca a Berlino tranne i furti e i delitti e “Bernie” Gunther, ritornato a lavorare alla Kripo, si trova ad indagare su un presunto suicidio che ben presto si rivela un omicidio.
Geert Vranken, un operaio di ferrovia volontario, trentanovenne nato in Olanda, viene rinvenuto ai lati di una ferrovia dopo essere stato investito da un treno. Profonde ferite di coltello evidenziano successivamente che è stato assassinato.
Mentre indaga su questo delitto (che sembra scollegato ma che ritroveremo connesso alle indagini successive) Bernie salva una ragazza, Arianne Tauber, da una apparente tentativo di violenza. E qualcosa di molto simile all’amore entra nella sua vita. Arianne lavora come guardarobiera in un night club e forse non è niente altro che una prostituta, ma per Bernie è soprattutto l’occasione di distrarsi, di vivere una storia che abbia qualcosa di umano per non pensare continuamente al suicidio.
Poi una vecchia conoscenza del passato, il generale delle SS Reinhard Heydrich, ora promosso governatore del Protettorato di Boemia e Moravia, lo chiama a Praga con la scusa di aver bisogno di una guardia del corpo, dopo una serie di recenti attentati alla sua vita. Il vero motivo è ben diverso e Bernie lo scoprirà, a caro prezzo, indagando sull’omicidio di un assistente di Heydrich.
Omaggio sicuramente a L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie, La notte di Praga è un romanzo interessante sia per la parte storica, la ricostruzione di un’ epoca, che per la parte puramente investigativa e deduttiva. Infondo è anche una spy story classica, narrata con tinte noir e arricchita da un protagonista come Bernie Gunther difficilmente paragonabile al classico eroe positivo di tanta letteratura gialla.
E’ stato strumento di atti di pulizia etnica, e sebbene non condivida l’ideologia nazista, anzi ritenga tutti i nazisti, Hitler in testa, semplici criminali, e sfrontatamente dichiari la sua avversione al potere anche a rischio di ritorsioni, è pur tuttavia colpevole di aver ubbidito ad ordini che tormentano la sua coscienza di poliziotto e di soldato. E proprio la sua coscienza lo rende un osservatore quasi imparziale dei meccanismi che regolano il potere nazista.
Sicuramente è difficile immaginare che un poliziotto potesse avere tutta l’autonomia e la sfrontatezza del personaggio creato da Kerr, immagino che nella realtà sarebbe finito ben presto accusato di alto tradimento e giustiziato, pur tuttavia è difficile non provare simpatia sia per questo personaggio che per Arianne Tauber, donna con cui vive una breve parentesi sentimentale e che si rivelerà ben diversa da come la immaginava.
Bernie Gunther resta comunque un buono, per quanto le condizioni lo rendano possibile, in un mondo dove il Male governa indisturbato.
Da recuperare i romanzi precedenti.

Philip Kerr, nato a Edimburgo, vive tra Wimbledon e la Cornovaglia. Dopo la laurea in Legge, ha cambiato completamente ambito e ha lavorato per anni come copywriter in alcune delle più importanti agenzie pubblicitarie inglesi. Ha all’attivo numerosi romanzi, i più famosi dei quali compongono la serie noir in cui compare il detective Bernie Gunther, indimenticabile protagonista de La notte di Praga. Autore bestseller in Gran Bretagna e in Francia, Philip Kerr è amatissimo tanto dal pubblico quanto dalla critica, che gli ha tributato numerosi riconoscimenti, tra cui l’Ellis Peters Historical Award.