Intervista a Stefano Sciacca per il suo noir “L’ombra del passato” (Mimesis, 2020). A cura di Viviana Filippini

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“L’ombra del passato” di Stefano Sciacca, edito da Mimesis, è un intrigante noir dal ritmo incalzante e ricco di colpi di scena, che prende forma nella Torino post Seconda guerra mondiale. Qui, il protagonista – il detective Artusi- si aggira nei meandri delle vie cittadine per indagare su due casi pieni di enigmi irrisolti e scoprire che non sempre le persone e i fatti sono quello che sembrano o che vogliono far credere. Ne abbiamo parlato con l’autre.

Benvenuto Stefano, come è nata l’idea del romanzo e la scelta di ambientarlo nella Torino post bellica? Il romanzo nasce dal desiderio di confrontarmi con un genere cinematografico, il noir hollywoodiano, che amo e che ho affrontato attraverso la pubblicazione intitolata Prima e dopo il noir. La sfida che mi sono posto è stata adattare i cliché tipici dei b-movies americani al contesto europeo e in particolare alla mia città, Torino, provando allo stesso tempo a declinare in maniera inedita l’angoscia e l’inquietudine tipiche del dopoguerra e già appunto oggetto della polemica realistica del cinema nero statunitense, a cavallo tra gli anni ’40 e ’50 del secolo scorso.

Perché ha scelto la narrazione in prima persona? Ecco un altro omaggio al noir americano che spesso ha valorizzato la componente soggettiva attraverso memorabili sequenze oniriche. In questo il cinema hollywoodiano ha tratto a propria volta ispirazione dal cinema espressionista tedesco, fortemente influenzato durante gli anni ’20 del XX secolo dagli studi psicanalitici. Comunque non si è trattato solo di una questione stilistica. La narrazione in prima persona è stata funzionale a raccontare il mondo attraverso la prospettiva di un protagonista-narratore che domina la scena e condiziona e altera persino la percezione stessa della scenografia e dello sviluppo, secondo una logica appunto espressionista. Tutto quanto è raccontato risulta espressione della sua sensibilità e di come essa lo porta a vivere gli eventi in prima persona.  

Leggendo il romanzo si percepisce il costante bisogno e desiderio di soldi di Artusio, quanto è importante davvero per lui guadagnare? Il bisogno, a quei tempi, per molti era effettivamente impellente. Quanto al desiderio, non vi è dubbio che il carattere di Artusio risponda, almeno all’apparenza, allo stereotipo del detective hard-boiled portato sullo schermo dai film noir americani. La poetica di quei capolavori fu certamente ispirata da una concezione disillusa e cinica della natura umana che anche io sento di condividere. La società moderna, come sono quella del romanzo e la nostra, è caratterizzata dalla promiscuità e dalla mobilità sociale. A nessuno è teoricamente preclusa la possibilità di ottenere successo e fare strada. Perciò tutti si lanciano nella corsa, urtandosi, sgambettandosi, cadendo a propria volta. La maggior parte viene travolta dalla massa e resta schiacciata, ferita, agonizzante. Eppure, nonostante l’evidenza di questo gioco al massacro, nessuno riesce a sottrarvisi, in quanto il costante confronto con chi sta meglio, con chi ha di più, stimola vergogna e desiderio di riscatto. La maniera più facile per riscattarsi è appunto fare fortuna. Ma Artusio scoprirà che (ri)guadagnare se stesso vale assai più che guadagnare un mucchio di denaro sporco di sangue. Questa, in fondo, è la morale del racconto.

Quali sono i modelli letterari e non dai quali ha preso ispirazione? Benché il romanzo sia breve e, mi auguro, anche piuttosto agile, esso costituisce l’esito di un forte investimento personale. Si è trattato dello strumento attraverso cui sfogare convinzioni maturate durante lo studio della Modernità, attraverso la critica letteraria, artistica, cinematografica, attraverso la lettura e l’analisi di Seneca, Shakespeare, Balzac, Dostoevskij, Nietzsche e Pirandello. Il confronto con Fritz Lang, John Huston e Akira Kurosawa, l’incontro con Courbet e Van Gogh, Grosz e Bellows, Hopper e de Chirico, André Breton e Luis Buñuel. Insomma, dentro c’è un po’ di tutto. Ci sono io. E il mio mondo che, indubbiamente, è molto noir.    

Quanto il vissuto del passato influenza le vite dei personaggi protagonisti? Quanto influenza quello di ciascuno di noi, secondo le teorie psicanalitiche e anche alla luce dell’esperienza di tutti i giorni. L’idea del passato come giudice al quale è impossibile sottrarsi caratterizzava già il cinema noir e rappresenta un assillo ricorrente della mentalità moderna. La quale, mentre esalta il presente, considerandolo sufficiente a se stesso, condanna se stessa a relegare il passato nel proprio subconscio, pronto a ritornare alla prima occasione sotto forma di incubo. Tutti noi siamo la somma delle nostre esperienze, dei nostri incontri, specialmente quando questi sono stati particolarmente dolorosi e traumatici. Ed è illusorio sperare di potersene liberare semplicemente cambiando vita o identità. Cambiando nome, come tanti autori e tanti personaggi della letteratura moderna hanno provato a fare.   

Artusio indaga su due casi diversi, ma quando essi si intrecciano resta indifferente a questa casualità, perché?  Più che indifferente, direi che è impotente. E di questa impotenza, in verità, egli soffrirà moltissimo. Perché si scoprirà assai più debole e vulnerabile di quanto non amasse credere.  L’indifferenza che Artusio ostenta così come anche il suo dissacrante cinismo sono solo una posa. Una maschera, di quelle che tutti, più o meno consapevolmente, indossiamo per difenderci dalla realtà.  Però, nel corso della narrazione, ricorrono diversi passaggi durante i quali, rimasto solo con se stesso, egli deve toglierla e, osservandosi in uno specchio ideale, fare i conti con la propria coscienza. In questo modo egli metterà in discussione il ruolo che, per sua volontà o per capriccio della vita, è stato costretto a inscenare. Quel ruolo che, appunto, lo ha condotto a ritrovarsi annodato tra i due casi, fino a rischiare di restarne soffocato.

Artusio è spesso irriverente verso le forze dell’ordine, cosa scatena in lui questo atteggiamento? Il dissenso nei confronti della società moderna e delle sue istituzioni. Ipocrite, perbeniste, insensibili e disumanizzate. Si tratta di un altro cliché del cinema noir che confrontava in continuazione reietti e marginali, dotati di straordinaria umanità e di una propria solida morale, con personaggi rispettabili, potenti e affermati, del tutto privi però di carattere, emozioni, coscienza e rimorsi. Il commissario Lombardi è appunto l’investigatore votato a una caccia spietata, condotta secondo una logica ferrea e insensibile. Un personaggio esclusivamente scientifico, sprovvisto di qualunque poesia. Di qualunque umana compassione.  

Nel suo libro precedente si occupava di Shakespeare, mentre in questo c’è un investigatore privato alle prese con due indagini. Come è sperimentare generi letterari diversi? Indubbiamente costituisce una sfida, ma offre anche l’opportunità di sperimentare più vie e, dunque, fare più incontri, ciascuno dei quali contribuisce ad arricchire e formare la poetica di un autore.  In realtà, comunque, si tratta di lavori che, sebbene molto diversi tra loro, condividono il comune interesse per lo studio della società e dell’uomo moderni.

Se si facesse un film tratto dal suo romanzo, chi vedrebbe nella parte di Artusio e in quella di Lombardi? Per uno scrittore cinefilo come me, fantasticare sugli attori che potrebbero portare sullo schermo i personaggi dei propri romanzi non è soltanto un bel sogno, ma anche l’occasione per una revisione critica del lavoro svolto. In questo senso ritengo che per la parte di Artusio sia indispensabile un attore capace di esprimere contraddizione e tormento. Qualcuno in grado di passare da un certo timbro nelle sequenze corali d’azione a un altro, molto diverso, nelle sequenze più meditative. Quando cioè il protagonista si ritrova da solo con se stesso e i propri fantasmi e assume un tipo di espressioni che non mostra in pubblico. Mi piacerebbe chiedere ad Alessandro Gassmann come si vedrebbe alle prese con un incarico del genere. Perché gli riconosco versatilità e complessità. Per quanto riguarda Lombardi è necessario un interprete capace di esprimere, in poche scene, la disumanità della modernità. Il successo di un film si regge spesso sulla qualità dei personaggi minori, come fu per esempio nel caso di uno dei capolavori del genere noir, Il mistero del Falco, alla cui magia la bravura di Peter Lorre e Sidney Greenstreet contribuì non meno del carisma di Bogart e della Astor. Questo ruolo, poi, è estremamente delicato e ulteriormente complicato perché, per essere consapevolmente disumani, occorre conoscere a fondo cosa sia l’umanità. Mi piacerebbe che il compito fosse affidato ad Alessio Boni. Secondo me, potrebbe essere uno straordinario commissario Lombardi. Si tratta, in entrambi i casi, di attori che stimo e sono sicuro che saprebbero conferire ai personaggi sfumature e caratteristiche che io non sono stato capace di immaginare. Contribuirebbero cioè alla vita del romanzo, facendolo crescere, maturare, migliorare. Più o meno come capita con i critici e i lettori più attenti e appassionati. Esattamente come è capitato anche con Steve Della Casa, autore della bellissima prefazione che rilegge il mio racconto persino aldilà delle mie migliori intenzioni.    

Ha intenzione di proseguire con le indagini dell’investigatore privato Artusio? Michele Artusio è stato il mio alter ego in una bella avventura letteraria e personale. Egli resta parte di me e talvolta ancora mi parla, si fa interprete delle mie convinzioni, volto delle mie ossessioni. È un amico, un caro amico. E non me la sento di dirgli definitivamente addio. Comunque continuerà a vivere anche in altri personaggi. Seguiterà a farmi sentire la propria voce. Con riferimento alle sue indagini, è possibile che prima o poi ne scriva ancora. Ma si tratterà soprattutto di indagini interiori, alla scoperta della sua e della mia complessità. Delle nostre poche virtù e dei nostri innumerevoli vizi.

Stefano Sciacca è nato a Torino nel 1982. Si è laureato in giurisprudenza e specializzato nelle professioni legali all’Università degli Studi di Torino, ha studiato all’Università di Oxford e collaborato con l’Organizzazione mondiale della proprietà intellettuale. Ha pubblicato testi di critica cinematografica e letteraria e il romanzo Il diavolo ha scelto Torino (2014). Con Mimesis ha pubblicato “Sir William Shakespeare, buffone e profeta” (2018).

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