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Vita dei bambini nell’antica Roma. Usi costumi e stranezze all’ombra del Colosseo, Chae Strathie (Edizioni Lapis,2020) A cura di Viviana Filippini

25 settembre 2020

Chissà come vivevano i bambini nell’antica Roma. Cosa mangiavano, che giochi facevano, che rimedi usavano quando erano malati e cosa facevano a scuola. A raccontare tutto questo ai piccoli lettori ci pensa “Vita dei bambini nell’antica Roma. Usi costumi e stranezze all’ombra del Colosseo”, di Chae Strathie con le simpatiche e divertenti illustrazioni realizzate da Marisa Morea. Il volume edito da Lapis è suddiviso per sezioni: l’istruzione, i giochi, la casa, la medicina, gli animali domestici, gli imperatori, i gladiatori, la scuola. Un insieme di immagini e parole grazie alle quali il piccolo lettore di oggi è portato non solo a confrontarsi con i bambini dell’età di epoca romana, ma a scoprire quanto fosse diverso vivere nella città ai tempi degli Imperatori. Tra le cose curiose ci sono interessanti notizie relative all’igiene personale per esempio, perché si scoprirà che i bambini dell’antica Roma non usavano della carta igienica, ma una spugna spesso e volentieri condivisa. A scuola, in quei tempi si andava tutti i giorni, sette su sette, e non c’erano i quaderni con stampato sopra i volti dei cantanti o attori preferiti, ma venivano usate delle tavolette sulle quali si doveva incidere per scrivere. Altro aspetto interessante considerato dal libro è il tema del cibo, perché oggi molti bambini (a volte anche gli adulti) non amano mangiare la verdura, ma leggendo questo libro si scoprirà quanto fosse diversa l’alimentazione dei romani rispetto alla nostra e che forse è meglio mangiarsi un forchettata di spinaci o broccoli. Volete un esempio? Oltre al fatto di mangiare sdraiati su triclini, i romani apprezzavano la carne di ghiro o la salsa di pesce. Non manca nemmeno una sezione dedicata i giochi e ai gladiatori che scendevano a combattere nel Colosseo, resi diversi uno dall’altro dal copricapo che indossavano e dall’arma che usavano. Il libro è divertente, simpatico e molto piacevole alla lettura, perché utilizza una narrazione a tratti comica e scanzonata (mai banale però) per raccontare la storia del passato ai lettori del presente. Da ricordare che oltre al volume dedicato all’antica Roma, ci sono altri due libri di Strathie che hanno avuto al centro la vita dei bambini nell’antico Egitto e nell’antica Grecia. “Vita dei bambini nell’antica Roma. Usi costumi e stranezze all’ombra del Colosseo” è un libro interessante che aiuta ad imparare la storia in modo divertente e che accompagna il lettore bambino con semplicità e simpatia alla scoperta della vita nell’antichità aiutando chi legge a comprendere quanto fosse diverso il modo di vivere, vestire, studiare, mangiare e di curarsi nei dei bambini della Roma di 2000 anni fa. Partner del progetto di questo libro il British Museum. Traduzione Alessandra Valtieri.

Chae Strathie è un autore e giornalista per bambini pluripremiato, cresciuto in Scozia in un minuscolo villaggio circondato da una foresta. Vive a Dundee con tre gatti fastidiosi e un pesce rosso molto vecchio di nome Lazarus.

Marisa Morea è un’illustratrice freelance con sede a Madrid, in Spagnacon un diploma in un Master in Illustrazione alla Eina School di Barcellona nel 2009. Dopo alcuni anni  di lavoro come Art Director in diverse agenzie pubblicitarie, ha deciso di smettere e provare come illustratrice a tempo pieno.

Source: grazie all’ufficio stampa Lapis.

Per sempre Romantici, Cesare Catà, (Liberilibri 2020), a cura di Viviana Filippini

14 settembre 2020

“Per sempre Romantici. Florilegio della poesia inglese e tedesca ad uso dei spiriti ribelli” è il libro di Cesare Catà edito da Liberilibri, dove l’autore porta il lettore alla scoperta delle caratteristiche emotive e sensoriali della poeseia romantica inglese e tedesca in un volume con poesie presenti in lingua orginale e tradotte dall’autore stesso. Ne abbiamo parlato con Cesarà Catà.

Cosa le ha ispirato il volume “Per sempre romantici”? Anzitutto, l’idea che il Romanticismo sia più di una categoria storiografica, essendo piuttosto una forma mentis universale, presente da sempre nella storia dell’uomo, persino nella nostra era tecnologica, digitale ed economicista. Poi, certamente, un amore profondo per alcuni autori inglesi e tedeschi che, fin dai primi anni della mia giovinezza, mi ha accompagnato, affascinandomi in modo radicale; ho dunque pensato che fosse un’operazione interessante condividere questi pensieri e questo amore, attraverso traduzioni inedite e un percorso originale tra i versi di tali autori. 

In base a che principi o temi ha scelto i poeti inglesi e tedeschi da mettere nella raccolta? Non solo per un amore e un gusto personale, ma anche perché, pur nella profonda eterogeneità di stili, biografie, credo, formazione, ho ritenuto che questi poeti avessero in comune l’aver incarnato aspetti emblematici, direi archetipici, di quello che nel libro è definito “Tipo romantico”, avendo dato vita a opere poetiche incentrate tutte, mutatis mutandis, attorno ai principi del Romanticismo universale. 

Il suo volume ha come sottotitolo “Florilegio della poesia inglese e tedesca ad uso dei spiriti ribelli”, quale è il suo senso per il lettore? Si tratta di poesie che saranno amate da lettori che sono a loro volta romantici, e dunque ribelli. In alcuni casi, questi versi potrebbero anche far scoprire la parte romantica dell’animo di un lettore. 

Secondo lei nella letteratura di oggi, c’è ancora qualche frammento del Romanticismo del passato? Certamente. Come dicevo prima, lo Spirito Romantico pervade la storia tutta dell’umanità, definendo un tipo psicologico. In questo senso, abbiamo chiari esempi storico-letterari: si pensi a come il Romanticismo si trasformò e si inverò in tre distinte esperienze: nei Preraffaelliti, in Inghilterra; nel Crepuscolo Celtico di Yeats e Lady Gregory, in Irlanda; o nel Trascendentalismo americano di Thoreau e Emerson. Ma, al di là di tali esempi, certamente vi è sempre una “corrente romantica”, o un aspetto romantico nelle letterature di ogni tempo. 

Chi è e come è il vero autore romantico? Colui che, confondendo vita e poesia, arte ed esistenza, segue un principio magico che ritiene preminente rispetto alle norme civiche e metafisiche imposte al soggetto umano. Il romantico è un cavaliere dell’assoluto che, invece della spada, usa la parola. 

Che relazione è quella tra poeta romantico e Natura? Una relazione essenziale. Il Romantico è colui che riconosce un valore sacrale, mistico alla Natura e al paesaggio. Questo lo possiamo riscontrare, in diverse forme, in tutti gli autori presenti nel florilegio; e quella celebrazione ieratica della Natura offerta dai poeti non è diversa, in ultima analisi, dalla commozione che qualcuno di noi prova nel vivere alcuni paesaggi o alcuni aspetti del mondo naturale. 

Per quale ragione ha deciso di fare una nuova traduzione dei testi scelti? Sono traduzioni molto libere. A tratti, quasi delle riscritture. Traduzioni romantiche, se vogliamo. Ma sono convinto che fosse necessario offrire in modo soggettivo una versione di questi testi, per dare forma al percorso che avevo in mente. Ferma restando la preziosa intraducibilità del verbo poetico, si tratta di versioni che tendono a uscire dalla lettera in cerca dello spirito di quei versi. Se ci sia riuscito o meno, ovviamente, nessuno può dirlo, salvo i lettori. 

Cesare Catà (1981) è filosofo e performer teatrale. Dottore di ricerca in Filosofia del Rinascimento, è autore di saggi, drammi, traduzioni e del libro di racconti Efemeridi. Storie, amori e ossessioni di 27 grandi scrittori. Ha creato il format teatrale Magical Afternoon, lezioni-spettacolo dedicate a Shakespeare e altri classici della letteratura.Per Liberilibri ha curato “libertini libertine. Avventure e filosofie del libero amore da Lord Byron a George Best” (2018); “La sapienza segreta delle api”, di Pamela L. Travers (2019); e “per sempre romantici. Florilegio della poesia inglese e tedesca ad uso di spiriti ribelli” (2020).

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa LiberiLibri.

Il giardinaggio orientale, William Chambers, (Luni editrice, 2020)

7 settembre 2020

A cura di Viviana Filippini

William Chambers fu un grande architetto inglese che edificò la celebre Somerset House di Londra. In realtà Chambers, nella sua gioventù, viaggiò in Cina e in Bengala. Oggi Luni editrice ci fa conoscere la passione per l’arte dei giardini dell’architetto inglese grazie al saggio “Il giardinaggio orientale”. Chambers, noto architetto dallo stile neoclassico, nell’arte paesaggistica applicò quello che apprese nei suoi viaggio in Oriente, dando vita a giardini originali, ben diversi dal suo stile architettonico, e che gli permisero di diventare uno dei principali protagonisti dell’arte paesaggistica anglosassone. Nel testo viene fatta una vera e propria analisi del fare giardinaggio in Cina con riferimento alle diverse modalità di allestimento dei giardini cinesi. Quel che emerge dalle pagine è la mentalità di concepire il giardino da parte dei cinesi, differente da quella degli europei. Sì, perché se in Europa spesso l’uomo cercava di imbrigliare la Natura in forme artificiali che richiamavano le architetture della realtà. In Cina si lavorava in modo diverso, in quanto si cercava di dare vita a giardini dove le componenti del mondo naturale fossero organizzate pensando all’armonia che esse dovevano avere con vista, cuore e mente di coloro che il giardino lo avrebbero vissuto e abitato. I giardini, come ci racconta Chambers, pootevano essere grandi, piccoli, imperiali, di ricchi signori o anche di umili contadini, ma erano sempre parti fondamentali che andavano a comporre e a fare una casa. Altro aspetto interessante è che i giardini venivano creati e composti anche in base alla stagionalità che li caratterizzava, erano pieni di stradine, di ponti e ponticelli (eccone alcuni: King-tong, Fo-cheu, Lo-yang e il Centao) e di canali che non solo li abbellivano, ma che erano funzionali alla sopravvivenza delle piante che in essi venivano usate. La cura per il dettaglio era impressionate e grazie al testo di Chambers scopriamo che nei giardini cinesi c’erano tre tipi di viali: quelli fatti in erbetta, quelli di ghiaia e di pietrisco. Altro esempio è che le piante non venivano mai scelte a caso, esse erano opzionate per la tipologia, per il colore, la forma, per le dimensioni o perché servivano a creare effetti visivi che rappresentavano le diverse emozioni: colori caldi in contrasto con quelli freddi, le cromie chiare con quelle scure. Nel libro è presente anche la lettera del pittore gesuita fratello Attiret, scritta nel 1793, nella quale l’artista risponde ad una serie di domande dalle quali emerge il suo vivere e lavorare per l’Imperatore cinese. La sua testimonianza per noi lettori odierni è molto importante, poiché da essa emerge l’amore e l’attenta passione messa nella realizzazione dei giardini imperiali che, come emerge dal testo, riproducevano in piccolo la città di Pechino in modo tale da dare all’Imperatore la possibilità di vivere nella sua corte la stessa atmosfera di vita della città. Questo veniva fatto perché il detentore del potere non abbandonava la sua casa e perché i sudditi non lo potevano/dovevano vedere. Quello che affiora da “Il giardinaggio orientale” di William Chambers, edito da Luni editrice, è il fatto che per la Cina il giardinaggio era una vera e propria arte di creazione di un paesaggio nel quale erano coinvolte mente, corpo e anima del progettista e di coloro che quel giardino lo avrebbero vissuto poi in prima persona. Traduzione Valentina Piccioni.

Sir William Chambers fu un architetto e scrittore inglese di famiglia scozzese (Göteborg 1723 – Londra 1796). Viaggiò in Cina e in India e studiò a Parigi, con J.-F. Blondel, e in Italia; si stabilì a Londra dal 1755. Dal 1760 fu architetto di corte di Giorgio III; ricostruì a Londra la Somerset House, suo capolavoro (1776-1786), in severo stile palladiano; costruì la villa Parkstead presso Roehampton (prima del 1760), Duddingston House presso Edimburgo (dal 1767), l’osservatorio nell’antico Deer Park di Richmond (circa 1768), Melbourne House in Piccadilly (circa 1770). Notevole la sua attività anche come architetto di giardini: creò il tipo del parco all’inglese in contrasto con il giardino all’italiana e alla francese (Kew Gardens, ove eresse anche la pagoda cinese); introdusse lo stile cinese nei disegni per mobili. Graziosi sono anche i suoi casini (Marino, nella contea di Dublino). Pubblicò: A treatise of civil architecture (1759); Designs of Chinese build ings, furniture, dresses (1757); Dissertation on oriental gardening (1772).

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Luni.

Mercante in viaggio. Una rara testimonianza sull’Europa del Cinquecento, Gabriella Airaldi,(Marietti1820, 2020) a cura di Viviana Filippini

1 settembre 2020

L’editore Marietti ha avuto la bella idea di realizzare una serie di proposte da leggere solo in formato e-book. Tra le diverse uscite in catalogo spicca questo “Mercante in viaggio. Una rara testimonianza sull’Europa del Cinquecento” di Gabriella Airaldi. Non sappiamo chi fosse il viaggiatore, certo è che nel 1517 l’anonimo mercante milanese partì per un viaggio lungo, che si rivelò molto più complicato del previsto nel suo farsi. Punto di partenza fu la città di Milano dalla quale il mercante si mosse per andare in Francia, in Borgogna, nelle Fiandre, in Spagna, per arrivare in Inghilterra e fare ritorno a Milano. Il tutto in un arco temporale di due anni, durante i quali non mancarono una serie di intoppi per l’uomo in viaggio, che dovette attraversare l’Europa occidentale con diversi mezzi, come carri, barche e a piedi.  Questo piccolo testo è un’importante testimonianza per noi del presente, perché ci permette di capire i mezzi che una volta i mercanti utilizzavano per compiere i loro viaggi, i luoghi attraversati per raggiungere la meta desiderata, le persone incontrate lungo il tragitto e le relazioni che si creavano in questi lunghi viaggi. Poi c’è la lingua scritta, quella lingua così antica da catapultare il lettore nel passato permettendogli di scoprire un mondo fatto di politica, di istituzioni, di aspetti culturali, di relazioni umane, usi e costumi diversi che variavano a seconda dello Stato nel quale il mercante passava. Un vero e proprio viaggio attraverso eventi, fatti, dettagli che ci restituiscono quello che il mercante vide con i propri occhi. Altro aspetto interessante è che il lettore non solo percepisce le diverse caratteristiche dei luoghi che il mercante visitò. Durante la lettura si nota come lo stesso mercante cambiò il suo modo di vedere e fare le cose, in base alle relazioni umane, alle trasformazioni economiche, politiche, socio-culturali dei luoghi dove transitava. Un dettaglio non trascurabile che evidenzia il mutare del mondo, ma anche coloro che lo vivevano e attraversavano. “Mercante in viaggio. Una rara testimonianza sull’Europa del Cinquecento” di un anonimo mercante milanese è una importante testimonianza del passato oggi conservata al British Museum e un notevole documento storico che narra a noi nel presente frammenti di vita di un tempo ora lontano.

Gabriella Airaldi, specialista di Storia mediterranea e di Storia delle relazioni internazionali, ha insegnato Storia medievale all’Università di Genova. Con Marietti 1820 ha pubblicato di recente” Il ponte di Istanbul. Un progetto incompiuto di Leonardo da Vinci” e “Gli orizzonti aperti del medioevo. Jacopo da Varagine tra santi e mercanti”.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa 1A.

L’urlo dell’innocente, Unity Dow,(ed. Le Assassine 2019) A cura di Viviana Filippini

31 luglio 2020

“Nessuno dei tre poteva sapere che di lì a cinque anni, dall’apertura di una scatola sarebbe uscito un urlo che non poteva essere ignorato: l’oscurità non sempre basta per tenere nascosto il male.”

Botswana. Tutto comincia con una strana sparizione, quella di una bambina di 12 anni di nome Neo in “L’urlo dell’innocente” della scritttrice Unity Dow, pubblicato dall’editrice Le Assassine. Un ragazzo si presenta alla polizia con ciò che resta degli abiti della ragazzina. Le forze dell’ordine non hanno la più pallida idea di come gestire il fatto, gli indizi del caso rinchiusi in una scatola spariscono, o forse vengono fatti sparire di proposito, mentre gli agenti avvisano la famiglia di Neo, dicendo che la ragazzina sarebbe caduta vittima di bestie feroci, forse leoni. Tutto sembra finire lì, ma cinque anni dopo, nel villaggio di Neo, arriva Amantle Bokaa, una giovane mandata in quel luogo a fare il suo tirocinio medico. La ventiduenne alle prese con le pulizie in uno sgabuzzino troverà, per caso, una vecchia scatola finita lì chissà quando e come. Sopra ci sono poche parole “Neo Kakang: CBR-45/94/”. La curiosità di Amantle è tanta e la sua voglia di sapere creerà un terribile scompiglio nel villaggio dove si trova. Il romanzo della Dow ha una trama ad alta tensione, dove la scoperta della scatoletta nascosta e del suo contenuto, scatenano un vero e proprio putiferio nel villaggio del Botsowana dove lei è capitata. È come se all’improvviso i fantasmi del passato che non hanno avuto pace, tornassero a farsi sentire per una vera giustizia. Quella che non hanno ottenuto mai. Amantle cercherà di capire cosa è successo a Neo. Saranno davvero stati i leoni o quegli indizi ritrovati dopo cinque anni hanno un significato nascosto da scoprire? La giovane assisterà allo scoppio della rabbia delle genti locali che insorgeranno e lo faranno prendendo in ostaggio le due infermiere colleghe di Amantle, scagliandosi contro la polizia, contro le autorità, chiedendo giustizia e la verità mai raccontata. Con le genti del posto c’è la famiglia di Neo, che non ha mai creduto alla versione dell’aggressione dei leoni data dalla polizia. Amantle si metterà dalla parte delle popolazioni locali e farà il possibile per aiutarle a scoprire cosa accadde davvero alla piccola Neo. Quello che emerge durante la lettura di “L’urlo dell’innocente” sono il non demoralizzarsi mai e la tenacia costante di Amantle nel cercare la verità, perché la giovane arriva in ambulatorio e le sue colleghe dimostrano subito la loro superiorità aprendo lo spazio quando vogliono e relegando Amantle a compiti ben diversi da quello che una tirocinante medica dovrebbe fare. La ragazza dimostra grande forza di resistenza e impegno anche quando roverà informazioni su Neo, proprio quelle che la spingeranno a lottare per la verità. Altro elemento che spicca nel libro della Dow è il fatto che Neo, la ragazzina sparita, non compare nelle storia, ma la sua presenza è il grido costante di un innocente che chiede giustizia per i soprusi subiti. L’autrice (giudice, attivista per i diritti umani, scrittrice e ministro del governo del Botswana) porta il lettore nella terra d’Africa, nei suoi paesaggi selvaggi, nelle sue terre dove le popolazioni sono legate a culti primitivi, dove la povertà e la lotta alla sopravvivenza sono la routine quotidiana per le genti del posto. Ed è in questo mondo, narrato ne “L’urlo dell’innocente” di Unity Dow che si innesta il bisogno di giustizia, di verità e di tutela dei diritti umani, troppo spesso schiacciati dall’arrogante prepotenza del più forte. Traduzione a cura di Marina Grassini.


Unity Dow, giudice, attivista per i diritti umani, scrittrice e ministro del governo del Botswana è nata in un’area rurale dove i valori tradizionali erano dominanti; ha frequentato Giurisprudenza all’Università del Botwsana e dello Swaziland e poi a Edinburgh in Scozia, suscitando con la sua educazione occidentale un misto di stima, ma anche di sospetto. Impegnata nella difesa dei diritti delle donne, è stata tra le fondatrici di  EmagnBasadi, la prima organizzazione femminile del Paese. Si è occupata dei diritti dei gay e ha partecipato anche alla creazione di Aids Action Trust. Prima donna giudice dell’Alta Corte del Botswana, si è impegnata molto per la democratizzazione delle leggi del Paese, per esempio nell’ambito del diritto di famiglia. Personaggio poliedrico, ha dimostrato il suo valore anche come scrittrice; nei suoi libri spesso emergono i conflitti tra i valori occidentali e quelli tradizionali, ma anche i problemi riguardanti i rapporti tra uomo e donna in un continente afflitto dalla povertà come quello africano. La Dow ha contribuito al libro Schicksal Afrika (Destino Africa) dell’ex presidente tedesco Horst Koehler (2009), e ha spesso fatto parte di missioni dell’Onu in Sierra Leone e Ruanda. Oltre al conferimento della Legion d’onore francese, Unity Dow è stata menzionata al Women of the World Summit nel marzo 2011 come una delle 150 donne che “scuotono il mondo”. Dal 2013 è entrata in politica e da allora ha più volte rivestito il ruolo di ministro.

Source: proprietà del recensore. Grazie a Francesca Ghezzani dell’ ufficio stampa.

Due chiacchiere con Iris Bonetti per il nuovo romanzo “Isolati” A cura di Viviana Filippini

27 luglio 2020

Dopo “Empatia”, Iris Bonetti è negli store online con l’autopubblicazione “Isolati”, un’avventurosa storia dove sei protagonisti (cinque uomini e una donna) dopo un incidente aereo si troveranno a vivere, e sopravvivere, su un’isola solo in apparenza deserta. Ancora una volta la penna e la creatività della Bonetti riescono a dare vita a un intreccio narrativo dove l’avventura, il giallo, l’indagine psicologica e l’istinto primitivo alla sopravvivenza, che richiama per certi aspetti “Il signore delle mosche” di Golding, sono gli elementi cardine che trascinano il lettore alla scoperta dei destini dei cinque protagonisti tornati ad essere selvaggi.

Come è nata l’idea di scrivere “Isolati” e la scelta del genere avventuroso?

L’idea di scrivere una storia che si ambientasse su un’isola mi è nata la prima volta che lessi Robinson Crusoe e da lì il fascino dell’isola selvaggia e remota ha albergato in me per lunghi anni, cercando di trovarne sempre di nuove nei viaggi che ho fatto. Ma arrivata a questo punto, nello spazio vuoto di un secondo romanzo da scrivere, mi sono detta “perché no?” Nel frattempo da Robinson Crusoe ad oggi, se ne sono lette di altre storie isolane, anche in serie TV più o meno famose e quindi, cosa offrire di diverso? Beh, io c’ho provato… me lo direte voi se ci sono riuscita. Il genere avventuroso? Personalmente trovo che ogni bel libro ce l’abbia al suo interno, quale vita o avvicendamento raccontato non sono un po’ essi stessi delle avventure?

Rispetto al precedente “Empatia”, come è stato scrivere questo libro?

Altrettanto semplice. La storia mi è subito venuta in mente: avevo i miei personaggi, il mistero che giungeva dal passato, le ambientazioni che in parte già conosco e per ciò che era nuovo mi sono documentata a fondo. Scriverlo per me è stato un po’ come raccontare una vita che avevo già vissuto, o una vita che avrei sognato di vivere.

Cinque sono i personaggi, perché la scelta di una donna sola nel gruppo?

Ecco qui la domanda che mi sento molto spesso porre dalle lettrici, in maniera velatamente maliziosa. Ebbene ci sta, perché so che esso è un altro aspetto che da originalità e forza alla trama. Avevo delle riflessioni mie personali da esprimere, da tirare fuori come donna, come madre, come amica e per i sentimenti che riesco a provare. Ho cercato di far emergere l’amore inteso in senso lato, a 360 gradi, quell’amore che induce a proteggere, a perdonare, a vedere oltre il male dell’altro… Quell’amore che comporta sofferenza a volte, sacrificio, paura, ma che alla fine vince su ogni cosa. Ecco, l’inno a questo amore l’ho espresso attraverso l’inusuale equilibrio di una donna con cinque uomini, dove colei che sembra in minoranza, in una posizione di fragilità, poi sa raccogliere e dare senso all’insieme… lo “SAJWAMEE”, l’equilibrio citato dal popolo della foresta.

Il viaggio per i personaggi è una vacanza o è più una fuga?

Il viaggio dei miei sei personaggi è più una fuga, come già si intuisce nella voluta e dettagliata descrizione delle loro vite travagliate un mese prima della partenza. Questo porta alla scelta del titolo del romanzo: ISOLATI. Isolati infatti non vuole riferirsi solo a naufraghi sperduti su un’isola remota, ma isolati essi lo sono nelle proprie vite prima ancora di compiere questo viaggio. Ho amato molto questo binomio, spero sia emerso.

Tutti finiscono su un’isola deserta dopo un incidente aereo. Cosa scatenerà la convivenza forzata?

Ciò che scatenerà nella trama la convivenza forzata è l’istinto più vecchio del mondo e principe tra tutti gli istinti: SOPRAVVIVERE. I nostri protagonisti si renderanno presto conto che l’unione fa la forza, mai come in un luogo selvaggio e minaccioso come quello.

Quanto in condizioni di precarietà fanno emergere l’istinto di sopravvivenza dei personaggi?

Superato il primo istinto principale –sopravvivere- com’è verosimile si scatenano una serie di istinti “animali” che appartengono anche a tutti noi, chi più chi meno. Ed è a quegli istinti che ho attinto, perché attraverso la scrittura e la decifrazione di tali azioni, ho potuto riflettere su quanto di me io non conosca e quanto in me sia ancora sopito.

Come hai ricostruito l’ambiente di Bali, dove hai ambientato la storia?

Per l’ambiente ho fatto molteplici studi e ricerche. Naturalmente l’isola di “Nawataee” non esiste, ma sono stata in molteplici isole d’Oriente e nel testo ho messo anche alcune delle mie esperienze. P.S. I maestosi alberi dal gigantesco impianto radicale, davvero suonano… se lo si sa fare.

C’è un personaggio al quale sei più affezionata?

Il personaggio col quale sono entrata più in empatia e confesso ho vissuto un vero e proprio “innamoramento narrativo” è stato Javier, il peggiore tra loro, si può dire. E questo mio amore e questa mia passione crescente, scrivendo devo averla trasmessa nelle pagine, perché dietro a me mi hanno seguito moltissime lettrici… OPS, ho fatto un danno? (Scherzo)

Quello invece che ti ha creato maggiori problemi nella narrazione?

Sono sincera, durante la narrazione non ho avuto problemi di alcuna sorta. Tutto era ben progettato da prima e la storia mi scorreva già sotto pelle, vivida e potente. Se devo dire qualcosa ecco, trattenere le lacrime copiose che mi sono uscite in alcuni passi della storia.

Se dovessero fare un film chi vedresti nei ruoli dei tuoi personaggi letterari?

AVRIL – Anne Hathaway

RYAN – Sam Worthinton

JAVIER – Javier Bardem

MAURICE – Ben Affleck

MATT – William Levy

RAMON – Wouter Malan 

Source: libro del recensore, inviato dall’autore.

“Il lottatore mascherato” e “Dorothy Superfashion”, Igor De Amicis, Paola Luciani (Lapis 2020) a cura di Viviana Filippini

18 luglio 2020

LAB, ossia la Lega Anti Bulli, è la nuova collana di libri editi dalla casa editrice Lapis, con i testi di Igor De Amicis e Paola Luciani.  I primi due volumi dei quali vi parlo sono “Il lottatore mascherato” e “Dorothy Superfashion”. Nel primo libro il protagonista Arnold è l’ultimo arrivato nella sua scuola e l’essere nuovo, il vestire a modo proprio senza seguire tanto le mode e il non conoscere nessuno lo porta ad essere preso di mira da Calzino Joe. Arnold sarà vittima, senza una ragione precisa, di Joe e del sua tremenda e puzzolente calza. Non solo, perché Arnold, proprio quando credeva di essere un po’ tranquillo, si troverà catapultato nella squadra dei LAB (Lega Anti Bulli), dove con Allison e gli altri compagni di avventura cercheranno di contrastare i bulli. In questo primo libro Arnold avrà modo di parlare di suo nonno, un lottatore di wrestling misteriosamente scomparso mentre si trovava in Oriente a fare degli incontri relativi alla sua disciplina sportiva. Quando i suoi nuovi amici scopriranno di chi è parente il loro amico, dimostreranno di avere una grande conoscenza e ammirazione del nonno lottatore di Arnold. Il secondo testo della LAB -“Dororthy Superfashion” – ha invece per protagonista principale Alison, la quale dovrà appunto combattere Dorothy per difendere i deboli. La ragione? Dorothy, esperta e appassionata di moda è l’incubo di tutte le ragazze della scuola, spesso e volentieri bersagliate da Dorothy sul suo blog. Secondo Arnold e compagni solo Alison la può fermare. I due romanzi della serie Lega Anti Bulli, editi da Lapis, hanno per protagonisti dei ragazzini che appartengono ad una squadra speciale interessata a difendere coloro che vengono presi di mira dai cattivi di turno. Tra di loro ci sono ex prepotenti che hanno deciso di redimersi e vittime di bullismo pronte a tutto per difendere i più deboli. In che modo: preparandosi con duri allenamenti e intervenendo sul posto in caso di bisogno. Il tutto in abiti mascherati per restare in incognito. Uno degli aspetti interessanti di questi due testi è che quando i componenti della LAB si travestono, indossando le loro originali maschere, ogni dubbio, timore o paura, scompaiono per lasciare spazio al grande coraggio dei protagonisti, in grado di compiere atti eroici in difesa dei più indifesi che non reagisco ai soprusi, ma subiscono. I libri di De Amicis e della Luciani sono romanzi corali dove i primi attori sono i diversi componenti della LAB. Questi adolescenti dimostrano non solo come il cattivo in certi casi possa redimersi e diventare buono, ma sono la dimostrazione di come l’unione faccia la forza, e che quella volontà di agire a fin di bene per tutelare il prossimo è quella che anima Arnold e il gruppo di suoi amici mascherati. I libri sono corredati dalle simpatiche illustrazioni di Tambe. Dai 10 anni in poi.

Igor De Amicis è Commissario di Polizia Penitenziaria e ha scritto numerosi racconti presenti in diverse antologie e sul web, alternando storie per ragazzi a racconti e romanzi polizieschi. È coautore con Trisi Fiammetta e Raciti Annamaria del libro “Il carcere aperto. Un bilancio sociale delle nuove modalità di esecuzione della pena” (Galaad Edizioni 2014), e con Paola Luciani di “Il mare quadrato” (Coccole Books, 2014), “Giù nella miniera” (Einaudi Ragazzi, 2016) e “Fugees football club” (Einaudi, 2019).

Paola Luciani è nata a Roma nel 1964. Diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma con specializzazione in cinema d’animazione, ha lavorato in studi di animazione per la tv e il cinema e come illustratrice di libri. Fra i suoi libri si citano: “La scatola arancione” e “A come meraviglia”(Biblioteca dei leoni).

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa Lapis. Grazie ad Agnese Ermacora.

Il mio nome è Mostro, Katie Hale, (Liberilibri 2020) a cura di Viviana Filippini

12 luglio 2020

Katie Hale ha pubblicato questo suo romanzo d’esordio “Il mio nome è mostro”, nel 2019. Il libro è arrivato da noi in Italia nel 2020, grazie all’editore Liberilibri, e quello che stupisce è che la trama rientra a pieno nella tipologia del romanzo distopico nel quale la protagonista è, almeno così sembra, l’unica sopravvissuta di una pandemia. Già, di una “Malattia”, perché è così che viene chiamato l’antagonista nella trama della Hale. Un invisibile nemico che ha sterminato il genere umano. Pandemia, malattia, virus, sono termini diventati per noi oggi, ai tempi del Covid-19, vera e propria quotidinità nella quale il mondo è stato catapultato a inizio anno, ma la britannica Hale, già li aveva messi nel suo testo un anno fa, anticipando quella che sarebbe stata l’atmosfera dei nostri giorni. La protagonista è sola in un mondo reso deserto dalla malattia che ha seminato panico e morte. Il luogo dove lei si aggira non ha un’identità precisa, ci sono elementi che fanno pensare alle terre nordiche, ma potrebbe essere ovunque, come qualunque potrebbe essere il tempo nel quale la narrazione si svolge. Chi ci racconta, lo fa dal suo punto di vista, non solo portando a noi lettori la desolazione, solitudine, stato di abbandono di un pianeta che sembra essere uscito da un devastante conflitto bellico. La narratrice-protagonista espone i suoi sentimenti, la sofferenza per avere perso la sua famiglia, il dolore fisico delle ferite infette, la stanchezza del viaggio di ritorno a casa controbilanciati dalla forza, dal coraggio, dalla volontà di farcela a tutti i costi. Elementi che le permettono di procedere in quella che è la sua impresa: tornare alla vita in un mondo tutto da ricostruire. Durante la lettura si intuisce come la giovane stia facendo una lunga traversata dal suo rifugio nelle Svalbard, dove aveva trovato riparo, fino alla casa natia, ma tutto attorno a lei è morte, desolazione e distruzione. Certo è che per la protagonista c’è una inaspettata sorpresa quando trova una ragazzina sola, abbandonata e tremendamente impaurita che lei decide di soprannominare “Mostro”, lo stesso nomignolo che il padre le aveva dato da piccola. Il romanzo dalla Hale è diviso in due sezioni, ed è proprio nella seconda parte che si innesta la narrazione dal punto di vita della seconda sopravvissuta, anche lei alla ricerca di una nuova speranza in un mondo a tratti primordiale, dove i saccheggi hanno svuotato le case dei tanti umani uccisi dalla “Malattia” e lasciato una sensazione di decomposizione costante. Il romanzo di Katie Hale è potente per la sua capacità di aver raccontato una stato di panico, di terrore e di messa in crisi di ogni certezza che noi abbiamo incontrato in modo reale in questo 2020 con lo scoppio del Coronavirus. Il lavoro letterario della Hale è ancora una volta la dimostrazione di quanto il confine tra letteratura, finzione e realtà sia sottile, anzi, a volte la narrativa riesce ad anticipare quello che accade nella vera esistenza del mondo. Quello che mi ha colpito di più è la convinzione della prima sopravvissuta che la solitudine nella quale si trova sia l’unica via di salvezza da ciò che potrebbe annientarla. Una certezza che comincia a traballare un po’ con la scoperta che esiste qualcun altro. Le due ragazze, così diverse per carattere e atteggiamento nei confronti della vita, si rimboccheranno le maniche per un nuovo domani tutto da costruire, anche se non hanno ben chiaro come. Certo è che quelle giovani e la nuova vita che sta crescendo in una di loro, dal mio punto di vista, potrebbe essere vista come la rappresentazione dei due progenitori/progenitrici di una nuova umanità. Traduzione di Carla Maggiori.

Katie Hale (1990), britannica, si è laureata in Letteratura inglese alla University of London nel 2012 e in Scrittura creativa nel 2013 alla University of St Andrews. Nel 2019 ha ricevuto la prestigiosa MacDowell Fellowship.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Maria Stefania Gelsomini dell’uffcio stampa Liberilibri.

A “Paris Noir” di Ida Ferrari, il premio speciale “romanzo giallo” al Concorso di Letteratura “Città di Pontremoli”. A cura di Viviana Filippini

4 luglio 2020

Ida Ferrari, bresciana, lavora in banca e ha una profonda passione per la scrittura, che l’ha portata  ad affinare la sua tecnica alla scuola Holden con la partecipazione ad un corso di tecniche della narrazione. L’amore per le parole, unito a una eccellente dose di creatività, hanno permesso a Ida Ferrari di ricevere vari riconoscimenti per i suoi scritti e di dare vita a diversi gialli, l’ultimo dei quali “Paris Noir”, edito da Golem e ambientato tra Milano e Parigi, ha ricevuto il premio speciale “romanzo giallo” al Concorso di Letteratura “Città di Pontremoli”. Di come è nato il romanzo e di scrittura ne abbiamo parlato con la nostra amica Ida.

Benvenuta Ida, ciao, quali sono state per “Paris Noir” le tue fonti d’ispirazione?

È strano come l’ispirazione per l’avvio di una storia possa avvenire in modo inaspettato e del tutto casuale (come è successo per il mio precedente “La vincita”) o metabolizzato nel tempo, come per “Paris noir”. In questo caso mi ha colpito il progetto, realizzato da un ragazzo molto giovane, per il riparo dei clochard. Mi era parso, e lo penso ancora, geniale. Ho pensato quindi di inserirlo in una storia. Parallelamente ho maturato altre due casistiche, una presa da un fatto di cronaca e l’altra inventata, relativa all’ambiente bancario. L’incastro di questo mix è diventato “Paris noir”. 

Non è la prima volta che nel tuo lavoro letterario la banca e il mondo finanziario compaiono. Cosa rappresentano per te?

Semplicemente ci lavoro e, credimi, l’ambiente offre molti spunti. Non manco però di fantasia. La conoscenza del mondo bancario è solo la struttura principale sulla quale poi costruisco la trama. 

Gianluca fa il cassiere, Greta l’impiegata, si conoscono poco, ma tutti e due sono diretti a Parigi, perché hai scelto proprio la capitale parigina?  

Preferisco usare luoghi che conosco per non incorrere in inesattezze (il lettore non perdona). Parigi è una città che mi ha sempre affascinato e che ho visitato più volte. Ha anche un significato affettivo, per cui mi è venuto facile pensarla come location. 

Gianluca e Greta custodiscono due segreti e cosa li spinge a prendere spunto da quelle verità che hanno scoperto per agire a Parigi? Senza spoilerare troppo, Greta e Gianluca fanno parte della categoria dei disonesti solo nell’apparenza. Per una sorta di destino avranno un ruolo reciproco importante per arrivare alla soluzione del loro personale caso. 

Paolo Bosco, Simona Fontana e Neo – già presenti in La vincita- tornano nella scena narrativa, come sarà per loro districarsi in questo nuovo intrico?

Speravo mi chiedessi dei miei investigatori. Simona, Paolo e Neo sono per me quasi reali, tanto li ho interiorizzati. Saranno presenti anche nella prossima storia. Simona e Paolo sono i titolari della Fontana Investigazioni. Neo è il loro collaboratore informatico, tendenzialmente hacker. In “Paris noir”, come ne “La vincita” lavorano in simbiosi, ognuno con il proprio carattere, diversi uno dall’altro, ma indispensabili reciprocamente per arrivare alla soluzione, che appare ostica. Dovesse mancare uno di loro, credo mi verrebbe quasi impossibile riuscire a incastrare i vari tasselli del puzzle. 

Leggendo il romanzo si ha come l’impressione che le persone e le cose non siano mai quello che sembrano. Come è stato lavorare sul concetto dell’ambiguità?

Quante volte incontriamo persone o situazioni ambigue? Fa parte della vita stessa, anche se non ci piace. Una mia raccolta di racconti “Torte Gemelle” ha per sottotitolo “La forma dell’apparenza”. Nelle mie storie è un po’ sempre così, è anche funzionale alla trama di un noir/thriller. Mi capita però di faticare ad immedesimarmi perché personalmente, nella vita reale, preferisco le persone e le situazioni chiare e dirette.

Nel tuo libro si fa riferimento anche la mondo del web, quanti e quali sono i pericoli nei quali si rischia di imbattersi?

Parecchi rischi si possono evitare, basta averne coscienza. Più difficile risulta per le menti giovani che sono facilmente influenzabili, appunto, dall’apparenza. Nel libro parlo di una situazione al limite dove il gioco porta alla morte. E purtroppo non si riduce a pura fantasia, è tratto da un fatto reale. Io credo che questi argomenti debbano essere affrontati a fondo e con chiarezza. Anche in un noir, presentare argomenti attuali credo sia importante per uno spunto alla riflessione.

Per te cosa rappresenta la scrittura?

La scrittura è una necessità. Potrei forse farne a meno, ma l’astinenza è dura da sopportare e per ora continuo nel vizio. Poi, certo, scrivo con entusiasmo quando sono serena, quando altre situazioni lavorative o personali vanno su binari giusti. In questo periodo di disagio mondiale sono stata un paio di mesi senza scrivere nemmeno una riga. Mi è però capitato, in altre situazioni, di partire in quarta in momenti difficili e, allora, la scrittura è una bolla in cui rifugiarsi.

Già al lavoro per il prossimo giallo?

Sì. Avevo iniziato un noir partendo da una storia vera interessante per vari aspetti, ma arrivata al decimo capitolo mi sono arenata, sentivo di non trovare la giusta via. Inoltre doveva essere ambientato in un luogo che non conosco, per cui trovavo impossibile la descrizione delle location. Ora sto scrivendo una nuova trama, piuttosto complessa, mi ci sto appassionando. Non dico altro per scaramanzia. Grazie Viviana per l’ospitalità e grazie mille ai lettori di Liberi di scrivere.

Grazie a te Ida e alla prossima!

Per antiche strade. Un viaggio nella storia d’Europa. Mathijs Deen, (Iperborea 2020) A cura di Viviana Filippini

28 giugno 2020

per-antiche-strade-1Per antiche strade” è il nuovo lavoro letterario di Mathijs Deen, edito da Iperborea. Il testo è un vero e proprio viaggio nella storia d’Europa, come indicato nel sottotitolo, su antiche vie di comunicazione. Lo scrittore olandese parte da un ricordo d’infanzia quando andava dai nonni e il padre, alla guida della loro macchina, era solito dire: “Questa è la E8, che va da Londra a Mosca”. Un dettaglio che colpì molto il piccolo Mathijs e lo fece a tal punto che ora, in questo testo, lo scrittore ci invita a seguirlo nell’intricato reticolo di vie e strade presenti in Europa. Quello che Deen fa in “Per antiche strade” è importante, perché mette noi fruitori del presente a conoscenza di alcune delle più importanti arterie di collegamento tra città europee di oggi. In realtà, dal presente, l’autore ci trascina nel passato, mostrandoci, attraverso le storie e le vite di uomini e donne, che quelle strade vennero calpestate, percorse e solcate molto prima di noi, a dimostrazione della loro pluricentenaria esistenza. Non a caso durante la lettura si incontra la più ampia e variegata umanità, dove si alternano esploratori, conquistatori, mercanti, profughi, banditi e pure pellegrini, che nel corso dei millenni esplorarono le strade europee, lasciando le basi di quello che oggi è il nostro puzzle socio-culturale identitario. Quello che Deen fa è appassionante e stimola molto il lettore, in quanto la sua scrittura e quello che essa contiene, raccontano le strade e le vite di persone storicamente vissute, ma non sempre conosciute. Qualche esempio? Nel libro si trovano le tracce dei primi uomini giunti in Europa dall’Africa nell’era del Pleistocene. Poi incontriamo Bulla Felix, un brigante romano che rubava ai ricchi, liberava gli schiavi e ammetto che questo suo fare mi ha ricordato un certo Robih Hood arrivanto qualche tempo dopo. Come non rimanere affascinati dalla figura di Guðríðr Porbjarnardóttir, una giovane donna islandese battezzata che arrivò in Europa e dal Papa, nella speranza di capire se i suoi genitori pagani sarebbero finiti in paradiso. Non solo, perché nel libro di Deen ci sono tante figure curiose, compreso un suo lontano parente che finì a combattere in Russia al fianco di Napoleone, o le vite di coloro che parteciparono alla prime corse automobilistiche non su circuito, ma direttamente sulle strade di collegamento tra le capitali europee. “Per antiche strade” di Mathijs Deen è un libro davvero interessante, nel quale le strade dell’Europa sono narrate attraverso le biografie di coloro che le percorsero e questo approccio stilistico è molto avvincente, non solo perché ci permette di conoscere le vite di alcuni personaggi storici esistiti prima di noi ma, grazie al loro spostarsi nel continente , noi lettori conosciamo le sfaccettature, le trasformazioni delle cultura europea, e anche le conseguenze derivanti dai contrasti politici, economici, religiosi (come la storia dell’ebreo che scappò dalla Spagna, perché bersaglio dell’Inquisizione e finì in Olanda dove portò l’arte del teatro) e culturali che hanno caratterizzato e reso tale la nostra Europa. Traduzione di Elisabetta Svaluto Moreolo.Ricordo anche i podcast dedicati a “Per antiche strade” di Mathijs Deen in 8 puntate realizzati, con la collaborazione di Matteo Caccia, attore e speaker radiofonico, presenti sulle principali piattaforme streaming gratuite.

Mathijs Deen (1962) è uno scrittore e giornalista, autore di programmi di storia per la radio olandese. Ha pubblicato numerosi romanzi e raccolte di racconti e di saggi. “Per antiche strade” è in corso di pubblicazione in vari paesi europei.

Source: richiesto dal recensore. Grazie a Francesca Gerosa e all’ufficio stampa Iperborea.

Caccia ai mostri, Cee Neudert, (Gallucci 2020) A cura di Viviana Filippini

14 giugno 2020
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“Caccia ai mostri” di Cee Neurdert è un libro curioso e intrigante, perché è ideale per i bambini che vogliono leggere e allo stesso tempo giocare. “Caccia ai mostri” , pubblicato da Gallucci editore, è un libro gioco che si legge in modo inusuale e ben diverso da come siamo abituati a fare. Tra le sue pagine tanti enigmi, domande, giochi a cui trovare la soluzione per procedere in quella che, più che una lettura, è un vero e proprio coinvolgimento in un avvincente mondo narrativo a quiz. A guidare il lettore ci sono i simpatici e un po’ strampalati Tom e Macchia, ma anche strani mostriciattoli che compariranno durante l’esplorazione delle pagine del libro gioco, perché l’obiettivo del volume è quello di riuscire a risolvere tutti gli enigmi possibili e immaginabili per uscire dalle sue pagine. Il lavoro letterario della Neurdert è speciale, avventuroso, e seguendo le tracce di Tom e Macchia, non solo racconta a chi legge una storia, ma lo coinvolge in modo attivo, perché il narratore parla proprio al lettore (“Allora come le hai sfogliare le pagine? Con i piedi? Con il naso?…”)rendendolo parte fondamentale e integrante dell’andamento dello sviluppo narrativo di chi legge. A render simpatico e divertente il testo ci sono le immagini di Pascal Nöldner. Traduzione dal tedesco Angela Ricci. Dagli 8 anni in su.

Cee Neudert è nata a Eichstätt, in Baviera, nel 1976. Ha studiato letteratura e storia dell’arte e ha da sempre una grande passione per indovinelli ed enigmi. Conduce da anni una trasmissione radio per ragazzi ed è anche autrice di diversi libri illustrati per bambini.

Pascal Nöldner è un attore, un musicista, ma soprattutto un giovane illustratore di talento, che ha già al suo attivo moltissimi lavori, tra fumetti, libri per bambini e per ragazzi.

Source: inviato dall’editore al recensore.

Saga di Gunnar (Iperborea 2020) A cura di Viviana Filippini

8 giugno 2020

gunnarLeggere la “Saga di Gunnar”, pubblicata da poco da Iperborea, è fare un vero e proprio viaggio nell’antico folclore della tradizione narrativa islandese. Questa breve storia, un tempo di certo tramandata oralmente, ha per protagonista Gunnar, un giovanotto scapestrato, ma solo in apparenza. Affermo questo perché all’inizio della storia il protagonista ci appare un po’ svogliato, annoiato dal vivere e senza obiettivi precisi per il domani, tanto è vero che questo atteggiamento di Gunnar, lo ha portato nel tempo a guadagnarsi il titolo di “Idiota di Keldungnúpur”.
Poi, come avviene nella più classica avventura dell’eroe, Gunnar inizia a cambiare nel momento in cui il fratello maggiore lo porta con sé per partecipare a gare di lotta.  Gli scontri permetteranno a Gunnar di dimostrare la sua forza e astuzia, sconfiggendo le prepotenze dei figli del loro acerrimo nemico. Gunnar è anche consapevole che i suoi trionfi lo hanno reso facile bersaglio di vendetta, ma questo non lo intimorisce, anzi gli dà ulteriori opportunità per dimostrare la sua astuzia, forza e intelligenza. La vicenda di Gunnar è ambientata nel X secolo nella parte sud orientale dell’Islanda dove le avventure di questo giovanotto prendono forma dimostrando il suo cammino per diventare a tutti gli effetti il classico eroe. La vicenda ha qualcosa di diverso e di originale rispetto alle altre della tradizione islandese e nordica, nel senso che a differenza di altri testi dove capita che accanto ai personaggi principali si innestino dei filoni narrativi con protagonisti i personaggi comprimari del principale (la Saga di Guatrekr dalla Svezia ne è un esempio), nella saga dedicata a Gunnar il protagonista unico dell’intreccio narrativo è lui stesso alle prese con nemici da combattere, troll e trollesse da sconfiggere. Il giovane subirà una vera e propria catarsi che gli permetterà di diventare un uomo, nonché il capostipite primario delle sue genti. Questo cambiare attraverso delle prove da superare (i combattimenti) e il comprendere i propri errori e scusarsi di essi, sono i segni evidenti che il protagonista si trasforma, diventando un giovane uomo, saggio e equilibrato nel proprio fare e agire. La “Saga di Gunnar” è assimilabile al romanzo di formazione, perché il protagonista è l’incarnazione di un modello comportamentale in fase di crescita alla ricerca nel suo posto nel mondo. La solidità caratteriale e morale raggiunta da Gunnar diventano un punto di riferimento per il lettore di ieri e anche un po’ per quello di oggi. Per il fruitore islandese l’antico testo è anche un qualcosa in più, in quanto le vicende di Gunnar hanno al centro la vita e l’operato di un uomo che per gli islandesi è il più antico e importante antenato, il capostipite della loro stirpe. Non a caso dove Gunnar avrebbe vissuto, oggi troviamo anche una grotta a lui dedicata a Keldugnúpur, un segno evidente di quanto sia importante per la terra nordica. Il testo presenta un’accurata introduzione dove si spiega la storia della saga di Gunnar e delle altre tipiche dell’Islanda, ponendo l’attenzione sulle somiglianze e anche sulle differenze che rendono Gunnar unico. Nell’appendice sono presenti alcune varianti narrative ritrovate e relative a Gunnar e alle sue avventure, grazie alle quali il lettore ha la possibilità di percepire le sottili variazioni narrative che hanno caratterizzato la saga di Gunnar. Traduzione di Roberto Pagani. Postfazione di Fulvio Ferrari.

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa Iperborea.