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Il serpente, Stig Dagerman (Iperborea 2021) A cura di Viviana Filippini

16 marzo 2021

Stig Dagerman lo abbiamo conosciuto grazie al romanzo “Autunno tedesco” uscito nel 2018 per Iperborea. Ora l’editore pubblica la prima opera narrativa dello scrittore, “Il serpente”, uscita in Svezia nel 1945. Il romanzo è suddiviso in due parti, ma quello che narra al lettore è l’umanità messa a dura prova dall’incombere della Seconda guerra mondiale che opprime e non lascia intravedere un chiaro evolversi del futuro per i protagonisti. La prima parte – Irène-è narrata in terza persona, quindi chi racconta ai lettori è qualcuno che conosce bene da vicino quelle che sono le esperienze dei soldati protagonisti nella caserma di Stoccolma. In quel luogo non accade nulla di particolare, se non il fatto che i commilitoni presenti in quel campo di addestramento in campagna convivono tra loro e con la presenza di un serpente. Il rettile scatena reazioni diverse tra coloro che lo vedono, per esempio il sergente Bohman è un po’ in panico e in lui scatta un qualcosa che lo blocca alla vista della serpe che si muove in modo veloce e imprevedibile. Bill, invece, non teme la biscia, anzi, con grande tranquillità la cattura. Eroismo? Non si sa. Forse la sua è più voglia di farsi vedere coraggioso dal sergente per avere qualche libera uscita in più, perché sa che ci sarà una festa e che, oltre a bevande alcoliche a fiumi, lì saranno presenti davvero belle ragazze. Il lettore segue Bill, Wera e Irène, ma anche quel serpente che il soldato si porta sempre appresso, dentro lo zainetto e che ad un certo punto, agendo da solo, seminerà il panico completo e confusione tra gli invitati, ma ancora di più in Irène e Bill. I due giovani cominceranno a sentirsi coinvolti in situazioni che stanno in bilico tra realtà e surrealtà, dove l’incapacità di capire i fatti e gli eventi in modo completo li porterà anche a compiere gesti inaspettati. Il libro di Dagerman ha poi una seconda parte, “Non riusciamo a dormire”, dove la narrazione è diversa, nel senso che si alterano diverse storie (sei in totale), come se fossero dei racconti che possono essere letti assieme o anche in modo singolo. In essi ci sono soldati in attesa che qualcosa accada e mentre attendono, si raccontano storie di vita vissuta per allontanare le paure. Il libro di Dagerman è un insieme di momenti lirici, un susseguirsi di metafore che devono essere decifrate e scandagliate per garantire la comprensione del loro senso e, una volta comprese, diventa più facile addentrarsi delle menti e animi dei diversi personaggi protagonisti e negli impulsi che li spingono ad agire. Lo stesso serpente del titolo però è qualcosa di più dell’animale che viene catturato e nascosto come se fosse un giocattolo per fare paura o per divertire. Il serpente rappresenta la paura, il terrore che attanaglia e blocca chi lo incontra. Il serpente che mette tutti a disagio è però anche la rappresentazione metaforica quella libertà e autonomia decisionale che i protagonisti invece in quel momento non hanno, perché sottomessi alle regole imposte loro dalla società e dagli eventi storici nei quali vivono. Traduzione dallo svedese postfazione Fulvio Ferrari.

Stieg Dagerman nato nel 1923, segnato da una drammatica infanzia, considerato il “Camus svedese”, in perenne rivolta contro la condizione umana, anarchico viscerale cui ogni sistema va stretto, militante sempre dalla parte degli offesi e umiliati, incapace di accontentarsi di verità ricevute, resta nella letteratura svedese una di quelle figure culto che non si smette mai di rileggere e di riscoprire. Dal 1946 scrisse quattro romanzi, quattro drammi, poesie, racconti, articoli, sceneggiature di film, che continuano a essere tradotte e ristampate. Bloccato da una lunga crisi creativa e angosciato dal peso delle enormi aspettative suscitate dal suo talento, si uccise nel 1954.

Source: richiesto all’ufficio stampa Iperborea. Grazie a Francesca Gerosa dall’ufficio stampa.

Il canto di Calliope, Natalie Haynes (Sonzogno 2021)A cura di Viviana Filippini

8 marzo 2021

Tutti, come lettori o studenti, ci siamo imbattuti nell’inizio dell’ “Iliade” di Omero, in quel «Cantami, o Diva, del pelide Achille l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli Achei, molte anzi tempo all’Orco generose travolse alme d’eroi». La diva alla quale l’autore greco si riferiva era proprio Calliope, perché tra le Muse era quella che donava l’arte dialettica ai poeti, ai principi o ai re che la invocavano nei momenti in cui avevano bisogno di ispirazione. Calliope è la protagonista de “Il canto di Calliope” di Natalie Haynes pubblicato da Sonzogno. O meglio, Calliope e tutte le donne dell’ “Iliade”, perché l’autrice racconta la storia della guerra di Troia dal punto di vista femminile. Quelle che si presentano nelle pagine sono le voci delle donne che, da secoli, sono presenti nel poema omerico, ma che non hanno mai avuto la possibilità di parlare e di narrare le vicende vissute dalla loro ottica di visione. La Haynes attua un vero e proprio ribaltamento dei piani narrativi che porta le donne ad essere le protagoniste principali, mentre gli uomini finiscono in secondo piano. Sono delle vere e proprie comparse che lasciano il “palco” narrativo alla dimensione femminile. Appena ci si immerge nella lettura, da subito Calliope, la musa, chiede di essere ascoltata perché ha qualcosa da dire e raccontare. Il lettore lasciandosi trasportare dalla musa, inizierà un viaggio alla scoperta di un nuovo mondo. In principio si incontra una donna che corre nella notte, allontanandosi dalla città di Troia in fiamme. È Creusa la moglie di Enea, è sola, il marito e il figlio non ci sono e lei assiste al rogo della città rendendosi conto che morte, desolazione e distruzione stanno dilagando ovunque. Poi, si affaccia sulla scena narrativa Andromaca, la moglie di Ettore, che colpisce per la sua complessità emotiva e caratteriale. Accanto a lei arriva Pentesilea, la regina delle Amazzoni. La sua è l’immagine di una donna coraggiosa, forte e decisa e lo dimostrerà anche in guerra, quando sul campo di battaglia, trovandosi davanti Achille, non farà un passo indietro, anzi dimostrerà un’intraprendenza che farà parecchio pensare il “piè veloce”. Accanto a loro ci sono anche Penelope, che attende il ritorno di Ulisse; Clitennestra, moglie di Agamennone. Nomi noti, ai quali la Haynes unisce figure poco conosciute come Enone e Teano. Enone, madre di quel Corito nato dalla relazione tra la ninfa e Paride che poi l’ha abbandonata per andarsene lotano. Teano, altra figura femminile tutta da scoprire, prima sposò un re troiano e rimasta vedova si unì ad un altro troiano (Antenore) dal quale ebbe diversi figli. Accanto a loro anche le troiane, sconfitte e rese schiave, e le voci delle donne greche che aspettano il ritorno dei loro mariti. Il libro della Haynes ha per protagoniste le donne, quelle che Omero ha lasciato in secondo piano e grazie alla visione insolita della Haynes, il lettore conosce meglio queste figure femminili che nel corso della storia sono sempre state un passo indietro rispetto ai loro corrispettivi maschili, mentre qui le protagoniste femminili si prendono una piccola rivincita. Certo è che “Il canto di Calliope” è un versione nuova dei classici della letteratura antica, alternativa, ma davvero travolgente e appassionante. Affermo questo perché la Haynes in “iIl canto di Calliope” ci presenta delle creature letterarie che sono donne nei cui animi ci sono dolori, sofferenze, soprusi uniti all’amore, al coraggio e alla forza per andare avanti. Quella forza che rende queste figure mitologiche profondamente umane tutte da conoscere come se le si incontrasse per la prima volta. Traduzione Monica Capuani.

Natalie Haynes è scrittrice e giornalista. Classicista di formazione, ha pubblicato romanzi tra cui The Amber Fury e The Children of Jocasta, oltre al saggio The Ancient Guide To Modern Life. È autrice e conduttrice della trasmissione Natalie Haynes Stands Up for the Classics per Bbc Radio 4. Nel 2015 ha ottenuto il Classical Association Prize come riconoscimento per il suo lavoro di divulgazione dei classici. Il canto di Calliope (A Thousand Ships) è stato finalista al prestigioso Women’s Prize for Fiction 2020 ed è stato segnalato tra i migliori libri del 2019 da The Times e The Guardian.

Source richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa.

Intervista a Rita Pilia per “Medusa era una fanciulla. Poesie di metamorfosi e confini” (Gilgamesh ed. 2020) A cura di Viviana Filippini

24 febbraio 2021

“Medusa era una fanciulla.  Poesie di metamorfosi e confini” è la prima raccolta di poesie di Rita Pilia, edita da Gilgamesh. 150 componimenti che portano il lettore a viaggiare nelle emozioni dell’animo umano e dell’universo femminile. Quella di Rita Pilia è una poesia che indaga l’animo umano, lo analizza in modo garbato e intimo attraverso i versi nei quali l’autrice mette tutto il proprio sentire. Rita Pilia è laureata in Filologia Moderna e in Psicologia degli interventi clinici nei contesti sociali, all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia e ha conseguito un Dottorato di ricerca in Letteratura Italiana presso l’Università degli Studi di Siena. Attualmente è docente di Lettere presso l’I.I.S. “A. Lunardi” di Brescia. Lettura, scrittura e fotografia sono le sue passioni più grandi. Della raccolta e di come nasce la poesei ne abbiamo parlato con l’autrice.

Come è nata la tua passione per la poesia? Quando ero adolescente le poesie di Dante, Shakespeare, Prevert, Nazim Hikmet, Emily Dickinson mi incantavano. Ricopiavo sul diario i loro versi, cercavo me stessa e i miei sentimenti nelle loro parole. Non scrivevo nulla di mio. La poesia mi sembrava qualcosa di “troppo elevato”. Mi piaceva leggerla, ma non pensavo sarei stata mai all’altezza di comporre io stessa. Iniziai a scrivere solo una volta conclusa l’università, ma non erano vere poesie all’inizio: si trattava di racconti enigmatici, onirici, densi di immagini. In pochi anni divennero sempre più brevi, era come se la prosa volesse nascondersi e spezzarsi finché un giorno mi accorsi con sorpresa che quelle frasi forse potevano essere chiamate poesia. Si erano trasformate.
“Medusa era una fanciulla.  Poesie di metamorfosi e confini”. Quale è il senso del titolo della tua prima raccolta? La prima parte del titolo si riferisce a un’antica versione del mito di Medusa, secondo cui la Gorgone – il mostro dai capelli di serpe in grado di pietrificare gli uomini con un unico terribile sguardo – era in origine una fanciulla bellissima, ingiustamente punita dalla dea della Ragione per il suo potere seduttivo e da quel momento in poi costretta a custodire tutte le emozioni dentro di sé, a mutare la bellezza in orrore. Quando la spada di Perseo la colpisce a morte, il dolore uccide il mostro, ma libera la fanciulla; il suo sangue ritorna a sgorgare, feconda gli abissi e rinasce, rosso e fortem, nel vivo corallo in cui lentamente si muta. I miti di metamorfosi come questo mi affascinano da sempre per la pluralità di interpretazioni a cui si prestano. La stessa vita umana può essere intesa come una continua metamorfosi, la continua necessità di varcare nuovi confini per sopravvivere. “Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume”, diceva il filosofo Eraclito. Questa “instabilità” (nostra o della realtà che ci circonda?) potrebbe spaventare, ma per me è stupore inesauribile, fonte di emozione e, dunque, di poesia.
Quali sono le fonti d’ispirazione per i tuoi versi? Le emozioni che la realtà e le opere d’arte (la pittura simbolista innanzitutto; i Preraffaelliti e Klimt sono i miei artisti di riferimento) sono in grado di suscitare in me. Da empatica, spesso mi sento travolta da un eccesso di emotività. In quei momenti scrivo e vivo il processo creativo come un modo per fare ordine dentro di me. Alcune poesie sono nate in viaggio, ispirate da un panorama fuori dal finestrino, o nel dormiveglia, nel cuore della notte, nel tentativo di catturare un sogno prima di riaddormentarmi di nuovo e dimenticare tutto. Il desiderio di fermare un singolo istante, una specifica emozione, a volte mi fa percepire la poesia come una lotta contro il tempo. Del resto in epoca Barocca i miti di metamorfosi rappresentavano anche il tentativo di esorcizzare la paura dell’oblio.
Nella tua raccolta molte poesie hanno il nome di figure femminili della letteratura e della mitologia, che relazione c’è tra l’universo letterario e la realtà? Il mito è un linguaggio potentissimo che permette di raccontare la realtà e al tempo stesso di nasconderla. Proprio come la figura retorica della reticenza, il mito dice e non dice, spalancando le porte all’immaginazione. I miti mi consentono di narrare attimi di vita vissuta in maniera più enigmatica di quanto non accadrebbe se decidessi di narrarli in prosa. Le emozioni che i miti (e la letteratura) raccontano, convertendole in immagini, sono le stesse che proviamo tutti noi oggi: gioia, rabbia, dolore, rancore… Questo rende possibile l’immedesimazione. Io mi immedesimo nelle figure femminili di cui racconto la storia, comprendo le loro emozioni – capisco perché Francesca si innamorò di Paolo, per esempio (qui penso alla mia poesia “Canto V”) – e credo che ai lettori possa accadere lo stesso. Le emozioni sono un linguaggio universale che permette di valicare gli angusti confini spazio temporali della propria epoca, permette a una vita di fondersi in mille altre vite, (ri)scoprendo se stessa e esplorando nuove possibilità.
Tra le poesie della raccolta ti ricordi quale è la prima  scritta e il momento in cui l’hai concepita? Nella raccolta tra le primissime ci sono senz’altro “Orfeo e Euridice” e “Orangerie”. Sono mie personali interpretazioni: la prima dell’omonimo mito, la seconda della novella di Boccaccio “Lisabetta da Messina”. Nel 2013 ero molto affascinata da questi testi e volevo attualizzarli, renderli più personali. Di Euridice ho messo in evidenza le paure, la diffidenza nei confronti di Orfeo, mentre nel caso di Lisabetta la mia versione è meno macabra rispetto all’originale: il vaso, infatti, non contiene la testa dell’amato, ma vecchie fotografie. In entrambi i casi, tuttavia, i ricordi permangono (crescono, si fanno pianta) con conseguenze nefaste sulla psiche. Si capisce che sono le prime anche dal punto di vista grafico: meno frantumate, conservano (soprattutto Euridice) alcuni tratti di prosa.
Il componimento al quale sei più affezionata e perché? Sicuramente “La strega”. Si tratta di un omaggio al romanzo di Vassalli, “La Chimera”, ma è molto di più: la sera in cui scrissi, quasi di getto, quei versi soffrivo molto perché un sogno in cui avevo creduto a lungo si era rivelato… una chimera appunto. E i desideri, quando restano irraggiungibili come le stelle fanno male: “desideri di vetro / da trafiggere i polsi”. Questo stato d’animo mi permise di immedesimarmi con Antonia, la “strega” del romanzo, fondere le mie emozioni con le sue, sentirmi meglio e piano piano, con il tempo, trovare nuove stelle, nuova luce. Un’altra poesia a me cara è “La colpa”. Grazie all’artista Mara Cantoni e all’editore Alberto Casiraghy nel 2016 era diventata un “pulcino elefante” in edizione limitata. Un’esperienza bellissima quella trascorsa a Osnago, a stampare a mano con i caratteri mobili e poi a cucire i singoli libretti. Ognuno era unico! Di questa poesia mi affascina il fatto che molti interpretino il “te” di “È difficile perdonare agli altri /la colpa/ di non essere te” come un riferimento a se stessi, invece in quei versi io intendevo descrivere la rabbia impotente che si prova quando le persone che si hanno intorno sono potenzialmente perfette, ma hanno l’unica imperdonabile colpa di non essere quell’unico “te” dotato di valore, la persona ancora amata. Mi affascina scoprire come le stesse parole possano acquisire significati diversi a seconda dello stato d’animo di chi legge.
Colori, emozioni, elementi naturali, nomi, com’è il lavoro di  combinare le parole per creare emozioni in poesia? Nella maggior parte dei casi tutto ha origine da un’immagine. Io cerco di ricreare con le parole le emozioni che le immagini producono in me. Dal momento che tutto inizia di solito da una sensazione visiva, le mie poesie sono ricche di colori, le definirei pittoriche, a volte. La mia più grande gioia è vederle illustrate perché è come se fossero restituite alla loro dimensione originaria.
Ci racconti qualcosa sulla copertina del libro? La copertina è stata realizzata per me dall’artista Mara Cantoni ( www.maracantoni.com ), una cara amica con cui collaboro e che aveva già illustrato in precedenza alcune mie poesie. Lei ha visto nella fanciulla Medusa la Dea dei serpenti cretese ed è proprio alle statuette minoiche che la sua illustrazione si ispira. Il rosso del corallo si è trasferito nei capelli e nella collana che il personaggio indossa. I capelli ricci, il mio tratto distintivo, sono un omaggio a me e si trovano evocati in numerose poesie (“capelli di rovo”). L’idea di far continuare la chioma nel retro della copertina era un modo per valorizzarli. A volte penso che tanta fantasia poetica scaturisca proprio dai miei ricci… Forse sono un po’ come Sansone (anche se decisamente meno forzuta!)
Secondo te scrivere poesie è un atto che possono provare a fare tutti ? Sì, tutti coloro che provano emozioni perché è di emozioni che la poesia si nutre. Alcuni riusciranno a esprimere questo mondo interiore con le parole (è il mio caso), altri con la pittura, altri ancora con ago e filo o con la danza… La poesia ha molte forme, è metamorfica essa stessa. Essenziale è imparare ad ascoltare e a ascoltarsi, soltanto dopo si potrà tradurre la voce dell’anima in versi o in gesti. La poesia fa stare bene, trasforma il dolore in Bellezza. Tutti ne abbiamo bisogno, bisogna solo essere pronti ad accoglierla.

“Eccetera. Una commedia profetica”, Rose Macaulay (Liberilibri, 2020) A cura di Viviana Filippini

18 febbraio 2021

“Eccetera. Una commedia profetica” di Rose Macaulay, potrebbe far pensare ad un testo teatrale. Invece non lo è, perché questo romanzo della scrittrice nata a Rugby è un vero e proprio esempio di romanzo distopico, uscito nel Regno Unito nel 1918 e finito nel dimenticatoio. Già, perché il volume venne ritirato in modo immediato dalle librerie inglesi, in quanto si riteneva che in esso ci fossero dei passaggi sovversivi. Pubblicato l’anno successivo il testo non venne preso in considerazione dalla critica e tantomeno dal pubblico e non a caso finì di nuovo nel limbo dei libri scordati. Da noi, “Eccetera” è giunto grazie all’editore Liberilibri. La trama prende il via in una Londra dopo la Prima guerra mondiale e l’atmosfera che si presenta nella città è a tratti surreale, nel senso che si ha la sensazione che i protagonisti si trovino in un mondo le cui certezze sono andate in frantumi a causa delle guerra e quella pace raggiunta è come lì lì pronta a saltare da un momento all’altro. In una città ammantata da un’atmosfera di pericolo incombente il lettore scopre che tutto è controllato dal Ministero dei Cervelli, creato per favorire il progresso e strutturato in diverse sezioni con funzioni specifiche che controllanno ogni singolo cittadino. Kitty Grammont è la protagonista del romanzo. La donna lavora come funzionaria del Ministero dei Cervelli, è molto intelligente – fin troppo per la società dove vive- tanto è vero che lei rientra nei cittadini di categoria mentale A, ma, allo stesso tempo, comincia a capire che qualcosa non va nel mondo dove vive. C’è troppo controllo, troppa volontà di fare dei cittadini esseri perfetti e di bloccare quello che non è conforme ai principi di Stato. Kitty è sposata e il suo matrimonio con Nicholas Chester Ministro dei Cervelli deve restare segreto, perché lui è di una categoria inferiore e quindi non adatto (o meglio) certificato a sposarla. Un unione tra ordini differenti che rappresenta una vera e propria sovversione del sistema e una miccia che potrebbe fomentare una rivolta popolare. Il romanzo della Macauly è una storia avvincente, distopica, che ha al centro della narrazione la tematica della manipolazione delle menti umane e della società al fine di sottomettere e controllare in modo completo le persone. “Eccetera. Una commedia profetica”, scritto nel 1918, anticipò per i certi aspetti trattati il film “Metropolis” di fritz Lang del 1927, ma anche romanzi diventati pilastri della letteratura mondiale come “Il mondo nuovo” di Aldous Huxley del 1932 e “1984” di George Orwell del 1949. A dire il vero, però “Eccetera. Una commedia profetica” di Rose Macaulay è attuale oggi come ieri, perché non è difficile riscontrare nella società immaginata dall’autrice nel 1918 alcuni aspetti sociali  molto simili a quelli del nostro vivere di oggi. Traduzione Irene Canovari.

Rose Macaulay, nata a Rugby nel 1881 in una famiglia di accademici, trascor­se l’infanzia in Italia, studiò a Oxford e lavorò alla Sezione Propaganda durante la Grande Guerra. Spirito ribelle e femminista, ebbe una vita molto attiva e riuscì a guadagnarsi da vivere grazie alla sua scrittura, cosa rara per una donna a quei tempi. Compì innumerevoli viaggi, frequentò circoli letterari, femministi, religiosi e pacifisti, e partecipò ai programmi radiofonici della BBC. Non si sposò mai, reputando la vita domestica una minaccia alla creatività femminile, ma visse una lunga relazione d’amore con lo scrittore irlandese Ge­rald O’Donovan, ex-prete sposato e padre di tre figli. Poco prima di morire (si spense a Londra nel 1958), venne insignita del titolo di Dama Comandante dell’Ordine dell’Impero Britannico.

Source: richiesto all’editore. Grazie all’ufficio stampa di Liberilibri.

Quando vivere è “Tutta una questione di algoritmo” (Brè Edizioni, 2020). Intervista a Luca Bovino a cura di Viviana Filippini

12 febbraio 2021

“Tutta una questione di algoritmo” è il romanzo di Luca Bovino edito da Brè edizioni. Il protagonista – un avvocato- deve fare un immediato viaggio a Bologna per recuperare una somma. Lui parte, ma non sa che qule viaggio da Bari a Bologna gli cambierà per sempre la vita e lo porterà a mettere in discussione ogni aspetto del suo vissuto. Ne abbiamo parlato con l’autore.

Come è nata l’idea del libro? L’idea è nata dalla volontà di liberarmi di alcuni fantasmi che aleggiavano nella mia testa da diverso tempo.  Ho iniziato dapprima ad immaginare l’episodio centrale del libro, dove il protagonista si trova nella libreria e si imbatte in un libro in cui c’è scritto qualcosa che lo lascia sbigottito. Dopo, a poco a poco, ho ricostruito un percorso per arrivare, e poi per uscire, da quella situazione. Però, in parte, quanto narrato è ispirato ad un fatto accadutomi davvero durante un viaggio di lavoro. Lo spunto per un canovaccio romanzesco ce l’avevo davanti ai miei occhi, dovevo soltanto camuffarlo, e rendere il vero verosimile, e il possibile impossibile.

Quanto c’è di lei nel personaggio protagonista? Sì, c’è tantissimo di me. E forse è necessario che sia così. Ogni testo è idiosincratico, ipersoggettivo. La riprova, diceva Todorov, è che non potrai mai avere due racconti identici di uno stesso fatto. Né due riassunti uguali di uno stesso testo, come sanno bene gli studenti, loro malgrado. Quindi, in ogni scritto c’è il DNA del suo autore, i suoi tic, le sue devianze, le sue ossessioni. Ad ogni modo, il racconto ha effettivamente un antecedente biografico. Una mattina mi trovai in una libreria, tanto lontano da casa, stanco e spossato da un viaggio di lavoro, e mi imbattei in un libro che aveva un contenuto che mi sembrava originale. Mi partì un What if. Provo a spiegarmi con un esempio. Nell’Odissea l’indovino Tiresia diede un oracolo ad Ulisse pieno di immagini assolutamente incomprensibili: c’è un remo, un ventilabro, un popolo che non conosce il sale, e tante altre cose misteriose. Erano delle evidenti allusioni, ma non si capiva bene a cosa. Ero molto deluso del fatto che nessun critico ne parlasse mai, e mi chiedevo perché l’autore l’avesse lasciata così vaga. Poi, per caso, in un racconto dell’Aleph di Jorge Luis Borges trovai la spiegazione che Omero aveva dimenticato di dare. Allora non ero stato l’unico a pensarci? Provai una sensazione di felicità indescrivibile e travolgente. Ecco, quel giorno, in quella libreria, vissi un’esperienza del genere, ma moltiplicata per mille. Più proseguivo nella lettura, più crescevano le mie aspettative, perché sembrava che lì ci fosse l’intero universo delle risposte su cui mi interrogavo da sempre. Fu piacevole quanto straniante: sentivo come se da un momento all’altro potessi trovarci qualcosa di straordinario, ma sapevo che era impossibile. C’era da ridere e da restare seri. Era questo il what if: se esistesse davvero un libro in grado di sconvolgere la vita al suo lettore, quale contenuto potrebbe avere? Ma prima ancora di trovare una risposta mi sono detto: se hai una storia, con un’idea impossibile e verosimile, allora hai un romanzo! Dovevo solo scriverlo. E in effetti, poi, qualcosa è successo. E sta ancora succedendo.

Il viaggio fisico da Bari a Bologna, può essere visto anche come un viaggio interiore compiuto dal protagonista per la riscoperta del proprio io profondo? Certo, ogni viaggio lo è. Il mio romanzo è certamente picaresco. In fondo, è il racconto di un viaggio, e di frodi, di spostamenti e di illusioni, di movimenti e di immobilismi. E questo tipo di racconto ha metodiche rimaste, più o meno, costanti sin dal Medio Evo. Gli spostamenti a cavallo ora si fanno in automobile o in aereo; non si cerca il Graal ma qualcosa di altrettanto ineffabile; non si combattono i draghi ma mostri ugualmente pericolosi. E poi, una volta in strada, si ha la stessa sensazione di smarrimento del cavaliere errante: la realtà che si immaginava di trovare prima di partire – con i suoi principi, codici, riti, modi – sembra scomparsa.  Ogni viaggio fisico è anche un viaggio morale, e c’è anche una ragione quantistica su questo. In Helgoland il fisico Carlo Rovelli racconta di come gli atomi restino alterati una volta in contatto con altri atomi, e lo stesso accade anche ai corpi che sono fatti di atomi. Quindi ogni nuova interazione provoca nuova informazione con la particolarità che ogni tentativo di volgere uno sguardo verso sé stessi fa perdere parte dell’informazione acquisita in precedenza e ne fa acquisire nuova. Ed è singolare come questa lettura regga benissimo anche dal punto di vista morale. Non accumuliamo conoscenze, le cambiamo sempre. Per questo, ogni volta, ad ogni nuova esperienza ci sembra sempre di non riconoscere più sé stessi. Il punto è che ogni fisico teorico, ogni scrittore, ogni uomo ha sempre lo stesso problema: cercando di scavare nell’impenetrabilità di quel “io profondo” finisce per non avere argomenti per esprimerlo (altrimenti non sarebbe impenetrabile). E ricorre alle formule, al linguaggio, ai simboli. Ma tutti i simboli lasciano sempre nascosto l’elemento che rappresentano; e allora interagiscono, interfacciano, interloquiscono in sua vece, e lasciando nell’ombra, nel profondo, l’elemento cui alludono. Questa è la grande lezione, una delle tante, che mi ha provocato la lettura di Luhmann, un titano del nostro tempo, al quale devo molto pur avendo appreso pochissimo, e ricordandolo qui cerco di ripagare in parte questo debito.

Cosa intende per Algoritmo Esistenziale del quale il protagonista deve occuparsi? Un “algoritmo esistenziale” per me è soltanto un ossimoro; il titolo che ho dato al libro è chiaramente un’antifrasi. E la cosa divertente è che nessun algoritmo potrà mai riconoscerlo: l’ironia è sempre meta testuale; la prima volta che un computer avrà istruzioni per ridere da solo il mondo finirà. In fondo la vita non è razionale. Non ci sarà mai nessuna equazione, o teoria, a spiegarci come funziona davvero la natura. Sono arrivati ad ammetterlo anche i fisici, dopo aver scoperto (o forse inventato) la teoria dei quanti. Woody Allen disse una volta: se Dio esistesse dovrebbe spiegarmi molte cose; e in effetti è così. Però, diciamola tutta, non penso neanche che la realtà sia narrativa; cioè che esista una mano invisibile a distribuire premi e lieti finali. Mi piacciono i romanzi proprio perché sono romanzi. Ma non ci credo. La razionalità e la narratività sono soltanto le proprietà dei nostri emisferi cerebrali. Certo, guardiamo il mondo attraverso loro. Ma appartengono a noi, non al mondo. Ma c’è anche un’altra riflessione da fare. C’è stato un altro grande pensatore italiano, Emanuele Severino, che aveva ricordato come la cifra del nostro tempo sia la vittoria della tecnica. Cioè della capacità quasi irreversibile dei mezzi di diventare scopi. Il sistema sociale che oggi domina non è il capitalismo o la democrazia o altro, ma è la tecnica: la tendenza di qualsiasi sistema a predisporre mezzi che amplifichino altri mezzi che a loro volta amplifichino altri mezzi che dovrebbero in teoria raggiungere scopi, ma che questa continua amplificazione fa allontanare sempre più. Fino diventare degli scopi solo teorici. L’informatica, a pensarci bene, ha avuto questa evoluzione: i sistemi telematici sono costruiti per migliorare innanzitutto se stessi, e solo accidentalmente per migliorare il tenore di vita delle persone. Eppure era per quello che furono concepiti. Ma lo stesso vale per la politica, per l’economia, per il diritto. Ogni sistema riproduce innanzitutto gli elementi che riguardano se stesso, sono principalmente autopoietici (come ricordava sempre Luhmann) e forse autopoetici (come ricordava Baumann, a proposito della visione di Luhmann) e spostano sempre più al loro esterno i fini, sostituendo i mezzi con altri mezzi. La tecnica non è la serva, ma la padrona del nostro mondo. E la tecnica si esprime attraverso gli algoritmi.

Lei è avvocato come è stato scrivere un romanzo? È stato un po’ come sentirsi allo stesso tempo il narcotrafficante e l’agente antidroga, per usare una felice battuta di David Foster Wallace. L’avvocato ha sempre il panico di essere frainteso, per questo si appoggia ai luoghi comuni del suo gergo: per non farsi scoprire. In fondo nel settore giuridico c’è già un testo (che è la legge) e c’è già un lettore ufficiale (che è il giudice). Quindi lui deve interpretare l’interpretazione, e cerca di farlo in punta di piedi, nel modo meno originale possibile, per non dare l’impressione di essere un usurpatore. Il linguaggio letterario, invece, è creativo; il testo non c’è: lo realizza lo scrittore, con la collaborazione del lettore. Scrittore e lettore sono un’associazione a delinquere finalizzata alla creazione di falsi. Umberto Eco l’aveva detto bene: tra quei due c’è un patto illecito: uno fa finta di scrivere la verità, l’altro fa finta di crederci. E si divertono frodandosi a vicenda. I poeti sono strane creature, ogni volta che parlano è una truffa, cantava De Andrè (che era sia poeta che musicista, e quindi doppiamente illecito). E poi la scrittura non ha vere e proprie regole: si possono usare licenze lessicali, abolire la sintassi, invertire sequenze temporali, alterare la logica. Tutto può andare bene per rendere un’immagine con le parole. Forse la vera incompatibilità la vedrei tra la poesia e la matematica, più che tra questa e la filosofia. Solo due persone nella storia dell’umanità hanno scritto opere matematiche in forma di poesia: Omar Khayyann e Giordano Bruno. Eccezioni irripetibili. Qui, la regola è che non ci sono regole: per questo le metafore vanno continuamente aggiornate. Ecco, se dovessi fare un paragone tra il linguaggio giuridico e quello letterario, direi che i loro discorsi hanno mire invertite, e retoriche speculari. Lo scrittore può anche giocare con i ragionamenti, ma vuole provocare un’emozione. Mentre l’avvocato potrà anche giocare le emozioni, ma vuole provocare un ragionamento.

Tutta una questione di algoritmo”, può essere visto come un romanzo di formazione, dove il protagonista anche se adulto è chiamato a trovare un nuovo sé? La domanda tocca un punto nevralgico. Ogni romanzo è la storia di una quiete infranta, che un protagonista dovrà ripristinare. E se ci riesce, di solito, diventa un eroe. Perché grazie a lui la vicenda collettiva riconquista l’equilibrio che aveva perduto. Qualcuno ha detto che la vicenda collettiva è di solito circolare, mentre quella individuale è lineare. Il meccanismo era già stato studiato nei primi anni del Novecento da Propp nella sua Morfologia della fiaba, a proposito dei racconti popolari. Il protagonista elimina la minaccia del regno e diventa principe. Però non sempre gli va bene. Il cambio di status potrebbe anche diventare una pena. La riconquista del paradiso perduto talvolta esige il sacrificio di un messia. Gli studi di Propp si rivelarono un’autentica miniera d’oro. Cinquant’anni dopo gli strutturalisti francesi provarono ad applicare i suoi studi al romanzo, non sempre con risultati efficaci. Anche in Italia ci sono stati lavori importanti sul tema. Ricordo Gianni Rodari e la sua Grammatica della fantasia, secondo cui il romanzo sarebbe un’allegoria dell’adolescenza: dopo aver attraversato il bosco dell’infanzia, nessuno riesce a tornare bambino. E, in effetti, anche nel mio racconto, ad un certo punto, c’è un bosco e un bambino che lo attraversa tornandone cambiato. È una citazione, neanche troppo velata, a questo compianto autore, che oggi avrebbe compiuto cento anni. Nell’ultimo capitolo di Se una notte di inverno un viaggiatore anche Italo Calvino si interrogava su un’altra intuizione del russo: tutti i romanzi potrebbero delle variazioni sul tema di un unico racconto primordiale? Chi può dirlo. Il romanzo è comunque una reazione simbolica all’ineluttabilità dell’entropia. E da questo punto di vista, forse, potrebbe essere formativo.

Se dovessero fare un film chi vedrebbe nella parte del protagonista? Domanda imbarazzante. Dovrebbe essere un soggetto riflessivo, ma anche impulsivo; intraprendente ma anche pigro; determinato ma anche indolente; moderatamente intellettuale però anche molto screanzato; energico ma anche nevrastenico. Non riesco a vedere un attore italiano che oggi riesca a dare voce a tutte queste contraddizioni. Certo, per carità, oggi ci sono attori bravissimi in Italia, ma forse sono un po’ troppo caratterizzati (diciamo che è difficile trovare qualcuno che riesca a non fare sempre la stessa espressione col viso). Io vedrei bene un attore che riesca a trovarsi a suo agio in un’atmosfera iberica, piena di elementi grotteschi e stranianti, uno dei tanti che recitavano per i film di Bunuel, o per Kubrik. Però la domanda è anche cattivella, l’attore è la maschera che sceglie il regista in base a come lui legge il testo, in base alle tensioni e alle pertinenze che lui avrebbe individuato come essenziali nel racconto. Dire ad un regista quale attore dovrebbe scegliere è come dire ad un lettore il modo con cui dovrebbe leggere un romanzo. Un romanzo si legge proprio perché ha moltissimi livelli di fruizione e ognuno più scegliere quale gli aggradi. È come portare un bambino ad un negozio di caramelle e poi scegliere al suo posto quali dovrà mangiare. O scegliere al posto di un allenatore i giocatori che dovrebbe far scendere in campo. Certo, potrà essere molto educativo, molto funzionale, molto pragmatico. Ma è la morte della poesia, della fantasia, del gioco. E forse è anche per questo che il cinema è attualmente in crisi, almeno quasi quanto la nostra nazionale: le scelte le fanno gli altri, e non ci si diverte più.

Il figlio, Gina Berriault (Mattioli 1885,2020) A cura di Viviana Filippini

4 febbraio 2021

A volte succede di incontrare persone che indossano una maschera recitando una parte e nascondendo quella che è la loro vera natura, apparendo quello che non sono in realtà. Questo è quello che succede a Vivian, la protagonista del romanzo breve “Il figlio”, dell’americana Gina Berriault, edito da Mattioli 1885. La giovane protagonista è bella, affascinante, insomma ha le carte in regola per fare l’attrice nell’America degli anni ‘40. Vivian che fa? Si sposa in fretta e furia con Paul, un aspirante attore diretto a Hollywood. Il matrimonio improvviso lascia la famiglia della ragazza senza parole ma, anche se con tanti dubbi, loro accettano il fatto. La relazione ha vita breve, perché Vivian resta incinta e il marito decide di tentare la fortuna altrove. La giovane torna della famiglia, diventa madre, ma si sente inadatta, è come se le mancasse qualcosa (amore vero, vestiti di qualità e non sciatti come ci racconta l’autrice) per rendere la sua vita completa. Pagina dopo pagina la vita di Vivian è un continuo alternarsi di alti e bassi. Nella sua esistenza si avvicendano una lunga serie di figure maschili che prendono tanto da lei ma che, allo stesso tempo, sembrano incapaci di ricambiare in modo completo quello di cui la protagonista ha bisogno. L’instabilità emotiva della donna è susseguirsi di relazioni brevi, con uomini diversissimi tra loro, tanto che dopo il marito aspirante attore, ci sono un dj radiofonico, un secondo marito medico che partirà per il fronte e altri uomini che passeranno veloci come un battito di ciglia. Di loro non resta nulla a Vivian, se non un senso di vuoto e di mancanza. Anche il lavoro non dà grandi soddisfazioni alla donna, perché la sua bellezza è sì quello che principalmente le permette di lavorare, ma tutto dura poco e dopo aver fatto la cantante in diversi locali serali, Vivian finisce a lavorare in un albergo. L’americana Gina Berriault ci porta nella vita di una donna –Vivian- dove la carenza di stabilità emotiva e lavorativa sono la dominante e sono gli elementi che scatenano in lei una profonda delusione e una sofferenza che la consuma. In realtà c’è una cosa, o meglio, un qualcuno, sempre presente nella vita di Vivian, ed è il figlio David. Verso di lui Vivian ha un amore un po’ fuori della norma, perché se per buona parte del libro lo si interpreta come amore di una mamma per un figlio, andando avanti nella narrazione si arriva a un sentimento un po’ diverso, nel quale il rapporto mamma-figlio, viene vissuto tra realtà e immaginazione e dove, ad un certo punto, i sentimenti della Vivian donna prendono il sopravvento sulla Vivian madre e David più che figlio è visto come uomo. Gina Berriault, scomparsa nel 1999, è un’autrice americana tutta da scoprire, perché con la sua scrittura- e lo dimostra ne “Il figlio”- riesce a indagare l’animo umano narrandolo nelle sue più profonde fragilità emotive e comportamentali, portando il lettore a diventare un testimone silenzioso e attento di una intimità e di una umanità dove qualcosa si è incrinato in modo irreparabile. Traduzione Nicola Manuppelli.

Gina Berriault (1926-1999) è autrice di quattro romanzi, tre raccolte di racconti e diverse sceneggiature. Il suo lavoro è stato ampiamente pubblicato da riviste quali Esquire, The Paris Review e Harper’s Bazaar. Nel 1996 un’antologia che riuniva anche i racconti qui presentati ha vinto il premio PEN / Faulkner, il National Book Critics Circle Award e il Bay Area Book Reviewers Award. Nel 1997 è stata scelta come vincitrice del Premio Rea per la Short Story. Questa è la prima traduzione in italiano.

Source: del recensore.

Intervista a Paolo Venturini per “Michele Dancelli, l’asso di fiori”, Compagnia della stampa Massetti Rodella (2020) A cura di Viviana Filippini

25 gennaio 2021

“Michele Dancelli, l’asso di fiori” è il libro del giornalista Paolo Venturini con protagonista il ciclista bresciano Michele Dancelli attivo dal 1963 al 1974 nel mondo del ciclismo con 54 successi, tra i quali la Milano-San Remo del 1970 con una fuga in solitaria di 70 chilometri. Il libro edito da Compagnia della Stampa Massetti Rodella, grazie alle fotografie e ai testi di Venturini ripercorre le imprese sportivi di Dancelli e, allo stesso tempo, lo racconta dal punto di vista umano e emotivo, dando al lettore un ritratto completo di Dancelli sportivo e uomo. Ne abbiamo parlato con l’autore. Prefazione Ernesto Colnago.

Paolo ben trovato a Liberi di scrivere, perché hai scelto di scrivere un libro sul ciclista Dancelli? L’idea è nata a fine 2019 dal momento che nel 2020 si celebravano i 50 anni dalla vittoria alla Milano Sanremo di Michele Dancelli al termine di un’impresa epica che fotografa in pieno il carattere di attaccante e ribelle di Michele Dancelli. La vittoria alla Sanremo è il successo più prestigioso nella carriera del ciclista bresciano. ma non l’unico. Purtroppo la sua immagine è legata a quell’impresa e quasi tutti gli appassionati lo ricordano solo per questo. Così ho pensato di rendergli omaggio raccontando la sua figura affinché non fosse dimenticato. In fondo si dice che i libri donino l’eternità. A parte questo non volevo emulare altri che hanno scritto in passato sul campione di Castenedolo ed ho pensato di legare la sua figura al momento storico, ovvero la fine degli anni ‘60 per contestualizzarlo e farlo diventare a suo modo un figlio del suo tempo, ovvero un corridore e un uomo ribelle alle convenzioni, istintivo e rivoluzionario nel modo di interpretare la corsa senza eccessivi tatticismi, ma con tanta creatività. Tant’è che il titolo originale dell’opera doveva essere “Il Ribelle”, poi…

“L’asso di fiori” del titolo che cosa rappresenta? Quando stavo raccogliendo il materiale per la pubblicazione del libro ho scoperto che la vittoria alla Milano Sanremo di Dancelli funge da ispirazione a Ernesto Colnago, oggi ambasciatore del made in Italy per quanto riguarda le bici da corsa e profondo innovatore tecnico (introdusse per primo il telaio in carbonio e i freni a disco), per la creazione del suo logo famoso in tutto il mondo, l’asso di fiori. Ma pochi sanno che quel simbolo nacque proprio in seguito alla vittoria di Michele a Sanremo. Colnago all’epoca, il 19 marzo del 1970, è il meccanico di Dancelli, lo segue in ammiraglia con la bici in spalla durante la sua fuga e gioisce con lui per la vittoria. Al ritorno entusiasta da Sanremo, la sera si ferma a cenare in un ristorante di Laigueglia dove incontra Bruno Raschi, storica firma della Gazzetta dello sport intento a scrivere per il giornale sportivo dell’impresa di Dancelli. Confidandosi con il giornalista, Colnago gli rivela che sta cercando un nuovo logo per la produzione delle sue biciclette e vorrebbe fare qualcosa in ricordo di quella straordinaria giornata. Raschi gli suggerisce l’asso di Fiori, perché l’asso è lui Colnago, re della bici, ma è anche Dancelli, il fuoriclasse e i fiori che ricordano la Riviera dove si è celebrata l’impresa. Da lì inizia una storia imprenditoriale tutta nuova e di grande soddisfazione per Colnago. In senso più esteso però l’asso di fiori rappresenta anche una carta vincente, proprio come Dancelli, capace se vuole ed ha fortuna, di qualsiasi impresa.

Come è stato ricostruire la vita del ciclista bresciano? Naturalmente alla base ci sono stati una serie di colloqui interviste nelle quali ho sollecitato alcune risposte e ho chiesto di raccontarmi qualche aneddoto. Per fortuna Dancelli è stato molto lucido e alcuni episodi li ricordava perfettamente, come fosse ieri, regalandomi anche alcune chicche. Poi però ho dovuto fare un grande lavoro di ricerca per ricostruire gli avvenimenti sportivi e non solo di quel periodo per arricchire il racconto che non vuole essere una semplice biografia.

Quale è l’aspetto che più ti ha colpito di Dancelli sportivo e di Dancelli uomo? Innanzitutto la sua carica umana, correva per passione ma anche per mangiare, la bici era per lui un mezzo di riscatto sociale da una condizione iniziale di povero muratore orfano. Eppure una delle prime cose che mi ha detto è che vincere in fondo gli dispiaceva per chi veniva battuto, soprattutto se batteva non campioni per i quali una vittoria in più poteva fare la differenza. Poi nella vita privata è stato uomo di grandi passioni, ha vissuto a tratti intensamente, ha commesso errori, ma mai senza intenzionalità o peggio cattiveria.

Come definiresti la pedalata del ciclista nativo di Castenedolo (Brescia)? In gergo tecnico si dice rotonda e pulita quando un ciclista sa esprimere a pieno le sue potenzialità tecniche. Il problema di Dancelli non erano le gambe, finché non ha patito infortuni, fisicamente era fra i migliori corridori della sua epoca ricca peraltro di grandissimi campioni (Anquetil, Merckx, Gimondi, Motta solo per citarne alcuni); bensì la testa. Perchè quando si abbassava la bandiera di una gara equivaleva per lui al drappo rosso per un toro nell’arena e si scatenava. Ma come il toro, per la sua prematura irruenza, spesso veniva infilzato dagli avversari.

Michele Dancelli ha partecipato alla stesura del libro? Che impressione ha avuto nel momento in cui si è ritrovato protagonista di una biografia? Senza il suo consenso questo libro non avrebbe visto la luce. Ho dovuto corteggiarlo per qualche mese affinché accettasse di fare il libro e sottoporsi alle domande. Avevano già scritto qualche biografia su di lui, ma le precedenti non avevano mai scavato nella sua vita privata e da lì è nata la sua ritrosia. Poi quando ha letto le prime pagine del libro, allora è stato molto contento, direi lusingato.

Quanto è stato sofferto l’abbandono del ciclismo per Dancelli?

Più di quanto non si creda. Oggi buona parte dei corridori di livello che non vogliono abbandonare l’ambiente si ricicla come direttore sportivo o manager, ai suoi tempi non c’era questa possibilità. Ha fatto il possibile per restare nell’ambiente e la nostalgia per la competizione l’ha portato ad affrontare per qualche tempo le gare amatoriali della domenica.

Un’ultima domanda Paolo. Questo è il tuo primo libro, come è stato scriverlo? Stai già pensando a qualcosa d’altro? È stato impegnativo perché ho dovuto conciliare il lavoro di redazione con questo. Spesso mi sono trovato a scrivere di notte. Ma alla fine è stato talmente eccitante che quando iniziavo a scrivere un capitolo andavo avanti senza sosta fino alle 6 del mattino. Mi ha particolarmente appassionato il lavoro di ricerca storica e la costruzione della storia stessa. Penso sia quello che ho sempre voluto fare nella vita e forse non ho avuto mai il coraggio, l’occasione o la giusta ispirazione per fare. E’ stato talmente eccitante e di soddisfazione la realizzazione del libro (anche se penso che avrei potuto fare meglio, col senno di poi) che ho già in cantiere altri lavori. Due libri in particolare dovrebbero vedere la luce entro fine anno, uno ancora in argomento ciclistico e un altro dedicato ad un tema completamente diverso. Entrambe saranno biografie romanzate. Di più non posso rivelare. Grazie.

L’invenzione dell’isteria.Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière, Georges Didi-Huberman, Marietti 1820 (2020) A cura di Viviana Filippini

17 gennaio 2021

Charcot. Di certo sarà capitato di sentire almeno una volta il nome di Jean-Martin Charcot in rapporto all’ospedale psichiatrico parigino della Salpêtrière e dell’isteria. Il libro “L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière” di Georges Didi-Huberman edito da Marietti 1820, porta il lettore all’interno dell’ospedale parigino dove erano rinchiuse tra le 4 e 5mila donne e dove Charcot divenne direttore nel 1862. Fu in questo istituto che Charcot trovò materia prima per la definizione di quel disagio femminile conosciuto come isteria. Quello che emerge dal libro di Didi-Huberman è che per Charcot, oltre ai gesti concreti compiuti dalle donne ricoverate, per comprendere i sintomi e le manifestazioni della sindrome, fu importante documentare con la fotografia gli attacchi delle pazienti, per avere un vero e proprio dossier su di esse. Considerando la definizione di isteria, essa identifica “una psiconevrosi caratterizzata da stati emozionali molto intensi e da attacchi parossistici particolarmente teatrali”. Alla Salpêtrière tutto venne quindi accuratamente documentato, passo dopo passo, per ogni singola paziente, poiché Charcot creò un vero e proprio metodo che aveva nella fotografia e nella partica dell’induzione all’attacco isterico gli strumenti fondamentali per individuare la malattia. Un aspetto interessante del testo edito da Marietti 1820 è comprendere anche quanto le donne protagoniste degli scatti fossero, spesso e volentieri, costrette ad assumere determinati atteggiamenti per creare il perfetto “effetto fotografico”.  Si accende nel lettore una riflessione, perché durante la lettura ci si domanda non solo quanto siano realistiche le immagini arrivate a noi nel corso del tempo, ma quanto davvero fossero malate di isteria (secondo Charcot diversa dall’epilessia) le donne fotografate. Durante le sedute fotografiche si creava una situazione nella quale nasceva una sorta di gioco di seduzione tra le parti coinvolte (paziente, medico, fotografo) dove le donne erano in un certo senso spinte a dare sfogo in modo più accentuato a specifici comportamenti (espressioni del viso, spasmi rapidi e movimenti del corpo) per arrivare a identificare l’isteria e le sue quattro fasi. Dettagli che si scorgono osservando le vecchie fotografie riportate nel libro dove ci si accorge, e lo confermano poi le parole, che le pose delle ritratte non appaiono così naturali, ma sono un po’ impostate per la buona riuscita dell’immagine ad effetto. Il lettore può conoscere questo, perché nel libro di Didi-Huberman sono presentate le documentazioni fotografiche (108 immagini d’archivio) di quello che accadeva alle donne ricoverate durante un attacco isterico. L’accuratezza delle immagini fa capire a chi legge di essere davanti ad una vera e propria indicizzazione, catalogazione della psiconevrosi e delle sue modalità di manifestazione. Tanti sono gli interrogativi attorno all’isteria ai quali non sempre si è riusciti a dare risposta. Certo è che “L’invenzione dell’isteria. Charcot e l’iconografia fotografica della Salpêtrière” di Georges Didi-Huberman aiuta a comprendere non solo la figura di Charcot e i suoi studi sull’isteria, ma ad avere anche un approfondimento attorno alla nevrosi e alle sue modalità di manifestazione. Traduzione Enrica Manfredotti.

Georges Didi-Huberman, filosofo e storico dell’arte, insegna all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi.

Source: del recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A Comunicazione.

Momo, Jonathan Garnier e Rony Hotin, Tenuè (2020)A cura di Viviana Filippini

7 gennaio 2021

Momo è la piccola protagonista della graphic novel “Momo” di Jonathan Garnier e Rony Hotin, pubblicato in Italia da Tenuè. La bambina di 5 anni, con i suoi capelli ribelli e la sua voglia di vivere in libertà, abita con la nonna con la quale passa le giornate dividendosi tra casa, uscita in paese, scuola, giochi e anche qualche marachella con gli amici più grandi di lei.  Nonostante l’apparente spensieratezza Momo però è un po’ triste, tanto è vero che spesso e volentieri, si reca al molo della città portuale della Normandia dove abita e guarda l’orizzonte lontano, nella speranza di intravedere laggiù dove cielo e mare si fondono la barca del padre che le manca tanto. L’uomo è un marinaio d’altura costretto per lavoro a passare diversi e lunghi periodi dell’anno in mare.  Ad un certo punto la vita di Momo cambia, perché la nonna muore e la bambina resta sola. A prendersi cura di lei, il pescivendolo del paese, un grande amico del padre che la accoglie in casa, pur di non farla finire sotto il controllo dei servizi sociali. Non solo, perché tra i tanti personaggi che compaiono nella vita della piccola Momo e che la aiutano a passare il brutto momento che si trova a vivere, ci sono Françoise e Tristan, soprannominato prima Banana per lo strambo ciuffo biondo e poi Pomodoro. I due amici di Momo (anche se ad un certo punti si ha come la sensazione che nel cuore di Tristan ci sia qualcosa in più dell’amicizia) la aiuteranno a passare il tempo e a ritrovare il padre sempre al lavoro in mezzo al mare. Il libro con i testi di Jonathan Garnier e le immagini di Rony Hotin è una vera e propria storia di formazione che ha al centro la piccola Momo. Ogni evento dal lei vissuto, ogni incontro fatto sono per la protagonista esperienze di vita, delle vere e proprie prove, a volte dure da accettare e superare (la perdita della nonna, la lontananza dal padre, le incomprensioni e i bisticci con i compagnia di scuola), ma che la aiuteranno a crescere e a comprendere quelli che sono i veri e importanti valori del vivere. “Momo” è una storia che è nata nella mente dell’autore prendendo spunto da una fotografia con ritratta un bambina giapponese e dove la spensieratezza, la felicità e la malinconia pulsano nel cuoricino di una bambina di 5 anni. “Momo” spinge il lettore -bambino o adulto- a riflettere sul senso del vivere e sul fatto che a volte ci sono eventi improvvisi che ci costringono, indipendentemente dall’età, a dover rivalutare e riorganizzare tutto il nostro modo di dire, fare pensare, proprio come accade alla piccola, simpatica e coraggiosa Momo.  Traduzione di Stefano Andrea Cresti.

“Momo” ha vinto il  Prix Bull’Gomme, del premio Pépite BD al Salon du livre et de la presse jeunesse de Montreuil e è stato nominato al Prix Sorcières.

Jonathan Garnier, nato nel 1982 in Normandia, ha lavorato come editor per Ankama Édition e lì ha scoperto talenti come Amélie Fléchais. Con lei ha realizzato ll sentiero smarrito, portato in Italia da Tunué. Spinto dalla volontà di dare vita alle sue storie, ha realizzato altri titoli, tra cui Momo, in collaborazione con Rony Hotin.

Rony Hotin ha lavorato per Disney come autore di graphic novel; il suo cortometraggio The Vagabond of Saint-Marcel ha ricevuto un Audi Talent Award, primo premio di una lunga lista.

Source: del recensore.

Il delitto del Garza. La nuova indagine del Brigadiere del Carmine Brescia, 1922, Enrico Mirani (Liberedizioni 2020) A Cura di Viviana Filippini

29 dicembre 2020

Torna ad indagare nella Brescia degli anni Venti del 1900 Francesco Setti, brigadiere nato dalla penna del giornalista scrittore Enrico Mirani, nel libro “Il delitto del Garza. La nuova indagine del Brigadiere del Carmine Brescia, 1922”, uscito per Liberedizioni nel 2020. Scena d’azione è la Brescia del 1922, quando a inizio del nuovo anno – a gennaio- in città, sulle sponde del fiume Garza, viene ritrovato il corpo senza vita di una giovane donna. Da subito il protagonista comincia a raccogliere indizi per ricostruire la vita della vittima e darle una identità. Questo porterà il protagonista, come avvenuto nei romanzi precedenti, a muoversi nei meandri labirintici fatti di vie, viuzze, piazze e piazzette della città di Brescia. L’indagine sembra giungere abbastanza velocemente verso una possibile risoluzione, ma Setti, affiancato dall’inseparabile appuntato Mario Serafini, si troverà davanti ad una situazione molto più complicata, nella quale le realtà individuate non corrispondono alla verità e non portano ad una chiara e netta risoluzione del caso. Già, tutto poi tende a complicarsi per Setti, perché ad un certo punto viene ritrovato il cadavere di un’altra giovane donna e allora scattano una serie di domande, nel senso che ci si chiede “Sarà un nuovo delitto?”, oppure avrà “Il nuovo caso avrà qualche rapporto con quello già accaduto e non risolto”? Il Brigadiere del Carmine non demorde e ricomincia da capo la sua indagine e ecco che Setti, di nuovo, gira tra teatri, trattorie, caffè e quartieri popolari nella speranza di trovare i giusti tasselli per scovare il colpevole e fermarlo prima che colpisca ancora. Il romanzo di Mirani è un giallo dalla struttura classica con il ritrovamento della vittima, la ricerca degli indizi e la risoluzione del caso, condito però da colpi di scena che non ti aspetti, ma quello che colpisce è come nel corso dei tre romanzi con protagonista il Brigadiere, il lettore ha la possibilità di conoscere un Setti che non è una semplice creatura letteraria. Mirani dota di una profonda psicologia, sentimenti, dubbi e tormenti la figura del protagonista, rendendolo una persona simile ai lettori che si immergono nelle sue indagini. Teatro d’ azione dei personaggi in “Il delitto del Garza” è una Brescia dove si sentono gli echi del Fascismo, dove si muove la piccola criminalità locale con i suoi intrighi. Il libro pone al lettore un’immagine della città oggi scomparsa, dove molte viuzze e quartieri frequentati dal protagonista non ci sono più. Aree intere spazzate via dall’intervento urbanistico avvenuto a partire dal 1927 che cambiò per sempre alcune zone della città. Il più noto fu lo sventramento dell’area popolare dove oggi sorge Piazza delle Vittoria con tutta la sua imponente grandezza e lo stile essenziale tipico dell’Art Deco.  Pagina dopo pagina ci si accorge che “Il delitto del Garza. La nuova indagine del Brigadiere del Carmine Brescia, 1922” di Enrico Mirani è un omaggio alla Brescia del passato ma, allo stesso tempo, i reati e le situazioni presentate e le fragilità umane narrate sono l’immagine di uno ieri, non molto diverso dall’oggi nel quale viviamo.

Enrico Mirani, bresciano, è giornalista e inviato speciale del quotidiano «Il giornale di Brescia». Scrittore appassionato ha dato vita a diverse storie ambientate tra Ottocento e Novecento Bresciano. Il carabiniere Francesco Setti è anche il protagonista del primo volume della serie edito da Liberedizioni: “Il brigadiere del Carmine. Due indagini nella Brescia della Belle Époque e Delitto di paese” e “Una strana indagine per il Brigadiere del Carmine. Brescia 1915”.

Source: libro del recensore.

Intervista a Silvia Maria Busetti su John Law. Vita funambolesca e temeraria di un genio della finanza (Liberilibri, 2020)A cura di Viviana Filippini

21 dicembre 2020

John Law era un economista e finanziere scozzese che amava il gioco d’azzardo, protagonista oggi di “John Law. Vita funambolesca e temeraria di un genio della finanza” (Liberilibri, 2020) di Silvia Maria Busetti. L’autrice prende il lettore per mano e lo accompagna nell’avventurosa vita di Law, l’inventore del Sistema di Law e forte sostenitore dell’introduzione della moneta cartacea in sostituzione di quella di metallo, vissuto il XVII e il XVIII secolo. La biografia scritti dalla Busetti mette in evidenza non solo le competenze che Law aveva in ambito economico, ma anche la sua capacità di intrecciare quelle relazioni che lo portarono a viaggiare per mezza Europa anche se non sempre riuscì a trovare la giusta comprensione per quelle sue idee a tratti troppo innovative per i suoi tempi. Prefazione di Giuseppe Scaraffia.

Come è nata l’idea di scrivere un libro biografico su John Law, economista scozzese vissuto tra il XVII e il XVIII secolo? L’idea è nata alcuni anni fa, quando avevo appena pubblicato una raccolta di poesie. Era un progetto che ero riuscita a realizzare dopo molti anni, utilizzando le poesie scritte fin da bambina. Il mio sogno nel cassetto si era avverato. Ma una volta chiuso questo capitolo, era rimasto un senso di vuoto e il forte desiderio di colmarlo con una nuova “creatura”. Parlai per caso di questo con un amico, Giuseppe Scaraffia, professore universitario ed esperto di letteratura francese, il quale dopo pochissimi giorni mi propose questo soggetto davvero straordinario. L’idea mi piacque subito moltissimo. Non avevo mai sentito parlare di John Law e ne rimasi immediatamente folgorata. Scrivere questo libro è stato elettrizzante: da un certo punto di vista una sfida, perché tratta temi di economia molto complessi, ma è stato anche un continuo infatuarsi del suo incredibile protagonista.

Come ha svolto la ricerca? Mi sono prima documentata sulle fonti e sugli studi su John Law e il suo Sistema per capire meglio l’uomo, le sue idee ed il contesto storico. Poi ho cercato di capire che cosa mancasse nel panorama di questi studi e come avrei potuto io contribuire ad una maggiore conoscenza di questa figura così fuori dal comune. Quasi naturalmente ho individuato il mio modo di raccontare John Law, comunicando ad un pubblico non necessariamente accademico il contesto storico ma soprattutto la giusta sequenza cronologica degli eventi che non mi sembrava fossero fino ad allora stati chiariti veramente. La fase di ricerca infatti è stata lunga e difficile perché è vero che in molti hanno scritto di John Law, ma è altrettanto vero che le informazioni disponibili erano quasi sempre lacunose e cronologicamente inesatte. Gli eventi che caratterizzarono la vita di John Law furono innumerevoli e studiando questo personaggio sentivo fortemente l’esigenza di capirne esattamente la loro giusta collocazione storica e culturale.

Ha scoperto qualche particolarità o novità rispetto a quanto già noto, sulla figura di John Law? Non sono riuscita a scoprire documenti inediti ma spero di essere riuscita a gettare nuova luce sull’epoca, e spero si averlo fatto inserendo le questioni specificamente economiche all’interno del contesto storico. Un evento della vita di John Law riportato in pochissimi testi è quello della sua avventura galante con l’elettrice di Baviera, nota come Cunegonda, talmente infatuata dello scozzese che lasciò il suo paese e seguì Law fino a Venezia.

Law era un giocatore d’azzardo e aveva fiuto per gli affari, cosa lo spinse a creare la regola monetaria nota come “Sistema di Law”? Quanto essa fu rivoluzionaria per i suoi tempi? John Law era uno straordinario osservatore. Aveva una mente geniale, sempre attenta a ciò che lo circondava ed avida di conoscenza. Aveva avuto la possibilità di viaggiare attraverso l’Europa per anni e in tutti i paesi che visitò ebbe modo di osservare il modo in cui i diversi governi affrontavano politicamente le crisi economiche. Law era un giocatore d’azzardo e la disponibilità di moneta per lui era un nodo realmente fondamentale per vivere. John Law aveva capito che la produzione di moneta era un fattore fondamentale per lo sviluppo economico. Aveva capito che c’era bisogno di una Banca Centrale e di politiche monetarie che iniettassero sufficiente credito nell’economia. Ma, come ha chiarito il professore Giuseppe Moscarini della Yale Universitiy, in occasione di un recente dibattito organizzato online proprio sul mio libro, questi meccanismi economici sono ancora oggi parzialmente oscuri. L’idea di Law era rivoluzionaria: ci sono voluti centinaia di anni per capire che qualsiasi moneta fondata su un bene finisce solo per frenare lo sviluppo economico. Ma i tempi non erano maturi e “beau John” non venne capito.

Il sistema di Law non ebbe il successo sperato in Francia e finì nel dimenticatoio, perché?  La Francia, grazie a John Law, aveva potuto cancellare il proprio debito pubblico. Un debito dalle proporzioni incredibili. Ma lo shock subito dalla popolazione, che grazie al Sistema si era rapidamente arricchita ma poi altrettanto rapidamente impoverita fu tale, da far dimenticare tutte le riforme che John Law aveva apportato allo Stato francese. Non da ultima l’abolizione di innumerevoli balzelli e un importante abbattimento delle imposte. Il Parlamento lo aveva da sempre osteggiato per invidia e il Reggente, con il suo carattere debole e volubile, presto gli voltò le spalle. Il clima sociale che si era creato al momento della fuga di Law dalla Francia era quindi talmente violento nei suoi confronti che la figura dello Scozzese subì una vera e propria damnatio memoriae. Secondo me ingiustificata. Law fu un incredibile economista, la sua figura dovrebbe essere riabilitata.

Nel libro Law comprò opere di importanti artisti italiani di Venezia. Questo suo fare può permettere di identificare Law come precursore del concetto di “investire sull’arte oggi per avere maggiori guadagni domani”? Certamente sì. Fu proprio grazie alle opere d’arte acquistate negli anni giovanili che lo scozzese riuscì a sbarcare il lunario durante gli anni dell’esilio. Credo fosse perfettamente consapevole del loro valore monetario. Ma in generale era un amante del bello quindi amava l’arte anche in quanto portatrice di bellezza. Lui stesso si fece ritrarre varie volte nella vita.

Agli occhi di quello che lai ha potuto scoprire sulla figura di John Law, secondo lei che opinione avrebbe dello stato dell’attuale economia italiane e mondiale? In questo momento ci vorrebbe veramente un John Law che prendesse in mano le redini di questo mondo disastrato. Un uomo dalle visioni ampie, che abbia a cuore – proprio come John Law – la diffusione del credito e lo sviluppo reale di un Paese. Quando lui arrivò in Francia, il Paese era allo stremo, dilaniato da guerre, pestilenze e da una povertà forse mai vista prima. Law risollevò in poco tempo le sorti della Francia e lo fece con politiche monetarie azzeccate. Che poi il Sistema abbia fallito, fu dovuto a meccanismi allora ancora ignoti e quindi all’ingenuità di questo scozzese temerario. Non posso dire con certezza cosa farebbe il mio eroe se oggi fosse qui, ma considerando il suo modo di operare, penso proprio che non cercherebbe di far fronte alla crisi economica con politiche fiscali, attraverso agevolazioni che peraltro riguardano il futuro, ma attraverso politiche monetarie, con iniezioni di moneta sonante, tenendo sotto controllo un moderato aumento inflazionistico.

Silvia Maria Busetti (Roma 1972). Ha studiato socio­lo­gia alla Sapienza Università di Roma e ha scritto per «Affari e Finanza», «Business Insider», «The Boston Globe», «Dallas Morning News».

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa di Liberilibri.

Accadde a Natale, Arnaldo Casali (Graphe.it) A cura di Viviana Filippini

14 dicembre 2020

Il Natale è alle porte. Vero che in questo 2020 le feste natalizie saranno un po’ diverse dal solito a causa della pandemia, ma Natale è sempre Natale, e a Natale sono tante le storie della tradizione che le persone si raccontano nell’attesa che Babbo Natale in sella alla sua slitta porti i doni ai bambini. Il Natale è anche il protagonista della raccolta di racconti “Accadde a Natale” di Arnaldo Casali, pubblicata da Graphe.it. Nel libro il lettore troverà 45 racconti brevi, tutti uniti da un unico tema che ritorna in ognuno di essi: il Natale. Si va dal passato (7 a.C.) al presente e dal presente al passato, in modo tale da permettere a chi legge di svolgere un vero e proprio viaggio avanti e indietro nel tempo in storie che spesso affondano le loro radici nella realtà storica e quotidiana. Per esempio, in uno dei racconti ambientato nel 1915, durante la Prima guerra mondiale, noi lettori scopriamo un po’ la vita dei soldati in trincea e la nascita della “Preghiera per la Pace”. Tra le pagine scritte da Casali compaiono poi altre personalità, come personaggi storici (papa Leone, papa Celestino, Carlo Magno incoronato imperatore proprio la notte di Natale dell’800), della mitologia nordica (Loki e Odino), cantanti e attori (John Lennon, James Brown e Charlie Chaplin) e gente comune che si presenta con le proprie emozioni legate alla festa del 25 dicembre.  Basti pensare che nel 354 i Romani festeggiavano il 25 dicembre come il giorno del Sole Invictus e questo fa pensare a quanto sia sottile il confine tra paganesimo e cristianesimo. Non solo, perché nel 1989, in Romania, mentre una bimba aspettava il Natale, la dittatura di Nicolae Ceaușescu cessò di esistere. Tante storie in successione che portano il lettore a conoscere interessanti curiosità come il racconto nel quale, il 25 dicembre, nacque “Astro del Ciel”, o quello in cui San Francesco inventò il presepe, mentre Sant’Agostino scrisse “Tu scendi dalle stelle”. Non mancano poi storie dove i protagonisti sono persone comuni che vivono a modo loro le festività natalizie e che espongono i loro sentimenti in relazione al Natale. L’ambientazione a dicembre, alle soglie del giorno 25, sono quegli elementi che uniscono tutti i personaggi, che li rendono simili tra loro, anche se nati e vissuti in epoche diverse e differenti. “Accadde a Natale” di Arnaldo Casali è un insieme di vicende che stanno tra la fantasia e la realtà, ma quello che narrano sono vere e proprie porzioni di vita, nelle quali i protagonisti balzano subito nel mondo di che legge. Questo crea una situazione di empatia nella quale lettore riesce a trovare e ritrovare un po’ di sé stesso nei personaggi creati da Casali e a rivivere, ad ogni lettura, l’atmosfera del Natale.

Arnaldo Casali, nato a Terni nel 1975, si è laureato in Storia medievale all’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi sull’umorismo in Francesco d’Assisi. Giornalista professionista, dirige la rivista «Adesso», lavora per l’Istituto di studi teologici e Storico sociali di Terni e collabora con il mensile BenEssere, il Festival del Medioevo di Gubbio e la Pontificia Accademia per la vita. È direttore artistico di Popoli e Religioni – Terni Film Festival e coordinatore della comunicazione del Pontificio Istituto Teologico “Giovanni Paolo II” per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia. Ha scritto il radioracconto Il giorno di Natale, l’opera teatrale Il Giullare di Assisi e pubblicato il libro di interviste Tra cielo e terra. Cinema, artisti e religione (Pendragon, 2011), il romanzo Valentino. Il segreto del santo innamorato (Dalia 2014) e i saggi biografici Maria Eletta. Una monaca in cammino da Terni nel cuore dell’Europa (OCD, 2018) e Sulle tracce di Valentino. Storia, leggende e percorsi del santo di Terni (Bct, 2019). Ha pubblicato, tra l’altro, su Medioevo, Antonianum L’Osservatore Romano.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie all’ufficio stampa  A1.