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:: Storia nera di un naso rosso di Alessandro Morbidelli (Todaro Editore 2017) a cura di Serena Bertogliatti

5 aprile 2018
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La Milano letteraria – quella narrata, non quella che narra – sta, mi sembra, assumendo un ben preciso ruolo nelle rappresentazioni italiane degli ultimi anni. Cinica, arrivista, sentimentale di una malinconia solitaria tutta urbana, promette un anonimato duplice, dolceamaro, che accoglie tutti e nessuno. Sembra il luogo ideale per storie in cerca di un palcoscenico che sia anonimo abbastanza da risultare neutrale – anche se è poi proprio questo “anonimato” di sottofondo, tra cinici arrivismi e inossidabili speranze, a suggerire quale piega queste storie prenderanno.

Storia nera di un naso rosso (Todaro Editore, 2017) di Alessandro Morbidelli è tra queste.

Le storie, questa volta, girano attorno a un personaggio che porta il nome di “Angelo” e si troverà a vestire i panni di un Diavolo. O forse no. Forse Angelo non è altro che una molla necessaria a far scattare il meccanismo – i meccanismi – e questo romanzo parla in realtà di bambini – nati, morti, innocenti, crudeli, innocenti e crudeli, soprattutto innocenti e crudeli al contempo, versioni miniaturizzate degli Io narranti adulti di Storia nera di un naso rosso. E forse allora anche i bambini non sono che un mezzo per parlare d’altro. Sentimenti. Impulsi. Paura, speranza, invidia, senso di colpa. E, a libro chiuso, la vita appare un po’ come un gioco a carte in cui la fortuna ha un peso troppo preponderante rispetto al calcolo e al libero arbitrio. Sa di un determinismo illogico e spietato – ma, mentre gli ingranaggi macinano vite, rimane un lieve, remoto, barlume in cui riconosco lo sguardo di Morbidelli, la spietata serenità dello stile con cui l’ho conosciuto.

L’ho preso in giro insinuando avesse un’idiosincrasia nei confronti dell’alito cattivo: non ero ancora arrivata a metà libro e già tre volte questo dettaglio mi aveva reso un po’ (più) intollerabili alcuni dei personaggi. Ma sta qui il punto: nei dettagli. Che Morbidelli usa per connotare le scene, come filtri a queste sovrapposti che ne facciano vibrare i colori nella direzione dello stato d’animo dell’Io narrante. Un esempio, esemplare, di “Show, don’t tell”.

Ma, più che essere un trucchetto usato ad arte, è una caratteristica del suo stile, che fa sentire come se si stesse osservando il mondo – quello narrato ma anche quello reale, che riconosciamo con così poco scarto in quello narrato – con più profondità, cogliendo il fulcro, il significato, dei gesti più banali, dei tic più sdoganati e, per chiudere il cerchio, di come a volte si percepisca con disgusto l’odore personale di qualcuno quando non si sa più come convincersi a tollerare questa persona – o ciò che rappresenta.

E, a proposito di rappresentazioni, mi sono domandata più volte, da diverse angolazioni:

“Alcuni dei personaggi di questo romanzo sono più vicini a stereotipi che a persone in carne e ossa – o forse il romanzo è realistico nel senso che rappresenta anche quelle persone, realissime, che si sono auto-incastrate in maschere?”

Non lo so, e non è una domanda a cui la critica letteraria possa rispondere. Il mondo, forse, fra cent’anni, guardandoci con la necessaria distanza.

Intanto ho scaricato il dilemma su Morbidelli, chiedendogli se, secondo lui, un romanzo oggi ambientato a Milano, per essere realistico, debba essere amaro. “No, assolutamente.”, mi ha risposto. E, sapendo con quale candore sappia contrastare le fatalità che è così bravo a mettere in scena, un po’ mi sono sentita rassicurata. Forse, mi sono detta a romanzo ancora non concluso, arriverà la pacca sulla spalla, la voce che sussurra che nel cemento crescono fiori, che una forma di bellezza si fa scoprire solo dopo aver giocato a scacchi con l’orrore – ma no, non è successo, non con questo romanzo. Con Storia nera di un naso rosso trovare bellezza nell’umanità diventa una sfida. E questo va a favore di Morbidelli: bisogna essere molto abili con le mani per rendere ripugnanti i movimenti di una marionetta.

Il suo stile, laconico-pacato, è in questo romanzo più diluito, meno fitto, che nei racconti con cui l’ho conosciuto. Ciò agevola la scorrevolezza, rendendo più facile ricostruire il gioco d’incastri tra i personaggi (fin dove si può – poi rimangono buchi neri non colmabili da altro che dalle speculazioni di chi legge, tratto che aumenta la verosimiglianza del romanzo), di cause ed effetti – ma forse non mi sarebbe spiaciuto essere costretta, come a volte mi è successo con i suoi racconti, a soffermarmi per districare la trama dal contesto, il pensiero dall’azione, l’azione dal ricordo, il ricordo dalla speranza.

Tra le pillole che ho sottolineato durante la lettura, riporto:

– Oggi è oggi – gli dico, a due passi. – Ieri non esiste. Perché, se esistesse sarebbe la fine, vero?

E:

Dio, quando fallisce, è il respiro sofferente di un bambino.

Tra i pochi appunti presi, l’ipotesi che tutto il senso del romanzo sia riassunto in poche righe nella prima pagina:

Muovo le mani, affondo e sfioro. In un attimo la mia faccia bianca si anima di un’espressione intensa. Passo poi il rosso colante sulle labbra e sugli zigomi, mentre intorno agli occhi distribuisco il nero, denso come la pece. Mi giro appena e rido: un ghigno sproporzionato si rivela nella sua totale deformità di bocca e di trucco.
Quando faccio così, mi spavento sempre.
Figurarsi i bambini.
Dopo infilo la mano in tasca e cambia tutto.
In un attimo la porto al naso e, quando la tolgo, la pallina rossa che spicca sulla punta mi dà un’aria buffa e mi strappa un sorriso.

È come se tra i lati più neri di una persona e quelli più radiosi non vi fosse che un naso rosso.

E non si tratta, mi pare, tanto del modo in cui si viene visti dall’esterno – il fatto che Angelo divenga un Diavolo agli occhi degli altri personaggi è solo una conseguenza del suo cambiamento interiore, della sua “disfatta” nella guerra tra lui e il mondo – quanto del modo con cui a questo mondo si guarda. Il passo tra il sapervi riconoscere bellezza e il vederlo come il gioco di un muto Dio tritura-destini è breve quanto l’atto di mettersi e togliersi un naso rosso.

Perso quest’ultimo – e cosa esattamente rappresenti, questo naso rosso, questa capacità di scorgere bellezza anche nelle strade più grigie, sta a chi legge deciderlo – tutto diventa insensato orrore.

Alessandro Morbidelli, classe Settantotto, vive e lavora come libero professionista in una località collinare tra il mare e i monti delle Marche. Ha pubblicato il noir di ambientazione marchigiana Ogni cosa al posto giusto, ha curato antologie dedicate al mare ed è apparso su varie raccolte accanto a nomi quali Carlo Lucarelli, Valerio Evangelisti, Alan D. Altieri. Scrive per il sito http://www.sdiario.com di Barbara Garlaschelli ed è membro della Carboneria Letteraria.

Source: libro del recensore.

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:: L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio (Poetikanten, 2015), a cura di Serena Bertogliatti

11 dicembre 2015
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Chiusi il libro e con calma lo riposi nel mio zaino. Io non avevo nessuna fretta. Una donna dall’altra parte del corridoio mi guardava perplessa, pensando, forse, di organizzare una colletta umanitaria per pagare il mio biglietto. Prima di abbandonare l’autobus, mi avvicinai al viso del controllore e gli ruttai in faccia. La maleducazione che mi aveva trasmesso con i suoi modi per nulla professionali aveva, infatti, originato in me una tensione nervosa sotto forma di spasmi anomali allo stomaco. Non mi voltai a guardare la sua espressione. L’autista chiuse le porte dell’autobus e se ne andò. E così, non arrivai mai a Huesca.

L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio (Poetikanten Edizioni, 2015) è un bestiario di disagi contemporanei, soprattutto ma non solo italiani. La lente d’ingrandimento punta là dove la sfera sociale e quella intima sfregano l’una sull’altra senza riuscire a incastrarsi, come due coinquilini riluttanti in una nicchia claustrofobica, e il risultato non può essere che uno: una bruciante abrasione su ambo le superfici.
La domanda sembra essere: come reagisce l’opossum – “uno dei mammiferi più soggetto ai predatori”, ci ricorda Spurio – quando il mondo lo assedia?
L’antologia, che dell’opossum fa una metafora per l’essere umano, offre ventuno possibili scenari, ventuno racconti brevi tramite cui osservare quanto e come ci si dibatta più o meno goffamente quando la realtà – sia quella interiore o quella esteriore – ci tiene sotto scacco.
Il prototipo umano osservato da Spurio è, essendo figlio della società che lo forma (e deforma), in buona parte italiano. Ne L’opossum nell’armadio troviamo il padre di famiglia che non regge alla batosta morale della crisi economica; il fuorisede mammone che ama-odia il cordone ombelicale che lo nutre; l’impiegato che un sistema kafkiano scaglia verso mansioni per cui non è competente, ma per cui s’improvvisa; la ragazza rea di aver esposto il proprio corpo in una di quelle microsocietà di perenne provincia in cui il maschilismo si fa feudatario. Ma ci sono anche temi che della penisola hanno solo la spezia con cui la narrazione li ha insaporiti: la morte di cari e la troppo pesante eredità lasciata o l’incolmabile vuoto delle eredità non lasciate; i sensi di colpa che non emergono ma dall’abisso chiudono porte; le piccole-grandi cose con cui ci si consola dall’amarezza di certe vite. E via discorrendo.
La prospettiva da cui Spurio decide di narrare questi frammenti di disagio è ambigua. I suoi narratori – a volte in prima, a volte in terza persona – non sono asettici antropologi che si limitano a registrare le azioni e le affermazioni dei tartassati protagonisti e delle tartassate protagoniste. Al contrario, la narrazione è spesso interna ai personaggi. Ciò nonostante, non ci sono né un’immedesimazione patita – che stravolgerebbe la percezione di questi sofferenti esseri umani, e con essa la prosa – né l’occhio clinico-tecnico dello psicoanalista che fa dell’accuratezza il proprio strumento e che renderebbe ogni racconto un’anamnesi. Né antropologo, né em-patizzante, né psicoanalista… Che cosa, allora?
Non sono riuscita a capire questa (non)scelta di prospettiva dell’autore, trovandomi – al termine di alcuni racconti – a fronteggiare la domanda:
E quindi?
Perché, per quanto tutti assieme i racconti vadano a comporre un interessante bestiario, alcuni di essi, presi singolarmente, non mi hanno lasciato molto. O, meglio, non ho capito che cosa l’autore mi stesse servendo sul vassoio, tra i tanti ingredienti. Non una novità (le casistiche presentate da Spurio sono per la maggior parte già note), non un’introspezione che mi permettesse di nutrirmi di quei dettagli che a un’occhiata esterna non sono concessi, non una prospettiva che ribaltasse la canonica interpretazione di alcuni accadimenti.
Ci sono, qui e lì, interpretazioni, analisi (che, nel caso della narrazione in prima persona, divengono autoanalisi) dei sommovimenti psicologici che sembrano voler essere perno della raccolta, ma tali analisi sono distaccate (pur essendo immedesimate) e a tratti didascaliche, come nello stralcio riportato a inizio recensione (“La maleducazione che mi aveva trasmesso con i suoi modi per nulla professionali aveva, infatti, originato in me una tensione nervosa sotto forma di spasmi anomali allo stomaco”).
Questa immedesimazione distaccata, qui e lì corollata da diagnosi non tecniche, sembra essere il filo conduttore de L’opossum nell’armadio. Se è voluta, non riesco a capirne l’intento, il potenziale, l’irriproducibilità. Non riesco a capire se sia una scelta e, se lo è, che cosa abbia scelto che io non riesco a vedere.
Tranne, forse, con qualche eccezione.
È il caso del racconto “L’ultimo compleanno”, il cui finale ha una strana, deliziosa perché amara, ironia, che giova non poco del tono distaccato, quasi noncurante, con cui l’evoluzione della condizione socio-economica del protagonista mammone viene narrata. Da un nido a un altro. Da un cordone ombelicale a un altro. Come se nulla fosse. Con nonchalance, appunto.
È il caso, opposto, del racconto “Una casa fredda”. La compostezza glaciale della prosa rende perfettamente il carattere di Mariano, uno di quegli zii un po’ burberi che diventano in fretta i preferiti dei nipoti. In questo frangente la mancanza di connotazione emotiva della narrazione sembra un riflesso dell’incapacità di esprimersi dell’uomo – perché, se Mariano sapesse far parlare i propri sentimenti, il finale di questo racconto non sarebbe così raggelante. Ma neanche così bello.
C’è, infine, la spinosa questione dei congiuntivi fuori luogo. Non si tratta di congiuntivi mancanti laddove dovrebbero presenziare (il classico “Penso che è tardi”, ad esempio), ma del contrario. L’antologia mostra infatti esempi del cosiddetto “ipercorrettismo”: il congiuntivo viene usato laddove sarebbe corretto il più semplice indicativo (“Lei mi guardò sorridendo come se ciò che avessi detto fosse una grande sciocchezza…”; “La cucina le piaceva anche se non fosse la tipa che comprasse libri di ricette…”; “Sapevo che si trattasse degli stessi mocciosi, ma dall’altezza in cui mi trovavo, loro non mi riconobbero”). Tale caratteristica stride con una prosa che, come detto, non si fa modellare dal modo di parlare dei protagonisti, ma si presenta invece stabilmente nella forma di un italiano sintatticamente complesso, con scelte lessicali proprie dello scritto più che del parlato. L’impressione generale che rimane è quella di un italiano (mal) controllato, in un’antologia che avrebbe beneficiato di un intervento di proofreading ed editing più attento e profondo.

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985) è scrittore di saggistica e narrativa, fondatore della rivista di letteratura Euterpe, presidente del premio “L’arte in versi” e Presidente di Giuria del premio “Città di Fermo”.

Source: omaggio dell’autore.

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:: La società letteraria di Sella di Lepre, Pasi Ilmari Jääskeläinen, (Salani, 2014), a cura di Serena Bertogliatti

30 ottobre 2015

9788867159055_la_societa_letteraria_sella_di_lepreVi parlerò di questo libro nel modo e nell’ordine in cui io l’ho conosciuto, perché a volte le aspettative – che siano soddisfatte o deluse – finiscono con il guidare la lettura.

Ero in libreria, in una di quelle mezz’ore libere in cui si decide di perdersi tra i titoli pur sapendo di non avere alcuna intenzione di comprare l’ennesimo romanzo. La pila dei “non ancora letti”, a casa, stava diventando ingombrante. E così mi sono data una scusa: ero in libreria con un’altra persona, e sarebbe stato per lei che avrei girato tra gli scaffali. È stato così, occhiata dopo occhiata, che mi sono imbattuta ne

Il titolo: La società letteraria di Sella di Lepre
I libri che parlano di libri mi sussurrano promesse. Tanto per cominciare, che la lettrice che è in me, leggendoli, si sentirà capita. Ma, osando di più, spero in un libro che mi faccia riflettere sui libri. Perché leggiamo? Perché scriviamo? Quante e quali dinamiche e sfumature sono all’opera nel semplice e quotidiano atto di leggere e di scrivere?

L’autore: Pasi Ilmari Jääskeläinen
Di cui non so pronunciare il nome e di cui in quel momento, preso il libro in mano, ho letto le lettere sufficienti a farmi capire che era finlandese. Una sbirciata alla biografia me l’ha confermato: Pasi Ilmari Jääskeläinen insegna letteratura finlandese al liceo. Non ha mai smesso di amare i vecchi film classici e la letteratura fantastica. Ecco perché quel nome fiabesco, “Sella di Lepre”. Ma il grande catalizzatore di aspettative, una delle parti più incriminate, è venuto subito dopo: I suoi autori preferiti sono Michail Bulgakov, Peter Høeg e Stephen King. Due sue tre sono anche i miei autori preferiti (spiacente, King), e così mi sono ritrovata ad avere un serio problema: il libro mi ispirava abbastanza, ma io non ero lì per comprare romanzi. Per fortuna ero però lì per trovarne per un’altra persona, una persona con una rara e intensa passione per la Finlandia. Segno del destino? Mancava solo una cosa:

La copertina
Imprevedibile e emozionante, un romanzo fantastico travestito da fiaba (Daily Telegraph) – riportava una fascetta color giallo-cattivo-gusto apposta sulla copertina. Sulla copertina in sé, una vecchia macchina da scrivere. Un romanzo dal gusto antiquato? O al dipartimento marketing della Salani sanno che agli italiani piace associare alla lettura questo gusto da “le belle e buone cose di una volta”? Poco importava, ormai la scelta era stata presa.

Ho portato il romanzo all’amante della Finlandia, che l’ha comprato e letto, e che non ha poi saputo spiegarmi perché non ne sia rimasta soddisfatta. Non che il romanzo sia brutto, ma…
E così è venuto il mio turno di lettura.

***

È difficile parlare della traduzione di un romanzo di cui non si conosce la lingua originale. Quanto di quello che non ti sta piacendo è dovuto alla traduzione e quanto al testo originale? Ci si trova a poter dire poco di certo e ad accumulare impressioni confuse.
Non so come sia il finlandese, ma nella versione italiana mi sono trovata a leggere frasi in cui i tempi verbali sembravano essere stati usati un po’ a caso o, meglio, come se passato remoto, imperfetto e trapassato prossimo fossero a volte interscambiabili. Forse è una traccia della struttura del finlandese (le lingue sono diverse tra di loro e tra di loro incomparabili), ma l’impressione generale è che una revisione post-traduzione non sarebbe stata una cattiva idea. Parto dal presupposto che non vi sia stata, perché, nel caso in cui vi sia invece stata, starei offendendo non poco la persona pagata per svolgere questo lavoro.
Una recensione che inizia con una nota alla traduzione non è il massimo a cui auspicherei, ma questo aspetto – la prosa nel micro e nel macro – ha influito non poco su tutta la lettura. Dopo un po’ ci si abitua, ovviamente, ma mi sono chiesta diverse volte se non avrei dovuto leggerlo in inglese.
Ci sono poi scelte stilistiche che non dipendono dalla traduzione, come il decidere di dedicare interi paragrafi alla – permettetemi le virgolette – “spiegazione” di qualcosa. Il cosa varia, nel corso del libro, ma questa caratteristica permane, dando l’impressione di stare leggendo una fiaba. Non una fiaba per adulti, non un romanzo con l’atmosfera delle fiabe, non una narrazione con l’oniricità propria dell’infanzia, no: proprio una fiaba per bambini, ossia per esseri umani che abbisognano ancora di qualche aiutino a dedurre informazioni da un testo scritto. È un bene o un male? A voi e al vostro gusto la scelta.

Superato lo scoglio della forma, ho cominciato a godermi il contenuto.
La società letteraria di Sella di Lepre è ambientato in una piccola comunità finlandese che il mondo potrebbe dimenticare se non fosse per, appunto, la società letteraria menzionata nel titolo, che ha tra i propri membri le penne migliori di tutto il Paese. È proprio su questa società iniziatico-misterica che la protagonista del romanzo, Ella Milana, vuole indagare. Non come un’investigatrice da noir, no: come una ricercatrice, quale è, in ambito letterario. Purtroppo per lei e per la felicità di chi legge, Ella si trova catapultata nel suo oggetto di indagine, che le si aggroviglia addosso con tutti i suoi segreti, le sue morbosità e – mai farseli mancare – i suoi crimini.

L’impressione generale che mi è rimasta addosso a libro concluso è che Pasi Ilmari Jääskeläinen, con alcune delle idee usate in La società letteraria di Sella di Lepre, avrebbe potuto scrivere un piccolo capolavoro.
Il potenziale c’è tutto, tutto intuito.
Si intuisce la sua capacità di dare vita a personaggi tridimensionali, veri nel loro essere imperfetti, come caricature più rappresentative del soggetto in carne e ossa che ritraggono. Si intuisce la sua capacità di cogliere il lato grottesco della quotidianità, quella che permette a un autore di ravvivare anche il quadro apparentemente più banale. Uno dei personaggi del romanzo, che parafraso, lo dice esplicitamente: quando s’impara a meravigliarsi dinnanzi alle cose più semplici, non ci si stupisce più di nulla.
Ma Jääskeläinen, durante la lettura, non è riuscito a farmi meravigliare. È riuscito invece a tenermi sempre sul limitare della meraviglia, come se in continuazione mi sussurrasse: ho qui semi che, vedrai, sbocceranno e ti faranno sgranare gli occhi. Fino alla fine. In maniera estenuante. Come una lunghissima serie di preliminari che alla fine, anziché decollare, scemano perché qualcuno dice la cosa sbagliata nel momento sbagliato. E così questo finale, che dovrebbe riunire tutti gli elementi disseminati nel corso della narrazione, mi ha dato più l’impressione di liquidarli.
Gli elementi che l’autore dissemina nel romanzo, come semi che dovrebbero poi sbocciare, sono tanti. La riflessione letteraria su tutti. La società letteraria di Sella di Lepre è uno scritto sugli scrittori. Scrittori si nasce e si diventa, nel pensiero di Laura Lumikko, fondatrice della società. È lei ad averne selezionati, ancora giovani, i membri, ed è sempre lei ad averli cresciuti in un percorso iniziatico che il romanzo descrive e narra come intenso e straziante, ma che tale non mi è risultato. Sapevo, leggendone, che sarebbe dovuto risultarmi estremo, rivelante, ma non sono riuscita ad andare oltre al condizionale.
Più difficile è commentare il lato fiabesco/fantastico del romanzo. La comunità in cui è ambientato è forse una delle cose meglio riuscite: Sella di Lepre, cittadina ai limiti del mondo in cui il confine tra realtà e fantasia sfuma nella testa dei suoi abitanti quanto nella realtà che li circonda. Sella di Lepre, che grazie a Laura Lumikko è diventata famosa come patria di creature tra il fantastico e il mitologico, e che sembra condannata a diventare quello di cui si ammanta: un piccolo regno in cui la pasta che compone giorno e notte, sogni e incubi, è la stessa. È quest’indecidibilità, l’incapacità di distinguere il plausibile dall’implausibile, a rendere magico il romanzo.

Ho chiuso La società letteraria di Sella di Lepre, vi ho rimesso la fascetta color giallo-cattivo-gusto e lo restituirò a breve, sapendo già che non lo rileggerei una seconda volta. Ma un altro romanzo di Jääskeläinen, quello sì: quello che in questo caso – partecipe forse la traduzione – non è riuscito a soddisfare le mie aspettative, nella prossima lettura potrebbe sbocciare e farmi innamorare di questo autore così come amo i suoi amati Bulgakov e Høeg.

Source: libro del recensore.

Info: momentaneamante non disponibile su Libreria Universitaria

:: La guerra del metallo freddo, Ivan Bruno (Createspace, 2015) a cura di Serena Bertogliatti

9 ottobre 2015
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Ci sono romanzi che ti trovi a leggere nell’arco di mesi, e ciò non aiuta quando la tua memoria è causa di vergogna. Ma questa imbarazzante peculiarità ha un lato positivo, quando si tratta di recensirne uno: sai esattamente quali lati ti sono rimasti dentro e quali invece sono finiti nel dimenticatoio tra un capitolo e l’altro.
La guerra del metallo freddo di Ivan Bruno mi ha fatto ri-realizzare (processo strano, questo, di dimenticare grandi rivelazioni e poi riscoprirle come se fosse la prima volta) per quale motivo io dica di apprezzare la fantascienza nonostante ne legga pochissima: perché la fantascienza permette di parlare dell’oggi senza risultare inverosimili.
Non ricordo, ovviamente, a quale esatto punto del romanzo mi sono ritrovata a pensarlo.
Probabilmente quando Ivan Bruno mi ha fatto perdere nei meandri di una metropolitana londinese popolata di esseri umani dall’anima scarnificata. Scava e scava, depriva corpo e mente di tutte le comodità a cui siamo avvezzi, e troverai creature a malapena riconoscibili come umane che si aggirano in cunicoli in cui impera una tribalità tutta urbana.
Oppure è stato quando mi sono trovata sulla Rocca del Principato di Monaco. Adieu all’eleganza principesca à la Grace Kelly, le vette del progresso umano si trasformano in desolate architetture, fragili e imponenti al contempo, alla stregua dei tentativi umani di preservare la memoria.
O forse è stato proprio all’inizio del romanzo, scaraventata in un dove-quando che non ha bisogno della fantascienza per essere scritto: è guerra, quella con cui Ivan Bruno inizia a narrare, una guerra che non abbisogna di riconoscere senzienza al metallo per risultare disumana.
E forse è proprio questo il fulcro del romanzo: la capacità, e incapacità, umana (e non solo) di accettare se stessa.
Quella che invece ho rimosso è la trama. Non la macrotrama, che sembra facilmente riassumibile già nel titolo (una guerra intra- e inter- esseri più o meno umani), bensì le microtrame che vanno a comporla, rendendola un’architettura complessa – il che, complice la mia poca memoria, ha fatto sì che, giunta al finale che tutto riunisce, io mi fossi persa. A ciò ha compartecipato anche l’amore di Ivan Bruno per le dettagliate descrizioni di combattimenti e delle armi e dei robottoni che li compongono. Se fosse stato un film, probabilmente me li sarei goduti. Ma ciò perché, se fosse stato un film, sarebbero durati molto meno e la parte visiva, che la lettera cerca di ricreare in stile cinematografico, sarebbe stata direttamente godibile.
D’altro canto Ivan Bruno ha dalla sua una capacità di descrivere paesaggi, atmosfere e personaggi per cui di solito i romanzieri di fantascienza non sono particolarmente famosi. Avrei voluto che lo facesse di più, sottraendo un po’ di pagine ai combattimenti per dedicarle maggiormente a quelle scene in cui l’introduzione di un nuovo personaggio e l’ambiente che lo vede apparire divengono un tutt’uno, un micromondo che già in sé basterebbe a fornire idee per due o tre romanzi.
Ma il suo stile sembra invece prediligere l’opposto: il pastiche totale, senza remore né pudore, nel male quanto nel bene – perché è così eclatante, così strutturale, che sembra essere una sua cifra fondamentale. Sembra essere, a tratti, un’altra sfaccettatura del suo voler usare la fantascienza come metafora.

Ma, non volendo presupporre oltre, ho preferito appellarmi direttamente all’autore, unendo alla recensione l’intervista.

Serena: L’impressione generale che ho avuto del romanzo, come ho scritto, è quella di un contenitore in cui hai inserito molti riferimenti al mondo reale e attuale, più o meno trasformati per rientrare nella cornice fantascientifica di La guerra del metallo freddo. È così?

Ivan: Sì, Serena. Per me La guerra del metallo freddo è un ricettacolo dove riunisco quello che penso del nostro mondo, una bottiglia in cui ho messo un lungo messaggio destinato a raggiungere tutte le spiagge della Terra con la speranza di essere letto e, soprattutto, compreso.

S: C’è stata un’idea, un momento, un evento in particolare che ti ha spinto a iniziare a scrivere questo “ricettacolo”?

I: Ho iniziato da un piccolo racconto che vedeva Brian nel ruolo del protagonista principale, scritto per soddisfare la mia passione per la cultura nipponica dei robottoni. Mi sono reso subito conto di avere tra le mani qualcosa di potente, da nutrire e far crescere plasmandolo secondo i miei ideali di bene e male. L’idea era di trovare un evento non troppo lontano che coincidesse con l’uscita del libro e, nello specifico, mi serviva una sonda lanciata alla scoperta di nuove frontiere… Due anni fa ho iniziato a cercare nel mondo reale e ho trovato la New Horizons. Sì, proprio quella di Plutone. E così sono nati i personaggi, con le loro storie e le cicatrici, e le ambientazioni, frutto di un immaginario assopito in grado di dipingere opere d’arte uniche.

S: Parlando invece di mondi letterari…
Ci sono autori/autrici a cui ti ispiri quando scrivi, e in particolare a cui ti sei ispirato per scrivere La guerra del metallo freddo?

I: Mi viene da risponderti no, e che è tutta farina del mio sacco. Ma se parliamo delle influenze che mi hanno portato a scrivere così, alloro posso farti una piccola lista senza eccedere troppo: H.P. Lovecraft, Philip K Dick, Verne, Edgar Allan Poe, Ambrose Bierce, Stephen King e Ray Bradbury. Come vedi c’è un po’ di tutto.

S: Passando alle domande serie…
Sei nel pieno di uno scenario apocalittico e devi scegliere un/a compagno/a come spalla per sopravvivere all’anarchia totale. Quale personaggio di La guerra del metallo freddo sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Sceglierei Ombra, senza esitare. Cresciuto in un ambiente come l’Underground dove la morte può prenderti a ogni respiro, sopravvive grazie alla sua abilità con i coltelli a farfalla e a un sangue freddo che gli permette di prendere le giuste decisioni nei momenti più critici. È un assassino, ma evita piogge di sangue quando sa di poterne fare a meno, al contrario del 99% dei restanti pirati della metropolitana.

S: Sei costretto a rimanere chiuso in un bunker per dieci anni con un personaggio di La guerra del metallo freddo. Chi sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Nel romanzo vivono tre donne dal carattere molto forte: Nora, Lala e Ginevra. Vorrei rinchiudermi con tutte e tre, ma così facendo non risponderei correttamente alla tua domanda. Ginevra è la scelta più logica, al di là della bellezza di ognuna, poiché ha un’esperienza di vita unica rispetto alle altre e può raccontarmi secoli di storie vissute in prima persona. E già, Ginevra è molto vecchia, ma nasconde un segreto legato all’eterna giovinezza attendibile scientificamente (preciso per ricordare che non è un romanzo fantasy).

S: Per concludere, con quale personaggio del romanzo andresti a berti una birra? Descrivicelo/a brevemente.

I: Tristatos, il tenente greco dai muscoli d’acciaio ma dal cuore tenero. Un bonaccione che ama giocare a carte con gli amici e far ridere i bambini. Un abile guerriero del cielo che non ha mai avuto voglia di approfondire l’esperanto, la lingua corrente di questo futuro distopico. Con lui mi devasterei volentieri al pub, passando ore di fronte a un gruppo live che suona i Red Hot e parlando delle care persone che non ci sono più fino ad addormentarci al bancone del bar.

S: Grazie, Ivan, per averci dato visioni del tuo romanzo. Salutaci come ci saluterebbe Tristatos.

I: «Prego tu. Io saluta voi e dice più su Tristatos in altra storia, forse.»

Ivan Bruno nasce nel 1976 a San Remo. Appassionato di cartoni animati giapponesi e fumetti, nella narrativa preferisce la fantascienza, il fantastico, l’horror. Il suo primo romanzo, Mondi Perduti, è uscito nel 2014. Un suo racconto è uscito nel 2015 all’interno dell’antologia Effimero Panico.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: L’estate segreta di Babe Hardy, Fabio Lastrucci (Dunwich, 2014) a cura di Serena Bertogliatti

15 maggio 2015

LEsLa casa è lussuosa, arredata con il gusto convenzionale e scenografico dato dai soldi e dall’invidia del Vecchio Mondo. Ovunque sciamano gruppi di invitati dai sorrisi luminosi come mezzelune bianche. Un popolo esclusivo che si riunisce per celebrarsi e officiare un rituale. È la notte di San Silvestro del 1936.

Hollywood, anni ‘30. Il cinema esplode negli Stati Uniti, e con esso le sue star: Oliver Hardy e Stan Laurel. Sì, proprio loro: Stanlio e Ollio. Il duo comico in bianco&nero che Lastrucci porta in vita e colore sulla pagina scritta.
L’autore rianima Oliver e Stan avvalendosi di una scrittura che somiglia a uno schizzo, in quanto a freschezza ed espressività. Ha la capacità del ritrattista di dare un’idea del personaggio con poche, pulite frasi. Senza sapere come e quando sia accaduto, ci si trova a immaginare vividamente come la loro sagoma – quella allampanata di Stan, quella rotondeggiante di Oliver – si guadagni spazio sulla scena e come i loro volti – che, almeno nel mio caso, erano rimasti fermi alle poche comiche smorfie dei film – si aprano e chiudano in espressioni sorprese, perplesse, riflessive, stanche. Lastrucci sa, insomma, dare tridimensionalità e movimento persino a due personaggi che il cinema ricorda come macchiette in bianco e nero.
Abile regista, l’autore ha anche un talento come scenografo: le ambientazioni che si susseguono nel romanzo, facendoci fare un tour virtuale della Hollywood degli anni ‘30, sono – similmente ai personaggi – schizzate con due linee e qualche veloce campitura di colore, ricordando certe scenografie teatrali capaci di dare corpo alla scena senza appesantirla.
Concludo sollevando il pollice anche davanti alla gestione del ritmo della narrazione: il romanzo, composto da intense e veloci scene, non solo si fa leggere con piacere, ma procede con un proprio, quasi musicale, andamento. Non c’è momento morto, né tensione tirata troppo per le lunghe. Lastrucci sa quando e come far trattenere il fiato, quando e come far adagiare personaggi e lettori su un divano a riposare sorseggiando un drink.
Il grande difetto di L’estate segreta di Babe Hardy si colloca nel territorio in cui romanzo e marketing si sovrappongono – a sfavore del primo, in questo caso.
Tutte le presentazioni del romanzo (la copertina, la scheda sul sito della casa editrice, l’introduzione di Alexia Bianchini), intese per essere viste e lette prima della lettura del romanzo, ci fanno intuire (nel caso della copertina) o ci dicono apertamente (nel caso della scheda e dell’introduzione) che avremo a che fare con uno Stanlio e Ollio divenuti vampiri. Già questo spoilera una consistente parte della trama, rendendo inutile tutta la macchinazione registica attuata da Lastrucci che decide di iniziare il romanzo prima che essi siano succhiasangue, ma avrebbe potuto funzionare se L’estate segreta di Babe Hardy avesse voluto intenzionalmente giocare, in maniera più o meno parodica, con questo dato già dato. Non mi sembra questo il caso. Non solo Lastrucci ci presenta i due attori vivi e in salute – e sappiamo quindi, mentre leggiamo, che ora dovrà dedicare alcuni capitoli per sviluppare una parte della trama che già conosciamo, che noi leggeremo con pazienza perché strutturalmente necessari – ma tratta il tema “vampirismo” come se i lettori non sapessero già che è il tema portante del romanzo. L’autore dissemina indizi che già per il lettore medio (che conosce i tratti tipici più famosi dei vampiri) sarebbero, più che indizi, cartelli al neon che lasciano ben pochi dubbi. Se pure a un lettore dovessero sfuggire questi riferimenti, ci avrebbero pensato copertina, scheda e introduzione a dirgli preventivamente: “Tieni gli occhi bene aperti: prima o poi arriverà un vampiro!
Non so che cosa sia venuto prima – l’uovo o la gallina, il marketing o il romanzo – ma in ambo i casi avrei preferito soluzioni diverse.
Se si fosse voluto rendere fin chiara fin dall’inizio la presenza del tema “vampiri”, avrei optato per un approccio più smaliziato: senza fingere che i lettori non sappiano di che cosa stiamo parlando, ma anzi approfittando di ciò, avrei giocato con i cliché che la figura del vampiro si porta appresso, magari in maniera parodica – dato che Lastrucci sembra avere una certa abilità nel narrare con ironia. La mia impressione è che la parodia venga sì a crearsi, ma non intenzionalmente, e quindi a detrimento del romanzo.
Se si fosse invece voluto costruire un giallo che, solo dipanato, rivelasse ai lettori l’esistenza dei vampiri nella trama, avrei evitato di disseminare spoiler espliciti nella scheda del libro e nell’introduzione. Avrei invece disseminato indizi, più sottili dei grossolani indizi-cliché-parodici scelti da Lastrucci, che solo in un secondo tempo, risolvendo il giallo, i lettori avrebbero potuto riconoscere come segni della presenza di un vampiro – o di quello che verrebbe catalogato come simile. Avete presente quando, a conclusione di un romanzo, ci diciamo: “Avrei dovuto capirlo…!” Ecco, quello.
Un giallo da risolvere, comunque, rimane. Che si tratti di vampiri è chiaro fin dall’inizio, ma le cose non sono sempre quel che sembrano.
Lastrucci mette un giallo nel giallo con un ribaltamento finale. Perché forse questo famoso vampiro, da Polidori in poi, non è mai stato esattamente un vampiro.
E che cos’altro potrebbe essere, allora?
A voi il piacere di scoprirlo mentre Lastrucci vi guida per le glorie e le vergogne della Hollywood anni ‘30.

Fabio Lastrucci nasce a Napoli nel 1962. Scultore e illustratore, ha lavorato per le principali reti televisive nazionali, il teatro lirico e di prosa con i laboratori Golem Studio e Metaluna, mentre attualmente porta avanti il progetto artistico “Nuages – morbidi approdi” col fratello Paolo. Nel 1987 disegna l’albo a fumetti La guerra di Martìn, su testi del drammaturgo Francesco Silvestri. Come autore di testi ha messo in scena lo spettacolo teatrale “Racconti salati” (con Fioravante Rea e Fulvio Fiori), inoltre ha pubblicato racconti in riviste e antologie edite da Stregatto Editore, Malatempora, Il Foglio Letterario, Ghost, Xenia, CS_libri, Perrone, Montag, DelosBooks, Ciesse e Dunwich. Collabora con interviste e articoli sul fumetto con le riviste “Delos Science Fiction” e “Fralerighe fantastico”. Con le Edizioni Scudo nel 2012 propone il saggio “I territori del fantastico”, una raccolta di interviste semiserie con autori italiani e stranieri. Nel 2014 pubblicherà l’e-book “Max Satisfaction” con le edizioni La mela avvelenata e con Dunwich edizioni il suo primo romanzo ambientato nella Hollywood degli anni ’30.

:: La promessa: Un requiem per il romanzo giallo di Friedrich Dürrenmatt O: perché leggiamo romanzi gialli? (Feltrinelli, 2009) a cura di Serena Bertogliatti

13 marzo 2015

laQualche anno fa, residente in Germania, entrai in una libreria decisa a comprare finalmente un romanzo in tedesco. La mia padronanza della lingua era sufficiente a vivere in quel Paese, ma ancora ben lontana da quella necessaria a gustarsi un romanzo. Ma da qualche parte si deve pur cominciare, no? E così cominciai, fissando le pareti ricolme di libri con lo sguardo vago dei bambini, per cui molte sequenze di lettere altro non sono che sequenze di lettere mute, alla ricerca di una qualche indicazione, un punto di partenza, un suggerimento.
Scoprii così, con quel privilegiato punto di vista, che era veramente facile riassumere il contenuto di una libreria. Quella, in particolare, mi mostrò una tendenza che – l’anno seguente, di nuovo in Italia – avrei scoperto essere molto più diffusa di quanto credessi.
La maggior parte dei romanzi in vendita cadeva sotto due grandi categorie: il Liebesroman (il romanzo rosa) e il Krimi, l’equivalente dei nostri romanzi gialli.
In quel momento provai una commistione tra rabbia e frustrazione. L’incredibile varietà potenzialmente offerta dalla parola scritta finiva tutta lì, in due parole? Tale rabbia, per qualche secondo, andò direttamente a rivolgersi ai fruitori dei due generi. Perché tanta gente era ossessionata dai romanzi rosa e gialli, o rosa o gialli, come se un romanzo non potesse essere di valore senza offrire un po’ di sentimento o un mistero da risolvere?
Avrei avuto parte della risposta alla domanda negli anni seguenti. In quattro precisi momenti. Grazie a un saggio sulla crittografia, a un seminario su una missione NATO in Afghanistan, a una serie di foto per ossessivo-compulsivi e, per concludere e tirare le somme, a La promessa: Un requiem per il romanzo giallo di Dürrenmatt.
La prima parte della risposta mi venne fornita da un saggio sulla crittografia (Codici & segreti di Simon Singh). Avete presente? Se scrivo rvftub qbspmb in realtà intendo questa parola, ho semplicemente spostato di un posto in avanti le lettere dell’alfabeto. Così come il solutore di codici sa (deduce) che r in realtà è q, l’investigatore provetto sa (deduce) che l’impronta della scarpa nel terriccio è in realtà un indizio: qualcuno è passato di lì, e quel qualcuno portava quell’esatto tipo di scarpa, numero 42, lo stesso tipo e numero dell’indiziato numero uno. E, indizio dopo indizio, decifratura dopo decifratura, l’investigatore decifra l’intero giallo. Da un accumulo confusionario di segni, esso diventa una trama ben ordinata. Da un testo cifrato, esso diventa quello che viene chiamato un testo in chiaro, ed è leggendo questo testo che si scopre chi è il colpevole.
Il peggior nemico di un creatore di codici è la regolarità. O, detto in altre parole e dal punto di vista opposto, il peggior nemico di un solutore di codici è la casualità.
Se ora vi scrivessi vo’bmusb qbspmb, vi sarebbe semplice decrittare il messaggio: vi basterebbe applicare lo stesso metodo usato prima. Potrei complicare le cose, spostando le lettere di due posti indietro, o addirittura cambiando metodo a ogni lettera, ma per rendere il messaggio decrittabile dal destinatario dovrei trovare una regolarità che il destinatario del messaggio possa riapplicare, e voi – in veste di solutori di codici – non dovreste far altro che cercare quella regolarità. Se il mio modo di crittare mancasse di regolarità, e fosse invece completamente casuale, non avreste modo di decrittare il messaggio – ma non lo avrebbe neanche il destinatario del messaggio.
(Per amor di precisione: per quanto riguarda i codici non è esattamente così. Ma, se la materia vi interessa, oltre a Dürrenmatt potreste comprare anche Singh.)
Quel che dà una speranza ai solutori di codici è che tutti i codici vengono creati per essere decifrati almeno da una persona, sia questa il depositario di una compromettente lettera d’amore o l’ambasciatore stanziato in un Paese ostile. Deve quindi esserci almeno un modo di penetrare nel codice, ed è questo che il solutore di codici deve scoprire.
Nel caso dei crimini, però, il colpevole desidera tutt’altro che fornire all’investigatore un giallo risolvibile. (Tranne nei casi, molto amati nella fiction, in cui il colpevole vuole essere scoperto dall’investigatore, anzi, vuole che l’investigatore si danni l’anima pur di scoprirlo, in un gioco gatto & topo che fa somigliare il colpevole a un passivo-aggressivo in cerca di attenzioni.) Il colpevole geniale, anziché architettare un giallo elegantissimo e barocco che si svelerà completamente non appena trovata la chiave giusta, cercherà piuttosto di confondere le proprie tracce nel caos generale che compone la realtà. E non è che sia poi così difficile. Quanti modelli X di scarpa numero 42 vengono venduti all’anno? In quanti di questi può andare a perdersi il fatto che l’indiziato porta quel modello e quel numero, e che nel terriccio c’è l’impronta di quel modello e di quel numero?
E questo è proprio il problema al centro de La promessa di Dürrenmatt: la molteplicità e la casualità con cui la realtà si dispone.
Il quadro del colpevole all’interno del romanzo indica un uomo che guida un’auto X e veste di un certo colore Y e ha percorso più di una volta la strada che va da una città Z a una città J. Quanti individui del genere esistono? (Senza contare che due di questi stessi dati – l’auto X il colore Y – sono deduzioni, ipotesi, e quindi probabilmente fallaci.) Se questo fosse un messaggio cifrato, bisognerebbe provare un numero enorme di chiavi, producendo un numero enorme di testi in chiaro insensati, prima di trovare quella giusta. Una vita non basterebbe, probabilmente. E neanche due. Per trovare la chiave di alcuni messaggi criptati, pensate, non basterebbero migliaia di anni – e un messaggio criptato è incredibilmente più facile da decriptare della realtà, in cui il messaggio criptato – il giallo – si mescola indistintamente a variabili che nulla hanno a che fare con il crimine ma sembrano in tutto e per tutto indizi. Aggiungeteci il fatto che, nel caso del nostro giallo, anziché provare chiavi producendo testi in chiaro insensati, bisognerebbe fermare tutti gli individui che corripondono al quadro di cui sopra e sottoporli ad altre verifiche. Non solo ciò non è verosimilmente realizzabile dalla polizia – che nel frattempo ha altri casi da risolvere – ma se anche fosse possibile, la polizia non avrebbe altri dati in mano che una verifica potrebbe confermare.
E allora come si fa?
Leggete il romanzo e scopritelo: è il giallo che Dürrenmatt crea per voi, e che vi svelerà, ma svelandovelo vi mostrerà quale risicata probabilità abbia la polizia di risolverne uno simile.
Il problema dei gialli – o perlomeno della tipologia di giallo che funziona, tira e vende, e quindi viene riprodotto – è che hanno solo due strade per uscire dalla frustrante complessità casualmente ordinata che compone la realtà. O – e questa è la soluzione che viene più criticata – ricorrono a un deus ex machina, creando provvidenzialmente connessioni nodali tra elementi altrimenti troppo distanti (Toh, guarda caso l’assassino è il vicino di casa dell’investigatore, che può quindi osservarlo nella sua quotidianità); oppure semplificano quella complessa realtà, eliminando le variabili che confonderebbero l’investigatore (Toh, in quel punto è passata solo una persona che indossava quel modello e numero di scarpe, e quella persona è il colpevole). Il giallo ideale – quello che avvince il lettore per la sua complessità iniziale, ma che alla fine viene sbrogliato – deve poter essere come una cifratura complessa: per quanto casuale e complessa essa possa sembrare, sarà comunque incredibilmente più regolare e semplice della realtà.
Ed è questo, proprio questo, che Dürrenmatt critica.

La nostra ragione rischiara il mondo non più dello stretto necessario. Nel bagliore incerto che regna ai suoi confini si insedia tutto ciò che è paradossale. Dobbiamo guardarci dal considerare questi fantasmi come fossero qualcosa “in sé”, come se si trovassero fuori dello spirito umano, o, peggio ancora: non commettiamo lo sbaglio di considerarli come un errore evitabile, sbaglio che ci potrebbe indurre a condannare il mondo in una sorta di morale caparbia e dispettosa, qualora tentassimo di imporre una visione perfettamente razionale delle cose, giacché proprio la sua perfezione assoluta costituirebbe la sua menzogna mortale e un segno della peggiore cecità.

Il giallo ideale, quindi, sarebbe quello che riesca a mantenere l’effetto thrilling dato dalla risoluzione di una cifratura complessa senza però, per far questo, sminuire la complessità della realtà.
Mi viene in mente, a tal proposito, un corso sulle Organizzazioni Internazionali a cui partecipai in Inghilterra. Divisi in gruppi, nel corso dei seminari avremmo dovuto preparare una presentazione di una missione di un’organizzazione internazionale. Avendo nel gruppo un ex militare che era stato in Afghanistan, ci concentrammo sull’ISAF (International Security Assistance Force), missione appena conclusasi. La maggior parte dei nostri incontri, ricordo, venne spesa ascoltando i tentativi dell’ex militare di farci capire il problema della complessità nel disegnare strategie per la ricostruzione post-conflitto in luoghi come l’Afghanistan. Ci parlava degli infiniti elementi da considerare per prendere una singola decisione su una singola istituzione. Ad esempio: come evitare che gli afghani continuino a coltivare oppio? Bisogna considerare una varietà di elementi che raramente coesistono nella mente di un esperto, in questa società delle specializzazioni: le condizioni economiche, la microeconomia dei contadini e quella macro dell’Europa che compra oppio, e quelle culturali, la fiducia e sfiducia dei contadini nei confronti dei talebani e delle varie forze straniere presenti sul territorio (che a loro volta si dividono, perché un americano non viene visto come un italiano che non viene visto come un tedesco), gli interessi politici locali e quelli nazionali e quelli internazionali, e la religione, ovviamente, anzi, le religioni, e poi un sonoro e sincero boh, perché non sono stata in Afghanistan né ne sono un’esperta, ma ricordo ancora il complessissimo schema che quell’uomo ci piazzò sotto gli occhi, e che potete trovare a questo link.
L’ISAF si è conclusa e le scommesse sul suo lascito sono aperte. Se andrà male, ricorderà uno di quei casi in cui si scopre che in quel punto sul terriccio di persone ne sono passate due, non una, e quindi che in prigione c’è la persona sbagliata.
Questo è quello che accade nella realtà.
E nella fiction?
Perché amiamo leggere gialli – i gialli canonici, eleganti e con una conclusione, non i gialli alla Dürrenmatt?
Dopo questo lungo elogio alla complessità e alla casualità, per non parlare della multicausalità, non posso certo darvi un’unica, certa, risposta. Non ce l’ho. Ma, mentre leggevo La promessa di Dürrenmatt, mi è venuta in mente una serie di foto di Ursus Wehrli (svizzero come Dürrenmatt) in cui ero inciampata aprendo un link intitolato 12 pics that will satisfy your obsessive compulsive disorder .
Trovare un senso e un ordine alle cose è rassicurante. Un po’ artificioso, a volte – come nel caso di queste foto e di molti gialli – ma rassicurante. E, se non si può fare in questa caotica realtà di gente imprigionata per sbaglio e contadini afghani che continuano a coltivare oppio, lo si può sempre fare nel tempo libero leggendo un libro.
Ho risolto il giallo dei romanzi gialli?
Non credo. Né quello di Dürrenmatt è stato un requiem per il romanzo giallo. Ma rileggerlo ora, dopo più di cinquant’anni, ci permette di osservare quanto poco certe cose siano cambiate: la complessità dei drammi umani e la semplicità con cui, a volte, viene esorcizzata.

Friedrich Dürrenmatt (5 gennaio 1921 – 14 dicembre 1990) scrittore, drammaturgo e pittore svizzero. E’ stato esponente del teatro epico le cui opere riflettevano le recenti esperienze della Seconda Guerra Mondiale. Autore attivo politicamente, raggiunge la fama ampiamente dovuta alle sue opere avanguardiste, i romanzi criminali profondamente filosofici, e spesso alla sua satira macabra.

:: La notte eterna del coniglio, Giacomo Gardumi: la paura è una dolce virgola tra ‘horror’ e ‘thriller’ (Marsilio, 2006) a cura di Serena Bertogliatti

9 marzo 2015

$Immagina la classica villetta a schiera americana, con tanto di prato verde e amorevole padre che ti attende sulla porta. È da poco scattato il ventunesimo secolo, le Torri Gemelle sono state abbattute, ma in questo angolo di Amerika da quadretto le onde d’urto arrivano in ritardo: l’atmosfera è ancora quella della Guerra Fredda, solo che – al posto dell’URSS – c’è una sempre più potente Cina. Sarà l’argomento del pranzo di Pasqua, sollevato da tuo padre – quello che ti aspettava amorevole all’entrata, ricordi? – che in realtà è un ultraconservatore xenofobo che ha fatto il Vietnam, e del Vietnam ha mantenuto la mentalità paranoica. Infatti, nel suo bellissimo e rispettabilissimo giardino, sotto lo strato di verdissima erba, c’è un bunker.
Sì, hai sentito bene.
Un bunker.
Nel caso in cui vi sia una guerra atomica.

Horror. Thriller psicologico. Post-apocalittico.
La notte eterna del coniglio di Giacomo Gardumi è tutte queste cose, almeno in parte. L’apocalisse c’è – atomica – e piomba i pochi sopravvissuti nei pochi bunker che il padre della protagonista e alcuni famigliari si sono fatti costruire in giardino. La solita vecchia trama di sopravvissuti? Beh, il libro non è nuovissimo, ma sfrutta al meglio il vecchio e tanto amanto what if:
Che cosa accadrebbe se qualcuno sganciasse veramente una bomba atomica?
Che la protagonista – il romanzo è scritto in prima persona dal suo punto di vista – si ritroverebbe blindata in un bunker sotterraneo con il padre razzista e – dolceamara ironia – l’idraulico cinese che stava aggiustando loro il lavello.
I bunker – quattro in tutto – sono collegati tra di loro per mezzo di un sistema video piuttosto rudimentale. I sopravvissuti, quindi, non sono completamente isolati, anzi: scopriranno presto che sono meno soli di quanto pensino, quando uno di loro dirà di aver sentito qualcuno bussare alla porta di un bunker.
In questo romanzo dalla prosa piuttosto semplice ed elementare – e anche, a volte, poco oliata e un po’ ridondante – Gardumi attinge da uno dei rivoli più sottili e difficili da gestire delle correnti di letteratura horror esistenti: quello in cui la paura cresce mano a mano che la realtà per come la conosciamo si disfa, perde senso, crolla inesorabile come un palazzo inservibile. I protagonisti de La notte eterna del coniglio saranno pure asserragliati in bunker capaci di proteggerli persino da una bomba atomica, ma il terrore è infido e sottile come gas, e lentamente rende vane le spesse mura che li circondano. Da superstiti a topi intrappolati in un labirinto senza uscita. E intanto, sempre latente di sottofondo, striscia la domanda che contagia anche i lettori:
È un horror o un thriller?
Che cosa dobbiamo temere? Le manipolazioni di una realtà che non si fa decifrare o le minacce imprevedibili di un mondo che smette di rispondere alle leggi della fisica?
A voi il piacere di scoprirlo.

Giacomo Gardumi nasce a Milano nel 1969. Dopo aver vissuto a Roma e in Francia, si trasferisce stabilmente in Cina. La notte eterna del coniglio è il suo primo romanzo, seguito nel 2005 da L’eredità di Bric.

:: Laguna beige, Alain Voudì (Delos Digital, 2014) a cura di Serena Bertogliatti

23 settembre 2014

cover_urban_fantasy_heroes_1Immaginate una ragazza.
(Spero fin qui di non aver richiesto troppo alla vostra fantasia.)
Se l’avete immaginata alta, bionda, con gli occhi azzurri e con due poppe così, be’, allora siete maschi, e (datemi retta) penso proprio che a questo punto dovreste chiudere il libro e lasciar perdere, tanto non capireste.
Allo stesso modo, se l’avete immaginata graziosa, leggiadra, o magari addirittura un’eterea 42, mi spiace per voi, ma siete del tutto fuori strada (e se pensate che il 42 si riferisca al numero di scarpe, allora siete davvero maschi, e non solo non capite niente, ma neppure mi avete dato retta. Peggio per voi, poi non venite a lamentarvi con me).

Siamo a Venezia, oggi, e la ex capitale della Serenissima assomiglia ben poco a quella decadente perla dorata che Thomas Mann descrisse in toni struggenti all’inizio del secolo scorso. La città condivide con la protagonista l’essere vittima di aspettative sbagliate: la Venezia in cui piombiamo è affollata, puzza ed è insulsa e anonima – come il beige, appunto, anzi:

C’è un colore più insulso e anonimo del beige? Non credo.
Ma se ci fosse, io abiterei lì.

E insulsa è anonima è pure la protagonista, Maria.

Ma non avrete bisogno di immaginare come sia vivere nel corpo di una ventottenne che nessuno nota, né bene né in male, costretta a prodigarsi persino per catturare l’attenzione del barista che la serve tutti i giorni per ordinare un caffè: Alain Voudì lo fa per voi, trascinandovi in questa breve storia che all’inizio di urban ha tanto (pure troppo, per chi vuole continuare a immaginarsi una Venezia cristallizzata in un eterno passato) ma che di fantasy ha ben poco, anzi: è la tediosa monotonia quotidiana a scandire la cinica narrazione di Maria. E, dato che la collana per cui esce si chiama Urban Fantasy Heroes, sfatiamo anche l’ultimo mito: Maria non è né un’eroina né un’anti-eroina, ma sarebbe un’ottima comparsa a lato schermo.
Ma, come non è tutto oro ciò che luccica, non tutto ciò che è beige è necessariamente fango: anche per Maria c’è speranza, e si presenta nel corpo di un uomo che – udite, udite – la nota. E questo basterebbe e avanzerebbe per Miss Anonimato, ma non tutto il bene viene per agevolare: Lorenzo è un po’ troppo perfetto e disinteressato per non far sorgere qualche domanda, e più Maria lo conosce, più il suo novello Principe Azzurro rivela talenti sospetti.
Alain Voudì è uno scrittore completamente opposto a Maria: tutt’altro che anonimo, tutt’altro che insulso.
La sua prosa ha carattere: Voudì sa cosa dire e sa come dirlo, non lasciando quasi mai che la narrazione s’ìnaridisca. Maria è un personaggio a tutto tondo: anziché essere un mero strumento dell’autore, anziché assistere passivamente ai fatti che le stravolgeranno la vita, non smette mai di presenziare in tutto il suo cinismo – contraltare delle sue cocciute speranze, a cui si aggrappa con una tale ammessa mancanza di dignità da far tenerezza. È lei il punto forte di Laguna beige, lei che sa rendere questa squallida e monotona Venezia inedita e appassionante.
Purtroppo, Laguna beige assomiglia a Cerentola: scattata la mezzanotte, la magia finisce.
Dopo il climax finale, la narrazione sembra correre in fretta e furia verso casa, mentre i tessuti cangianti che la coprivano svaniscono strato dopo strato. Il cinismo evapora con l’ironia, la narrazione commentata diventa meccanica. Rimangono i puri fatti, che – anziché guadagnarne in ritmo e dinamismo – si succedono come punti in una lista. La psicologia tridimensionale di Maria, punto forte di Laguna beige, cede il passo a una marionetta, come se all’ultimo fosse mancata l’attrice e fosse stata sostituita da una comparsa impacciata. Inoltre, il grande cinismo che colora, pur essendo cinismo, il romanzo, viene liquidato con una sdolcinatezza che sembra essere più un deus ex machina che l’ingrediente fondamentale per la catarsi finale.
Guardo la scarpetta rimasta sulla scalinata e attendo che Cenerentola ritorni nel prossimo lavoro di Voudì – quale sia la forma del prossimo personaggio a cui darà vita.

Alain Voudì, Genovese, classe ‘63, collabora fin dai primordi alle collane Delos Digital, per le quali firma tra l’altro la fortunata serie westernpunk Trainville e diversi episodi della serie The Tube. Ha pubblicato numerosi racconti, alcuni dei quali apparsi nei Gialli Mondadori, ed è stato vincitore o finalista di concorsi quali lo Stella Doppia e il Premio Robot. Altri suoi lavori si possono trovare nelle riviste Robot e Writers Magazine Italia, oltre che nella serie “365 storie per un anno” di Delos Books, nella collana FantaErotika di Lite Editions e nelle raccolte Il Cerchio Capovolto (I Sognatori, 2011 e 2012).

:: Un cuore timido, Steve Martin (Kowalski, 2006) a cura di Serena Bertogliatti

13 settembre 2014

serenaRicordo Steve Martin colorare, con la sua inconfondibile chioma bianco-neve, i film visti e poco capiti nella mia infanzia. Eppure le amavo – queste commedie per adulti che chiaramente non erano state prodotte per me, semmai per i miei genitori – e le guardavo e riguardavo per provare ancora una volta quella simpatia naturale che Martin mi causava a ogni apparizione. Mi ero affezionata ai suoi ruoli da comico temperato, non grottesco ma un po’ parodico, ammantato da quella dolce tristezza tipica dei clown.
Poi mi trovo in mano, per caso, un romanzo firmato proprio da lui.
Un cuore timido, recita il titolo.
Un romanzo d’amore?
Solo collateralmente. Solo nella misura in cui qualsiasi essere umano – anche quelli per cui farsi amare è più difficile – inciampa nell’amore.
Un cuore timido è la storia, scritta in prima persona, di Daniel Pecan Cambridge, trentenne (forse, dipende dal momento) la cui vita quotidiana è strutturata e cadenzata dalle nevrosi che formano il suo carattere. Daniel è un ossessivo compulsivo al penultimo stadio, un passo prima di cadere definitivamente nel proprio mondo interiore fatto di simmetrie da rispettare, proporzioni da ristabilire e calcoli matematici con cui riempirsi la mente nel caso in cui il mondo esterno, caotico e irrazionale, disturbi troppo il suo precario equilibrio. Daniel è un genio, ma di quella specie che paga a caro prezzo il proprio vantaggio. Ma Daniel è anche e soprattutto un essere umano che non demorde, neanche e soprattutto dinnanzi a se stesso, che continua imperterrito a inseguire i propri sogni.
Il sogno corrente di questo cuore timido è Elizabeth, agente immobiliare tanto perfetta quanto lui è imperfetto. Lei è la Donna Ideale, il fine ultimo, ma non l’unica che causi in Daniel un tenero affetto. C’è anche Philipa, attrice costantemente emergente e sua dirimpettaia, troppo attraente per essere un’amica con tutti i crismi del caso, troppo amichevole per fantasticare romanticherie su di lei. C’è poi Zandy, farmacista da cui Daniel acquista i propri farmaci, presenza costante nella sua vita ma proprio per questo irraggiungibile: difficile flirtare con una donna che sa esattamente quanto fuori di testa tu sia. Infine c’è Clarissa, apprendista strizzacervelli a cui è affidato, due volte a settimana, Daniel.
Sarà proprio Clarissa – la persona che, per deontologia, dovrebbe essere più distaccata – che aprirà a Daniel il mondo delle relazioni “normali”, che di normale, una volta viste da vicino, hanno ben poco. Lei ha tanti problemi quanti ne ha lui, semplicemente di natura diversa: ha un figlio e nessun padre che lo possa crescere degnamente. Paradossalmente sarà proprio il disadattato Daniel, più per caso che per scelta, a trovarsi in casa il piccolo Teddy e a occuparsi di lui; e sarà proprio questo bambino, paradossalmente, a insegnare a Daniel a risolvere i propri problemi. Beh, almeno alcuni. Abbastanza per aprire uno spiraglio nella propria gabbia di nevrosi, e quindi amare e farsi amare.

Paradossalmente, ora sapevo del mio strizzacervelli più di quanto lei sapesse di me, dato che non le avevo mai permesso di valicare i confini delle mie compulsioni, che d’altra parte esistono proprio per questo.

La scrittura di Steve Martin evoca quell’amara, un po’ comica, dolcezza con cui l’attore ha costruito molti dei suoi personaggi. La sua è una prosa semplice, a tratti pedante e infantile – come deve essere, trattandosi di un personaggio come Daniel – e a tratti incredibilmente acuta e tagliente proprio grazie allo sguardo disincantato con cui descrive la “normalità”:

La qualità che ci accomunava consisteva nel fatto di essere brave persone. Ma non era una virtù che ci fossimo davvero guadagnati. Era una caratteristica che gli imbranati acquisiscono per default, a causa della nostra incapacità di esercitare sul mondo una forza superiore a un buffetto.

Perché leggere Un cuore timido?
Perché rientra in pieno in quel genere di romanzi che, approfittandosene della sospensione dell’incredulità del lettore, ci permettono di osservare il mondo con il punto di vista di un “folle”, e così di scoprire – grazie alla sua inaspettata iper-lucidità – quante follie compongano la “normalità”.

Steve Martin (1945) è un attore (più di cinquanta film dagli anni ‘70 a oggi), musicista (dieci album dagli anni ‘70 a oggi) e scrittore statunitense. Come romanziere, ha debuttato con Shopgirl nel 2000.

:: Recensione di C’era una volta la DDR di Anna Funder (Feltrinelli, 2010) di Serena Bertogliatti

23 dicembre 2013
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Della DDR si sa poco.
Anche quando si traduce l’acronimo (Deutsche Demokratische Republik) in italiano, e ne viene la “Repubblica Democratica Tedesca”, l’idea che affiora è vaga – sarà la Germania, ma quale Germania?
“Germania dell’Est” ci dice qualcosa di più, ma solo qualcosa: una vaga, generale idea, che prevede “qualcosa di comunista”, immagini di supermercati monomarca, quell’atmosfera grigia e desolante che si accompagna all’omologazione umana e, più in astratto, un regime di controllo capillare.
Stasiland di Anna Funder, in italiano C’era una volta la DDR, parla di tutto questo, ma lo fa dall’interno. Dà concretezza a questa parola, “DDR”, con un romanzo-saggio che ricostruisce la storia di quella Germania che esisteva fino all’altroieri, ma sembra lontana eoni dalla Berlino che oggi attira tanti entusiasti migranti.
Il muro è caduto nel 1989 (ed è così paradossale che il muro che divideva la città in due sia più conosciuto di metà della città stessa), e ne è seguito quel che sempre segue ai grandi eventi storici: la ricostruzione. La ricostruzione della nuova Berlino riunificata, avvenuta così freneticamente da lasciare poco spazio alla ricostruzione degli eventi precedenti al 1989.
Rimuginare su questa data, 1989, significa realizzare che chi è nato e cresciuto nella DDR è ancora vivo, e cammina e respira e interagisce con quell’odierna Berlino tutta luci cangianti e multiculturalità entusiasta che le guide turistiche mostrano. I loro corpi sono qui, tangibili, e ci si immagina che, se la DDR è stata quel regime disumanizzante che si narra, tutti questi corpi avrebbero dovuto, portando le proprie storie, ammantare di grigiore la prima inaccessibile Berlino Ovest. Eppure, mentre i loro corpi sono qui, le loro storie sono ancora sullo sfondo – quello sfondo che ci si è voluti lasciare alle spalle mentre la Berlino post-1989 si reinventava.
Australiana di nascita, germanista come accademica, Anna Funder narra di una se stessa che affitta un desolante appartamento nella Berlino Est del post-1989, città in cui si trasferisce per fare ricerca sulla DDR. Avrebbe potuto scrivere un saggio per la comunità accademica, ma ha scelto una strada più ardua: cercare di rendere tridimensionale, e interessante, e viva, quella DDR che i tedeschi stessi cercano di mettere in secondo piano. Ci è riuscita? I pareri finali sono soggettivi, ma sicuramente Funder ha dalla sua le giuste premesse.
Anna Funder sa scrivere. Non sa semplicemente mettere in sequenza parole formando frasi di senso compiuto, ma anche scegliere quegli abbinamenti di vocaboli che sanno spezzare la vecchia retorica per creare nuove palpabili espressioni. Si è scelta il compito di dare voce a un popolo la cui l’espressione è stata puntigliosamente monitorata per decenni anni, per poi vedersi catapultato in una Germania Ovest troppo impegnata a riprodurre se stessa nell’Est per ascoltare quelle schiere di gole disabituate a esprimere dissidenze.
Come avrebbe parlato un cittadino della DDR, se avesse potuto farlo con libertà d’espressione e di critica? Saperlo sarebbe facile: basterebbe fermare uno di quei corpi e chiedere loro cosa hanno testimoniato, ed è quello che Funder mette in scena, con una serie di storie di vita vissuta nella DDR.
A volte le parole non ci sono – perché quando gli eventi sono accaduti quelle parole non si sarebbero potute usare, e, ora che si può, quegli eventi sono già troppo lontani, già parte di quella memoria che sia la Germania Est che la Germania Ovest cercano di relegare a un passato risolto.
Ci sono allora i silenzi – il silenzio eloquente dell’affittuaria della protagonista, che per la prima volta si narra, per scoprire che narrare è rivivere, e che alcuni eventi non possono essere catalogati come inerti ricordi, fusi come sono con le speranze e i terrori di chi li ha vissuti.
Tra i tanti episodi, uno apre gli occhi sulla prigione della Stasi (l’onnipresente e temuta polizia segreta) di Hohenschönhausen (sito in inglese: qui ). Lo narra una donna che ne è stata prigioniera senza sapere di esserlo. Sapeva, ovviamente, di essere prigioniera, ma non sapeva di essere stata reclusa proprio lì, nel centro di Berlino, a due passi dalla libertà – esattamente come i cittadini liberi, lì fuori, non avevano idea dell’esistenza di tale prigione.
Leggendo di tali complessi sistemi di occultamento, e delle torture psicologiche a cui venivano sottoposti i prigionieri, per non parlare delle torture fisiche di un’atrocità medievale, mi sono detta – per abitudine al cinismo – che questa sembrava la classica storia di una versione paranoica che viene venduta come verità storica al vasto pubblico.
Poi ho realizzato.
Ho realizzato che, qualche anno fa, sono stata lì. Che la prigione di Hohenschönhausen dei miei ricordi e quella descritta da Funder erano la stessa versione della stessa cosa, e che la mia non era una semplice versione: io ero stata , scortata da una guida che era un ex-detenuto di quella stessa prigione, e che narrava e rinarrava gli stessi eventi ogni volta per esorcizzare la propria esperienza, come da suggerimento dell’analista. Il corpo era lì, tangibile, e dava voce a una storia che si era dipanata tra corridoi reali, mura nude di un sotterraneo desolato, sbirciando in angoli mal illuminati.
Ho visto le minuscole celle in cui i prigionieri venivano rinchiusi, uno strato d’acqua sul fondo, a congelare.
Ho visto la stanza tonda dalle pareti nere imbottite, in cui bastava mettere un prigioniero, perché sarebbero stati la stanza stessa e il tempo a fare il resto. Una tortura più elegante e agghiacciante al contempo. Mettete una persona in una stanza simile e dopo qualche giorno impazzirà. Semplice, lineare, inevitabile.
Ho visto la strana nicchia nel muro, larga poco più di un uomo, spessa poco più di un uomo, bassa poco meno di un uomo, di modo che chi vi era rinchiuso fosse costretto a rimanere in piedi con le ginocchia leggermente piegate per ore, e ore, e chissà se qualcuno vi è rimasto giorni. Chissà. Dopotutto, in questa prigione i detenuti erano particelle individuali e alienate, che dal momento in cui entravano a quello in cui uscivano non incontravano che due persone: i due uomini della Stasi che le interrogavano. Per il resto, per quanto ne sapevano, potevano essere le uniche lì dentro – d’altro canto, per quanto ne sapevano, potevano essere ovunque, un ovunque con una cella, qualche corridoio, e una stanza per gli interrogatori. Non si tratta solo di un’agghiacciante macchina per l’alienazione, ma di un sistema che cancella le proprie tracce. Come ritrovare un luogo in cui non si sa di essere stati?
Quando il muro è crollato, le persone hanno cominciato a parlare, e così hanno scoperto. Si deve essere trattata prima di una coincidenza, poi di due, poi di troppe – scoprire che entrambi si era stati trasportati in una vettura fatta di minuscole stanze, bastanti appena a stare seduti; poi scoprire che a entrambi, durante gli anni di prigionia, venivano consegnate riviste di viaggi nella propria cella; e scoprire poi, coincidenza dalla spietata precisione, che gli interrogatori venivano sempre fatti da due persone, poliziotto buono e quello cattivo, e quello buono assomigliava sempre a una persona cara per il detenuto – un padre, una sorella, un amico. Sempre, sempre, sempre.
La prigione di Hohenschönhausen è un ottimo esempio della necessità di narrare non per ricordare, ma per scoprire. Mettere insieme i tasselli e ricreare quel quadro d’insieme che dovrebbe rispondere alla domanda: “Ma tutto questo che senso aveva?”
Funder ha le proprie risposte da liberale cresciuta in una democrazia di stampo occidentale, che non capisce i testimoni nostalgici della DDR. Li incontra sotto casa, ci parla, li sente e riporta, ma ascolta il proprio giudizio interiore – ed è questa critica con pregiudizio, a mio parere, l’unico difetto del libro.
Il grande pregio, invece, è il potenziale che rivela. Non è né un poco accessibile saggio per accademici, né un’opera di fiction da prendere con le pinze. Potete leggerlo e poi andare lì, nell’ex Berlino Est, per toccare con mano e guardare negli occhi.

Anna Funder (Melbourne, 1966), giornalista, specializzata in lingua tedesca, ha frequentato la Freie Universität di Berlino. Ha prodotto documentari per la Abc australiana ed è stata ricercatrice e traduttrice per la televisione di Berlino Deutsche Welle. Con Feltrinelli ha pubblicato C’era una volta la Ddr (2005), vincitore nel 2004 del Samuel Johnson Prize della Bbc per la non-fiction, e Tutto ciò che sono (2012).

Source: libro del recensore.

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