:: L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio (Poetikanten, 2015), a cura di Serena Bertogliatti

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Chiusi il libro e con calma lo riposi nel mio zaino. Io non avevo nessuna fretta. Una donna dall’altra parte del corridoio mi guardava perplessa, pensando, forse, di organizzare una colletta umanitaria per pagare il mio biglietto. Prima di abbandonare l’autobus, mi avvicinai al viso del controllore e gli ruttai in faccia. La maleducazione che mi aveva trasmesso con i suoi modi per nulla professionali aveva, infatti, originato in me una tensione nervosa sotto forma di spasmi anomali allo stomaco. Non mi voltai a guardare la sua espressione. L’autista chiuse le porte dell’autobus e se ne andò. E così, non arrivai mai a Huesca.

L’opossum nell’armadio di Lorenzo Spurio (Poetikanten Edizioni, 2015) è un bestiario di disagi contemporanei, soprattutto ma non solo italiani. La lente d’ingrandimento punta là dove la sfera sociale e quella intima sfregano l’una sull’altra senza riuscire a incastrarsi, come due coinquilini riluttanti in una nicchia claustrofobica, e il risultato non può essere che uno: una bruciante abrasione su ambo le superfici.
La domanda sembra essere: come reagisce l’opossum – “uno dei mammiferi più soggetto ai predatori”, ci ricorda Spurio – quando il mondo lo assedia?
L’antologia, che dell’opossum fa una metafora per l’essere umano, offre ventuno possibili scenari, ventuno racconti brevi tramite cui osservare quanto e come ci si dibatta più o meno goffamente quando la realtà – sia quella interiore o quella esteriore – ci tiene sotto scacco.
Il prototipo umano osservato da Spurio è, essendo figlio della società che lo forma (e deforma), in buona parte italiano. Ne L’opossum nell’armadio troviamo il padre di famiglia che non regge alla batosta morale della crisi economica; il fuorisede mammone che ama-odia il cordone ombelicale che lo nutre; l’impiegato che un sistema kafkiano scaglia verso mansioni per cui non è competente, ma per cui s’improvvisa; la ragazza rea di aver esposto il proprio corpo in una di quelle microsocietà di perenne provincia in cui il maschilismo si fa feudatario. Ma ci sono anche temi che della penisola hanno solo la spezia con cui la narrazione li ha insaporiti: la morte di cari e la troppo pesante eredità lasciata o l’incolmabile vuoto delle eredità non lasciate; i sensi di colpa che non emergono ma dall’abisso chiudono porte; le piccole-grandi cose con cui ci si consola dall’amarezza di certe vite. E via discorrendo.
La prospettiva da cui Spurio decide di narrare questi frammenti di disagio è ambigua. I suoi narratori – a volte in prima, a volte in terza persona – non sono asettici antropologi che si limitano a registrare le azioni e le affermazioni dei tartassati protagonisti e delle tartassate protagoniste. Al contrario, la narrazione è spesso interna ai personaggi. Ciò nonostante, non ci sono né un’immedesimazione patita – che stravolgerebbe la percezione di questi sofferenti esseri umani, e con essa la prosa – né l’occhio clinico-tecnico dello psicoanalista che fa dell’accuratezza il proprio strumento e che renderebbe ogni racconto un’anamnesi. Né antropologo, né em-patizzante, né psicoanalista… Che cosa, allora?
Non sono riuscita a capire questa (non)scelta di prospettiva dell’autore, trovandomi – al termine di alcuni racconti – a fronteggiare la domanda:
E quindi?
Perché, per quanto tutti assieme i racconti vadano a comporre un interessante bestiario, alcuni di essi, presi singolarmente, non mi hanno lasciato molto. O, meglio, non ho capito che cosa l’autore mi stesse servendo sul vassoio, tra i tanti ingredienti. Non una novità (le casistiche presentate da Spurio sono per la maggior parte già note), non un’introspezione che mi permettesse di nutrirmi di quei dettagli che a un’occhiata esterna non sono concessi, non una prospettiva che ribaltasse la canonica interpretazione di alcuni accadimenti.
Ci sono, qui e lì, interpretazioni, analisi (che, nel caso della narrazione in prima persona, divengono autoanalisi) dei sommovimenti psicologici che sembrano voler essere perno della raccolta, ma tali analisi sono distaccate (pur essendo immedesimate) e a tratti didascaliche, come nello stralcio riportato a inizio recensione (“La maleducazione che mi aveva trasmesso con i suoi modi per nulla professionali aveva, infatti, originato in me una tensione nervosa sotto forma di spasmi anomali allo stomaco”).
Questa immedesimazione distaccata, qui e lì corollata da diagnosi non tecniche, sembra essere il filo conduttore de L’opossum nell’armadio. Se è voluta, non riesco a capirne l’intento, il potenziale, l’irriproducibilità. Non riesco a capire se sia una scelta e, se lo è, che cosa abbia scelto che io non riesco a vedere.
Tranne, forse, con qualche eccezione.
È il caso del racconto “L’ultimo compleanno”, il cui finale ha una strana, deliziosa perché amara, ironia, che giova non poco del tono distaccato, quasi noncurante, con cui l’evoluzione della condizione socio-economica del protagonista mammone viene narrata. Da un nido a un altro. Da un cordone ombelicale a un altro. Come se nulla fosse. Con nonchalance, appunto.
È il caso, opposto, del racconto “Una casa fredda”. La compostezza glaciale della prosa rende perfettamente il carattere di Mariano, uno di quegli zii un po’ burberi che diventano in fretta i preferiti dei nipoti. In questo frangente la mancanza di connotazione emotiva della narrazione sembra un riflesso dell’incapacità di esprimersi dell’uomo – perché, se Mariano sapesse far parlare i propri sentimenti, il finale di questo racconto non sarebbe così raggelante. Ma neanche così bello.
C’è, infine, la spinosa questione dei congiuntivi fuori luogo. Non si tratta di congiuntivi mancanti laddove dovrebbero presenziare (il classico “Penso che è tardi”, ad esempio), ma del contrario. L’antologia mostra infatti esempi del cosiddetto “ipercorrettismo”: il congiuntivo viene usato laddove sarebbe corretto il più semplice indicativo (“Lei mi guardò sorridendo come se ciò che avessi detto fosse una grande sciocchezza…”; “La cucina le piaceva anche se non fosse la tipa che comprasse libri di ricette…”; “Sapevo che si trattasse degli stessi mocciosi, ma dall’altezza in cui mi trovavo, loro non mi riconobbero”). Tale caratteristica stride con una prosa che, come detto, non si fa modellare dal modo di parlare dei protagonisti, ma si presenta invece stabilmente nella forma di un italiano sintatticamente complesso, con scelte lessicali proprie dello scritto più che del parlato. L’impressione generale che rimane è quella di un italiano (mal) controllato, in un’antologia che avrebbe beneficiato di un intervento di proofreading ed editing più attento e profondo.

Lorenzo Spurio (Jesi, 1985) è scrittore di saggistica e narrativa, fondatore della rivista di letteratura Euterpe, presidente del premio “L’arte in versi” e Presidente di Giuria del premio “Città di Fermo”.

Source: omaggio dell’autore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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