:: L’estate segreta di Babe Hardy, Fabio Lastrucci (Dunwich, 2014) a cura di Serena Bertogliatti

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LEsLa casa è lussuosa, arredata con il gusto convenzionale e scenografico dato dai soldi e dall’invidia del Vecchio Mondo. Ovunque sciamano gruppi di invitati dai sorrisi luminosi come mezzelune bianche. Un popolo esclusivo che si riunisce per celebrarsi e officiare un rituale. È la notte di San Silvestro del 1936.

Hollywood, anni ‘30. Il cinema esplode negli Stati Uniti, e con esso le sue star: Oliver Hardy e Stan Laurel. Sì, proprio loro: Stanlio e Ollio. Il duo comico in bianco&nero che Lastrucci porta in vita e colore sulla pagina scritta.
L’autore rianima Oliver e Stan avvalendosi di una scrittura che somiglia a uno schizzo, in quanto a freschezza ed espressività. Ha la capacità del ritrattista di dare un’idea del personaggio con poche, pulite frasi. Senza sapere come e quando sia accaduto, ci si trova a immaginare vividamente come la loro sagoma – quella allampanata di Stan, quella rotondeggiante di Oliver – si guadagni spazio sulla scena e come i loro volti – che, almeno nel mio caso, erano rimasti fermi alle poche comiche smorfie dei film – si aprano e chiudano in espressioni sorprese, perplesse, riflessive, stanche. Lastrucci sa, insomma, dare tridimensionalità e movimento persino a due personaggi che il cinema ricorda come macchiette in bianco e nero.
Abile regista, l’autore ha anche un talento come scenografo: le ambientazioni che si susseguono nel romanzo, facendoci fare un tour virtuale della Hollywood degli anni ‘30, sono – similmente ai personaggi – schizzate con due linee e qualche veloce campitura di colore, ricordando certe scenografie teatrali capaci di dare corpo alla scena senza appesantirla.
Concludo sollevando il pollice anche davanti alla gestione del ritmo della narrazione: il romanzo, composto da intense e veloci scene, non solo si fa leggere con piacere, ma procede con un proprio, quasi musicale, andamento. Non c’è momento morto, né tensione tirata troppo per le lunghe. Lastrucci sa quando e come far trattenere il fiato, quando e come far adagiare personaggi e lettori su un divano a riposare sorseggiando un drink.
Il grande difetto di L’estate segreta di Babe Hardy si colloca nel territorio in cui romanzo e marketing si sovrappongono – a sfavore del primo, in questo caso.
Tutte le presentazioni del romanzo (la copertina, la scheda sul sito della casa editrice, l’introduzione di Alexia Bianchini), intese per essere viste e lette prima della lettura del romanzo, ci fanno intuire (nel caso della copertina) o ci dicono apertamente (nel caso della scheda e dell’introduzione) che avremo a che fare con uno Stanlio e Ollio divenuti vampiri. Già questo spoilera una consistente parte della trama, rendendo inutile tutta la macchinazione registica attuata da Lastrucci che decide di iniziare il romanzo prima che essi siano succhiasangue, ma avrebbe potuto funzionare se L’estate segreta di Babe Hardy avesse voluto intenzionalmente giocare, in maniera più o meno parodica, con questo dato già dato. Non mi sembra questo il caso. Non solo Lastrucci ci presenta i due attori vivi e in salute – e sappiamo quindi, mentre leggiamo, che ora dovrà dedicare alcuni capitoli per sviluppare una parte della trama che già conosciamo, che noi leggeremo con pazienza perché strutturalmente necessari – ma tratta il tema “vampirismo” come se i lettori non sapessero già che è il tema portante del romanzo. L’autore dissemina indizi che già per il lettore medio (che conosce i tratti tipici più famosi dei vampiri) sarebbero, più che indizi, cartelli al neon che lasciano ben pochi dubbi. Se pure a un lettore dovessero sfuggire questi riferimenti, ci avrebbero pensato copertina, scheda e introduzione a dirgli preventivamente: “Tieni gli occhi bene aperti: prima o poi arriverà un vampiro!
Non so che cosa sia venuto prima – l’uovo o la gallina, il marketing o il romanzo – ma in ambo i casi avrei preferito soluzioni diverse.
Se si fosse voluto rendere fin chiara fin dall’inizio la presenza del tema “vampiri”, avrei optato per un approccio più smaliziato: senza fingere che i lettori non sappiano di che cosa stiamo parlando, ma anzi approfittando di ciò, avrei giocato con i cliché che la figura del vampiro si porta appresso, magari in maniera parodica – dato che Lastrucci sembra avere una certa abilità nel narrare con ironia. La mia impressione è che la parodia venga sì a crearsi, ma non intenzionalmente, e quindi a detrimento del romanzo.
Se si fosse invece voluto costruire un giallo che, solo dipanato, rivelasse ai lettori l’esistenza dei vampiri nella trama, avrei evitato di disseminare spoiler espliciti nella scheda del libro e nell’introduzione. Avrei invece disseminato indizi, più sottili dei grossolani indizi-cliché-parodici scelti da Lastrucci, che solo in un secondo tempo, risolvendo il giallo, i lettori avrebbero potuto riconoscere come segni della presenza di un vampiro – o di quello che verrebbe catalogato come simile. Avete presente quando, a conclusione di un romanzo, ci diciamo: “Avrei dovuto capirlo…!” Ecco, quello.
Un giallo da risolvere, comunque, rimane. Che si tratti di vampiri è chiaro fin dall’inizio, ma le cose non sono sempre quel che sembrano.
Lastrucci mette un giallo nel giallo con un ribaltamento finale. Perché forse questo famoso vampiro, da Polidori in poi, non è mai stato esattamente un vampiro.
E che cos’altro potrebbe essere, allora?
A voi il piacere di scoprirlo mentre Lastrucci vi guida per le glorie e le vergogne della Hollywood anni ‘30.

Fabio Lastrucci nasce a Napoli nel 1962. Scultore e illustratore, ha lavorato per le principali reti televisive nazionali, il teatro lirico e di prosa con i laboratori Golem Studio e Metaluna, mentre attualmente porta avanti il progetto artistico “Nuages – morbidi approdi” col fratello Paolo. Nel 1987 disegna l’albo a fumetti La guerra di Martìn, su testi del drammaturgo Francesco Silvestri. Come autore di testi ha messo in scena lo spettacolo teatrale “Racconti salati” (con Fioravante Rea e Fulvio Fiori), inoltre ha pubblicato racconti in riviste e antologie edite da Stregatto Editore, Malatempora, Il Foglio Letterario, Ghost, Xenia, CS_libri, Perrone, Montag, DelosBooks, Ciesse e Dunwich. Collabora con interviste e articoli sul fumetto con le riviste “Delos Science Fiction” e “Fralerighe fantastico”. Con le Edizioni Scudo nel 2012 propone il saggio “I territori del fantastico”, una raccolta di interviste semiserie con autori italiani e stranieri. Nel 2014 pubblicherà l’e-book “Max Satisfaction” con le edizioni La mela avvelenata e con Dunwich edizioni il suo primo romanzo ambientato nella Hollywood degli anni ’30.

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