:: La guerra del metallo freddo, Ivan Bruno (Createspace, 2015) a cura di Serena Bertogliatti

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Ci sono romanzi che ti trovi a leggere nell’arco di mesi, e ciò non aiuta quando la tua memoria è causa di vergogna. Ma questa imbarazzante peculiarità ha un lato positivo, quando si tratta di recensirne uno: sai esattamente quali lati ti sono rimasti dentro e quali invece sono finiti nel dimenticatoio tra un capitolo e l’altro.
La guerra del metallo freddo di Ivan Bruno mi ha fatto ri-realizzare (processo strano, questo, di dimenticare grandi rivelazioni e poi riscoprirle come se fosse la prima volta) per quale motivo io dica di apprezzare la fantascienza nonostante ne legga pochissima: perché la fantascienza permette di parlare dell’oggi senza risultare inverosimili.
Non ricordo, ovviamente, a quale esatto punto del romanzo mi sono ritrovata a pensarlo.
Probabilmente quando Ivan Bruno mi ha fatto perdere nei meandri di una metropolitana londinese popolata di esseri umani dall’anima scarnificata. Scava e scava, depriva corpo e mente di tutte le comodità a cui siamo avvezzi, e troverai creature a malapena riconoscibili come umane che si aggirano in cunicoli in cui impera una tribalità tutta urbana.
Oppure è stato quando mi sono trovata sulla Rocca del Principato di Monaco. Adieu all’eleganza principesca à la Grace Kelly, le vette del progresso umano si trasformano in desolate architetture, fragili e imponenti al contempo, alla stregua dei tentativi umani di preservare la memoria.
O forse è stato proprio all’inizio del romanzo, scaraventata in un dove-quando che non ha bisogno della fantascienza per essere scritto: è guerra, quella con cui Ivan Bruno inizia a narrare, una guerra che non abbisogna di riconoscere senzienza al metallo per risultare disumana.
E forse è proprio questo il fulcro del romanzo: la capacità, e incapacità, umana (e non solo) di accettare se stessa.
Quella che invece ho rimosso è la trama. Non la macrotrama, che sembra facilmente riassumibile già nel titolo (una guerra intra- e inter- esseri più o meno umani), bensì le microtrame che vanno a comporla, rendendola un’architettura complessa – il che, complice la mia poca memoria, ha fatto sì che, giunta al finale che tutto riunisce, io mi fossi persa. A ciò ha compartecipato anche l’amore di Ivan Bruno per le dettagliate descrizioni di combattimenti e delle armi e dei robottoni che li compongono. Se fosse stato un film, probabilmente me li sarei goduti. Ma ciò perché, se fosse stato un film, sarebbero durati molto meno e la parte visiva, che la lettera cerca di ricreare in stile cinematografico, sarebbe stata direttamente godibile.
D’altro canto Ivan Bruno ha dalla sua una capacità di descrivere paesaggi, atmosfere e personaggi per cui di solito i romanzieri di fantascienza non sono particolarmente famosi. Avrei voluto che lo facesse di più, sottraendo un po’ di pagine ai combattimenti per dedicarle maggiormente a quelle scene in cui l’introduzione di un nuovo personaggio e l’ambiente che lo vede apparire divengono un tutt’uno, un micromondo che già in sé basterebbe a fornire idee per due o tre romanzi.
Ma il suo stile sembra invece prediligere l’opposto: il pastiche totale, senza remore né pudore, nel male quanto nel bene – perché è così eclatante, così strutturale, che sembra essere una sua cifra fondamentale. Sembra essere, a tratti, un’altra sfaccettatura del suo voler usare la fantascienza come metafora.

Ma, non volendo presupporre oltre, ho preferito appellarmi direttamente all’autore, unendo alla recensione l’intervista.

Serena: L’impressione generale che ho avuto del romanzo, come ho scritto, è quella di un contenitore in cui hai inserito molti riferimenti al mondo reale e attuale, più o meno trasformati per rientrare nella cornice fantascientifica di La guerra del metallo freddo. È così?

Ivan: Sì, Serena. Per me La guerra del metallo freddo è un ricettacolo dove riunisco quello che penso del nostro mondo, una bottiglia in cui ho messo un lungo messaggio destinato a raggiungere tutte le spiagge della Terra con la speranza di essere letto e, soprattutto, compreso.

S: C’è stata un’idea, un momento, un evento in particolare che ti ha spinto a iniziare a scrivere questo “ricettacolo”?

I: Ho iniziato da un piccolo racconto che vedeva Brian nel ruolo del protagonista principale, scritto per soddisfare la mia passione per la cultura nipponica dei robottoni. Mi sono reso subito conto di avere tra le mani qualcosa di potente, da nutrire e far crescere plasmandolo secondo i miei ideali di bene e male. L’idea era di trovare un evento non troppo lontano che coincidesse con l’uscita del libro e, nello specifico, mi serviva una sonda lanciata alla scoperta di nuove frontiere… Due anni fa ho iniziato a cercare nel mondo reale e ho trovato la New Horizons. Sì, proprio quella di Plutone. E così sono nati i personaggi, con le loro storie e le cicatrici, e le ambientazioni, frutto di un immaginario assopito in grado di dipingere opere d’arte uniche.

S: Parlando invece di mondi letterari…
Ci sono autori/autrici a cui ti ispiri quando scrivi, e in particolare a cui ti sei ispirato per scrivere La guerra del metallo freddo?

I: Mi viene da risponderti no, e che è tutta farina del mio sacco. Ma se parliamo delle influenze che mi hanno portato a scrivere così, alloro posso farti una piccola lista senza eccedere troppo: H.P. Lovecraft, Philip K Dick, Verne, Edgar Allan Poe, Ambrose Bierce, Stephen King e Ray Bradbury. Come vedi c’è un po’ di tutto.

S: Passando alle domande serie…
Sei nel pieno di uno scenario apocalittico e devi scegliere un/a compagno/a come spalla per sopravvivere all’anarchia totale. Quale personaggio di La guerra del metallo freddo sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Sceglierei Ombra, senza esitare. Cresciuto in un ambiente come l’Underground dove la morte può prenderti a ogni respiro, sopravvive grazie alla sua abilità con i coltelli a farfalla e a un sangue freddo che gli permette di prendere le giuste decisioni nei momenti più critici. È un assassino, ma evita piogge di sangue quando sa di poterne fare a meno, al contrario del 99% dei restanti pirati della metropolitana.

S: Sei costretto a rimanere chiuso in un bunker per dieci anni con un personaggio di La guerra del metallo freddo. Chi sceglieresti? Descrivicelo/a brevemente.

I: Nel romanzo vivono tre donne dal carattere molto forte: Nora, Lala e Ginevra. Vorrei rinchiudermi con tutte e tre, ma così facendo non risponderei correttamente alla tua domanda. Ginevra è la scelta più logica, al di là della bellezza di ognuna, poiché ha un’esperienza di vita unica rispetto alle altre e può raccontarmi secoli di storie vissute in prima persona. E già, Ginevra è molto vecchia, ma nasconde un segreto legato all’eterna giovinezza attendibile scientificamente (preciso per ricordare che non è un romanzo fantasy).

S: Per concludere, con quale personaggio del romanzo andresti a berti una birra? Descrivicelo/a brevemente.

I: Tristatos, il tenente greco dai muscoli d’acciaio ma dal cuore tenero. Un bonaccione che ama giocare a carte con gli amici e far ridere i bambini. Un abile guerriero del cielo che non ha mai avuto voglia di approfondire l’esperanto, la lingua corrente di questo futuro distopico. Con lui mi devasterei volentieri al pub, passando ore di fronte a un gruppo live che suona i Red Hot e parlando delle care persone che non ci sono più fino ad addormentarci al bancone del bar.

S: Grazie, Ivan, per averci dato visioni del tuo romanzo. Salutaci come ci saluterebbe Tristatos.

I: «Prego tu. Io saluta voi e dice più su Tristatos in altra storia, forse.»

Ivan Bruno nasce nel 1976 a San Remo. Appassionato di cartoni animati giapponesi e fumetti, nella narrativa preferisce la fantascienza, il fantastico, l’horror. Il suo primo romanzo, Mondi Perduti, è uscito nel 2014. Un suo racconto è uscito nel 2015 all’interno dell’antologia Effimero Panico.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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