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:: Storia nera di un naso rosso di Alessandro Morbidelli (Todaro Editore 2017) a cura di Serena Bertogliatti

5 aprile 2018
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La Milano letteraria – quella narrata, non quella che narra – sta, mi sembra, assumendo un ben preciso ruolo nelle rappresentazioni italiane degli ultimi anni. Cinica, arrivista, sentimentale di una malinconia solitaria tutta urbana, promette un anonimato duplice, dolceamaro, che accoglie tutti e nessuno. Sembra il luogo ideale per storie in cerca di un palcoscenico che sia anonimo abbastanza da risultare neutrale – anche se è poi proprio questo “anonimato” di sottofondo, tra cinici arrivismi e inossidabili speranze, a suggerire quale piega queste storie prenderanno.

Storia nera di un naso rosso (Todaro Editore, 2017) di Alessandro Morbidelli è tra queste.

Le storie, questa volta, girano attorno a un personaggio che porta il nome di “Angelo” e si troverà a vestire i panni di un Diavolo. O forse no. Forse Angelo non è altro che una molla necessaria a far scattare il meccanismo – i meccanismi – e questo romanzo parla in realtà di bambini – nati, morti, innocenti, crudeli, innocenti e crudeli, soprattutto innocenti e crudeli al contempo, versioni miniaturizzate degli Io narranti adulti di Storia nera di un naso rosso. E forse allora anche i bambini non sono che un mezzo per parlare d’altro. Sentimenti. Impulsi. Paura, speranza, invidia, senso di colpa. E, a libro chiuso, la vita appare un po’ come un gioco a carte in cui la fortuna ha un peso troppo preponderante rispetto al calcolo e al libero arbitrio. Sa di un determinismo illogico e spietato – ma, mentre gli ingranaggi macinano vite, rimane un lieve, remoto, barlume in cui riconosco lo sguardo di Morbidelli, la spietata serenità dello stile con cui l’ho conosciuto.

L’ho preso in giro insinuando avesse un’idiosincrasia nei confronti dell’alito cattivo: non ero ancora arrivata a metà libro e già tre volte questo dettaglio mi aveva reso un po’ (più) intollerabili alcuni dei personaggi. Ma sta qui il punto: nei dettagli. Che Morbidelli usa per connotare le scene, come filtri a queste sovrapposti che ne facciano vibrare i colori nella direzione dello stato d’animo dell’Io narrante. Un esempio, esemplare, di “Show, don’t tell”.

Ma, più che essere un trucchetto usato ad arte, è una caratteristica del suo stile, che fa sentire come se si stesse osservando il mondo – quello narrato ma anche quello reale, che riconosciamo con così poco scarto in quello narrato – con più profondità, cogliendo il fulcro, il significato, dei gesti più banali, dei tic più sdoganati e, per chiudere il cerchio, di come a volte si percepisca con disgusto l’odore personale di qualcuno quando non si sa più come convincersi a tollerare questa persona – o ciò che rappresenta.

E, a proposito di rappresentazioni, mi sono domandata più volte, da diverse angolazioni:

“Alcuni dei personaggi di questo romanzo sono più vicini a stereotipi che a persone in carne e ossa – o forse il romanzo è realistico nel senso che rappresenta anche quelle persone, realissime, che si sono auto-incastrate in maschere?”

Non lo so, e non è una domanda a cui la critica letteraria possa rispondere. Il mondo, forse, fra cent’anni, guardandoci con la necessaria distanza.

Intanto ho scaricato il dilemma su Morbidelli, chiedendogli se, secondo lui, un romanzo oggi ambientato a Milano, per essere realistico, debba essere amaro. “No, assolutamente.”, mi ha risposto. E, sapendo con quale candore sappia contrastare le fatalità che è così bravo a mettere in scena, un po’ mi sono sentita rassicurata. Forse, mi sono detta a romanzo ancora non concluso, arriverà la pacca sulla spalla, la voce che sussurra che nel cemento crescono fiori, che una forma di bellezza si fa scoprire solo dopo aver giocato a scacchi con l’orrore – ma no, non è successo, non con questo romanzo. Con Storia nera di un naso rosso trovare bellezza nell’umanità diventa una sfida. E questo va a favore di Morbidelli: bisogna essere molto abili con le mani per rendere ripugnanti i movimenti di una marionetta.

Il suo stile, laconico-pacato, è in questo romanzo più diluito, meno fitto, che nei racconti con cui l’ho conosciuto. Ciò agevola la scorrevolezza, rendendo più facile ricostruire il gioco d’incastri tra i personaggi (fin dove si può – poi rimangono buchi neri non colmabili da altro che dalle speculazioni di chi legge, tratto che aumenta la verosimiglianza del romanzo), di cause ed effetti – ma forse non mi sarebbe spiaciuto essere costretta, come a volte mi è successo con i suoi racconti, a soffermarmi per districare la trama dal contesto, il pensiero dall’azione, l’azione dal ricordo, il ricordo dalla speranza.

Tra le pillole che ho sottolineato durante la lettura, riporto:

– Oggi è oggi – gli dico, a due passi. – Ieri non esiste. Perché, se esistesse sarebbe la fine, vero?

E:

Dio, quando fallisce, è il respiro sofferente di un bambino.

Tra i pochi appunti presi, l’ipotesi che tutto il senso del romanzo sia riassunto in poche righe nella prima pagina:

Muovo le mani, affondo e sfioro. In un attimo la mia faccia bianca si anima di un’espressione intensa. Passo poi il rosso colante sulle labbra e sugli zigomi, mentre intorno agli occhi distribuisco il nero, denso come la pece. Mi giro appena e rido: un ghigno sproporzionato si rivela nella sua totale deformità di bocca e di trucco.
Quando faccio così, mi spavento sempre.
Figurarsi i bambini.
Dopo infilo la mano in tasca e cambia tutto.
In un attimo la porto al naso e, quando la tolgo, la pallina rossa che spicca sulla punta mi dà un’aria buffa e mi strappa un sorriso.

È come se tra i lati più neri di una persona e quelli più radiosi non vi fosse che un naso rosso.

E non si tratta, mi pare, tanto del modo in cui si viene visti dall’esterno – il fatto che Angelo divenga un Diavolo agli occhi degli altri personaggi è solo una conseguenza del suo cambiamento interiore, della sua “disfatta” nella guerra tra lui e il mondo – quanto del modo con cui a questo mondo si guarda. Il passo tra il sapervi riconoscere bellezza e il vederlo come il gioco di un muto Dio tritura-destini è breve quanto l’atto di mettersi e togliersi un naso rosso.

Perso quest’ultimo – e cosa esattamente rappresenti, questo naso rosso, questa capacità di scorgere bellezza anche nelle strade più grigie, sta a chi legge deciderlo – tutto diventa insensato orrore.

Alessandro Morbidelli, classe Settantotto, vive e lavora come libero professionista in una località collinare tra il mare e i monti delle Marche. Ha pubblicato il noir di ambientazione marchigiana Ogni cosa al posto giusto, ha curato antologie dedicate al mare ed è apparso su varie raccolte accanto a nomi quali Carlo Lucarelli, Valerio Evangelisti, Alan D. Altieri. Scrive per il sito http://www.sdiario.com di Barbara Garlaschelli ed è membro della Carboneria Letteraria.

Source: libro del recensore.

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:: Azrael, Pierluigi Porazzi (Marsilio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

4 settembre 2015
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Quando nel 2010 incontrai per la prima volta Alex Nero e il Teschio, mi sentii davvero bene. Erano gli anni, sembra passata un’eternità e forse è davvero così, in cui un certo tipo di scrittura noir riusciva, in qualche caso meglio che in altri, a restituire il ritratto di una Italia decadente e urbanizzata, metropolitana e al tempo stesso isolata nelle bolle industrializzate, nei non luoghi che crescevano come funghi, fatti di infrastrutture, solchi commerciali scavati nelle periferie, condomini alveare abitati da mammiferi di razze diverse, contesti dove il Male si personificava nelle organizzazioni criminali e, in buona parte, negli eroi letterari che si trovavano a combattere contro queste. Pierluigi Porazzi, in quell’anno, pubblicava, appunto, “L’ombra del Falco” per Marsilio: un thriller cupo e affamato che sapeva nutrirsi di cronaca e di inventiva al tempo stesso. Ecco dove incontrai per la prima volta il Teschio. A Udine. Una città che la penna di Porazzi descriveva in maniera sentita e puntuale, scavando nelle pieghe più oscure e giocando nelle ombre, chiazze di oscurità dove oltre che lo spietato assassino, il Teschio, si muovevano personaggi come Alex Nero, poliziotto dal passato tormentato.
Già allora notai come la scrittura di Porazzi fosse pronta: era in atto una svolta molto importante nella narrativa di genere, il confronto con il format televisivo delle serie tv che in qualche modo cercavano di staccarsi dall’ideale preromantico dell’eroe tutto d’un pezzo per calarsi in quello del movimento corale, più caro all’opera di Joseph Wambaugh e di David Peace che al modello chandleriano. “Azrael” è appunto la consacrazione di questo principio, il passaggio si completa in questo che è il terzo, e non ultimo, episodio della saga che vede Alex Nero, ma anche Raul Cavani, il commissario Scaffidi e tutta la Squadra di Polizia, Scientifica compresa, sulle tracce di quello che sembrerebbe un emulatore del Teschio, che ormai sappiamo essere l’ex poliziotto Cristiano Barone, rinchiuso in un carcere di massima sicurezza. Il modus operandi del nuovo assassino è lo stesso del famigerato serial killer. Solo che le vittime, stavolta, sono tutte molto vicine alla Squadra di Polizia e allo stesso Nero in particolare.
Senza dilungarci troppo nella trama di questo romanzo, godibile anche se non si sono letti i precedenti, mai banale, né persa nei cliché o nei luoghi comuni, anzi, sempre sostenuta da un ritmo narrativo in crescendo, quello che anche questa volta conta sottolineare è come il testo thriller-noir di Porazzi sia veicolo di riflessioni profonde sullo stato di salute di una società ormai al collasso, una realtà in cui poteri politici usano extracomunitari come pedine per determinare il valore di mercato di quartieri residenziali, dove la crisi non lascia scampo ed è al tempo stesso pretesto per una lotta di classe che punta “a ripristinare la schiavitù”. Cita Pasolini quando diceva di aver cancellato dal proprio vocabolario la parola “speranza“, proprio perché non esiste nessun inganno più grande con cui i potenti controllano le masse e invece “senza speranza vedi la realtà per come è, non hai aspettative di qualcosa che possa cambiarla“. È una presa di coscienza, quella che invoca Porazzi, ribadita anche nel pensiero di Alex Nero: “Il destino, o la vita, ti colpiscono comunque. E allora è meglio affrontarli guardandoli negli occhi”.
Credo sia questa, la forza del romanzo di Porazzi: la capacità di raccontare, attraverso una scrittura limpida e coerente, e al tempo stesso di stimolare, di interagire con il lettore su più piani.
Un testo che consiglio sia per il valore di inchiesta che per l’abile tessuto di trama e di personaggi. Un romanzo che, appunto, sembra pronto per una trasposizione cinematografica: sono sicuro che Bruce Willis sarebbe molto più contento di interpretare Alex Nero piuttosto che lo sfortunato utente di una compagnia telefonica quando “non c’è campo“.

Pierluigi Porazzi, laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli-Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste, antologie e raccolte in rete. Fa parte del progetto Sugarpulp. Sono del 2010 “L’ombra del falco” e del 2013 “Nemmeno il tempo di sognare“, entrambi pubblicati da Marsilio.

Source: acquisto personale

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:: Cosa resta di noi, di Giampaolo Simi, (Sellerio, 2015) a cura di Alessandro Morbidelli

25 giugno 2015
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È arrivata l’estate. Il mare, il mio, l’Adriatico, mi sembra uno schermo e al tempo stesso uno sfondo. Riesce a catturare la mia attenzione, poi la disperde nei confini dilatati. Così mi costringo a concentrarmi altrove, sulla sponda, sul bordo tra terra e acqua. È inevitabile riflettere sulle possibilità che qualcosa accada in quel lasso di tempo dall’arrivo di un’onda al suo ritrarsi. Con la stessa fatalità del cambio di stagione, la mia spiaggia diventa prima grigia, poi si svuota di persone, rimane striminzita di ombrelloni e di sdraio, scossa dal vento, opacizzata da nuvole di sabbia, un po’ come nel video di “Le vent nous portera” dei Noir Desir. Infine arriva la neve. E anche se niente di tutto quello che ho detto accade sul serio, non posso fare a meno di trovarmi di fronte a uno scenario identico a quello appena descritto. Tutta colpa di Giampaolo Simi e di “Cosa resta di noi” (Sellerio, 2015). Simi la neve la fa cadere sulle spiagge della Versilia, a imbiancare gli stabilimenti balneari, nel giorno di San Valentino. Guardando le acque lui e io ci diamo le spalle. Ma alla mia, di schiena, lo scrittore toscano fa uno scherzetto: ci disegna un brivido di parole, così che mi viene voglia di aggiustarmi il bavero del cappotto anche se indosso soltanto una camicia.
Giampaolo Simi, oggi, è un autore ben oltre i confini del noir, sia quando con il termine si intende la fittizia collocazione commerciale di un testo, riflesso, più che altro, della cultura di massa, sia quando si sottoscrivono le parole di Massimo Carlotto, quando dice che il noir va a colmare quel vuoto lasciato dalla letteratura tradizionale italiana (“la morte del presente nella letteratura vera e propria”). A differenza dei titoli giallo-noir che sovraffollano le librerie italiane, senza troppe pretese quando va bene, abbracciati a prototipi all’italiana cari più a chi guarda Don Matteo piuttosto che a chi legge Ellroy quando va decisamente male, quella di Simi è un’opera di letteratura vera, cosciente del valore della parola oltre che di quello dell’intreccio degli eventi. La sua narrativa, giocata su figure retoriche sempre convincenti, descrizioni mai barocche eppure sensoriali, orchestrata nell’ossatura di un io narrante a cui si affiancato estratti di articoli, frammenti di notiziari e di romanzi, stringe un patto con il lettore: ci accorgiamo subito, noi estimatori di certe atmosfere, che “Cosa resta di noi” è oltre, è altro.
Il romanzo è tutto incentrato sulla figura di Edoardo, bagnino riflessivo e velato dalla malinconia di chi è stato condannato a non avere figli, e di Guia, la moglie che lui non ama soltanto, ma adora, scrittrice che vuole dare un senso alla sterilità di coppia dedicando a questa il proprio capolavoro letterario, dove far vivere il figlio mai nato. La loro storia però è un declino amoroso fatto di incomprensioni, di consapevolezza di una fine imminente, di dolore. Soprattutto da parte di Edoardo: se è vero che Guia, in spagnolo, è nome cristiano dedicato alla figura guida della Santa Vergine, è anche vero che per il protagonista è punto di arrivo, scopo, finalità. Eppure il percorso, il 14 febbraio antecedente a un Carnevale come tanti, si copre, appunto, di neve. La spiaggia si imbianca e il segno dei passi si perde sotto il velo gelato. Tutto diventa possibile perché la neve ha azzerato tutto, il ricordo del passato e il peso del presente. Forse è per questo che Edo tradisce Guia con Anna, rappresentante di prodotti edili. Un tradimento di corpi e di fianchi sotto ai maglioni di lana. Un tradimento di stanze di residence e di palazzi deserti. Poi però succede che Anna scompaia e che nella vita di entrambi, di Edo e di Guia, entri il menestrello, il buffone, il cabarettista, quel Giangi che ad Anna la perseguitava perché ne era innamorato, perché era la sua donna.
Ne “Le cose di ogni giorno”, canzone contenuta nell’album “Dietro la curva del cuore” dei La Crus, storica band milanese, Mauro Ermanno Giovanardi cantava È dentro ai gesti di ogni giorno / l’amore è tutto lì / È dentro alle cose di ogni giorno / dove ti perdo è sempre lì: così è il male nella narrativa di Simi, nascosto nella quotidianità, mascherato da indifferenza, da paura di finire coinvolti in una storia oscena, da perdita della propria umanità, da caffè presi al bar, da sere passate di fronte a una serie tv, da viaggi in taxi e in treno, da Eros e Thanatos invitati a cena, ora a mangiare precotto, ora a gustare tagliolini al limone, perché l’amore è comunque il motore principale della storia e dire “Cosa resta di noi” è come chiedersi cosa resti, appunto, dell’amore.
Nessuna indagine classica per scoprire la verità: i protagonisti conoscono la verità, il lettore conosce la verità. Eppure Simi suona con le parole anche le rigide pentatoniche del giallo, dando al lettore tutti gli indizi per capire come andrà a finire la storia. La sorpresa è assicurata, un po’ come quando d’estate senti un’irrefrenabile attrazione per una spiaggia deserta, dove soffia il vento, dove le tracce lasciate sulla sabbia vengono coperte e dove può, di nuovo, succedere tutto, perché tutto quello che è già successo se ne è andato via, ritirato nel mare da un’onda. Dove arriva un torpore che “non è proprio sonno, è una terra di nessuno dominata da una foschia luminosa. Ci vaga solo chi non ha niente da chiedere al mondo. Quando non sai dove ti trovi, non puoi sentire il bisogno di essere altrove.”

Giampaolo Simi ha pubblicato Il corpo dell’inglese (2004) e Rosa elettrica (2007). I suoi libri hanno ricevuto vari premi e sono stati tradotti in Francia (nella «Série noire» di Gallimard e presso Sonatine) e in Germania (Bertelsmann). Ha collaborato come soggettista e sceneggiatore alle fiction «RIS» e «RIS Roma». Nel 2012 è uscito il suo ultimo romanzo La notte alle mie spalle.

Source: libro del recensore.

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:: Il dio della bicicletta, Marco Ballestracci (Instar Libri, 2014) a cura di Alessandro Morbidelli

15 aprile 2015

cop dio della biclettaForse dovrei lasciar decantare con i tempi giusti la sensazione che mi accompagna dalla fine della lettura de “Il dio della bicicletta” di Marco Ballestracci, uscito l’anno scorso per Instar Libri, ma letto da me solo qualche giorno fa. Le analisi migliori hanno bisogno di tempo e di sedimentazione dei pensieri. Eppure non mi importa. Anzi, mi sento di scattare in avanti, in fuga. Quelli più bravi di me, quelli che sanno scrivere di sport e sanno riconoscere chi di sport sa scrivere, potranno riprendermi e dirmi: “Ma dove volevi andare?”. Io, al momento, non riesco a fare a meno di sentirmi dire, da una voce lontana “Coza t’hoi dit? Va’ giù, Fausto. Va’ giù!“, anche se non mi chiamo Coppi, anche se non c’è nessuno, dietro di me che bestemmia contro una foratura.
Così parto. Con un certo anticipo. Pedalo. Certo, già altri sono arrivati al traguardo.
Ma chi se ne frega.
Perché io sono uno di quelli che arrivano sempre con qualche minuto di ritardo. A parte rare volte, di sicuro quando vado al cinema, ché non voglio perdermi nemmeno un minuto di pubblicità, mi capita di correre. Per recuperare tempo. Per fare in modo che il ritardo non sia troppo. E ho una macchina a metano. Quindi, quando mi immetto per la Statale, con l’occhio fisso all’orologio, tutto vorrei, tranne incontrare loro, in gruppetti più o meno folti: i ciclisti.
Ecco, io sono il Nemico, quello che venerava volentieri un dio a forma di spazzaneve anche d’estate, quello che annuiva soddisfatto per la vittoria della civiltà ogni volta che incontrava, sempre per caso, in tv, una competizione ciclistica in velodromo, quello che sorrise di gusto quando la Fiat se ne uscì con la pubblicità della nuova Palio, quella in cui un ciclista si appoggiava per due volte al cofano dell’auto ferma al semaforo: alla terza l’autista ingranava la retromarcia togliendo il punto d’appoggio all’altro, proprio mentre la mano cercava il sostegno. Sì, io ridevo.
Quindi il fatto che oggi proprio io mi trovi a scrivere di questo libricino dedicato alla bicicletta e al dio che a volte muove i pedali, soffia i venti e via i destini, in qualche modo, dovrebbe avere un valore in sé diverso. Anche per tutti quelli che, come me, ridevano alla pubblicità della Palio.
Capiamoci: questo non è un manuale che insegna ad andare d’accordo con i ciclisti. No, è qualcosa d’altro, di cui voglio scrivere. E lo faccio per due motivi. Il primo è che se non me ne avessero parlato, non avrei mai comprato questo libro. L’avrei relegato, sbagliando, a semplice opera di cronaca sportiva. Quindi, se è vero che i caproni seguono il belare più alto, magari qualcuno mi verrà dietro. Il secondo è che qui c’è letteratura. Nascosta nella forma del racconto che è un po’ resoconto, un po’ pagina di diario, mai cronachistico. Qui ci si siede e si inizia ad ascoltare un uomo che regala storie. E che lo fa portandoci lontano, nei luoghi adatti agli eroi, quelli che Roland Barthes chiama “Dio del Male al quale bisogna sacrificare“, quelli dove muoiono corridori come Tom Simpson e dove vanno a morire quelli come Pierre Kraemer. Fa così, Ballestracci, ti dà l’impressione di uno che ti offre da bere mentre parla. Ti accompagna a un raduno dove vecchi corridori recitano Dante a memoria, ti tiene col fiato sospeso quando a prendere la parola è Alfredo Martini, senti la vertigine della discesa di Gastone Nencini e sì, insieme a Roger Riviere ci vai a finire pure tu, oltre il limite, giù per la scarpata di venti metri. Poi ti rialzi e vai avanti. Perché tu che leggi sei immortale, come gli eroi, quelli che in qualche modo vengono evocati da queste figure in sella che combattono contro se stessi, ma anche contro il Destino. Eccola, l’epica della sfortuna che rivive con Imerio Massignan (a cui Ballestraci ha già dedicato “Imerio” sempre per Instar Libri) le vicende del condottiero tessalo Protesilao. Eccoli Charly Gaul-Achille e Bartali-Aiace Telamonio e, come scrive Buzzati, Ettore, sconfitto dagli dei. Eccolo, il più grande di tutti per controllo della sfida, rapporto con i compagni e gusto dell’impresa, Fausto Coppi, l’Agamennone del ciclismo.
Marco Ballestracci sente la presenza di qualcosa che va oltre, che si appiccica ai pedali, ma anche agli occhi di chi colleziona biciclette, di chi vince il Tour De France da outsider e per questo non viene festeggiato, di chi mette in moto una squadra di muratori per facilitare una tappa di montagna. È questo il dio della bicicletta di cui parla. Attraversa, con la sua scrittura, la Storia. Perché gli uomini che passano lasciano sempre ai lati della strada altri uomini e le strade solcano città, sfiorano paesi, attraversano montagne, segnano epoche.
Chiaro esempio di quella disomogeneità narrativa che, come scriveva Angelo Marchese, avrebbe messo in crisi la concezione della narratologia come metodo, sono racconti costruiti in maniera tale da non lasciare punti deboli, ponti termici tra i dentro la vicenda e il fuori.
Non ho mai assistito allo spettacolo che lo stesso Ballestracci ha allestito partendo da questo piccolo bagaglio di narrazioni. Visitando il suo blog personale marcoballestracci.blogspot.it si può incontrare un calendario ricco di appuntamenti. Un tour, da vero bluesman. Mi piacerebbe, un giorno, vederne uno. Sempre che non si faccia troppo tardi, sempre che la mia auto a metano mi ci porti in tempo. Sempre che per strada non incontri un ciclista. A quel punto mi chiederei, senza ombra di dubbio, se per lui il dio della bicicletta non abbia in mente qualcosa di particolare.

Marco Ballestracci nasce in Svizzera, ma vive e lavora in Veneto. Con Instar Libri ha pubblicato “L’ombra del Cannibale“, “La Storia Balorda” (Premio Selezione Bancarella Sport 2012) e “Imerio“. Ha scritto anche un libro di racconti sul calcio: “A pedate. 11 eroi e 11 leggendarie partite di calcio” (Mattioli 1885). È cantante e armonicista blues.

:: La Notte della Mediarchia Il commissario Elio Gamba, Carlo Vanin, (Panda Edizioni, 2014) a cura di Alessandro Morbidelli

2 marzo 2015

La-Notte-della-Mediarchia-img1Nessuno mi ha chiesto di scrivere una recensione de “La notte della Mediarchia” di Carlo Vanin, questo conviene precisarlo subito. Ho deciso di sedermi e di pensare al commissario Elio Gamba di mia spontanea volontà. Questo perché sono sempre più convinto che nel panorama editoriale di oggi, soprattutto tra le righe di chi in qualche modo sostiene di rappresentare un certo tipo di scrittura di genere, si possano incontrare due tipologie di autori: la prima, molto comune, è quella del mestierante, dell’artigiano della scrittura (quanto piace, oggi, questa definizione…), del lavoratore schematico, di chi potrebbe scrivere centoventisei romanzi in serie, tutti secondo lo stesso disegno e gli stessi stratagemmi narrativi; la seconda, quella che nove volte su dieci è incline al fallimento, che nove volte su dieci non viene capita, quella che dieci volte su dieci vende poco o niente quando per miracolo viene pubblicata, è quella che preferisco. È questa seconda categoria che ci fa ricordare come le storie che ci vengono raccontate possano evadere dalla banalità di una scrittura piatta e incolore, adagiata nello stile, per svegliarsi nello stilema, nella variazione, nella visione. È questa seconda famiglia di autori che mette la vita nelle pagine. Tra le due, intercorre la stessa differenza che passa tra un Big Mac e un panino al lampredotto. La tragedia è varia: il mondo è pieno di mangiatori seriali di schifezze, ormai assuefatti alle schifezze, e a pochi piace il lampredotto. Ma a chi piace, piace davvero…
Ogni scrittore si trova a un certo punto della sua vita a un bivio: seguire la svolta che porta al McDonald’s o sentire da lontano il refolo che esce dal baracchino fermo sul bordo della strada, perso tra banchine insicure, sdrucciolevoli, e affilati guardrail.
Carlo Vanin sa cucinare bene. E per nostra fortuna ha pure trovato un chiosco, che porta il nome di Panda Edizioni, pronto ad accendergli i fornelli.
La sua è una scrittura pop, variopinta nelle sfumature di riferimenti sempre a portata di mano, mai banale, ridondante senza mai essere barocca, coerente e, soprattutto, viva. Il suo è un romanzo di genere, certo, ma il genere che ci troviamo davanti ribolle, ricorda la furia assetata del primo Glen Duncan, quello di “I, Lucifer”, e la lezione livida e alienata dello Shannon Burke de “I Corpi Neri”. La Marghera descritta si muove su livelli che si intersecano tra l’onirico e il surreale, tra il grottesco e il realista, tra il fantascientifico e il gotico, che solo in rari momenti, in cui il nostro si sente in dovere di mostrare al mondo intero quanto sia buono il suo pane e lampredotto, svirgola nell’inessenziale. Eppure non c’è mai uno sbilanciamento, una perdita consistente dell’equilibrio narrativo. Il fondale su cui si muovono i personaggi, una Marghera isolata dal cielo dall’esplosione della famosa raffineria, è solido, e questo è il primo merito di Carlo Vanin, ma non solo. Il suo contesto non è unicamente un paesaggio fotografico, è anche un cantiere in cui una società estrema annaspa tra pastiglie sintetiche e spot televisivi, tra ingorghi infernali che tanto ricordano scenari cyberpunk, figli di quegli spazi precari che Marc Augé definì nonluoghi: la Mediarchia all’apice del suo splendore, in una vibrante attesa.
Poi c’è lui, il protagonista indiscusso del romanzo, il commissario Elio Gamba, un uomo che ha perso la moglie e il figlio nell’esplosione di Marghera senza mai perderli davvero, un corpo scosso dalla droga e dall’alcool, una mente violenta, disturbata e corrotta da Sole-Occhio, la voce che sussurra, la guida che lo elegge a profeta in una landa di desolazione e violenza, fino a portarlo allo scontro finale con i Ministri della Mediarchia. Ecco, non vorrei svelare di più della trama, perché in realtà questa si sviluppa lungo una serie di flash narrativi in cui i protagonisti si collocano secondo una propria comodità formale. Più che un elemento di tensione, il romanzo diventa un insieme di punture, lo dice l’autore stesso (“Ci sono cose che pungono qui dentro”). Non lascerà indifferenti.
Carlo Vanin è uno preciso. Mi perdonerà se ho attinto dalla tradizione culinaria fiorentina per parlare del suo romanzo, lui che è veneto. Eppure mi sembra l’omaggio adatto a chi ha digerito così bene la lezione cinematografica di Robert Rodriguez e di Quentin Tarantino, la visionarietà di Hans Ruedi Giger e di H. P. Lovecraft, la letteratura fisiologica di Tiziano Scarpa, la metafisica insondabile di Stephen King, l’antropologia sadopornografica degli hentai giapponesi con i personaggi di Nivea e Rexona. Citare Miyamoto Musashi ci porta più a pensare a Takehiko Inoue e al manga Vagabond che al personaggio storico realmente esistito. Così come un vero esperto di fumetti giapponesi non può non godere nella citazione di Berserk di Kentaro Miura, quando lo stesso Musashi perde un occhio e rimane con un braccio maciullato.
Carlo Vanin non ha preso la via per il McDonald’s. Per fortuna nostra e per sfortuna sua. E questo panino al lampredotto ci è davvero piaciuto. Chissà se a lui il lampredotto piace. Una volta mi pare di averglielo pure chiesto.

Carlo Vanin: nasce nel 1977 a Spinea, cittadina veneta di cui oggi si autoproclama miglior scrittore vivente. Lavora come libraio alla Libreria Ubik di Castelfranco Veneto. Dal 2009 è membro del direttivo del movimento Sugarpulp nonché segretario dell’omonima associazione. “Mirko e il mostro”, pubblicato nel 2012 per l’editore L.A. Case, è il suo romanzo d’esordio.