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:: Un’intervista con Diana Johnstone a cura di Giulietta Iannone

17 giugno 2019

dianajohnstone

Bentornata Mrs Johnstone su Liberi di scrivere e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Giornalista, analista politica e studiosa di geopolitica, nata negli Stati Uniti ma residente da più di trent’anni a Parigi. C’eravamo lasciate con Mr Trump insediato alla presidenza. Sono passati alcuni anni, che bilancio ha tratto del suo mandato?

Devo precisare che quando scrissi il mio libro criticando la politica estera di Hillary Clinton, partivo dal presupposto che avrebbe vinto le elezioni del 2016, e quindi intendevo ciò che ho scritto come un avvertimento su cosa aspettarci. Quindi il mio libro era più sulla politica estera degli Stati Uniti che su Hillary. Invece, Trump ha vinto, e quali sono le differenze? Sono poco visibili a questo punto. Come ho scritto nella conclusione del mio libro su Hillary Clinton, ciò che era necessario cambiare riguardo alla politica degli Stati Uniti era l’istituzione di un gruppo di esperti con le conoscenze e le intenzioni necessarie per attuare una nuova politica. Qualunque fossero le sue intenzioni pacifiche iniziali, Donald Trump non aveva una squadra del genere e apparentemente non sapeva nemmeno chi avrebbe potuto comporre una simile squadra. Inoltre, il Congresso era lì per bloccare qualsiasi nomina sgradita in posti di rilievo. Sotto una tale pressione, e anche a causa della sua stessa ignoranza, Trump è finito con una squadra di politica estera che è la peggiore che si possa immaginare. Ha permesso a Bolton di distruggere la sua iniziativa di pace con la Corea del Nord e la costante ostilità dei media ha reso le relazioni con la Russia anche peggiori di prima.

Welcome back Mrs. Johnstone on Liberi di Scrivere and thank you for accepting this new interview. Journalist, political analyst and geopolitical scholar, born in the United States but resident for over thirty years in Paris.
We had left with Mr Trump installed as president. Some years have passed, what does your balance sheet look like?

I should mention that when I wrote my book criticizing Hillary Clinton’s foreign policy, it was on the assumption that she would win the 2016 election, and so I meant this as a warning of what to expect. Thus my book was more about U.S. foreign policy than about Hillary. Instead, Trump won, and what are the differences? Scarcely noticeable at this point. As I wrote in the conclusion to my book on Hillary Clinton, what was necessary to change U.S. policy was the instatement of a team of experts with the necessary knowledge and intentions to carry out a new policy. Whatever his initial peaceful intentions may have been, Donald Trump had no such team and apparently did not even know who would compose such a team. Besides, Congress was there to block any unwelcome nomination to a top post. Under such pressure, and due to his own ignorance, Trump has ended up with a foreign policy team that is the very worst one could imagine. He allowed Bolton to wreck his peace initiative with North Korea, and constant media hostility has made relations with Russia even worse than before.

Il mondo sta cambiando velocemente certo, ma praticamente sta cancellando uno per uno tutti i trattati stipulati dalla precedente amministrazione Obama, dall’accordo sul nucleare con l’Iran, al trattato INF e NEW START, un errore o trova sensate queste scelte?

Queste sono scelte terribili. Si può supporre che abbiano origine dagli esperti del Partito della Guerra che circondano Trump e, non ultimo, dall’influenza del suo principale sostenitore finanziario, il miliardario dei casinò Sheldon Adelson, totalmente devoto all’Israele di Netanyahu.

The world is certainly changing, but all the treaties and agreements signed by the Obama administration are being canceled, the nuclear agreement with Iran, the INF and NEW START treaties. Is it a mistake or do you find these choices sensible?

These are dreadful choices. One can suppose that they originate with the War Party experts surrounding Trump and not least from the influence of his main financial supporter, the casino billionaire Sheldon Adelson, totally devoted to the Israel of Netanyahu.

Nel 2020 ci saranno in America nuove elezioni, pensa che gli americani gli daranno ancora fiducia o c’è spazio a un ritorno di una amministrazione democratica, senza naturalmente più la Clinton a concorrere per alcuna carica?

In questi giorni non credo che nessuno si fidi di nessuno negli Stati Uniti. Il complesso industriale militare, i think tank e i media favorevoli alla guerra, e la lobby israeliana hanno il controllo della politica estera di entrambe le parti. Le persone votano contro il candidato che odiano di più piuttosto che per l’alternativa. Non posso prevedere come andrà a finire – ho sbagliato nel 2016, potrei sbagliarmi di nuovo.

In 2020 there will be new elections in America, do you think Americans will trust again Trump or will they trust in a Democratic management, without of course Clinton competing for a role in the administration?

I don’t think anybody trusts anybody in the United States these days. The military industrial complex, the pro-war think tanks and media, and the Israel lobby are in control of the foreign policy of both parties. People vote against the candidate they hate the most rather than for the alternative. I cannot predict how this will go – I was wrong about 2016, I can be wrong again.

Uno studio australiano mette in guardia che la crisi climatica che stiamo attraversano è in questo momento la principale minaccia a breve termine per l’esistenza della nostra civiltà. Se non si passerà a una produzione industriale a impatto 0 arriveremo giusto fino al 2050, poi sarà la fine della civiltà come la conosciamo ora, e l’inizio di una velocissima probabile estinzione. Allarmismi inutili? Ma soprattutto è realistico poter procedere a una modifica su scala planetaria degli impianti industriali? Che idea si è fatta della questione ambientale?

Non sono d’accordo, perché penso che la nostra civiltà così com’è ora sia la minaccia principale all’esistenza della nostra civiltà. Siamo su un corso suicida. L’allarme costante sul clima distrae da tutte le altre minacce più direttamente provocate dall’uomo: le imposizioni del capitale finanziario, l’infinito sviluppo di armi sempre più letali e forse prima di tutto un’ideologia dominante che esalta l’avidità e la competizione e distrugge tutto il sistema di valori tradizionale, in particolare l’onestà, la libertà di espressione e la normale considerazione umana per gli altri. Tutti questi fattori si combinano per rendere impossibile qualsiasi serio programma per affrontare i cambiamenti climatici.

An Australian study warns that the climate crisis we are currently experiencing is the main threat to the existence of our civilization. If we do not switch to 0-impact industrial production we will arrive right up to 2050, then it will be the end of civilization as we know it now, and the beginning of a very fast probable extinction. Useless alarmism? But is it possible to proceed with a planetary scale modification of industrial plants? What is your view of ​​the environmental issue?

I don’t agree, because I think our civilization as it is now is the main threat to the existence of our civilization. We are on a suicidal course. Constant alarm about the climate distracts from all the other more directly human-caused threats: the dictates of finance capital, the endless development of more and more deadly weapons and perhaps first and foremost, a dominating ideology that glorifies greed and competition which destroys all traditional values, notably honesty, freedom of expression and normal human consideration for others. All these factors combine to render impossible any serious program to deal with climate change.

I cambiamenti climatici, le guerre stanno accelerando il drammatico fenomeno delle migrazioni, ogni giorno arrivano dalla Libia, specialmente in Italia, ma anche la Francia è toccata dal fenomeno, barconi carichi di profughi provenienti dall’Africa, dall’Asia, dai paesi del Medio Oriente. Generazioni di giovani che lasciano il loro paese, le loro famiglie per un difficile inserimento in paesi ed economie già debilitate e gravate da crisi sociali, disoccupazione, incertezza. Al netto dell’accoglienza, su questo umanamente non c’è nessun tentennamento, ma non valuta questa accelerazione destabilizzante non solo per l’Europa ma anche per i paesi d’origine di queste persone? E soprattutto se si sceglie di accoglierli, perché non si regolamenta il flusso, e si aprono gli aeroporti, ponendo fine all’indegno calvario a cui sono sottoposti in viaggi disumani, pericolosi e traumatici per gli stessi profughi?

L’immigrazione incontrollata è destabilizzante sia per i paesi europei che peri i paesi africani coinvolti. Potrei andare avanti all’infinito. È del tutto inaudito difendere le “frontiere aperte”, e non è un caso che questa politica socialmente distruttiva emerga come dogma “umanitario” in un momento in cui il capitale finanziario persegue la distruzione degli Stati nazionali. Le frontiere aperte sono un modo sicuro per farlo. Perché altrimenti ci sono gruppi favorevoli alle “frontiere aperte” supportati dal miliardario George Soros? Sono completamente d’accordo con Sahra Wagenknecht. È prematuro attribuire ai cambiamenti climatici le migrazione dall’Africa – piuttosto, l’afflusso deve molto alla convinzione diffusa che in Europa i migranti possano trovare lavoro e condizioni di vita migliori. I migranti sono quasi tutti giovani uomini vigorosi che sarebbero necessari a casa. È totalmente irresponsabile invitare persone che non si desidera né di cui si ha bisogno. A poche centinaia di metri da dove vivo a Parigi, nei pressi delle autostrade che convergono a la Porte de la Chapelle, centinaia di migliaia di uomini africani hanno piantato piccole tende e dipendono da mense caritatevoli. Condividono il territorio con i tossicodipendenti. Probabilmente sono venuti nella speranza di sostenere le loro famiglie a casa, ma non guadagnano nulla e non fanno nulla. La risposta necessaria è la cancellazione del debito africano, il pagamento corretto delle risorse naturali, il trasferimento di tecnologia, un serio aiuto ai progetti di educazione e infrastrutture, tutto ciò che è necessario per far sì che le persone trovino speranza nei loro paesi. La Cina sta effettivamente prendendo alcune di queste misure costruttive, ma ciò suscita ostilità in Europa.

Climate change and wars are accelerating the dramatic phenomenon of migration. Every day come from Libya boats loaded with refugees from Africa, Asia, countries of the Middle East. They arrive in Italy, but also France is affected by the phenomenon. Generations of young people leaving their country, their families for a difficult insertion in countries and economies already weakened and burdened by social crises, unemployment, uncertainty. Apart from the humanitarian side, do you consider this acceleration destabilizing not only for Europe but also for the countries of origin? And should we accept to greet these people, why not regulate the flow, and keep the airports open, limiting the calvary to which the refugees themselves are subjected in inhuman, dangerous and traumatic journeys?

Uncontrolled immigration is destabilizing for both the European and African countries involved. I could go on and on about this. It is totally unheard of to advocate “open borders”, and it is no coincidence that this socially destructive policy emerges as “humanitarian” dogma at a moment when finance capital pursued the destruction of nation states. Open borders is a sure way to do so. Why else are “open border” groups supported by billionaire George Soros? I agree entirely with Sahra Wagenknecht. It is premature to attribute migration from Africa to climate change – rather, the influx owes most to widespread belief that in Europe migrants can find jobs and better living conditions. The migrants are almost all vigorous young men who would be needed at home. It is totally irresponsible to invite people whom you neither want nor need. A few hundred meters from where I live in Paris, in the interstices of the converging autoroutes at the Porte de la Chapelle, hundreds perhaps thousands of African men have pitched small tents and depend on charitable soup kitchens. They share the territory with drug addicts. They probably came in hope of supporting their families back home, but they are earning nothing and doing nothing. The obvious answer is cancellation of African debt, correct payment for natural resources, technology transfer, serious aid to education and infrastructure projects, whatever is needed to make people find hope in their own countries. China is actually taking some such constructive measures, but this arouses hostility in Europe.

Ha conseguito un baccalaureato in Russian Studies, sicuramente è la persona più indicata per fare chiarezza su alcuni punti: non ha la sensazione che la nazione-continente Russia sia sottovalutato da alcuni analisti, non solo dal punto di vista economico, ma sociale, storico, politico, strategico, pur con tutti i problemi e le criticità che deve affrontare? Per la sicurezza ma anche per il progresso economico, scientifico, commerciale comune non sarebbe meglio riprendere i volenterosi sforzi post caduta del Muro di Berlino, invece che gettare le basi per una nuova Guerra Fredda, anacronistica e inutile? Cosa si sta facendo secondo lei a livello internazionale su questo tema? Non dovrebbero essere altri i problemi al centro di sforzi congiunti?

Le attuali politiche russofobiche dell’Unione europea sono catastrofiche. Per molte ragioni. Qual è il loro scopo? Essenzialmente il loro scopo è dividere l’Europa occidentale dalla Russia per rafforzare l’egemonia degli Stati Uniti. Inoltre indeboliscono le economie occidentali privando gli europei dei loro partner commerciali naturali in Russia. L’accettazione delle politiche anti-russe da parte dei governi europei è la prova della loro profonda sottomissione, sono disposti a sacrificare i propri interessi per obbedire a Washington. Ancora peggio degli effetti economici è il crescente pericolo di una guerra con la Russia, sempre a nome di Washington e del suo folle progetto di usare la sua superiorità militare per dominare il mondo. È tragico assistere all’auto-mutilazione intellettuale dell’Europa nel rifiutare la sua parentela con il ricco patrimonio culturale della Russia. A differenza della Russia, gli Stati Uniti continuano la loro occupazione militare e il dominio politico delle nazioni occidentali che hanno “liberato” oltre settanta anni fa.

You obtained a BA in Russian Studies, certainly you are the best person to clarify some points: don’t you feel the nation-continent of Russia is underestimated by some analysts, not only from an economic point of view, but also from a social and historical, political, strategic, point of view, despite all the problems it faces? For security but also for common economic and trade progress, would it not be better to take up the willing efforts that followed the fall of the Berlin Wall, instead of laying the foundations for a new, anachronistic and useless Cold War? What is being done on an international level on this issue? Shouldn’t there be also other problems on which common efforts should be focused?

The current Russophobic policies of the European Union are catastrophic. For many reasons. What is their purpose? Essentially their purpose is to divide Western Europe from Russia in order to strengthen U.S. hegemony. They also weaken Western economies by depriving Europeans of their natural trading partners in Russia. Acceptance of anti-Russian policies by European governments is proof of their profound subservience, willing to sacrifice their own interests to obey Washington. Even worse than the economic effects is the growing danger of war with Russia – again on behalf of Washington and its insane project to use its military superiority to dominate the world. It is tragic to watch Europe’s intellectual self-mutilation in rejecting its kinship with Russia’s rich cultural heritage. Unlike Russia, the United States continues its military occupation and political domination of the Western nations it “liberated” over seventy years ago.

Le scorte alimentari, le fonti energetiche, gas, petrolio, energie rinnovabili non ci sono per tutti gli abitanti del pianeta? È questa la ragione ultima delle guerre ancora in atto, e della corsa agli armamenti che sembra drammaticamente ripresa? O ci sono altri motivi?

Queste domande richiedono competenze scientifiche e tecniche che mi mancano. Personalmente, non attribuisco queste politiche distruttive a fattori materiali, ma alla stupidità, all’ avidità e alla totale immoralità dei leader mondiali, che non hanno alcun desiderio genuino di fare il miglior uso di ciò che abbiamo.

Are food stocks, energy sources, gas, oil, renewable energy not enough for everyone on the planet? Is this the ultimate truth of the ongoing wars, and of the arms race that seems to have dramatically resumed? Or are there other reasons?

These questions call for scientific and technical expertise which I lack. Personally, I do not attribute these destructive policies to material factors but to the stupidity, greed and total immorality of world leaders, who have no genuine desire to make the best use of what we have. 

Mentre i capi di stato europei e il presidente degli Stati Uniti partecipavano alle celebrazioni per il 75° anniversario dello sbarco in Normandia, in Russia Putin e Xi Jinping, presso il forum di San Pietroburgo, siglavano accordi e confermavano i loro buoni e amichevoli rapporti. Sembra che questo ravvicinamento abbia impensierito alcune cancellerie. Lei cosa ne pensa, ci sono buoni presupposti per un reale asse Mosca- Pechino?

Le politiche degli Stati Uniti hanno reso questo asse inevitabile.

While the European heads of state and the president of the United States participate in the celebrations for the 75th anniversary of the Normandy landings, in Russia Putin and Xi Jinping, at the St. Petersburg forum, signed agreements and confirmed their good and friendly relationships. It seems that this rapprochement has worried some chancelleries. What do you think, are there good conditions for a real Moscow-Beijing axis?

United States policies have made this axis inevitable. 

Ha letto Destinati alla guerra – Possono gli Stati Uniti e la Russia sfuggire alla trappola di Tucidide? di Graham Allison. Cosa ne pensa?

Mi dispiace, non ho letto questo libro.

Did you read Destined for war – United States and Russia escape the Thucydides trap? by Graham Allison. What do you think about it?

Sorry, I have not read this book.

Putin rimarrà al Cremlino fino al 2024, per il suo ultimo mondato, la Costituzione impedisce di ricoprire la carica di capo di Stato più di due volte in modo consecutivo. Ha pensato a un dopo Putin, che scenari si prospettano?

A meno che non ci sia un’inversione della politica occidentale, lo scenario più probabile sarà la vittoria di leader veramente nazionalisti, a causa del completo fallimento della politica sostanzialmente filo-occidentale per ottenere un riavvicinamento da parte di Putin.

Putin will remain in the Kremlin until 2024, for his last mandate, the Constitution not allowing him to hold the office more than twice consecutively. Have you thought of an after Putin, what scenarios are ahead?

Unless there is a reversal of Western policy, the likeliest scenario would be the victory of truly nationalist leaders, due to the complete failure of basically pro-Western Putin to achieve rapprochement.

E per quanto riguarda la Cina, il progresso economico sarà accompagnato da maggiori istanze democratiche? La sua millenaria civiltà, ancora così poco conosciuta in Occidente, sarà finalmente vista come fonte di civilizzazione comune e non come un nemico da temere e da cui difendersi? Certo non ha la palla dietro, ma quale è la sua sensazione?

Personalmente, e non sono la sola, ho sempre visto la Cina come una grande fonte di civiltà comune. Nella cultura cinese ci sono valori fondamentali di uguaglianza che possono funzionare come fonti di democrazia “con caratteristiche cinesi”, come dicono loro. Gli Stati Uniti stanno cadendo a pezzi e la Cina, pur con tutte le sue divisioni, è una nazione coesa. Spero che l’aggressività degli Stati Uniti non inciti la Cina a rispondere diventando più aggressiva. Sfortunatamente i vizi possono essere contagiosi.

And as for China, will the economic future be accompanied by greater democratic demands? Will its millennial civilization, still so little known in the West, be finally seen as a source of common civilization and not as an enemy to be feared and defended against? You clearly do not have a crystal ball, but what are your feelings?

Personally, I have always seen China as a great source of common civilization, and I am far from alone in that. There are basic values of equality in Chinese culture that can function as sources of democracy “with Chinese characteristics”, as they put it. The United States is falling apart, and China, for all its divisions, is a coherent nation. I hope that the United States’ aggressiveness does not incite China to respond by becoming more aggressive. Unfortunately vices can be contagious.

Ci sono politici attualmente, per lucidità di pensiero, chiarezza e visione di insieme che le danno fiducia, a livello europeo, ma anche statunitense o asiatico?

Credo che l’Occidente soffra di una classe politica estremamente mediocre. Ammiravo Jeremy Corbyn finché non ha ceduto troppo facilmente a una brutale campagna di terrorismo intellettuale, che ha accusato i laburisti di “antisemitismo”. Ammiro Sahra Wagenknecht in Germania. Ammiro particolarmente Tulsi Gabbard negli Stati Uniti, che ha il coraggio di difendere una politica coerente contro la guerra che va contro entrambe le parti principali. Sfortunatamente, queste due donne sono marginali. Per quanto riguarda Tulsi Gabbard, la ammiro molto per il fatto che sta consapevolmente tentando di contrapporsi a un rapporto di forze che le è totalmente sfavorevole. Spero possa essere di ispirazione.

Are there any politicians, in terms of clarity of thought and overall vision that give you confidence, in Europe, but also in America or Asia?

I believe the West is suffering from an extremely mediocre political class. I admired Jeremy Corbyn until he gave in too readily to a viciously dishonest campaign of intellectual terrorism, accusing Labour of “anti-Semitism”. I admire Sahra Wagenknecht in Germany. I especially admire Tulsi Gabbard in the United States, who has the courage to advocate a coherent anti-war policy that goes against both major parties. Unfortunately, these two women are marginal. As for Tulsi Gabbard, I admire her all the more in that she is consciously daring to defy a totally unfavourable relationship of forces. I hope she can be an inspiration. 

Grazie della disponibilità, speriamo di aver fatto chiarezza e sensibilizzato i nostri lettori su queste tematiche.

Thanks for your availability, we hope to have made our readers aware of these issues and have given them a clearer vision.

Diana Johnstone, Paris, June 14, 2019

:: Un’ intervista con Diana Johnstone, autrice di “Hillary Clinton – Regina del caos” (Zambon, 2016)

25 novembre 2016

indexBuongiorno Mrs Johnstone, dunque ha vinto il repubblicano Donald Trump. Una domanda abbastanza ovvia e scontata: se lo aspettava?

No. Ma sono ancora più sorpresa dallo shock, dal panico, dall’isteria e dal rifiuto di così tanti americani che gli si sono opposti. Questa è stata una elezione, non un colpo di Stato.

Dopo una campagna elettorale terribile, dai toni allucinanti, Hillary Clinton nonostante i suoi più di 62 milioni di voti ha perso la presidenza. In linea del tutto teorica i grandi elettori il 12 dicembre potrebbero ribaltare il voto. Pensa lo faranno?

Mentre scrivo, stanno raccogliendo denaro per un riconteggio nella speranza di invertire i risultati. Se un tale avvenimento straordinario avesse luogo, ciò porterebbe gli Stati Uniti più vicini a un nuovo tipo di guerra civile. Non dimenticate che i sostenitori di Trump tendono ad essere molto attaccati alla loro diritto di portare armi, e spesso sono in possesso di un vero e proprio arsenale.

Al grido di Not my President, molti americani sono scesi in strada per giorni e giorni, soprattutto giovani. Crede siano stati fenomeni spontanei o pilotati?

Diciamo che sono stati “pilotati” da anni di “correttezza politica”, che ha insegnato a molti giovani a valorizzare le loro sensazioni soggettive più della realtà. A molti insegnanti e professori negli Stati Uniti era proibito dire cose o assegnare testi che potevano “ferire i sentimenti” degli studenti sensibili. Questo è un mondo crudele, e questi giovani non sono preparati ad affrontarlo. Hillary Clinton è portata all’idea che i valori democratici siano ridotti ai “diritti delle minoranze”, e in particolare, secondo la moda degli ultimi mesi, ai diritti delle minoranze sessuali.
Molti giovani elettori creduloni hanno concluso che Trump fosse un mostro razzista, sessista, omofobo soprattutto a causa della sua iperbole concernente l’ espulsioni di immigrati messicani clandestini e le severe restrizioni all’ingresso di musulmani negli Stati Uniti. Entrambe queste cose esistono già, e al massimo le può intensificare un po’. Questi manifestanti di sinistra, motivati dalla politica identitaria, si trovano in oggettiva alleanza con globalisti e neocon, che odiano Trump per il suo protezionismo e l’atteggiamento amichevole verso Vladimir Putin. Gli Stati Uniti sono affetti da una sorta di schizofrenia politica, mescolando le questioni nazionali e internazionali in combinazioni insolite e contraddittorie.

La carriera politica di Hillary Clinton si può dire virtualmente finita. La donna vista solo l’altro giorno durante la serata di gala annuale organizzata dal Children’s Defense Fund, era una donna distrutta. Ormai Trump ha letteralmente campo aperto. Cosa si aspetta farà in questi quattro anni?

Il suo shock per la sconfitta era così eccessivo quanto la sua ambizione. Si può provare pena per lei, anche se è responsabile per la sua caduta. E ‘stata una campagna davvero molto brutta, con attacchi personali feroci su entrambi i candidati, e quasi nessun vero dibattito sui contenuti. Lo spettacolo di questa campagna elettorale dovrebbe essere sufficiente a scoraggiare qualsiasi persona normale dal voler entrare in politica. La democrazia americana difficilmente sembra essere il modello che tutto il mondo dovrebbe voler emulare.
Per quanto riguarda ciò che Trump farà, ha già fatto marcia indietro sugli eccessi retorici della sua campagna – che non dovevano essere presi sul serio, come invece hanno fatto i giovani che ora piangono per le strade. Sembra pronto a portare avanti tradizionali politiche di destra sulla maggior parte delle questioni interne. Le novità nel suo programma sono di riformare gli accordi commerciali internazionali e normalizzare le relazioni con la Russia. Questi sono proprio i punti che pongono l’intero establishment globalista e neoliberista contro di lui.

Molti commentatori ritengono che Trump abbia vinto perché è riuscito a catturare il voto della maggior parte della società bianca e impoverita, ma le sue promesse appunto rientrano unicamente nel gioco elettorale, insomma i suoi eccessi verranno normalizzati dalla macchina istituzionale, capace di possedere tutti gli anticorpi necessari perché il sistema tenga. E’ d’accordo? La pensa anche lei cosi?

Il voto a Trump sembra essere stato soprattutto una rivolta economica contro la disoccupazione e una rivolta ideologica contro la correttezza politica. Corteggiando le minoranze, i democratici clintoniani hanno gettato fortemente il sospetto su tutti i bianchi della classe operaia, maschi e eterosessuali, di essere gli oppressori, colpevoli di “odio”. La classe operaia bianca poteva sentirsi sia trascurata economicamente e che insultata psicologicamente. La sua promessa di creare posti di lavoro era il suo argomento più vincente. I suoi progetti infrastrutturali dovrebbero infatti essere in grado di creare posti di lavoro, ma è improbabile che sia in grado di invertire la tendenza verso la deindustrializzazione che ha di fatto chiuso molte fabbriche.

I primi contatti sembra averli avuti con la Russia di Putin e la Cina di Xi Jinping. E’ fiduciosa che venga istaurato un nuovo dialogo costruttivo e stabile con questi leader?

Io non sono sicura di niente. Ma questi incontri fanno nascere la speranza che gli Stati Uniti possano allontanarsi dalla loro automatica ostilità verso i “potenziali rivali” e cooperare nella costruzione di una struttura per la pacifica risoluzione dei conflitti.

Secondo alcuni analisti Donald Trump non si dimenticherà dei suoi oppositori politici, e in un certo senso la farà pagare a giornali, ong e grandi aziende, soprattutto del settore digitale che si sono opposte alla sua elezione. Da uomo pragmatico, pensa che agirà in questa maniera?

La prima cosa che ha fatto Trump è stata quella di rifiutare di portare avanti le indagini su Hillary Clinton, contraddicendo la sua replica durante un dibattito elettorale che lui l’ avrebbe mandata in galera. Alcuni dei suoi sostenitori lo criticano per essere troppo morbido con una donna che ritengono meriti ampiamente di essere perseguita. Dovrebbe essere chiaro che, come si suol dire, il suo abbaiare è peggio del suo morso. (Can che abbaia non morde, in italiano nel testo). Egli deve essere abbastanza pratico da rendersi conto che con tutti i nemici che ha, ha bisogno di essere prudente.

Premesso che non ha la palla di cristallo, Donald Trump secondo lei sarà portatore di una più grande instabilità internazionale? O il fatto che non sia un politico di mestiere è solo un bene?

La instabilità internazionale dipende molto di più da altri fattori che dal Presidente Americano, nonostante il fatto che negli ultimi dieci anni gran parte di quella instabilità internazionale è stata portata dagli sforzi degli Stati Uniti di imporre la propria volontà su situazioni complicate e ingestibili. Tali situazioni rimangono, ed è difficile immaginare come Trump possa fare di peggio. Se davvero abbandona il progetto neoconservatore di una incontrastata egemonia mondiale degli Stati Uniti e torna al tradizionale concetto di diritto internazionale della sovranità nazionale, potrebbe invece contribuire alla stabilità internazionale. Ma è troppo presto per fare serie previsioni.

Trump ha promesso che entro i primi cento giorni del suo mandato “cancellerà” l’accordo sul clima di Parigi siglato lo scorso dicembre e “bloccherà tutti i pagamenti fatti con soldi dei contribuenti americani ai programmi sul riscaldamento globale delle Nazioni Unite”. Non le fa paura un presidente che pensa che il riscaldamento climatico è uno scherzo cinese “creato da e per i cinesi con lo scopo di rendere poco competitivo il settore manifatturiero statunitense”?

Trump è perfettamente in grado di cambiare idea su questo, come su altre questioni, una volta che è alla Presidenza e ha un migliore accesso alle informazioni. Mi auguro che gli attivisti di sinistra siano preoccupati di prevenire la guerra, in particolare la guerra nucleare, come in questo momento lo sono per il cambiamento climatico. Le cause umane della guerra sono più ovvie rispetto alle cause umane dei cambiamenti climatici. Naturalmente, i modi di affrontare il cambiamento climatico devono essere chiariti per obiettivi di studio scientifico, e ogni governo deve avere a che fare con i fatti della natura. In ogni caso, i combustibili fossili devono essere eventualmente sostituiti. Il governo cinese ha fortemente investito in energia solare, per esempio. Le principali compagnie energetiche che si occupano di prodotti petroliferi sono anche coinvolte nello sviluppo delle energie rinnovabili, e la loro influenza è probabilmente maggiore di quella degli attivisti.
Non bisogna dimenticare che tutti gli altri problemi ambientali sono direttamente causati dalle attività umane, e devono essere affrontati.

Grazie della disponibilità, e la ringrazio anche di essere presente DOMENICA 11 dicembre 2016 a Roma, alla FIERA NAZIONALE DELLA PICCOLA E MEDIA EDITORIA” “PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI” (Palazzo dei Congressi dell’Eur, p.le JF Kennedy, 1 – Sala Rubino, ore 11) assieme a Jean Bricmont (Università di Lovanio- Belgio) e Jean Toschi Marazzani Visconti (giornalista e saggista), per la presentazione del suo Hillary Clinton. Regina del caos (Zambon Editore).

:: Le ragioni di Diana Johnstone, di Jean Toschi Marazzani Visconti

12 Mag 2016

indexChi è Hillary Clinton? Probabile 45° presidente degli Stati Uniti d’America. Alternativa democratica al miliardario Donald Trump, sul fronte repubblicano. Bernie Sanders non si arrende, ma resta un outsider fuori dall’ establishment, sebbene è di queste ore la vittoria in West Virginia. Insomma tutto è ancora in forse, ma alla Convention di Philadelphia di luglio è praticamente sicuro che sarà la Clinton l’alfiere per battere Trump. Lo stesso Sanders ha detto: «Ho un messaggio per i delegati a Filadelfia. Se con Hillary Clinton abbiamo molte differenze, su una cosa siamo d’accordo: dobbiamo sconfiggere Donald Trump». Certo noi non voteremo per le presidenziali americane, ma chi sarà l’inquilino della Sala Ovale cambierà anche i nostri destini, per cui informarsi è un obbligo, oltre che un diritto.  È uscito un libro, fuori dal coro, che parla di Hillary Clinton con toni sicuramente critici ma animati da un autentico idealismo. Ce ne parlerà oggi, con un pezzo in esclusiva per il nostro blog, l’autorevole penna di Jean Toschi Marazzani Visconti. Lascio quindi a lei la parola, sicuramente più competente di me nel trattare questi temi.

Nel suo ultimo libro Hillary Clinton – Regina del caos (Zambon 2016, traduzione di Cristiano Screm, titolo originale: Queen of Chaos: The Misadventures of Hillary Clinton, pp. 247, 15,00 €), Diana Johnstone prende spunto dalle disavventure politiche della candidata democratica alla presidenza statunitense per raccontare, con grande chiarezza e coraggio, i meccanismi dell’attuale politica americana. I lettori di questo testo, indipendentemente dal credo politico, troveranno una spiegazione logica a vicende e fatti sia passati sia attuali, spesso inspiegabili. Lo scenario che Johnstone delinea è molto più intrigante delle trame di fantapolitica prodotte da Hollywood, anche quando tali film si basano su documenti reali, poiché la Mecca del cinema americano è stata, spesso, fucina di propaganda o di accusa alla politica nazionale e ai suoi rappresentanti.
L’autrice racconta con precisione documentata il funzionamento delle lobby e il peso degli sponsor nelle scelte del Congresso, non mancando di ironia pungente, quasi a esorcizzare quanto lei reputa un male assoluto.
I lettori, sorpresi dalla durezza del racconto, potrebbero chiedersi se per caso l’autrice sia antiamericana e antifemminista. Nessuna delle due cose. Diana Johnstone è soltanto un’idealista delusa.
Cresciuta in una famiglia colta, attenta alla politica e al sociale, Johnstone respira sin da bambina l’atmosfera del New Deal, i suoi stessi genitori lavorano in un brain-trust del governo di Franklin Delano Roosevelt, 32° Presidente degli Stati Uniti d’America, unico eletto per quattro mandati (1933-1945), nonostante le difficoltà fisiche dovute a un attacco di polio che lo inchioda alla sedia a rotelle all’età di ventinove anni. Roosevelt morirà nel 1945 lasciando il compito di terminare la Seconda guerra mondiale a Harry Truman nel Pacifico e in Europa.
Roosevelt era stato colui che aveva guidato gli Stati Uniti fuori dalla terribile Depressione del 1929 e restituito il sogno americano, applicando tre regole: sollievo, recupero, rilancio. In tal modo, aveva superato la drammatica disoccupazione e povertà che avevano coinvolto i ceti piccoli e medi.
«Nessuna impresa ha diritto di realizzarsi in questo Paese se, per avere successo, deve pagare i lavoratori meno di quanto serva loro per vivere», affermava Roosevelt. E ancora: «La misura del nostro progresso non sta nell’aggiungere di più all’abbondanza di quelli che hanno molto, ma nel provvedere abbastanza per quelli che hanno troppo poco». Con questi assiomi Roosevelt aveva riportato il Paese ai valori dell’America migliore.
È evidente che chi ha vissuto con il mito di tali idealità non si riconosca nell’America attuale. Se l’autrice descrive con sarcasmo i giochi politici, gli intrighi di coloro che portano la responsabilità di guidare un grande Paese e delle redini della politica internazionale, ciò è dovuto alla profonda amarezza di fronte al decadimento di quelli che erano i grandi valori americani. Diana Johnstone ama l’America, ma non quella attuale.
L’autrice di Hillary Clinton – Regina del caos fa risalire la fine del periodo d’oro al 17 gennaio 1961, giorno del discorso d’addio alla Casa Bianca del Presidente Dwight Eisenhower, il quale si congedava inaugurando il MIC (Military-Industrial Complex), nuovo sistema politico-finanziario-militare che avrebbe completamente stravolto i principî del New Deal e della politica americana trasformandosi nel tempo in un mostro, come lo definisce Diana Johnstone. In effetti, gli Stati Uniti si sono costruiti una trappola da cui non possono liberarsi e che li trascina sempre di più in un percorso perverso, nella necessità assoluta di mantenere l’immagine di nazione eccezionale.
A conferma della malattia di questa grande democrazia, le conclusioni di uno studio, commissionato dall’Università di Princeton nel 2014, secondo cui gli Stati Uniti non sarebbero una democrazia, bensì un’oligarchia guidata da un’élite economica: il MIC, appunto.
Ogni quattro anni gli americani hanno il diritto di votare o confermare un Presidente, repubblicano o democratico, ma l’eletto finisce per seguire la politica precedente con delle variazioni superficiali, l’indirizzo politico è dettato, infatti, dal MIC, i cui membri sono anche gli sponsor delle campagne presidenziali.
È particolarmente interessante il racconto della nascita della Guerra Fredda messa in scena per favorire il MIC. È Storia ma ha avuto un grosso peso per molte generazioni, e attualmente sembra verificarsi un ricorso storico.
In Hillary Clinton – Regina del caos, Johnstone scrive:

«La nascita di questo mostro si può far risalire al NSC-68, il documento n. 68 del Consiglio di Sicurezza Nazionale, sottoposto al Presidente Harry S. Truman il 14 aprile 1950. Il suo principale artefice era Paul Nitze, un facoltoso ed erudito banchiere d’investimento sconosciuto al grande pubblico. Nitze sintetizzò l’opinione maggioritaria delle élite, che di fatto allontanò nettamente gli Stati Uniti dai suoi programmi sociali del New Deal indirizzandoli verso un’incessante escalation militare. Al termine della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti correvano il rischio di ricadere nella Depressione, soprattutto perché i loro clienti d’oltremare erano impoveriti dalla guerra. Occorreva una decisa manovra keynesiana, ma l’élite era implicitamente favorevole a investire nelle forze armate più che nelle opere pubbliche. Per conquistare il sostegno del Congresso e dell’opinione pubblica era quindi necessario ingigantire la “minaccia sovietica”» (pp. 28-29).

Secondo Johnstone, il comunismo non aveva mai rappresentato una minaccia reale per l’Europa sia sul piano politico sia su quello militare, poiché Stalin era troppo concentrato sulla ricostruzione del suo Paese, uscito devastato dalla guerra, e sulla conseguente messa a punto di un sistema di difesa contro le possibili aggressioni che uno slittamento della Guerra Fredda avrebbe potuto scatenare da parte occidentale. Il clima di allarme nei confronti del pericolo rosso aveva fatto sì che il Pentagono autorizzasse contratti vantaggiosi per le industrie militari, e non solo, vivificando così l’economia degli Stati Uniti ma, al tempo stesso, lasciando un segno sul percorso di intere generazioni a venire.
La Guerra Fredda prese forma ufficialmente nel 1947 con un discorso tenuto nella Carolina del Sud da Bernard Baruch, che si avvalse della minaccia comunista come argomentazione contro l’ondata postbellica di rivendicazioni dei lavoratori. Invocò l’unità tra lavoratori e dirigenti, l’impegno da parte dei sindacati a non proclamare scioperi, poiché «oggi siamo nel pieno di una Guerra Fredda». Con la minaccia sovietica in gran parte inventata e certamente ingigantita, spiega Johnstone – il MIC ottenne stanziamenti dal Congresso a favore del Pentagono e tenne sotto controllo i sindacati che, in una tale situazione di pericolo, si sarebbero mostrati antiamericani se avessero organizzato scioperi o proteste.
Gli Stati Uniti sono appena usciti da una crisi, e il mondo intero con loro, crisi causata dalla famosa bolla, generata proprio all’interno di questo macrosistema politico-finanziario-militare. Un peggioramento, però, potrebbe ritornare come un boomerang per ragioni simili a quelle sostenute dal banchiere Paul Nitze nel 1950, e allora la soluzione potrebbe essere proprio ricercata nelle teorie del PNAC elaborate dai Neocons. Per averne un’idea: «La Storia del XX secolo avrebbe dovuto insegnarci che è importante plasmare le circostanze prima che le crisi emergano e affrontare le minacce prima che diventino tragiche. La Storia di questo secolo avrebbe dovuto insegnarci ad abbracciare la causa di una leadership americana». E ancora: «Stabilire una presenza strategica militare in tutto il mondo attraverso una rivoluzione tecnologica in ambito militare, scoraggiare l’emergere di qualsiasi super potenza competitiva, lanciare attacchi preventivi contro qualsiasi potere che minacci gli interessi americani». Un programma applicabile a qualsiasi minaccia di crisi.
Se a questi principî si aggiunge l’attività instancabile delle lobby al servizio di qualsiasi entità che possa pagare, ad esempio, per ottenere una legge ad hoc o il finanziamento di una guerra nel Medio Oriente oppure l’approvazione dell’indipendenza di una regione del mondo, il panorama non è affatto rassicurante. Si tratta di azioni tutte sul filo dell’etica e della legge internazionale, che coinvolgono potere e molto denaro. Le conseguenze sono ovvie: dalla corruzione al clientelismo fino all’uso improprio dei media per coprire iniziative non esattamente corrette.
Oggi il mondo sta vivendo una situazione d’incertezza economica, ritrovare un nemico potrebbe fare comodo agli Stati Uniti, specie ora che la Russia appare ancora più temibile, in quanto maggiormente capace di influenzare la politica internazionale, qualcosa di assolutamente inaccettabile per l’establishment politico americano.
Diana Johnstone trasferisce su Hillary Clinton la sua delusione americana. Per la prima volta una donna potrebbe salire al massimo potere mondiale, ma le sue condotte e le sue scelte come Segretario di Stato sono criticabili, i suoi coinvolgimenti politici, inoltre, non fanno sperare niente di nuovo rispetto ai suoi predecessori.
Hillary Clinton vuol far credere di rappresentare le donne americane per ottenerne i voti, dichiara di voler sfondare il soffitto di cristallo – quel limite che impedirebbe alle donne americane di raggiungere incarichi importanti – ma, sostiene Johnstone, le americane arrivano a posizioni di rilievo anche senza i compromessi della front-runner dem.
L’antifemminismo non c’entra. È proprio la figura di Hillary Clinton che lascia dubbiosi. È sufficiente una scorsa ai nomi degli sponsor della Fondazione Clinton a sostegno della campagna presidenziale.

«Per sapere chi siano questi sponsor, basta dare un’occhiata all’elenco dei donatori della Clinton Foundation che hanno offerto milioni di dollari, teoricamente per beneficenza – quel tipo di beneficenza che comincia a casa propria. Si tratta di filantropi che danno allo scopo di ricevere. Tra i donatori a otto cifre figurano l’Arabia Saudita, l’oligarca ucraino filo-israeliano Viktor Pinchuk e la famiglia Saban. Tra i donatori a sette cifre troviamo il Kuwait, Exxon Mobil, gli “Amici dell’Arabia Saudita”, James Murdoch, il Qatar, Boeing, Dow, Goldman Sachs, Walmart e gli Emirati Arabi Uniti. Gli spilorci che hanno versato ai Clinton contributi di appena mezzo milione o più comprendono tra gli altri Bank of America, Chevron, Monsanto, Citigroup e l’immancabile Fondazione Soros. Che cosa rende tanto popolari i Clinton in Arabia Saudita?» (p. 240)

È ragionevole pensare che una volta insediata alla Casa Bianca, Hillary Clinton riceva prima o poi la fattura da parte dei suoi sostenitori. Cosa potrebbero chiedere questi cortesi investitori, per esempio, riguardo all’Arabia Saudita? L’occupazione dello Yemen? Della Siria? Per quanto riguarda l’Ucraina, un maggior appoggio alle destre filonaziste? E la Russia? Non esiste più il pericolo rosso, però la Russia è percepita nuovamente forte. Forse troppo. Si vedono già nei media i primi spot che preparano la strada a una nuova Guerra Fredda. Sperando che rimanga tale.

Jean Toschi Marazzani Visconti è scrittrice e saggista. Il suo ultimo libro, La porta d’ingresso dell’Islam: Bosnia-Erzegovina, un Paese ingovernabile (prefazione di Paolo Borgognone, postfazione di Manlio Dinucci, pp. 301, 18 €) è in uscita per i tipi di Zambon Editore.

Diana Johnstone, giornalista, analista politica e studiosa di geopolitica. Nasce a Saint Paul, nello Stato del Minnesota, nel 1931 ma cresce a Washington in un ambiente progressista, dato che i suoi genitori facevano entrambi del Brain Trust del New Deal del presidente Franklin D. Roosevelt: sua madre contribuirà alla nascita del Social Security Act del 1935, mentre suo padre sarà al fianco del segretario all’Agricoltura, Henry Wallace, futuro 33° presidente degli usa. Johnstone consegue un’istruzione cosmopolita (baccalaureato in Russian Studies e Phd in letteratura francese) e, durante la guerra del Vietnam, organizza i primi contatti internazionali tra cittadini americani e rappresentanti vietnamiti. Dal 1990 al 1996 lavora nell’ufficio stampa dei Verdi al Parlamento europeo. È autrice di The Politics of Euromissiles: Europe in America’s World (1983), Fools’ Crusade: Yugoslavia, nato and Western Delusions (2003) – discusso pamphlet in difesa del quale si sono mobilitati Noam Chomsky, Arundhati Roy, Tariq Ali e John Pilger – e di Hillary Clinton. Regina del caos (2015). Vive a Parigi da più di trent’anni.