Posts Tagged ‘saggio’

::Nulla da invidiare, Barbara Demick, (Iperborea 2026) a cura di Viviana Filipini

23 giugno 2026

“Nulla da invidiare. Vite normali in Corea del Nord” è il saggio di Barbara Demick edito da Iperborea. Il libro è frutto di anni di lavoro a Seul della giornalista che ha avuto modo di raccogliere voci dal mondo della Corea del Nord, mostrando quella che è la vera vita, ben diversa dall’immagine che ci arriva dai media, spesso filtrata, per fa apparire quello che in realtà non è. Snodo narrativo dal quale si propaga la narrazione è Chongjin, terza città più grande del paese, dove vivono alcune delle voci presenti in questo libro  che è un saggio e un reportage. Da subito l’immagine che abbiamo di Chongjin è quella di una centro abitato dove la povertà e la carestia dilagano, dove spesso e volentieri manca l’energia elettrica, dove il cibo è del tutto inesistente e dove ogni singola mossa che viene compiuta è sotto controllo del potere. Il periodo in questione riguarda il Paese  tra gli anni   Novanta, quelli cruciali del passaggio di consegna tra Kim Il-sung e Kim Jong-il. Tra le voci raccolte ci sono quelle di  Mi-ran e Jun-sang, una ragazza e un ragazzo che si amano, ma lo fanno con garbo, con attenzione per non dare scandalo, come quando vanno a passeggiare di notte e tra loro, per mantenere le distanze, tengono la bicicletta di lui. Loro che studiano e lavorano creandosi aspettative grandi per il futuro, quando poi sono soli nelle loro case meditano la fuga (che non si confessano per evitare di finire nei guai) da un mondo dove non si sentono liberi.  Loro sono una coppia, poi ci sono voci singole  di coloro che da medici assistono impotenti al dilagare della fame e delle malattie; ci sono ragazzi soli che finiscono in campi di detenzione dove trovano padri incarcerati per anni per aver cercato di procurare cibo alla famiglia affamata; donne che si inventano biscotti e attività per sfamare i figli; ci sono persone che vivono  nel terrore del verificarsi di un controllo a casa con l’arrivo di appositi comitati che verificano l’esposizione della foto del capo di governo. L’immagine che emerge dal libro della  Demick è quella di un mondo dove la propaganda domina, filtra i contenuti in entrata e in uscita. Un universo nel quale chi ci vive viene sottomesso, manipolato e indotto ad agire e pensare in un certo modo  nel rispetto ferreo delle regole, mentre chi cerca di agire in modo diverso viene arrestato, messo sotto inchiesta eo sempre tenuto d’occhio. Coloro che riescono a scappare – anche con escamotage rocamboleschi-  lo fanno per non tornare più (spesso con grande dolore) nella propria terra. Un andarsene  per  vivere in quel Sud tutto da conoscere e scoprire, dove la vita è progresso vero, indipendenza, autonomia e soprattutto libertà di vivere e di esistere. “Nulla da invidiare” di Barbara Demick è un libro corale dove si raccolgono storie e si narrarono i cambiamenti di potere nella Corea del Nord, nella quale sembra esserci una possibilità di cambiamento, di trasformazione e di maggiore rapporto e confronto con l’Occidente che rimangono però, a quanto si deduce, solo una facciata di superficie. Traduzione di: Valentina Ricci.

Barbara Demick, scrittrice e giornalista americana, lavora per il Los Angeles Times e collabora con il New Yorker. Con “Nulla da invidiare” ha ottenuto il Baillie Gifford Prize ed è stata finalista al National Book Award. I suoi libri sono stati tradotti in più di venticinque paesi. Iperborea ha pubblicato anche “I mangiatori di Buddha”.

:: La Fine dell’antigiudaismo cristiano – La chiesa cattolica e gli ebrei dalla Rivoluzione francese al concilio Vaticano II di Philippe Chenaux (Marietti 1820, 2025) a cura di Giulietta Iannone

30 dicembre 2025

Philippe Chenaux ripercorre le tappe del cammino lungo due secoli, dalla Rivoluzione francese fino al concilio Vaticano II, che ha portato la chiesa cattolica a superare le sue posizioni antigiudaiche. Gli snodi principali della storia europea fanno da sfondo alla ricerca dell’autore su alcuni passaggi cruciali: la soppressione dell’associazione Amici di Israele nel 1928, le motivazioni all’origine dei «silenzi» di Pio XII, la resistenza della Santa Sede alle iniziative del dialogo interreligioso che si moltiplicarono dal secondo dopoguerra e infine le posizioni di Paolo VI. Il risultato è un affresco che mostra aspetti inediti, o illuminati da nuova luce, della storia delle relazioni ebraico-cristiane.

La fine dell’antigiudaismo cristiano, del professore Philippe Chenaux è un ricco saggio storico che affronta uno dei temi più delicati e controversi che hanno caratterizzato la storia religiosa europea. L’obiettivo centrale del saggio di Chenaux è tracciare un percorso storico di quasi due secoli, dalla Rivoluzione francese al Concilio Vaticano II, per mostrare come, progressivamente, la Chiesa cattolica abbia abbandonato la sua lunga tradizione di antigiudaismo religioso e abbia avviato — pur con prudenza, difficoltà e contraddizioni — un’apertura di dialogo con l’ebraismo. Chenaux non propone semplicemente una cronologia di eventi, ma una narrativa articolata sulle dinamiche sociali, teologiche e istituzionali che hanno determinato la progressiva fine dell’antigiudaismo cristiano cattolico. Se vogliamo fu proprio l’Illuminismo e la Rivoluzione francese con l’emergere delle idee di eguaglianza universale a riassegnare uno status giuridico agli ebrei nelle società europee, prima relegati in ghetti o in posizioni di servitù e sudditanza, a cui venivano negati i più elementari diritti civili. L’accusa di “deicidio” sembra avere avvelenato per molti secoli i rapporti tra chiesa cattolica e mondo ebraico, e dobbiamo aspettare la svolta conciliare per mutare questa posizione. Ma se vogliamo sono gli eventi del XX secolo e soprattutto i silenzi di Pio XII durante la Seconda Guerra Mondiale i temi più controversi. L’eccessiva, per molti, prudenza del pontefice durante la persecuzione nazista culminata nella Shoah hanno lasciato una frattura quasi insanabile tra le due religioni che si può dire hanno una matrice comune e molte più similitudini che diversità, se pensiamo che la conversione di Israele segnerà la fine della Storia e l’avvento del Regno promesso già precognizzata da San Paolo. Un altro punto saliente ben evidenziato nel saggio è differenza sostanziale tra antigiudaismo (teologico) e antisemitismo (politico e razziale), quest’ultimo moltop più recente e germinato dalle stesse matrici politiche di stampo cristiano poi abbracciate in modo più radicale da correnti politiche più estremiste. Questa struttura pone l’opera tra la sintesi storica e l’analisi interpretativa, ricca di riferimenti documentari e di letture critiche dei comportamenti ecclesiastici. La fine dell’antigiudaismo cristiano di Philippe Chenaux è una lettura ben documentata e argomentata per chi vuole comprendere come la Chiesa cattolica abbia affrontato — e lentamente, con grandi resistenze, superato — secoli di pregiudizi religiosi nei confronti degli ebrei. Sebbene non risolva tutti i nodi interpretativi e lasci aperte alcune questioni critiche, rappresenta senz’altro un contributo significativo alla storiografia sul dialogo giudéo-cristiano.

Philippe Chenaux è professore emerito di Storia della Chiesa moderna e contemporanea alla Facoltà di teologia della Pontificia Università Lateranense. Ha insegnato nelle università di Friburgo, Ginevra e Arras. I suoi interessi di ricerca riguardano la storia del papato in età contemporanea, la storia del concilio Vaticano II e del pensiero cattolico del Novecento, temi su cui ha pubblicato numerosi studi. Il suo libro più recente è Charles Journet (1891-1975). Un théologien engagé dans les combats de son temps (Desclée de Brouwer, 2025).

Source: libro inviato dalleditore.

::Andare per fari, Luca Bergamin, (il Mulino 2023) A cura di Viviana Filippini

5 luglio 2023

La lanterna di Genova, San Venerio al Tino, il faro di Livorno, Capel Rosso (Grosseto), Punta Carena a Capri, Faro di Capo Suvero (Calabria) e di Capo Vaticano, Faro di Capo Colonna (Crotone) sono lì da tempo, da secoli. Sono lì a guardare il mare, a vegliare su di esso. Sono alcuni dei fari presenti in Italia raccontati da Luca Bergamin, in “Andare per fari”, edito da il Mulino, per la collana Ritrovare l’Italia. I fari sono raccontati dall’autore sotto diversi aspetti, nel senso che oltre alla descrizione fisica, architettonica, di quando e come sono state costruite queste strutture che si ergono slanciandosi verso il cielo, l’autore si addentra anche nella loro storia personale, nella quale il lettore scoprirà un po’ di storia, ma anche l’ utilizzo nel passato e nel presente, in quei casi in cui fari andati magari in disuso sono stati recuperati e portati a nuova vita. I fari sono 154 e si trovano un po’ in tutte le zone costiere e isolane d’Italia, e ci si rende conto di questo in leggendo il libro di Bergamin si compie un vero e proprio viaggio che ci porta a fare tappa a Genova, Trieste, Toscana, Marche, Sardegna, Campania, Sicilia e Puglia, a dimostrazione dell’importanza che i fari avevano per la nostra Italia in passato. Tondi, a forma di cono, quadrati, ottagonali, con o senza terrazze, i fari sono  stati un elemento fondamentale per la nostra penisola, tanto che lo stesso Vittorio Emanuele II decise di potenziare e regolamentare al meglio i fari d’Italia e, come accadde in Salento, nel XVI secolo, Carlo V li usò per difendersi dagli attacchi dei Turchi. I fari erano visti quindi come lo strumento ideale per percepire in anticipo e tutelarsi dagli attacchi che giungevano via mare e per vegliare sulle attività commerciali.  Bergamin entra nei fari, mostrando le memorie che custodiscono e ci racconta anche come le fonti luminose in essi utilizzate cambiarono nel tempo, alimentate prima a olio, poi con la paraffina, seguita dall’acetilene fino alla lampadina elettrica che permettevano a queste sinuose architetture di controllare il paesaggio marino davanti a loro. I fari caduti in disuso o riportati a nuova vita narrati in “Andare per fari” da Luca Bergamin sono dei guardiani silenziosi, dove la solitudine sperimentata tende ad essere duplice. Una solitudine per il faro stesso, ma anche per quelle persone  che dentro ad esso ci vivono o hanno vissuto e che si trovano a contatto con una sorta di isolamento silenzioso -un po’ meditativo-, utile e pure un po’ necessario per riscoprire la bellezza della natura circostante e quella celata e sopita nell’ animo umano.

Luca Bergamin è giornalista e scrittore. Collabora con il «Corriere della Sera», «La Stampa», «Il Sole 24 Ore», il «Financial Times». Ha pubblicato «Barbagia è libertà» (Ediciclo, 2021), «Giardini pazzi e misteriosi» (Pendragon, 2021), «Salento. Terre e mare a Sud Est» (Polaris, 2022). @Lucasudest è il suo progetto Instagram per valorizzare il Sud e l’Est della nostra penisola.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Elisa Montanucci – Responsabile Edimill media