Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Una sciarpa blu cobalto di Cristina Biolcati (Golem Edizioni, 2026) a cura di Patrizia Debicke

28 febbraio 2026

Ci sono città che nei romanzi gialli diventano semplici quinte teatrali e altre che respirano, osservano, custodiscono segreti. In Una sciarpa blu cobalto, Cristina Biolcati sceglie una Padova lontana dalle cartoline, stretta tra palazzi di vecchia costruzione, dove le finestre restano accese fino a tardi e ogni pianerottolo può trasformarsi in un incrocio di destini. È proprio nel cuore della città di Sant’Antonio, in via Cavazzana, a pochi passi dalla Basilica di Santa Giustina, che prende forma un delitto da camera chiusa in grado di inquietare fin dalle prime pagine.
Mary Tinnici, ultraottuagenaria, ex attrice di teatro, viene trovata morta nel suo appartamento, chiuso dall’interno con quattro giri di chiave. Un dettaglio che pur richiamando la grande tradizione del giallo classico, ma qui assume un sapore più domestico, quasi soffocante. Mary non è una diva decaduta; è una donna fragile, affetta da demenza senile, con un passato fatto di piccole parti accanto a giganti come Vittorio Gassman e Vittorio De Sica. La sua vita si è progressivamente ritirata in poche stanze polverose, tra ricordi che sbiadiscono e fotografie ingiallite. Strangolata con una sciarpa blu cobalto poi scomparsa nel nulla, diventa il centro di un enigma .
A guidare l’indagine sarà l’ispettrice Bianca Damiani, già incontrata nel racconto Luna Park Assassino. Ritroviamo una donna ferita, temprata da errori che hanno incrinato la sua vita privata. L’istinto da cacciatrice che in passato l’ha spinta a scelte azzardate, con dolorose conseguenze per sé e gli altri, le ha forgiato una corazza, quasi a  compensare il senso di colpa con l’assoluto  controllo sul lavoro. Accanto a lei una squadra ben tratteggiata: Antonio Callegari, angolano adottato da genitori italiani, in bilico tra la prossima paternità e il rigore dell’indagine; Mauro Colella, scapolo, disordinato, con un’incisiva intelligenza nascosta dietro l’aria trasandata; il sovrintendente Manfreda, solida presenza, il giovane informatico Ruzza, simbolo di una generazione che vive tra codici e schermi. Non saranno solo comprimari, ma tasselli di un credibile organismo investigativo, radicato nella quotidianità di un commissariato diretto dal pragmatico Lissone.
L’ambientazione gioca un ruolo determinante. Il palazzo in cui viveva Mary rappresenta un microcosmo: porte chiuse, tende socchiuse, silenzi sospesi sulle scale. Nell’appartamento di fronte vive la famiglia Piovan, guidata da Carla, influencer di successo con oltre centomila follower. Madre di cinque figli, un sesto in arrivo, Carla incarna l’ideale social della perfetta maternità: “dirette” in cucina, luminosi sorrisi, generale solidarietà tradotta in pacchi dono da tutta Italia. Ciò nondimeno, dietro quella patinata vetrina, qualcosa scricchiola. Alvise, il marito, denuncia telefonate e inquietanti personaggi vicino a casa.
Il contrasto tra l’anziana attrice dimenticata e la mamma quasi star del web costruisce il fulcro  della narrazione. Da un lato il teatro, fatto di palcoscenici e meritati applausi,  dall’altro i social, virtuale piattaforma per ottenere consenso. Bianca dovrà quindi indagare non solo su un omicidio, ma su un qualcosa forse  alterato da un eccesso  di esposizione.
L’enigma della porta chiusa regge l’architettura del giallo con sapiente dosaggio degli indizi. Il domestico filippino e il nipote triestino sembrano i sospetti ideali, ma i loro alibi spostano l’attenzione altrove. La sciarpa blu cobalto, arma e simbolo insieme, diventerà pertanto il filo conduttore di una verità nascosta tra rivalità, invidie e fragilità. Bianca dovrà  indagare con metodo, alternando intuizione e razionalità, mentre la sua vita privata torna a complicarsi con la ricomparsa di Silvia Zella e  dei cattivi rapporti con la sorella gemella Vanessa.
Un giallo non superficiale con un’amara  riflessione sulla società di oggi, dove l’identità rischia di dissolversi in una sequenza di post e like. I giovani, attratti da modelli irraggiungibili, finiscono per confondere visibilità e valore. In questo contesto, l’omicidio di una donna anziana assume un ulteriore significato: quello di  cancellazione della memoria, rimpiazzata da un insaziabile presente fatto di sensazionalismo digitale.
In Una sciarpa blu cobalto,  esordio di Cristina Biolcati nel romanzo lungo. Bianca Damiani emerge come una protagonista, destinata a evolversi, mentre il mistero della sciarpa si fa metafora di una verità che sfugge finché qualcuno non ha il coraggio di guardare oltre.

Cristina Biolcati è nata a Ferrara, ma padovana d’adozione. Ha pubblicato Le congetture di Bonelli (Delos Digital, 2020) e In grazia di Dio (Todaro Editore, 2023). I suoi racconti hanno vinto numerosi premi: Il suono delle sue ferite (Garfagnana in Giallo, sez. Nero Digitale, 2022), Doppia promessa (GialloLuna Nero-Notte, 2023), Tutta la mia solitudine (Writers Magazine Italia, 2024). Nel 2025 è uscito Le regole del gioco, nella collana NeroDonna di Golem Edizioni.

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:: L’ultimo colpo di Don Winslow, traduzione di Alfredo Colitto, (HarperCollins, 2026) a cura di Valerio Calzolaio

26 febbraio 2026

California del Sud e New England. Ultimi decenni. John Highland lavora e veste bene, legge molti libri di storia, si tiene in forma con un po’ di palestra ogni mattina; ormai sa che quasi certamente morirà in prigione, visto che è vicino ai sessanta ed è stato dichiarato colpevole di rapina a mano armata ai danni di un furgone blindato; appare probabile che il giudice sfrutti la legge dei tre colpi che inasprisce la pena di chi commette tre volte un reato grave; ora è fuori su cauzione fino alla sentenza ufficiale, prevista tra un mese. La sua principale preoccupazione è la cara moglie Jewel, si sono sposati quando erano ragazzi, a diciannove anni, lei gli è rimasta accanto per tutto quel tempo e lui deve assicurarsi che possa invecchiare a casa propria. Vuole mettere a segno un colpo fruttuoso e clamoroso, “il” colpo; quando passerà in galera il resto dei giorni lo farà così forse come una leggenda e saprà che lei sopravvive con dignità. Ne discute col l’antico amico e complice Jamal, menziona il sorprendente bersaglio che intende colpire: il casinò Castle, fortezza situata in cima a una collina nel bel mezzo del nulla, in una riserva nelle campagne a est di San Diego, dove entra il denaro della droga dalla porta di servizio, se così si può dire. Sta provando a coinvolgere Summer Redbird, affascinante intelligente matematica executive manager del locale: 32enne alta e slanciata, capelli neri e occhi scuri, tipa brillante e forse sprecata, agli ordini di un gestore stronzo. Dovranno tutti rischiare al massimo per quell’ultimo colpo (titolo del primo racconto e dell’intera raccolta, sei ottimi testi originali).

Don Winslow (New York, 1953), il migliore scrittore americano dell’ultimo quarto di secolo, è tornato! Non si tratta di un libro minore o di transizione; sono sei ritmate novelle o romanzi brevi, uscite a fine gennaio 2026 in contemporanea mondiale (una quindicina di paesi, compresi gli Stati Uniti); crime stories tecnicamente, attente alle sfumature del mondo criminale, questa volta senza tanti delitti e violenze in primo piano. Il volume è dedicato al nipote Perry “con l’augurio che la sua vita sia piena di storie meravigliose”; in esergo Shakespeare sui “giullari del Tempo” che hanno vissuto nel crimine e muoiono nel bene: la probabile assenza di redenzione, l’estrema speranza di riscatto. La seconda novella è ambientata a Rhode Island nel 1970: ogni domenica il giovane Nicholas Nick McKenna, appena maggiorenne, consegna alcolici a domicilio con pagamento in contanti, visto che i negozi di liquori sono chiusi; prende la “Lista della Domenica” (da cui il titolo) e fa quasi sempre lo stesso giro di clienti abituali; sarebbe una cosa illegale ma quasi tutti chiudono gli occhi e lui conta sulle mance per iscriversi all’università; i genitori sono poco affidabili (artista e musicista) e hanno due gemelle più piccole; l’economia cittadina traballa e Nick vorrebbe farsi una studiosa vita altrove; non andrà proprio subito per il verso giusto ma lo ritroveremo lì nel 2021, cliente della stessa lista. Anche le due novelle successive sono ambientate nel medesimo contesto urbano: “L’ala nord” (di un carcere) e “Una storia vera” (dialogo al bar fra due criminali efficienti, la più breve). Per le ultime due novelle si torna in California e la quinta (“La Pausa Pranzo) ripresenta la “pattuglia dell’alba” (amata dai lettori di precedenti romanzi) in splendida forma: Boone viene incaricato di garantire protezione e assistenza alla bellissima insopportabile attrice Brittany McVeigh, un metro e sessanta per cinquantacinque chili, e chiede la collaborazione degli amici surfisti (fra l’altro forse c’è uno stalker). La sesta e ultima novella è la più lunga: Brad McAlister è un campione nella gestione dei resort di lusso, felicemente marito dell’ottima Rachel e padre di Wyatt (5 anni); la sera dell’ulteriore promozione beve troppo e con un pugno di reazione colpisce male un provocatore, che muore cadendo; dovrà scontare la pena e, in carcere, allearsi necessariamente con una delle bande di brutti ceffi; gli chiederanno di uccidere e non sarà facile farsi poi dimenticare una volta uscito (in copertina le sue due diverse metà, con la cravatta o con i tatuaggi). Winslow narra sempre in terza persona al presente, frasi brevi e lucenti. Si beve di tutto ma Brad ordina un Grand Siècle n.23 per far colpo sugli amministratori delegati. Ogni storia ha la sua musica, da Chopin al jazz.

DON WINSLOW Ex investigatore privato, esperto di antiterrorismo e consulente giuridico, è l’autore di ventuno romanzi che sono diventati bestseller mondiali vincendo innumerevoli premi. Tra le sue opere spiccano Corruzione, Il cartello, Il potere del cane, L’inverno di Frankie Machine e Le belve, da cui il premio Oscar Oliver Stone ha tratto l’omonimo film. Dalla trilogia con protagonista Art Keller (Il potere del cane, Il cartello e Il confine) sarà tratta un’importante serie tv che andrà in onda a partire dal 2020. Vive tra la California e il Rhode Island.

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:: L’ultima dei Calvino di Alessandro Girola (Plutonia Publications, 2018) a cura di Giulietta Iannone

23 febbraio 2026

Esiste un bel cofanetto, in due volumi, precedentemente edito da Einaudi nel 1956, io ho l’edizione Oscar Mondadori del 1968, che raccoglie il meglio delle fiabe italiane, della tradizione popolare, raccolte e tradotte dai vari dialetti da Italo Calvino, che vi consiglio certamente di recuperare, ci saranno sicuramente edizioni più recenti, in cui emerge un dato inquietante e significativo: la fiaba non è mai stata asettica, c’è sempre stato un elemento horror, in cui il fascino dell’orrido ha avuto presa, il gotico, il fantastico, l’orientaleggiante si è sempre intrecciato con elementi in cui il deforme, il volgare e il zozzo si mischia al sublime. Si sa orchi, streghe, maghi, creature del crepuscolo hanno acquistato oltre al loro valore simbolico, ed esorcizzante, un valore letterario ed erudito. Alessandro Girola prende a piene mani da questo humus culturale per molta sua narrativa.

Per chi non lo conoscesse, Alessandro Girola è un giovane autore milanese, di indubbio talento, che da anni pubblica testi indipendenti, e ultimamente ha acquistato anche una valenza di editore pubblicando testi di altri. Il fantastico, la narrativa di genere, l’horror classico declinato con le sue tante sfumature dall’inquietudine, alla paura, ne è la cifra distintiva. L’ultima dei Calvino è un omaggio non tanto velato a quella tradizione prettamente italiana, legata alla fiaba popolare, in cui il territorio si fa protagonista.

Girola sceglie il Piemonte, terra di masche e di leggende per ambientare il suo romanzo breve, o racconto lungo come si suol dire, che si colloca senza tante cerimonie nel filone del folk horror italiano contemporaneo, di stampo prettamente regionale e tradizionale, seppure non usi il dialetto come cifra stilistica. Scrive in italiano, un buon italiano letterario, nutrito da tanta buona letteratura, non solo di genere.

Girola è uno scrittore completo, non solo dotato di talento creativo, ma anche di uno spiccato talento imprenditoriale che ne preserva l’indipendenza stilistica e anche formale. E negli anni sta crescendo, migliorando, evolvendosi. Io non amo particolarmente la narrativa horror, streghe, demoni, messe nere, maledizioni, fate assassine, vampiri, non mi catturano più di tanto, ma il male esiste, e può essere simbolizzato, ed esorcizzato, da queste creature del crepuscolo che da secoli appassionano legioni di lettori.

L’ultima dei Calvino è ambientato a Carassone dei Govoni, un borgo immaginario arroccato sulle Alpi Marittime: un luogo pittoresco e al contempo inquietante che subito orienta il lettore verso una dimensione narrativa in cui il quotidiano si intreccia con il sovrannaturale. La morte di Eligio Calvino, il padre padrone della piccola comunità, che notare bene muore a 120 anni e già questo fa una certa impressione, di insolito e straordinario, dà l’avvio alla storia.

L’eredità viene reclamata dalla giovane e bellissima bisnipote Berenice, una creatura dai lunghi capelli rossi e un fascino magnetico. Sarà una fata, sarà una strega? A voi scoprirlo, comunque dicevo tra i beni di cui ha diritto ci sono anche i capitali di una fiabesca polizza vita, che se dati metterebbero in seria difficoltà finanziaria la piccola compagnia assicurativa torinese, la Caboto, che li ha garantiti. Che fare? Mandare nel paesino l’agente migliore la giovane Emma, per convincere l’ereditiera a non reclamare il capitale e se mai reinvestirlo in complicati maneggi che implicano la vendita anche di terreni e proprietà.

Emma, che non rimane insensibile al fascino di Berenice, ebbene sì, c’è anche una sfumatura erotica, ma molto, molto delicata, dovrà immergersi nei misteri del borgo e cercare di risolvere la questione economica e contrattuale. La trama segue così un doppio binario: da una parte, l’intreccio “terreno” di polizze, eredità e relazioni sociali; dall’altra, un crescendo di elementi folklorici — leggende di spiriti notturni, demoni incatenati, fate assassine e magia nera — con cui Girola costruisce un’atmosfera sospesa tra realtà e mito.

L’ambientazione è sicuramente la parte più riuscita, oltre a una buona caratterizzazione dei personaggi, anche i minori, e a una crescente inquietudine, disseminata con tocchi leggeri, che dal giallo assicurativo (da me molto apprezzato) vira con naturalezza all’horror più splatter. Avrebbe potuto anche non mettercelo il sovrannaturale, la storia funzionava lo stesso.

Lo stile di Girola è diretto e scorrevole, molto immaginifico, ti sembra di vederle le scene che narra. Il ritmo è costante, e piacevole, i dialoghi convincenti e funzionali al racconto senza appesantire troppo la trama. Girola ha giocato in sottrazione mettendo solo l’essenziale, senza troppi orpelli. L’atmosfera evocativa, l’intrecciarsi di generi diversi, piuttosto originale, la buona tenuta dei personaggi, tutto concorre a creare una storia solida, e di piacevole lettura.

Certo se non amate l’horror, e né la narrativa breve, forse non fa per voi, ma se amate sperimentare anche letterature insolite, saprà sorprendervi.

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Alessandro Girola. Nato a Milano, classe 1975. Scrittore, recensore e blogger dal 2005. Gestisce diversi progetti di scrittura condivisa e collabora con portali, blogzine e webzine che si occupano di narrativa di genere, di entertainment e folklore locale.           

:: Via delle Streghe di Marilù Oliva (Solferino, 2026) a cura di Paola Rambaldi

21 febbraio 2026

Di notte Serena segue il ragazzo nel parco per coglierlo alle spalle. Non riesce a perdonargli di aver ucciso sua sorella. Gaia si fidava ma lui, con la scusa di portarla a cena, l’aveva trascinata nel bosco per ucciderla ed era stato assolto per mancanza di prove. Gaia non lo amava più ma sperava ancora di trasformare il rapporto in amicizia, di allontanarlo con le buone. Pensava che col tempo se ne facesse una ragione anche se continuava a tempestarla di messaggi lamentosi. E Serena, che non riesce a togliersi dagli occhi il corpo martoriato della sorella, vuole solo vendetta.

Le basta un balzo per stordirlo con una mazzata prima di sgozzarlo.  

Femminicidi. Patriarcato. Uomini che non accettano rifiuti. Denunce prese sottogamba. Braccialetti elettronici che non servono. Ergastoli annullati per immotivate mancanze di premeditazione. Ormai uccidono una donna al giorno. Ma cosa si fa di concreto per combattere questa piaga?

Marilù Oliva ne parla nel suo ultimo romanzo Via delle Streghe attraverso la storia di quattro donne ferite che si adoperano per cambiare il corso degli eventi con la vendetta. Una vendetta che ben comprendo nel veder scorrere troppi femminicidi impuniti al telegiornale. Quattro donne, vicine di casa, che vivono in un’immaginaria Via delle Streghe a Bologna, che si incontrano ogni sera dopo cena per una tisana, per confrontarsi, ma soprattutto per pianificare omicidi per eliminare i responsabili di femminicidi che l’hanno fatta franca.

Zulmira, Serena, Magalie ed Iside, quattro donne unite da un’amicizia incrollabile.

Zulmira, 70 anni è la veggente del quartiere. Vedova. Ha cominciato ricevendo clienti in garage e ora la cercano in tanti, anche se suo figlio si vergogna di lei.  Per lei le erbe sono fondamentali. Ne coltiva in terrazzo e ne procura in internet per farne veleni. Ha appena avuto una pessima notizia, di quelle che ti cambiano la vita, ma non ne ha ancora parlato nemmeno alle amiche.

Serena, 30 anni, appassionata di kung fu e felicemente fidanzata a un poliziotto, ha avuto la sorella Gaia uccisa senza giustizia.

Magalie, 44 anni, docente universitaria di Storia medievale specializzata in Storia delle streghe, è stata adottata a sei anni dopo che il padre ha ucciso sua madre sotto i suoi occhi.  

Iside, 20 anni, trans che non si è mai sentita maschio, è la hacker del gruppo finita in sedia a rotelle dopo aver tentato il suicidio gettandosi dal quinto piano per le troppe angherie subite.

Quattro donne determinate in cerca di riscatto. Ognuna segnata da un trauma e con ottimi motivi per vendicarsi. Quattro donne che ancora non sanno che la violenza ti può prendere la mano, che contempla imprevisti e che può diventare molto pericolosa.  Ma uccidere un autore di femminicidio forse non cambierà niente, sanno che ne arriveranno altri, ma sono sicure che ci sarà un bastardo in meno sulla terra.

Marilù Oliva, da brava insegnante, vorrebbe tanto vedere l’ora di Educazione affettiva nelle scuole di cui tanto si parla. L’unico modo per contrastare il patriarcato sarebbe educare alla civiltà e il senso del suo romanzo è sensibilizzare. Le sue quattro vendicatrici vogliono scuotere l’opinione pubblica e indurre i governi a nuove misure. Non credono nella bacchetta magica ma nel potere della volontà. Sanno che non si può sostituire la legalità ma sanno anche che urge un cambiamento culturale affinché certi casi di cronaca non siano più all’ordine del giorno.

I criminali impuniti non devono farla franca.

Quattro donne che vogliono mutare il corso degli eventi con la loro magia, che cercano di riscattare le troppe donne finite sul rogo, che sanno che la loro missione è sbagliata, ma sono esasperate dai troppi casi di cronaca.  Attraverso i delitti il mondo della magia diventa metafora di una ribellione estrema per Marilù Oliva che da una vita si batte in difesa delle donne. Un romanzo da non perdere.

Marilù Oliva, nata a Bologna, è scrittrice, saggista e docente di lettere. Collabora con diverse riviste ed è caporedattrice del blog letterario Libroguerriero. Per Solferino ha pubblicato i bestseller mitologici L’Odissea raccontata da Penelope, Circe, Calipso e le altre (2020), L’Eneide di Didone (2022), L’Iliade cantata dalle dee (2024), La Bibbia raccontata da Eva, Giuditta, Maddalena e le altre (2025), il romanzo Biancaneve nel Novecento (2021), il saggio I Divini dell’Olimpo (2022) e le riedizioni di tre dei suoi noir di successo, Le Sultane (2021), Repetita (2023) e Questo libro non esiste (2025, Premio Scerbanenco dei Lettori). Con il saggio Atlante goloso del mito (Rizzoli 2024), ha vinto il Premio Bancarella Cucina 2025.

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:: Salvatore Ottolenghi. L’inventore della polizia Scientifica di Roberto Riccardi (Giuntina 2025) a cura di Patrizia Debicke

21 febbraio 2026

Nel 1902, in una Roma ancora attraversata dalle tensioni del savoiardo Stato unitario, un giovane medico entra negli uffici della Pubblica Sicurezza e in pochi minuti convince Giovanni Giolitti a fondare una Scuola di polizia scientifica. Da questo episodio quasi leggendario parte, anzi decolla  “Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica” di Roberto Riccardi, un libro che è contemporaneamente biografia, racconto storico e riflessione sulla nascita della modernità investigativa.
L’ambientazione è uno senz’altro  degli elementi più suggestivi.
Lo scrittore infatti ricostruisce con bravura un’Italia sospesa tra positivismo, speranze progressiste e ombre autoritarie, dal Risorgimento al fascismo, con Roma messa al centro come laboratorio politico e scientifico. Il carcere di Regina Coeli, dove Ottolenghi avvierà i primi corsi, diventerà il simbolo di una visione rivoluzionaria: la giustizia come sistema fondato su prove, studio e metodo, non su intuizioni o pregiudizi. Sullo sfondo scorrono uno dopo l’altro episodi di cronaca e di storia nazionale, dal delitto Matteotti allo Smemorato di Collegno, dal caso Girolimoni ai misteri di corte, in un fitto mosaico che restituisce il clima di un’epoca in cui la scienza forense nasceva come strumento di emancipazione civile.
Il protagonista emerge come figura complessa e affascinante. Salvatore Ottolenghi, ebreo astigiano, allievo di Lombroso ma capace di emanciparsi dal maestro, appare come un riformatore pragmatico, visionario e al tempo stesso profondamente concreto. Non è un grandioso eroe, ma un uomo che crede nella forza della conoscenza e nel valore etico della prova. La sua idea di polizia scientifica come “assetto di guerra” contro il crimine rivela un pensiero moderno, orientato all’organizzazione, alla standardizzazione, alla cooperazione internazionale. Il cartellino segnaletico, la carta d’identità, le impronte digitali, le reti di collaborazione tra polizie straniere diventano tasselli di un progetto più ampio: costruire una giustizia oggettiva e trasparente.
Riccardi, generale dei carabinieri e scrittore, adotta un registro narrativo ibrido, capace di coniugare rigore documentario e ritmo narrativo. Il libro si legge come un romanzo biografico, con passaggi in cui la cronaca giudiziaria assume il tono di un giallo storico e altri in cui l’analisi scientifica viene resa accessibile senza banali semplificazioni. La scelta di raccontare Ottolenghi attraverso i casi più celebri è efficace: permette di comprendere la portata della sua rivoluzione metodologica e di vedere in azione una nuova pianificazione delle prove.
Interessante è anche il contesto culturale in cui la figura di Ottolenghi si colloca. La presenza di Lombroso, le polemiche sulla scuola positiva, il caso Dreyfus in Francia, le tensioni politiche italiane, tutto contribuisce a delineare un panorama intellettuale in fermento, dove la scienza poteva essere strumento di emancipazione ma anche terreno di conflitto ideologico. In questo scenario, Ottolenghi appare come un riformista laico, orientato a una giustizia basata su evidenze tecniche e non su pressioni politiche, come dimostra il suo ruolo nelle indagini sul delitto Matteotti.
Pur con qualche caduta di ritmo con la ricostruzione biografica e con alcuni passaggi che indulgono a un tono celebrativo,  l’insieme della storia, sostenuto da fonti, citazioni e da un’agile narrazione si dimostra efficace.
Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica è una preziosa lettura per chi ama la storia del crimine e della giustizia, ma anche per chi desidera comprendere come siano nate le moderne istituzioni. È il ritratto di un uomo che ha trasformato l’intuizione in metodo e il metodo in civiltà, lasciando un’eredità destinata a durare nel tempo, ben oltre le cronache dei casi che lo resero famoso.
L’epilogo, con la morte di Ottolenghi nel 1934 e l’esilio della famiglia nel 1938, aggiunge una nota malinconica, ricordando quanto la storia personale si intrecci con certe grandi tragedie collettive del Novecento.

Roberto Riccardi (Bari, 1966), generale dei Carabinieri e giornalista, ha esordito per Giuntina con Sono stato un numero. Alberto Sed racconta (2009), che è stato fra i libri premiati da Adei-Wizo e ha vinto l’Acqui Storia. Ha poi pubblicato sempre con Giuntina La foto sulla spiaggia (2012), la biografia di Giulia Spizzichino, scritta con lei, La farfalla impazzita (2013), Un cuore da campione. Storia di Ludwig Guttmann, inventore delle Paralimpiadi (2021) e Salvatore Ottolenghi. Inventore della polizia scientifica (2025).

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:: Io… e San Padre Pio – Metà racconto, metà recensione di Daniela Distefano

19 febbraio 2026

“La speranza è la virtù teologale, cioè ha per oggetto Dio e viene infusa dallo Spirito Santo, per la quale desideriamo il Regno dei cieli e la vita eterna come nostra felicità, riponendo la nostra fiducia nelle promesse di Cristo e appoggiandoci non sulle nostre forze, ma sull’aiuto della grazia dello Spirito  Santo. La speranza germoglia nei nostri cuori quando amiamo Dio e ne riconosciamo i segni della sua presenza nella nostra vita e nella storia dell’umanità. L’uomo senza la speranza non può vivere. Tutti i cristiani, infatti, sperano in qualcuno o in qualcosa che li possa salvare. (..) Tutta l’umanità ha aspettato la venuta del Salvatore, la cui nascita si è realizzata in una umile e piccola fanciulla di nome Maria. In ognuno di noi Dio ha posto questa speranza, sta a noi accoglierla. Se ci riusciremo, allora saremo come una finestra spalancata attraverso la quale tutti gli assetati di verità, di sapienza e di amore, potranno entrare”.

Padre Pio sperava e credeva molto nella potente intercessione della Madre del Signore. Quante anime ha salvato dalle mani del diavolo attraverso la sua preghiera di intercessione! Quante anime ha sottratto dal Purgatorio facendole passare in Paradiso attraverso la sua insistenza presso di Lei! Memorabili rimangono poi le catechesi che trasmise dalla cella in un periodo di malattia e di conseguenza lontano dai suoi figli spirituali, dalla fine di aprile al mese di agosto 1959.

In questi brevi pensieri troviamo piccole gocce  di luce e di amore alla celeste Mamma: <<Siamo certi, che se saremo costanti e perseveranti, questa Mamma non rimarrà sorda  ai nostri gemiti. E’ mamma!>>.

<<Chi può donarci la pace? L’autore della pace è soltanto Iddio e il canale per usufruire questa pace è la Mamma celeste>>.

<<Riaccendiamoci sempre più di amore per questa Mamma e siamo fiduciosi che nulla ci sarà negato, perché nulla manca a Lei, che ha un cuore di Madre e di Regina>>. <<Noi sappiamo che questa Mamma celeste ci ama più di quel che noi desideriamo, perché, molte volte, noi desideriamo oltre al bene anche il male – disgraziatamente. Questa Mamma nostra ci offre il bene e nello stesso tempo ce lo conserva, se noi vogliamo, con l’aiuto Suo, imitarla>>.

 Il filo conduttore di questi tesori di catechesi sulla Madonna è vario: Maria è amore infinito e dolcissimo, vuole donarci il suo amore, arricchirci del suo amore, generare amore nei cuori dei figli dell’unico Padre. Questa catechesi mariana provocò un grande miracolo:la guarigione del catechista di padre Pio.

Sin qui, la riflessione, le citazioni, la sintesi del libro “San Pio da Pietrelcina. Maestro di vita cristiana” (Edizioni Segno) di Francesco Guarino e Marcello Stanzione: un vademecum della fontana mistica di San Padre Pio a cui attingevano i suoi figli spirituali, le devote figliole che seguivano passo dopo passo le sue istruzioni di Strumento di Dio – lui sacerdote per Dono –  che ancora oggi ci ammonisce dal Cielo, ci indica la strada, ci mette in guardia e ci dà un colpetto in testa se lo meritiamo. Quanto dista da noi la sua garanzia che il Cielo ci vede ed opera ogni minuto!

Adesso passo a descrivere la mia esperienza personale con San Padre Pio.

La mia andatura spirituale è stata sempre un’ascesa vertiginosa e una rovinosa sbucciatura. Da ragazza non andavo sempre d’accordo con i miei e questo è stato un chiodo che ha forato per lungo tempo la mia carne e quella del Signore e della Madonna. Nei non rari momenti di quiete familiare che abbiamo vissuto noi cinque, papà, mamma, io, mia sorella e mio fratello, ho scoperto la fonte di una insperata grazia tra le mura di casa, una casa grande, gelida d’inverno, afosa, bollente d’estate..Era San Pio da Pietrelcina, questa fonte. Molti segni lo additano come Angelo Protettore mio e dei miei cari. Mia sorella è nata il 23 settembre, festa di San Padre Pio. E io ho ricevuto un dono speciale in gioventù da questo Santo intercessore del mondo intero. Potevo avere 19 anni circa..

Rovistavo nel cassetto personale di mia madre in cerca di qualcosa.. e ho trovato sotto la biancheria, un libriccino di Padre Pio, “Buona giornata.                                              Un pensiero per ogni giorno dell’anno”. Ho chiesto a mia madre se poteva donarmelo, lei ha risposto di sì e da allora non ho smesso di consultarlo… Ma la stranezza non sta qui. Qualche mese dopo la sua scoperta fortuita, ho avuto un segno mistico più tangibile.. per chi vuol credere, ovviamente.

Nella gamba destra si sono formati dei disegnini con le venuzze e uno di questo era la raffigurazione di san Pio da Pietrelcina come riprodotto nel libriccino. E’ rimasta uguale per tutti questi decenni..Sono segni mistici, ma potrebbero non essere creduti, per questo non giudico chi legge con scetticismo e rimane nelle sue opinioni che sono tutte fantasticherie.

San Padre Pio, ogni giorno mi dona il sorriso per amare la Madonna, mi dice:”Dalle un bacio”. Poi mi rende felice quando mi stimola ad adorare Gesù.

“Devi dire: <<Se avessi miliardi di miliardi di cuori, li darei tutti a Te Gesù, e alla Mamma Tua>>. Io gli dico che non solo i cuori ma anche i fiori  gli darei, giacché mi piacciono tanto. Soprattutto le rose bianche alla nostra Mamma del Cielo.

Tutte le rose bianche, i gigli puri, le stelle di Natale, le nebbioline, il candore delle calendive, tutti a Te o Madre Maria, tutti a Te, o Signore assieme ai nostri abbracci, alle lacrime, ai sogni, ai tanti sogni fatti e a quelli pochi, mai dimenticati.

Con san Padre Pio c’è sintonia su tutto, tutta la sua vita è stata un olocausto per la salvezza delle anime. Come non riconoscermi in una delle sue tante devote figlie spirituali. Le indirizzava, le confortava, le strigliava.. poi la vittoria del Cielo per ognuna di loro.. fino all’ultimo. Fino a quando “l’ultimo dei figli sarà entrato nell’ovile”. San Pio da Pietrelcina amava le messe lunghe, anche di tre ore.. ma non faceva lunghe omelie..le sue poche forze glielo impedivano o forse perché era tutto concentrato  sulla riproposizione del Calvario, per questo i gemiti, il dolore, il pianto scrosciante del Santo. Chi assisteva beveva i suoi silenzi come pioggia dorata sul proprio cuore. Io non ho avuto la fortuna di assistere ad una sua celebrazione eucaristica, però sfrutto il dono di Dio della tecnologia e ogni sera ascolto su you tube la sua beata voce per la buonanotte. Un modo per sentirlo accanto, a chiusura della giornata, impartendo “la benedizione, la  più larga, da parte di Dio, non soltanto a voi presenti ma a tutti coloro che vi stanno a cuore, alle vostre famiglie, ai vostri focolari, alle persone a voi care, ma in modo speciale ai poveri sofferenti. Sian Lodati Gesù e Maria, e buonanotte a tutti!”. Grazie San Padre Pio. Ti amiamo. E Grazie a Dio per avercelo dato.

:: Il silenzio che resta di Giuliano Pasini (Piemme, 2026) a cura di Massimo Ricciuti

19 febbraio 2026

Elena Dal Pozzo è stata, tempo addietro, una brava giornalista del Corriere della Sera, con una folgorante carriera in arrivo. Poi è nato Mattia e la donna ha deciso di occuparsi solo della famiglia. All’inizio del romanzo la troviamo nello studio di una nota dottoressa che la sta sottoponendo a una seduta d’ipnoterapia. Questo perché un anno prima, nel 2017, Mattia è sparito, lasciando Elena nello sconforto. Per cercare di distrarsi, adesso lavora in un’emittente locale che il suo nuovo compagno ha creato appositamente per lei. Quando il dolore si fa insopportabile, Elena ricorre a un mix di farmaci e di alcolici che, di certo, non l’aiuta. A peggiorare le cose, nel giorno del primo anniversario della scomparsa di Mattia, si perdono le tracce di un altro bambino. Stesso nome, stessa età (sei anni) e stesso luogo, a Treviso lungo il fiume Sile. Il caso viene seguito da due persone che la donna conosce bene: il borioso questore Sernagiotto e il vice questore Santo Mixielutzi. Il primo non ha mai perdonato la giornalista per alcuni articoli scritti in passato. L’altro, un sardo tutto d’un pezzo, è soprannominato la Sfinge, perché sembra non lasciar trasparire alcuna emozione. La sparizione del secondo bambino rischia di far crollare il castello accusatorio che aveva portato all’arresto di un colpevole. Le nuove indagini faranno venire a galla alcune scioccanti verità che riguardano tutti i protagonisti della vicenda.

Il silenzio che resta potrebbe, in parte, spiazzare i lettori di Giuliano Pasini. Questo è un vero e proprio thriller psicologico, che si discosta un po’ dai romanzi precedenti. In realtà, l’autore è sempre stato molto attento alla caratterizzazione interiore dei personaggi e lo dimostra ancora di più nel suo ultimo lavoro. Le figure che emergono maggiormente sono due, entrambe segnate da dolorose vicende personali. Elena è una donna fragile, con un padre assente e una madre che non l’ha mai sostenuta. Attanagliata dal senso di colpa per aver perso di vista il figlio, giusto il tempo che sparisse, trova conforto solo nelle lunghe telefonate con la misteriosa amica Giulia, che vive in Grecia. Insieme alla dottoressa che l’ha in cura, sta cercando di attraversare le cinque fasi del lutto, che sono anche le parti in cui è suddiviso il romanzo: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. L’altra figura centrale è quella di Santo Mixielutzi, già presente, anche se non come protagonista, in alcune opere precedenti. Legato alla sua terra da un rapporto di amore e odio, il vice questore reca sulle spalle un tragico evento del passato, legato all’ex compagna Dora. Per tale motivo comprende il dolore di Elena e si avvicina sempre di più a lei, fin quasi a superare i limiti imposti dalle circostanze. Al romanzo fa da sfondo Treviso (con una breve “parentesi” veneziana), città che l’autore conosce molto bene. Lo stesso Pasini ha raccontato che l’idea di questo lavoro gli è balenata in testa dieci anni fa e che non l’ha mai abbandonato, pur scrivendo altro nel frattempo. Noi lettori dobbiamo ringraziarlo per la sua testardaggine nell’aver voluto portare alla luce la storia di Elena e per averla narrata in modo così intenso e profondo.

Giuliano Pasini Nato a Zocca in provincia di Modena, è un orgoglioso uomo d’Appennino che vive in pianura, a Treviso. Socio di Community, una delle più importanti società italiane che si occupano di reputazione, è presidente del Premio Letterario Massarosa e in giuria di altri concorsi italiani e internazionali. Il suo esordio, Venti corpi nella neve (ora Piemme), diventa subito un caso editoriale, tradotto in diversi Paesi. Seguiranno Io sono lo straniero e Il fiume ti porta via, tutti con protagonista Roberto Serra, poliziotto anomalo e dotato di grande umanità, in perenne fuga da sé stesso e dal male che lo affligge. È così che si muore ne segna il ritorno a Case Rosse, dieci anni dopo il primo romanzo. Un’ambientazione che ritroviamo, così come la coppia Serra e Tonelli, nell’ultimo appassionante thriller di Pasini, L’estate dei morti.

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:: Un anno nel Medioevo di Luigi Barnaba Frigoli (Newton Compton, 2026) a cura di Patrizia Debicke

18 febbraio 2026

Con Un anno nel Medioevo, Luigi Barnaba Frigoli costruisce un ambizioso affresco storico sorprendentemente immersivo, in grado di restituire al lettore la complessità di un’epoca troppo sovente limitata o meglio soffocata nello stereotipo dei “secoli bui”.
Questo progetto, come sottolinea Andrea Frediani nella prefazione, nasce dalla doppia competenza dell’autore poco comune e molto preziosa: quella di storico e di narratore.
Da questa sua perfetta convergenza prende forma un vivace saggio narrativo ibrido, dove il rigore delle fonti convive con una forte tensione evocativa, che riesce a trasformare la divulgazione in conoscenza pratica.
Il contesto evocato è il 1299, un anno di passaggio carico di gravi tensioni politiche, religiose e sociali, sospeso alla vigilia del primo Giubileo indetto da Bonifacio VIII.
L’Italia, la penisola, frammentata in poteri e fazioni, appare come un largo crocevia di conflitti, ambizioni e fermenti culturali, con le città che si espandono e i commerci fioriscono mentre le campagne restano ancora legate ad antichi ritmi esistenziali. In questo stratificato scenario, Frigoli ha preferito utilizzare una struttura esplicativa corale: ovverosia i dodici mesi dell’anno vissuti in prima persona da sei protagonisti, emblematiche figure di altrettanti ceti e ruoli sociali.
Bianca, immaginaria contadina (l’unico personaggio nato dalla fantasia dell’autore) della Val Trebbia, rappresenta il mondo dei “laboratores”, fatto di fatica, stagionali ritualità e comunitarie credenze. Attraverso il suo sguardo emergono il sistema feudale, la precarietà dell’esistenza e la centralità dei riti collettivi, scanditi dal duro lavoro agricolo e dal calendario liturgico.
Geri Spini, potente mercante fiorentino, incarna la nuova alta borghesia urbana, che diventa la principale protagonista di un’economia in espansione e di città sempre più dinamiche, dove il denaro ridisegna gerarchie e opportunità.
Matilde di Hackeborn, monaca e mistica, introduce il lettore nella vincolata pace della dimensione claustrale, fatta di spiritualità intensa, interiori tensioni e contraddizioni tra fede, disciplina e personale sensibilità.
Ruggero da Fiore, soldato di ventura e corsaro, porta sulla scena il duro e instabile mondo delle armi, delle mutevoli alleanze e della violenza usata come professione, mentre Beatrice d’Este consente al lettore lo straordinario accesso ai grandi palazzi aristocratici, dove matrimoni strategici, intrighi e rapporti di potere determinano sia il destino delle donne che quello delle dinastie.
Infine, il cardinale Iacopo Caetani degli Stefaneschi offre uno sguardo privilegiato sui vasti corridoi della Curia romana, sulle accorte strategie di Bonifacio VIII e sulla complessa costruzione simbolica e politica del Giubileo, evento destinato a segnare profondamente l’immaginario europeo.
La forza del volume risiede proprio in questo prospettico dispositivo con sei voci che si alternano, mentre sei diverse coscienze filtrano la realtà, permettendo al lettore di attraversare il Medioevo dall’interno. Non si tratta di una semplice sequenza di capitoli tematici, ma di un vero percorso esistenziale, dove ogni personaggio affronta stagioni, malattie, conflitti, paure e ambizioni, sempre entro i confini rigidi di una società fortemente normata da tradizione, religione e consuetudine.
Frigoli insiste sulla vita quotidiana dei suoi sei personaggi : cosa si mangiava, come si curavano le malattie, quali superstizioni o idee guidavano le loro scelte, come ciascuno di loro percepiva il peccato, la morte e la salvezza. Ne emerge un Medioevo vivo, contraddittorio, capace di ferocia e di gioia, mistico e pragmatico, dove la distanza dal presente mette in risalto universali costanti del carattere umano.
Il ricorso sistematico alle fonti medievali e alla storiografia moderna conferisce solidità all’impianto, mentre le parti indispensabili e di plausibile ricostruzione per la trama sono dichiarate con metodologica onestà, trasformando il testo in un laboratorio di consapevole divulgazione.
In questo senso, Un anno nel Medioevo dialoga idealmente con la lezione di Barbara Tuchman, Jacques Le Goff ed Eileen Power, ma tenta una strada personale: raccontare la storia come esperienza vissuta, senza rinunciare alla precisione scientifica. Il risultato è un’opera capace di parlare a una vasta platea di lettori, offrendo tanto il piacere del racconto quanto la profondità dell’analisi storica. Un viaggio nel tempo che non si limita a ricostruire un’epoca, ma invita a interrogarsi sulla persistenza delle paure, delle ambizioni e delle speranze che continuano e continueranno sempre a caratterizzare l’essere umano.

Luigi Barnaba Frigoli, nato a Milano nel 1978, è giornalista e studioso di storia medievale. È autore di diversi fortunati romanzi storici sui Visconti: La Vipera e il Diavolo, Maledetta serpe (Premio letterario Lago Gerundo 2018 per il miglior romanzo storico) e Il morso del basilisco. Nel 2017 ha scritto un saggio sulla fondazione del Duomo di Milano, La Cattedrale del Diavolo. Ha pubblicato i romanzi Guerriera. L’incredibile storia di Bona Lombardi (premio speciale Amalago-Agar Sorbatti 2024) e Il terzo Grimm. Ha realizzato una serie di podcast su figure femminili del Medioevo italiano, disponibili su Spotify. La Newton Compton ha pubblicato Un anno nel Medioevo.

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:: L’impronta del lupo di Jo Nesbø (Einaudi 2026) a cura di Valerio Calzolaio

18 febbraio 2026

Minneapolis. Settembre 2022 (e ottobre 2016). Lo scrittore norvegese Holger Rudi arriva a Minneapolis dall’aeroporto di Oslo per fare ricerche su un caso di omicidi avvenuto lì sei anni prima. Il suo romanzo di true crime è già a buon punto, si è dato otto giorni di lavoro sul campo fra quartieri, edifici, strade e locali dei fatti accertati. Del resto, la metropoli statunitense è piena di immigrati, famiglie e accenti norvegesi, c’era già stato, si trova a suo agio. Il romanziere intende cercare di capire meglio come e perché l’accaduto è accaduto, di entrare un poco nella testa dell’assassino e di altre persone coinvolte, di narrare da tassidermista, di individuare forse l’umano nel disumano. La scena torna così indietro nel tempo, al 2016 (alla vigilia del convegno annuale Nra, la lobby dei produttori d’armi): da una parte il colpevole racconta in prima persona il tentativo di uccidere un mercante d’armi legato alle gang, mirando a distanza con la carabina M24 da un palazzo dove è conosciuto come Tomas, poi la fuga e il suo piano da adattare, visto che Marco Dante (grasso e scemo, che veste italiano, mangia italiano e parla con un finto accento italiano) è stato colpito ma non ucciso, ora resta in coma all’ospedale; dall’altra seguiamo i detective che indagano, in particolare l’agente investigativo della Omicidi Bob One-Night Oz (anche lui con bisavoli norvegesi, cacciati da fame e tempi grami), rabbioso dopo che Alice lo ha lasciato (insieme per dodici fedeli anni), collezionista di donne-da-una-notte e gran bevitore (formalmente così estromesso dal caso), brava persona, chiacchierone, basso e bruttino, occhi azzurri e capelli rossi, testardo più che geniale, insistente più che affascinante, sulla scia della “tosta” bartender Liza, capelli neri e frangetta, sfacciata aria sicura di sé nonostante la leggera zoppia.
L’ottimo talentuoso fortunato Jo Nesbø (Oslo, 1960), già calciatore di A, agente di borsa, giornalista, chitarrista e paroliere (spesso negli stadi con la sua band Di Derre), padre cresciuto a Brooklyn, da circa trent’anni è famoso nel mondo soprattutto per gli ottimi lunghi tredici noir (1997 – 2022) della serie Harry Hole (da tempo siamo tutti tragici holeomani), ma scrive spesso altre interessanti narrazioni di genere (quando non ha da suonare o arrampicarsi). Quest’ultimo godibile romanzo è ambientato a Minneapolis (la città dei noti omicidi contemporanei, George Floyd nel 2020 e ora quelli provocati dall’Ice), a inizio 2026 ecosistema umano complessivamente meno violento di altri, con popolazione molto eterogenea dal punto di vista etnico (ben spiegata). Del resto, probabilmente non c’è connessione tra l’incidenza del crimine in un luogo e la sua capacità di ispirare buone storie noir e crime, o gialle. Le peculiarità stilistiche restano efficaci: la narrazione alterna una terza persona varia al passato (Bob più spesso) a una prima persona al presente (più rara e breve, lo scrittore nel 2022 e l’assassino nel 2016). Frequenti i riferimenti alle presidenze Usa di Obama e Trump in quel decennio; oltre che al Sindaco e agli amministratori pubblici di Minneapolis. Nesbø non è certo di centrodestra, apprezza Piketty, si documenta, mira comunque all’intrattenimento e ritiene saggiamente che “la postura didascalica è sempre pericolosa per i romanzi”. Utili riflessioni sull’ideazione, su pregi e difetti, richiami e rischi, colori e rumori dei centri commerciali, a partire dal Southdale Mall. Come altre volte, la gestione dei diabetici gioca un certo ruolo. Whisky a gogo. Bob Dylan e Prince sono nativi del Minnesota, considerati di Minneapolis, lo scrittore ben lo sa. Oz guadagna un punto con la playlist del cellulare (versione di Emmylou Harris di Tougher Than The Rest, a volume basso).

Jo Nesbø è uno dei piú grandi autori di crime al mondo. I suoi libri hanno venduto oltre 40 milioni di copie. È nato a Oslo nel 1960. Ha giocato a calcio nella serie A del suo Paese, ha lavorato come giornalista free lance, ha fatto il broker in borsa. Tutt’oggi suona regolarmente con la band norvegese dei Di Derre. Della serie con protagonista l’ispettore Harry Hole, presso Einaudi ha pubblicato: Il leopardo, Lo spettro, Polizia, Il pipistrello, Scarafaggi, Nemesi, Il pettirosso, La stella del diavolo, Sete, L’uomo di neve, Il coltello e Luna rossa. Presso Einaudi ha pubblicato anche i thriller Il cacciatore di teste, Il confessore, Sangue e neve, Sole di mezzanotte (da cui l’omonimo film con Alessandro Borghi), Il fratello,La famiglia, la raccolta di racconti Gelosia, l’horror La casa delle tenebre e L’impronta del lupo (2026). Nella uniform edition in Super ET, con le copertine di Peter Mendelsund, sono finora usciti: Il pipistrello,Lo spettro, Scarafaggi, Il leopardo, Nemesi, La stella del diavolo, La ragazza senza volto, Sole di mezzanotte, Il confessore, Polizia, Il pettirosso, Sete, L’uomo di neve, Il coltello, Il fratello, Gelosia e La casa delle tenebre.

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:: Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi (Delos Digital, collana Atlante del Giallo) a cura di Giulietta Iannone

16 febbraio 2026

Dall’altra parte, Chandler ebbe modo di dare libero sfogo alla propria prosa in maniera più libera rispetto a quanto potesse fare sui pulp magazines, sviluppando il proprio stile personale al di sopra dell’essenzialità della trama richiesta da quel tipo di pubblicazioni. Il suo linguaggio si differenziò sempre di più da quello di Dashiell Hammett: se questi veniva paragonato a Hemingway, Chandler sarebbe stato visto come il Fitzgerald del giallo.

Raymond Chandler contro Hollywood di Andrea Carlo Cappi, edito da Delos Digital nella collana Atlante del Giallo, curata da Luigi Pachì, è un breve saggio alquanto interessante su uno dei più importanti e popolari autori hard-boiled statunitensi del secolo scorso: Raymond Chandler, meglio conosciuto come il padre di Philip Marlowe, iconico investigatore privato portato sullo schermo, tra gli altri, da un carismatico Humphrey Bogart che se vogliamo ha segnato l’immaginario noir in modo indelebile.

Ma come era la vecchia Hollywood, come era lavorare per Studios, registi stizzosi, case di produzione varie, come scrittori o sceneggiatori, se vogliamo l’ultimo ingranaggio tra libro o sceneggiatura e prodotto cinematografico finito da mandare in sala? Questo indaga Cappi, tra divagazioni e dotte citazioni da lettere, saggi, e testi vari consultati e messi in relazione tra loro con dovizia di aneddoti, anche tristi, leggende, e analisi puntuali e approfondite.

Riuscì Chandler a preservare la sua arte in quel mondo, per certi versi oscuro e corrotto, anche se all’apparenza scintillante e dorato? Bella domanda. Certo Chandler, pur con il suo immenso talento letterario, non era una persona facile: sicuramente alcolizzato, come suo padre che sicuramente gli creo, con la sua assenza e il suo disinteresse, molte fragilità e vuoti affettivi, scontroso, poco malleabile, si offendeva facilmente, serissimo nella sua professione di scrittore quanto inaffidabile nella vita privata.

Chandler, tuttavia, resta uno degli scrittori più significativi di un’epoca d’oro della letteratura in cui anche un autodidatta come lui, (arrivò alla scrittura tardi, dopo un licenziamento, per raggranellare due soldi, vendendo racconti per Black Mask, negli anni della Grande Depressione), poteva emergere e affermarsi, trasformando e rivoluzionando un genere popolare, e quasi denigrato dagli intellettuali dell’epoca, in un genere elevato a dignità letteraria.

È raro che chi ha scritto un libro abbia voce in capitolo sull’eventuale versione cinematografica. Vendere i diritti non comporta automaticamente che venga realizzato un film, tantomeno, se ciò avviene, che l’adattamento sia fedele alla storia su cui è basato o che abbia un destino felice.

Naturalmente non si parla solo di Chandler, Cappi fa una panoramica argomentata che parte dalla vecchia Hollywood e giunge a tempi più recenti, citando film, sceneggiati, rubriche radiofoniche, anni di produzione, attori più o meno noti, rendendo la lettura un pozzo di informazioni per gli appassionati sia della letteratura che del genere noir. Alcune cose sono trattate più superficialmente, altre più approfonditamente, ma la lettura è godibile, e molte cose non le sapevo, e mi reputo una estimatrice del noir, per cui l’autore ha condotto davvero un gran lavoro di scavo che l’ha portato a dare luce a fatti anche meno noti.

Tornando a Chandler nel 1942 fece il suo primo incontro con Hollywood ricavando qualche migliaio di dollari dalla vendita dei diritti di alcune opere, ma l’assenza di Marlowe dalle rappresentazioni filmiche non faceva certo pubblicità né ai libri originali né al suo personaggio e questo sicuramente ha segnato un certo scontento che comunque non l’ha fermato dal lavorare per Hollywood arrivando a essere lui ad adattare per il cinema romanzi altrui.

Il mondo del cinema fu per Chandler una doccia fredda, soprattutto non sopportava che gente che non sapesse scrivere avesse l’ultima parola negli script, e questo è solo un esempio delle mille incomprensioni che si verificarono, che tra antipatie personali (detestava vivamente James M. Cain, tra gli altri) e sue personali improvvisazioni, dovette affrontare.

Ma poi Philp Marlowe sbarcò a Hollywood e si può dire tutto cambio, in meglio, anche perché ormai Chandler aveva acquistato una certa esperienza, sia nel lavoro di sceneggiatore, sia sulle usanze di quel mondo. Con gli anni, sebbene fosse di norma scontento di Hollywood, iniziarono a offrirgli cifre da capogiro e percentuali sugli utili. E questo naturalmente gli fece tollerare molti retroscena che con la sua penna al curaro non si tratteneva dallo stigmatizzare.

Nonostante il suo livore per Hollywood non si tirò indietro quando per esempio si trovò a lavorare niente meno che con il mago del brivido: Alfred Hitchcock. Ma vi ho davvero già detto troppo.

Insomma, il saggio di Cappi oltre ad essere approfondito e ben scritto, è anche divertente e per certi versi istruttivo, e offre al lettore, anche quello più specializzato, spunti di sicuro interesse.

Andrea Carlo Cappi (Milano, 1964), vive tra l’Italia e la Spagna. Autore di un’ottantina di titoli tra narrativa e saggistica, scrive serie noir e spionistiche, tra cui Agente Nightshade per Segretissimo Mondadori, ma lavora anche su fantastico e horror. Autore di romanzi con Martin Mystère (Premio Italia 2018) e con Diabolik & Eva Kant, cura le collane M-Rivista del Mistero presenta e, per Delos Digital, Spy Game – Storie della Guerra Fredda.

:: Nel segno di Kafka di Alessandro Bruni (Fratelli Frilli Editori, 2025) a cura di Massimo Ricciuti

14 febbraio 2026

Una studentessa italiana scompare misteriosamente a Praga e i suoi genitori decidono di affidarne le ricerche all’avvocato bolognese Andrea Domani Battaglia. Da qui prende avvio il nuovo romanzo di Alessandro Bruni, pubblicato da Fratelli Frilli Editori. Sonia Merumici sta ultimando la propria tesi di laurea su Kafka quando, da un giorno all’altro, smette di comunicare con la sua famiglia. I genitori, un’agiata coppia bolognese, si recano a Praga, dove apprendono che la Polizia locale segue la pista del suicidio, perché una ragazza è stata vista gettarsi nella Moldava. Tornati in Italia, i Merumici si rivolgono all’avvocato Domani Battaglia. Sulle prime, il legale è restio ad accettare l’incarico, ma poi si lascia convincere, attratto anche dalla cospicua offerta economica. Arrivato nella capitale ceca dopo un lungo viaggio in treno, perché non ama volare, l’avvocato prende contatto con le autorità del posto, che si dimostrano poco collaborative. Decide, così, di agire per conto proprio, imbattendosi in personaggi singolari, come Michelle, ragazza francese coinquilina di Sonia e come Pavel, simpatico taxista tuttofare. Domani Battaglia viene coinvolto in una particolare caccia al tesoro per le vie di Praga, tramite alcune pagine della tesi di laurea che scova nei luoghi più impensati.
Nel segno di Kafka è un romanzo che si può definire atipico e colto. Atipico perché attraversa vari generi letterari. Colto perché sono davvero tante le citazioni di opere letterarie che troviamo al suo interno. Quanto al protagonista, è un uomo che ha da poco perso la moglie, con la quale, tra l’altro, si era recato in viaggio proprio a Praga. Ha una figlia di nove anni, Camilla, molto sveglia per la sua età e che viene accudita da una zia. Domani Battaglia cerca di mantenere uno stretto legame con la sua bambina, come dimostrano anche le chiamate che cerca di farle quotidianamente mentre si trova all’estero. L’avvocato ha, inoltre, problemi ad addormentarsi ed è preda di stranissimi sogni che finiscono spesso per trasformarsi in spaventosi incubi. Alcuni di questi lo aiuteranno, in un certo modo, a trovare la soluzione del mistero. Non si può non parlare della presenza incombente e costante di Franz Kafka, della sua vita e delle sue opere. Sonia è ossessionata da questa figura, al punto da dubitare se concludere o meno la propria tesi. La stessa Praga, gelida e coperta di neve, è piena di luoghi che rimandano a uno dei suoi cittadini più illustri. Nelle pagine del romanzo i lettori troveranno anche una sorta di sfida a decifrare i messaggi che giungono al protagonista. Buona caccia al tesoro a tutti, allora.

Alessandro Bruni, nato a Bologna nel 1972, di professione avvocato civilista, già autore dei romanzi Ulisse aveva una figlia (2015); Killing Rock Revolution (2017), La prossima estate – Un requiem per il noir (2019) (Persiani Editore) che compongono una sorta di trilogia dell’equivoco secondo il registro della tragedia, della commedia itinerante e della spy story complottista. Nel 2020 pubblica il romanzo breve We Were Grunge (Persiani Editore) opera sul confine dell’auto-fiction dedicata all’epopea dei musicisti di Seattle e partecipa all’antologia di racconti E poi ci troveremo come le star (Morellini Editore), dedicata e ambientata in alcuni bar italiani. Nel 2021 pubblica il romanzo L’errante (Round Robin Editrice), un noir sociale che affronta le tematiche dello scontro ideologico fra Occidente e Islam.

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:: Compagni segreti di Qiu Xiaolong (Marsilio, 2026) a cura di Giulietta Iannone

14 febbraio 2026

Compagni segreti (The Secrets Sharers, 2024) di Qiu Xiaolong, pubblicato da Marsilio nella collana Farfalle, e tradotto da Fabio Zucchella, è il quattordicesimo libro dedicato al ex ispettore capo della polizia di Shanghai, e ora direttore dell’Ufficio per la Riforma del Sistema Giudiziario, Chen Cao.

Profondo conoscitore della Cina contemporanea, seppure viva dalla fine degli anni ’80 negli Stati Uniti, Qiu Xiaolong (in Cina il cognome si antepone al nome che significa Piccolo Drago) ci presenta una serie poliziesca atipica nella corrente del giallo investigativo: elementi biografici, analisi approfondita del substrato, politico, sociale  culturale cinese, brani di poesie classiche si intrecciano a indagini poliziesche coerenti in cui la violenza non è mai conclamata ma più presente a causa di un sistema politico, e di conseguenza sociale, il celebre socialismo con caratteristiche cinesi, con derive sempre più oppressive e autoritarie.

La presenza ossessiva di telecamere di sorveglianza, che col controllo satellitare sono sempre più invasive, grava in tutta la storia dando una tensione costante e opprimente che aggiunge una componente se vogliamo noir al romanzo.

Ho riscontrato un pessimismo e un romanticismo più marcato rispetto alle altre storie, e anche una più accesa critica politica, descrivendo una società sempre più gravata da scandali, crisi economiche post Pandemia, speculazioni edilizie, bolle finanziarie, corruzione diffusa, persone che in tutti i modi cercano di scappare all’estero. Certo che lo scenario che emerge dal romanzo è sempre più drammatico, e fa da sfondo a storie investigative dove la caratura morale dei personaggi acquista in filigrana sempre più importanza. Qiu Xiaolong ci presenta infatti una società sull’orlo del collasso, e in questo contesto si muovono i suoi personaggi ancora capaci di gesti di generosità disinteressata, altruismo e amore.

La vicenda si apre a Shanghai, dove l’ex ispettore capo Chen, in convalescenza forzata dopo essere stato promosso in una carica dell’apparato burocratico cinese, proprio quando il Paese sembra vacillare sotto il peso delle contraddizioni della modernizzazione, viene coinvolto dal suo vecchio amico Vecchio Cacciatore in un’indagine diversa dal solito: ritrovare un uomo scomparso — Xiaohui, meglio conosciuto come X –, ex professore di filosofia caduto in disgrazia dopo i fatti sanguinosi di piazza Tienanmen, avendo apertamente definito il governo come fascista nel caso in cui l’esercito avesse sparato contro i giovani manifestanti, e ora misteriosamente sparito.

Ma chi è davvero X? Relegato a vivere quasi al limite dell’indigenza in una minuscola shikumen nel suggestivo Vicolo della Polvere Rossa, sopravvivendo come indovino: seduto su uno sgabello di bambù, interpretava ideogrammi e simboli per clienti in cerca di risposte. E soprattutto chi è Mei, la donna che si rivolge alla agenzia investigativa dove lavora Vecchio Cacciatore, pronta a pagare qualsiasi cifra pur di ritrovare Xiaohui?

L’indagine si sviluppa su più livelli. Da un lato, Chen e la sua efficiente e acuta collaboratrice Jin – la “piccola segretaria” – ricostruiscono i movimenti di X, interrogano vicini, scavano, con l’aiuto di un giovane hacker, nei registri immobiliari e nelle reti di relazioni che legano affari, politica e speculazione edilizia. Dall’altro, la ricerca assume un carattere sempre più intimo: Chen individua inquietanti parallelismi tra la propria giovinezza e quella dell’uomo scomparso. Anche lui, un tempo, studiava inglese su una panchina del Bund, coltivando sogni e ambizioni in un’epoca segnata dalla Rivoluzione Culturale.

Man mano che Chen si avvicina alla verità comprende che ritrovare Xiaohui significa anche confrontarsi con i propri compromessi, con le scelte fatte per sopravvivere nel sistema e con gli errori che ancora lo tormentano. L’urgenza dell’indagine diventa quindi doppia: salvare X da un destino forse più grande di lui e tentare, allo stesso tempo, una personale redenzione.

In definitiva, Compagni segreti è un giallo atipico: un’indagine che scava nelle ferite della storia cinese recente e nei rimpianti personali del suo protagonista, trasformando la ricerca di un uomo scomparso in un viaggio nella memoria, nell’amicizia, nell’amore e nella possibilità – fragile ma necessaria – di riscatto.

Qiu Xiaolong, scrittore e traduttore, è nato a Shanghai e dal 1989 vive negli Stati Uniti, dove insegna letteratura cinese alla Washington University di Saint Louis. La pluripremiata serie dell’ispettore Chen, dodici episodi, è stata tradotta in venti lingue e adattata per una popolare serie radiofonica di Bbc Radio, e diventerà anche una serie televisiva. Di Qiu, Marsilio ha inoltre pubblicato i due romanzi che raccontano le storie del Vicolo della Polvere Rossa, e una raccolta di poesie dedicate a Chen Cao.

Source: acquisto personale.

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