Archive for the ‘Recensioni’ Category

:: Titanio di Stefano Bonazzi (Alessandro Polidoro Editore 2022) a cura di Federica Belleri

17 settembre 2022

Questo libro porta il lettore nel mondo della famiglia e degli affetti. Ma non nel senso classico del termine, bensì facendogli attraversare e toccare con mano il disagio, la paura, il male, l’orrore. Perché non tutte le famiglie sono da cartolina. Non tutte vivono nell’agio. Tante “ignorano” cosa sia il mondo fuori dal loro guscio, perché ne sono spaventate. Altrettante preferiscono rimanere chiuse e isolate o dedicarsi all’illecito perché “così si fa prima e si guadagna”. E chi ne fa le spese? Un figlio, tanti figli, troppi figli. Costretti a non conoscere, a non vivere, a non condividere. E ad accettare passivamente tutto quello che gli viene detto o proposto di fare. Ed ecco che da questa condizione emergono i mostri, i reietti, gli esclusi a prescindere. In che modo? La lettura di questo romanzo vi porterà a scoprirlo.

I toni sono abbastanza forti, l’autore non fa regali a nessuno in questo senso. Ma è anche in grado di utilizzare parole tenere, che mitigano la tensione della trama.

Titanio è una storia, una grande metafora, un importante momento di riflessione.

Bellissimo. Buona lettura.

Stefano Bonazzi è ferrarese. È grafico pubblicitario e fotografo. Si ispira all’arte surrealista. Nel 2014 pubblica il suo primo romanzo “A bocca chiusa”. Nel 2017 esce il suo secondo romanzo “L’abbandonatrice”. Alcuni suoi racconti sono stati selezionati come finalisti al premio “NebbiaGialla” negli anni 2015-2016-2017. Ha scritto in numerose antologie. Collabora con “Il Loggione Letterario” e “Satisfiction”.

Fonte: copia omaggio inviata dall’autore

:: Lo spettro del Dio mortale, Hobbes, Schmitt e la sovranità di Etienne Balibar, raccolta a cura di Giada Scotto (Rogas Edizioni 2022) a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2022

L’idea di sovranità è al giorno d’oggi in crisi? Oppure la messa in discussione della sua tradizionale configurazione statale e nazionale offre l’occasione di un suo differente rilancio? Questi gli interrogativi al centro dei saggi di Balibar, proposti per la prima volta in Italia. Lavorando sulla teoria della sovranità di Hobbes e sul pensiero di uno dei suoi massimi interpreti novecenteschi, Carl Schmitt, il filosofo francese porta alla luce le contraddizioni e le aporie interne alla dottrina dello Stato e al contempo l’irrinunciabilità dell’idea eccedente di sovranità per sostenere e alimentare le istanze democratiche.

Lo spettro del Dio mortale, Hobbes, Schmitt e la sovranità è una raccolta di quattro saggi del filosofo francese Etienne Balibar, curata dalla ricercatrice Giada Scotto, tre dei quali qui tradotti per la prima volta in lingua italiana. Il testo contiene: Prolegomeni alla sovranità: la frontiera, lo Stato, il popolo apparso nel 2000 sulla rivista “Le Temps Modernes”; Lo Hobbes di Schmitt, lo Schmitt di Hobbes, nato prima come prefazione poi pubblicato autonomamente nel 2010 all’interno della raccolta di saggi Violence et civiltè; Schmitt una lettura conservatrice di Hobbes? apparso nel 2003 sulla rivista “Droit” e infine Il Dio mortale e i suoi fedeli soggetti: Hobbes, Schmitt e le antonomie della laicità pubblicato nel 2012 sulla rivista “Ethique, politique, religions”. Testi scritti in tempi differenti che concorrono a formare un’unica complessa e articolata discussione sul concetto di sovranità che Balibar ha sviluppato dal confronto con Carl Schmitt, teorico novecentesco della sovranità, e soprattutto dalla interpretazione schmittiana della dottrina della sovranità di Thomas Hobbes.

Partendo dal concetto di crisi della sovranità, estesa e mutuata da una più estesa incertezza delle istituzioni sovranazionali che formano la costruzione europea, Balibar si interroga su quali sono i limiti e le contraddizioni di queste categorie di pensiero in un contesto problematico e in sempre costante evoluzione come quello in cui ci troviamo a vivere per pervenire a interessanti soluzioni non solo filosofiche astratte ma anche applicabili al contesto politico e sociale contemporaneo.

Forse è meglio prima di addentrarci nello studio delle analisi qui contenute fare un passo indietro e gettare un po’ di luce sul pensiero e la formazione di Balibar. Allievo di Louis Althusser, formatosi in un confronto dialettico con Marx e Lenin, Balibar è tra gli intellettuali di sinistra più attivi del secondo Novecento francese. Una militanza politica problematica quella con il Partito comunista francese, in cui militò dal 1961, per poi uscirne drammaticamente nel 1981 in seguito a severe critiche sull’operato del partito di cui denunciò severamente il suo nazionalismo in materia di immigrazione a fronte di episodi violenti verificatesi nelle banlieu parigine. Il crescente emergere in Francia di sentimenti nazionalisti e xenofobi, non solo tra aderenti della destra del Front National di Jean Marie Le Pen, portò Balibar a sentire la necessità e l’urgenza di un ripensamento della questione della sovranità e di una decostruzione della configurazione statale. La democratizzazione della democrazia sembra una delle sue più recenti proposte al vaglio. Tra cittadinanza, cosmopolitismo e lotta contro la clandestinità come fonte di esclusione e ingiustizia, il tema dell’immigrazione ha un ruolo fondamentale nella rielaborazione di concetti come sovranità, nazione, e stato.

Étienne Balibar (1942) è professore emerito di Filosofia politica e morale all’università Paris X-Nanterre e distinguished professor of Humanities alla University of California di Irvine. Allievo e collaboratore di Louis Althusser, è tra i più autorevoli filosofi politici contemporanei. Tra le sue pubblicazioni tradotte più recentemente Cittadinanza (2012), Crisi e fine dell’Europa? (2016), Gli universali. Equivoci, derive e strategie dell’universalismo (2018), Al cuore della crisi (2020).

Giada Scotto (1991) è dottoressa di ricerca in Storia dell’Europa presso l’Università Sapienza di Roma con uno studio sulla teologia politica di Carl Schmitt. La sua ricerca è parte di un più ampio interesse per la filosofia politica e per il dibattito contemporaneo sulla genesi e il funzionamento degli Stati democratici.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Simone Ufficio Stampa Rogas Edizioni.

:: Torino Nouvelle Vague di Franco Ricciardiello (Todaro, Lugano 2022) a cura di Valerio Calzolaio

13 settembre 2022

Torino. Ottobre 2008. All’Hotel a cinque stelle Duc d’Aoste et de Chambéry soggiornano molte delle personalità ospiti del festival cinematografico della Nouvelle Vague, soprattutto registi, attori e relativi accompagnatori. Il sabato sera al Museo del Cinema si svolge proprio la splendente sfarzosa Nuit Blanche, premi e discorsi importanti. Quando tutti insieme tornano in albergo viene assassinata Alma Sofi Jensen Falk, famosa attrice francese 68enne, nata in Svezia e con cittadinanza italiana, da tutti conosciuta come Sophie Alma, il suo primo marito era stato l’immenso anziano Jean-Simon Leclercq, occhiali dalla montatura di celluloide nera e pochi capelli grigi pettinati in tutte le direzioni, anche lui presente con la nuova compagna. Arrivano i poliziotti, il cadavere si trova nell’ampia stanza all’ultimo piano, medico legale e scientifica compiono le iniziali verifiche, prima dell’alba prende in mano la situazione il commissario Mauro Ferrando, i giornalisti non sono ancora arrivati ma non tarderanno. Cercando nel giardino sotto le finestre del ristorante, Mauro trova la probabile arma del delitto, la statuetta consegnata poche ore prima dal festival all’attrice, e domenica mattina presto va a Palazzo di Giustizia per parlare con il Procuratore, che assegna il caso al più caro amico e coetaneo di Mauro, il 36enne pm Erasmo ‘Rasmo Mancini, da luglio tornato a vivere e lavorare a Torino (dopo otto anni a Roma con la moglie), ormai consensualmente separato e capace il mese prima (in ferie) di risolvere comunque due rapimenti di minori e un omicidio (oltre che di scrivere un libro), appassionato di cinema e indefesso lavoratore. Anche Mancini era andato alla Notte Bianca, per accompagnare la giovane traduttrice (dal e verso cinese e giapponese) Marina Cattani, aveva pure fuggevolmente incontrato l’uccisa sul belvedere che sorregge la guglia della Mole Antonelliana. È tutto un programma… tanto più che molti sono convinti che il colpevole sia Leclerq.

L’ottimo poliedrico scrittore Franco Ricciardiello (Vercelli, 1961) voleva realizzare un omaggio a Jean-Luc Godard (1930) e non poteva certo sapere che sarebbe morto oggi, il 13 settembre, a pochi mesi dalla pubblicazione del suo bel romanzo, narrato in terza persona su Erasmo (alcune scene su Mauro, in parallelo, la soluzione spetterà a entrambi). Leggere quest’avventura è un buon modo no fiction per ricordare il grande réalisateur de cinéma. I titoli dei quindici capitoli riprendono i titoli dei film da lui diretti, da À bout de souffle a Un film comme les autres; poi l’indagine impone di vedere o fa tornare alla memoria innumerevoli sue scene, raccontate con cura e precisione. I dialoghi spesso surreali fra i protagonisti e il regista sono in linea con i personaggi creati nella relativa cinematografia (Mancini era vissuto a Parigi e parla bene francese, meno l’inglese). Ovviamente Leclerq è Godard, praticamente ogni straordinaria risposta agli interrogatori più o meno formali è tratta da sue interviste e dichiarazioni. Del resto, quasi a metà romanzo, il regista sceglie di confessare l’omicidio, pur se il pm capisce subito che non è vero, lui invece è l’affascinante protagonista della fiction. Se può va elegante e comodo in bicicletta, evita i giornalisti e le telecamere, non beve alcolici, scrive di musica, non ha un televisore, l’aspetto spicca oltremodo. Ogni donna gli sorride e lo brama, molte e belle lo insidiano. Il suo metodo investigativo è accumulare quante più informazioni possibili, tentare collegamenti incrociati e aumentare le probabilità di incappare nell’indizio casuale che può aiutare. Così studia eventuali casi analoghi di femminicidi o violenze da parte di gente famosa (e li rileggiamo con lui) e non gli sfugge che c’è stato anche l’annegamento nel Po di un uomo con fisionomia scandinava o svedese. Erasmo è attratto da Marina e vivono da settimane una storia segreta (vegetariana), hanno fatto il patto di non nascondersi mai nulla, ma anche lei piace e deve pure testimoniare in un processo nel quale lui sostiene l’accusa da pubblico ministero, non si potrebbe. Inoltre, Mancini è davvero assorbito dal lavoro, come Ferrando soffrono di terrore del vuoto e di alta febbre del fare. Una giornalista intraprendente si ubriaca col Beaujolais, Erasmo ricomincia a gustare il bicerin col cioccolato fondente. Musiche tante e ben scelte, anche se la soluzione sta negli Abba.

Franco Ricciardiello, nato a Vercelli nel 1961, scrive e pubblica fantascienza dal 1981. Ha pubblicato due romanzi su Urania, Ai margini del caos, vincitore del premio Urania nel 1998 uscito anche in Francia da Flammarion, e Radio aliena Hasselblad, nel 2002. Suoi racconti sono stati inclusi nelle antologie bestseller Millelire di Stampa Alternativa. Negli anni ottanta ha collaborato e diretto la fanzine The Dark Side. Più recentemente ha scritto anche gialli, vincendo nel 2002 il premio di narrativa poliziesca Orme Gialle e nel 2005 il premio Gran Giallo Città di Cattolica. Nel 2007 col romanzo Autunno Antimonio ha vinto il premio Delitto d’Autore.

Source: libro del recensore.

:: W. G. Sebald – Tessiture di sogno- Adelphi – a cura di Nicola Vacca

13 settembre 2022

W. G. Sebald morì in un incidente stradale il 14 dicembre 2001, da poche settimane aveva dato alle stampe Austerlitz, quel grande romanzo che tutti abbiamo amato.

Adelphi pubblica adesso Tessiture di sogno, un volume che raccoglie una serie di prose e di saggi.

Una lettura obbligata per tornare a apprezzare il Sebald saggista.

Pagine dense di pensiero, osservazioni pungenti sull’esistenza che si disgrega, parole alte che omaggiamo alcuni grandi maestri della letteratura mondiale.

Sebald il viaggiatore, il saggista e il critico. In questo splendido libro troviamo l’anima e la coscienza dello scrittore che divagano per lasciare una traccia nel pensiero del mondo.

La prima parte contiene quattro splendide prose che raccontano il suo essere viandante.

Pagine nelle quali lo scrittore racconta le suggestioni dell’isola, girovagando e annotando sul taccuino le impressioni di un viaggio con uno spirito vagabondo da viandante.

Sono davvero toccati le impressioni che Sebald scrive, affascinato dalla Corsica ecco un esempio: «E muovendo da un presente immemore verso un futuro che l’intelligenza di nessun individuo riuscirà a comprendere, alla fine anche noi lasceremo la vita, senza provare alcun bisogno di restarvi ancora per qualche istante almeno, o di potervi se mai fare ritorno».

La seconda parte del volume mostra il Sebald saggista e critico.

Sebald uomo e intellettuale della crisi che scrive sulle macerie del tempo, scava a fondo nell’abisso per coglierne tutte le apocalissi nel momento più significativo della distruzione.

Lo scrittore non fa altro in questi scritti che affrontare i temi fondamentali della sua opera letteraria.

In Tra storia e storia naturale. La descrizione letteraria della distruzione totale e in Costruzioni del lutto, lo scrittore affronta il cuore pulsante della sua riflessione, dando un volto letterario al ricordo, alla distruzione al senso della perdita, temi che troveremmo nella sua narrativa.

Sebald analizza il modo in cui la letteratura recepì l’esperienza collettiva della distruzione toccando gli interi ambiti dell’esistenza.

Gli scritti che Sebald dedica a Kafka, Nabokov e Chatwin sono tra le pagine più belle di questo libro.

Di Nabokov scrive che ha più volte cercato di gettare un po’ di luce nel buio, in cui sono immerse entrambe le estraneità della nostra vita, o per meglio dire di illuminare proprio da quei due punti estremi la nostra incomprensibile esistenza.

Di Kafka ci mostra la sua immagine complessa, leggendo i Diari, entrando nella sua testa senza quasi accorgersi di varcare la soglia dell’assurdo, cogliendo l’aspirazione dello scrittore e della propria persona nella sua fisicità.

Quando Sebald si mette sulle tracce di Bruce Chatwin resta completamente stregato dal fascino di un viandante inarrestabile che resterà per sempre un enigma, inclassificabile come lo sono tutti suoi libri.

A fine volume Sebald parla di sé davanti all’Accademia Tedesca per la Lingua e la Poesia e di tutte le tessiture di sogno che ha inventato nei suoi modi complessi e problematici del fare letteratura.

Che meraviglia vagare insieme a lui in «un regno luminoso, appena soffuso di un alito surreale come lo sono tutti i prodigi, e ci si ritrova, per così dire, sulla soglia di una verità assoluta».

W. G. Sebald scrittore tedesco, nato a Wertach im Allgäu (Baviera) il 18 maggio 1944 e morto a Norwich (contea di Norfolk) il 14 dicembre 2001. Sebald visse dal 1970 in Inghilterra, dove insegnò letteratura tedesca contemporanea presso la University of East Anglia a Norwich. La sua parabola narrativa iniziò nel 1988 con un libro di poesie, proseguì nel 1990 con i quattro racconti di Schwindel. Gefühle (trad. it. 2003), un libro in cui domina il tema del viaggio: protagonista e narratore si muovono fra Vienna, Venezia, Verona, il Lago di Garda e le Alpi Bavaresi in compagnia di Stendhal, G. Casanova e F. Kafka. Difficile trovare definizioni efficaci per Austerlitz (2001; trad. it. 2002): la storia è infatti in questo libro travolgente processo distruttivo. Le tragedie del Novecento, soprattutto quelle tedesche, vengono rivisitate con gli occhi di chi le ha vissute o di chi ne è scampato, come nel caso di Jacques Austerlitz, protagonista del romanzo: egli cerca di ripercorrere la propria storia, a partire dall’infanzia trascorsa nel Galles nella casa del predicatore Elias.

Source: libro del recensore.

:: Twenty – Il nuovo secolo americano: venti anni di guerra e pace nelle cronache di un giornalista italiano di Francesco Semprini (Signs Books 2021) a cura di Giulietta Iannone

12 settembre 2022

Federico Rampini scrive, nella prefazione di “Twenty”, che «mettere insieme i fatti, gli eventi, allineandoli uno dopo l’altro, ricostruire il dettaglio di ciò che accadde, è un tipo di lavoro che, alla lunga, invecchia meno delle dotte e presuntuose analisi, degli editoriali in prima pagina, molti dei quali, se riletti oggi, provocano imbarazzo. Francesco Semprini ha messo insieme, in quest’opera, il suo lavoro di cronista in prima linea, materiale tuttora utile e interessante». “Twenty” è la narrazione dell’America del XXI secolo attraverso scatti e dispacci che lasciano lo spazio di giudicare, conferendo opportuni strumenti di critica… con la consapevolezza di una narrazione prevalentemente in presa diretta, senza filtri e senza alcun privilegio, se non quello dell’autore di essere rimasto sempre il più vicino possibile ai fatti.

Per capire l’America, o meglio gli Stati Uniti d’America, errore di termini in cui incorriamo spesso quando nominiamo i territori d’oltre Oceano, l’America naturalmente è un continente che comprende Nord e Sud America per cui anche Messico, Argentina, Perù, etc.., ho trovato di estremo interesse la lettura di Twenty – Il nuovo secolo americano: venti anni di guerra e pace nelle cronache di un giornalista italiano di Francesco Semprini, edito nel 2021 da Signs Books. Gli Stati Uniti d’America con tutte le loro criticità, le loro recessioni, la disoccupazione, le crisi istituzionali sono un macrocosmo variegato e complesso la cui analisi, anche svolta da importanti analisti è sempre difficile e sfugge a molte sottigliezze, per cui è interessante raccoggliere i fatti, filtrati dall’esperienza di un giornalista che vive negli Stati Uniti dal 2001, e seppure di sensibilità prettamente europea conosce dinamiche e problematiche di un paese a volte molto diverso da come l’immaginiamo. Fenomeni di massa e mediatici come Trump non sono spiegabili senza conoscere il vero cuore degli Stati Uniti, la sua gente, quello scontento, quella delusione non solo in termini di crisi economica, che hanno fatto recedere il paese da faro della libertà, con un preciso ruolo anche a livello mondiale e una sorta di orgoglio nazionale, in un secondo piano rispetto a nuove realtà emergenti. Ho trovato di estremo interesse i capitoli riservati a Trump, dal decimo con il titolo più che emblematico Uragano Trump, che consiglio di leggere soprattutto in prospettiva delle nuove elezioni del 2024 che probabilmente riproporranno un confronto (ancora più agguerrito e senza regole) tra Hillary Clinton e Trump, con un paese molto cambiato dopo una pandemia devastante, e una crisi militare nel cuore slavo dell’Europa. Le incognite sono tante ma per comprendere questo paese è bene capire l’importanza e il ruolo che caratterizzano le relazioni specialmente con la Cina, vero punto in cui convergono tutte le tensioni esterne e interne. A quel punto la Casa Bianca dovrà decidere se ritenere Pechino responsabile della devastazione umana ed economica causata dal Covid-19. E questo sarà davvero il punto di svolta delle nuove amministrazioni. Io in tutta sincerità mi auguro che non si arrivi mai a uno scontro diretto, in favore di una sempre maggiore cooperazione e conoscenza reciproca. Politicizzare il virus forse sarà proprio l’errore più grave che i candidati sia repubblicani che democratici potranno fare, perchè sì addensa il consenso nel breve termine contro un nemico comune, ma è foriero di incognite ancora maggiori nel lungo periodo. Tutte riflessioni che ho maturato durante la lettura di questo libro che consiglio sia a chi è a digiuno di faccende statunitensi, sia a chi pur conoscendo il paese si pone degli interrogativi. Semprini è molto abile nel rendere la materia interessante. Edizione arricchita da illustrazioni e contenuti multimediali fruibili con smartphone o tablet (QR Code). Il volume è anche audiolibro con i brani letti da Francesco Semprini. Prefazione di Federico Rampini. Postfazione di Alberto Simoni.

Francesco Semprini, giornalista professionista, vive negli Stati Uniti dal 2001. Ha seguito per La Stampa le più importanti vicende politiche ed economiche americane del nuovo secolo, ed è stato inviato di guerra nei principali teatri di crisi del pianeta. Per il quotidiano torinese ha aperto un ufficio di corrispondenza alle Nazioni Unite. Ha curato ed è co-autore del volume Emergenza Libia (Rubbettino Editore) e ha prodotto Siete Mil, documentario breve sulla crisi del Venezuela.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Anna dell’Ufficio stampa dedicato.

:: In breve: Le trecce d’oro dei defunti di Alan Bradley (Sellerio 2022) a cura di Valerio Calzolaio

10 settembre 2022

Toronto. 1952. Flavia, 13enne dagli occhi azzurri, udito sopraffino e talento chimico, è alla festa di matrimonio della sorella 19enne Feely, insieme all’altra sorella (di mezzo) Daffy. Dalla crema della torta vien fuori un dito mozzato, scopre che apparteneva al cadavere sepolto della chitarrista spagnola Adriana Castelnuovo. Sa di essere “una ragazza di intelligenza superiore alla media” e che la polizia di Sua Maestà ha spesso richiesto con successo la sua consulenza. Decide di fondare un’agenzia investigativa insieme al fido Dogger, già valletto e giardiniere del suo defunto padre. Il loro primo caso riguarda una loro vicina, devono ritrovare la corrispondenza del padre di lei, omeopata appartatosi in casa di cura, ma la signora viene uccisa e forse c’entra qualcosa anche quel dito. Sempre godibile la serie iniziata nel 2009 dal canadese esperto d’ingegneria elettronica Alan Bradley (Toronto, 1940). Questo è l’undicesimo, “Le trecce d’oro dei defunti”, come sempre in prima persona.

Alan Bradley (Toronto, 1938) è stato professore, giornalista, autore radiofonico fino a quando si è dedicato interamente all’attività di scrittore. Nel 2007 il suo primo romanzo con protagonista Flavia de Luce vince il Dagger Award, il premio della Crime Writers’ Association inglese, come miglior esordio. La serie Flavia de Luce mysteries, arrivata al sesto volume, è ora un sorprendente successo mondiale, premiata con vari riconoscimenti e tradotta in 31 lingue. Questa casa editrice ha pubblicato Aringhe rosse senza mostarda (2013), Il Natale di Flavia de Luce (2013), A spasso tra le tombe (2014), Un segreto per Flavia de Luce (2015), Flavia de Luce e il delitto nel campo dei cetrioli (2016) La morte non è cosa per ragazzine (2017), Flavia de Luce e il cadavere nel camino (2017), Il gatto striato miagola tre volte. Un romanzo di Flavia de Luce (2019), Un posto intimo e bello (2020).

Source: libro del recensore.

:: Campo di pietra, Tove Jansson, Iperborea 2022 A cura di Viviana Filippini

9 settembre 2022

La scrittura nasconde in sé tante sfumature e lo dimostra la storia di “Campo di Pietra” di Tove Jansson, pubblicata da Iperborea. Il protagonista è un giornalista in pensione, Jonas, che ha appeso, ma solo in apparenza, la penna al chiodo. In realtà, per l’uomo c’è ancora un’importante sfida, ossia la scrittura della biografia di Y, il cui nome vero non viene mai citato, però intuiamo che è un grande magnate dei media. Jonas sa chi è Y, conosce alcuni aspetti del suo vissuto, ma deve approfondirli e da subito il protagonista si rende conto che non sarà un cammino facile, perché scrivere un articolo di giornale è un conto, ma raccontare la vita di un individuo, soprattutto di una persona come Y, è qualcosa di molto più complicato. L’autrice ci dimostra come questo giornalista cerchi di portare a termine quella che per lui è l ‘ultima opera, unita a tutte le difficoltà, gli imprevisti e intoppi che Jonas trova nel momento in cui si cimenta nella scrittura. Jonas vive questa sua impresa, o commissione- visto che sono altri ad avergli chiesto di scrivere-, in modo tormentato, perché ci sono i committenti che lo punzecchiano in più occasioni sulle bozze preparate che – secondo loro- hanno qualcosa di poco coinvolgente e interessante per il pubblico. La Jansson ci mostra un uomo anziano, senza amici, con colleghi che ormai sono diventati ex e che stanno a distanza. Jonas è solo, attorno a lui ci sono solo le due figlie, Karin e Maria, che provano, ancora un volta, ad avvicinare il padre e lo fanno invitandolo ad una vacanza da trascorrere assieme. L’azione delle due donne non è solo un tentativo di riavvicinarsi al padre, ma la volontà di proteggerlo e questo porterà Jonas, da una parte, a scrivere molto meno e, dall’altra, a prendere maggiore consapevolezza dell’esistenza di una vita vera, quotidiana, fatta di persone e di sentimenti nuovi e non solo di esistenze costruite con le parole. Questa nuova piccola saggezza, conduce Jonas a conoscere meglio e davvero le figlie, soprattutto la sensibile Maria. Il romanzo è ambientato a sud della città di Loviisa e sarà durante una vacanza a contatto con la natura brulla, con i boschi e con le pietre grezze del paesaggio, che il vecchio giornalista, dando ogni tanto un’occhiata al suo scritto, non solo leggerà la vita di Y in modo nuovo, ma farà una vera a propria autoanalisi del proprio io che gli permetterà di comprendere come è lui, cosa ha fatto di giusto e di sbagliato nella sua vita lavorativa e privata. In questo romanzo, attraverso la figura di Jonas, la finlandese Jansson attua una riflessione sul valore delle parole, su quello che esse possono fare (bene o male) a chi le legge e a chi le scrive. “Campo di pietra”, però, è anche un’acuta riflessione che la Jansson fa sulla solitudine e isolamento che caratterizzata la vita di coloro, scrittori e giornalisti, che lavorano con le parole e che narrano la vita degli altri a volte dimenticandosi della propria. Traduzione Carmen Cima Giorgetti.

Tove Jansson nata a Helsinki nel 1914 da padre scultore e madre illustratrice, appartiene alla minoranza di lingua svedese ed è considerata “monumento nazionale” in Finlandia, dove nel 1994 le celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno sono durate un intero anno. È nota in tutto il mondo per i suoi libri per l’infanzia, la serie dei Mumin, che le valse tra gli altri il Premio Andersen e una fama senza tempo. È a partire dagli anni Settanta che ha iniziato a rivolgersi con lo stesso spirito, ironico e sottile, umano e poetico, anche agli adulti con una decina di libri, tra cui “Il libro dell’estate”, di cui cinque pubblicati in Italia, pur continuando a coltivare il filone dei libri per l’infanzia. È scomparsa nel giugno 2001.

:: L’incubo della farfalla di Francesco Ferracin (Linea, Padova 2022) a cura di Valerio Calzolaio

8 settembre 2022

Mentre osservavo la zuppa sobbollire, il mio telefono cellulare cominciò a squillare. Un numero italiano che cominciava con 095. Non conoscendo nessuno con quel prefisso, esitai un attimo prima di rispondere. E quando lo feci, all’altro capo una voce disse: «Sono Battiato, ti ricordi?»
(…)

Non lo avevo capito, allora, ma il suo era stato un congedo, perché quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti, in questa esistenza. Il ricordo di quello che mi disse non mi abbandonerà  mai, come mai dimenticherò la sua generosità e il privilegio di essergli stato amico. Ci sono voluti altri cinque anni prima che mi decidessi a pubblicare il risultato di quel nostro incontro artistico, nella sua interezza, e così facendo mettere il punto a una storia che mi ha accompagnato per metà della mia vita.

Dalla postfazione: Battiato nel Regno del ritorno.

Venezia, Berlino e altrove. 1998-2021. Il racconto potrebbe iniziare dalla postfazione dello scrittore e sceneggiatore seminomade Francesco Ferracin (Venezia, 1973), intitolata: “L’INCUBO DELLA FARFALLA sive Franco Battiato e il Regno del Ritorno”, ovvero Francesco e Franco. L’autore incrociò meglio le canzoni del musicista solo nell’estate 1992, un amico stufo dei suoi insopportabili gusti aveva infilato una cassetta nell’autoradio andando in spiaggia al Lido di Jesolo. Questa volta ci fu una folgorazione, le parole evocavano immagini, odori, echi antichi e moderni, un’esperienza sinestetica. La musica di Battiato accompagna Ferracin nei tre decenni successivi, lontano da Venezia durante i primi due, in giro per il mondo a seguire la passione e la vocazione per il cinema. Quando scrive Eight, un progetto di film ispirato a/da Ching sulle leggi della sincronicità, si convince che solo Battiato (in quei giorni di settembre 2005 in concorso a Venezia con il secondo lungometraggio) avrebbe saputo come girarlo. Gli invia una mail, s’incontrano a Padova, parlano di taoismo esoterico, retroguardie artistico-musicali, poesia e cinema trascendentali. Iniziano allora uno scambio di idee e una frequentazione culturale. A fine 2007 Battiato va a Berlino dove Ferracin ora prevalentemente vive, con moglie e infante di due mesi. Lo chiama e si vedono più volte, parlano subito del nuovo film del grande artista, Handel, e negli anni successivi s’avvia la collaborazione su un impegnativo progetto che per varie ragioni non vede la luce, Viaggio nel regno del ritorno. Si confrontano per anni, Ferracin ne stende la sceneggiatura, nel 2013 confida a Battiato di aver scritto nel 1998 un poema epico e fantastico sullo stesso tema narrativo, il monologo di un elfo, spunti da Tolkien (appartenente alla frangia più tradizionalista del cattolicesimo). Battiato è entusiasta del testo, lo rivede e ne realizzano insieme il poema sinfonico L’incubo della farfalla, un successo, appunto!

Pensieri scritti (in genere pensati e scritti su un taccuino a un tavolo di caffè), poesie, musiche, narrazioni sparse di storie tra fiction e realtà, incroci di frasi, versi, toni, stazioni e note musicali (dal mi bemolle al re minore): un’opera musicale in prosa o un’autografia (confessione immediata di un’anima trascendente) o un prosimetro o un poema o il racconto autobiografico di un corpo che prende coscienza di sé attraverso illusioni e contraddizioni contemporanee o la trattazione poetica del venire al mondo e di interrogarsene tramite la fantasia, vedete voi. Irrecensibile, sincronica, elegiaca, curiosa, godibile. Lo stesso autore si serve pure della dotta introduzione “Autografia di un’anima” firmata René A. d’Albion, allo scopo di spiegare il complicato ricorso alla lingua scritta per rivelare quello che solo la musica e la pittura sono in grado di fare, soprattutto quei testi (come questi) vergati attraverso un processo di intuizione arazionale. L’opera è breve, divisa in quattro parti interconnesse, sempre intervallando frasi e versi, citazioni e giochi di parole: Impermanenza (titoletti in varie lingue, narrazione in prima), Metamorphosis (24 brevi paragrafi in prima), L’incubo della farfalla (4 movimenti, in terza e prima), El Juego (vari momenti diacronici nel tempo fra il 1890 e il 1995, in prima). L’esistenziale romantico tema narrativo è il ritorno, un percorso verticale a spirale, non orizzontale, né tantomeno positivo. La terza parte, che dà il titolo all’intero volume, prende spunto da un aneddoto sul filosofo taoista Chang-Tzu (369-286 a.C.): addormentato sotto a un albero sogna di essere una farfalla che si posa su un fiore e si addormenta; quando si sveglia non sa se è lui ad aver sognato di essere una farfalla o se è la farfalla che sta sognando di essere un filosofo addormentato; più un incubo che un sogno, suggerì Battiato. Il testo della loro collaborazione è stato rielaborato anni dopo, affinché potesse essere messo in scena nella sua interezza, ora per la prima volta stampato.

Francesco Ferracin nasce a Venezia nel 1973. Dopo studi di germanistica e filosofia comincia una lunga collaborazione con alcune riviste di moda e costume italiane e internazionali. Nel 2004 fonda a Londra la Silk and Steel Productions, dedicata allo sviluppo e alla produzione di progetti cinematografici e transmediali che coinvolgono l’Europa e l’Estremo Oriente. Nel 2008 scrive e co-produce Uneternal City, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Sempre nel 2008 viene pubblicato il suo romanzo Una vasca di troppo. Ha collaborato con Franco Battiato, che ha messo in musica il suo poema L’incubo della farfalla e per il quale ha scritto la sceneggiatura del film Händel.

Source: libro del recensore.

:: 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive di Giacomo Gabellini (Arianna editrice 2022) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2022

Tra i libri letti in questi ultimi mesi per approfondire e dirimere l’intricato coacervo di propaganda e realtà storica riguardante le origini e gli sviluppi della cosiddetta “Questione Ucraina”, ho trovato di estremo interesse la lettura di 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive dell’analista e studioso Giacomo Gabellini, che ho già avuto modo di intervistare nel maggio scorso in occasione dell’uscita del suo libro edito per Arianna Editrice. Il pregio di questo libro è senz’altro avere una chiave interpretativa dei fatti netta e argomentata, oltre a possedere un solido bagaglio di conoscenze storiche e geopolitiche. Seppure schierato, è interessante notare che le sue conclusioni, ormai sotto gli occhi di tutti, concretizzano posizioni che erano abbastanza chiare già una decina di anni fa agli studiosi più lungimiranti: il “sogno” di Gorbachev, tra l’altro mancato solo pochi giorni fa all’età di 91 anni, di avvicinare la Russia all’Europa, sogno che personalmente condividevo come molti giovani degli anni’90, ormai è irrimediabilmente sfumato, l’allenaza geostrategica, con tutte le incognite del caso, tra Russia e Cina è ormai inevitabile, come la conseguente asiatizzazione della Russia. Detto questo il libro di Gabellini ha il pregio di fornire un’analisi storica seria, ed enunciare sia resposnabilità che prospettive. Confesso che ho una conoscenza parziale della materia, per cui se vi fossero presenti errori storici perlomeno, le analisi argomentate naturalmente rientrano nell’ambito delle valutazioni personali, non avrei la competenza per segnalarli, ma dalle letture che ho fatto molti dati corrispondono, per cui si evince un approfondito studio di testi e documenti. Molte cose le ho apprese dalla lettura di questo libro, che ha arricchito il mio bagaglio culturale e mi ha fornito strumenti di analisi che utilizzerò anche nella lettura di altri testi. Partendo dall’identità degli slavi d’oriente, formatasi nello spazio geografico dell’antica Rus’ di Kiev, e unificati sotto il profilo religioso da Vladimir I (958-1015), che impose la conversione al critianesimo, si arriva nella breve introdizione storica al febbraio del 1919 quando durante la conferenza di Versailles, al termine della Prima Guerra Mondiale, con una nota diplomatica si richiedeva il riconoscimento formale della Repubblica Ucraina. Con la fine dell’Impero Zarista e la nascita dell’Unione sovietica parte dell’Ucraina nel 1922 entrò ufficialmente a far parte dell’URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina. Ecco per capire le origini dell’odierno conflitto, e le cause di attrito e frizione tra Ucraina e Russia, è bene partire da questo spartiacque storico. Senza tralasciare, a mio avviso, la successiva immane carestia, conosciuta con il termine Holodmor, di cui l’Ucraina era rimasta vittima, assieme al Kazakistan, durante i piani di collettivizzazione agraria forzata programmati da Mosca tra il 1932 e il 1933, che causarono milioni di morti per fame. Sono punti nodali che è bene tenere presente per le seguenti analisi, e aiutano a fare un’analisi scevra da preconcetti e strumentalizzazioni troppo banali. E’ interessante notare come la consocenza della storia può aiutarci a evitare errori che sembra si ripetano ciclicamente e soprattutto ci aiuta a superare visioni parziali come per esempio, il fatto che sia falso ritenere che la guerra sia iniziata con l’occupazione militare russa dell’Ucraina del febbraio 2022, ignorando i fatti accaduti già dal 2014. Credo che ormai tutti gli analisti seri abbiano superato questo ostacolo nello sforzo conidviso di cercare di ottenere una risoluzione pacifica di tutte le problematiche in corso. Ve ne consiglio la lettura, affiancandola anche ad altri testi di approfondimento, per avere una sempre più lucida visione di insieme. Il raffronto e il confronto, oltre alla conoscenza, sono in fondo le uniche armi pacifiche che possediamo. Buona lettura.

Giacomo Gabellini (1985) è saggista e ricercatore specializzato in questioni economiche e geopolitiche, con all’attivo collaborazioni con diverse testate sia italiane che straniere, tra cui il centro studi Osservatorio Globalizzazione e il quotidiano cinese «Global Times». È autore dei volumi Ucraina. Una guerra per procura (Arianna, 2016), Israele. Geopolitica di una piccola grande potenza (Arianna, 2017), Weltpolitik. La continuità politica, economica e strategica della Germania (goWare, 2019), Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense (Mimesis, 2021) e Dottrina Monroe. Il predominio statunitense sull’emisfero occidentale (Diarkos, 2022). Vive a Terre Roveresche (PU).

Source: acquisto personale.

:: Tutti i sì che aiutano a crescere di Sarah Cervi, (Newton Compton Editori 2022) a cura di Valeria Gatti

6 settembre 2022

La più grande sfida che ci lanciano, a mio avviso, è quella di amarli incondizionatamente.”

Madre Teresa sosteneva che “i genitori devono essere affidabili, non perfetti. I figli devono essere felici, non farci felici” e credo che questa citazione sia tanto potente quanto autentica. Nel ruolo di genitori, infatti, si è sempre più convinti che per rendere felici i figli si debba essere dei perfetti supereroi armati di poteri e armi magiche. Al contrario, gli umani che devono affrontare la crescita della loro prole affidandosi alla propria pelle risultano deficitari, quasi sbagliati.

Leggere il manuale dal titolo “Tutti i sì che aiutano a crescere” di Sarah Cervi, edito da Newton Compton, aiuta a comprendere un messaggio che, come dicevo pocanzi, il genitore deve rivalutare: essere veri, carichi di valori e di qualche sbaglio, pieni di consapevolezza circa noi stessi e le nostre emozioni, è il metodo per affrontare il percorso genitoriale. Non servono, per nostra fortuna, armi magiche, ma tanta conoscenza. Il sapere è la risposta alle tante sfide della vita e, a maggior ragione, resta la regola base per aiutare i figli ad affrontare le loro stesse sfide.

C’è qualcuno che si è sentito in imbarazzo e impotente davanti a un capriccio, magari in un negozio pieno di sguardi accusatori? Quante sono le mamme che hanno avvertito quel tossico senso di colpa per essersi concessa del tempo per sé? C’è qualche genitore che ha affrontato l’adolescenza del proprio figlio come uno scalatore senza protezioni? A voi: sappiate che tutto questo è normale, anzi normalissimo, secondo l’autrice. I consigli e le teorie che ha studiato e raccolto in quest’opera sono la prova che l’essere genitori è un compito a cui, spesso, non si è preparati e che, a volte e proprio per questo, rischia di diventare un macigno, un presunto fallimento. Alla base c’è sempre un principio che ricorre spesso, nell’opera: conoscere se stessi e avere quante più nozioni possibili circa la fase che si sta attraversando.

Il manuale ha una forma classica ma non aspettatevi una formalità inespressiva. Al contrario, infatti, l’autrice ha scelto una prosa autentica, leggera, chiara e comprensibile completa di aneddoti personali, prove e riflessioni. Il primo capitolo getta le basi del progetto: “Il difficile mestiere del genitore” è il titolo e il lettore si sente già a proprio agio, compreso, non giudicato. Il giudizio non fa parte dell’opera: l’autrice esplora il complesso mondo del rapporto con i figli senza mai dare per scontato o criticare scelte, e questo rende la lettura ancora più solidale. La narrazione, a partire dal primo capitolo, scava nelle pieghe dell’educazione, dei permessi, delle emozioni, della comunicazione, della sessualità, dell’affettività e, tra un passaggio teorico e un invito a prendersi del tempo per riflettere, si comprende l’importanza della conoscenza. Anche su questo approccio, l’autrice si destreggia tra consigli di lettura, strategie e riflessioni: conoscere per applicare, sapere per comunicare ed esplorare.

Sarah Cervi, in questo suo manuale, affronta il tema della crescita personale lasciando intendere che le fasi di crescita riguardano tutti e non solo i piccoli perché ogni evento – fase, incontro, circostanza – ha la possibilità di migliorarci e di trasmetterci un insegnamento prezioso.

Sarah Cervi È psicologa, psicoterapeuta e insegnante di meditazione mindfulness. Lavora in ambito clinico, si occupa anche di educazione e sviluppo psicologico dei bambini, di sostegno alla genitorialità e di counseling e coaching per la gestione delle emozioni con adulti, adolescenti e bambini. È mamma di due figli adolescenti.

Source: ricevuto dall’editore, grazie a Antonella ufficio stampa Newton Compton.

:: Borders, Giuliana  Facchini (Sinnos, editore 2022) A cura di Viviana Filippini

22 luglio 2022

“Borders” è il titolo del libro di Giuliana Facchini che torna in libreria con una storia ambientata in un futuro prossimo, non troppo lontano dal nostro mondo attuale. Il volume, edito da Sinnos, presenta un gruppo di ragazzi a Magnolia. Già, il nome è quello di un albero, ma la megalopoli del libro della Facchini è un luogo super avanzato dal punto di vista tecnologico, perfetto e inattaccabile. Quello che colpisce di Magnolia è il suo essere l’unico punto di vita in un luogo che è una landa deserta e sterminata dove l’aridità, la desolazione e la distruzione hanno spazzato via quella che una volta era la terra. Magnolia è un luogo nel quale la società è basata su regole rigide e controllo estremo di chi ci vive e di ogni cosa messa in circolazione, tanto è vero che nella località non esistono libri, sono completamente banditi e quello che si conosce è controllato e veicolato da chi gestisce il potere. Chi è fortunato ha ogni privilegio. Chi è povero e emarginato non ha nulla e deve lavorare duramente per poter sopravvivere. Nel cemento di Magnolia vivono un gruppo di ragazzi (Lindgren, Dickens, Verne e Alcott), tutti con nomi di noti scrittori per i più sconosciuti, perché qualcuno, o qualcosa, ha come cancellato la memoria delle persone. I quattro sono i figli adottivi di Olmo, una donna misteriosa che ha in serbo per loro un progetto fuori dalla norma e che li ha adottati appena nati per educarli ad alcuni valori come la conoscenza delle cose (i semi delle piante), la libertà, la ribellione, la ricerca della verità appartenuti ad un mondo lontano (la terra di un tempo sparita) che non è Magnolia dove tutto invece è sterile e freddo, dove ogni cosa viene fatta con la tecnologia, annientando per sempre le relazioni umane. Il piano di Olmo è quello di architettare per Lindgren, Dickens, Verne e Alcott una vera e propria fuga da Magnolia verso un luogo, perché è convinta che esista un posto, dove quei valori scomparsi ancora vivono. Il romanzo della Facchini, con copertina disegnata da Mara Becchetti, è avventuroso, al punto giusto distopico, ma in esso i protagonisti attuano quello che è il percorso di crescita tipico del romanzo di formazione. Perché? Perché nel momento in cui i ragazzi cominceranno ad attraversare il deserto di cemento per raggiungere l’isola sconosciuta dove si trova il vecchio William nella speranza che lui abbia i semi che stanno cercando, dovranno attraversare tutta una serie di prove, valicare ostacoli e imprevisti che metteranno in crisi ogni loro certezza. Ogni evento vissuto li porterà a confortarsi con la realtà sconosciuta e misteriosa fuori da Magnolia, con i resti di quello che era il mondo del passato, con persone nuove e con situazioni dove i quattro giovani rifletteranno sul valore dell’amicizia e su quello della libertà. “Borders” di Giuliana Facchini è quindi un romanzo che comprende diversi generi (avventura, distopia, formazione) dove Lindgren, Dickens, Verne e Alcott (che sono un po’ l’immagine riflessa dei giovani lettori di oggi) impareranno ad ascoltare a conoscere meglio il loro cuore e anche il mondo che li circonda, con la presa di coscienza che esistono eventi il cui corso può avere effetti drammatici e irreparabili sul singolo e sul mondo circostante e solo con la speranza, la forza e il coraggio è possibile agire insieme per tentare di cambiare le cose e tornare a vivere in libertà.

Giuliana Facchini è nata a Roma. Qui ha frequentato la facoltà di Lettere e ha ottenuto un attestato della Regione Lazio come Segretaria di Edizione Cinematografica. Ha seguito corsi di recitazione e doppiaggio ed è stata interprete di teatro amatoriale e semiprofessionale, occupandosi anche di teatro per ragazzi. Ha vissuto a Roma e a Lussemburgo e ora abita in un paese tra Verona e il Lago di Garda. Da anni scrive libri per ragazzi. Ha vinto nel 2008 il “Premio Montessori”, nel 2012 il “Premio Arpino” e nel 2015 il “Premio Giovanna Righini Ricci”. Con Sinnos ha pubblicato “La figlia dell’assassina” (2018).

Source: ricevuto dall’editore, grazie a Emanuela Casavecchi e all’ufficio stampa Sinnos.

:: Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar, Silvia Stucchi (Graphe.it, 2022)A cura di Viviana Filippini

14 luglio 2022

C’è una figura indimenticabile nella mia mente di bambina. Quella figura della quale ho il mio primo ricordo televisivo nel 1982, è quella ragazza coraggiosa dai lunghi capelli biondi, occhi azzurri, una bellezza unica tanto leale e coraggiosa. Lei è Oscar, o meglio Lady Oscar per tutti coloro che sono nati e cresciuti negli anni’80. Oggi, a 40 anni dalla serie tv e 50 dal manga, è uscito il libro “Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar” di Silvia Stucchi per Grpahe.it. L’autrice ha messo nel volume tutto quello che ha raccolto e scritto su Oscar nel corso degli anni, restituendo al lettore un saggio dettagliato e accurato che indaga a fondo la vicenda e la persona di Oscar. La cosa interessante che la Stucchi fa è il porre attenzione sulle differenze tra il manga e la serie televisiva, per la quale sono state create anche delle situazioni ad hoc, non presenti nel fumetto. Per esempio, se nel manga l’adolescente madamigella Oscar ama indossare la divisa per difendere la regina, nell’anime tv, Oscar non è convinta di seguire l’imposizione del padre che la cresce come se fosse un maschio. Altra differenza tra il manga e l’anime è che il secondo, adattato alla tv in 40 puntate, ha un tasso di drammaticità molto più elevato. “Lady dal fiocco blu? Cinquant’anni con Oscar” è un cammino profondo che dimostra non solo quanto sia stata accurata la ricostruzione storica messa in atto dalla Ikeda per i fatti storici e i personaggi, ma ha in sé la volontà di narrare il lato umano di Oscar, di Andrè e di alcuni loro comprimari. Interessante è pure la parte finale del volume nella quale si trova un approfondimento su due delle figure reali presenti che vengono raccontate dalla Stucchi per come erano veramente: la contessa du Barry, ultima favorita di Luigi XV di Francia, e Jeanne de-Saint-Rémy-de Luz de Valois, contessa de La Motte, nota come Jean Baleau per il cartone animato e sorellastra di Rosalie. Quello che mi piace però del libro di Silvia Stucchi è l’analisi psicologica svolta nei confronti di Oscar e André che dona loro una profonda umanità, rendendoli persone reali con tutte le loro paure, dubbi, emozioni e tormenti del cuore. Vero è pure il fatto che Oscar nasconde il suo corpo sotto abiti maschili – e notate che le tre divise che indossa: bianca, rossa e blu, richiamano i colori della bandiera francese- ma, nonostante questo, Oscar è consapevole del suo essere donna, del suo sentire e vivere con un cuore di donna. Si guardi per esempio il rapporto tra Oscar e Rosalie, per la quale madamigella Oscar è una sorella maggiore, un’amica, un àncora di salvezza e una sorta di madre che la accudisce, la alleva e, a modo suo, le dona affetto. Stessa cosa è forte il legame di amicizia e stima tra Oscar e Maria Antonietta, messo in crisi solo alla fine dalla loro visione diversa dell’imminente Rivoluzione Francese. Certo è che nel saggio di Silvia Stucchi, Oscar, la cui lealtà e coraggio fanno pensare ad una versione femminile del cavaliere, è sempre donna, dalla prima all’ultima puntata e dalla prima all’ ultima pagina. Un donna che ha sempre amato André (come ha fatto lui con lei), ma che ha compreso il suo sentimento forse un po’ troppo tardi. Oscar e André sono giovani, belli e anche un po’ ribelli se vogliamo per i loro tempi, visto che ad un certo punto decidono di fare di testa loro andando oltre gli schemi sociali del tempo e stabilendo da soli della propria vita. Sono i due eroi, un po’ come quelli della mitologia antica, che muoiono giovani sacrificando la loro vita e trovando la consacrazione eterna che, ancora oggi, ogni 14 luglio fa ricordare Oscar.

Silvia Stucchi, bergamasca, laureata in Letteratura Latina, insegna latino nei licei e presso l’Università Cattolica di Milano. Autrice di monografie e saggi scientifici su Petronio, Seneca tragico, Ovidio, Cassio Emina e la cucina dell’antica Roma, collabora con riviste e testate giornalistiche, e nel tempo libero coltiva l’interesse per la letteratura poliziesca, la storia e la letteratura francese, i fumetti, e, naturalmente, per «Le Rose di Versailles».

Source: richiesto dal recensore. Grazie all’ufficio stampa 1A.