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:: Un’intervista con Franco Forte e Guido Anselmi autori di Romolo: Il Primo re a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2019

Romolo Il primo reBenvenuti su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Alcune domande sono personali, ad altre potrete rispondere entrambi. Cominciamo con la prima, in realtà più una presentazione. Descrivetevi ai nostri lettori, raccontateci che studi avete fatto, dove siete cresciuti, cosa fate attualmente.

Franco Forte: classe 1962, ho dedicato la mia vita ai libri e alla scrittura. Milanese di nascita, ora vivo in un paesino della campagna lodigiana. Dopo gli studi di ingegneria elettronica mi sono dedicato al giornalismo, alla scrittura e alle traduzioni. Oggi pubblico romanzi con Mondadori, curo le collane Il Giallo Mondadori, Urania e Segretissimo, possiedo con altri soci una piccola casa editrice (Delos Digital) e mi occupo di scrittura a 360°, dal cinema alla tv al teatro.

Guido Anselmi: classe 1972, dopo venti anni dedicati all’ingegneria del software, ho deciso di averne abbastanza delle quattro mura entro le quali stavo confinando la mia vita. Dopo aver vinto il premio WMI, ho iniziato una fortunata collaborazione con Delos Digital, pubblicando due romanzi brevi e un racconto. “Romolo Il primo re” è il mio esordio con Mondadori.

Per Franco: Dunque in questo romanzo storico hai affrontato la figura di Romolo, il fondatore di Roma. Personaggio impegnativo, soprattutto perché le fonti storiche non sono molte, giusto? Come vi siete documentati?

Le fonti storiche sono molto frammentate, più che altro frutto di interpretazioni (spesso fantasiose) da parte di autori classici molto lontani dal periodo descritto, e questo ci ha dato modo da una parte di poter sfruttare la fantasia e l’immaginazione per coprire gli ampi squarci mai raccontati di questa vicenda, dall’altra ci ha costretto a discriminare attentamente fra tutte queste fonti, cercando quelle più plausibili e vicine a una possibile realtà su come si sono svolti i fatti che poi abbiamo raccontato nel romanzo. Un lavoro certosino ma molto interessante, che ci ha fatto scoprire un’epoca buia e tormentata, che ben pochi avevano raccontato in modo così approfondito.

Per Guido: Franco Forte ha all’attivo tantissimi romanzi storici, è un veterano nel trasformare personaggi come Caligola, Genis Khan in eroi. Come vi siete incontrati e come è stato lavorare con lui. Come vi siete divisi il lavoro?

La nostra prima collaborazione è avvenuta tramite la rivista Writers Magazine Italia, di cui Franco è responsabile, ed è continuata in maniera sempre più fitta e continuativa negli anni successivi. Lavorare con lui è stata un’esperienza tanto impegnativa quanto entusiasmante, non abbiamo diviso il lavoro in maniera rigida, ma abbiamo assegnato i compiti in base alle esigenze del momento, trovando sempre un grande accordo.

Per entrambi: Che idea vi siete fatti di Romolo, come ve lo siete immaginato per tutta la stesura del romanzo?

Romolo era un visionario, un uomo interessato non solo alla sopravvivenza spicciola, quella con cui si doveva combattere ogni giorno, ma anche a un possibile futuro per la sua gente. Intorno a lui si è coeso un progetto di comunità molto ardito per l’epoca, che ha fatto della comunione di intenti e della forza del gruppo un’arma formidabile per crescere nel tempo, fno a dare forma a quella che è stata la più grande fra le civiltà antiche dell’umanità: Roma. Solo un uomo straordinario, con una mente agile e lungimirante, avrebbe potuto perseguire un compito del genere, e Romolo l’ha fatto. A scapito di tante morti e di tanto sangue (fra cui anche quello del fratello Remo), ma non in nome del potere personale, bensì per dare un futuro al suo popolo. Crediamo che questa sia la misura della grandezza di questo personaggio.

Per Franco: La storia di Romolo e Remo, la loro rivalità che in un certo senso portò al fratricidio ricorda la storia di Caino e Abele, anche se Abele diciamo era il buono e quello che morì. Quando furono abbandonati Romolo e Remo in teoria dovevano essere lasciati alle acque del Tevere, questo fatto ricorda l’abbandono di Mosè in una cesta di canne. Quanto ha inciso secondo te la storia biblica nella creazione del mito legato a questi personaggi?

Diciamo che tutte le grandi storie si rifanno a degli archetipi che piacciono al pubblico che le ascolta, e dunque qualsiasi leggenda si rifà in qualche modo a quelle impalcature narrative primordiali che ancora oggi sono capaci di farci emozionare. Il nostro lavoro, come narratori, è stato quello di cercare di dare un senso, di rendere razionale e il più possibile plausibile, ciò che nel corso dei secoli, passando di bocca in bocca, si è accresciuto del sensazionalismo e della fantasia di chi ha cercato di rendere sempre più entusiasmante questa storia, affondando nel mito e nella superstizione per ammantare tutto con il sapore della leggenda.

Per Guido: Chi ha avuto l’idea di cercare di ricreare la vita quotidiana delle popolazioni di pastori dell’alto Lazio del 700 avanti Cristo?

L’idea è stata condivisa e portata avanti da entrambi, d’altronde non potevamo fare diversamente, vista la difficoltà di ricreare in modo realistico usi e costumi di tremila anni fa, dei quali si conservano testimonianze tutt’altro che esaustive.

Per entrambi: Quale è stata la parte più difficile nella stesura del libro: la raccolta delle fonti, la creazione dei dialoghi, la struttura narrativa?

Scrivere alla fine è la parte più facile, quando si hanno le idee chiare e si sa come farlo. Studiare le fonti è stato molto impegnativo, organizzare il lavoro e la struttura narrativa del testo, un po’ meno. Ma non si può costruire un romanzo di questo tipo senza tanto lavoro e senza sputare sangue, questo deve essere chiaro. Come ogni buon romanzo, ha richiesto molto lavoro e tanta dedizione, ma ci ha ripagato con grandi soddisfazioni, fra cui anche l’apprezzamento del pubblico.

Per Franco: Molta importanza è data all’azione, alla parte avventurosa della storia. Perché questa scelta?

Perché stiamo parlando di quasi 3000 anni fa, un peridodo primitivo, selvaggio, primordiale, dove la lotta per la sopravvivenza era all’ordine del giorno. Non c’era nulla che non fosse avventuroso, misterioso, pericoloso, e dunque dovevamo far muovere i nostri personaggi in questo contesto, che abbiamo cercato di ricostruire nel modo più verosimile possibile.

Per Guido: Il romanzo, sebbene uscito quasi in concomitanza con il film dallo stesso titolo di Matteo Rovere, non ha legami diretti con la pellicola cinematografica. Voi avete iniziato molto prima a lavorare alla stesura del libro, vero?

L’uscita in contemporanea del film e del romanzo è stata una incredibile coincidenza, che ha portato due progetti a lunga scadenza a vedere la luce allo stesso tempo. Dal nostro punto di vista, “Romolo” rappresenta solo il primo tassello di un progetto cui abbiamo dedicato tantissimo tempo e che coinvolgerà tanti altri validi autori, insieme ai quali intendiamo raccontare la storia dei primi sette re di Roma.

Per entrambi: Ci sono stati momenti in cui non eravate d’accordo su alcuni punti, su alcune soluzioni narrative? Avete discusso, come siete giunti a un accordo?

Si discute sempre su tutto, ci si infuria, si ride, ci si dà pacche sulle spalle, ci si sostiene, ci si insulta e si brinda insieme. È l’essenza stessa del lavoro di squadra, e dunque ci siamo passati anche noi. Ma è il bello della faccenda…

Per Franco: Nella stesura di un romanzo storico la grande difficoltà è il compromesso tra fedeltà alle fonti, perlomeno le più accreditate, e la fantasia, la creazione puramente letteraria. Ecco tu come ti comporti in questi casi, svelaci il tuo segreto?

Chi scrive romanzi storici deve sempre fare riferimento alle fonti più attendibili che riesce a trovare, dopodiché deve ricostruire per il lettore tutto ciò che gli storici non sono riusciti a scovare tra i resti archeologici, e sfruttare la fantasia e l’immaginazione per colmare questi buchi in modo verosimile e coerente con il contesto derivato dai lasciti storici. Un lavoro affascinante, che però va fatto con grande cautela, cercando di essere sempre pronti a rendere plausibile qualsiasi situazione si decida di descrivere.

Grazie a entrambi come ultima domanda vi chiederei a cosa state lavorando ora, quali sono i vostri progetti attuali?  

Adesso ciascuno per la sua strada, con tanti progetti, tante idee e… diverse belle novità di cui presto daremo notizia.

I progetti sono diversi, alcuni a lunga scadenza, altri ormai prossimi a sbarcare in libreria, di cui tuttavia non possiamo ancora parlare 🙂

:: Romolo Il primo re di Franco Forte e Guido Anselmi (Mondadori 2019) a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2019
Romolo Il primo re

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“Ora il fondatore deve scegliere il nome da dare alla nuova città”.
Tutti gli occhi si fissarono su Romolo, eccitati e incuriositi.
Lui esitò solo un istante, poi diede voce ai pensieri che aveva custodito dentro di sé quasi con un senso di vergogna, perché aveva pensato a come chiamare l’urbe prima ancora che gli dei lo proclamassero re.
“Chiameremo la nuova città Roma” disse, sapendo che la sua parola sarebbe stata legge.
“Roma! Roma! Roma!” iniziò a scandire la folla, con un entusiasmo nel quale si condensavano tutte le speranze per un futuro migliore.

Tra storia e leggenda, le origini di Roma, caput mundi, hanno da sempre ispirato poeti, storici, romanzieri, commediografi tutti concordi nel cercare di dare una valenza epica a una vicenda nei fatti molto scabra e violenta. Le nuove scoperte archeologiche, i nuovi studi hanno invece ispirato Franco Forte e Guido Anselmi che in questo romanzo, Romolo il primo re edito da Mondadori, pur privilegiando azione, avventura ed eroismo, hanno cercato di ricreare davvero la vita quotidiana delle popolazioni di pastori dell’alto Lazio del 700 avanti Cristo.
Il romanzo sebbene uscito quasi in concomitanza con il film dallo stesso titolo di Matteo Rovere non ha legami diretti con la pellicola cinematografica, sebbene sembra denotare un crescente interesse per quel periodo della storia, un po’ trascurato negli anni recenti.
Chi era Rea Silvia, chi era Romolo, chi era Remo, chi era la Lupa, (nella realtà una donna in carne e ossa, una prostituta, nella leggenda un animale quasi mitologico che avrebbe dovuto allattare i due gemelli salvandoli), bene o male lo sappiamo tutti dalle nostre reminescenze scolastiche, anche se la storia che Franco Forte e Guido Anselmi ci raccontano, certo drammatizzandola e prendendosi qualche licenza poetica diciamo, ha più le valenze di un dramma shakesperiano o di un tragedia greca.
La rivalità e l’amore di due fratelli molto diversi tra loro è infatti al centro del racconto, pieno di quel pathos che avvicina il lettore al mondo antico. Un mondo in cui brutalità e violenza sembrano la norma, sebbene Romolo ne esca tutto sommato come un personaggio positivo: giusto, coraggioso, altruista, ingegnoso, buon padre, sovrano imparziale e illuminato.
La storia inizia descrivendo la notte in cui Rea Silvia, nobile addetta al culto della dea Vesta, (le sue vicende sono narrate nel I libro Ab Urbe condita di Tito Livio, e nei frammenti degli Annales di Ennio) fu sorpresa col suo amante, uno schiavo. La donna per salvarsi (le vestali erano tenute alla castità) dichiara di essere stata posseduta da Marte in persona, (altro elemento leggendario ripreso dalla vulgata popolare), cosa a cui i sacerdoti del suo tempio credono permettendole di portare a termine la gravidanza, fino al parto in cui darà alla luce due bellissimi gemelli, che poi i genitori adottivi chiameranno Romolo e Remo.
Lo zio di Rea Silvia, Amulio, uomo meschino e violento, usurpatore del trono di Alba Longa, per superstizione e vendetta fa uccidere la nipote e fa affidare i due bambini alla corrente del Tevere, cosa che in realtà avrebbe dovuto condannarli a morte certa. Ma uno degli schiavi a cui li affida è proprio il padre dei piccoli che si ingegna per salvargli la vita affidandoli alla protezione degli dei.
Vengono trovati in una grotta da una prostituta che li vorrebbe crescere come suoi finchè un suo cliente, un pastore di nome Faustolo, in cambio di un pezzo di bronzo e di una manciata di sale li acquista per sua moglie Acca Larenzia infelicemente senza figli.
Così prende l’avvio una storia si può dire leggendaria in cui non mancano tutte le componenti che rendevano epiche le storie del mondo antico (dalla nascita divina, al favore degli dei durante combattimenti e cerimonie, etc). Gli autori in un certo senso demitizzano la leggenda, illuminandone gli aspetti più realistici e concreti, ma la storia anche così è sicuramente eccezionale e piena di eventi singolari.
Riusciranno i due gemelli a conoscere le loro vere origini? Riusciranno a vendicare la madre e il padre? Riusciranno a punire il perfido Amulio? E soprattutto cosa portò al fratricidio?, riproposizione se vogliamo delle drammatiche vicende bibliche di Caino e Abele.
Lo stile è piano, si privilegia l’azione allo scavo psicologico, sebbene la figura di Romolo venga descritta illuminandone motivazioni e drammi personali. I dialoghi poi sono realistici e vivaci. Se amate questo tipo di romanzo, in bilico tra accurata ricostruzione storica e fantasia, dovreste trovare godibile quest’opera scritta sicuramente in modo scorrevole e professionale. Una lettura interessante.

Franco Forte è nato a Milano nel 1962. Considerato uno dei più importanti autori di romanzi storici, ha pubblicato con Mondadori i due titoli della serie “Il romanzo di Roma”, Carthago (2009) e Roma in fiamme (2011), i gialli storici con protagonista il notaio criminale Niccolò Taverna Il segno dell’untore (2012) e Ira Domini (2014), oltre a Gengis Khan (2014) e al romanzo storico Caligola (2015). Nel 2016 e 2017 sono usciti Cesare l’immortale e Cesare il conquistatore, i due capitoli della saga che riporta in vita Giulio Cesare. Ha lavorato come autore delle serie TV Distretto di Polizia e RIS: Delitti imperfetti. Cura il “Giallo Mondadori” e “Urania”.

Guido Anselmi è nato a Vibo Valentia nel 1972, ma vive sulle sponde del Lago Maggiore. Laureato in ingegneria, ha vinto la trentanovesima edizione del premio WMI, indetto dalla rivista Writers Magazine Italia, ed è stato finalista al premio Bukowski 2016. Ha pubblicato diversi racconti sulla WMI, sullo speciale SF e nelle raccolte 365 Racconti per un anno di Delos Digital.

Source: libro inviato dall’autore, che ringraziamo.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Scrittori ai fornelli: Franco Forte & la Crostata di Valentina

18 febbraio 2019

Cover Romolo con ombra trasp

Oggi per la nostra gustosa rubrica Scrittori ai fornelli ospitiamo Franco Forte, giornalista professionista, traduttore, sceneggiatore e consulente editoriale, autore – assieme a Guido Anselmi – del romanzo storico Romolo. Il primo re da poco in libreria, un romanzo a tinte forti che narra le mitiche origini di Roma.

Gli abbiamo chiesto una ricetta a cui fosse particolarmente legato e ci ha risposto:

Non essendo un grande esperto di cucina, men che meno un “cuoco” o qualcosa che possa andarci vicino, me la caverò con una ricetta appresa da mia figlia Valentina, che ha un grande talento per la pasticceria (e la sta studiando a livello professionale) e mi ha insegnato a farmi da solo il mio dolce preferito, ovvero la crostata. Ma non con una ricetta qualsiasi, bensì con le stesse modalità della lavorazione da pasticceria, che rendono tutto molto più gustoso. Dopo qualche tentativo andato a vuoto (a me ce ne sono voluti un bel po’, purtroppo) garantisco che sfornerete delle crostate eccellenti dal vostro forno, che non avranno nulla da invidiare a quelle in vendita nelle migliori pasticcerie.

Le premesse sembrano ottime, chi non sogna di fare almeno un dolce per le occasioni davvero speciali, ricordo che mio padre pur essendo cuoco faceva pochissimi dolci, (le professioni legate alla preparazione di cibi sono molto settoriali) tra cui proprio le crostate alla frutta, ci sarebbe piaciuta anche una ricetta dei tempi di Romolo e Remo ma ci ha spiegato che:

Certo, questa ricetta c’entra ben poco con i tempi descritti nel mio ultimo romanzo, “Romolo – Il primo re” (Mondadori), che tratta della fondazione di Roma e si svolte quasi 3000 anni fa, ma del resto a quei tempi c’era ben poco da mettere sotto i denti, e tutto quello che si riusciva a recuperare (cacciando, pescando, coltivando o… razziando) lo si divorava senza preoccuparsi di preparare manicaretti o di impiattare come a una puntata di Masterchef. La lotta per la sopravvivenza, nel Lazio arcaico che io e Guido Anselmi (coautore del libro) descriviamo, era feroce e spietata, e la fame era una costante di quell’epoca, capace di affliggere le persone e spingerle a lottare fino alla morte pur di poter mettere le mani su qualcosa di commestibile.

E invece la crostata è un dolce che sembra facile prepararlo, tuttavia si presta a mille usi, dalla colazione alla mattina, a fine pasto, al tè delle cinque:

La mia crostata è un dolce un po’ più tranquillo, da godersi in casa con la famiglia, senza bande di predoni che possano arrivare a importunarci.

Davvero, davvero ai tempi di Romolo e Remo non c’erano prelibatezze simili? Franco ci ha detto:

Sono sicuro che se qualcuno fosse riuscito a prepararne una anche nel 770 avanti Cristo, quando inizia la storia di Romolo e Remo che raccontiamo nel libro… be’, altro che scatenare una guerra, ci sarebbe stato un genocidio, pur di metterci le mani sopra!

E se non ci credete ecco Franco in cucina!

Franco Forte in cucina BASSA

Ingredienti

250g di burro
250g di zucchero
500g di farina tipo 00
1/2 bustina di lievito
3 uova (2 rossi – 1 intero)
Aromi di vaniglia, limone o arancia (a piacimento)
Marmellata o crema di nocciole
Cottura a 180° per 45 minuti circa

Preparazione

Inserite in una planetaria o in una bastardella il burro a temperatura ambiente e unitelo allo zucchero fino a ottenere un composto cremoso, poi aggiungete poco alla volta, sempre mescolando, le uova (con degli aromi alla vaniglia o al limone o all’arancia a seconda dei vostri gusti). Una volta che le uova sono state incorporate all’impasto aggiungete la farina setacciata con il lievito. Incorporata anche la farina, occorre coprire l’impasto nella planetaria con della pellicola trasparente e lasciarla in frigorifero per un’ora circa. Trascorso questo tempo, stendete la pasta e inseritela in una teglia precedentemente imburrata e infarinata (per evitare che la frolla si attacchi alla teglia una volta cotta). Attenzione però a un importante accorgimento: bucherellate con una forchetta la frolla, prima di aggiungere la marmellata o la crema di nocciole. A quel punto mettete in forno (preriscaldato a 180°) e fate cuocere a quella temperatura per circa 45 minuti, fino a doratura della frolla. A cottura ultimata togliete la teglia dal forno, lasciatela raffreddare e servite la vostra magnifica crostata abbinata a della frutta fresca tragliata fette sottili e applicata sopra a freddo.

Se volete incontrare l’autore per ora vi segnalo due tappe ma ci saranno ancora molti altri incontri.

PRESENTAZIONI DEL LIBRO

– Venerdì 22 febbraio, ore 15.00, presso Biblioteca San Giorgio di Pistoia, in occasione del festival Giallo Pistoia, durante il dibattito “Il Giallo incontra la Storia”.

– Venerdì 5 aprile, ore 21.00, presso il salone di rappresentanza del palazzo comunale di Sant’Angelo Lodigiano (LO).

:: Un’ intervista a Franco Forte a cura di Viviana Filippini

29 gennaio 2013

francoCiao Franco, piacere averti qui ospite a Liberi di Scrivere. Più che di un tuo romanzo parleremo in generale del tuo mestiere di scrittore, direttore editoriale delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, editor e consulente letterario.

Quale è la tua idea sull’editoria italiana?

Domanda complessa e difficile da contenere in poche righe. Diciamo che l’editoria, come tutti i settori che producono beni di consumo, in questi tempi di crisi sta soffrendo parecchio, anche se lo zoccolo duro di lettori italiani pare disposto a rinunciare a molte cose ma non al caro, vecchio libro. Per di più, la diffusione dei dispositivi elettronici capaci di gestire gli ebook (dagli smartphone ai reader passando per i tablet) sta facendo crescere il settore dell’editoria digitale, il che contribuisce a fare galleggiare tutto il comparto libri al di sopra della linea di annegamento, ma diciamo che la lotta è dura e senza soste. C’è una contrazione delle vendite, una contrazione dei titoli pubblicati, una contrazione degli investimenti e delle spese che gli editori possono sopportare, il che ha riflessi a catena su tutto il ciclo produttivo e di lavoro che sta alle spalle del prodotto libro (traduzioni, revisioni, lavori redazionali, contratti, diritti, stampa, ecc). La speranza è che la situazione economica generale migliori, e quindi il pubblico, tornando a respirare un po’ di più rispetto a oggi, torni a frequentare le librerie per alimentare la mente e lo spirito con qualche buon libro.

Da quello che noti nel tuo lavoro, cosa amano leggere gli italiani?

Un po’ di tutto, anche se abbiamo una pessima abitudine, in questo Paese: farci trascinare dai “fenomeni”, che siano televisivi o perché in qualche modo scalano le classifiche, magari per merito, magari (direi la maggior parte delle volte) per sapienti operazioni pubblicitarie e di marketing. Però per fortuna quel famoso zoccolo duro di lettori che non demorde sa cosa scegliere, e si rivolge a chi soddisfa il suo desiderio di approfondire un genere piuttosto che le opere di un autore. L’importante, per chi fa editoria oggi, oltre che seguire le mode, è saper riconoscere le istanze dei lettori più fedeli. Che sono anche i più esigenti.

Da direttore delle collane Giallo, Urania e Segretissimo di Mondadori, in base a cosa scegli i libri da pubblicare?

Ovviamente in base alla mia esperienza e alle mie conoscenze della materia, oltre che dopo attenta consultazione con il pool di esperti che ognuna di queste collane può mettere in campo. Ma diciamo che la mia sensibilità personale risulta poi prevalente, quando si tratta di puntare più su un autore piuttosto che su un altro, e per fortuna al momento i risultati mi stanno dando ragione, visto che il mercato delle vendite in edicola, per quanto tartassato dalla crisi quanto quelle delle librerie, sta facendo segnare, per le mie collane, un trend abbastanza positivo. Soprattutto per i Gialli Mondadori, una collana che ha fatto e che continua a fare la storia del mystery in questo Paese.

Prediligete autori italiani o stranieri?

Non siamo noi a “prediligere”, bensì i lettori. E purtroppo sappiamo che gli italiani sono esterofili per partito preso: fra un John Smith che non conoscono e un Mario Rossi, sceglieranno sempre e comunque Mister Smith. Quindi la lotta per imporre all’attenzione del pubblico qualche buon autore italiano è ardua, ma noi la conduciamo a piccoli e attenti passi, e questa strategia qualche frutto sta cominciando a darlo. I vincitori del Premio Tedeschi per il giallo e del Premio Urania per la fantascienza, per esempio, sono sempre fra i più venduti. E alcuni autori si stanno imponendo all’attenzione del pubblico per la qualità delle loro opere, come per esempio Marzia Musneci, Carlo Parri, Cristiana Astori e Annamaria Fassio nel giallo, oppure Stefano Di Marino (che firma con lo pseudonimo Stephen Gunn le avventure del Professionista), Andrea Carlo Cappi e Giancarlo Narciso per la spy story. Nella fantascienza è molto più difficile imporre qualche buona firma italiana, e per il momento è solo grazie al Premio Urania che riusciamo a far conoscere qualche ottimo autore, come Maico Morellini o Alessandro Forlani. Però di certo l’impegno per promuovere la narrativa nazionale è costante, e soprattutto grazie ad alcune iniziative, come l’antologia “Giallo 24” uscita a gennaio nei Gialli Mondadori, stiamo cominciando a raccogliere i primi frutti.

C’è qualcuna delle ultime pubblicazioni per le collane Mondadori che dirigi a cui tieni in modo particolare?

L’antologia di cui ho appena parlato, “Giallo 24”, che raccoglie 15 racconti selezionati questa estate, quando insieme a Radio 24 di Il Sole 24ore abbiamo dato vita all’omonima trasmissione, votata  a cercare buoni racconti gialli da leggere in radio, le cui versioni ampliate abbiamo poi raccolto nell’antologia cartacea. E poi la serie del Professionista Story per Segretissimo, cioè la raccolta di tutte le storie di Chance Renard, il personaggio cult della spy story italiana creato da Stefano Di Marino, giunto ormai al 35° romanzo.

Sei direttore della «Writer Magazine Italia». Spiegaci un po’ la funzione di questa rivista?

La WMI è un magazine per gli scrittori. Fornisce non solo nozioni tecniche, ma soprattutto un modo professionale e dinamico per rapportarsi con la scrittura e con il mondo editoriale. Pubblica ottima narrativa selezionata con cura, e fornisce una spinta promozionale non indifferente agli autori che ospita, perché è una rivista ben conosciuta dagli addetti al mondo editoriale. Oltre a questo, il magazine garantisce un luogo di incontro online (il forum dedicato) unico nel suo genere, in cui promuoviamo continuamente iniziative finalizzate a pubblicare racconti in antologie e presso case editrici di rilievo.

Tra le varie iniziative della rivista, c’è anche un concorso della WMI. Chi può partecipare e di solito quanti dattiloscritti vi arrivano nella redazione ?

Il Premio WMI è aperto a tutti, senza preclusioni. I primi tre classificati vengono pubblicati sulla rivista, e questo garantisce una promozione non indifferente nel mondo editoriale che conta. Il numero dei partecipanti varia moltissimo da edizione a edizione, però bisogna tenere presente che il premio è a cadenza trimestrale, cioè ogni tre mesi c’è un nuovo bando per partecipare.

Scrivono di più gli uomini o le donne?

Al momento direi le donne. Che sono anche coloro che più leggono e più spendono soldi per acquistare libri.

Passiamo al tuo ruolo di scrittore, cosa stai scrivendo ora?

Il seguito di “Il segno dell’untore”, con la seconda indagine del notaio criminale Niccolò Taverna. Il romanzo uscirà nel 2014 per gli Omnibus Mondadori. Ma ho poi altri progetti in cantiere, fra cui un film che sto scrivendo insieme al regista Donato Pisani e che dovrebbe avere come attore principale Stefano Chiodaroli, il comico di Zelig e Colorado Cafè che ha un’anima drammatica davvero notevole.

Quando cominci un romanzo c’è qualcosa in particolare da cui prendi l’ispirazione?

Dipende, ma ormai diciamo che devo seguire più che altro le richieste da parte dei miei lettori, che pretendono un certo tipo di narrativa da parte mia, soprattutto il romanzo storico. Anche se non mi dispiace, di tanto in tanto, fare delle puntatine in generi letterari differenti, come per esempio il fantasy, il thriller o la fantascienza.

Quando scrivi ascolti musica o ti isoli in modo completo?

Nessuna delle due cose. Sono un giornalista, per formazione, e sono abituato a lavorare e a scrivere nel casino di una redazione, quindi il rumore non mi spaventa. Però la musica mi deconcentrerebbe, quindi preferisco ascoltarla in relax, non mentre scrivo.

Tra la scrittura di un romanzo e quella di un sceneggiatura per il cinema e la televisione, qual è il processo creativo più impegnativo?

Un romanzo, senza dubbio. Le sceneggiature sono difficili se non si ha dimestichezza con i dialoghi e non si possiede il dono della sintesi, altrimenti scorrono via lisce che è una meraviglia. Il romanzo, invece, è una costruzione così complessa che può prosciugarti l’anima, se non si sta attenti.

Il tuo romanzo, La compagnia della morte, è stato pubblicato in Spagna e in America Latina. Come è il pubblico di lettori rispetto a quello italiano?

Sì, ha seguito il successo di “Carthago”, che è andato molto bene. Nei paesi di lingua spagnola il romanzo storico è fra i più apprezzati, e gli autori italiani sono tenuti in grande considerazione, diversamente da quanto accade nel mercato anglosassone. Certamente pretendono il massimo dell’accuratezza storica, oltre a una buona capacità di affabulazione, e credo che “Carthago” e “La compagnia della morte” siano piaciuti proprio per questo.

Quali sono il primo libro che hai letto e l’ultimo?

Il primo è stato “20.000 leghe sotto i mari”. L’ultimo, appena chiuso, è stata in realtà una rilettura: “La storia della colonna infame” del Manzoni.

 Perché ti son piaciuti?

Perché sono stati in grado entrambi, seppure in modi completamente diversi, di raccogliere tutta la mia attenzione e farmi estraniare dal mondo. E’ questo che chiedo a un buon libro. Ed è questa magia che cerco di innescare con i lettori dei miei romanzi.

Un’ultima domanda. Che consiglio daresti a chi ama scrivere e volesse proporre a un editore il proprio lavoro?

Di non lanciarsi allo sbaraglio. Prima meglio capire come funziona questo affascinante ma terribile mondo editoriale. Come? Per esempio facendo un salto sul forum della WMI (o leggendo la rivista) per capire molte cose e confrontarsi con i professionisti della scrittura e dell’editoria.