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:: Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni di Naïri Nahapétian (Ediz. Le Assassine 2026) a cura di Patrizia Debicke

10 giugno 2026

Con Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? Naïri Nahapétian costruisce un romanzo che va al di là dei confini del noir tradizionale per trasformarsi in un inquietante viaggio dentro le pieghe più oscure della società iraniana contemporanea. Pubblicato da Edizioni Le Assassine, il libro si serve dell’omicidio di un potente magistrato come punto di partenza per raccontare un Paese angosciosamente sospeso tra desiderio di cambiamento e repressione, tra modernità e tradizione, tra speranze individuali e controllo collettivo.
L’ambientazione rappresenta senza dubbio uno degli elementi più intriganti della trama. La Teheran del giugno 2005 emerge dalle pagine con una forza quasi cinematografica. È una città soffocata dal caldo estivo, congestionata dal traffico, percorsa da invisibili ma continue tensioni . Le strade brulicano di vita, i giovani cercano difficili spazi di libertà, mentre sopra ogni gesto e ogni parola incombe l’ombra di un potere sempre pronto a controllare e reprimere. Nahapétian conosce profondamente il mondo che descrive e riesce a restituire al lettore una capitale dalle molteplici anime: moderna e antica, colta e popolare, ribelle e intimorita. Ogni quartiere, ogni ufficio governativo, ogni abitazione privata sembra serbare segreti destinati a rimanere nascosti.
In questo inquietante scenario prende forma il mistero che dà il titolo al romanzo. L’ayatollah Kanuni, giudice temuto e simbolo della repressione del regime, viene trovato morto nel suo ufficio all’interno del Palazzo di Giustizia. La sua morte potrebbe apparire come il classico delitto da risolvere, ma ben presto il lettore capirà che l’identità dell’assassino non rappresenta il vero fulcro della storia. L’omicidio si trasforma invece in una lente attraverso la quale osservare i meccanismi del potere, le rivalità interne al sistema, le contraddizioni di una società in cui la verità viene aggiustata secondo convenienze politiche. A guidarci per questo labirinto saranno due protagonisti ben calibrati. Narek Djamshid, giovane giornalista cresciuto in Francia ma nato in Iran, arrivato a Teheran con l’intenzione di raccontare le imminenti elezioni presidenziali. Il suo viaggio professionale si intreccerà presto con una ricerca più intima e dolorosa: quella delle proprie radici e della verità sulla morte della madre, figura indistinta nei suoi ricordi.
Narek guarda il Paese con uno sguardo duplice, sia interno che esterno. È per nascita figlio di quella terra ma, parimente, ne percepisce la propria estraneità. Attraverso i suoi occhi il lettore scopre una complessa realtà, lontana dagli stereotipi e dalle semplificazioni.
Accanto a lui troviamo Leila Tabihi, personaggio di grande spessore umano. Femminista islamica, donna colta e influente grazie anche al prestigio della sua famiglia, Leila incarna le contraddizioni di una generazione cresciuta nella Rivoluzione e costretta a confrontarsi con gli esiti inattesi di quello storico  cambiamento. Forte e vulnerabile allo stesso tempo, rappresenta una delle figure più interessanti del romanzo. Il rapporto che cresce fra lei e Narek aggiunge ulteriore profondità alla narrazione, offrendo momenti di confronto in grado  di illuminare i diversi aspetti della società iraniana.
Da quando i due verranno arrestati perché presenti nei pressi del luogo del delitto, la vicenda assume toni sempre più cupi. Gli interrogatori, le intimidazioni, il silenzio imposto dalle autorità e la progressiva esclusione della polizia dalle indagini mostrano un sistema che non cerca la verità ma il controllo della narrazione. La diffusione della falsa notizia secondo cui Kanuni sarebbe morto per cause naturali diventa emblematica di un potere che manipola i fatti con disarmante naturalezza. Naïri Nahapétian dimostra grande abilità nel mantenere viva la narrazione senza sacrificare la riflessione politica e sociale. Il ritmo procede con equilibrio, alternando momenti di suspense a passaggi più introspettivi. I colpi di scena non servono solo a sorprendere il lettore, ma contribuiscono a evidenziare l’instabilità di un mondo dove nulla è davvero come appare.
Particolarmente centrata  la raffigurazione dei giovani iraniani, desiderosi di libertà, di confronto con l’Occidente, di un diverso  futuro. Attraverso le loro aspirazioni emerge un Paese che non coincide con il regime che lo governa. Le donne, soprattutto, occupano un ruolo centrale nel racconto. La loro lotta quotidiana contro discriminazioni e limitazioni non viene mai trasformata in slogan, ma raccontata attraverso esperienze concrete e profondamente umane.
Più che un noir politico, Chi ha ucciso l’ayatollah Kanuni? è il ritratto di una nazione attraversata da profonde fratture. L’autrice usa il linguaggio del giallo per raccontare il peso della censura, la corruzione del potere e il desiderio di cambiamento che continua a sopravvivere. Il risultato è un romanzo intenso e coinvolgente, capace di intrattenere e far riflettere nello stesso tempo.
Alla fine resta la curiosità di conoscere l’identità dell’assassino, ma e soprattutto rimane impressa l’immagine di una Teheran viva, contraddittoria e dolente, popolata da uomini e donne costretti a muoversi in equilibrio tra paura e speranza. Ed è proprio questa capacità di trasformare un’indagine criminale in un affresco sociale a rendere il romanzo di Naïri Nahapétian un’opera attuale e sorprendentemente necessaria.

Naïri Nahapétian ha lasciato l’Iran dopo la rivoluzione islamica all’età di nove anni. I suoi genitori sono armeni iraniani. È ritornata regolarmente nel suo Paese d’origine come giornalista per realizzare numerosi reportage per diverse riviste francesi. Collabora con Alternative économiques, occupandosi di cambiamenti sociali, economici e politici.