Posts Tagged ‘Marta Ottaviani’

:: Un’intervista con Marta Ottaviani a cura di Giulietta Iannone

7 aprile 2022

Da una guerra cibernetica combattuta su internet siamo passati a una guerra guerreggiata con prigionieri, feriti, morti. E’ il dramma di questi ultimi 43 giorni. Guerra che si continua a combattere anche sui mezzi di comunicazione. Come fa la gente, la gente comune, non addentro alle questioni, per distinguere vero dal falso? Cosa consigli di fare per depotenziare le fake news, e non cascare nelle trappole della “guerra” telematica?

La domanda è complessa. La prima cosa da fare è prendere coscienza del fatto che esiste una guerra cibernetica e che bisogna stare costantemente attenti. Sembra un dato banale, ma molti ancora lo ignorano. Il primo passo è selezionare le fonti. Qualcuno potrebbe chiedersi: ma come? Ci sono luoghi antichi, ma ancora in grado di costituire una buona base di partenza: le biblioteche. Unite a una ricerca sui motori su internet a testi ‘classici’ è il primo passo per porre le basi. I social possono dare il loro apporto, a patto di saper selezionare e fonti in maniera opportuna. Di certo: fenomeni complessi, richiedono studi/fruizione delle informazioni accurate. Mi rendo conto che sia difficile fare un lavoro del genere. Ma il primo passo per combattere la disinformazione è studiare.

La Russia è un paese meraviglioso, ha dato i natali a scienziati, poeti, musicisti, romanzieri tra i più importanti della storia mondiale, questa guerra sta minando anche nell’opinione pubblica occidentale la percezione che abbiamo del popolo russo, della sua umanità, della sua fede, della sua forza. Come ovvieresti a questo dramma nel dramma? 

Molto semplicemente. Un conto è la Russia, con la sua Storia, la sua cultura, i suoi drammi e le sue contraddizioni. Un conto è la Russia di Putin. A tratti, le due Russie hanno momenti in cui si incontrano. Ma è tutto funzionale a uno storytelling determinato. Non dobbiamo mai dimenticare che la storia della letteratura e della cultura russa è una storia di dissidenza, di coraggio, di avanguardia. Gli scrittori e gli artisti visuali russi ci hanno insegnato a guardare il mondo attorno a noi con profondità d’animo e crudezza. Molti di loro hanno avuto problemi enormi con il regime zarista prima e comunista poi. Non credo personalmente che potrebbero amare la Russia di Putin. 

Sei l’autrice di un interessante volume Brigate Russe – La guerra occulta del Cremlino tra troll e hacker. Come è nata in te l’esigenza di scriverlo e come ti sei documentata?

Per fortuna, ho iniziato a pensare e a documentarmi per scrivere questo libro quando la guerra era ancora più che lontana, quasi due anni fa. Perché già così, posso dire di averci perso la salute. In sintesi, pensavo di dovermi occupare solo dei troll. E invece mi sono resa conto che c’era una trattazione ben più estesa da fare. Da qui ho iniziato a consultare per prima cosa le fonti dirette, ossia i documenti ufficiali che ho citato nella bibliografia in fondo al libro. Parallelamente ho studiato diversi testi di scienza militare, dedicati appositamente alla guerra non lineare russa. Per quanto riguarda la parte degli hacker e dei troll, un ruolo fondamentale è stato ricoperto dai paper universitari e dai resoconti di convegni internazionali dedicati al tema e organizzati dalle maggiori istituzioni e organizzazioni di tanti Paesi. Oltre al lavoro di tanti colleghi stranieri. 

Come ultima domanda, ti avevo promesso che te ne avrei fatte poche, ti chiederei un giudizio che forse esula dalle tue competenze ma ti coinvolge come essere umano. Pensi a una pace possibile? Pensi che giungeremo a una sorta di accordo che interrompa lo scontro armato violento? E cosa consiglieresti di fare se fossi al tavolo delle trattative, come donna, e come persona?

Rispondere a questa domanda è difficile. Non credo, purtroppo, che chi siede a quei tavoli possa ascoltare completamente solo quello che gli dice la sua coscienza. E al momento, a differenza dei giorni precedenti, vedo un incancrenimento del conflitto. Di fondo, entrambe le parti, quindi Putin e Zelensky, devono tornare a casa potendo dire di avere vinto, anche se questo non è vero. Perciò, se dovessi decidere io, punterei su un compromesso che vada bene a tutti, aspettando però di vedere la parte più aggressiva ricondotta a più miti consigli dalle sanzioni. Io sono una convinta sostenitrice della pace e penso che un mondo senza pace sia un mondo destinato a scomparire. Mi permetto di sottolineare una cosa. Qui c’è un Paese aggressore e un Paese (e un popolo) aggredito. La situazione storica di queste terre può essere complessa quanto si vuole. Ma non credo affatto che i torti e le ragioni in questa tragica circostanza debbano essere divisi in parti uguali. E, in ultimo, altre due considerazioni. La prima è che perché la pace sia pace, bisogna volerla tutti. Tradotto in termini pratici: basta tentativi di destabilizzazione dell’Occidente. In secondo luogo, molto importante: la guerra militare prima o poi finirà. E preghiamo tutti perché questo avvenga al più presto. La guerra non lineare continuerà all’infinito e quella, purtroppo, non abbiamo ancora capito come si combatte. Spero con il mio libro di aver dato un piccolo contributo.

7 aprile 2022

:: Brigate russe di Marta Ottaviani (Ledizioni editore 2022) a cura di Giulietta Iannone

12 marzo 2022

Nel libro ‘Brigate Russe’ (Ledizioni, 213 pagine, 14,90 euro), ho approfondito tutti questi aspetti, raggruppati in quattro parti. La prima aiuta a collocare il fenomeno dal punto di vista storico e geopolitico. La seconda è dedicata alla cyberwar degli hacker. La terza è dedicata ai troll e a come vengono utilizzati i social per manipolare l’opinione pubblica e mettere in difficoltà gli avversari. La quarta, infine, è dedicata alla propaganda di Stato, più o meno esplicita. Un soft power che però, inteso nell’accezione russa, mira a far ritagliare spazi di manovra sempre più alti. A dimostrazione di come sia sempre più importante riflettere su quello che si legge e saper fare selezione. La Russia ha inventato un nuovo modo di fare la guerra, ma altre nazioni, come la Cina, hanno iniziato a imitarla.

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/pirati-in-rete-e-disinformazione-la-guerra-non-lineare-di-mosca

La disinformazione destabilizza il nemico. Il nostro cervello ragiona in base a un sistema binario 0,1; sì, no; vero, falso. Anche un decisore etico fa scelte errate se inquinate da premesse scorrette. Anche Gandhi aveva teorizzato questa forma di violenza non manifesta che se vogliamo è di premessa a molte forme di violenza poi conclamata.

L’informazione non è neutrale, causa decisioni che possono influenzare la vita di un individuo come il corso di una guerra.

Dall’arte della guerra di Sun Tzu si è cercato di teorizzare le tecniche migliori per sconfiggere il nemico sempre tenendo fermo il punto che chi sconfigge il nemico senza combattere fa la cosa migliore. Di teorici della disinformazione ce ne sono in ogni paese, stato, continente (non solo in Russia).

Le basi si studiano nei corsi di teoria politica o guerra psicologica. Marta Ottaviani ha indagato con il suo piglio critico sulle tecniche usate in Russia e l’ha fatto cercando di illustrare al vasto pubblico ancora a digiuno che anche con l’informazione (o meglio la disinformazione capace di inquinare il dibattito democratico) si combattono le guerre. In un agile volumetto discorsivo e spigliato sintetizza informazioni, dati, nomi, date, e giunge a conclusioni plausibili e non prive di acume.

La guerra cibernetica combattuta sui canali digitali a colpi di fake news, troll, hacker ha di brutto che poi può far cadere in errore anche chi la commette, da entrambi i lati della barricata, non distinguere più il vero dal falso, perdere la cognizione che ci sia differenza tra il vero e il falso è un errore campale che può far perdere prestigio, guerre, vite umane.

Che siate putiniani o antiputiani (magari favorevoli a Alexei Navalny) comprendere le ragioni del nemico, come pensa, come ragiona è essanziale partendo sempre dall’assunto etico che è sempre meglio non demonizzare il nemico ma considerarlo un compagno o fratello “oppositore” come suggerisce giustamente Papa Francesco e chi prima di lui ha analizzato le dinamiche che regolano il vivere civile. Non inquinare il fiume in cui anche noi berremo è essenziale e delimita tutti i limiti di questa spietata guerra tecnologica di cui un po’ tutti siamo vittime consapevoli o inconsapevoli.

Il libro di Marta Ottaviani ha il pregio di dare concretezza ad assunti teorici e spiegare nei fatti questi meccansimi in azione. Viviamo in un mondo sempre più globalizzato, interconnesso, grazie ai satelliti, alle telecomunicazioni, a internet e alla volontà dei popoli di perseguire una convivenza pacifica, viviamo in una casa comune (o casa di vetro come hanno delineato alcuni teorici) in cui il bene di uno massimizza il bene dell’altro, il male di uno determina il male dell’altro.

Dove si sia spezzzato questo circolo virtuoso iniziato col 1989 e la caduta pacifica del comunismo sovietico non è dato sapere, la fine della storia non c’è stata, anzi siamo ricaduti negli stessi errori, nelle stesse dinamiche ostili da cui avevamo tentato di liberarci. Debolezza dell’Occidente? Malafede condivisa? E’ difficile giungere a una conclusione univoca. Comunque non abbiate paura del libro di Marta anche se dissentite in alcuni punti e in alcune conclusioni, è utile nella maniera in cui allena il vostro cervello a ragionare criticamente e a ponderare le dinamiche che regolano il nostro complesso mondo contemporaneo.

Marta Federica Ottaviani (Milano, 1976) si occupa di Turchia e di Russia per il quotidiano Avvenire, per cui ha seguito anche la crisi del debito in Grecia, e altre testate nazionali. Collabora con diversi think tank, fra cui Aspen Institute. Il suo ultimo libro Il Reis, come Erdogan ha cambiato la Turchia (Textus Edizioni) ha vinto il Premio Fiuggi Storia.

Source: acquisto personale.

:: Un’intervista con Marta Ottaviani

3 aprile 2018

Il reis. Come Erdogan ha cambiato la TurchiaBenvenuta Marta e grazie per aver accettato questa intervista per Liberi di Scrivere. Sei nata a Milano nella seconda metà degli anni Settanta. Ti sei laureata in Lettere Moderne all’Università Statale di Milano, e successivamente ti sei specializzata all’Istituto per la Formazione al Giornalismo Carlo De Martino. Sei una scrittrice, sei una giornalista, esperta di tematiche sociali, politiche e economiche legate alla Turchia e alla Grecia di cui scrivi per i quotidiani Avvenire e La Stampa, collabori con Aspenia e vieni spesso invitata come esperta di questi due Paesi da think-tank e organizzazioni. Cosa vuoi dire d’altro di te ai nostri lettori?

Che sono una felice imprenditrice di me stessa e che nella vita ho creduto sempre tantissimo in quello che facevo. Quando nel 2005 sono partita per la Turchia, molti, anche molti colleghi, mi guardavano come se fossi impazzita. Non pensavano che quel Paese sarebbe potuto diventare strategico e importante da monitorare. Sono riuscita a fare della mia specializzazione il mio lavoro e sono molto felice per questo.

Hai scritto tre libri: Cose da turchi. Storie e contraddizioni di un paese a metà tra Oriente e Occidente, Mille e una Turchia e l’ultimo Il reis. Come Erdogan ha cambiato la Turchia con cui hai vinto il Premio Fiuggi-Storia, per la sezione Gian Gaspare Napolitano-Inviato Speciale. Come è nato il tuo interesse per la Turchia, e cosa ti ha spinto nel 2005 a trasferirti in questo paese?

Mi volevo occupare di esteri e volevo una specializzazione che non fosse banale. Il mio grande amore era la Russia, infatti dopo il turco adesso sto studiando il russo. Ma avevo bisogno di una mia nicchia di mercato. La Turchia era potenzialmente interessante quanto inesplorata e mi sembrava assurdo. Ho vinto due borse di studio che mi potevano aiutare in questo progetto e senza pensarci due volte sono partita. Dovevo rimanere otto mesi, ci ho vissuto per otto anni.

Il tuo nome è una firma autorevole del giornalismo italiano rispetto a queste tematiche. Sei ancora giovane, sei donna, quali sono state le maggiori difficoltà che hai affrontato? Appena arrivata in Turchia come era la condizione della donna? Come è cambiata oggi?

Grazie per il giovane, ma a 42 anni probabilmente in un Paese con un mercato più mobile chi ha maturato un’esperienza come la mia avrebbe avuto un percorso ancora più ricco di soddisfazioni. Per quanto riguarda la situazione della donna in Turchia, è un argomento molto complesso. Diciamo che comunque le donne sono le prime a pagare per la virata conservatrice imposta da Erdogan al Paese. Molte, paradossalmente lo vedono come un liberatore perché ha permesso loro di andare a scuola con il velo islamico, che prima era proibito. È la dimostrazione che un laicismo impresso a forza serve a poco, se non viene accompagnato da tutti quegli step che garantiscono il mantenimento di una società aperta e plurale.

La Turchia credo sia per noi occidentali un mondo ancora misterioso, sebbene la distanza geografica non è grandissima. A cosa pensi sia dovuto? Per disinteresse nostro, o per una ritrosia del popolo turco ad avere contatti con noi europei?

Per prima cosa si studia poco e male la storia a scuola. La Turchia prima nelle vesti di impero ottomano e poi di repubblica ha sempre avuto una grande influenza sul Vecchio Continente anche se non sempre positiva. A questo mancato studio della storia fa purtroppo seguito una scarsa conoscenza del Paese e il fatto che alcuni capitoli del passato per loro sono ancora aperti, ne è un esempio per tutti la politica aggressiva che la Turchia sta attuando nei confronti della Grecia. In ultimo, purtroppo, pensiamo alla Turchia come a un qualcosa di lontano e invece è vicinissima non solo geograficamente. Il numero di turchi in Italia e in Europa aumenta di anno in anno. A questi vanno aggiunti tutti gli appartenenti alle altre comunità musulmane che sono fortemente influenzati da Erdogan. Tutti aspetti che secondo me non vengono valutati con sufficiente accuratezza né in sede nazionale né in sede europea.

Oriente e Occidente, due mondi così lontani, ma non inconciliabili. In fondo sentimenti, debolezze, aspirazioni, sono le medesime. Cosa ci divide, cosa ci unisce?

Mi pare una domanda davvero troppo complessa da riassumere in poche righe e forse sarebbe più adatto un mediorientalista che una persona come me che comunque si occupa di uno stato singolo. Quello che però posso dire con grande convinzione è che la Turchia di oggi, per come viene gestita, è un Paese profondamente divisivo che può solo aggravare gli equilibri già molto fragili nel Mediterraneo.

Cosa hai amato di più di questo paese? Raccontaci un aneddoto divertente che ti è successo durante il tuo lungo soggiorno in Turchia.

Ne potrei raccontare a decine. Il popolo turco è un popolo molto interessante da osservare anche per la loro innata generosità. Purtroppo, a causa della situazione politica, è un popolo che sta cambiando. I sentimenti anti occidentali non sono mai stati così nettamente percepibili. Sottolineo questo aspetto perché tutti i numerosi e positivi ricordi che ho mi sembrano in qualche modo lontani nel tempo.

La Turchia è un paese a grande maggioranza islamica. Le altre religioni sono tollerate? Si può professare liberamente il proprio culto?

In Turchia c’è una libertà di culto garantita per legge ma un stretto divieto di proselitismo. Ci sono poi alcuni problemi legati allo status di alcune confessioni. Per esempio i cattolici non hanno riconoscimento giuridico, ne deriva che ottenere permessi diventa decisamente più complicato. Gli ortodossi chiedono da tempo che venga riaperto il seminario di Halki sull’isola di Heybeliada ma appare sempre di più un sogno irrealizzabile. Vi è poi da aggiungere che le tensioni con l’Occidente e Israele, nonché il deterioramento della democrazia stanno determinando un fuggi fuggi generale per il quale se continua così, fra qualche generazione non si potrà nemmeno più parlare di minoranze.

Sei una persona coraggiosa, la vita dei giornalisti in questo periodo dopo il tentato colpo di stato del luglio del 2016 non deve essere facile, specie se espongono in pubblico opinioni che possono essere mal viste dal governo turco. Ti sei mai sentita limitata nella tua libertà di espressione? È ancora possibile in Turchia parlare e scrivere liberamente? Ricordiamoci che per quanto abbia intrapreso una strada autoritaria, è ancora una democrazia, esistono le opposizioni, il presidente Erdogan è democraticamente eletto.

Andiamo con ordine. So che il mio lavoro è costantemente monitorato come quello di molti altri giornalisti. I colleghi turchi sono messi molto peggio di noi. Molti sono scappati, altri hanno cambiato lavoro, per non parlare delle decine che sono stati arrestati. Personalmente, non mi sento mai tranquilla, nemmeno quando sono in Italia. Bisogna stare costantemente attenti ai social, perché vengono controllati da persone vicine o simpatizzanti del governo, poi certo quando si è sul campo è diventato tutto più difficile. Le fonti non parlano più come una volta e chi lo fa devo dire che ha davvero tanto coraggio. Tuttavia, non è questo il momento di avere paura.

Auspicheresti un’entrata della Turchia nell’Unione europea? È di oggi la notizia del fallito vertice di ieri a Varna sul Mar Nero tra il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il presidente della Commissione Ue Jean Claude Junker. Cosa porterebbe la Turchia all’Europa, che benefici? E che benefici potrebbe ottenere a sua volta la Turchia non solo a livello politico ed economico?

Come noto io sono un’europeista molto convinta. Tuttavia credo che la Ue dovrebbe seriamente ripensare a se stessa e alle sue politiche prima di attuare altri allargamenti. Stiamo ancora pagando in parte e sotto vari aspetti quelli attuati negli anni scorsi. Questo discorso è ancora più valido se si parla di allargamenti con Paesi particolarmente problematici come la Turchia, che per altro adesso è fuori da molti parametri europei. Personalmente credo che sia Ankara sia Bruxelles per motivi diversi non siano interessate a proseguire in maniera concreta questo discorso. E credo anche che sia la decisione giusta. Fino al 2009 ero una sostenitrice dell’ingresso turco in Ue. Ma sono cambiate troppe cose, inclusa la gente. Su una cosa i turchi credo abbiano ragione: all’inizio, nel 2003 dico, la Ue non si è comportata in maniera corretta con loro. Dovevano dire subito o sì o no. Questo tira e molla, aggiungo io, ha fatto il gioco di Erdogan, che di europeo non ha nulla e di anti occidentale parecchio.

Grazie della tua disponibilità, chiuderei questa intervista chiedendoti di anticiparci i tuoi progetti per il futuro. C’è un nuovo libro in programma?

Il primo progetto lo metto in pratica tutti i giorni ed è continuare a studiare e aggiornarmi per garantire ai miei lettori informazioni e analisi di qualità. Programmi ne ho tanti, non solo sulla Turchia, ma anche sulla Grecia. Fra questi certo c’è anche un nuovo libro, ma voglio pensare bene prima di scrivere qualcosa di definitivo. Gli eventi sono estremamente fluidi ed è importante prima capire e poi scrivere.