Archive for the ‘Interviste’ Category

:: Un’intervista con Giorgio Ballario, autore de “L’equivoco del sangue” a cura di Giulietta Iannone

10 novembre 2024

Grazie Giorgio per avere accettato questa mia nuova intervista e bentornato su Liberi di scrivere. È appena uscito il settimo episodio della serie Morosini, intitolato L’equivoco del sangue, vuoi spiegarci il titolo a cosa si riferisce?

Grazie a te per lo spazio e la disponibilità. Il titolo prende spunto dal sangue di un delitto, ovviamente, ma anche da un tema che percorre l’intero romanzo, cioè le conseguenze, spesso negative, talvolta anche drammatiche, delle relazioni fra coloni italiani e donne indigene, in Eritrea come nelle altre colonie. Relazioni dalle quali potevano nascere figli che erano per l’appunto “mezzosangue” e poiché erano frutto di unioni clandestine non avevano gli stessi diritti degli altri bambini.

Siamo nel dicembre del 1937, ad Asmara viene aggredita e uccisa per strada la domestica di un’importante famiglia di coloni italiani, di origine piemontese e valdese. Così Morosini viene richiamato dalla sua licenza a Massaua per indagare sempre in compagnia del maresciallo Barbagallo e dello scium-basci Tesfaghì. Sarà un’indagine complessa con parecchie diramazioni. Importante indizio le impronte lasciate vicino al corpo della donna, vero?

Le impronte sono un indizio importante, ma siccome le indagini scientifiche all’epoca erano poco diffuse saranno altri elementi a mettere Morosini sulla strada giusta. Ma solo alla fine del romanzo, perché prima, a lungo, lui e i suoi collaboratori brancolano nel buio.

Puoi parlarci dei fatti riguardanti Debra Libanòs, una pagina davvero molto buia della nostra presenza in Etiopia, e quasi del tutto dimenticata.

È un brutto episodio della nostra storia coloniale avvenuto nel maggio del 1937. Non fa parte di questo romanzo ma compariva meglio in uno precedente della serie: dopo l’attentato dei Giovani Etiopi contro il vicerè Graziani di pochi mesi prima, nel quale il generale rimase ferito e ci furono alcuni morti, le forze militari italiane diedero il via a una repressione molto violenta dei “ribelli” etiopi, che culminò appunto nel massacro di Debra Libanòs. Decine di guerriglieri etiopi avevano trovato rifugio nel monastero copto e l’esercito italiano, dopo averlo accerchiato e conquistato con l’ausilio degli ascari somali e libici e di collaborazionisti etiopi di etnia Galla, fucilò sia i guerriglieri, sia centinaia di monaci considerati complici.

A seguito di questi sanguinosi fatti Graziani venne richiamato in Italia e il duca d’Aosta prese il suo posto come viceré, forse anche su pressione della chiesa copta. Nel tuo libro parli anche del coinvolgimento di missionari svedesi nel sostegno ai ribelli. In che misura anche i religiosi divennero strumento politico dei rispettivi governi? Ti sei fatto un’idea in proposito.

Non so se ci furono pressioni della Chiesa copta, non credo avesse la forza di farlo. Di certo c’era la volontà di ricostruire un sistema di relazioni più amichevoli con i copti e con le etnie etiopi che erano meno ostili all’occupazione italiana. E poi lo stesso Graziani aveva parecchi nemici “interni”, credo che lo stesso Mussolini lo considerasse adatto per operazioni belliche ma meno per governare.

In cosa consisteva la pratica del “madamato”, ed era così diffusa nella struttura sociale coloniale in Eritrea?

Il madamato era la consuetudine del concubinaggio, cioè della convivenza più o meno regolare tra un colono e una donna locale, una relazione non soltanto sessuale ma anche affettiva che spesso sfociava nella nascita di vere e proprie famiglie che però non erano unite dal vincolo del matrimonio.

Che libri o film ti hanno ispirato nella stesura del libro?

Non c’è stata nessuna ispirazione particolare che ha influenzato questo romanzo, almeno in modo esplicito. Poi è ovvio che tutto ciò che ho letto e guardato riguardo l’esperienza coloniale ritorna qui, come negli altri libri.

Sembra che un nuovo personaggio femminile abbia fatto capolino nel libro, la vedova Caterina. Prevedi uno sviluppo in questo senso o resterà un evento isolato della sua vita? Magari Erika o Lucilla sono donne più adatte ad alleviare la solitudine di Morosini?

Mai dire mai, però non credo che Caterina abbia le caratteristiche giuste per rappresentare una presenza fissa nel futuro di Morosini. Quanto a Erika e Lucilla, compaiono già da parecchi episodi e prima o poi bisognerà capire che cosa sarà di loro.

Ami inserire nelle tue storie personaggi storici realmente esistiti, in questo episodio è la volta di Comisso, giornalista e scrittore, vuoi farci un breve accenno a questo personaggio?

Giovanni Comisso è uno scrittore veneto ormai un po’ dimenticato (anche se adesso La Nave di Teseo sta ripubblicando alcuni suoi romanzi) che conobbe fama e successo negli anni Cinquanta e Sessanta. Ma aveva iniziato molto prima, con buoni risultati, tant’è vero che quando incontra Morosini in “L’equivoco del sangue” è già un autore affermato e collabora con importanti quotidiani italiani. In questo caso, ed è ovviamente tutto vero, si trovava in Eritrea per conto della Gazzetta del Popolo. Dopo l’esperienza nella Grande Guerra era stato volontario a Fiume con D’Annunzio e aveva visto di buon occhio l’ascesa del fascismo, ma verso la fine degli anni Trenta era ormai deluso dall’esperienza politica e in parte censurato perché accusato di aver scritto un libro “disfattista” sulla prima Guerra Mondiale.

A parte Lucarelli, e Cellamare, ancora pochi scrittori di narrativa trattano nei loro libri di tematiche legate al colonialismo in Africa e all’avventura coloniale italiana in genere. Passano gli anni è la tua serie resta ancora quasi un unicum nel panorama letterario nazionale. Da un certo punto di vista ti permette maggiore libertà e originalità, da un altro è sempre un segno di trascuratezza culturale. Pensi ci siano alcuni segnali che le cose cambieranno?

C’è stato anche qualcun altro che si è cimentato con il fenomeno coloniale, penso a Davide Longo con “Mattino a Irgalem” (che è più un libro sulla guerra, però), a Enrico Brizzi con il suo ucronico “L’inattesa piega degli eventi” e al romanzo storico “I fantasmi dell’impero” di Dodero, Panella e Consentino. E poi il capostipite, Ennio Flaiano con il capolavoro “Tempo di uccidere”, che però è un libro del 1947 ed è quasi autobiografico, perché lui stesso combatté in Abissinia. Per il resto è vero, il fenomeno coloniale ha prodotto poca letteratura ed è un peccato.

Hai avuto modo di presentare all’estero la serie? In che paesi preferiresti che venisse tradotto e distribuito? Ci sono novità in tal senso?

Purtroppo no, lo scorso anno è stato tradotto in Spagna un romanzo della serie contemporanea del detective Hector Perazzo, ma nulla più. Forse Morosini e l’ambientazione coloniale è troppo legata alla storia italiana, anche se penso che uno straniero la potrebbe comunque leggere come un’affascinante saga poliziesca ambientata in un luogo esotico.

Sei già all’opera per l’ottavo episodio del maggiore Morosini, puoi anticiparci qualcosa?

No, non ho ancora neppure l’idea. Nei prossimi mesi voglio dedicarmi alla promozione di questo romanzo, appena uscito, e a concludere un nuovo capitolo della serie di Hector. Poi vedremo, di solito faccio passare un paio d’anni prima di tornare in libreria con Morosini, quindi ne potremo riparlare nel 2026.

:: Un’intervista con Marina Visentin, autrice di Aurora a cura di Giulietta Iannone

24 ottobre 2024

Benvenuta Marina su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Giornalista, traduttrice, scrittrice, parlaci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.

Non è semplice da sintetizzare la mia vita lavorativa. Ho studiato da filosofa e quello volevo fare da grande, invece mi sono ritrovata a fare la copy-writer in un’agenzia di pubblicità, non mi piaceva e mi sono messa a fare la giornalista. La cronaca mi stava stretta, ho pensato bene di lanciarmi nel mare tempestoso della critica cinematografica. Le parole mi sono sempre piaciute e quindi ogni tanto mi sono anche divertita a tradurle da una lingua all’altra. I romanzi sono venuti alla fine, dopo una lunga strada lastricata di saggistica, tra cinema e filosofia, ma mi hanno dato tra l’altro la possibilità di far rivivere il vecchio e mai dimenticato amore per le sfumature nere della cronaca e della storia.

Hai da poco pubblicato Aurora, un ottimo noir nella collana Calibro 9 di Laurana Editore. Ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

La prima idea è nata da uno spunto autobiografico: uno spavento che davvero ho provato alcuni anni fa. D’improvviso, senza alcuna ragione, avevo scoperto che qualcuno mi stava seguendo, prendeva informazioni su di me, mi sorvegliava. Per alcune settimane mi ero sentita vulnerabile, inspiegabilmente sottoposta a un controllo misterioso e inquietante. Come era iniziata, in modo altrettanto repentino, questa esperienza è finita. Non ho mai saputo a cosa fosse dovuta, probabilmente a uno scambio di persona. Da questa sensazione di minaccia, tanto inafferrabile quanto allarmante, è nato il primo nucleo di Aurora, che si è poi arricchito della mia passione per l’arte contemporanea e del mio desiderio di scrivere. Per raccontare delle storie, certo, ma anche e soprattutto per dare voce alle donne, alle loro paure, ai loro desideri, alle loro fragilità, alla loro forza, nonostante tutto.

Partiamo dall’ambientazione, una Milano invernale, grigia, fredda, con puntate al lago e a Venezia. Uno scenario malinconico, triste, come hai definito i contorni nelle cose, degli ambienti?

La vera protagonista di Aurora è l’acqua: acqua che ti avvolge, acqua che ti sommerge, acqua di cui avere paura. Acqua trasparente e al tempo stesso torbida. L’acqua di cui Gemma, la protagonista del romanzo, ha paura. Per un motivo ben preciso, che si ricollega al suo passato, a un evento traumatico che ha tentato di seppellire nel profondo della sua coscienza, ma che ogni notte ritorna sotto forma di incubo. Il lago Maggiore e Venezia sono i due scenari che ho scelto proprio per raccontare l’acqua nella sua dimensione calma – il lago, la laguna – e al tempo stesso minacciosa. E poi c’è Milano, ancora e sempre, la mia città, amata e detestata. E ho scelto di raccontarla in inverno, nelle giornate più corte dell’anno, perché proprio il buio è la dimensione che più di altre può descrivere la paura, il disagio, la vulnerabilità.

Gemma è la protagonista, una donna apparentemente forte, realizzata, anche benestante ma con un segreto che teme che tutti possano scoprire. Come hai costruito questo grumo nero di male, nel cuore di un personaggio per certi versi solare?

In qualche modo ho fatto appello all’ambivalenza che abita tante donne: forti, fortissime, capaci di affrontare a testa alta prove di ogni genere e però intimamente fragili, bisognose di sostegno, incapaci di emanciparsi davvero da una profonda sensazione di inadeguatezza. L’idea del segreto da nascondere nasce proprio da questa esperienza condivisa da tante donne: un senso di colpa che nasce prima di tutto dalla sensazione di essere deboli, dalla paura di non essere veramente all’altezza.

La protagonista è una donna forte, razionale, ma nei sogni torna al passato, alla fobia per l’acqua, a un senso di colpa che non l’abbandona. Molto freudiano non trovi? Quanto incide la psicanalisi nel tuo narrato?

Grazie di avermi fatto questa domanda! La dimensione psicologica per me è fondamentale. Più dell’intreccio mi interessano i personaggi, la verità delle relazioni che intrattengono con gli altri, con il mondo circostante. Gemma, la protagonista del mio romanzo, rivive ogni notte – negli incubi che turbano il suo sonno – un evento traumatico che ha segnato la sua vita, che ha costruito la sua personalità all’insegna della paura. Paura che si è cristallizzata in una sorta di corazza che serve a tenere a distanza il mondo, oltre che nel tentativo di rimuovere dalla coscienza tutto ciò che può infastidire e mettere in crisi. Quindi, sì, per rispondere alla tua domanda, direi che la psicoanalisi e in generale gli studi di psicologia hanno – hanno sempre avuto – un notevole influsso sulle mie riflessioni e quindi sulla mia scrittura.

Per un malinteso, non sto a spiegare cosa succede, incontra Vittorio. Ci vuoi parlare di questo personaggio?

Non vorrei parlarne troppo, perché non vorrei svelare troppo della trama a chi ci legge. Però mi sembra importante dire che Vittorio è un personaggio tridimensionale. Può sembrare semplicemente un “cattivo”, perché inizialmente è questa la sua funzione – diciamo così – all’interno dell’intreccio, ma in realtà è un personaggio pieno di sfaccettature. Il suo ruolo può rivelarsi negativo, ma forse più che altro è destabilizzante, rispetto all’iniziale equilibrio della protagonista. Forse incarna solo e semplicemente un’immagine di amore tossico, ma a me sembra importante parlarne, non smettere mai di interrogarci sui motivi che possono rendere un uomo come Vittorio tanto seducente.

Quali autori e opere d’arte ti hanno influenzato nella stesura del tuo libro?

Sicuramente una delle immagini iniziali da cui prende le mosse l’intero romanzo è Ophelia di John Everett Millais, un quadro celeberrimo, simbolo del movimento preraffaelita e perfetta rappresentazione di come bellezza e disfacimento, giovinezza e morte possono sovrapporsi in tanti modi, sotto il segno del fascino e dell’inquietudine. Se devo citare un libro, mi viene in mente Acqua nera di Joyce Carol Oates, che guarda caso, nella vecchia edizione che possiedo da tanti anni, ha in copertina proprio questo quadro che per tanti anni mi ha ossessionato.

Ci sono derivazioni cinematografiche? Film o telefilm che ti hanno dato ispirazione?

Tantissimi, naturalmente. Il mio immaginario si nutre di immagini in movimento da una vita intera. Però, per citare un solo titolo, ti direi Il segno del comando, uno sceneggiato degli anni Settanta che ho rivisto per caso proprio mentre stavo cominciando a scrivere questo romanzo, e a cui voluto in qualche modo rendere omaggio. Non tanto alla storia, quanto alla sua atmosfera – sospesa, inquieta, misteriosa.

Immaginati che una casa di produzione cinematografica ne compri i diritti. Hai carta bianca. Chi immagini potrebbe essere il regista e quali attori vedresti nelle parti principali?

Davvero difficile come domanda, soprattutto a voler tenere i piedi per terra. Allora forse meglio sognare: Roman Polanski come regista, Cate Blanchett come attrice protagonista.

Grazie della disponibilità, nel salutarti mi piacerebbe sapere quali sono i tuoi progetti futuri.

Sto lavorando al terzo romanzo della serie di Giulia Ferro, la mia poliziotta milanese, alle prese con un nuovo caso e con la voragine rappresentata dai complicatissimi rapporti con la sua famiglia. Spero di riuscire a vederlo pubblicato il prossimo anno.

E grazie a te!

:: Un’intervista con Cristina Pasqua e Alessandro Pera autori di “Forbici”

11 ottobre 2024

QM sono le risposte a quattromani.

Benvenuti Cristina e Alessandro su Liberi di scrivere. Grazie di avere accettato questa intervista. Inizierei con le presentazioni. Ognuno si presenti.

Cristina Pasqua: sono un’editor freelance, una redattrice, una correttrice di bozze. Non mi viene facile dire che sono una autrice, visto che ho pubblicato solo due raccolte di racconti, Diciassette (Odradek Edizioni, 2001) e, a distanza di oltre vent’anni, Fughe (pièdimosca, 2023). Oltre all’uscita di forasacchi (pièdimosca | glossa, 2024), una raccolta di microtesti, ho partecipato alle antologie multiperso (pièdimosca | glossa, 2022) e L’ordine sostituito (déclic, 2024). Credo che per definirsi scrittrice sia necessario essere letta e io penso di essere arrivata solo a uno sparuto gruppo di persone, agli amici. Sono un’appassionata di arte contemporanea e di fotografia, un’amante di cani abbandonati, una lettrice onnivora, mi piace camminare e lavorare a maglia, non ho la patente, detesto stendere lavatrici e ancora di più ritirare e piegare i panni.

Alessandro Pera: lavoro come operatore impegnato in percorsi educativi rivolti ai minori delle periferie romane. Sono attivo con la cooperativa Diversamente nelle scuole e nel territorio, proponendo soprattutto interventi di didattica innovativa e narrazioni didattiche. Nel 1999 ho pubblicato con Odradek Edizioni la raccolta di racconti Afa, tra i finalisti del premio Strega 2000, e nel 2014 In tempo di guerra e altri racconti con Lorusso Editore.

Siete gli autori a quattro mani di un romanzo Forbici edito da Lorusso editore. Descrivetemi il libro in modo personale e originale.

Come è stata l’esperienza di scrivere a quattro mani? Come avete proceduto?

Forbici lo possiamo definire un poliziesco, c’è un commissario, ma l’indagine procede in modo molto particolare. Come avete intrecciato i vari avvenimenti del presente e del passato?

Chi ha avuto l’idea di base, il soggetto iniziale?

Cristina Pasqua: Due teste, quattro mani. Forbici è nato da una nostra conversazione, nel lontano febbraio 2014, in coda alla presentazione di In tempo di guerra (Lorusso editore, 2014), raccolta di racconti di Alessandro. Era da un po’ che non ci vedevamo, è stata l’occasione per ritrovarci e l’iniziodi una sfida: riuscire a scrivere un romanzo. Ai tempi, praticavamo solo la forma breve, – a parte il mio avventato tentativo di trasformare in romanzo Carlotta dei miracoli, racconto cinematografico segnalato al Premio Solinas 2002. Ci siamo detti che provare a scrivere un romanzo di genere a quattro mani sarebbe stato divertente. Io, proprio in quel periodo stavo leggendo autori di romanzi di genere ‘seriali’, che seppur originali e molto diversi tra loro per personaggi e ambientazione, presentavano un curioso humus comune. Francisco Gonzalez Ledesma e il suo ispettore Méndez con le tasche delle giacche sempre sformate dai libri, il commissario Kostas Charitos di Petros Markaris, con la sua passione per i lemmi del vocabolario associati ai casi del momento; Lemaitre con il suo minuscolo commissario Camille Veroheven, praticamente un nano, figlio di una pittrice assassinata, che fa schizzi degli indagati durante gli interrogatori, ma anche, seppure di sguincio; il giornalista d’inchiesta Mikael Blomkvist creato dalla penna di Stieg Larsson. La cosa che ritrovavo in autori così diversi era l’ottica larga, non solo un giallo, non solo il genere, ma anche un’ analisi del contesto, un’ambientazione molto caratterizzata – le vie, le strade, i locali –, un protagonista con una passione particolare, una vena di critica sociale, a volte un taglio di sapore politico – penso alla Grecia dei Colonnelli dove Kostas era un questurino, al personaggio di Zisis per Markaris; all’interdizione e all’alienazione dei suoi beni di Lisbeth Salander di Blomkvist, all’interessante respiro politico di Ledesma.

Roma si può dire, o meglio il quartiere di Montesacro, è un “personaggio” importante del romanzo. È tutto nato da un luogo? Siete entrambi di Roma?

Quali sono i vostri autori preferiti? Chi vi ha principalmente ispirato?

Cristina Pasqua: Shirley Jackson, Irvine Welsh, Borges, Cortázar e Italo Calvino per formazione, Dino Buzzati. Anche Philip Roth e Vladimir Nabokov. Toni Morrison. E fra gli italiani Calvino e Buzzati.

Alessandro Pera: Per il libro Forbici Ledesma, Markaris, Lemaitre che abbiamo citato prima.

Ci sono derivazioni cinematografiche? Film o telefilm che vi hanno dato ispirazione?

Avevate già scritto testi a quattro mani?

Immaginatevi che una casa di produzione cinematografica ne compri i diritti. Avete carta bianca. Chi immaginate potrebbe essere il regista e quali attori vedreste nelle parti principali?

Grazie della disponibilità, nel salutarvi mi piacerebbe sapere quali sono i vostri progetti futuri.

Alessandro Pera: Anche io ho un libro nel cassetto, chissà…

:: Un’intervista con Daniele Cellamare, autore di Takeko – Storia di una samurai a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2024

Buongiorno professore, bentornato su Liberi di scrivere. Esce domani, per Les Flaneurs Edizioni, il suo nuovo romanzo Takeko – Storia di una samurai, ce ne vuole parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Quando scelgo gli argomenti da trattare guardo sempre con attenzione le pagine di storia meno conosciute e la figura di Takeko rientra sicuramente in questa categoria.

Ci porta nel Giappone di metà ottocento. Un periodo storico molto particolare, ce ne vuole parlare?

Un periodo intenso e drammatico. Dopo quasi trecento anni di sistema feudale rappresentato dallo Shogun (dal 1603 al 1868), il Sol Levante cambia pagina con l’imperatore Meji che ripristina l’autorità imperiale e avvia il paese verso la modernizzazione.

Takeko, la protagonista, è una donna coraggiosa e determinata in un mondo in cui non c’era molto spazio per le donne. Come riuscì a farsi strada?

Per questa giovane donna non è stato facile, ha dovuto vincere le resistenze degli altri samurai ed è riuscita a farlo solo con una forza di volontà incredibile, un obiettivo raggiunto faticosamente con duri allenamenti e grandi sacrifici.

E’ un personaggio realmente esistito, ho trovato molto materiale in rete, lei come si è documentato? Su che testi?

Ahimè, gli autori di romanzi storici non amano svelare i loro piccoli segreti. Comunque ho utilizzato una storiografia (coeva e successiva) quasi completa su questo personaggio. Un lavoro durato un paio di anni.

Ha un’approfondita conoscenza della cultura e dei termini tecnici legati alle armi e ai testi poetici. Come è nato il suo amore per il Giappone e questa cultura così diversa dalla nostra?

Inutile dire che il Giappone è un paese misterioso e affascinante. I miei studi sull’Estremo Oriente, prima politici e dopo sociologici, mi hanno avvicinato a questa realtà così lontana e mi hanno spinto ad approfondire quella cultura.

Era usuale che i maestri adottassero i loro allievi? Perchè Takeko accetta nonostante sia molto legata al padre naturale?

Si, era una prassi molto consolidata e Takeko non ha fatto altro che conformarsi alla tradizione (ma sempre con l’approvazione del padre).

L’amore per il giovane Nakamura Yakumo è molto romantico e legato ai dettami di onore e di lealtà tipici del Bushido. Anche questo è un dato storico, era veramente il suo promesso sposo? E dove ha trovato la leggenda che narra come sono legate tra loro le anime gemelle?

Storicamente, il giovane è stato proposto a Takeko per un possibile matrimonio, ma lei ha rifiutato l’offerta. Non conosciamo ufficialmente i motivi, ma mi era piaciuta l’idea che la ragazza ne fosse innamorata e che avesse rifiutato solo per realizzare il proprio sogno di diventare una guerriera per difendere e salvare i suoi ideali. Il Giappone è pieno di leggende e questa dei fili d’oro tra gli innamorati mi è piaciuta molto.

E’ una storia di per sé tragica ma narrata con molta eleganza, competenza e anche poesia, perché non ha scelto uno stile più drammatico?

Proprio perché questa storia è drammatica. Ho preferito ingentilirla con i poemi epici, le leggende romantiche e i fiori di ciliegio. Se vogliamo, contrasti sempre ricorrenti in Giappone.

E’ una storia che anche i ragazzi possono leggere, caratterizzata da uno stile semplice e di piacevole lettura. Ha avuto contatti per traduzioni all’estero?

Ancora no, ma spero di averli presto. Il mio romanzo La Carica di Balaklava è stato già tradotto in Spagna e non escludo che anche Takeko possa essere apprezzata all’estero. Dita incrociate!

Grazie della sua disponibilità, come ultima domanda le chiedo se ha in progetto la scrittura di un nuovo libro, e se può anticiparci qualcosa?

Grazie ai lettori di Liberi di Scrivere, e solo per loro e in via eccezionale, posso anticipare che il mio prossimo romanzo sarà ambientato tra le fredde tundre della Siberia del Settecento.

:: Un’intervista con Caterina Mortillaro, autrice di Kali Yuga, a cura di Giulietta Iannone

23 settembre 2024

Caterina, grazie per aver accettato la mia intervista. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. È vero che vivi a Praga in questo momento?

Grazie a te per l’opportunità. Da ragazza ho studiato Lettere classiche: latino, greco filologia. Non ero una studentessa modello, ma amavo molto l’antichità. Poi ho iniziato a insegnare e siccome collaboravo con una rivista che si occupava di mondialità, mi sono iscritta ad Antropologia culturale. Mi è piaciuto così tanto che ho fatto persino il dottorato. Ho fatto anche un corso di sceneggiatura alla Luchino Visconti.

Sì, vivo a Praga. Sono qui con un programma ministeriale per insegnare l’italiano in un liceo bilingue statale ceco. Dovrei restare altri quattro anni. A volte ho una gran nostalgia dell’Italia, ma mi trovo abbastanza bene. Ci sono mille cose da fare, sembra di vivere in una cartolina e ho vari amici di nazionalità diverse. Ho avuto anche l’opportunità, grazie all’Istituto Italiano di Cultura, di conoscere artisti, scrittori, scienziati e persino quattro astronauti. Insomma, mica male.

Come è nato il tuo interesse per la scrittura e la letteratura in genere?

Probabilmente grazie al fatto che mia madre leggeva per me ogni sera. O forse perché avevo una prozia scrittrice. Mi affascinava, fin da bambina, l’idea di poter vivere molte vite con la fantasia, scrivendo. E leggendo. Sono stata una lettrice vorace.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti, classici e contemporanei? Quelli che hanno influenzato maggiormente la tua scrittura.

Arduo a dirsi. Sono imbevuta di letteratura classica, ma mi sto impegnando a leggere i contemporanei. Non ho ancora deciso se ce n’è uno che preferisco in modo netto. Magari apprezzo delle cose e altre mi lasciano più fredda. Come membro della giuria dello Strega, quest’anno ho avuto una panoramica ampia di ciò che è ritenuto letteratura in Italia e sono rimasta un po’ delusa, ma ho anche imparato molto.

Hai pubblicato nel 2021 Kali Yuga, ora ripubblicato in versione digitale con Delos Digital, un thriller fantascientifico esoterico. Ce ne vuoi parlare?

Kali Yuga nasce da una conferenza cui ho assistito al Mufant di Torino in cui si parlava di un libro di “protofantascienza”, per così dire, della Belle Epoque. Un libro ritrovato fortunosamente nei meandri di una biblioteca. Ho cominciato a fantasticare sul fatto che un libro di allora avrebbe potuto descrivere davvero il nostro presente. Ci ho messo dentro la mia conoscenza dell’India e, paff!, ecco l’idea di Kali Yuga. Oltre ai miei studi sull’India, per il dottorato, mi ha aiutata molto il fatto che la maggior parte dei luoghi li abbia visitati nella realtà. Mi piace molto inserire dettagli olfattivi e visivi il più possibile vividi, che creino un effetto di verosimiglianza.

Tutto inizia con il ritrovamento di un libro in una bottega antiquaria. Ci vuoi parlare di questo testo? È pura fantasia o si basa su testi realmente esistenti?

Il libro di Ermes Anastasi è una finzione letteraria, ma sono sicura che esistono romanzi di fantascienza dimenticati molto interessanti. Se invece ti riferisci ai testi che cito, come i testi base della Teosofia, gli Atharvaveda e le loro traduzioni, o Sultana’s Dream esistono davvero. Tra l’altro Sultana’s Dream compare in DiverGender, l’antologia sul genere e la fantascienza curata da me e Silvia Treves. Quando scrivo sono molto attenta alla parte di ricerca. La fantasia si fonde con la realtà. Sta poi al lettore decidere se leggere il libro con Google a portata di mano per verificare se le citazioni sono vere o inventate.

C’è anche una storia d’amore. Puoi parlarci di Giulia e Florien?

Non vorrei che i lettori mi tacciassero di scrivere Harmony travestiti da fantascienza. Posso solo dire che Florien è piaciuto molto al pubblico femminile. È un uomo affascinante, razionale, profondamente onesto. Purtroppo, appartiene a due mondi: la Francia razionalista e l’India. Questo a volte lo pone in lotta con sé stesso e le proprie origini. Un altro aspetto importante di Florien è che non accetta di essere guidato dal Fato. Vuole essere il protagonista attivo della propria vita.

Quanto a Giulia, è una donna moderna, intelligente, innamorata del suo lavoro, disincantata relativamente all’amore. È più disposta di Florien a buttarsi nelle cose, a vivere le emozioni, ma con un gran paracadute pronto per ogni evenienza. Il loro rapporto è segnato dal destino, ma ha anche elementi di grande attualità, come la difficoltà a impegnarsi.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger o critici a recensire donne che scrivono di fantascienza?

Noto una ritrosia generale nel recensire noi autori (uomini o donne) che pubblichiamo con editori… non grandi. Inoltre ci sono i gruppi, gruppetti, fratrie e sorellanze, che se la cantano e se la suonano gli uni con gli altri e ignorano quelli esterni al “clan”. Ma ormai sono giunta alla conclusione che scrivo perché ho voglia di farlo e perché ho delle cose da dire. Se non mi recensiscono, ci rimango male, ovvio, perché scrivere è comunicazione e un feedback è importante. Ma è inutile deprimersi. Certo, se la gente stronca per passare il tempo, allora un po’ mi vorticano le eliche.

Le donne stanno sbaragliando la fantascienza ormai. L’importante è che non debbano snaturarsi per piacere anche al pubblico maschile. A volte sento dire che le donne sono troppo descrittive, troppo attente all’interiorità, ai sentimenti, mentre i maschi sono più diretti e scrivono libri più veloci, più d’azione. Questa gente evidentemente non ha mai letto i grandi autori del passato. Ognuno scriva come vuole, secondo la sua sensibilità, quale che sia il suo genere. Non esistono regole di genere nell’arte.

Sono molto curiosa, cos’era la Società Teosofica Internazionale? Esiste ancora?

Certo! Esiste eccome. Hanno un sito, una newsletter, fanno incontri e corsi in molte città e convegni internazionali. È nata nei primi del ‘900 come filosofia capace di conciliare religioni diverse, misticismo e scienza. Tra i suoi affiliati ci sono stati personaggi molto importanti del panorama culturale dell’epoca: artisti, scrittori, scienziati, politici. Ha visto un declino perché molto osteggiata dalla Chiesa e dai benpensanti, ma non è mai morta.

Quanto ti ha richiesto il periodo di documentazione? Che testi hai consultato?

Di solito mi documento in itinere, quindi non saprei quantificare. Ho consultato di tutto. Molto utile è stata anche la mailing list di RISA, Religions of India and Southern Asia, un gruppo di studiosi di tutto il mondo. A un certo punto mi ero fissata che volevo la lista delle imprese italiane operanti a Chennai all’epoca di Anastasia Bagliotti, ma ho trovato solo indicazioni di massima. Lo stesso cognome Bagliotti appartiene a una famiglia nobile ormai estinta.

Il tuo amore per l’India è palese. L’hai visitata? Cosa ti ha colpito di più del paese indiano?

Sono stata in India tre volte, in posti non turistici, soprattutto per le mie ricerche accademiche, e vorrei tanto tornarci per un tour. L’India è un paese strano, che amo e al tempo stesso mi crea qualche problema per la mentalità di alcuni Indiani, per il grande divario sociale ed economico, per le caste, per una certa religiosità superstiziosa. Ci sono tante cose che non vanno, ma al tempo stesso ci sono cose di straordinaria bellezza e una cultura così ricca che non basterebbero tre vite per conoscerla tutta.

Ci sono scrittori esordienti che ti hanno particolarmente colpito?

Domanda difficile. Che intendi per esordienti? Mi sa che nessuno degli amici del mondo della fantascienza che stimo come autori possa essere definito esordiente. Se invece intendi scrittori emergenti, che pubblicano con piccoli editori, ce ne sono vari che stimo e non vorrei, citandone qualcuno, lasciarne indietro altri.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

Non ci crederai, ma in questo momento sto leggendo, per la prima volta (mea culpa) Solaris di Stanislav Lem. Poi, come dicevo, cerco di alternare un classico non di fantascienza e uno o due romanzi contemporanei di vario genere, italiani o stranieri. E qualche testo di amici, come Simonetta Olivo o Lorenzo Davia, per esempio.

Infine nel ringraziarti per la disponibilità l’ultima domanda: che libro stai scrivendo in questo momento? Puoi anticiparci qualcosa?

Eh… dunque, ti posso dire che ho tre libri pronti. Uno è uno storico, uno un giallo e il terzo è un post-catastrofico molto particolare, ambientato a Milano. I primi due non hanno ancora trovato un editore, mentre per il testo fantascientifico forse tenterò per la prima volta il Premio Urania. In questi giorni ho iniziato un nuovo progetto fantascientifico, ma ancora è informe. Ho buttato giù qualche brano, una trama, ma non so ancora che struttura gli darò. Altra roba che ho nel cassetto, smozzicata, chissà se vedrà mai la luce…

:: Un’intervista con Roberta Lepri, autrice de La gentile a cura di Giulietta Iannone

20 settembre 2024

Benvenuta Roberta sul blog Liberi di scrivere e grazie per averci concesso questa intervista. Parlaci di te dei tuoi studi e del tuo amore per i libri.

R: Grazie a Voi per l’invito.

Sono una scrittrice di lungo corso, ho pubblicato il mio primo romanzo nel 2003 e da allora i libri usciti sono dodici, inclusa una raccolta di racconti. Ho studiato Lettere Moderne a Siena e sono laureata in Filologia italiana con una tesi sulle Rime di Michelangelo Buonarroti. Ero una studente lavoratrice, per cui studiavo di notte: un allenamento che mi è stato molto utile quando ho iniziato a scrivere. Il mio amore per i libri è nato quando avevo dieci anni d’età. Un incidente automobilistico mi costrinse a trascorrere due mesi a letto e per farmi passare il tempo mi vennero regalati molti romanzi per ragazzi: Piccole donne, Dalla terra alla luna, I viaggi di Gulliver, Alice nel paese delle meraviglie. Un amore davvero grandissimo, mai andato in crisi.

La gentile, edito da Voland è il tuo nuovo romanzo. Vuoi parlarcene?

R: La gentile intreccia la storia di Alice Hallgarten – ricchissima ereditiera americana ebrea andata in sposa al barone Leopoldo Franchetti, filantropa, educatrice, prima sponsor di Maria Montessori e fondatrice di scuole per i figli dei contadini – a quella di Ester, una bambina povera incontrata per strada che diventa sua allieva. Il loro legame diventerà indissolubile, riuscendo a superare perfino la morte, e sarà fatto di speranza, dedizione, affetto ma anche di rancore sordo a causa di una grande occasione mancata.

Spiegaci il significato del titolo. Chi erano i gentili?

R: I gentili sono definiti anche nella Bibbia come non israeliti. Ester, i cui nonni ebrei già nel 1800, per paura di essere perseguitati, si erano convertiti al cristianesimo, si definisce così: una gentile. E dà a questa parola un significato dispregiativo, dal momento che si sente ancora profondamente legata all’ebraismo.

Che ricerche hai fatto per la stesura del romanzo? È basato su una storia vera? E quanto tempo ti ha richiesto la documentazione?

R: Conoscevo già la storia di Alice Hallgarten perchè sono nata a Città di Castello, il paese in cui la baronessa ha maggiormente avuto influenza con le sue opere. Il mio bisnonno era figlio di mezzadri e aveva frequentato la scuola della Montesca da lei fondata. La decisione di scrivere un romanzo che parlasse anche della sua incredibile e breve vita è nata sei anni fa, quando passando da Tela umbra (laboratorio tessile anche questo creato da Alice per dare lavoro alle donne, sopratutto alle ragazze madri) ho acquistato il libro della storica Maria Luciana Buseghin “Cara Marietta: lettere di Alice Hallgarten Franchetti”. Da quel momento non ho smesso mai di documentarmi e progettare questo romanzo, che ho scritto in circa un anno tra il 2022 e il 2023.

Alice Hallgarten, personaggio realmente esistito di cui a giugno si è festeggiato il 150° anniversario dalla nascita, e assieme alla protagonista Ester, un personaggio moderno se vogliamo che ha anticipato quello spirito assistenziale e filantropico teso al sostegno delle donne, fornendole un lavoro che le rendesse indipendenti dai mariti, e i bambini fornendogli scuole gratuite per imparare a leggere, scrivere e far di conto. Hai amato questo personaggio?

R: Non si può non amare Alice ma mi è piaciuto cercare di ricostruire la sua umanità e immaginarne i dubbi, mettendo in risalto anche la sua severità a volte ossessiva nell’imporre agli altri un certo modello di vita. Ha dato moltissimo all’Alta Valle del Tevere, cambiando per sempre il tessuto sociale di quella zona. Attraverso le vicende dei miei bisnonni e nonni, sono certa di doverle molto anch’io.

Il marito di Alice, il barone Leopoldo Franchetti, grande latifondista e deputato del Regno, condivideva lo spirito filantropico della moglie e morendo lasciò tutto ai suoi contadini. In che misura questo personaggio un po’ defilato influenza la storia?

R: Quella tra Leopoldo e Alice è stata una grande storia d’amore, fatta sopratutto di una perfetta comunione spirituale e di intenti. Lui era un serissimo politico della destra illuminata, già anziano, e lei una giovane ereditiera educata a fare del bene al prossimo. Era stata proprio la frequentazione di circoli dediti alla filantropia a farli conoscere e i due si adoravano: senza Leopoldo non si spiega Alice, e viceversa. Infatti, poco dopo la morte di lei, anche lui pose fine alla propria vita.

Ester è la protagonista, la conosciamo bambina, poi piccola studentessa, ombrellaia, e sposa. Rappresenta per te un’ideale femminile di emancipazione, con tutte le relative difficoltà, o nasce come personaggio a sé stante?

R: Ester incarna la capacità di resistere a qualsiasi traversia della vita, che poi è la grande disperata risorsa di quasi tutto il genere umano, sopratutto femminile. Ester combatte, si adatta, sopravvive, ama, spera, viene delusa, odia. Ed è – come lei stessa si definisce – dura come una sbarra di ferro. Non è un’ideale, per me Ester è la realtà: quella che io sono stata e che sono, e con me la maggior parte delle donne che conosco. Ester è insieme personaggio e persona.

La giovane Alice scorge per le vie di Roma dei bambini allo sbando, con tutti i pericoli che corrono soli sulla strada, magari di notte, e comprende l’importanza di creare luoghi sicuri dove possano studiare per apprendere una professione e salvarsi dal degrado e dallo sfruttamento. Come è nato secondo te in lei questo spirito filantropico?

R: Alice non era sola a rendersi conto di quanto fosse grave a Roma la situazione dei bambini abbandonati per strada. Il circolo di persone che cominciarono ad agire per porre rimedio a questa situazione si riuniva sotto la guida spirituale di Don Brizio Casciola, che ideò delle colonie agricole per i ragazzi, in modo da farli lavorare e studiare. In Alice lo spirito filantropico nacque in seno alla famiglia d’origine: i genitori erano ricchi ebrei americani che l’avevano educata a prendersi cura dei poveri con opere di beneficienza. Fu però sopratutto attraverso lo zio, un facoltosissimo banchiere tedesco che la accolse nella sua casa dopo la morte del padre , che imparò a fare del bene al prossimo. Non solo attraverso la carità ma fornendo alle persone bisognose istruzione e lavoro.

La sua scuola anticipava il concetto abbastanza recente dell’importanza del binomio studio-lavoro. Oltre che aule scolastiche erano anche laboratori artigianali?

R: A Montesca e Rovigliano i bambini imparavano a leggere e scrivere, studiavano storia e geografia, metereologia applicata allo sviluppo dei loro progetti negli orticelli. Poi avevano i laboratori in cui potevano mettere in pratica ciò che avevano imparato. Ed ecco che la geometria veniva applicata alla creazione di piccoli mobili, la scrittura declinata in modo pratico alla stesura di lettere che potevano essere inviate alla banca per chiedere un prestito, o al padrone del podere per domandare un rinnovo di affitto. Esperienze straordinarie per l’epoca, che valsero alla scuola e alle maestre dei premi di eccellenza a livello europeo. E che sfociarono in modo quasi naturale nella frequentazione di queste scuole anche da parte di Maria Montessori, di cui Alice Hallgarten fu prima sostenitrice.

Grazie per la tua disponibilità e come ultima domanda vorrei sapere se stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi raccontarci qualcosa a riguardo?

R: Proprio in questi giorni sto pensando a una nuova storia. Mi piace molto osservare e descrivere come i caratteri delle persone talvolta cambino radicalmente al mutare di alcune condizioni di vita, in apparenza piccole. Staremo a vedere.

Grazie a voi e a presto!

:: Un’intervista con Franco Forte, autore de L’alba di Cesare, a cura di Giulietta Iannone

16 settembre 2024

Benvenuto Franco, e grazie di essere qui per parlare del tuo nuovo libro, L’alba di Cesare, edito da Mondadori, basato interamente sul De bello gallico, e non influenzato da opere posteriori che altrettanto bene conosci, per rendere meglio il suo punto di vista e dare vita a un personaggio a tutto tondo, forse unico nella storia dell’umanità. Conoscendolo approfonditamente che idea ti sei fatto di Cesare come persona, lontano dagli intrighi, dalle battaglie, dall’agone politico? Era un persona di gusti semplici, o prediligeva il lusso e lo sfarzo?

R: Ciao e grazie per questa nuova chiacchierata. Giulio Cesare non è entrato nella Storia per sbaglio, ha fatto in modo, con le azioni, il pensiero, le strategie, le relazioni, l’intelligenza e la determinazione, di guadagnarsi un posto di massimo rilievo, che lo hanno fatto conoscere a tutti nel corso dei secoli. E direi che già questo non è poco. Dopodiché, dobbiamo dire che era un uomo del suo tempo, e dunque alcune sue azioni, alcuni suoi modi di conquistarsi fama imperitura possono sembrarci fin troppo severi, perfino spietati, eppure non fanno che inquadrare Cesare in un momento delicatissimo della storia di Roma, il passaggio definitivo dalla Repubblica alla monarchia imperiale. Repubblica a cui proprio Cesare ha dato la prima, poderosa spallata. L’ha fatto sfruttando una spedizione di conquista (in Gallia) per raccogliere consenso, trofei di guerra, ricchezze e la possibilità di mettersi alla pari, e poi superare, i suoi veri rivali del tempo, il ricchissimo Crasso e il celebre condottiero Pompeo, con cui condivideva uno scomodo triumvirato. Ogni sua azione era improntata a questo: guadagnarsi il trionfo militare per eguagliare Pompeo e portare le folle di Roma dalla sua, e accumulare abbastanza ricchezze da saldare i debiti che aveva con Crasso e diventare indipendente anche sotto questo punto di vista. Insomma, una strategia ad ampio raggio militare, politica, sociale e interpersonale con chiunque lo circondasse. Riuscire a governare tutto questo a proprio vantaggio mentre si conduce una spedizione di conquista difficilissima e feroce, non è da tutti. Forse solo da Cesare…

Pur basandoti per la stesura di questo romanzo unicamente sul De bello gallico, che altre opere posteriori hai consultato per costruire, almeno nella tua mente, il personaggio di Cesare? La storiografia, anche moderna, è stata equa nel giudicarlo? Che idea ti sei fatto?

R: Il De bello gallico è stata la traccia principale che ho seguito per costruire il libro, ma poi ho dovuto studiare gli storici antichi e moderni per cercare di mettere insieme l’intricata rete di relazioni, alleanze, contese politiche e personali in cui Cesare si muoveva come un saltimbanco da circo, spostandosi da un attrezzo all’altro con volteggi, balzi prodigiosi e prove “ginniche” di notevole vigore. Non solo Crasso e Pompeo, quindi, ma anche un personaggio scomodo come Cicerone, decine di senatori pronti a sfruttare qualsiasi segno di debolezza per ottenere un vantaggio personale, e tutta Roma alla finestra, con il popolo capace di sostenerlo ma anche di affossarlo da un momento all’altro. Questa capacità di muoversi sulla corda di rapporti personali, strategie politiche e militari e dell’eterno contenzioso con se stesso (lui che era chiamato marito di tutte le donne e moglie di tutti i mariti di Roma e soffriva di crisi epilettiche), lo ha reso sempre molto difficile da inquadrare in un contesto unico e delineato. Non ci sono riusciti gli storici antichi, non l’hanno fatto nemmeno i moderni, che si dividono in fazioni pro o contro questo gigante della Storia, pur avendone tutti sempre il massimo rispetto.

Qual è stato il punto di partenza nel processo di scrittura? Hai immaginato scena per scena nella tua mente ogni scena, costruendoti una sorta di film mentale, o vive tutta la scrittura solo sulla carta?

R: Io di solito scaletto i miei romanzi in un processo duplice, che in questo caso è stato fondamentale. Per prima cosa la trama generale, a grandi linee, in cui incastrare tutti i piani narrativi di cui dovrò occuparmi; poi scendo nel dettaglio e scaletto capitolo per capitolo, lasciando una certa “mobilità” in modo da poter spostare, aggiungere o cancellare scene/capitoli a seconda di quali idee emergeranno durante la fase di stesura vera e propria (perché molti guizzi narrativi arrivano quando uno meno se lo aspetta). A quel punto comincio a scrivere, con il “film” del libro ben chiaro in mente e nella scaletta, ma senza alcun vincolo imprescindibile e sempre pronto a ribaltare tutto, dovesse arrivare l’idea del secolo.

C’è il detto popolare che dietro a grandi uomini ci sono sempre grandi donne. In che misura Calpurnia, sua moglie, l’ha sostenuto e ha contribuito al suo successo? Era un personaggio altrettanto interessante quanto Cesare?

R: Ho cercato, per quanto possibile, di dare un ruolo anche a Calpurnia, perché quel detto che citi credo sia un’importante realtà di gran parte della Storia. Per tutti i personaggi storici di cui ho scritto, da Nerone a Caligola, da Carlo Magno a Gengis Khan, le donne non solo hanno svolto ruoli importanti dietro le quinte, ma spesso sono state il vero motore (emotivo, fisico, psicologico) che ha permesso a questi uomini di diventare dei Grandi della Storia, nel bene o nel male. Nel caso specifico di questo romanzo era un po’ più complicato dare il giusto peso alle donne di Cesare (non solo a Calpurnia), perché parlo essenzialmente di una spedizione di conquista in un territorio ostile, in cui Cesare era impegnato con l’esercito, però qualche scena importante sono riuscito a inserirla, soprattutto per mantenere un contatto diretto fra il Cesare guerriero e conquistatore e quello legato ai fatti politici, economici e relazionali che lo vedevano proteso verso Roma. Calpurnia, in questo senso, è stata preziosa.

Come è nato il tuo amore per la storia romana e in che misura ritieni il sogno di civiltà, di conquista e di progresso che incarnava siano sopravvissuti nel tempo?

R: Nasce dal fatto che ancora oggi è impossibile non rendersi conto di quanto siano stati avanti nei tempi gli antichi romani, sotto tutti i punti di vista: legislativi, militari, sociali, artistici, culturali. Un esempio fulgido di cosa, ancora oggi, potrebbe funzionare bene e cosa sarebbe meglio evitare, anche se ben pochi dei contemporanei, politici soprattutto, se ne rende conto. Faccio un solo esempio. Leggi questa frase: “I ladri di beni privati passano la vita in carcere e in catene, quelli di ben pubblici nelle ricchezze e negli onori”. Non è stata scritta da qualche giornalista per commentare i misfatti di Roma capitale o qualche magagna politica d’oggi, bensì da Catone duemila anni fa. Non è cambiato molto, mi pare…

Credo sia emerso anche dalla mia recensione, ho trovato il romanzo particolarmente riuscito e soprattutto sorretto da una idea precisa che lo distingue da altre opere, dare vita ai pensieri, alle emozioni, ai sogni, di un personaggio sicuramente unico nella storia romana che aveva intuito che la fine di Roma sarebbe arrivata dai barbari del nord. Precorse i tempi con la sua campagna che arrivò fino alla Britannia?

R: Da una parte sicuramente sì, perché ci vuole una mente aperta, una capacità di visione verso il domani che poche persone hanno, soprattutto quando calate in un contesto così stringente come quello delle epoche più antiche, in cui la lotta per la sopravvivenza quotidiana prendeva il sopravvento su possibili visioni per il futuro. Cesare aveva la sua visione, ma in realtà era molto legata a ciò che desiderava ottenere sul piano personale; se poi fosse anche in relazione con le “opere” che averebbe voluto mettere in campo per Roma, il suo popolo e il suo futuro, è un po’ più complicato da comprendere. Ma di sicuro non gli mancavano alcuni elementi fondamentali per distinguere l’uomo comune da quello che ha qualcosa in più: il coraggio, la determinazione, la curiosità, il desiderio di dominare il futuro, anziché lasciarsi sopraffare dagli eventi. Per questo quella che era cominciata come una campagna di difesa di alcune popolazioni alleate con Roma si trasformò ben preso in una delle più epiche campagne di conquista di tutti i tempi: perché le pulsioni che animavano Cesare lo spingevano ad andare sempre un po’ più in là, a spingere la testa oltre l’angolo per capire che cosa ci potesse essere, quale nuova opportunità un uomo con le sue capacità avrebbe potuto conquistare.

Cesare non fu solo un condottiero e uno stratega, si interessò di stilare mappe precise per i commercianti, conoscere dei popoli che conquistava usi e costumi, valutare risorse e ricchezze del sottosuolo, e amava l’avventura. Insomma aveva qualità che ne facevano anche uno studioso, oltre che un rozzo soldato temprato dalla dura vita militare?

R: Sì, come ho già detto era un uomo curioso, votato all’avventura, ma mai fine a se stessa. Così nel De bello gallico si trovano dei passi meravigliosi, in cui viene rivelata la flora e la fauna della Gallia e della Germania di quell’epoca, mischiando resoconti veritieri con altri più di fantasia, che trasmettevano quel senso del meraviglioso che duemila anni fa era all’ordine del giorno, visto che gran parte del mondo era del tutto sconosciuto. Diciamo che difficilmente Cesare ha sottratto tempo alle sue strategie militari e all’impegno profuso per tenere testa ai brutali galli, ai temibili germani e ai misteriosi britanni per mettersi a fare il cartografo e l’enciclopedico, però di sicuro è riuscito a raccogliere materiale interessante da trasmettere a Roma e ai posteri, per dare maggiore consistenza alla sua impresa e renderla indimenticabile per tutti.

Parlaci degli altri personaggi. Cesare se aveva un dono era quello di conoscere le persone e di circondarsi di fedelissimi che letteralmente lo seguirono fino in capo al mondo. Oltre che abile nel comando, sapeva farsi rispettare e amare. Era un dono naturale, dovuto alla sua personalità poliedrica, o era un qualcosa che aveva affinato nel tempo?

R: Credo fosse parte della sua natura, della sua personalità: riuscire a capire gli altri per portarli dalla sua parte, oppure per metterli spalle al muro quando non era possibile farseli amici. Nessuno ha potuto resistere alla sua ascesa anche per questo motivo. Sapeva circondarsi di persone valide che però lo rispettavano e riconoscevano il suo primato, e non aveva paura a mischiarsi con i suoi soldati, combattendo accanto a loro e chiamandoli commilitoni, per far capire a tutti che in battaglia non esistevano distinzioni di grado, se non per poter disciplinare la catena di diffusione degli ordini. E grazie a questo, al fatto che non ha mai esitato a mettere in pericolo la sua stessa vita pur di dare sostegno ai suoi uomini, è riuscito a legare a sé intere legioni, che poi gli hanno consentito di dare inizio alla guerra civile che l’ha portato a conquistare il potere assoluto.

Ci sono progetti di traduzioni all’estero?

R: Sì, come per tutti i miei libri ci sono già proposte che stiamo vagliando con il mio agente, Piergiorgio Nicolazzini. Quando arriveranno le versioni tradotte sarà mia cura darne notizia sui social.

Nel ringraziarti per la tua disponibilità come ultima domanda ti chiederei quali sono i tuoi progetti per il futuro? Stai scrivendo un nuovo libro?

R: Sì, in verità sono già immerso nel prossimo, che riguarderà ancora Roma antica, per la precisione il periodo appena precedente questa spedizione in Gallia di Cesare, in cui però i veri protagonisti saranno altri due uomini formidabili e controversi a modo loro: Cicerone e Catilina. Descriverò i subbugli dovuti alla famosa congiura nell’anno del consolato di Cicerone, che rivelò con chiarezza i sintomi dell’inevitabile declino della Repubblica romana.

Intervista a Aldo Setaioli curatore de“Canti e leggende dei Ch’uan Miao” (Graphe.it). A cura di Viviana Filippini

17 luglio 2024

“Canti e leggende dei Ch’uan Miao” raccoglie gli affascinanti racconti e le particolari leggende di un popolo senza letteratura scritta. La popolazione è una delle minoranze riconosciute dal governo cinese (i Ch’uan Miao), diventate note al grande pubblico come gli Hmong del film “Gran Torino” di Clint Eastwood. In questa raccolta, curata da Aldo Setaioli per Graphe.it, ci sono alcune leggende del folclore popolare dove, a tratti, è possibile trovare qualcosa di familiare, anche se lontano da noi nello spazio e nel tempo. Ne abbiamo parlato con il curatore Aldo Setaioli.

In base a cosa o come ha scelto le storie inserite in “Canti e leggende dei Ch’uan Miao”? Innanzi tutto vorrei spiegare come sono venuto a conoscenza della popolazione dei Ch’uan Miao. Nel 2000 compii una crociera sul fiume Yang zi, il maggiore della Cina, e all’altezza della piu’ grande delle tre celebri gole del fiume, risalii lo Shennong, un piccolo affluente di sinistra del grande fiume in un sampan tirato a mano dalla riva. Giunsi cosi’ a un villaggio di un’altra minoranza, i Tujia, affine ai Ch’uan Miao, che abitano in prevalenza sulla riva opposta del grande fiume. Li’ per la prima volta sentii parlare di quest’altra minoranza affine. Solo più tardi, nel 2008, mi resi conto che si trattava della stessa popolazione di emigrati negli Stati Uniti del film di Clint Eastwood, Gran Torino: gli Hmong, che è il nome che quella popolazione si da’ nella propria lingua (Ch’uan Miao è il nome dato loro dai Cinesi). Venni in contatto diretto col folklore dei Ch’uan Miao ancora piu’ tardi, in rapporto alla mia attività di filologo classico, che pero’ ha sempre nutrito grande interesse per le culture e letterature orientali. Durante la stesura di un lavoro, presentato nel 2019 a Seoul, la capitale della Corea del Sud, che confrontava le versioni occidentali e orientali della leggenda di Androclo e il leone, dovetti prendere in considerazione, insieme con vari paralleli nella letteratura cinese, alcuni canti dei Ch’uan Miao di argomento simile (anche se, come sempre in Cina, il posto del leone viene preso da una tigre). Consultai perciò l’intera raccolta dei “Canti e Leggende dei Ch’uan Miao” messa insieme negli anni ’30 del secolo scorso dal missionario David Crockett Graham, pubblicata in uno dei volumi della Smithsonian. Incontrai così molti altri canti che mi sembrò utile e interessante far conoscere ai lettori italiani. La raccolta è molto vasta, ma siccome è fondata esclusivamente sulla tradizione orale, esistono numerose versioni della stessa leggenda, e in molti casi si incontrano incongruenze e contraddizioni, che hanno forzatamente ridotto la scelta dei canti da raccogliere nel volume. Ho scelto molti dei canti che presentano affinità col folklore nostro e di tanti altri paesi, sul piano cosmologico e religioso (creazione, diluvio, peccato originale) e favolistico, oltre che con leggende simili ad alcune delle nostre (per esempio quella di San Cristoforo) e anche con l’idea che fa derivare gli uomini da esseri scimmieschi. 

Che idea si è fatto di questa comunità? E’ una comunità rimasta isolata. Fino a verso la metà del secolo scorso non ha avuto alcuna tradizione scritta, ma ha conservato la sua lingua e le sue caratteristiche originali, pur in mezzo alla preponderanza territoriale e politica dei Cinesi, che li ha costretti a ritirarsi in zone sempre più ristrette e periferiche e, nel corso dei secoli, anche a emigrare in altri paesi, come il Laos, il Myanmar e il Viet Nam (da lì provengono gli Hmong del film Gran Torino). Ha inoltre sempre conservato il suo rapporto intimo con la terra (l’agricoltura e’ quasi l’unico mezzo per la sua sopravvivenza) e con la propria religione, che oltre a dei e demoni attribuisce vita e potenza o ogni oggetto, materiale e immateriale (come il tuono, l’eco, l’arcobaleno). Tramanda con musica e canti il suo ricco patrimonio culturale. Un ultimo frammento di umanita’ rimasto in uno stato di autentica originalità.

Quale è il filo conduttore delle leggende e canti presenti nel volume? In parte ho già risposto a questa domanda. Ho voluto che il lettore scoprisse da sè i tanti elementi comuni tra noi e questa popolazione così diversa e lontana. Ma un altro filone importante èil rapporto tra cielo e terra (un tempo uniti da una scala, interrotta per colpa degli uomini), come pure tra le generazioni presenti e quelle passate. E ho anche voluto mettere in evidenza certe idee morali, prima fra tutte l’avversione per il furto, tipica delle societa’ povere piu’ che di quelle ricche.

Ha trovato qualche somiglianza tra la cultura Miao e il nostro folclore? Moltissime: i fratelli ciascuno dotato di capacità straordinarie, il bel giovane nascosto sotto la pelle di un brutto animale, il demone racchiuso in una brocca, l’avidita’ punita, il ragazzo abbandonato nel bosco, i piccoli uomini che vivono sotto terra, il mantello che rende invisibili, sono motivi di tante storie che da bambino mi venivano raccontate da mia nonna, che certamente non aveva mai sentito parlare dei Ch’uan Miao.

Nelle storie tornano spesso elementi naturali, animali, ma anche demoni e figure buone in aiuto dei personaggi principali. Che ruolo avevano nella vita dei Ch’uan Miao questi racconti? Il mondo dei Ch’uan Miao è profondamente unitario. Dei e demoni interagiscono con gli uomini, cielo e terra sono tutt’uno, ed entrambi hanno bisogno di essere tenuti insieme da solidi legami – altrimenti si disgregherebbero. Le forze malefiche sono tenute a fremo dello sciamano, il tuan kung, e gli antenati proteggono se vengono onorati, possono punire se trascurati. Tutti questi elementi fanno parte di un mondo coerente e unitario, dove gli opposti non solo si equilibrano, ma hanno tutti la loro ragione e importanza. Questi canti sono il patrimonio culturale che da’ senso al bene e al male che l’uomo incontra nel mondo.

In alcune storie i Ch’uan Miao si confrontano con i Cinesi, ci racconta qualcosa su loro rapporto? I Ch’uan Miao si consideravano fratelli dei Cinesi. La loro origine, secondo le loro leggende, è comune. Ma i Cinesi hanno approfittato del loro numero e del loro potere per emarginare sempre piu’ i Ch’uan Miao, e a volte per cacciarli in altri paesi. Tracce evidenti di questo risentimento si incontrano nelle loro leggende.

Come è stato svolgere il lavoro di traduzione, che emozioni le ha lasciato il contatto con questa popolazione che sta in Cina, ma è diversa dai Cinesi? Prima della traduzione è stato necessario un vasto e difficile lavoro di scelta, anche a causa della condizione in cui la trasmissione orale ci ha trasmesso questi racconti. Ma una volta operata la scelta, tradurre questi racconti è stato come penetrare in un mondo meraviglioso, in cui l’insolito e il familiare s’incontrano ad ogni passo e mostrano la sostanziale unità del genere umano.

Se dovesse individuare 4 parole rappresentative dei “Canti e leggende dei Ch’una Miao” quali userebbe e perché? La prima: Unità del cosmo. La seconda: Unità fra le generazioni. La terza: Sapienza dei popoli tramandata dal folklore. La quarta: Lavoro e onestà fondamento della vita.

:: Un’intervista con Lisa See su “Lady Tan’s Circle of Women” a cura di Giulietta Iannone

10 luglio 2024

Benvenuta Lisa e grazie per aver accettato questa nuova intervista sul blog Liberi di Scrivere. Sei conosciuta in Italia soprattutto per il romanzo Fiore di Neve e il ventaglio segreto ma anche per altri tuoi bellissimi romanzi che raccontano le esperienze soprattutto delle donne cinesi e i loro rapporti familiari. Come è nato il tuo interesse per la condizione della donna sia nell’antica Cina che nelle nuove generazioni di cinesi americani?

Il mio interesse è nato in due modi. Innanzitutto, sono cresciuta in una grande famiglia cinese americana. Quando ero ragazza, nella sola Los Angeles c’erano circa 400 persone della mia famiglia. Un piccolo numero di miei parenti mi somigliava – ho i capelli rossi e le lentiggini – ma la stragrande maggioranza erano completamente cinesi. Poi c’erano le diverse gradazioni nel mezzo. Quando mi guardavo intorno, tutto quello che vedevo erano volti cinesi. Ho così avuto a che fare con le tradizioni cinesi, la cultura cinese, la lingua cinese e il cibo cinese. Ma ancora una volta, non assomigliavo a tutti gli altri. Quindi all’inizio ero in viaggio per capire cosa sapevo, chi ero e dove e come stavo. In secondo luogo, sono sempre stata incuriosita dalle storie di donne che sono state perse, dimenticate o deliberatamente nascoste. Sono davvero orgogliosa e onorata di scoprire e condividere con voi le storie straordinarie di queste donne in Cina. Le donne in passato dovevano sopravvivere e sopportare così tante difficoltà. Tutti i successi che abbiamo oggi come donne sono dovuti a tutte le donne valorose, coraggiose e creative che ci hanno preceduto. Cavalchiamo sulle loro spalle e dovremmo conoscere le loro storie.

Lady Tan’s Circle of Women è il tuo nuovo romanzo, è una storia interessante su una donna dell’alta società che diventa medico nonostante le restrizioni sociali durante la dinastia cinese dei Ming. Vuoi parlarcene?

C’è stato un giorno durante il lockdown in cui stavo camminando accanto agli scaffali del mio ufficio e il dorso di uno dei libri mi è caduto addosso. Non so perché, il dorso era grigio con scritte grigie leggermente più scure. Ma era come se il libro fosse volato via dal mio scaffale e mi fosse finito tra le mani. Riguardava la gravidanza e il parto durante la dinastia Ming. Ho letto fino a pagina diciannove e ho trovato una citazione di Tan Yunxian, una dottoressa della dinastia Ming, che, quando compì cinquant’anni nel 1511, pubblicò un libro sui suoi casi medici. Pensiamoci per un minuto. Una dottoressa che praticava la medicina 500 anni fa. A quel tempo non c’erano molti medici professionisti – uomini o donne – nel mondo. Mi è piaciuto il fatto che Tan Yunxian avesse cinquant’anni quando pubblicò il suo libro. E infine, che è stato pubblicato nel 1511. Quanti libri ti vengono in mente che sono stati pubblicati prima del 1511 e sono ancora in stampa? La Bibbia, ovviamente. L’Iliade e l’Odissea. Alcune tragedie e commedie greche. Possiamo andare oltre il canone occidentale e includere il Mahabarata dall’India e l’I Ching e il Libro delle Odi dalla Cina. Tutto questo mi ha incuriosito e sono andata nella tana del coniglio.

Che ricerche hai fatto? È basato su una storia vera?

Ho scritto Lady Tan’s Circle of Women durante i primi due anni della pandemia, quando tutte le biblioteche, i centri di ricerca e gli archivi erano chiusi. Anche la Cina è stata chiusa, ed è rimasta effettivamente chiusa fino a circa 18 mesi fa. Quindi ho dovuto svolgere la mia ricerca in modi completamente nuovi. Ho contattato direttamente medici, studiosi, accademici e altri ricercatori di medicina tradizionale cinese che hanno studiato la vita e i tempi di Tan Yunxian. Hanno avuto tempo e voglia di parlare con me, perché anche loro erano in isolamento. E, naturalmente, ho letto, letto, letto tutto ciò che potevo trovare sulla storia della medicina cinese, sulle proprietà medicinali delle diverse erbe e sulle teorie dietro questa pratica che risale a più di due mila anni fa.

La struttura sociale nell’antica Cina confuciana era piuttosto complessa ma è vero che anche formalmente le donne erano sempre considerate, se non negativamente, almeno in una posizione di netta inferiorità?

Il confucianesimo dettava le regole della società e della cultura di quel tempo. Penso che possiamo essere d’accordo sul fatto che Confucio fosse un grande filosofo e pensatore. Detto questo, non aveva molto amore o rispetto per le donne. Aveva tutti questi detti: Quando sei ragazza, obbedisci a tuo padre; quando sei moglie, obbedisci a tuo marito; quando sei vedova, obbedisci a tuo figlio. Una donna istruita è una donna senza valore. E una brava donna non dovrebbe mai fare più di tre passi oltre il cancello principale. Quindi sì, le donne erano chiaramente viste come inferiori. Tan Yunxian, a detta di tutti, era una vera donna confuciana: contrasse un matrimonio combinato, ebbe quattro figli e gestì la casa di suo marito. Allo stesso tempo, ha davvero aggirato le regole confuciane riguardo alle donne. Era un medico che si prendeva cura di donne e ragazze. Ha scritto il suo libro. Cinquecento anni fa, stava lottando per trovare quello che oggi chiamiamo equilibrio tra lavoro e vita privata. Era straordinaria per il suo tempo e la trovo straordinaria anche oggi.

Nella Cina più antica esisteva una struttura matriarcale legata al culto delle Grandi Antenate e delle Regine Madri. È possibile che questi legami ancestrali siano sopravvissuti segretamente anche nella Cina di stampo confuciano?

Non che io sappia, ma non so tutto…

Tan Yunxian, la protagonista del tuo romanzo, è una donna medico che visse nella Cina imperiale durante la dinastia Ming. Secondo l’etica confuciana, a una donna era formalmente vietato esercitare la professione di medico? Come fa Yunxian ad aggirare questi divieti?

La Cina ha una storia di donne che operavano in medicina che risale a duemila anni fa. Tuttavia, le donne medico erano rare. Dei 12.000 testi medici conosciuti rinvenuti in Cina, solo tre sono stati scritti da donne e quello di Tan Yunxian è il primo. Questo non è stato solo sorprendente per me, è stato anche fonte di ispirazione. Ciò che mi ha particolarmente incuriosito di Tan Yunxian è che tutti i suoi pazienti erano donne e ragazze. Alcune delle sue pazienti soffrivano di disturbi comuni a entrambi i sessi: mal di gola, disturbi di stomaco e simili. Ma ciò che rende il suo lavoro davvero straordinario sono quei casi che riguardano solo donne e ragazze: mestruazioni, gravidanza, parto, allattamento e menopausa. Questo mi ha fatto riflettere sul fatto che non importa se una donna sia vissuta durante la dinastia Ming o oggi, sia ricca o povera, in Cina o in Italia, o sia di qualsiasi colore dell’arcobaleno, perché siamo unite dalla nostra identità biologica e dalle funzioni fisiologiche, che ci legano insieme attraverso il tempo e lo spazio. Questo, e il fatto che gli uomini cercano di acquisire il controllo sul corpo delle donne da… da sempre. Penso che possiamo ringraziare il nonno di Tan Yunxian per averle permesso di diventare medico. Quando aveva otto anni andò a vivere con i suoi nonni. Suo nonno, che era uno studioso imperiale di alto rango, amava bere vino la sera e farsi recitare poesie classiche. Nel suo libro, Tan Yunxian cita suo nonno che una notte disse: “Questa ragazza è troppo intelligente per limitarla a imparare a ricamare. Dovremmo insegnarle la mia medicina”. In realtà, continua ad imparare da sua nonna, che era anche lei un medico, ma ciò non sarebbe mai accaduto senza l’approvazione del nonno.

Da chi venivano curate le donne se ai medici uomini era vietato ogni contatto fisico? Soprattutto per quanto riguarda il parto, c’erano delle ostetriche, magari le stesse che si occupavano di fasciare i piedini alle bambine?

I medici uomini dovevano sedersi dietro una tenda o uno schermo o meglio ancora essere fuori nel corridoio quando curavano ragazze e donne. Il padre di una ragazza o il marito di una donna fungevano da intermediario tra la paziente e il medico. Pensa quanto sarebbe stato imbarazzante! Anche adesso, anche se amo moltissimo mio marito e i miei figli, non vorrei che facessero da intermediari tra me e nessuno dei miei medici, in particolare il mio ginecologo. Ma era anche vietato a tutti i medici, uomini o donne, di entrare in contatto fisico con il sangue. Ciò è dovuto a Confucio, che aveva creato una gerarchia di tutte le professioni. Ai livelli più bassi della società c’erano le persone che entravano in contatto fisico con il sangue: coroner, macellai e ostetriche. Quindi, le ostetriche facevano nascere i bambini. Poiché le ostetriche si sporcavano letteralmente di sangue le mani, erano considerate contaminate, le più infime. Mi sembra interessante, perché le ostetriche sono quelle che mettono al mondo la vita. (Va detto che le ostetriche hanno fatto nascere i bambini in tutto il mondo fino in tempi relativamente recenti.) Le madri fasciavano i piedi delle loro figlie.

Grazie per la tua disponibilità E come ultima domanda vorrei sapere se stai scrivendo un nuovo romanzo e se puoi raccontarci qualcosa a riguardo?

Sto lavorando al nuovo romanzo, basato sulla storia vera di tre donne che lasciarono la Cina nel 1870 per venire a Los Angeles. A quel tempo, Los Angeles contava solo 5.000 persone. (Al contrario, San Francisco aveva già una popolazione di 150.000 persone.) Los Angeles era considerata la più selvaggia di tutte le città del selvaggio West, con più pistoleri, omicidi, risse di strada e impiccagioni che in qualsiasi altra parte del paese. Qui c’erano solo 180 cinesi, di cui 34 donne. Immagina come deve essere stato per loro vivere in questa città violenta, sporca e molto arretrata. Sto scrivendo la storia di tre di quelle donne vere. La prima, una ragazza di appena 15 anni, fu portata a Los Angeles in un matrimonio combinato con un uomo molto più anziano. Non era qui da molto tempo prima che venisse rapita e tenuta prigioniera per sei mesi. La seconda era la moglie del medico cinese. Era una donna di grande coraggio e ingegnosità, che prese il controllo del suo destino. La terza è basata su una donna che è stata venduta dalla sua famiglia in Cina, portata in California e avviata alla prostituzione. La storia si svolge subito dopo la guerra civile. La schiavitù era stata bandita e vietata nella nostra Costituzione. C’era un’eccezione, tuttavia, e cioè nello stato della California, dove era legale per le donne cinesi essere acquistate, vendute e possedute contro la loro volontà. Dal momento in cui la donna di cui sto scrivendo è sbarcata in California, ha fatto tutto il possibile per fuggire e trovare la libertà. Ancora una volta, queste erano tutte donne vere. Hanno vissuto momenti molto difficili ma, come Tan Yunxian, sono fonte di ispirazione fino ad oggi.


Martina Tonoli e i “Benefici dell’educazione ambientale”. Intervista a cura di Viviana Filippini

4 luglio 2024

Fa davvero bene vivere a diretto contatto con la natura? Quali sono i suoi effetti sull’essere umano? Quanto è importante conoscere la dimensione naturale che ci circonda? A dare risposta a queste e altre domande ci pensa la giovane psicologa Martina Tonoli nel libro “I benefici dell’educazione ambientale” edito da Angolazioni. Per saperne di più abbiamo parlato del libro con l’autrice.

Come è nata l’idea del libro? L’idea del libro nasce dall’esigenza di divulgare e rendere accessibili a tutti le informazioni e i risultati raccolti durante lo svolgimento della mia tesi magistrale in Psicologia per il Benessere. In quanto, durante la sua stesura mi sono resa conto nell’importanza delle informazioni raccolte e di quanto queste rese accessibili a tutti, possano aprire la mente a molte persone. Infatti, il libro parla dei benefici del contatto della natura che ogni singolo individuo può sperimentare su di sé. La natura ha straordinari effetti benefici a livello psico-fisico. Rigenera continuamente l’attenzione periferica e per questo migliora e prolunga la qualità dell’attenzione su di un compito. Perché non unire questi benefici con l’educazione? Se si inizia ad educare sin dai primi anni di vita i più piccoli alla cura della natura, a restare in contatto con essa, a preservarla, automaticamente ognuno di loro andrà a beneficiare di tutti questi straordinari effetti positivi. Inoltre, l’interazione con la natura sin dai primi anni di vita e l’introduzione dell’educazione al suo rispetto all’interno del programma scolastico predispone i soggetti alla salvaguardia e tutela di essa. Rousseau, Gandhi, Montessori e Dewey sostenevano che l’insegnamento attraverso l’esperienza diretta e il contatto possa collegare gli individui alla natura e plasmare la loro prospettiva morale nei confronti di essa.

Perché scrivere un libro dedicato all’educazione ambientale in un periodo storico dove la crisi climatica è sempre più presente? Il mio libro nasce proprio dal bisogno di sensibilizzare la popolazione sulla tematica della crisi climatica e rendere le persone consapevoli di quanto sia necessaria per noi la natura e il suo benessere per poi, di conseguenza, poterne godere anche noi. È forse proprio partendo dall’inserire i concetti di tutela e cura della natura all’interno dei contesti educativi che si può arginare questa problematica. In quanto, è dimostrato che durante i primi anni di scuola i bambini si plasmano in base a ciò che viene trasmesso loro, i valori che acquisiscono durante la prima infanzia rimarranno con loro per sempre. Dove più che nelle scuole è possibile inserire un’educazione traversale e comune a tutti? Io ho scelto di approfondire ed indagare gli effetti che l’educazione ambientale potrebbe apportare se inserita sin da subito nel contesto scolastico. Con un programma adeguato. Le scuole sono ritenute dei luoghi ideali per la realizzazione dei programmi che possano fornire un contatto continuo con l’ambiente naturale lungo tutto l’arco di crescita degli individui.


In che modo hai svolto le tue ricerche per dimostrare i benefici dell’educazione ambientale? La mia ricerca è una ricerca esplorativa qualitativa, innanzitutto ho raccolto più materiale possibile a livello bibliografico che andasse ad avvallare tutti i benefici della natura sull’uomo, oltre che verificare e raccogliere tutte le ricerche che già erano state realizzate, in precedenza, sul campo in merito a questa tematica. Successivamente, ho indagato in tre classi di prima elementare, in tre istituti statali differenti, anche per attività in relazione alla natura e spazi verdi esterni, i sentimenti, le percezioni e le nozioni dei bambini in relazione ad essa. Dai differenti programmi scolastici, alla differente sensibilità sulla tutela dell’ambiente naturale e del contesto scolastico, sono emersi risultati che sono andati a confermare le mie ipotesi. I bambini i quali hanno avuto la possibilità di avere maggior contatto con la natura si sentivano più vicini ad essa e più in dovere di proteggerla e tutelarla.

Cosa hai notato dal rapporto tra uomo e natura, quali sono i benefici, gli aspetti derivanti dal vivere un percorso di educazione in rapporto al mondo naturale? Vivere in contatto con la natura porta numerosi vantaggi psico-fisici. Abbassa il livello di cortisolo, ormone dello stress ed innalza il livello di ossitocina, ormone della felicità. Rallenta il battito cardiaco. La natura è un rigeneratore continuo dell’attenzione, migliora la concentrazione e le capacità cognitive, oltre che a sviluppare e sprigionare maggiore creatività. Le persone che vivono a contatto con la natura dimostrano livelli d’umore mediamente più alti, e minore possibilità di avere problemi cardiaci, ad esempio. Essendo la natura un elemento che dona ai soggetti benessere,automaticamente le persone si sentono innatamente spinte a tutelarla, a preservarla ed a mantenere questo contatto così benefico con essa.

Chi è il lettore ideale del tuo libro? Questo libro è volto a tutte le persone che lavorano e vivono in contesti educativi, può essere rivolto ad un insegnante come ad un genitore. Ma non solo, è per tutti quelli che si sentono vicini al mondo della natura, oppure che vogliono approfondire la sua tematica e il potere benefico che ha sul corpo e sulla mente dell’uomo.


Perché è importante recuperare il rapporto uomo natura nel percorso di educazione e farlo fin dalla scuola? Se non ci fosse la natura non ci saremmo nemmeno noi. Al giorno d’oggi siamo troppo concentrati sulle nostre attività, sui mille impegni e i mille problemi che ci si presentano ogni giorno. Ma non ci stiamo accorgendo di come stia soffrendo il mondo intorno a noi, ci stiamo dimenticando di cosa si prova a stare bene, a fermarsi e a godersi delle piccole cose della vita. Del calore del sole sulla nostra pelle, del rumore delle foglie che si muovono con il vento, della sensazione di distensione dei muscoli, immediati, nel vedere una distesa di prato verde. È importante ritornare a connetterci con la nostra linfa vitale, la natura, per poter ritornare a star bene. Ma per poterlo fare è necessario educare le nuove vite e rieducarci alla tutela della natura. Se si inizia a farlo sin dalla tenera età dei bambini, saranno essi stessi a continuare a mantenere e ricercare questo contatto benefico con tutto l’ambiente naturale e a preoccuparsi della sua tutela.

:: Un’intervista con Qiu Xiaolong, su “Il Dossier Wuhan” (Love and Murder in the Time of Covid, 2023) a cura di Giulietta Iannone

2 luglio 2024

Benvenuto Xiaolong e grazie per aver accettato questa nuova intervista. Il dossier Wuhan è il tuo ultimo romanzo di Chen Cao. Vuoi parlarcene? Come è stato affrontato il Covid in Cina?

R: Grazie. In Il dossier Wuhan, puoi vedere l’enorme disastro che il Covid ha portato in Cina, ma più specificamente, è un quadro realistico di come la disastrosa politica “zero Covid” sia stata portata avanti con brutale forza dal governo del PCC, causando migliaia di vittime. E migliaia di morti come danni collaterali di questa politica disumana. Ad esempio, come descritto nel romanzo, una donna incinta in travaglio non poteva essere ricoverata in ospedale poiché non aveva quel giorno il certificato di aver effettuato un test Covid con risultato negativo, ed è morta dissanguata durante lo sforzo disperato di spostarla da un ospedale all’altro. Ed è una storia vera.

Il tuo romanzo è un’aperta denuncia dei metodi repressivi utilizzati per contenere l’emergenza epidemica. Non hai paura di eventuali ritorsioni da parte del governo cinese nei tuoi confronti?

R: Naturalmente sono più che nervoso per le eventuali ritorsioni. Ma un libro del genere deve essere scritto. La storia non può essere dimenticata o perdonata. Mi è capitato di essere quello capace di scriverlo, ma anche quello capace di presentarlo ai lettori in diverse lingue. I miei colleghi scrittori cinesi sono stati imbavagliati e non possono scrivere alcuna cosa sul Covid, a quanto mi risulta. Quindi continuavo a ricordare a me stesso una citazione di Confucio: “Ci sono cose che un uomo farà e cose che un uomo non farà“. Scrivere Il dossier Wuhan è una cosa che ho fatto e dovevo fare.

Il personaggio di Chen Cao invecchia insieme a te e diventa sempre più amareggiato per i mali che affliggono la Cina, un paese meraviglioso, dalla cultura millenaria. Il personaggio di Chen Cao rispecchia le tue emozioni? L’amore sarà per lui una consolazione?

R: Sì, sta invecchiando e diventando sempre più rattristato dai mali che affliggono la Cina, come dici tu. Per questo spero che l’amore possa essere per lui una delle poche consolazioni. Anche perché traduco sempre più poesie classiche (via Chen) da una cultura millenaria. È un tentativo di tenere me e Chen al sicuro dalle implacabili delusioni e disillusioni. Ovviamente io non sono Chen Cao.

Chen Cao ama la poesia, il buon cibo, è un ottimo traduttore, ha un forte senso etico e grande umanità, cosa ti somiglia e cosa ti differenzia da lui?

R: Questa è una domanda correlata. Sì, amo la poesia, il buon cibo (così sono diventato lo chef della mia famiglia), e recentemente ho anche scritto una prefazione a una nuova raccolta di poesie di T. S. Eliot pubblicata da un editore americano mentre presto sta per uscire la mia traduzione riveduta delle poesie di T. S. Eliot. Per quanto riguarda “un forte senso etico e una grande umanità“, non spetta a me dire se possiedo o meno queste qualità. Basti dire che condivido alcune qualità con Chen.

Tornando al Covid, tutto è partito da Wuhan, capoluogo della provincia di Hubei. Si parlava di un virus fuggito da un laboratorio a causa di un incidente e anche di trasmissione dagli animali all’uomo di un virus che, a causa di modificazioni genetiche, è diventato mortale per l’uomo. Forse non scopriremo mai le origini di questa epidemia, che idee ti sei fatto?

R: Ho letto parecchio sulla possibilità che il virus fosse fuoriuscito da un laboratorio di Wuhan come origine della pandemia di Covid. Ho fatto i compiti per la stesura del romanzo. Personalmente mi sento propenso allo scenario, anche se non sono mai stato uno specialista del settore. Quindi non posso dirlo con certezza. Grazie alla trasparenza intorno al laboratorio di Wuhan attuata dal governo del PCC, potremmo essere in grado di scoprire l’origine dell’epidemia di Covid nel mondo.

Vorrei davvero iniziare a studiare la lingua cinese, che consigli daresti ad un italiano che vuole intraprendere questo arduo percorso? Ho iniziato ma non sto facendo alcun progresso. Come hai imparato l’inglese? Iniziando a leggere libri in lingua inglese?

R: La mia risposta è semplice. Inizia a studiare senza preoccuparti troppo. La lingua cinese è contestuale. Una volta acquisito un certo numero di vocaboli cinese, potresti essere in grado di comprendere il testo cinese leggendolo contestualmente. Per quanto riguarda il mio modo di imparare l’inglese, ovviamente l’ho fatto attraverso i libri di testo. Come probabilmente saprai, ho studiato inglese principalmente da solo al Bund Park. Anche altri libri in lingua inglese, come narrativa e poesia, mi aiutarono molto, specialmente in quei giorni in cui tutte le opere letterarie erano state vietate tranne le “otto opere rivoluzionarie moderne”. Anche questo mi ha dato uno stimolo in più per imparare l’inglese.

E infine, nel salutarti e nel ringraziarti per la tua disponibilità, come ultima domanda ti chiedo se puoi dirci qualcosa sulla trama del tuo prossimo romanzo.

R: Sto lavorando al prossimo romanzo dell’ispettore Chen. Come forse vi ho detto, a volte è difficile scrivere un libro sulla Cina. Ciò che è accaduto alla Cina in passato e ciò che sta accadendo nel presente potrebbero essere strettamente interconnessi. Quindi il presente romanzo, pur concentrandosi su qualcuno che “è scomparso” nella Cina odierna, abbraccia più di trent’anni, esplorando le complicate interrelazioni nella storia cinese. Nel frattempo, tra un paio di mesi uscirà il mio secondo libro sul Giudice Dee (in francese e inglese).

:: Un’intervista con Ben Pastor a cura di Giulietta Iannone

19 giugno 2024

Benvenuta Ben su Liberi di scrivere, è sempre un piacere parlare con te di libri e letteratura. Per una volta non parleremo di Martin Bora, e della tua serie ambientata nella Germania nazista, ma di un romanzo appena uscito per Mondadori dal titolo La fossa dei Lupi. Per molti tuoi lettori del tutto inaspettato. Ce ne vuoi parlare? Come ti è nata l’idea di scriverlo?

Di solito rispondo dicendo, come lo scalatore Edmund Hillary quando gli fu chiesto perché avesse voluto scalare l’Everest: “Perché è lì.” E lì, nelle scuole italiane come nelle nostre vite, I Promessi Sposi si trova dal 1870, tre anni prima che l’autore morisse. Un testo obbligatorio, dunque, seminale come Moby Dick per gli statunitensi, Guerra e Pace per i russi, o I Miserabili per i francesi. E se Manzoni condivide il podio con Alighieri, è perché ha “inventato” l’italiano moderno così come la Divina Commedia ci ha fornito una lingua nazionale. Proprio perché imprescindibile, e perché al contrario di molti l’ho amato fin dalla prima lettura, ho in mente e forse anche nel cuore I Promessi Sposi da tempo. Una storia di amore contrastato, fughe oltre i confini, guerre e pandemie, un abietto rapimento a fine di stupro, disordini di piazza… Il romanzo ci parla oggi forse più di ieri! Cresciuta fra libri di grande letteratura, con una carriera accademica alle spalle, e prestata da oltre trent’anni alla detection, mi è parso finalmente il momento di ringraziare Don Lisànder a dovere, abbinando alla mia consueta analisi storica e filologica un pizzico di ironia postmoderna. Che occasione per giocare con lo stile bonario di Manzoni mantenendo una tensione da thriller, ed elaborare i personaggi parlando in modo più esplicito di violenza e sensualità dove l’originale necessariamente doveva tacere! Un’esca troppo ghiotta per ignorarla.

Non avevi paura prima di cimentarti coi personaggi del Manzoni?

I monumenti, si sa, sono eretti per ricordare, ammonire, stupire. Ciò non toglie che nel corso dei secoli rivoluzioni e guerre li abbiano abbattuti fino alle fondamenta spesso e volentieri. Ho un vivido ricordo delle statue atterrate di Marx e Lenin nei giardini pubblici di Sofia poco dopo la caduta del Muro. Se, diciottenne nel 1968, posso essere ascritta a una generazione al contempo idealista e iconoclasta, da amante dell’archeologia detesto la perdita di qualsiasi testimonianza monumentale. Ammiro i capolavori, ma non ne sono intimidita. Manzoni scrisse per tutti noi, amabilmente e in modo comprensibile, conscio di dover “risciacquare i panni in Arno” prima di rendere il suo capolavoro fruibile dalle generazioni. Nessun timore, dunque. La coscienza di avere davanti una sfida notevole, sì. Dalla mia avevo stima per il testo, buona conoscenza della sintassi e delle metafore manzoniane, capacità di investigare il periodo storico nei suoi dettagli: società, religione, sistema economico, relazioni di genere e di classe, musica e arti grafiche… e naturalmente anche i soggetti che prediligo da sempre: armi e uniformologia. Confrontarsi con personaggi letterari già esistenti presenta vantaggi (sono già disegnati in modo più o meno particolareggiato, hanno un loro modus operandi) e svantaggi (gli stessi, come sopra). In altre parole, chi scrive deve accortamente cogliere tutti gli accenni anche sottintesi dell’originale: Lucia è bella o no? Fino a che punto Renzo ha un carattere aggressivo? Sono tutti d’accordo nel perdonare l’Innominato dopo il pentimento? Da queste domande nascono possibilità di elaborazione, nel rispetto del personaggio senza abbandonare la libertà creativa.

Dunque hai proseguito i Promessi sposi. Tornano Renzo e Lucia in una storia inaspettata di indagine, ce ne vuoi parlare?

Sui banchi di scuola abbiamo lasciato Renzo e Lucia novelli sposi, avviati oltre l’Adda. Seguono cenni sulla numerosa prole che avranno, e sulle lezioni di vita che hanno imparato (o no) dalle loro disavventure. La Fossa dei Lupi li porta avanti di qualche mese, durante la gravidanza di Lucia che è tornata dalla Bergamasca per far nascere il primo figlio nel paese natio. Identifico quest’ultimo, sulla scia di vari studi, con Olate, ora parte della città di Lecco. Baffi e barba identificano Renzo come adulto maturo, oltre che futuro padre e piccolo imprenditore. Agnese, madre di Lucia, presenza un po’ ingombrante, li segue ovunque. Agli inizi del romanzo, l’omicidio dell’Innominato sui monti sopra Lecco li sconvolge… o forse no. È quel che vuole scoprire Olivares, che da buon investigatore sospetta di tutti. Come lui, i due Tramaglino sono sopravvissuti al contagio e possono muoversi liberamente. Farli crescere dalla quasi adolescenza alla vita matrimoniale è stato interessante, così come scoprire una certa caparbietà nel comportamento di Lucia (ricordiamo la “Madonnina infilzata” del Manzoni), e inattesa temerarietà in Renzo sotto un interrogatorio che oggi definiremmo di garanzia. Dopo quasi due anni di peste, che richiamano alla mente la nostra recente esperienza con il Covid, tutti i lombardi stanno cercando di ricostruire le loro vite fra i lutti e il disastro economico seguìto alla peste.

Il bel luogotenente di giustizia Diego Antonio Olivares è il vero protagonista del libro? Come hai costruito il suo personaggio?

Devo ammettere che Diego Antonio de Olivares, energico eppure ingenuo venticinquenne, è il mio favorito. Impegnato nella lotta al crimine, la sua fervida religiosità gli fa vagheggiare un futuro non solo nella dotta Compagnia di Gesù ma anche il martirio in terre lontane; si interroga e spesso interroga il suo padre spirituale su questioni morali, ricerca verità e giustizia. Ma è anche un ragazzo pronto ad infiammarsi per una vedova come Donna Polissena Gallarati, tanto affascinante quanto “scienziata” noncurante delle regole che pure formalmente osserva con atti di carità. Mi è piaciuto molto dosare i passi della sua seduzione, secondo i costumi garbati dell’epoca, fino alla delizia di scoprire cosa si nasconde sotto le vesti sontuosamente severe di lei. Costruire Olivares, cosa amabilissima, ha significato studiarne l’aspetto italo-spagnolo (i capelli biondo-rossi del padre galiziano e gli occhi neri della bisbetica madre milanese Donna Sebastiana, “incarognita con Nostro Signore per avere lasciato morire quattro dei suoi sei figli”), il vestiario più vicino al rigore protestante d’Oltralpe che al fasto italiano, e soprattutto la sua verosimile adesione al complicato sistema secondo cui un’indole generosa e priva di pretese può e deve convivere con l’esasperato senso dell’onore spagnolesco. Olivares è il protagonista del romanzo perché indaga sull’omicidio eccellente dell’“Innominato” Bernardino Visconti, perché si confronta con i ricchi eredi del morto e di Don Rodrigo come con i miserabili ex bravi che mendicano un ingaggio, con informatori, prostitute e banchieri, girando per il lazzaretto milanese in via di chiusura, il Lecchese e la Brianza… Ma lui stesso riconosce in Renzo e Lucia il nucleo di una costellazione di personalità ed eventi. Intorno a loro ruotano sospetti, crimini, vendette, senza dimenticare laboriosità premiata, donazioni in denaro, curati truffaldini come Don Abbondio, figli di lanzichenecchi, falsi spagnoli e falsi italiani. E la feroce Guerra dei Trent’Anni fa da sfondo tempestoso al tutto, come nella indimenticabile Resa di Breda dipinta da Velázquez.

Come hai gestito tutta la parte relativa alle concezioni cristiane del Manzoni: la Provvidenza, il libero arbitrio, la giustizia, la fede?

Sulla religiosità del Manzoni si sono scritti non fiumi ma oceani di inchiostro. Convertito al cattolicesimo, moderato nel senso che appoggia almeno formalmente la separazione fra il potere ecclesiastico e quello civile, lo scrittore crede profondamente nell’istituzione del Papato e nel soccorso della Provvidenza divina nelle vicende umane. I suoi personaggi positivi, a partire dai Promessi e da Fra Cristoforo, sono mossi dalla fede; hanno fiducia che Dio provvederà anche contro le infamie umane. In Manzoni la facoltà di scegliere fra il Bene e il Male, o libero arbitrio, è aperta a tutti; quanto alla giustizia, si può solo aspirare ad essa, in un mondo imperfetto dove essa è augurabile solo grazie all’aderenza a principi morali universali. Questo però non equivale a passività: Lucia cerca di sottrarsi alla violenza, Renzo sfugge alla persecuzione emigrando, e Fra Cristoforo affronta a testa alta il prepotente Rodrigo. Aiutati, ché Dio t’aiuta sembra essere il motto per tutti loro. Per quel che mi riguarda, credo nella responsabilità individuale, nel dubbio come strumento del libero arbitrio, e in tempi post olocaustici non so se mi affiderei ciecamente alla Provvidenza. Ho quindi inserito il dubbio in diversi passi del romanzo, da quello etico-giuridico di Olivares a quello materno di Agnese Mondella, fino all’incertezza e alle scelte codarde ma pragmatiche di Don Abbondio, a cui regalo il cognome Romanò.

Hai appena venduto i diritti cine-televisivi per La fossa dei Lupi. Come è andata? Si sa già qualcosa di più dettagliato?

Be’, la notizia è di pochi giorni fa, quindi è ancora tutto piuttosto prematuro; ci sono ancora moltissimi passi da fare, e non è detto che il progetto vada necessariamente in porto. A ogni modo, sarà interessante vedere ricostruire una Milano e una Lombardia scomparse da tempo, magari con ambientazioni in borghi e angoli cittadini ancora conservati, o con l’ausilio della tecnologia informatica. La trama del romanzo include scontri armati, agguati, inseguimenti, risse, cerimonie solenni e momenti ironici, scene d’amore, duelli e cavalcate – tutti i componenti che ci aspetteremmo da una continuazione in chiave di mystery del capolavoro manzoniano. La Fossa dei Lupi potrebbe diventare un racconto visivo entusiasmante e sensuale.

Grazie della tua disponibilità, come ultima domanda ti chiederei di parlarci dei tuoi progetti per il futuro.

Be’, finito un progetto, ne comincia un altro. Da un po’, infatti, sto considerando di riportare Martin Bora, ufficiale tedesco con una coscienza, agli inizi della sua avventura militare e investigativa sul fronte orientale. Lo specchio del pellegrino (working title) si svolge nel 1941 in un ambiente inedito e assai poco corrispondente alla nostra idea di campagna di Russia. Le sponde del Mar Nero, come ci insegnano i magistrali racconti di Isaak Babel’ e lo splendido film di Nikita Michalkov Colpo di sole, hanno un aspetto quasi mediterraneo. Sarà un’occasione per vedere cosa succede quando Bora, ancora capitano di cavalleria, viene inviato laggiù a risolvere un caso apparentemente facile. Gli appassionati di Martin Bora non saranno sorpresi di riconoscere le descrizioni di regioni e città che oggi sono nuovamente nei notiziari di guerra. Mi affido io per prima al buonsenso e alla tenacia indagatrice del mio protagonista, certa che nonostante gli ostacoli sulla sua strada proseguirà fino a trovare il bandolo della matassa.