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:: La notte delle stelle cadenti di Ben Pastor (Sellerio 2018) a cura di Giulietta Iannone

21 ottobre 2018

9294-3Berlino, luglio del 1944.
Martin Bora lascia il fronte italiano, e i suoi uomini, per l’ ingrato compito di partecipare al funerale di uno zio, da lui molto amato in gioventù, importante medico contrario alle pratiche naziste di eugenetica e eutanasia, suicidatosi, in modo non troppo volontario, con un’ iniezione letale di morfina. La tristezza del lutto è un po’ stemperata dall’ incontro con sua madre, Nina, anche lei a Berlino per le esequie, ma quello che lo tormenta ancora, e a cui non riesce a rassegnarsi, è l’abbandono dalla moglie Dikta, (l’unica donna che abbia davvero amato) stanca della guerra e di avere un marito sempre lontano e in pericolo di vita. Mentre Bora pensa a come ritornare al fronte succede un fatto imprevisto: il capo della Kripo, la polizia criminale di Berlino, Arthur Nobe, lo manda a chiamare e lo incarica di indagare sulla morte di un presunto veggente, illusionista e ipnotizzatore ammanicato col vertice del Terzo Reich.
Non potendosi certo rifiutare, accetta, e intanto si domanda perché abbiano scelto proprio lui, e perché la vittima è così importante da meritare un’ indagine di un membro addirittura dell’esercito e non della polizia comune. Il capo della Kripo non gli dà spiegazioni e intanto lo affianca con un losco aiutante Florian Grimm, un picchiatore della prima ora, che più che aiutarlo nelle indagini sembra sorvegli ogni sua mossa. La comparsa di una lettera compromettente, e tanti piccoli tasselli che finalmente hanno un senso, portano Bora a capire che c’è ben altro che cova sotto le ceneri di Berlino, martoriata dai bombardamenti. L’incontro con Claus von Stauffenberg, in una afosa stanza di una casa privata, gli confermerà infine che tutte le sue peggiori supposizioni hanno reale fondamento. Uscire vivo da Berlino diventerà per lui una vera e propria scommessa col destino.
La notte delle stelle cadenti, (The Night of the Shooting Stars, 2018), edito da Sellerio e tradotto dall’ inglese da Luigi Sanvito, è il dodicesimo libro di Ben Pastor che ha per protagonista Martin Bora, aristocratico ufficiale dell’esercito tedesco, in forze ai servizi di controspionaggio.
La particolarità dei sui mystery investigativi è il fatto che ci presenta una rivisitazione, storiograficamente ineccepibile, dei fatti salienti che caratterizzarono il Secondo Conflitto Mondiale, per molti versi ancora oscuri o controversi. Si appropria insomma del lavoro dello storico, nel lungo processo di elaborazione del testo, confrontando memorie, lettere, biografie, atlanti, mappe, saggi di diversa provenienza e argomento, a volte contenenti anche tesi o testimonianze contrapposte. E il lavoro dello storico è proprio quella di scegliere la via più probabile, più coerente con tutti i fatti, gli umori e il materiale raccolti (armonizzandola inoltre con il tessuto narrativo senza apparire didattica o peggio forzata). Insomma un passo oltre al semplice mystery storico dove è la fantasia dell’autore a prevalere.
Altra componente rilevante è l’approfondita analisi psicologica e la complessità umana dei personaggi, soprattutto di Bora di cui conosciamo i pensieri, il diario, e i fatti salienti della sua vita narrati in terza persona. E attraverso di lui conosciamo la Germania di allora, la vita comune, i dettagli più minimi, e a volte sordidi, di una quotidianità spesso drammatica e precaria.

Berlin in 1945 1

In La notte delle stelle cadenti è infatti Berlino al centro della scena, con i suoi quartieri bombardati, l’odore dell’aria, il suo sentore di fuliggine e intonaco sbriciolato; gli alberghi, i caffè, i ristoranti, i locali notturni un tempo eleganti, che sopravvivono a fatica, tra mille difficoltà, ormai solo l’ombra dello sfarzo di un tempo. La penuria di generi alimentari, il surrogato a posto del caffè, le ricche signore che rubano una saponetta in un albergo per farsene dare una seconda dal consierge. La mancanza di sicurezza, la paura, la rassegnazione. Le ragazze malvestite in una città dove è già difficile lavarsi, dormire, respirare, accanto alle mantenute, le sole che possono permettersi un paio di calze di seta, un profumo, un cappello di sartoria.
Il non potersi fidare di nessuno, perché spie e delatori possono essere nascosti in ogni angolo, tra informatori della Gestapo, e picchiatori di ogni risma.

claus

La storia è nota e Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, personaggio storico veramente esistito, è forse uno dei congiurati più famosi tra coloro che attentarono alla vita di Hitler, nel luglio del 1944. Ed è anche uno dei personaggi più significativi de “La notte delle stelle cadenti“. Ad un certo punto Martin Bora e Stauffenberg si incontrano, non vi dico cosa succede nel dettaglio, ma insomma si confrontano a tu per tu. Se pensiamo che Ben Pastor si ispirò proprio a Stauffenberg per creare il suo personaggio, è dunque come assistere a uno sdoppiamento, stile cortocircuito temporale: personaggio storico e narrativo nella stessa stanza. Straniante.
La peculiarità dell’autrice è dare luce ai particolari minimi, a un accendino, a un granello di polvere, a un raggio di sole, senza sprecare parole, in un’ economia narrativa affascinante e coinvolgente.
Lo stile è colto, alto, letterario, pieno di riferimenti non solo storici ma filosofici, poetici, morali.
L’attenzione alla spiritualità di Bora, sofferta e autentica, travalica l’assunto personale, per proiettare le difficoltà e l’angoscia esistenziale di tutti coloro che dovettero fare i conti con la propria coscienza e l’adeguamento ai dettami nazisti. E questo stridente contrasto illumina la già complessa peculiarità che Martin Bora racchiude. La consapevolezza che tutto è perduto, che una uscita onorevole dalla scena è impensabile, come è impensabile ormai, dopo i milioni di morti, il perdono di Dio. Quest’ ultimo dubbio, quest’ ultimo tormento emerge prepotente durante l’incontro con Stauffenberg che a contrario di lui sente ancora la necessità di fare qualcosa, di agire, di porsi contro se non con reali possibilità di successo, almeno per la Storia, o per l’aldilà.
Inoltre l’autrice si occupa anche della sfera come dire sentimentale e sessuale del protagonista, per cui l’abbandono della moglie pesa come una condanna insostenibile, pur vendendola con tutti i sui limiti e difetti. L’incontro con una ragazza, il cui compagno giace in coma in un sanatorio, diventa un’ aggrapparsi alla vita e all’amore, così diverso in tempo di guerra. Anche qui l’attenzione psicologica è massima, e una certa tenerezza emerge pur in un uomo non portato a provarla, fino a un disperato patto che i due amanti suggellano, non ve lo anticipo, ma lo troverete anche voi disperato e struggente. E soprattutto impossibile. In un lampo di autocoscienza successiva Bora realizzerà che era frutto solo di disperazione e egoismo maschile.
Martin Bora comunque resta un investigatore abile e interessato solo alla verità, scoprire chi è l’assassino del veggente non gli passerà di mente, seppure la Storia, con il suo respiro irrevocabile, supera la sua visione contingente.
Alla fine sapremo il destino di ogni personaggio, forse non è quello che vorremmo per loro, ma niente molte volte nella vita lo è.

Ben Pastor, nata a Roma, docente di scienze sociali nelle università americane, ha scritto narrativa di generi diversi con particolare impegno nel poliziesco storico. Della serie di Martin Bora Sellerio ha già pubblicato Il Signore delle cento ossa (2011), Lumen (2012), Il cielo di stagno (2013), Luna bugiarda (2013), La strada per Itaca (2014), Kaputt Mundi (2015) I piccoli fuochi (2016),  Il morto in piazza (2017), La notte delle stelle cadenti (2018).

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’Ufficio Stampa Sellerio e l’autrice.

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Un’ intervista con Ben Pastor

:: Eurosia – Come un fiore di campo, Paolo Rodari, (Edizioni San Paolo 2018) a cura di Giulietta Iannone

19 ottobre 2018

eurosiaEurosia Fabris Barban, da tutti conosciuta come “mamma Rosa”, nacque il 27 settembre 1866 a Quinto Vicentino, un piccolissimo comune nella provincia di Vicenza, in Veneto. Era una donna semplice e umile, che con la forza della fede fece grandi cose nella sua vita e per le persone che la circondavano.
Donna, moglie, madre (di figli sia naturali che adottivi), catechista, sarta, terziaria francescana, Eurosia, proclamata beata dalla Chiesa cattolica il 6 novembre 2005, sotto il pontificato di Benedetto XVI, è un modello da imitare, per credenti e non credenti, e soprattutto una persona che ha affrontato le prove, anche dolorose della vita, illuminata dalla grazia di credere che dopo questa vita ci aspetta un altrove di pace e felicità, che il dolore di oggi passa e si dimentica, ma è l’eternità che va conquistata.
Eurosia, pur sentendosi “una peccatora”, in questo credeva fermamente e questa era la sua forza, assieme all’amicizia con Gesù Cristo, che sentiva presenza viva e attiva nella sua vita, e nella storia del mondo.
Di prove dolorose ne affrontò parecchie, la peggiore forse la perdita di un figlio, che per un genitore è certo il dolore più grande, ma anche in questo caso seppe convivere con il dolore e trasformarlo in carità.
Spesso si ha l’idea che la santità la si conquisti con grandi cose, grandi gesta, grandi accadimenti, Eurosia ci dimostra che invece anche nella vita quotidiana è possibile essere santi, cioè aderire pienamente al vero modello di vita giusta che è quello del Cristo.
A parlarci della vita di Eurosia è il saggista e vaticanista di Repubblica, Paolo Rodari, che con linguaggio spigliato e moderno, privo di retorica altisonante e senza farne un’ agiografia ampollosa, ha scritto Eurosia – Come un fiore di campo, un agile volumetto pubblicato da Edizioni San Paolo, preceduto dalla prefazione di Giovangiuseppe Califano, Postulatore Generale dell’Ordine dei Frati Minori, e dall’ introduzione di Gianluigi Pasquale OFM Cap., pronipote della beata.
Una lettura che, oltre ad avere un suo valore storico e documentaristico, fa bene al cuore, e trasmette pace e serenità. Una lettura piena di saggezza umile e popolare, e di testimonianze di chi la conobbe e di chi fu guarito, anche da gravi malattie, grazie alla sua intercessione, miracoli che ne determinarono la beatificazione.
Morì nel gennaio del 1932, circondata da un’ aura di santità, e la sua storia ben presto si è diffusa non solo nel Veneto e in Italia, ma ha varcato i confini del mondo intero.

PAOLO RODARI milanese (1973), è vaticanista di «Repubblica» e autore di diversi saggi. Con il cardinale Dionigi Tettamanzi ha pubblicato Misericordia (Einaudi Stile Libero, 2015) e, con Antonella Lumini, La custode del silenzio (Einaudi Stile Libero, 2016).

Source: libro inviato dalle Edizioni San Paolo. Ringraziamo Alessandro dell’ Ufficio stampa.

:: Un’ intervista con Luca Poldelmengo

17 ottobre 2018

TimeaBentornato su Liberi di Scrivere e grazie di averci concesso questa nuova intervista. E’ appena uscito “Negli occhi di Timea”, il secondo e conclusivo capitolo del dittico iniziato con Nel posto sbagliato, ce ne vuoi parlare?

Nei due romanzi, che sono autonomi e si possono leggere separatamente, ipotizzo la presenza di un’unita segreta di polizia, la Red, che grazie all’ipnosi utilizza i cittadini alla stregua di telecamere di sorveglianza. Questo aumenta esponenzialmente il potere investigativo della squadra, inficiando però le libertà personali di chi deve proteggere. Anche per questo la Red, asservita al più alto potere politico, è tenuta nascosta ai cittadini.

Come entra in tutto ciò Timea?

Timea è un bambina di 5 anni. Oltre a questo sappiamo solo che è l’unica testimone di una tremenda mattanza dai risvolti internazionali. La polizia l’ha rinvenuta catatonica contornata da cadaveri. Come è arrivata Timea in un luogo così isolato? Dove sono i suoi genitori? Perché nessuno la cerca? La sua presenza lì è frutto di una tragica fatalità o esiste un motivo? Ma soprattutto cosa hanno visto i suoi occhi?

Un noir atipico: coniughi fantascienza, fantapolitica e analisi sociale. Cosa ti ha ispirato a utilizzare questo approccio?

Quello che mi ha spinto a narrare questa storia è stata la volontà di esplorare una dicotomia nata dopo l’11 settembre, quella tra privacy del singolo e sicurezza collettiva. Quando ho scoperto che in molti paesi del mondo l’ipnosi investigativa era una realtà consolidata ho capito che quella sarebbe stata la strada da seguire: uomini usati come telecamere di videosorveglianza. Volevo però che il mio romanzo mantenesse un forte impatto visivo, e l’idea di qualcuno sdraiato su una poltrona che sbiascicava ricordi non mi entusiasmava, così ho deciso di ricorrere all’uso dell’ologramma che rappresenta ciò che l’individuo (il POV) riporta sotto ipnosi. Questo ha fatto sì che il mio noir si ibridasse con la fantascienza.

Può essere considerato una distopia, pur sembrando tutto così realistico, quanta realtà contiene il tuo libro?

Il 90 % è realistico, nel senso di possibile. L’ologramma che rende visibili i pensieri è l’unica vera concessione fatta allo sci-fi. Quando ho scritto Nel posto sbagliato forse anche il modo in cui raffiguravo Roma, che nel libro chiamo “la metropoli”, era distopico. In quattro anni la mia visione della capitale e ciò che sta diventando si sono incontrate a metà strada.

C’è sottesa una critica feroce al mondo dell’intrattenimento televisivo di informazione. Programmi di cronaca, sensazionalistici e volgari, sono davvero un male così radicale, distorcono davvero l’opinione pubblica?

La mia è fiction, se rappresento un giornalista come un personaggio negativo non voglio dire che il giornalismo in sé sia marcio. Di certo, ma questo è la storia a dirlo non certo io, l’informazione è sempre stata un’arma nelle mani del potere, ogni totalitarismo se ne è servito. La manipolazione della verità è un’arma quando c’è in ballo il potere. E un romanzo che si prefigge di raccontare il gioco del potere non poteva certo non tenerne conto. Naturalmente ho trattato l’informazione in un modo che ho ritenuto adeguato ai nostri tempi e al mio modo di raccontare.

Mafia, criminalità comune, politica, servizi deviati, mass media, tutto un calderone infernale pieno di insidie, corruzioni, opportunismi e degradi morali. E’ uno specchio della società di oggi o solo un monito?

Preferisco immaginarlo come un monito, molto vicino alla realtà che percepisco. Affermati professionisti pronti a pagare baby prostitute, servizi segreti deviati, politici corrotti, mafiosi che per denaro avvelenano la loro stessa terra, non mi sembra di aver inventato nulla. Il potere corrompe, il potere per il potere.

Tema centrale del romanzo è la vendetta. Per uno scrittore cosa significa descriverla in tutte le sue sfumature?

Significa interrogarsi anche qui su un limite, su fino a dove un uomo, un personaggio, possa spingersi. Mettere su un piatto della bilancia sacrosanti motivi per cui ciascuno di noi si sentirebbe in diritto di vendicarsi, e dall’altra parte un prezzo altissimo da pagare, verso se stesso, verso la propria moralità, i propri valori, i propri affetti. Allontanarsi un istante e vedere da che parte si piega la bilancia.

Come è cambiato, come è evoluto il personaggio protagonista Vincent Tripaldi?

Vincent nel precedente romanzo era il commissario a capo della Red, credeva, o si raccontava, che quello che faceva era giusto, perché perseguiva la giustizia. Poi è stato usato, ha perso tutto, se si esclude la sua vita e quella di suo fratello Nicolas. Ora, in Negli occhi di Timea, gli viene data la possibilità di vendicarsi, ma a che prezzo? Quanto cambierà dipenderà proprio da questo, da quanto in là si spingerà per cercare la propria vendetta. Dalle scelte che farà, quello ci mostreranno cosa è diventato. Di più non posso dirti, è pur sempre un noir…

Il male e il bene non è più ben chiaro dove siano. E questo che deve fare il noir, insinuare il dubbio?

Non so se sia un dovere di tutti i noir, di certo è quello che cerco di fare io ogni volta che scrivo una storia. Sollevare dei dubbi, i dubbi nutrono la mente, le certezze sono noiose oltre che pericolose, e come narratore non mi interessano.  

Hai voluto dare una storia d’amore pure al cattivo della situazione (perlomeno uno dei tanti) mi riferisco al mafioso albanese. Ho trovato la cosa molto struggente, un lampo di tenerezza, pur con tutti i distinguo del caso, in un mondo di violenza e sopraffazione. Perché questa scelta? 

Per lo stesso motivo per il quale nei miei romanzi non ci sono eroi, personaggi largamente positivi con cui invito il lettore a riconoscersi, alla stessa maniera non troverete neppure il male assoluto. Ciascuno ha il suo spazio di umanità, la sua luce in fondo al tunnel, per quanto questo possa essere profondo.

Il tuo romanzo parlerà altre lingue?

Probabilmente, lo stanno traducendo in francese, per ora…

Cosa stai leggendo in questo momento? 

Io non Esisto di Cristiana Carminati, Edizioni E/O.

Progetti per il futuro? 

Ho finito di scrivere due film, uno entrerà in produzione questo inverno, sarà il seguito (molto sui generis visto il largo scarto temporale) di Milano Calibro 9, quarant’anni dopo. Ho finito il mio primo romanzo per bambini, sto iniziando a lavorare ora al nuovo romanzo noir. Devo ultimare lo sviluppo di un progetto tv che ha vinto il bando SIAE/CSC dello scorso anno. Più altre due o tre cose più in alto mare…

:: Almeno un grammo di salvezza, Nicola Vacca (L’ArgoLibro Editore 2018) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2018

StampaSi fruga tra le macerie
In cerca di persone vere

Raccolta poetica atipica, questa di Nicola Vacca, Almeno un grammo di salvezza, in questi tempi così aridi, cupi e fasulli.
Versi brevi, essenziali, colmi di una religiosità laica che non a fatica ci porta a intessere un dialogo profondo e serio sui limiti della parola, della poesia stessa, e dei suoi nessi spesso occulti o celati, con la sacralità, la spiritualità e il divino.
Per chi conosce la spiritualità sofferta e dolorosa di David Maria Turoldo non una novità che la poesia e la preghiera sono fatte della stessa sostanza, dello stesso tessuto esistenziale ed etico.
Religiosità laica, spiritualità sembrano parole vuote, entità assenti nel nostro vivere contemporaneo, così privo di poesia, di bellezza e di dignità.
A tempo scaduto, Nicola Vacca invece li mette al centro della sua poetica ormai matura e indifferente a mode, filosofie e pregiudizi.
La sua poesia si fa meditazione, si fa studio della trascendenza racchiuso in un animo sensibile e poliedrico che si interroga, sul mistero del male, ovvero sul pesante interrogativo del male, e sulla mediocrità dei malvagi, ben poca cosa densa come polvere o cenere.
Che la religiosità laica non sia un paradosso già Norberto Bobbio lo sosteneva vivacemente e ostinatamente, e il linguaggio poetico è il veicolo più prossimo al mistero, alla trascendenza, e si fa spiritualità e la più alta, la più autentica.
Questi versi nati da una meditazione matura e profonda sia dell’ Antico che del Nuovo Testamento, ci presentano una profonda onestà di chi dice un disarmante “non so”, in un mondo dove tutti sanno tutto, tutti sono tuttologi e inveterati sapienti. Il senso morale, e la verità acquistano senso importanza, perché

Nessuna parola muore
Se incontra l’orecchio giusto

Il pessimismo, nato e sgorgato a contatto della realtà non si fa mai rassegnazione o disperazione anzi nasconde una traccia di luce quando dice:

Si scrive per capire se è vero
Che un lieto fine ci aspetta
Al termine della strada.

La rilettura e metabolizzazione personale de I Salmi, di Quolet, del libro di Giobbe (anticipazione delle sofferenze del Cristo, con il dramma messianico della morte in croce dell’ innocente), de Il Cantico dei Cantici, dell’ Apocalisse, ci avvicina alla colpa, alla salvezza, al senso ultimo delle cose, con naturalezza e semplicità senza bizantinismi di facciata o di maniera. E se un velo di pessimismo sussiste, ci ricorda che noi soli ne siamo la causa, perchè

La bellezza è scomparsa
Perché gli occhi non la cercano più

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: pdf inviato dall’autore.

:: Codice Lumière di Sergio Fanucci (TimeCrime 2018) a cura di Giulietta Iannone

8 ottobre 2018

treCapitolo conclusivo della “Trilogia dei Codici” di Sergio Fanucci, Codice Lumière, uscito quest’estate per Time Crime di Fanucci è un’ inattesa scoperta.
Innanzitutto è un thriller con venature da spy story di respiro internazionale, cosa non così consueta per un autore italiano che ha anche sulle spalle la gestione e la responsabilità di un’ intera casa editrice.
Non l’ho richiesto, mi è stato mandato e non avendo letto i precedenti Codice Scorzese e Codice Scriba, non sapevo bene cosa aspettarmi, e invece sono rimasta piacevolmente sorpresa.
Buon ritmo, scrittura veloce ma eccitante e perché no sexy, alla Harold Robbins, e alla Irving Wallace per intenderci, intreccio complesso, ma dove tutto si appiana e si incastra come un gioco di pazienza.
Non manca la lezione dei grandi della letteratura spionistica da Ludlum, a Forsythe, a Johannes Mario Simmel amanti della congiura e dell’ inaspettato, con quel tocco romantico alla Martin Cruz Smith che non guasta e colorisce di fascino trame altrimenti troppo scabre.
Scenari mozzafiato e descritti nei minimi dettagli da uno che sembra ci sia stato veramente in tutti questi luoghi del mondo, da New York, a Parigi, dalla Siberia al Venezuela, fino a Venezia e Chamonix.
Una spruzzata di cultura nerd, con una buona infarinatura scientifica, anzi anche un po’ fantascientifica, dagli algoritmi, ai satelliti, e all’utilizzo che se ne può fare per scopi bellici.
E’ un brutto mondo quello che ci descrive Fanucci, fatto tradimenti, di governi spietati, di agenzie governative più interessate a coprire la verità che a mostrarla, di congiure occulte di società segrete, di assassini senza coscienza per cui uccidere è una cosa senza alcuna importanza, un male minore.
Militari, spie, ingegneri, scienziati, avvocati, poliziotti, procuratori legali, tutti tentano di sopravvivere e fare la cosa giusta almeno per loro, alcuni troppo convinti di essere i soli a sapere cosa è la cosa giusta.
E il potere, questo magma oscuro, corrompe più che rendere migliori e utili al mondo e alla società.
Non è naturalmente tutto oscurità, e l’autore è bravo a dare profondità e autenticità ai sentimenti e alle emozioni dei personaggi, alle loro fragilità e debolezze, e come sempre è l’amore che offre un riscatto anche a chi aveva dimenticato cosa fosse. L’amore tra genitori e figli, tra colleghi, tra moglie e marito, tra amanti.
Finale aperto, nella più pura tradizione classica, che ti spinge a chiederti cosa farà Cobra?, dove è finita Iside?, riuscirà l’eroina protagonista l’avvocato Elizabeth Scorzese a non finire più in mezzo a intrighi internazionali più grandi di lei e a curare le ferite dell’anima di Robert Palmer, soldato in congedo a cui avevano ucciso moglie e figlie?
Insomma se questi personaggi tornassero in un futuro imprecisato, non sarebbe male. Mi aspettavo una storia banale e noiosa, mi sono dovuta ricredere, ho trovato atmosfere noir, colpi di scena, trappole, congiure di ricchi e potenti con troppi soldi e troppo tempo libero per fare danni.
Inquietante l’ipotesi nascosta nella trama e il potere che scatenerebbe, da rovesciare davvero gli equilibri geopolitici del mondo. Immaginatevi Trump, o Putin o Xi Jinping a disporne. Brividi.
Da recuperare i due libri precedenti.

Sergio Fanucci (1965) figlio e nipote di editori, ha lavorato fin da ragazzo nelle aziende di famiglia e nel 1990 ha ereditato la casa editrice del padre. Da allora ha costruito un catalogo specializzato nella letteratura di genere creando il Gruppo Editoriale Fanucci. Vive a Roma con la moglie, due figlie e un cocker spaniel inglese di nome Bloom. Per rizzoli ha pubblicato Codice Scorsese (2015), primo volume della Trilogia dei Codici, il successivo Codice Scriba (2016), ora riproposti per la prima volta in edizione tascabile, cui fa seguito l’ultimo e conclusivo romanzo, Codice Lumière per il marchio Timecrime.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia Luciani Ufficio Stampa – Gruppo Editoriale Fanucci.

:: Negli occhi di Timea di Luca Poldelmengo (EO, 2018) a cura di Giulietta Iannone

26 settembre 2018

TimeaCosa significano questi fiori? chiese Alida.

Timea è una bambina. Un’ innocente bambina di cinque anni. Occhini grandi, caschetto di capelli scuri. Orfana. Affidata a un prete, padre Diomizio. L’unico suo amico è un coccodrillo di peluche, di nome Dingo, dal quale non si separa mai. Un giorno assiste a una strage, anche il prete viene ucciso, e lei diventa l’unico testimone. Su cui non esiteranno a riapplicare i metodi invasivi della Red.
Chi ha letto Nel posto sbagliato avrà capito di cosa parlo. Negli occhi di Timea è il secondo e conclusivo capitolo di questo dittico, sempre edito da EO nella collana Sabot/age, in cui troviamo al centro della vicenda una macchina che trasforma in ologrammi i ricordi, le sensazioni della gente. Tutto ciò avviene portando i soggetti chiamati pov (point of view) ad un livello di coscienza particolare, tramite l’ipnosi e la somministrazione di forti sedativi.
Metodo invasivo dicevamo, che per la sua pericolosità era stato bandito e messo fuori legge. Un pov si era suicidato, gli effetti di questo scavo nella psiche non erano del tutto chiari e determinati. Ora per Timea la macchina torna in azione con tanto di annuncio TV e politici e opinione pubblica concordi. Per il bene e la sicurezza della società che cosa vuoi che sia calpestare i diritti e la vita di una bambina?
Ma cosa ha visto davvero Timea? Quale è il segreto nascosto nella sua memoria capace di far vacillare gli equilibri ai più alti vertici dello stato? Lo scopriremo in questo tesissimo seguito, se possibile più tosto e duro del precedente.
Ritroviamo i superstiti della Red, i gemelli Tripaldi, il professor Luca Basile, Sara Mancini, da poco mamma della piccola Dafne, e Benedetto Lacroix, ex premier, Mattia Manara nuovo premier, e tanti altri personaggi dalla star della televisione investigativa Toni D’Angelo detto Tanfo, con l’hobby delle ninfette, a Igli il Supremo, spietato e sanguinario mafioso albanese nel business dei rifiuti tossici e la sua governante Alida.
Tema centrale del romanzo è la vendetta, feroce, spietata, senza limiti, di Vincent Tripaldi, di Alberto Amorelli, detto l’ albino, di Lorik Muzaka, nobile albanese, protagonista di un episodio al limite dello splatter.
Sebbene oscilli tra fantascienza e critica sociale, Negli occhi di Timea è infondo uno spaccato della società di oggi, brutale, senza anima, senza dignità, senza coscienza. Dove anche i migliori hanno lati così oscuri da non volere vederli, e che non si fermano neanche di fronte una innocua e indifesa bambina di cinque anni.
La scrittura di Poldelmengo è asciutta, pulita, sincopata, ferisce come una lama affilata, in un noir che non prevede molta luce.
Finale tristissimo, ma infondo l’unico possibile quando si decide di oltrepassare la tenue linea che separa il bene dal male. Amaro, ma molto bello.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), nel 2014 Nel posto sbagliato (Edizioni E/O, collezione Sabot/age), entrambi finalisti al Premio Scerbanenco. Del 2016 è I pregiudizi di Dio (Edizioni E/O, collezione Sabot/age).

Source: libro inviato dall’editore.

:: Gli scellerati di Frédéric Dard (Rizzoli, 2018) a cura di Giulietta Iannone

10 settembre 2018

DardLouise Lacroix è la voce narrante di Gli scellerati (Les Scélérats, 1959) piccolo gioiellino noir scovato da Rizzoli dal vastissimo repertorio di Frédéric Dard (1921-2000) e tradotto dal francese, senza sbavature, da Elena Cappellini.
Ancora inedito in Italia, da noi fino a ieri per molti Frédéric Dard sembrava essere unicamente l’autore delle inchieste del commissario Sanantonio, serie poliziesco-umoristica di indiscutibile successo certo, ma Frédéric Dard insomma scrisse anche altro e di notevole valore. Sia con il suo nome, sia usando svariati pseudonimi. Di qui la difficoltà di catalogare la sua intera produzione che si aggira sulle 400 opere.
Gli scellerati uscì nel 1959 per Fleuve noir con il suo vero nome, e fa parte dei cosiddetti romans de la nuit dell’autore, una sorta di catalogazione comparabile ai romans durs di Simenon di cui fu amico e confidente, oltre al fatto che vi fu spesso accostato per tematiche e prolificità.
Gli scellerati in Francia ebbe una buona accoglienza e fu portato anche sullo schermo nel 1960 da Robert Hossein, con il quale Dard aveva iniziato una proficua collaborazione teatrale. Star della pellicola oltre a Robert Hossein, che era sia regista che protagonista principale, troviamo anche l’allora quarantenne Michèle Morgan, bionda e algida, una Thelma un po’ troppo eterea e cerebrale, se vogliamo, rispetto al personaggio del libro. Molte licenze furono prese infatti ma insomma la storia si riduce a un nucleo narrativo molto semplice, quasi prosaico, che sarebbe bastato un attimo per fare cadere nella pochezza più trita: un banale ménage à trois tra una ricca coppia borghese di americani espatriati in Francia e la loro giovanissima e proletaria cameriera francese.
Dard non calca tanto sulle differenze sociali, seppure le annota, ma fa qualcos’altro, trasforma la storia in una lunga opera di seduzione esercitata da Louise verso il lettore, facendo di tutto per trascinarlo dalla sua parte, per poi finirlo con il colpo di grazia conclusivo delle ultime tre righe del romanzo.
Louise Lacroix infatti racconta la sua storia dal principio, la sua squallida vita di operaia imprigionata in una squallida e moralmente corrotta famiglia e in un’ ancora più squallida periferia parigina, tra ciminiere di fabbriche che impestano l’aria con i loro gas venefici e le coltivazioni di cavolo che sembrano il simbolo stesso della povertà, della degradazione, della miseria.
Ma la pena che Louise vuole farci rientra nel suo gioco, che conduce su piani paralleli sia col lettore che con la coppia di (ingenui?) americani, Jess e Thelma Rooland. Se sua madre è un’ avida disperata, (il suo unico lusso è concedersi un caffè di qualità) la figlia è troppo intelligente per svelare subito le sue carte e quando lo farà, il lettore ormai sarà troppo invischiato nella sua tela di ragno per non perdonarla. Opera di disvelamenti dunque, in cui la voce narrante non è quella di un narratore del tutto affidabile, anzi tutto il contrario.
Ma andiamo con ordine.
Louise Lacroix ha diciassette anni, è mora, carina e vive a Leopoldville (della cui amenità vi ho già accennato), sobborgo industriale di Parigi in un punto imprecisato degli anni Cinquanta.
Abita in una villetta in affitto scalcinata e tetra, in cui si respira odore di chiuso come Dard annota nella dedica a inizio libro, con la madre sfregiata dal labbro leporino e il patrigno Arthur, comunista (a dire il vero il suo unico rigurgito di coscienza sociale è leggere l’ Humanité, definire con disprezzo gli americani yankees e distribuire volantini), infelice, alcolizzato, sempre incollato alla tv, violento (perlomeno a parole), ridicolo, un altro tassello nello squallore dello sfondo.
Lavora come operaia in una fabbrica di sedili per automobili, disdegna gli approcci rozzi e grossolani dei suoi coetanei e sogna una via di fuga da quel mondo che non ama e non accetta.
Quando devia la strada per tornare a casa dalla fabbrica e passando per il centro sempre grigio ma ricco di Leopoldville scopre la villetta dei Rooland, un’isola di luce e meraviglia sul grigiore della sua vita, scatta nella sua mente un piano, ma è troppo scaltra per esporlo apertamente al lettore, anzi giocando come il gatto col topo inizierà a parlare di sogni, aspettative, felicità, amore, quando pur lasciandolo sullo sfondo evidenzia che ciò che l’ ha colpita è la casa di pietra a due piani, l’auto di lusso sul vialetto, i vestiti eleganti dei proprietari, i dischi di jazz o Elvis Presley, il loro modo di vivere così poco francese, e la prospettiva di andare in America, sorta di mitica terra promessa, lontano dalla povertà e dal degrado in cui è nata e vissuta.
Louise è una manipolatrice, ma terribilmente ingenua tuttavia, una vipera, come grida in un momento di rivelazione Jess verso la fine, forse l’unica vera scellerata della storia. E nonostante questo noi parteggiamo per lei, e per il suo sogno di riscatto sociale e perchè no d’amore. E quando tutto le si sgretola tra le dita, perché alla fine Leopoldville è più forte, e non ha nessuna intenzione di allentare i suoi artigli su di lei, prendiamo coscienza con tristezza del suo penoso destino, e della condanna che dovrà scontare.
E allora sì, forse è la follia la sua vera condanna e sentire il fantasma di Jess e Thelma ridere di lei dondolandosi pigramente sul dondolo con i cuscini blu in giardino. Che siano loro due i veri scellerati (dopo tutto Dard usa il plurale nel titolo) della storia, e Louise, solo la loro vittima?
Ai lettori il difficile rompicapo.

Frédéric Dard (1921-2000) ha iniziato prestissimo a pubblicare i suoi libri, negli anni Quaranta. Il grande successo sarebbe arrivato però più tardi, con la creazione dello pseudonimo di San Antonio. La sua bibliografia conta quattrocento titoli.

Elena Cappellini, dopo la laurea in Lettere moderne presso l’Università di Bologna, ha studiato a Siena, dove ha conseguito il dottorato in Letteratura comparata e Traduzione del testo letterario. Ha partecipato a convegni e pubblicato saggi su Michel Tournier, sul fantastico, sull’immaginario radiofonico, fotografico e radiologico. Dal 2002, a Cremona, è stata curatrice del festival Pensare la differenza, percorsi, incontri e spettacoli sulla cultura di genere.

Source: libro inviato dall’ editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’ Ufficio stampa Rizzoli.

:: Non sfidarmi di Lee Child (Longanesi 2018) a cura di Giulietta Iannone

5 settembre 2018

Non sfidarmi di Lee ChildNuova avventura per Jack Reacher eroe, senza (troppe) macchie e senza paura, nato dalla penna inarrestabile di Lee Child. Per chi conosce la serie, ormai giunta al diciassettesimo romanzo per Longanesi, una garanzia. Passano gli anni, e nessun cedimento, nelle sue storie c’è sempre quel mix di avventura, suspense, disincanto che ci porta al centro dell’azione nei quattro angoli del mondo.
Se amate gli action thriller insomma è difficile che non conosciate Lee Child e la sua serie, specie ancor più da quando Tom Cruise ha portato ben due episodi, La prova decisiva e Punto di non ritorno, sullo schermo. E non sembra intenzionato a smettere.
Questa volta assistiamo a un ritorno al passato, torniamo infatti al tempo in cui Jack Reacher era nell’esercito, per l’esattezza era un maggiore della polizia militare alle prese con l’incubo degli incubi di ogni responsabile della sicurezza (sano di mente).
Il romanzo si intitola Non sfidarmi (Night School 2016) ed è sempre tradotto dalla veterana delle traduzioni della serie, la bravissima Adria Tissoni.
Dunque andiamo con ordine. Jack Reacher di ritorno da una missione all’estero, di routine ma che ha portato a termine brillantemente, riceve una medaglia e un invito piuttosto bizzarro: tornare sui banchi di scuola. Corsi di aggiornamento si chiamano, dai nomi abbastanza folcloristici, dai quali sembra che anche il nostro non possa sfuggire. E in effetti si trova davvero in un aula di scuola con un tizio dell’ FBI e uno della CIA, anche loro studenti piuttosto perplessi, anche loro di ritorno da missioni di successo.
Nel giro di poco però tutti capiscono che è solo una copertura, perchè in realtà sono stati scelti come membri di una task force antiterroristica per sventare qualcosa che sembra mettere a repentaglio le sorti del mondo. Letteralmente.
Dire altro sulla trama in sé sarebbe criminale, sta di fatto che la storia scorre su binari ben oliati, fino all’ inevitabile lieto fine che vedrà il nostro eroe prevalere in una vicenda che dire poco è dire che è disperata.
Forse più spy-story da post guerra fredda, che thriller investigativo con vittima e assassino, ma tutto si gioca su una caccia all’ uomo in una Germania piena di rigurgiti xenofobi e neo nazisti. I colpi di scena non mancano, pure l’ossatura investigativa se vogliamo, inoltre Jack Reacher si guadagna pure una parentesi rosa con una bella bionda, ma l’importante è che per buona parte del libro siamo al buio, e le ipotesi che si susseguono nelle nostre teste sono le più fantasiose. Poi quando scopriamo quale è l’ oggetto del contendere, inizia una carambola di colpi di scena che scoppiano in serie come fuochi d’artificio.
Lee Child non delude, come dicevo all’inizio. La cronaca gli dà nuova linfa per le sue avventure, e di materiale incandescente in giro per il mondo ce ne è parecchio, quando si ha la facilità di imbastire storie, che ha lui. La penna è fluente e tutti i meccanismi combaciano come ingranaggi di un orologio di precisione. Più quel giusto mix di eroismo e cattiveria, che rende il personaggio di Jack Reacher diverso dai suoi consimili. Insomma Jack Reacher è un duro, non esita a menare le mani, dire battute taglienti se non offensive, uccidere se è il caso, e anche se molto spesso agisce per buone cause, ma in alcuni casi le sue azioni non lo fanno proprio brillare come il classico eroe della porta accanto.
Da inglese trapiantato in America, Lee Child si è integrato benissimo, e a volte sembra più realista del re, non tralasciando alcune osservazioni da straniero sul modo di agire americano piuttosto critiche. Ma il patriottismo anche se amaro con cui riveste le scelte del suo Jack Reacher non portano mai a scelte di posizione. Jack Reacher lotta pro domo sua. Accetta le regole, fino a che non mollerà tutto per fare a modo suo, fuori dai vincoli della disciplina e dell’ esercito.
Jack Reacher è e resta un cane sciolto. Privo di legami e di vincoli. Non prova piacere nel recare danno ai suoi nemici, ma neanche eccessivo rimpianto. Se deve uccidere uccide e noi non siamo sua madre per chiedergli come si sente dopo.
Alla prossima.

Lee Child è nato a Coventry, in Inghilterra, nel 1954. Dal 1977 lavora come autore televisivo, ma nel 1996 perde il lavoro presso una società di produzione televisiva e decide di dedicarsi alla letteratura. Il suo primo romanzo, Zona pericolosa, vince l’Anthony Award per la miglior opera prima; il suo secondo romanzo, Destinazione Inferno, vince il W.H. Smith Thumping Good Read Award.
Nel 1998 si trasferisce negli Stati Uniti. Vive tuttora a New York City.
I suoi romanzi hanno tutti come protagonista il personaggio di Jack Reacher, un ex ufficiale della polizia militare statunitense che, dopo aver lasciato l’esercito, decide di iniziare una vita di vagabondaggi attraverso gli Stati Uniti, libero dai vincoli e dai condizionamenti del “sistema”. Duro come pochi e dotato di un innato senso di giustizia, Reacher si presenta come un cavaliere solitario di altri tempi, che pur non cercando guai è sempre pronto ad aiutare i più deboli e a correre in soccorso degli amici, per poi riprendere il suo cammino senza meta al termine di ogni avventura.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Tommaso dell’Ufficio stampa Longanesi (appassionato di Reacher quanto me).

:: Il purgatorio dell’ angelo – Confessioni per il commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2018) a cura di Giulietta Iannone

4 settembre 2018

Il purgatorio dell_ angeloE siamo giunti quasi al termine della saga di Ricciardi, il prossimo libro chiuderà definitivamente il ciclo di romanzi polizieschi ambientati in Italia negli anni ‘30 che Maurizio de Giovanni ha dedicato al commissario cilentano in stanza a Napoli che ha la peculiarità di vedere i morti di morte violenta nei loro ultimi drammatici istanti di vita.
Che dire un po’ di malinconia c’è, per chi come me ha amato la saga, Ricciardi è più di un personaggio di carta e inchiostro, è quasi un amico che ci ha accompagnato in questi anni con le sue indagini e i suoi tormenti amorosi.
Ma un ciclo si chiude, nuove storie prenderanno vita, con nuovi personaggi, è la vita, è giusto così. Un autore sa quando è giunto il momento di abbandonare un personaggio, perlopiù ingombrante e impegnativo, seppure amatissimo, come Luigi Alfredo Ricciardi barone di Malomonte, che invece di restare al sicuro nel suo castello avito a dilapidare le sue ingenti sostanze ha deciso di combattere il crimine e assicurare alla giustizia i colpevoli.
Questa volta il caso che dovrà affrontare lo porterà a indagare sul delitto di un padre gesuita in odore di santità, amato da tutti, l’ultima persona al mondo che ci si immagina possa essere vittima di una morte violenta.
Ma i misteri dell’animo umano a volte sono insondabili e l’apparenza è una brutta consigliera. Starà a Ricciardi dipanare una matassa assai aggrovigliata, e grazie al suo fiuto e alla sua proverbiale intuizione riuscirà a capire che tutta la storia trae origine nel passato, come sempre quando sono protagonisti odi e rancori che non trovano pace.
Oltre all’ indagine poliziesca corre parallela la sua storia d’amore con Enrica, che sembra giunta a un punto di svolta, se non fosse che la madre della ragazza, la pratica e decisa Maria Colombo, ha la malaugurata idea di invitare Ricciardi per un caffè.
Non vi anticipo gli sviluppi, li leggerete da soli, ma posso dire che il maggior ostacolo a questo amore sta proprio in Ricciardi e nella sua scelta se aprire o meno il suo cuore finalmente a Enrica. Troverà il coraggio di dirle la verità sulla sua condizione? Di spiegarle quale è il tarlo che lo avvelena fin da bambino, la sua più grande paura?
De Giovanni ha una dote naturale nell’ indagare e sondare l’animo umano e lo fa con leggerezza e lievità. Ti fa sentire davvero come lettore parte della storia, ti coinvolge, ti commuove e a volte ti fa proprio arrabbiare. Ormai la mia antipatia per la madre di Enrica è epica, e se non fosse per l’intervento di Nelide… Ma lo scoprirete da voi, il rischio di spoilerare è altissimo.
Come sempre nei suoi romanzi oltre al filone di indagine principale, se ne aprono di secondari che questa volta vedono protagonista Maione, un gruppo di disperati dediti ai furti, e un giovane poliziotto di cui Maione si affeziona, e in cui vede forse più che il suo figlio morto, un giovane se stesso. Come al solito sarà Bambinella ad aprirgli gli occhi e inavvertitamente a spezzargli il cuore.
Che dire per essere il penultimo romanzo con protagonista Ricciardi sembra indirizzare la storia in una determinata direzione, ma per quanto riguarda almeno gli sviluppi sentimentali dovremmo aspettare l’ultimo romanzo, e tifare per la povera Enrica che coroni finalmente il suo sogno d’amore e sposi il suo amato commissario. Ma vedremo, anche se non credo che de Giovanni abbia il cuore di togliergli anche solo una parvenza di lieto fine.
Comunque ricordiamocelo sono storie noir, il sentimentalismo presente è specchio dell’epoca e della sensibilità partenopea, non è detto che fiori d’arancio e vissero felici e contenti si adatti proprio al personaggio di Ricciardi. Noi comunque anche contro ogni logica glielo auguriamo con tutto il cuore. Come auguriamo a Maione di invecchiare con la sua Lucia e vedere crescere i suoi figli. Lo so, lo so sono solo personaggi di un libro, ma hanno il dono di essere così reali nelle sfaccettature psicologiche e nei comportamenti che inevitabilmente ci si affeziona. Bravo de Giovanni!

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore per la dedica, e Gaia e Manuela dell’Ufficio Stampa Einaudi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: La bella Angelica e l’alchimista di Giulietta Iannone

21 agosto 2018

Agnolo_Bronzino,_ritratto_di_Lucrezia_de'_Medici

Questa historia sì singolare non ha presunzione del vero, chiarissimi signori, e infatti conto sulle dita di una mano coloro che mi ascolteranno e vi presteranno fede. Ammetto è una historia bislacca, è una historia bizzarra, ma se c’è una verità che in essa vi è racchiusa, una morale, è che è vero il detto popolare che tutto accade a chi sa aspettare.
Sedetevi quindi, accanto al camino, mettetevi comodi che vi racconto, non siate impazienti, non tralascerò alcun particolare anche il più fantasioso, così conobbi la vicenda e così la trasmetto a voi; ora principio:

“Nell’anno di grazia 1523 accadde in Firenze, meraviglia tra le città della terra, un fatto curioso che ebbe come protagonisti un alchimista assai saggio e una nobile dama fiorentina di notevole avvenenza di cui vi tacerò per prudenza il cognome, perché appartiene ad una casata assai illustre e non tarderete a capire quale.
L’alchimista si chiamava Gasparre, era umbro, ed oltre ad essere astrologo, teologo e veggente, aveva lavorato tutta una vita in cerca della mitica pietra filosofale.
Un dì incontrò la bella Angelica e se ne invaghì perdutamente vedendola da lontano.
La donna era l’infelice hisposa di un nobile fiorentino che passava il suo tempo in armi e in battaglia ponendo la gloria, il potere e i tesori in un più alto scranno che la sua legittima e trascurata consorte.
Angelica pur ricambiando con profonda passione l’amore dell’alchimista, sapeva haimè in cor suo che il loro amore non era benedetto né dal Cielo, né dalle stelle, né tanto meno dalle leggi umane.
L’infelicità era sì grande che i due sfortunati amanti, spinti dalla disperazione più che dalla turpe sensualità, escogitarono un piano per avvelenare il marito di Angelica per liberarla dai sacri vincoli nuziali.
L’alchimista, seppure con fatica, si procurò il più letale veleno di tutta Firenze e preparò una pozione mettendola in uno scrigno imbottito di nero velluto e pur rimproverandosi per l’infame gesto, non pensate che fosse un uomo senza morale e schiavo del vizio, consegnò il tutto alla sua amata complice.
Ma il Cielo non stette a guardare inoperoso e invio un angelo che apparve in sogno allo sventurato sposo di Angelica.
L’uomo sul principio fu stupito e non credette alla veridicità del sogno, ma poi dopo alcuni segni capì che non era parto di fantasia, ma tragica realtà e sebbene il suo cuore sanguinasse si dominò al punto di non lasciare trasparire alcun sentimento, ma prese l’accortezza di stare in guardia tanto che Angelica iniziò a sospettare che il marito sapesse.
Questa certezza la spinse ad agire il più in fretta possibile, tanto che impregnò con la venefica pozione un abito del marito e attese pregando che il Cielo, che sì tanto stava offendendo, facesse andare tutto per il meglio.
Alla sua preghiera apparve, in una nuvola verde di zolfo, un demone e le propose un patto scellerato: suo marito sarebbe morto avvelenato, ma solo in cambio della sua anima immortale e eterna.
La bella Angelica alquanto turbata da cotanto accadimento accettò e corse dall’ alchimista a dirgli della strana apparizione e dell’infame patto, accettato più per paura che per reale malizia.
I giorni passarono e il marito di Angelica non moriva. Il veleno messo nell’abito sembrava senza effetto e così Angelica disperata prese a sospettare che qualcosa fosse mutato nel frattempo, tanto da ostacolare i suoi tristi piani, ma poi la paura e il senso di colpa soprattutto prevalsero e così si recò dal marito scarmigliata e in lacrime spiegandogli tutto e chiedendogli perdono.
Solo allora l’uomo le disse il vero: che il veleno non aveva avuto effetto perché l’alchimista gli aveva portato un antidoto, avendo saputo del patto con il demone. Come unica clausola aveva preteso che non dicesse niente per primo ad Angelica in cambio del suo perdono.
L’angelo custode che gli era apparso in sogno gli aveva infatti rivelato che agendo così l’alchimista aveva sciolto il patto e liberato la donna.
Questa storia bizzarra ha anche un insperato lieto fine: anni dopo infatti il marito di Angelica morì di morte naturale e la donna poté sposare l’alchimista, che nel frattempo era diventato consigliere illustre e temuto del Duca di Firenze”.

La storia finisce qui e sperando di avervi fatto cosa gradita ad avervela narrata inchinandomi mi allontano. Sento che tra voi qualcuno sghignazza, altri increduli scotono il capo saggio e reverente. Haimè sono solo un narratore di fatti neanche a me accaduti, nel malaugurato caso in cui vi avessi tediato me ne scuso.

** Il ritratto del Bronzino appartiene a Lucrezia di Cosimo de’ Medici (1545 – 1561) e la storia, con tutte le licenze del caso, si basa sulla sua triste e breve vita. Nella realtà fu lei moglie di Alfonso II d’Este a morire (si dice avvelenata, per losche trame di successione, anche se le cronache parlano di tisi) nel 1562, poco meno che ventenne.

:: Fontamara – Ignazio Silone – Oscar Mondadori 1981

17 luglio 2018

FontamaraLessi Fontamara di Ignazio Silone e La paga del soldato di William Faulkner in terza media, pressapoco agli inizi degli anni ’80, la maggior parte dei miei lettori forse non era ancora nata, e io avevo su per giù 14 anni. Cosa ricordo di questo libro? Innanzitutto che era molto bello, doloroso, ma molto bello. Ringrazio la professoressa di italiano di allora di avercelo proposto. Parlava di un corso d’acqua e della lotta senza esclusione di colpi per ottenerne la proprietà esclusiva. Parlava di cafoni, che non erano altro che i contadini meridionali, il termine “Cafoni” nell’ accezione di Silone non aveva alcuna connotazione negativa, anzi il contrario. Ignazio Silone scrive divinamente, e il fatto che si sia occupato di temi per così dire umili, della sofferenza della povera gente, che non trova certo spazio nei libri di storia, il fatto che i suoi personaggi siano persone “invisibili” da un punto di vista sociale e economico, la cui lotta per la sopravvivenza è reale, (lottano ogni giorno per vivere, per mangiare, per avere i mezzi primari di sussistenza), non ne sminuisce il valore, anzi l’accresce. La lotta impari contro una natura avversa, fa di questi personaggi degli eroi moderni, nel senso antico del termine. Il Fato qui è spietato, crudele, senza speranza. I personaggi non sognano un futuro di quiete, si accontentano di non morire di fame. E quando ci si trova in una situazione così estrema, è facile per noi dare giudizi, sempre con la pancia piena, pieni di agi, e di privilegi. Ignazio Silone non lo fa, documenta la realtà in maniera “verista”. Non giudica, ma si indigna. Perchè le ingiustizie che patiscono queste persone gridano vendetta (o meglio giustizia) al Cielo. Ripeto lessi questo libro molto giovane, e in un certo senso contribuì a costruire la mia coscienza etica e sociale. Già da bambina non ho mai creduto alle favole, ho sempre saputo che erano racconti allegorici, non ho mai creduto reali gli spettacoli televisivi, (mio nonno se mi vedeva troppo coinvolta o spaventata, mi ricordava è solo un film), ho sempre avuto una percezione distinta tra il reale e l’immaginario, sempre grazie a lui e ai suoi insegnamenti. Sul libro ho poco altro da dire, ma vi consiglio la lucida analisi di Giacomo Raccis che potete trovare qui.  Buona lettura!

:: Le mogli dei militari mentre i mariti sono in missione di Giulietta Iannone

9 luglio 2018
Si

The Moscow Times

Ci sono giorni in cui è davvero difficile capire la differenza tra il coraggio e l’incoscienza, sono quei giorni in cui ti chiedi chi te l’ha fatto fare di sposare un militare. La gente non capisce, pensa che non pesi restare a casa, guardare le notizie su internet, ascoltare le brevi telefonate che si ricevono dalle zone di guerra, dove sempre tutto va bene, il vitto è abbondante, i compagni sinceri, altri te stesso, dove a Natale si mangia tutti assieme e si fa pure l’albero. La gente non capisce cosa significhi resistere a casa, non sapere se il proprio marito, fidanzato, figlio tornerà, e come tornerà. Ferito, nel corpo o nell’anima poco importa. La gente non lo sa. Anche chi resta a casa combatte, soffre, a volte sente anche i proiettili che non ci sono. La gente non lo sa, giudica, schernisce, insulta a volte. Chi ha la responsabilità della vita di altre persone, fosse anche solo un autista di autobus, ha su di sé un peso, ma la gente non lo sa cosa sia. Esorcizza la paura dicendo scemenze, fiduciosa che tutto andrà bene, che ci sarà sempre chi pagherà in prima persona per permettergli una vita sicura, una scuola per i suoi figli, le vacanze al mare, le serate in discoteca, il vento tra i capelli mentre si guida una moto. La gente non lo sa, non conosce gli incubi, le urla, le notti insonni, la paura, la disperazione. Quando tutto sembra senza senso, e si può solo andare avanti perché l’addestramento te l’impone. L’addestramento di una donna che ha sposato un militare ed è come se l’accademia l’avesse fatta con lui. Poi ti dici: gli insulti mi sono piovuti addosso come lacrime, ma non vinceranno, non hanno vinto, questa è una certezza, e un nuovo giorno inizia. Il sole splende sempre uguale, e c’è spazio per la speranza, la speranza di un mondo senza guerre, un mondo dove le questioni si discutono intorno a un tavolo civilmente, senza armi, senza bombe, senza deserti interiori o esteriori. E’ strano la gente si chiede come stiano gli uomini e le donne in missione, ma non come stia chi resta a casa. E’ strano ma neanche tanto difficile da immaginare. Resisti ti dici, vedrai che torna, vedrai che l’amore è più forte. Resisti a volte è l’unica parola che ti ripeti come un mantra. Perché non c’è altro da fare, non c’è altro da sperare. Non siamo soli, siamo tante e tanti, genitori, figli, mariti, mogli. I legami d’amore sono misteriosi, ma neanche la guerra, la violenza, l’odio li spezza. Questa è una certezza. Questa è la mia fede.