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:: Un’intervista con Bianca Garavelli a cura di Giulietta Iannone

19 aprile 2019

BiancaBenvenuta Bianca, scrittrice, critica letteraria, firma per “Avvenire”, dantista, ti occupi di molti campi e quest’anno sei stata membro della giuria dell’ottava edizione del Premio letterario “La Provincia in Giallo”. Ce ne vuoi parlare? Come sei stata coinvolta nel progetto?

Grazie Giulietta, è un piacere conoscerti. In realtà, sono la co-fondatrice del Premio “La Provincia in Giallo”, che è nato da una chiacchierata tra me, che ho a lungo studiato il fenomeno del giallo italiano per la mia tesi di dottorato, e Raffaella Spini, presidente nel 2012 del Rotary Club Cairoli. Questo Club, che agisce in Lomellina, quindi in provincia, considera importante anche l’aspetto culturale dei servizi che può rendere alla società: servire per migliorare il mondo, a partire dal proprio territorio, è l’obiettivo generale del Rotary. Ogni anno il Club dona i libri che hanno partecipato al Premio a una biblioteca del territorio.
Nei miei studi sui giallisti italiani dal 1980 ai giorni nostri, ho notato emergere un interesse ricorrente di alcuni scrittori verso i piccoli centri, una sorta di legame fondato sulla condivisione delle tradizioni, che somiglia al regionalismo proprio del Neorealismo. Quindi è nata l’idea di valorizzare questo tipo di romanzi e racconti, e io stessa ho aggregato una giuria, che si è modificata nel corso degli anni. I primi giurati oltre a Mino Milani e me sono stati Giuseppe Lippi e Margherita Oggero. Come Milani, Giuseppe Lippi è sempre rimasto, ma purtroppo lo scorso dicembre si è spento, prematuramente.

Un premio molto particolare, in cui concorrono opere ambientate in provincia di genere giallo. Il noir, specialmente americano, nasce nelle metropoli, nelle grandi città della costa atlantica e pacifica. Solo successivamente la periferia ha acquistato interesse, la provincia, la campagna, i borghi montani. Cosa pensi abbia contribuito a questo cambiamento?  

Credo che sia dovuto a un bisogno di raccontare un’Italia meno vistosa di quella metropolitana, ma non meno importante, anzi forse più decisiva per i cambiamenti, per i fenomeni sociali in corso. È come se la provincia volesse fare sentire la sua voce, fosse stanca di essere sottovalutata. La provincia è la cartina tornasole di mutamenti che coinvolgono l’intera società, nonostante rimanga costante il suo legame con la tradizione. Il genere giallo permette di entrare in profondità nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti sempre più sorprendenti. Per esempio, c’è anche un filone che collega la provincia con il soprannaturale, con misteri che sfidano la nostra razionalità, come nei romanzi di Eraldo Baldini e Giorgio Todde.

Il giallo ormai è un genere che ha acquistato una sua precisa nobiltà artistica, anche agli occhi della critica più impegnata e preparata che una volta la considerava letteratura esclusivamente di intrattenimento ma priva di un vero valore letterario. Hai notato anche tu questo cambiamento?  

Sì, e soprattutto ho notato una svolta importante nel 1980, con la pubblicazione di un giallo storico di successo planetario, scritto da uno studioso che godeva di una grande stima: Il nome della rosa di Umberto Eco. Questo romanzo ha spianato la strada a molti altri che, anche se non hanno raggiunto gli stessi risultati, hanno confermato e poi consolidato un interesse crescente. Gli scrittori stessi si sono accorti di questo cambiamento, e si sono aggregati in “movimenti”, in gruppi, nati proprio tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta, come il “Gruppo 13” a Bologna e la “Scuola dei duri” a Milano, di cui ha fatto parte lo stesso vincitore di quest’anno, Raul Montanari. Il fenomeno giallo-noir è oggetto di studio anche da parte di accademici illustri, che ampliano il loro raggio d’azione, come testimonia il convegno ricorrente dell’Università La Sapienza, “Roma Noir”, curato dall’italianista Elisabetta Mondello.

Ha vinto Raul Montanari con “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, romanzo sul cyberbullismo diffuso tra i giovani. Cosa vi ha colpito di più del suo libro? È stato difficile arrivare a un verdetto finale?

È stato di una difficoltà crescente arrivare alla selezione dei semifinalisti, poi dei tre finalisti e fra questi del vincitore, anche perché quest’anno il Premio ha avuto una partecipazione da record, con sessantanove libri. Credo che la giuria abbia lavorato con onestà e impegno, tenendo conto delle qualità di tutti gli autori. I tre finalisti raccontano delle province molto diverse fra loro, confermando l’idea che il giallo stia mettendo in luce aspetti nascosti dell’Italia di oggi. Fulvio Ervas ci rivela i segreti del Nord-Est, Mariolina Venezia di una Matera sempre meno provincia e più centro di cultura internazionale; entrambi ce ne svelano i lati corrotti, insieme ad altri ancora molto vicini alla tradizione.
Il romanzo di Montanari colpisce per l’originalità della struttura, per la capacità di trasferire in una sorta di provincia quasi astratta, un ambiente in apparenza isolato circondato da montagne imponenti, una trama da noir metropolitano. C’è una doppia sfida in atto nel romanzo: fra adulti e adolescenti, e fra due tipi di “male” incarnati rispettivamente da un ragazzo, come tutti i suoi coetanei navigato in ambito di social network, e da un adulto provato da molte esperienze militari. L’autore ha la capacità non comune di spingere fino all’estremo i suoi personaggi, di mostrarne gli aspetti che li uniscono, anche se sono avversari, creando interazioni da tragedia, e, usando l’attualità per mostrarci lati sconvolgenti della realtà sociale, come il cyberbullismo, che trasforma in incubo persecutorio le potenzialità aggregative dei social.

Ringraziandoti per la disponibilità un’ ultima domanda dedicata a te e al tuo lavoro di scrittrice. Che progetti stai portando avanti? Stai scrivendo attualmente?

Ho in cantiere un progetto dantesco, che si ricollega in parte al mio romanzo del 2015, Le terzine perdute di Dante, uscito da Rizzoli Best BUR. È un omaggio al grande maestro di cui si celebra un importante anniversario nel 2021: i settecento anni dalla morte.

:: Un’intervista con Raul Montanari a cura di Giulietta Iannone

18 aprile 2019

La vita finoraBenvenuto Raul. Hai appena vinto l’edizione 2019 del Premio letterario “La Provincia in Giallo” con il romanzo “La vita finora” edito da Baldini + Castoldi, libro sul cyberbullismo diffuso tra i giovani. Un male sommerso ma che crea tanto disagio e vera disperazione. Ce ne vuoi parlare?

In estrema sintesi, anche se il discorso sarebbe complesso: attraverso il drammatico crescendo di disavventure di un professore che va a insegnare in un paese sperduto in cima a una valle, ho cercato di raccontare i due cambiamenti epocali che stiamo vivendo.
Anzitutto si è rotta l’alleanza fra gli adulti, quel meccanismo per il quale, fino alla generazione scorsa, l’adulto a casa (il genitore) si identificava nell’adulto a scuola (l’insegnante), mentre ora vede spesso nell’insegnante un nemico ostile a suo figlio.
In secondo luogo, questa è la prima volta, nella storia del mondo così come lo conosciamo, che la generazione adulta si trova in svantaggio rispetto alla generazione nuova. Un ragazzino di 12 o 13 anni usa il computer, i social, le nuove tecnologie con più prontezza e competenza di suo padre e dei suoi insegnanti; l’esperienza, che è sempre stata l’arma vincente a vantaggio della vecchia generazione, non conta nulla nel mondo digitale.
Il risultato è che il virtuale non è più separato dal mondo reale, dal mondo “vero” come abbiamo sempre detto ai ragazzi: è diventato così importante che è ora di dire che IL VIRTUALE È REALE. Dobbiamo dirlo proprio perché il virtuale non sembri una specie di Paese della Cuccagna in cui si può fare di tutto, adottare per esempio comportamenti aggressivi e persecutori, con la scusa che sono cose meno gravi rispetto a quanto sarebbero nel mondo reale.
Una persona presa di mira nel mondo virtuale soffre realmente, non virtualmente; ciò che facciamo nel mondo virtuale ha sempre una ricaduta nel mondo reale.

I libri in concorso avevano la peculiarità di essere ambientati in provincia e di essere di genere giallo, nella più ampia accezione del termine. Pensi che questo tipo di ambientazione sia parte di un processo di crescita e cambiamento anche sociologico? Non più il centro, la metropoli, ma la periferia come luogo in cui accadono le cose, penso al country noir di scuola americana.

In realtà credo piuttosto che sia il contrario: la dimensione metropolitana sta divorando quella della provincia, dello smalltown, e te lo posso dimostrare (ma non ce n’è bisogno) con un esempio divertente. La vita finora si svolge come abbiamo detto in un paesino, quindi in provincia; eppure in molte recensioni hanno scritto che si svolge “in periferia”, come se tutto il mondo ruotasse comunque intorno alla città e un paese a cento chilometri da Milano fosse in ogni caso “periferia” di Milano!
Quindi credo che il senso del premio sia piuttosto di tipo conservativo: cercare nella produzione letteraria uno sguardo ancora attento a un mondo svalutato, sottostimato.

Gli altri finalisti erano: Mariolina Venezia, in gara con “Rione Serra Venerdì” (Einaudi) e Fulvio Ervas, “C’era il mare” (Marcos y Marcos). Cosa pensi i giurati abbiano visto nel tuo libro, tanto da proporlo per la vincita?

Penso semplicemente che abbiano trovato nel mio libro una storia incisiva scritta con uno stile consapevole.
Ti confesso che non do un’eccessiva importanza al fatto di aver vinto, mi importa di più essere entrato in finale. Nel breve ringraziamento alla fine della cerimonia ho detto che consideravo il mio libro a pari merito con quelli di Fulvio e Mariolina, che stimo moltissimo.
Considerando la complessità del giudizio letterario, è già difficile dire: questi tre libri sono i migliori dei quasi settanta candidati al premio; figuriamoci la difficoltà di dover dire: e fra questi tre il migliore dei migliori è La vita finora. Abbiamo vinto tutti e tre, e basta.

La giuria, presieduta da Mino Milani, giornalista, romanziere, sia per ragazzi che per adulti, storico, fumettista, era composta da Bianca Garavelli, dantista, Andrea Maggi, Giuliano Pasini, Flavio Santi. Una giuria di qualità si potrebbe dire, non strettamente legata al giallo e al noir. Pensi che questo genere una volta considerato di meno valore della narrativa cosiddetta letteraria, abbia acquistato oggi nuova importanza e anche interesse tra i critici più colti?

Nella tua domanda è implicita tutta la mia storia.
Ho cominciato a scrivere negli anni ’80 cercando di usare certi schemi della narrativa di tensione non per divertire il lettore ma per provare a dirgli cose importanti in un modo non noioso. Avevo imparato dai miei idoli e dai miei maestri: Poe, Stevenson, Kafka, Borges, Dürrenmatt, ma anche Aldo Busi, Giovanni Testori e Giuseppe Pontiggia, che mi hanno aiutato agli inizi della mia carriera.
Quindi sì, io credo che si possa dire  in tono un po’ sprezzante: “Questo è un giallo” soltanto di un libro che non è nient’altro che un giallo, un prodotto di intrattenimento; ma che le strutture e le sottigliezze del genere possano tranquillamente ritrovarsi in testi di livello letterario.
Spesso poi il confine fra narrativa d’evasione e narrativa letteraria è impossibile da fissare. Graham Greene distingueva, nella sua produzione, fra i libri impegnati e quelli che chiamava “divertimenti”, che erano perlopiù storie di spionaggio (o noir come Una pistola in vendita). Il fatto è che questi “divertimenti” erano scritti meravigliosamente, tali e quali ai suoi libri “impegnati”!

Grazie Raul, e ancora complimenti per la vittoria; come ultima domanda ti chiederei a cosa stai lavorando attualmente.

All’ennesima revisione delle bozze del mio secondo romanzo, La perfezione. Scritto nel 1991 e uscito in prima edizione nel 1994 con Feltrinelli, oggi che come libri pubblicati sono a quota ventuno lui è arrivato alla quarta edizione (con quattro copertine diverse: un record!) e uscirà con Baldini+Castoldi, che ne ha rilevato i diritti.
È appunto uno dei titoli storici del nuovo noir italiano che andò all’assalto delle grandi case editrici all’inizio degli anni ’90, come ha ricordato affettuosamente Andrea Pinketts nell’ultima intervista rilasciata prima di morire, pochi mesi fa.

:: Un’intervista con Franco Forte e Guido Anselmi autori di Romolo: Il Primo re a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2019

Romolo Il primo reBenvenuti su Liberi di scrivere e grazie di avere accettato questa intervista. Alcune domande sono personali, ad altre potrete rispondere entrambi. Cominciamo con la prima, in realtà più una presentazione. Descrivetevi ai nostri lettori, raccontateci che studi avete fatto, dove siete cresciuti, cosa fate attualmente.

Franco Forte: classe 1962, ho dedicato la mia vita ai libri e alla scrittura. Milanese di nascita, ora vivo in un paesino della campagna lodigiana. Dopo gli studi di ingegneria elettronica mi sono dedicato al giornalismo, alla scrittura e alle traduzioni. Oggi pubblico romanzi con Mondadori, curo le collane Il Giallo Mondadori, Urania e Segretissimo, possiedo con altri soci una piccola casa editrice (Delos Digital) e mi occupo di scrittura a 360°, dal cinema alla tv al teatro.

Guido Anselmi: classe 1972, dopo venti anni dedicati all’ingegneria del software, ho deciso di averne abbastanza delle quattro mura entro le quali stavo confinando la mia vita. Dopo aver vinto il premio WMI, ho iniziato una fortunata collaborazione con Delos Digital, pubblicando due romanzi brevi e un racconto. “Romolo Il primo re” è il mio esordio con Mondadori.

Per Franco: Dunque in questo romanzo storico hai affrontato la figura di Romolo, il fondatore di Roma. Personaggio impegnativo, soprattutto perché le fonti storiche non sono molte, giusto? Come vi siete documentati?

Le fonti storiche sono molto frammentate, più che altro frutto di interpretazioni (spesso fantasiose) da parte di autori classici molto lontani dal periodo descritto, e questo ci ha dato modo da una parte di poter sfruttare la fantasia e l’immaginazione per coprire gli ampi squarci mai raccontati di questa vicenda, dall’altra ci ha costretto a discriminare attentamente fra tutte queste fonti, cercando quelle più plausibili e vicine a una possibile realtà su come si sono svolti i fatti che poi abbiamo raccontato nel romanzo. Un lavoro certosino ma molto interessante, che ci ha fatto scoprire un’epoca buia e tormentata, che ben pochi avevano raccontato in modo così approfondito.

Per Guido: Franco Forte ha all’attivo tantissimi romanzi storici, è un veterano nel trasformare personaggi come Caligola, Genis Khan in eroi. Come vi siete incontrati e come è stato lavorare con lui. Come vi siete divisi il lavoro?

La nostra prima collaborazione è avvenuta tramite la rivista Writers Magazine Italia, di cui Franco è responsabile, ed è continuata in maniera sempre più fitta e continuativa negli anni successivi. Lavorare con lui è stata un’esperienza tanto impegnativa quanto entusiasmante, non abbiamo diviso il lavoro in maniera rigida, ma abbiamo assegnato i compiti in base alle esigenze del momento, trovando sempre un grande accordo.

Per entrambi: Che idea vi siete fatti di Romolo, come ve lo siete immaginato per tutta la stesura del romanzo?

Romolo era un visionario, un uomo interessato non solo alla sopravvivenza spicciola, quella con cui si doveva combattere ogni giorno, ma anche a un possibile futuro per la sua gente. Intorno a lui si è coeso un progetto di comunità molto ardito per l’epoca, che ha fatto della comunione di intenti e della forza del gruppo un’arma formidabile per crescere nel tempo, fno a dare forma a quella che è stata la più grande fra le civiltà antiche dell’umanità: Roma. Solo un uomo straordinario, con una mente agile e lungimirante, avrebbe potuto perseguire un compito del genere, e Romolo l’ha fatto. A scapito di tante morti e di tanto sangue (fra cui anche quello del fratello Remo), ma non in nome del potere personale, bensì per dare un futuro al suo popolo. Crediamo che questa sia la misura della grandezza di questo personaggio.

Per Franco: La storia di Romolo e Remo, la loro rivalità che in un certo senso portò al fratricidio ricorda la storia di Caino e Abele, anche se Abele diciamo era il buono e quello che morì. Quando furono abbandonati Romolo e Remo in teoria dovevano essere lasciati alle acque del Tevere, questo fatto ricorda l’abbandono di Mosè in una cesta di canne. Quanto ha inciso secondo te la storia biblica nella creazione del mito legato a questi personaggi?

Diciamo che tutte le grandi storie si rifanno a degli archetipi che piacciono al pubblico che le ascolta, e dunque qualsiasi leggenda si rifà in qualche modo a quelle impalcature narrative primordiali che ancora oggi sono capaci di farci emozionare. Il nostro lavoro, come narratori, è stato quello di cercare di dare un senso, di rendere razionale e il più possibile plausibile, ciò che nel corso dei secoli, passando di bocca in bocca, si è accresciuto del sensazionalismo e della fantasia di chi ha cercato di rendere sempre più entusiasmante questa storia, affondando nel mito e nella superstizione per ammantare tutto con il sapore della leggenda.

Per Guido: Chi ha avuto l’idea di cercare di ricreare la vita quotidiana delle popolazioni di pastori dell’alto Lazio del 700 avanti Cristo?

L’idea è stata condivisa e portata avanti da entrambi, d’altronde non potevamo fare diversamente, vista la difficoltà di ricreare in modo realistico usi e costumi di tremila anni fa, dei quali si conservano testimonianze tutt’altro che esaustive.

Per entrambi: Quale è stata la parte più difficile nella stesura del libro: la raccolta delle fonti, la creazione dei dialoghi, la struttura narrativa?

Scrivere alla fine è la parte più facile, quando si hanno le idee chiare e si sa come farlo. Studiare le fonti è stato molto impegnativo, organizzare il lavoro e la struttura narrativa del testo, un po’ meno. Ma non si può costruire un romanzo di questo tipo senza tanto lavoro e senza sputare sangue, questo deve essere chiaro. Come ogni buon romanzo, ha richiesto molto lavoro e tanta dedizione, ma ci ha ripagato con grandi soddisfazioni, fra cui anche l’apprezzamento del pubblico.

Per Franco: Molta importanza è data all’azione, alla parte avventurosa della storia. Perché questa scelta?

Perché stiamo parlando di quasi 3000 anni fa, un peridodo primitivo, selvaggio, primordiale, dove la lotta per la sopravvivenza era all’ordine del giorno. Non c’era nulla che non fosse avventuroso, misterioso, pericoloso, e dunque dovevamo far muovere i nostri personaggi in questo contesto, che abbiamo cercato di ricostruire nel modo più verosimile possibile.

Per Guido: Il romanzo, sebbene uscito quasi in concomitanza con il film dallo stesso titolo di Matteo Rovere, non ha legami diretti con la pellicola cinematografica. Voi avete iniziato molto prima a lavorare alla stesura del libro, vero?

L’uscita in contemporanea del film e del romanzo è stata una incredibile coincidenza, che ha portato due progetti a lunga scadenza a vedere la luce allo stesso tempo. Dal nostro punto di vista, “Romolo” rappresenta solo il primo tassello di un progetto cui abbiamo dedicato tantissimo tempo e che coinvolgerà tanti altri validi autori, insieme ai quali intendiamo raccontare la storia dei primi sette re di Roma.

Per entrambi: Ci sono stati momenti in cui non eravate d’accordo su alcuni punti, su alcune soluzioni narrative? Avete discusso, come siete giunti a un accordo?

Si discute sempre su tutto, ci si infuria, si ride, ci si dà pacche sulle spalle, ci si sostiene, ci si insulta e si brinda insieme. È l’essenza stessa del lavoro di squadra, e dunque ci siamo passati anche noi. Ma è il bello della faccenda…

Per Franco: Nella stesura di un romanzo storico la grande difficoltà è il compromesso tra fedeltà alle fonti, perlomeno le più accreditate, e la fantasia, la creazione puramente letteraria. Ecco tu come ti comporti in questi casi, svelaci il tuo segreto?

Chi scrive romanzi storici deve sempre fare riferimento alle fonti più attendibili che riesce a trovare, dopodiché deve ricostruire per il lettore tutto ciò che gli storici non sono riusciti a scovare tra i resti archeologici, e sfruttare la fantasia e l’immaginazione per colmare questi buchi in modo verosimile e coerente con il contesto derivato dai lasciti storici. Un lavoro affascinante, che però va fatto con grande cautela, cercando di essere sempre pronti a rendere plausibile qualsiasi situazione si decida di descrivere.

Grazie a entrambi come ultima domanda vi chiederei a cosa state lavorando ora, quali sono i vostri progetti attuali?  

Adesso ciascuno per la sua strada, con tanti progetti, tante idee e… diverse belle novità di cui presto daremo notizia.

I progetti sono diversi, alcuni a lunga scadenza, altri ormai prossimi a sbarcare in libreria, di cui tuttavia non possiamo ancora parlare 🙂

:: Il cuore e la tenebra di Giuseppe Culicchia (Mondadori 2019) a cura di Giulietta Iannone

17 aprile 2019

Il cuore e la tenebraStamattina papà la tua morte è tra le notizie di Facebook. Non ci sentivamo da quanto? Un mese? Non ricordo con precisione. Da ultimo eri tu a chiamarmi. E io spesso ero costretto a tagliare corto. No che non mi facesse piacere sentirti. Ma mi chiamavi sempre quando ero al lavoro. Del resto io non ho orari. E di questi tempi il lavoro viene prima di tutto. Ora che ci penso a volte non ti ascoltavo nemmeno. Anche perché sapevo già che cosa mi avresti detto. Furtwangler. Berlino. I Berliner e quella maledetta Nona Sinfonia.

Così inizia Il cuore e la tenebra, ultimo romanzo di Giuseppe Culicchia, edito da Mondadori nella collana di narrativa Scrittori italiani e stranieri. Titolo che rimanda a Cuore di tenebra di Joseph Conrad e nella narrazione allo stesso colonnello Kurtz di Apocalypse Now, film di Francis Ford Coppola.
La trama è semplice: un figlio alla morte del padre, grande direttore di orchestra, si reca a Berlino per la cerimonia di cremazione. Guardando nel suo computer trova poi dei file con farneticanti affermazioni legate alla Nona Sinfonia diretta da Furtwangler in occasione del compleanno di Hitler e a una sua apparente adesione al nazismo, ovvero al nazionalsocialismo, il termine nazista è un termine dispregiativo introdotto dagli inglesi, e alla sua concezione dell’esistenza.
In realtà tutto sembra legato a un discorso meramente estetico, senza il nazismo l’esecuzione della Nona Sinfonia di Furtwangler non avrebbe potuto essere tale, di tale potenza, e anche solo tentare di riprodurla si rivela infatti impossibile, ma l’effetto è perturbante.
Il figlio, che narra in prima persona la vicenda, si interroga come è possibile, si chiede addirittura cosa avrebbe fatto suo padre se fosse vissuto ai tempi di Hitler, tra sgomento e incredulità. Per poi concludere che è un discorso sterile, poichè noi siamo anche quello che siamo in relazione all’ambiente, al momento in cui viviamo.
Durante la narrazione poi arriva a fare i conti con questo padre assente, e da morto così ingombrante, e alla fine cerca di comprendere come abbia potuto trovare rifugio dal suo fallimento personale in un’ ideologia così atroce (non arrivando però mai ad abbracciare l’antisemitismo e provando orrore per l’uccisione di donne e bambini). Per arrivare inaspettatamente al perdono, a un catartico e liberatorio ti perdono tutto papà.
Romanzo anomalo si può dire, lunga riflessione sul nazismo e su cosa resta di questa ideologia oggi, e sul rapporto che lega genitori e figli (anche i figli dei nazisti amavano i loro genitori) in un mondo complesso e privo di reali punti di riferimento.
Quello che Culicchia fa è rendere visibile in modo molto efficace il male insito in questo credo politico sconfitto dalla storia, che sa ancora affascinare oggi così tante menti, questo potere corrosivo di attrazione a cui è sempre legato un senso di orrore, ma come scrisse Nietzsche, a guardare nell’abisso anche l’abisso scruterà dentro di te, e avverte che chi lotta contro i mostri deve guardarsi bene dal non diventare mostro a sua volta. Questo è senz’altro il senso profondo del romanzo che tocca il suo apice quando fa sembrare ragionevoli e rassicuranti addirittura le farneticazioni di un nazista contemporaneo (amico del padre del protagonista) dal piano Kalergi all’antisemitismo finanziario e cospirazionista.
Agghiacciante nella sua essenza, prova di estrema bravura da parte dell’autore che naturalmente non abbraccia e non difende il credo nazista, ma ne denuncia le derive e il male che continua a fare ancora oggi. Forse un campanello di allarme, un libro sicuramente da leggere con i giusti anticorpi.

Giuseppe Culicchia (Torino, 1965), ex libraio, è figlio di un barbiere siciliano e di un’operaia piemontese. Ha pubblicato 24 libri con i maggiori editori italiani ed è tradotto in dieci lingue. Dal suo long seller Tutti giù per terra, ristampato da oltre vent’anni, presente nelle antologie scolastiche e incluso da Mondadori nella collana 900 Italiano, è stato tratto l’omonimo film. Il suo Torino è casa mia è il titolo di maggiore successo della collana Contromano di Laterza. Di Einaudi il recente Mi sono perso in un luogo comune. Tra gli altri titoli pubblicati: Il paese delle meraviglie (2004), Brucia la città (2009), Sicilia, o cara (2010), Venere in metrò (2012), E così vorresti fare lo scrittore (2013). Ha tradotto tra gli altri Mark Twain, Francis Scott Fitzgerald e Bret Easton Ellis.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’Ufficio Stampa Mondadori.

:: Un’ intervista con Paola Rambaldi autrice di Brisa a cura di Giulietta Iannone

15 aprile 2019

BrisaBentornata Paola su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. È appena uscito Brisa, il tuo nuovo romanzo, ce ne vuoi parlare? Come è nata l’idea di scriverlo?

Grazie a Liberi di scrivere. L’idea di Brisa è nata da alcuni aneddoti raccontati da due anziani musicisti durante una serata danzante, dove le mie amiche si divertivano un sacco e io, che non ballo, mi annoiavo a morte. Nel libro ho lasciato i loro nomi: Primino e Tunaia. Nel 1956 vivevano a Gorino e, in mancanza di auto, si spostavano da una balera all’altra a bordo di un carro funebre. Immagino come si toccassero i clienti ogni volta che li vedevano scaricare gli strumenti. Videro gli esordi di Milva, allora tredicenne. Prima di esibirsi facevano le prove in un magazzino di impresariato funebre, dove, ogni volta, casse da morto e ossari venivano coperti con dei teloni per non impressionare l’ignara cantante. Questi e altri aneddoti mi hanno talmente divertita che ci ho voluto scrivere una storia. Da lì è nata Brisa.

Brisa, la protagonista, è una donna molto particolare, una stria, vede il futuro e i morti, percepisce cose che gli altri non avvertono, e i suoi compaesani la consultano, ma di nascosto. Forse ne hanno anche paura, come si ha paura del diverso, dell’ignoto. Come hai costruito il suo personaggio?

Cercavo una protagonista non accattivante, che non fosse la solita bellona dei romanzi tradizionali. All’inizio della storia, Brisa, si presenta con baffi, sopracciglia incolte e vestita con vecchie palandrane il che, unito al fatto che passando la lunga treccia sulle foto riesce a vedere le disgrazie, non fa certo di lei la simpaticona che tutti vorrebbero avere per amica. Tolti i baffi e indossati degli abiti decenti Brisa migliora un ciccinino. Ma brutta è e brutta resta.

Il romanzo è ambientato in un piccolo paese alle foci del Po, Gorino, nella bassa ferrarese, tra il settembre e il dicembre del 1956. Un’ambientazione insolita per un noir che di solito predilige gli ambienti metropolitani. Come hai scelto questo scenario? Cosa l’ha reso particolarmente adatto a scrivere una storia come la tua?

Ho scelto Gorino per restare fedele ai luoghi di Primino e Tunaia. Sono andata in ricognizione a Gorino due volte in cerca d’ispirazione per il resto della storia, ma non ho trovato niente. Infatti nel romanzo ricorre spesso la frase: In un posto dove non succede mai niente… Poi con l’arrivo del luna park per la festa del patrono nel romanzo succederà di tutto. I colleghi d’ufficio che mi hanno accompagnata nelle ricognizioni si sono cuccati anche la visita alle Pompe funebri Ottani, che ancora ringrazio.

Molte delle storie che racconti nascono da racconti veri che hai sentito, che hai raccolto nella tua vita. Come separi fantasia da realtà, come li amalgami?

In effetti mi sono ispirata a due storie vere. Una strage familiare citata nelle prime pagine raccontata da mia figlia quando era vigile del fuoco, e il grosso guaio in cui incorrerà Brisa, verso la fine del romanzo che mi è stato raccontato quando facevo volontariato al pronto soccorso. Casi in cui la realtà supera di gran lunga la finzione. La giornalista-scrittrice Piera Carlomagno sostiene che tutti i casi citati nei romanzi prendano sempre spunto dalla cronaca e anche se molti scrittori negano, credo abbia ragione.

Il romanzo inizia allegro, solare: sta arrivando il luna park in città, per la festa patronale, un complesso suonerà i successi di quell’anno, si ballerà, si farà festa, poi scompare un ragazzino, Lucianino, figlio di Smamaréla, la donna del fratello di Brisa, da quel momento inizierà un viaggio nell’orrore, nelle peggiori depravazioni umane, di colpo i personaggi mostrano un altro volto, si rivelano per qualcosa che difficilmente sospettavamo. Come hai caratterizzato questa dualità, questo cambio di prospettive?

Per me le parti più difficili da scrivere sono sempre gli inizi, quando ancora non è successo niente, perché sono attratta solo dall’azione. Quando qualcuno racconta a voce vorrei che iniziasse dalla fine. Dal fattaccio. Non ho pazienza. Voglio arrivare subito al dunque. Negli anni ’70 quando non c’erano orari per andare al cinema, entravo sempre verso la fine delle proiezioni. Vedevo il finale del film e poi lo rivedevo daccapo. Non amo le sorprese e vorrei sempre sapere dove mi porteranno le storie. Tutte, tranne la mia. Non ci tengo a sapere come e quando morirò.

In Brisa abbiamo una fotografia della provincia italiana del dopoguerra, dove tutti si chiamano per soprannome, dove il benessere non è ancora diffuso, la vita è dura, si fatica, ben pochi sono i divertimenti. Che importanza ha tutto ciò nel tuo romanzo?

Ho scelto di ambientare il romanzo negli anni ’50 perché in quegli anni la gente riusciva ancora a stupirsi di qualcosa. Negli anni le efferatezze che seguiamo nei libri e nei film sono diventate tali che non ci stupiamo più di niente. I serial killer sono tenuti a brutalizzare le loro vittime in modo sempre più efferato pur di colpire lettori e spettatori. L’ultima volta che mi sono stupita credo sia stato per un serial killer chi si scopava le orbite dei cadaveri. Da Seven e da Il silenzio degli innocenti in poi è stato un crescendo dove ogni autore si è sentito in dovere di moltiplicare le efferatezze del suo uccisore seriale, ottenendo, per me, l’effetto di azzerare le emozioni. Non amo gli Horror con brutalità in crescendo e non amo i porno per l’eccessiva introduzione senza introduzione. Il troppo anziché stupirmi mi annoia.

Anche tu usi molto il dialetto per caratterizzare i personaggi, per accentuare l’aspetto corale del romanzo. Come ti sei documentata? È un dialetto che parli, che usi nella tua quotidianità?

Ho usato il dialetto di casa mia, anche se i miei genitori lo parlavano solo tra loro e si rivolgevano ai figli in italiano.

Le forze dell’ordine in questo romanzo non brillano per acume e perspicacia, preferiscono andare a prendersi un caffeuccio al Trombini, il bar della zona. E Brisa quasi per caso si reca dove si dipanerà la storia. Non hai voluto puntare sull’indagine, hai preferito dar voce al caso, alle possibilità, all’intuito?

La gran parte dei giallo-noir in circolazione hanno sempre un investigatore alcolizzato, depresso, che parla con la moglie morta e che si innamora della collega strafiga di turno. Nella mia storia ho voluto fare a meno dei tutori della legge. Scerbo e Bellugi arriveranno a immaginare cos’è successo solo per supposizioni. Il lettore saprà, ma l’indagine vera e propria comincerà solo dopo la parola Fine.

Quali sono i tuoi maestri letterari quelli che ti hanno ispirato nella scrittura di questo libro? Quali letture?

Il mio autore preferito resta sempre Simenon, di suo leggo tutto tranne il Commissario Maigret (conservo ancora un bel ricordo degli sceneggiati televisivi con Gino Cervi in bianco e nero). Amo anche Lansdale, Ammaniti, De Giovanni, Ruju e molti altri. Di ognuno prediligo solo alcuni libri. Ma ci sta.

Come ti sei documentata sul periodo storico? Sulle canzoni, le marche dei detersivi, delle medicine, delle sigarette? Ti hanno aiutato nelle ricerche?

Raccogliendo per mercatini giornali dell’epoca e facendo tesoro dei racconti di chi c’era.

Ti piacciono i film italiani degli anni ‘50? Quanto incide sul tuo stile la cinematografia di quel periodo?

Il cinema resta la mia passione e in Brisa viene spesso citato Il grido di Antonioni con Alida Valli che venne girato quell’anno nei luoghi del romanzo utilizzando molte comparse del posto. Non a caso uno dei protagonisti è ossessionato da questo film.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Hai notato interesse dalla critica verso il tuo romanzo?

Finora ho ricevuto belle recensioni e ne sono molto contenta.

Per concludere, ringraziandoti della disponibilità e di questa simpatica chiacchierata, la fatidica domanda: a cosa stai lavorando adesso?

Sto lavorando al seguito di Brisa. Siamo nel 1963. Sono passati sette anni. Brisa ne ha trenta e si è trasferita presso dei parenti odiosi. Un uomo cerca di uccidere delle donne incinte. È l’anno del disastro del Vajont, viene assassinato John Kennedy e muore il Papa buono… Grazie ancora a Liberi di scrivere per la bella intervista.

:: La versione della cameriera di Daniel Woodrell (NNEditore 2019) a cura di Giulietta Iannone

13 aprile 2019

La versione della camerieraDaniel Woodrell è uno dei più significativi esponenti del Southern gothic americano contemporaneo, lo stesso autore ha coniato poi il termine “country noir” per definire i suoi lavori, (vi rimando a questo interessante articolo di Luca Conti ancora disponibile in rete per capire lo spirito che unisce il Southern gothic al noir, e i padri nobili che vanta, da Faulkner, immenso, alla mia amatissima Flannery O’Connor, sovrana mai spodestata della narrativa breve americana, su tutti).
Se del primo la sua anima noir è stata timidamente messa in luce, ormai l’alta letteratura e il noir non sono più così lontani e inconciliabili, della seconda ancora non mi pare questo accostamento sia stato fatto ma leggetevi The Violent Bear It Away (Il cielo è dei violenti, Einaudi), per capire di cosa sto parlando.
Tornano a Woodrell, classe 1953, autore di Un gelido inverno, che anche grazie al film di Debra Granik da cui è tratto ha aumentato le schiere degli adepti di quel genere di noir molto ruvido, molto particolare che lascia gli ambienti classici metropolitani per portarci nell’America più profonda, nella sua periferia più povera e sofferente, nella sua sconfinata campagna, nelle sue montagne impervie, tra depressione e crisi, tra rabbia e voglia di non abbandonarsi alle paludi della disperazione.
Daniel Woodrell ha portato avanti quella lezione, e l’ha fatta propria aggiungendoci il suo personalissimo stile, difficilmente imitabile, che fa di lui senz’altro uno dei maggiori scrittori americani viventi, come troverete scritto nelle note biografiche dell’editore.
La versione della cameriera (The Maid’s Version, 2013), tradotto da Guido Calza, (non perdetevi al termine della lettura le sue note sulla difficoltà di tradurlo e sulle caratteristiche salienti della scrittura densa e corposa di Woodrell), è il primo romanzo della serie detta di West Table.
Di per sé la storia è semplice, sì quella lineare, riassumibile in poche frasi: un ragazzino di dodici anni trascorre l’estate dalla nonna che gli racconta come persero la vita quasi una cinquantina di persone nell’esplosione all’Arbor Dance Hall nel 1929, fatto che ha drammaticamente influenzato tutta la sua vita soprattutto perché una delle vittime era la sua amatissima sorella Ruby.
Forse c’è un colpevole, forse nonna Alma sa chi è, o perlomeno si è fatta un’idea molto precisa di come le cose sono andate.
Questa dopo tutto è la sua versione, quanto sia affidabile come narratrice non è dato sapere, ma noi le crediamo, neanche per un attimo siamo tentati di sgretolare i suoi granitici convincimenti. Alek il ragazzino le crede, come crede a tutto quello che lei racconta della sua difficile vita, e dei personaggi al centro in questo affresco corale di un angolo sperduto tra i monti Ozark nel Missouri.
Che la tradizione orale sia determinante è un dato di fatto, dopo tutto l’intero romanzo è la narrazione di una storia passata di bocca in bocca da nonna a nipote, e del racconto orale ha il flusso e le derive. Il tempo è relativo, il passato e il presente si mischiano dando un ritmo altalenante al flusso narrativo, fatto di flashback e memorie.
Alek ormai è adulto quando ricorda la sua infanzia e parla di sua nonna Alma, figura carismatica e quasi mitologica del suo panteon familiare, almeno quanto Ruby, bellissima e sensuale creatura che trova la sua rovina diciamo quando incontra l’amore.
Ruby morirà nel rogo della sala da ballo e Alma non se lo perdona. Doveva fare qualcosa, e non l’ha fatto. Questo struggente senso di colpa avvelena la sua vita di contadina diventata cameriera nelle case dei ricchi della zona per sfamare i suoi figli, non aiutata da un marito beone e immaturo. Anche la morte di Buster (il marito di Alma) se vogliamo può essere aggiunto al conto delle vittime, sebbene lui non muoia direttamente nel rogo.
Se potessi parlare liberamente della trama, svelandovi la versione della cameriera, avrei più agio nel dirvi i fatti (li scoprirete nell’ultimo capitolo) ma se riflettiamo bene forse sono relativi. In fondo è una struggente storia d’amore, nelle sue molteplici forme. È una storia di oppressione, di ingiustizia, e di sopraffazione. Le colpe dei ricchi sono sempre meno gravi di quelle dei poveri, anche se a volte distinguere tra innocenti e colpevoli non è così agevole, come in quetso caso.
Woodrell lascia fluttuare gli eventi, li lascia decantare, e ci dà schegge di passato su cui riflettere. Chi sia il colpevole è facilmente intuibile, la rabbia di Alma è manifesta, anche se soprattutto con se stessa, ed unita a questo grande senso di colpa e dolore per cosa anche volendo non avrebbe potuto cambiare: le regole di una società che lei non accetta, ma di cui per alcuni versi in alcuni tratti addirittura si fa complice quando lava le camicie di Arthur Glencross perchè non si senta il profumo della sua amante.
Alek è l’osservatore imparziale, un po’ in disparte lascia ad Alma tutta la scena, e lei fa rivivere il passato, tiene viva la memoria di quell’esplosione che ha scosso equilibri più o meno manifesti, e mentre quasi tutti vogliono dimenticare, passare oltre, considerare il fatto poco più che un incidente, lei vuole una sorta di giustizia, di riscatto, e si accontenta di concludere che anche il colpevole ha pagato fino alla fine. È sfuggito forse alla giustizia umana, ma c’è una giustizia superiore e questa consapevolezza chiude un cerchio, e dona compimento a una vicenda tragica nella sua inevitabilità.
Aspettiamo le prossime storie della serie, che usciranno sempre per NNEditore.

Daniel Woodrell (1953) è considerato uno dei maggiori scrittori americani viventi. I suoi libri hanno ottenuto diversi premi e riconoscimenti, tra cui il Pen Award, l’International iMac Dublin Literary Award e il Sundance Film Festival Award per l’adattamento cinematografico del suo libro Un gelido inverno. Ama ambientare le sue storie nei panorami dei monti Ozark, in Missouri, e lui stesso ha coniato la definizione di “country noir” per descrivere la sua opera. NNE pubblicherà gli altri volumi della Serie di West Table.

Guido Calza traduce narrativa e saggistica dall’inglese e dal francese. Dopo un’ incauta deviazione in ambito economico è approdato ad attività più consone alla sua indole e vicine alle sue passioni. Per NNE ha tradotto Brian Turner e Jesse Ball.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa NNE.

:: Un’ intervista con Giulia Ciarapica a cura di Giulietta Iannone

10 aprile 2019

Una volta è abbastanza

Giulia Ciarapica ha bisogno di ben poche presentazioni: book blogger, promotrice culturale, parla di libri ai ragazzi nelle scuole, scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”, influencer come amano definirla i giornali, autrice di Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché una guida per fare questo mestiere al meglio. Ora esordisce nella narrativa con il suo primo romanzo Una volta è abbastanza, noi l’abbiamo intervistata:   

Benvenuta Giulia, e grazie di avere accettato questa intervista. Smessi i panni della book blogger esordisci come autrice con il tuo romanzo Una volta è abbastanza, primo libro di una trilogia familiare che parte dal secondo dopoguerra e ritengo arriverà fino ai giorni nostri. Un romanzo notevole, maturo, poetico, mi ha fatto davvero una grande impressione, sono sincera. Ma prima di parlare del libro, parlaci di te, come ti senti dall’altra parte della barricata, a ricevere recensioni, invece che scriverle, a gestire anche il rapporto con i lettori?

Grazie innanzitutto a te per l’ospitalità, Giulietta. Beh, che dire, è una cosa stranissima vedermi dall’altra parte, soprattutto quando cerco di osservarmi in modo distaccato, e puntualmente non ci riesco. La mia vita ruota attorno ai libri, alle parole, alla scrittura, ma quando ho iniziato questo percorso – quello da book blogger, intendo – mai avrei immaginato di vedermi un giorno in veste di autrice. Sono felice quando qualcuno recensisce positivamente ciò che scrivo, ma mi sento anche un po’ in imbarazzo. Scrivere, a questi livelli, significa mettersi a nudo di fronte ad un pubblico che non ti conosce davvero, ma vede sempre e solo una parte di te, gioco forza. La cosa che mi viene più naturale, almeno per il momento, è gestire proprio il rapporto con i lettori, perché in realtà è una cosa che va avanti da un sacco di tempo. Sono più o meno gli stessi che mi leggono sul Foglio, sul Messaggero e sul blog, quindi sono abituata ad interloquire quasi quotidianamente con loro. Credo sia effettivamente la parte più bella.

Parliamo anche del tuo percorso formativo: cosa hai studiato? In cosa sei laureata? Come i tuoi studi ti hanno aiutato nella vita, e nel tuo lavoro di promotrice culturale? Consiglieresti ai giovani di intraprendere i tuoi studi?

Prima ho fatto il liceo classico a Civitanova Marche, poi mi sono laureata in Lettere moderne con una specializzazione in Filologia moderna all’Università degli Studi di Macerata. Da sempre sono stata orientata verso le lettere, in senso ampio, e tutti gli studi intrapresi mi hanno aiutato moltissimo per il mio lavoro: si può dire che sono la base, grazie a questo percorso di studi ho acquisito gran parte degli strumenti che utilizzo oggi per scrivere, leggere (in senso analitico) e anche per promuovere adeguatamente un libro. Perché oltre ad una buona capacità comunicativa – che immagino sia per lo più una qualità innata – bisogna avere anche una buona preparazione di base. Lo studio è sempre fondamentale.

Uno scrittore è innanzitutto anche un lettore, diffido degli scrittori che dicono di non leggere, si impara dai grandi maestri, c’è poco da fare, si metabolizza la loro scrittura e la si fa propria. I più fortunati poi, dotati di maggior talento, acquistano una propria voce, una propria unicità. Tu ti occupi anche di critica letteraria, quindi un testo lo analizzi in maggiore profondità che un comune lettore. Ovvero utilizzi un tipo di lettura non superficiale, unicamente per il piacere di leggere. Quello che voglio chiederti è non solo quali sono i tuoi maestri letterari ma in che misura hai coltivato la tua sensibilità narrativa confrontandoti con i loro mondi, con la loro espressività.

Grazie per questa bellissima domanda. I miei maestri sono senza alcun dubbio Alberto Moravia, Elsa Morante, Dino Buzzati, e poi Sandor Marai, Magda Szabò, Emile Zola, Balzac e Jane Austen. I fondamentali sono questi. Amo particolarmente Buzzati e Marai, in genere sono ispirata dalla letteratura italiana dell’Otto e Novecento (uno dei miei libri del cuore è “Fosca” di Iginio Ugo Tarchetti, assieme a “Malombra” di Fogazzaro, senza dimenticare “Il marchese di Roccaverdina” di Capuana) e dalla letteratura mitteleuropea. Sono molto devota alla letteratura europea, sebbene il mio libro preferito in assoluto (sì, ne ho uno, sono riuscita ad identificarlo) sia “Stoner” di John Williams. Questi scrittori hanno modellato non solo la mia idea di letteratura ma hanno anche, inevitabilmente, plasmato la mia sensibilità di lettrice e poi anche di autrice. Le atmosfere rarefatte della Mitteleuropa, l’ironia tagliente di Balzac, la cattiveria naturalista di Zola, le donne guizzanti, provocatrici e scaltre della Austen, tutto questo ha contributo alla mia crescita interiore. Quello che sono oggi lo devo anche a loro.

Per chi non avesse ancora letto il libro, facciamo un breve riassunto. Parlaci della trama di Una volta è abbastanza, edito da Rizzoli, frase che sembra l’abbia detto Mae West a proposito della vita, giusto?

Esatto. La frase da cui abbiamo tratto ispirazione per il titolo è “Si vive una volta sola, ma se lo fai bene una volta è abbastanza”. Non so se la condivido appieno, ma è comunque la frase che ho voluto mettere ad esergo del prologo perché l’ho trovata giusta, esatta, impeccabile per l’andamento della vita di tutti i miei personaggi.
Ci troviamo a Casette d’Ete, un paesino sperduto della provincia delle basse Marche, nel 1945. La guerra è appena finita, la miseria spadroneggia e anche a Casette si muore di fame. Annetta e Giuliana sono le due grandi protagoniste di questa storia, due sorelle che, simili e al contempo molto differenti, si troveranno ad avere a che fare con lo stesso uomo, Valentino. È una storia di famiglie, di amori, di tradimenti ma è anche e soprattutto una storia territoriale e d’impresa, in cui emerge forte e chiaro l’elemento del lavoro: le scarpe sono il destino di tutti gli abitanti di Casette d’Ete, così come lo saranno anche per Annetta, Giuliana e Valentino.

Ora parliamo dell’uso del dialetto. I dialoghi nel tuo romanzo sono sia in italiano che in dialetto marchigiano. Silone era contrario all’uso del dialetto nel romanzo, privilegiando la comprensibilità del testo. Come mai invece tu hai compiuto questa scelta di utilizzarlo così ampiamente? Per dare maggiore verosimiglianza? Per dare davvero voce a Giuliana, Valentino, Annetta, Alberto, Enrichetta e tutti gli altri personaggi?

Esattamente. Ho scelto di utilizzare il dialetto – che credo comunque sia abbastanza comprensibile anche per chi non è della zona, non mi sono spinta oltre un certo limite – perché volevo conferire tridimensionalità ai miei personaggi, oltre al fatto che sarebbero stati molto più artificiosi se avessero parlato un italiano impeccabile. Ce li vedi Annetta, Giuliana e Valentino, che a malapena avevano frequentato la terza elementare, a discutere, arrabbiarsi o gioire in un perfetto italiano? Io no!

Con questo romanzo hai voluto raccontare la storia della tua famiglia. Scoprire che Annetta, il mio personaggio preferito, è stata una donna vera, in carne e ossa, è stato molto emozionante. Giuliana era tua nonna, vero? L’hai conosciuta?

Giuliana e Valentino sono i miei grandi amori, nonni materni che ho avuto la fortuna e il privilegio di coccolare fino a qualche anno fa. Li ho vissuti a lungo e molto intensamente, e per questo sono grata alla vita. Purtroppo non ho conosciuto Annetta, che è anche il mio personaggio preferito, perché in lei mi rivedo moltissimo, anche se me ne sono resa conto solo alla fine. Ho provato – attraverso i racconti di mia nonna e di mia madre – a ricostruire il suo spirito battagliero, a dare nuova linfa alla sua esuberanza. Al termine del romanzo, rileggendolo, mi sono resa conto che Annetta “ero io”. Forse è anche per questo che è stato il personaggio che mi ha ossessionato letteralmente più di tutti. Avrei pagato oro per conoscerla.

La memoria, soprattutto familiare, ha dunque un ruolo importante, se non determinante, nel tuo libro. Che ruolo svolge questo complesso processo di elaborazione del passato nel lavoro dello scrittore, nella tua esperienza?

Onestamente, il gesto di “riavvolgere il nastro” è per me più che consueto. Lo faccio nella vita di tutti i giorni, essendo una nostalgica naturale. Ancor prima che si affacciasse anche solo l’idea di scrivere il romanzo, avevo recuperato vecchie fotografie, passavo le giornate a farmi raccontare fatti di un passato che non ho vissuto ma che sento appartenermi in modo diretto. In fondo, io ci vivo nel passato.

Accostandoti a Natalia Ginzburg nella mia recensione so di aver compiuto una scelta come dire ardita, ma se penso che anche la tua editor è d’accordo vedendoci delle somiglianze, mi sento un po’ rassicurata. Insomma non è più solo una mia sensazione. Ami questa autrice? Cosa hai letto di suo?

A dire il vero della Ginzburg ho letto solo “Lessico famigliare”. Più che altro sono molto legata, come ti accennavo prima, a certa letteratura italiana novecentesca che mi ha inevitabilmente formato. Sono onorata e lusingata dell’accostamento, perché la Ginzburg è davvero un gigante! A questo punto però sono ancora più motivata a conoscerla e studiarla.

Otre alla storia della tua famiglia, anche il borgo di Casette d’Ete acquista una dimensione corale comunitaria in un’Italia che usciva dalle macerie e dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Come è fondamentale l’energia che si respira, di riscatto, di affermazione personale e sviluppo tramite il lavoro, di creatività, di crescita sociale. Mentre leggevo pensavo al nostro oggi e alla crisi che stiamo vivendo, e proprio ieri ho sentito parlare in televisione di un convegno in cui gli economisti paragonano la situazione attuale italiana ad un’economia di guerra. E mi dicevo, anche noi avremmo bisogno di questo spirito, dello spirito e dell’entusiasmo che si respira nel tuo libro. Mentre scrivevi Una volta è abbastanza l’hai pensato anche tu?

Francamente? Sì. Ho pensato che prima ci fosse proprio un altro spirito, un’altra voglia di fare le cose, un altro entusiasmo. Avvertivamo, chiara e forte, l’esigenza di farcela, di reinventarci continuamente; c’era più creatività, più bisogno di distinguersi e di organizzare la propria vita, dunque quella dell’intera comunità, attorno a idee nuove. Prima eravamo più umani.

È un po’ prematuro ma hai avuto modo di fare conoscere il tuo libro all’estero? Ci sono traduzioni in vista?

Per il momento no, è uscito da pochissimo.

Quanto dovremmo aspettare per leggere il secondo capitolo della saga?

Sto scrivendo gli altri due capitoli, un po’ di pazienza e arriva tutto J

Credo sia tutto, le cose principali che mi premeva chiederti, che mi sono venute in mente durante la lettura, te le ho chieste. Ora innanzitutto ti ringrazio per la disponibilità. Se ci sono presentazioni, in cui avvicinerai i lettori, e vuoi dirci le date sono certa che i lettori di Liberi saranno felici di conoscerle. Naturalmente se i lettori vogliono fare delle domande possono scriverle nei commenti.

Le date delle prossime presentazioni saranno: il 15 aprile a Roma, alla RED Feltrinelli di via Tomacelli, insieme alla mitica Romana Petri; il 6 maggio alla Feltrinelli di Padova e il 7 alla Feltrinelli di Verona, insieme alla deliziosa Anna Martellato. Dopodiché sarò sabato 18 maggio al festival Libri a 180 gradi, primo festival letterario con fiera dell’editoria che abbiamo organizzato a Sant’Elpidio a Mare (gioco in casa!). E per finire (per il momento) sarò il 26 giugno alla libreria Mondadori di Pesaro e il 28 giugno a Cerignola, provincia di Foggia!
Grazie ancora per avermi ospitata e buone letture a tutti!

:: Anita di Alain Elkann (Bompiani 2019) a cura di Giulietta Iannone

9 aprile 2019

AnitaIeri sera, mentre un pianista giovane e di talento suonava Ravel nel salotto di una casa privata, pen­savo che morire vuol dire abbandonare gli amici, la vita, la musica.

Lungo monologo, forse più un racconto lungo che un romanzo, Anita è l’ultimo libro di Alain Elkann, uscito per Bompiani.

Mi chiamo Milan perché mia madre aveva una passione per i libri di Milan Kundera, ma siccome suo fratello, che si chiamava Misha, era stato ucciso in un campo di sterminio, mia madre mi ha sempre chiamato Misha, e così sono diventato per tutti Misha. Il mio nome si può scrivere in molti modi diversi, a seconda delle lingue. Io preferisco scriverlo Misha.

Così inizia, portandoci nella vita del protagonista, Misha, un uomo per cui la famiglia, come ogni ebreo, credente o no, resta la cosa più importante, l’ossatura, lo scheletro di tutta una vita. Scrittore, padre, nonno, viaggiatore, Misha racconta del suo incontro in età matura con una donna, Anita, di cui si innamora, ricambiato, e con cui si accompagna per qualche tempo.
Un amore destinato a finire, come tutti gli amori del protagonista, ma nello stesso tempo capace, nel breve tempo del suo svolgersi, di guidarlo in una delle scelte più difficili che la vecchiaia ci impone: come e dove essere seppelliti.
Anita vuole essere cremata, come suo padre e sua madre prima di lei, Misha è incerto, valuta anche la cremazione, ma per un ebreo anche solo l’idea di un tempio crematorio credo porti con sé ricordi se mai ancora più dolorosi della morte stessa.
Ridurre un cadavere in cenere diventa quindi rappresentazione di un’assenza, di un annullamento totale che il protagonista rifiuta, decidendo alla fine per una sepoltura tradizionale, accanto a suo padre nel cimitero parigino di Montparnasse.
Possono sembrare elucubrazioni oziose, e un po’ macabre, ma il tono lieve, l’ironia per le pratiche burocratiche a questo rito legate, la capacità di commozione che scaturisce dal suono della recita della preghiera dei morti ebraica, tutto concorre insomma a velare di malinconia la certezza che tutti moriremo, tutti smetteremo di essere cosa gli amici, i genitori, i compagni, i figli, i nipoti conoscono di noi.
Cosa sarà della nostra anima, di quel flatus vitale così effimero, resta un mistero. Ma per chi non crede a una vita dopo la morte l’importanza di un luogo dove i nostri amici, i nostri cari possano avere un segno tangibile del nostro passaggio su questa terra, resta un’esigenza forse ancora più necessaria. Un luogo dove possano pregare, anche se vogliono. Conforto più per i vivi che per i morti, ormai altrove, lontano o vicino non è dato sapere.
Pensare alla morte non credo sia così infrequente, tutti bene o male ci poniamo il problema di cosa ne sarà delle nostre spoglie mortali, quando saranno gli altri a doversene occupare, e noi non avremo più alcuna voce in capitolo. E proprio questa debolezza, questa fragilità credo ci accomuni più o meno tutti.
Ricordo le vivaci discussioni con mia madre, lei per la cremazione, sebbene cattolica, io incerta, forse più propensa a mantenere l’integrità del cadavere almeno finchè il disfacimento non arrivi in modo naturale, temendo, forse inconsciamente, che qualcosa dell’anima resti nel corpo dopo morti e possa soffrire nella combustione. Lo so è sciocco, quando si è morti si è morti.
Ora ho le ceneri di entrambi i genitori in salone, e per ora nessun parroco è venuto a reclamarle, anche se in effetti il tempo del distacco è passato e forse sarebbe giunto il momento che fossero messe in un luogo dove tutti possano appunto fermarsi a pregare, se vogliono, o per un saluto.
Mia madre avrebbe preferito che le sue ceneri fossero disperse nel suo giardino, come humus per le sue amate rose, i suoi fiori, le sue piante dove era stata felice e aveva goduto un po’ di pace, la cosa più vicina al Paradiso che potesse immaginare, ma sembra che in Italia non sia così facile disperdere le ceneri, e sia tassativamente vietato farlo nel proprio giardino. Per ora noi figli non abbiamo ancora infranto alcuna legge. Né penso la infrangeremo con buona pace dei ligi censori.
Comunque insomma la lettura di questo libro ha risvegliato anche miei ricordi personali, e la cosa mi ha fatto sorridere più di una volta più che rattristarmi. Potere dell’umorismo yiddish di cui il libro è intriso (pensate ai paradossi burocratici di dover dimostrare di essere figli di qualcuno per potere essere sepolti in un dato cimitero).
Anita, seppure nella sua brevità, resta una storia delicata e nello stesso malinconica che termina a Gerusalemme, la città dalle molte confessioni, la città in cui Dio sembra di casa:

Dopo sono andato a piedi per le vie in salita della città verso la Porta di Jaffa. Ho attraversato il quartiere arabo, il quartiere dove c’è il Santo Sepolcro e il quartiere armeno. Camminando ho provato nostalgia, tristezza, perché per le strade di Gerusalemme avevo camminato varie volte con Anita. Quattro anni prima eravamo venuti a stare lì per qualche mese. Era come se ogni pietra, ogni luogo, ogni negozio mi facesse pensare a lei. Camminando per le strade di Gerusalemme ho sentito che qualcosa di forte mi lega a quella città, a quelle religioni diverse, alle campane, alle preghiere. Una città governata dalle religioni, che sono tutte volute e fondate dagli uomini, ma è come se a Gerusalemme vigilasse la presenza di Dio, che è il Dio di tutte le religioni.
Anita si farà cremare e le sue ceneri verranno sparse nel luogo che sceglierà. Io andrò a Parigi, nella tomba di mio padre. Per ora i nostri destini si sono separati e dopo tante discussioni c’è bisogno di silenzio. Ed è così, in silenzio, a Gerusalemme, che finisce questa storia.

Se vi capiterà di leggerlo saprete dirmi, l’autore pur parlando di temi così difficili in un contesto sociale privilegiato, (ma passare l’infanzia in una pensione con una governante non è una cosa che invidierei) adotta uno stile semplice, in cui si evince una certa esigenza e ricerca di verità, di autenticità, che è la caratteristica principale della sua intera produzione letteraria.
Quanto questo testo sia autobiografico non lo so, conosco troppo poco l’autore, ma sicuramente molte riflessioni a margine sono vere, e inducono a riflettere anche il lettore.
Si legge velocemente, poco meno di cento pagine. Non così banale e superficiale come si possa pensare. Un lungo flusso di coscienza in cui ricordi, nostalgie, rimpianti, interrogativi di una vita si susseguono. Quasi un bilancio esistenziale, un testamento.
A fine lettura ci si sente un po’ storditi, ma è un attimo, si chiude il libro e la vita continua. Nota a margine bellissima la copertina.

Alain Elkann è nato a New York nel 1950, con Bompiani ha pubblicato molti libri, fra cui lo scorso anno la riedizione di Vita di Moravia, Piazza Carignano, Il padre francese, I soldi devono restare in famiglia e il romanzo più recente, Il fascista.

Source: pdf inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Bompiani.

:: Una volta è abbastanza di Giulia Ciarapica (Rizzoli 2019) a cura di Giulietta Iannone

8 aprile 2019
Una volta è abbastanza

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Casette d’Ete è fatto per il novanta per cento di silenzio.

L’Italia del secondo dopoguerra; la voglia di farcela di uscire dalla povertà e dalla fame grazie al lavoro; la rinascita dell’artigianato e delle piccole aziende manifatturiere legate alla lavorazione del pellame e alla fabbricazione di scarpe; la fantasia, la creatività, l’ingegno, il coraggio che hanno fatto grande la moda italiana; un piccolo borgo delle Marche; due sorelle diversissime ma unite da un amore più forte dei rispettivi difetti, sono al centro del bellissimo romanzo d’esordio di Giulia Ciarapica, appassionata bookblogger e promotrice culturale, una delle più conosciute credo in Italia.
Sapevo che sapesse scrivere ma non mi aspettavo una cosa del genere, veramente sono ammirata e stupita, soprattutto per la maturità compositiva di quest’autrice che possiamo definire giovane, classe 1989.
Giulia ha una scrittura antica, mi ha ricordato incredibilmente Natalia Ginzburg, e un suo libro precedente a Lessico Familiare, Tutti i nostri ieri, e infatti l’ho ripreso e ne ho rilette alcune pagine. La Ginzburg parlava della borghesia nascente torinese, l’ambiente popolare della Ciarapica è un po’ diverso ma lo spirito è lo stesso, come l’utilizzo di un linguaggio semplice, immediato, anche poetico capace di evocare nel lettore sentimenti forti, universali, veri.
Non sto esagerando, provate a leggerla e vi accorgerete di cosa intendo. Ha un grande talento questa ragazza, davvero, la sua scrittura non appare né immatura e né esitante, né tanto meno stucchevole, anzi è molto consapevole delle sue qualità e potenzialità, però non cade nell’arroganza, o in quello sfoggio autocompiaciuto di bravura che può risultare fastidioso, grazie a una certa dolcezza espositiva che ha un effetto straniante.
Ripeto, ha grandi qualità davvero questa autrice, l’uso del dialetto che se vogliamo segue il solco di molta narrativa italiana che vide in Pasolini il più tenace difensore, l’avvicina a una recente scrittrice come la Ferrante, anche lei alle prese una saga familiare, la storia di due donne forti, una fotografia dell’Italia dal dopo guerra in poi, ci sono alcune similitudini, pur tuttavia l’originalità di questa autrice sta nei dettagli, nelle sfumature, nella capacità di creare comunione, solidarietà per i personaggi, spingendoli a parteggiare per loro, felici dei loro successi, tristi per le loro difficoltà.
Mentre la leggevo continuavo a dirmi io a scrivere così non sarei mai capace.
Dopo un romanzo così, che è il primo di una trilogia familiare che penso parli proprio della vita vera della famiglia dell’autrice, il difficile sarà restare all’altezza di quest’opera, ecco questa è l’unica incognita, potrebbe essere un fuoco di paglia, ma noi ci auguriamo che così non sia, anzi io personalmente ne sono quasi certa, per cui sono molto curiosa di leggere il prossimo romanzo.
Avevo impostato la recensione in modo del tutto diverso, più come un’analisi testuale, ma ho cambiato idea e preferisco esprimervi le mie impressioni, diciamo a caldo, ci saranno sicuramente critici più competenti e abili di me che si occuperanno di questo libro e lascio a loro trovare le parole per descriverlo.
Non stupitevi se vincerà premi, o del successo che otterrà, per una volta si può dire che è veramente meritato. Brava Giulia.

Intervista all’autrice: qui

Giulia Ciarapica è blogger culturale. Scrive sul “Foglio” e sul “Messaggero”. Ha pubblicato Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché. Questo è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Giulia e Claudia dell’Ufficio Stampa Rizzoli.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Romolo Il primo re di Franco Forte e Guido Anselmi (Mondadori 2019) a cura di Giulietta Iannone

6 aprile 2019
Romolo Il primo re

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“Ora il fondatore deve scegliere il nome da dare alla nuova città”.
Tutti gli occhi si fissarono su Romolo, eccitati e incuriositi.
Lui esitò solo un istante, poi diede voce ai pensieri che aveva custodito dentro di sé quasi con un senso di vergogna, perché aveva pensato a come chiamare l’urbe prima ancora che gli dei lo proclamassero re.
“Chiameremo la nuova città Roma” disse, sapendo che la sua parola sarebbe stata legge.
“Roma! Roma! Roma!” iniziò a scandire la folla, con un entusiasmo nel quale si condensavano tutte le speranze per un futuro migliore.

Tra storia e leggenda, le origini di Roma, caput mundi, hanno da sempre ispirato poeti, storici, romanzieri, commediografi tutti concordi nel cercare di dare una valenza epica a una vicenda nei fatti molto scabra e violenta. Le nuove scoperte archeologiche, i nuovi studi hanno invece ispirato Franco Forte e Guido Anselmi che in questo romanzo, Romolo il primo re edito da Mondadori, pur privilegiando azione, avventura ed eroismo, hanno cercato di ricreare davvero la vita quotidiana delle popolazioni di pastori dell’alto Lazio del 700 avanti Cristo.
Il romanzo sebbene uscito quasi in concomitanza con il film dallo stesso titolo di Matteo Rovere non ha legami diretti con la pellicola cinematografica, sebbene sembra denotare un crescente interesse per quel periodo della storia, un po’ trascurato negli anni recenti.
Chi era Rea Silvia, chi era Romolo, chi era Remo, chi era la Lupa, (nella realtà una donna in carne e ossa, una prostituta, nella leggenda un animale quasi mitologico che avrebbe dovuto allattare i due gemelli salvandoli), bene o male lo sappiamo tutti dalle nostre reminescenze scolastiche, anche se la storia che Franco Forte e Guido Anselmi ci raccontano, certo drammatizzandola e prendendosi qualche licenza poetica diciamo, ha più le valenze di un dramma shakesperiano o di un tragedia greca.
La rivalità e l’amore di due fratelli molto diversi tra loro è infatti al centro del racconto, pieno di quel pathos che avvicina il lettore al mondo antico. Un mondo in cui brutalità e violenza sembrano la norma, sebbene Romolo ne esca tutto sommato come un personaggio positivo: giusto, coraggioso, altruista, ingegnoso, buon padre, sovrano imparziale e illuminato.
La storia inizia descrivendo la notte in cui Rea Silvia, nobile addetta al culto della dea Vesta, (le sue vicende sono narrate nel I libro Ab Urbe condita di Tito Livio, e nei frammenti degli Annales di Ennio) fu sorpresa col suo amante, uno schiavo. La donna per salvarsi (le vestali erano tenute alla castità) dichiara di essere stata posseduta da Marte in persona, (altro elemento leggendario ripreso dalla vulgata popolare), cosa a cui i sacerdoti del suo tempio credono permettendole di portare a termine la gravidanza, fino al parto in cui darà alla luce due bellissimi gemelli, che poi i genitori adottivi chiameranno Romolo e Remo.
Lo zio di Rea Silvia, Amulio, uomo meschino e violento, usurpatore del trono di Alba Longa, per superstizione e vendetta fa uccidere la nipote e fa affidare i due bambini alla corrente del Tevere, cosa che in realtà avrebbe dovuto condannarli a morte certa. Ma uno degli schiavi a cui li affida è proprio il padre dei piccoli che si ingegna per salvargli la vita affidandoli alla protezione degli dei.
Vengono trovati in una grotta da una prostituta che li vorrebbe crescere come suoi finchè un suo cliente, un pastore di nome Faustolo, in cambio di un pezzo di bronzo e di una manciata di sale li acquista per sua moglie Acca Larenzia infelicemente senza figli.
Così prende l’avvio una storia si può dire leggendaria in cui non mancano tutte le componenti che rendevano epiche le storie del mondo antico (dalla nascita divina, al favore degli dei durante combattimenti e cerimonie, etc). Gli autori in un certo senso demitizzano la leggenda, illuminandone gli aspetti più realistici e concreti, ma la storia anche così è sicuramente eccezionale e piena di eventi singolari.
Riusciranno i due gemelli a conoscere le loro vere origini? Riusciranno a vendicare la madre e il padre? Riusciranno a punire il perfido Amulio? E soprattutto cosa portò al fratricidio?, riproposizione se vogliamo delle drammatiche vicende bibliche di Caino e Abele.
Lo stile è piano, si privilegia l’azione allo scavo psicologico, sebbene la figura di Romolo venga descritta illuminandone motivazioni e drammi personali. I dialoghi poi sono realistici e vivaci. Se amate questo tipo di romanzo, in bilico tra accurata ricostruzione storica e fantasia, dovreste trovare godibile quest’opera scritta sicuramente in modo scorrevole e professionale. Una lettura interessante.

Franco Forte è nato a Milano nel 1962. Considerato uno dei più importanti autori di romanzi storici, ha pubblicato con Mondadori i due titoli della serie “Il romanzo di Roma”, Carthago (2009) e Roma in fiamme (2011), i gialli storici con protagonista il notaio criminale Niccolò Taverna Il segno dell’untore (2012) e Ira Domini (2014), oltre a Gengis Khan (2014) e al romanzo storico Caligola (2015). Nel 2016 e 2017 sono usciti Cesare l’immortale e Cesare il conquistatore, i due capitoli della saga che riporta in vita Giulio Cesare. Ha lavorato come autore delle serie TV Distretto di Polizia e RIS: Delitti imperfetti. Cura il “Giallo Mondadori” e “Urania”.

Guido Anselmi è nato a Vibo Valentia nel 1972, ma vive sulle sponde del Lago Maggiore. Laureato in ingegneria, ha vinto la trentanovesima edizione del premio WMI, indetto dalla rivista Writers Magazine Italia, ed è stato finalista al premio Bukowski 2016. Ha pubblicato diversi racconti sulla WMI, sullo speciale SF e nelle raccolte 365 Racconti per un anno di Delos Digital.

Source: libro inviato dall’autore, che ringraziamo.

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:: L’ex moglie di Jess Ryder (Newton compton 2019) a cura di Giulietta Iannone

2 aprile 2019
L’ex moglie di Jess Ryder

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Accostato a La ragazza del treno e L’amore bugiardo, L’ex moglie di Jess Ryder, edito in Italia da Newton Compton e ben tradotto da Mariacristina Cesa, è uno psicothriller di ambientazione inglese che aggiunge alla suspense una spruzzata di critica sociale, un buon approfondimento psicologico dei protagonisti, e un certo sapore di vita vissuta che crea subito nel lettore una forte empatia per i personaggi.
Innanzitutto mi ha spiazzato, leggendo la trama mi aspettavo tutt’altra storia, ma andiamo con ordine. Cercherò anche di non spoilerare troppo, per non svelarvi anche inavvertitamente i molti snodi narrativi e colpi di scena.
Innanzitutto il romanzo narra la storia di Natasha e Nick, una coppia felice, genitori della piccola Emily, una vispa bambina dai riccioli biondi. Un matrimonio come tanti, in cui le dinamiche di coppia sono piuttosto comuni. Si sono incontrati, per un caso fortuito, quando lui era ancora sposato, da più di vent’anni, con Jen, conosciuta al liceo, migliore amica della sorella Hayley.
Hanno iniziato a frequentarsi, e poi quando Natasha resta incinta, Nick è felicissimo, lascia la prima moglie e sposa Natasha. Di colpo la ragazza, molto più giovane di lui, dalle case popolari (è figlia di una donna sola che fa la donna delle pulizie negli uffici), da un modesto lavoro come barista passa all’ upper class: ville, soldi, ristoranti costosi, alberghi di lusso.
Non che la ragazza sia eccessivamente attaccata a questa nuova ricchezza, ma ha bisogno di rassicurazioni, di qualcuno che si prenda cura di lei, e Nick sembra a tutti gli effetti il classico principe azzurro.
Ma qualcosa nel loro matrimonio non va, l’autrice è brava a dare piccoli indizi di questo disagio che si focalizzano nella presenza ingombrante di Jen, mai del tutto dimenticata, e dall’atteggiamento ostile della famiglia di Nick (madre, padre, sorella) che sembra ancora considerare Jen la sua vera moglie, e Natasha solo un incidente di percorso, una rovina famiglie, qualcuno mai del tutto accettato che non si vede l’ora si tolga dai piedi.
Jen infatti telefona di continuo, viene invitata alle feste a posto della moglie attuale, Nick la va a trovare spesso, l’aiuta, non le dice mai chiaramente di stare definitivamente lontano dalle loro vite.
Questa crepa diventa una voragine quando Sam, l’autista di Nick, le confida di averli visti insieme, che sono amanti. Natasha allora sentendosi tradita decide di lasciarlo, prendersi la bambina e allontanarsi da quella vita che ormai le sembra tutta un’impostura, non dubitando e nemmeno chiedendosi se quello che le ha detto Sam sia vero. Ma prima di farlo lei, è Nick a sparire con la bambina.
Natasha di colpo non sa cosa fare, lui cambia la serratura della porta, le annulla le carte di credito, (in realtà non ha mai condiviso le sue ricchezze con lei), la fa passare per violenta e pericolosa con la sorella Hayley che già non la può soffrire. Natasha torna da sua madre, la sola che l’aiuti senza secondi fini, ma si trova ad avere un’alleata inaspettata proprio in Jen, che si schiera subito dalla sua parte e le assicura il suo aiuto nel cercare di riprendersi la figlia. Ma può davvero fidarsi di Jen? Voi lo fareste al suo posto?
Da questo momento in poi, in un vortice di depistaggi, false apparenze e tragiche derive la storia porterà il lettore a dubitare di tutti: di Nick, di Jen, e forse anche di Natasha.
Allora, Jess Ryder utilizza una narrazione alternata, aggiungendo un nuovo personaggio Anna, (si svelerà solo più avanti chi è, perché si nasconde, quali sono le sue paure), tutto in prima persona, solo l’ultimo capitolo ha per protagonista come voce diretta Nick.
Jess Ryder gioca col lettore, lo induce a credere alcune cose, per poi ribaltare tutto specie nel finale. Sicuramente chi desta maggior simpatia è Natasha, sebbene venga fatta passare per una rovina famiglie, un’ avida opportunista, una ragazza violenta o perlomeno una donna che ha annullato se stessa per il suo ruolo di moglie senza ritagliarsi spazi per sé, allontanandosi dalla madre, dalle amiche, dal suo lavoro per Nick. Ingenuità, o puro calcolo? Naturalmente quando leggiamo la storia dal suo punto di vista è lei l’eroina, è lei la madre a cui hanno sottratto la figlia, ma anche questo personaggio non riesce a convincere del tutto.
Questa ambiguità comunque nulla toglie alla piaga sociale che l’autrice vuole portare all’attenzione, al fatto che i ricchi possono ricorrere alla giustizia, mentre i poveri (quasi sempre le donne sono la parte economicamente più fragile), no. L’assistenza legale gratuita in Gran Bretagna è infatti possibile solo in caso di violenza e abusi dimostrati o in presenza di minaccia per la sicurezza del minore coinvolto. E l’eccessiva onerosità delle azioni legali, crea sicuramente delle vere ingiustizie per le donne magari solo ingannate e sfruttate, ma non in pericolo di vita.
Insomma una lettura affatto banale e per alcuni versi anche decisamente inquietante.

Jess Ryder ha lavorato per anni come sceneggiatrice e la sua passione è guardare serie TV investigative. Ha pubblicato numerosi libri di successo, molti dei quali per bambini e adolescenti, ma la sua vera passione sono i thriller.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Antonella dell’Ufficio stampa Newton compton.

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:: Felice e freelance – Manuale di sopravvivenza fuori dal posto fisso (Morellini Editore 2019) di Sara Pupillo

29 marzo 2019
Felice e freelance

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Il mondo del lavoro sta cambiando, stati e governi faticano a capirlo e a creare leggi e regolamenti ad hoc, ma i giovani (e anche i meno giovani anagraficamente, ma giovani in spirito) sanno che le nuove tecnologie, la diffusione di internet, la crisi economica globale e tutte le problematiche che la società di oggi deve affrontare hanno modificato non solo la vita quotidiana delle persone ma anche la dimensione lavorativa e produttiva. Se una volta il mito del posto fisso resisteva, oggi è tutto più fluido, più settoriale. Il segreto è specializzarsi, fare qualcosa meglio e più professionalmente degli altri, questo ti dicono gli esperti motivatori dei centri per l’impiego. Quindi studiare, leggere, osare. Buttarsi in campi insoliti, creare professioni che un tempo non c’erano, seguire i propri sogni per quanto folli. E l’esercito dei freelance ha preso questi consigli alla lettera. Sempre più giovani aprono Partita Iva e diventano datori di lavoro di sé stessi. Imprenditori, artisti, creatori, esperti di marketing, web writer pubblicitari, fotografi, l’esercito dei freelance è variegato e agguerrito. Tutti possiamo diventare freelance? Forse no, ci vogliono alcune doti e caratteristiche caratteriali che rendono possibile sopravvivere in un mondo molto competitivo, e privo di grandi certezze. Ogni mese si costruisce qualcosa che per quanto lo si pianifichi non è mai scontato. Un mondo difficile, dove è molto raro trovare bussole affidabili, stelle polari che ci guidino verso l’agognata indipendenza economica. Ben vengano dunque i manuali che ci danno qualche lume, e ci raccontano la vita e le problematiche di chi ce l’ha fatta. Di chi è diventato freelance, magari lasciando il celebre posto fisso, e ora non tornerebbe più indietro. Manuali come Felice e freelance – Manuale di sopravvivenza fuori dal posto fisso di Sara Pupillo edito nella collana Pinkgeneration di Morellini editore. Un prezioso vademecum che leggendolo magari ci darà il coraggio di spiccare il volo, motivandoci come è meglio di molti corsi disponibili oggi. Sara Pupillo trova parole molto efficaci, innanzitutto partendo con il piede giusto e dicendoci molto chiaramente che lavorare in autonomia sì è un lavoro vero, possiamo rassicurare babbi e mamme preoccupati per il nostro futuro. I freelance sono seri professionisti, con problematiche diverse da quelle degli impiegati che possono contare su un fisso al mese ma hanno meno benefit legati all’autonomia, alla creatività, al potere decidere del proprio tempo, al potere lavorare in casa, in pigiama se se ne sia ha voglia (anche se è sconsigliabile, è sempre meglio avere una tenuta da lavoro, influisce anche sul nostro abito mentale). Sarà poi difficile dividere riposo e lavoro, perché la vita del freelance è fatta di aggiornamento continuo, di specializzazioni sempre più raffinate, di caccia ai clienti praticamente ininterrotta. Ma si può fare cosa si ama fare, viaggiare, fotografare, scrivere, cose che i nostri genitori ci hanno involontariamente dipinto come hobby. E invece possono diventare fonti di reddito e di indipendenza. Basta crederci, credere in sé stessi, nelle proprie capacità di adattamento, nella propria unicità. Sara Pupillo ci parla della sua esperienza, del tipo di percorso che ha iniziato, dell’utilità di una stanza tutta per sé quando si vuole creare il proprio ufficio in casa, introduce il termine co-working, ci parla dei benefici della libertà di essere soli, del come si trova lavoro e degli strumenti della promozione. Nel settimo capitolo poi affronta il tema più delicato, i soldi, e lo fa in modo informale e non paludato. Poi la formazione che non finisce mai, quindi studiare, leggere riviste specialistiche interviste ai guru del settore, libri, opuscoli, tutte occasioni di crescita. L’importanza di un lavoro extra come ammortizzatore e paracadute per i tempi bui, e soprattutto ci dà una lezione davvero preziosa, gli ostacoli che ci sono adesso è probabile che non ci saranno in futuro, noi stiamo costruendo il mondo del lavoro di domani. Tante storie vere, reali, esperienze di vita vissuta concludono i capitoli, e danno tanta fiducia. Loro ce l’hanno fatta, noi perché no? Tanti consigli di gente che crede davvero in quello che fa ed è felice di avvicinare a questo mondo chi ancora tentenna, o aspetta solo una piccola spinta. Dunque se state meditando anche voi di diventare freelance magari questo volumetto vi potrà essere di aiuto, o alla peggio dissuadervi per sempre. Il gioco vale sempre la candela. Se avete esperienze in merito, sono curiosa di conoscerle, scrivetele nei commenti. E se lo leggete e vi cambia la vita, venite a raccontarmelo 🙂 .

Sara Pupillo (Roma, 1972), è una lavoratrice dipendente pentita. Dopo aver lavorato nel mondo della musica per molti anni, dal 2011 ha iniziato a dedicarsi a tempo pieno all’attività di autrice freelance, specializzata in turismo. Milanese, tutte le settimane scrive anche sui suoi blog Un cicinin de Milan e PupiAdvisor e nel tempo libero insegna lingua italiana come volontaria in una scuola per stranieri. Tra i suoi libri, i più recenti sono: “Chic Low Cost” (2012, Aliberti) e “FICO!” (2016, Effequ), scritti con l’amica stylist/costumista Sabrina Beretta.

Source: libro inviato dall’editore. Ringraziamo Francesca dell’Ufficio stampa Morellini Editore by Enzimi srls.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.