Posts Tagged ‘letteratura danese’

:: WILDWITCH 3. La vendetta di Kimera, Lene Kaaberbøl (Gallucci, 2018) a cura di Maria Anna Cingolo

4 settembre 2018

La vendetta di Kimera

Lene Kaaberbøl torna finalmente in libreria con l’attesissimo Wildwitch 3. La vendetta di Kimera, terzo volume della magica saga.
Dopo aver sconfitto la perfida Kimera nel precedente episodio (Wildwitch 2. Il sangue di Viridiana), Clara, protagonista e strega selvatica in erba, torna a scuola con il suo amico Oscar e la sua vita quotidiana ricomincia. Tutto procede normalmente fino a quando la ragazza sogna ad occhi aperti di essere un uccellino e di morire in un punto senza vita di un bosco freddo e oscuro. Al risveglio il sogno resta vivido nel cuore di Clara e la piccola strega non riesce più a scindere tra realtà e immaginazione. Episodi del genere continuano a tormentarla e peggiorano al punto tale da spingere la giovane a contattare la zia Isa, wildwitch come lei. Un’entità malvagia è in agguato e, affamata di Vita, si nutre di quella degli animali e della natura. Spetta a Clara sconfiggerla e trovare in sé stessa tutto il coraggio possibile per salvare il suo amico Gatto e le altre creature la cui sopravvivenza è seriamente a rischio.
Nonostante il ruolo di primo piano della giovane strega, la vera protagonista di questo volume è, come il titolo suggerisce, Kimera, la perfida e mostruosa donna-uccello.

Non mi era mai passato per la mente che Kimera avesse una madre e un padre e avesse avuto un’infanzia come tutti. Sì, insomma, la prima volta che l’avevo vista aveva un paio di ali gigantesche ed era ricoperta di penne. Era quasi più facile immaginare che fosse nata uscendo da un uovo.

Lene Kaaberbøl dedica intense pagine alla storia dell’antagonista di Clara. Perché Kimera è così cattiva? Quando ha deciso di iniziare a usare in modo sbagliato i suoi poteri di strega selvatica? Qual era la sua vita prima di diventare un mostro? Il ritratto di Kimera è dettagliato, spesso commovente, a volte crudo e duro. Non puoi sconfiggerlo prima di averlo trovato. E non puoi trovarlo prima di conoscerlo. Clara deve conoscere il suo nemico per poterlo annientare e soprattutto deve imparare a comprenderlo per poterlo addirittura salvare. L’autrice danese in modo dolce e risoluto riesce a creare compassione nel cuore del lettore e in quello di Clara, una compassione che, però, non giustifica il male perché le cattive azioni di Kimera non possono essere cancellate. Il viaggio nel passato di Kimera e il cammino interiore di Clara procedono parallelamente e passo dopo passo il personaggio cresce moltissimo. Infatti, proprio nello sforzo di conoscere il suo nemico finalmente Clara abbraccia la sua natura di wildwitch e inizia a prendere coscienza delle sue capacità e della sua forza d’animo.
Wildwitch 3. La vendetta di Kimera è un romanzo avvincente, profondo e sensibile. La penna di Lene Kaaberbøl davvero non delude in quello che senza dubbio è il più bello degli episodi di questa magica saga di successo.

Traduzione di Eva Kampmann.

Lene Kaaberbøl (Copenaghen, 1960) è un’autrice danese assai nota in tutto il nord Europa. Da quando ha cominciato a scrivere, all’età di 15 anni, ha pubblicato una trentina di libri, soprattuto per bambini e ragazzi. Di recente è stata candidata per due prestigiosi riconoscimenti: lo Hans Christian Andersen Award e l’Astrid Lindgren Memorial Award. La fortunata serie di Wildwitch ha già riscosso grande successo in Germania, Francia, Inghilterra e Russia. I due episodi precedenti La prova del fuoco e Il sangue di Viridiana sono stati pubblicati in Italia da Gallucci.

Source: Copia consegnata al recensore dalla casa editrice. Si ringrazia Marina Fanasca dell’Ufficio Stampa Gallucci.

:: La foresta assassina di Sara Blædel (Fazi 2018) a cura di Micol Borzatta

20 marzo 2018
La foresta assassina

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Per Sune è una notte molto importante. Infatti ha appena compiuto quindici anni e quella sera affronterà il suo rito di passaggio per lasciare la sua fase di bambino ed entrare nel mondo degli adulti.
Sapendo che a Sune piacciono molto i libri e poco la vita sociale, gli uomini del gruppo gli fanno come regalo una ragazza, ma a Sune non interessa fare l’amore con quella donna davanti a tutti, così scappa e si nasconde, e dal suo nascondiglio vede suo padre e tutti gli altri violentare a turno la giovane fino a lasciarla priva di vita.
Da quel momento Sune, spaventato e terrorizzato, decide di rimanere nascosto nella foresta e di non tornare a casa, per paura di cosa potrebbe fargli il padre.
Qualche giorno dopo, mentre la polizia sta cercando Sune, di cui è stata denunciata la scomparsa, viene avvistato da una donna e da alcune telecamere a movimento messe per monitorare i volpacchiotti.
Del caso viene incaricata Louise Rick, che ha appena ripreso servizio dopo una terribile vicenda accaduta mentre indagava su un altro caso.
Louise, nata e cresciuta a Hvalso, conosce perfettamente sia il villaggio, la foresta e la gente del posto, gente che scopre essere molto probabilmente collegata alla morte del suo fidanzato, dichiarato suicidio ma di cui ora si pensa si sia trattato omicidio.
Romanzo molto intrigante che fin dalle sue prime pagine sa tenere il lettore legato alla lettura catturandone l’attenzione grazie a una narrazione molto ben congeniata, come una ragnatela di eventi che ti si stringe addosso e da cui non riesci a liberarti se non a fine romanzo.
Dal primo romanzo dell’autrice, Le bambine dimenticate, possiamo notare una crescita della protagonista molto ben delineata, che ci permette di ritrovare un’amica che abbiamo salutato con la fine dell’altro romanzo, ma con tratti molto più adulti e maturi.
Mi è piaciuta molto anche la scelta di Sara Blædel di raccontare alcuni accenni del primo romanzo, in modo da dare continuità alla storia, in questo modo chi ha letto il primo romanzo si trova con un piccolo riepilogo che risveglia i ricordi del romanzo, mentre chi non lo ha letto ha un’infarinatura di cosa sia successo per cui Louise si ritrova con determinati pensieri e a fare determinate scelte, e la voglia di recuperarlo.
Un romanzo davvero incredibile in cui l’autrice è riuscita a correggere anche quei piccoli errori di narrazione che si erano riscontrati nel primo romanzo.

Sara Blædel nasce nel 1964.
È l’autrice numero uno in Danimarca con i best seller riguardanti la serie con Louise Rick.
Tradotta in trentasei paesi ha anche ricevuto il Golden Laurel, il più prestigioso premio danese per la letteratura.

Source: pdf inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Cristina dell’ ufficio stampa Fazi.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di La borsa e la vita di Anders Bodelsen (Iperborea, 2012)

29 dicembre 2012
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Borck chiuse gli occhi e rivide la scritta rossa “panetteria cooperativa”. Il tempo della perduta innocenza, pensò. Settembre. L’insegna al neon era ancora illuminata quando si svegliava al mattino. Di solito veniva accesa circa un’ ora dopo il suo ritorno dalla banca, mentre riposava davanti al bicchierino pomeridiano, un piccolo lusso che si era concesso negli ultimi anni. Spesso accompagnato da una musica spagnola, greca, araba suonata dal suo giradischi. Una sorta di evasione mentale in paesi lontani, esotici, mentre adesso al contrario, non voleva andare in nessun posto. Avrebbe voluto soltanto tornare indietro nel tempo, a prima di avere compiuto certi passi fatali, quando avrebbe potuto ancora cambiare in meglio la sua vita, trovare la felicità, nonostante tutto.

Copenaghen, luglio 1968. I venti caldi del maggio francese giungono fino nell’algida e compassata Danimarca portando con sé contestazione, ribellione, rottura dei tabù sessuali, rifiuto delle rigide regole sociali, e proprio in questa atmosfera di radicali cambiamenti e di anarchia Flemming Borck compie le sue scelte fino a spingersi ad un punto di non ritorno.
Già protagonista di Pensa un numero, uscito sempre per Iperoborea l’anno scorso, Flemming Borck è un eroe anomalo, quint’essenza del common man, del ligio cassiere di banca banale, del cittadino rispettoso della legge anonimo, timoroso, insignificante, che diventa all’improvviso un “criminale”.
Ladro per caso, assassino per necessità Borck si ritrova al di là delle leggi morali, della normalità consueta, nella scivolosa e sconosciuta terra del crimine, ricattato da un vero delinquente, il folle e visionario Sorgenfrey, e dalla sua ex donna e complice. Alice, che per convincerlo a compiere una rapina nella sua banca rapisce David il figlio di Miriam, cassiera della stessa banca, e sua amante.
Ecco in breve la trama di La borsa e la vita (Pengene og livet, 1976) di Anders Bodelsen, tradotto dal danese da Karen Tagliaferri e pubblicato da Iperborea nella collana Ombre.
Anders Bodelsen, uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta, si guadagna assieme a Gunnar  Staalesen il mio personale podio del noir scandinavo e se leggerete i suoi libri sono certa concorderete con me che per complessità e originalità emerge chiaramente dalla folla più o meno variegata che popola le librerie.
Innanzitutto il sapore vintage, (fu scritto nel 1976), contribuisce ad accrescere il suo fascino, poi ciò che ho apprezzato maggiormente è senz’altro il rifiuto dei più triti luoghi comuni in favore di un’ originale freschezza narrativa e un pizzico di sana anarchia.
Flemming Borck, il protagonista, non è un eroe, anzi è ciò che più si discosta da come idealmente ce lo raffiguriamo un eroe. Il bene e il male per lui non comportano scelte morali di fondo. Umanamente non è irreprensibile, nè coraggioso, nè altruista, né possiede alcuna qualità ed è proprio questa sua scolorita mediocrità che lo rende reale e verosimile, pure nelle sue scelte estreme e certamente non condivisibili. Uccide un poliziotto, pur non essendo un uomo violento, beffa e deruba un rapinatore, va a letto con Alice, pur non essendone innamorato attratto dal pericolo, fugge in Tunisia, viene ricattato, minacciato, trasformato in complice, e sempre prova nostalgia per la vita di prima.

Nessun profumo si sprigionava dalla notte e Borck pensò con nostalgia alle notti di settembre in Danimarca, con il loro odore di terra, frutti e fumo di legno.

E’ proprio il dubbio e la contraddittoria incertezza se rimpiangere davvero o no la rassicurante normalità abbandonata costituiscono la chiave di volta del libro, il suo nucleo più profondo. Rilevante il passaggio in cui Anders Bodelsen scrive:

Due concetti gli si affacciarono alla mente, ma Borck preferì tenerli per sé. Uno era “la vita di ogni giorno” e l’altro “L’innocenza”. Due dimensioni che non gli appartenevano più. Due modi di vivere che non si era accorto di amare. Finché non li aveva perduti. Ma era proprio certo che avrebbe continuato ad amarli se li avesse recuperati? L’innocenza sì. Ma la vita di ogni giorno?

Tenerissimo il rapporto che lega il protagonista con David, il figlio di 4 anni di Miriam, con i quali cerca di ricreare una famiglia “normale”. Toccante e divertente quando Borck ruba l’alberello di Natale fingendo di essere inseguito dalla polizia. Bellissimo. 

Anders Bodelsen  prolifico autore danese nato nel 1937, è uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta. I suoi thriller esplorano le ripercussioni sociali del materialismo, le contraddizioni della classe media, e spesso colgono persone comuni spinte a varcare i confini della moralità. Pensa un numero (Iperborea, 2011), uscito per la prima volta nel 1968 è il suo romanzo più famoso, tradotto in un film con Bibi Andersson e poi nel remake americano L’amico sconosciuto (1978) con Elliot Gould. La borsa e la vita è un classico della letteratura danese del 1976, pubblicato in Italia due anni più tardi. 

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gabriella dell’Ufficio stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Recensione di La donna in gabbia di Jussi Adler -Olsen

5 novembre 2011

La donna in gabbia edito da Marsilio con traduzione di Maria Valeria D’Avino è il primo romanzo di una serie crime-thriller di uno scrittore danese che vanta singolari record, innanzitutto è il giallista danese più venduto in assoluto capace per intenderci di avere al suo attivo ben 5 milioni di copie vendute, una distribuzione in 30 paesi, e i diritti cinematografici e televisivi acquistati da Network Movie, ZDF Enterprises, ZDF e Nordisk Film, che i più attenti non potranno non ricordare come gli stessi produttori dei film tratti dalla Millennium Trilogy di Stieg Larsson.
Come se non bastasse Jussi Adler-Olsen, questo è il nome dell’autore, ha anche vinto nel 2010 con Flaskepost fra P(Message in a Bottle) il Glass Key Award, il premio per la letteratura gialla più prestigioso della Scandinavia.
Con un tale pedigree un po’ di curiosità viene e sembra che il segreto di cotanto successo sia la vena comica, pensiamo solo che ha esordito con due libri su Groucho Marx, che è riuscito a iniettare nei suoi thriller in cui la suspense e la tensione giocano un ruolo fondamentale.
In La donna in gabbia facciamo la conoscenza con Carl Mørck detective problematico della sezione omicidi della polizia di Copenaghen con un passato familiare e professionale difficile promosso con tanto di ufficio stipato nel seminterrato quasi per toglierselo dai piedi, capo della sezione Q, una nuova sezione presso la Direzione anticrimine della polizia con l’obbiettivo di scavare su casi irrisolti di speciale interesse per la comunità.
Primo caso della sezione Q, che Mørck si trova a trattare con il suo assistente Assad, è la scomparsa nel nulla senza lasciare tracce nel 2002 di Merete Lynggaard, giovane e attraente parlamentare di cui non se ne seppe più nulla mentre era a bordo di un traghetto della Scandlines.
A capitoli alternati saltando dal 2007 al 2002 il romanzo ci porta a conoscere più da vicino Merete e Mørck e il mistero legato alla sua scomparsa. Riuscirà Mørck dopo tutti quegli anni a trovare Merete, se è ancora viva, e a fare luce su quell’intricata vicenda che sembra scaturire da un antico dramma famigliare irrisolto dalle conseguenze imprevedibili? Questo è l’interrogativo che ci accompagnerà nella lettura e terrà viva la suspence per 460 pagine.
E’ un libro godibile, ho sorriso con un po’ di amarezza in diversi punti che hanno reso la lettura scorrevole e mai piatta. Mørck non è tutto quel campione di simpatia ma si impara ad amarlo lo stesso con i suoi difetti, le sue debolezza, la sua astiosità verso un destino che l’ ha portato a sopravvivere quando uno della sua squadra ha perso la vita in un lago di sangue e l’altro è rimasto paralizzato per sempre e tutte le volte che lo va a trovare gli chiede di aiutarlo a morire.
Un po’ di cinismo, un po’ di ironia avvelenata, un po’ di disprezzo per i giochetti dei superiori tutti tesi a scucire finanziamenti più che a lottare veramente per la verità e la giustizia, rendono Mørck un tipo scomodo, complicato, astioso, e nello stesso tempo profondamente umano e variegato.
Dal punto di vita investigativo La donna in gabbia è un romanzo sicuramente interessante, l’indagine scivola verso l’inevitabile conclusione con piglio deciso, il folle responsabile del rapimento di Merete strappa un po’ di compassione anche se la sua vendetta è più che sadica decisamente disumana.
Assad poi – l’assistente di Mørck – è sicuramente un personaggio riuscito, più che una spalla un vero comprimario. Una curiosità che mi piacerebbe soddisfare è sapere se il titolo italiano è la trascrizione letterale del titolo danese, chissà magari un giorno avrò occasione di chiederlo a Maria Valeria D’Avino.