:: Recensione di La borsa e la vita di Anders Bodelsen (Iperborea, 2012)

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Borck chiuse gli occhi e rivide la scritta rossa “panetteria cooperativa”. Il tempo della perduta innocenza, pensò. Settembre. L’insegna al neon era ancora illuminata quando si svegliava al mattino. Di solito veniva accesa circa un’ ora dopo il suo ritorno dalla banca, mentre riposava davanti al bicchierino pomeridiano, un piccolo lusso che si era concesso negli ultimi anni. Spesso accompagnato da una musica spagnola, greca, araba suonata dal suo giradischi. Una sorta di evasione mentale in paesi lontani, esotici, mentre adesso al contrario, non voleva andare in nessun posto. Avrebbe voluto soltanto tornare indietro nel tempo, a prima di avere compiuto certi passi fatali, quando avrebbe potuto ancora cambiare in meglio la sua vita, trovare la felicità, nonostante tutto.

Copenaghen, luglio 1968. I venti caldi del maggio francese giungono fino nell’algida e compassata Danimarca portando con sé contestazione, ribellione, rottura dei tabù sessuali, rifiuto delle rigide regole sociali, e proprio in questa atmosfera di radicali cambiamenti e di anarchia Flemming Borck compie le sue scelte fino a spingersi ad un punto di non ritorno.
Già protagonista di Pensa un numero, uscito sempre per Iperoborea l’anno scorso, Flemming Borck è un eroe anomalo, quint’essenza del common man, del ligio cassiere di banca banale, del cittadino rispettoso della legge anonimo, timoroso, insignificante, che diventa all’improvviso un “criminale”.
Ladro per caso, assassino per necessità Borck si ritrova al di là delle leggi morali, della normalità consueta, nella scivolosa e sconosciuta terra del crimine, ricattato da un vero delinquente, il folle e visionario Sorgenfrey, e dalla sua ex donna e complice. Alice, che per convincerlo a compiere una rapina nella sua banca rapisce David il figlio di Miriam, cassiera della stessa banca, e sua amante.
Ecco in breve la trama di La borsa e la vita (Pengene og livet, 1976) di Anders Bodelsen, tradotto dal danese da Karen Tagliaferri e pubblicato da Iperborea nella collana Ombre.
Anders Bodelsen, uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta, si guadagna assieme a Gunnar  Staalesen il mio personale podio del noir scandinavo e se leggerete i suoi libri sono certa concorderete con me che per complessità e originalità emerge chiaramente dalla folla più o meno variegata che popola le librerie.
Innanzitutto il sapore vintage, (fu scritto nel 1976), contribuisce ad accrescere il suo fascino, poi ciò che ho apprezzato maggiormente è senz’altro il rifiuto dei più triti luoghi comuni in favore di un’ originale freschezza narrativa e un pizzico di sana anarchia.
Flemming Borck, il protagonista, non è un eroe, anzi è ciò che più si discosta da come idealmente ce lo raffiguriamo un eroe. Il bene e il male per lui non comportano scelte morali di fondo. Umanamente non è irreprensibile, nè coraggioso, nè altruista, né possiede alcuna qualità ed è proprio questa sua scolorita mediocrità che lo rende reale e verosimile, pure nelle sue scelte estreme e certamente non condivisibili. Uccide un poliziotto, pur non essendo un uomo violento, beffa e deruba un rapinatore, va a letto con Alice, pur non essendone innamorato attratto dal pericolo, fugge in Tunisia, viene ricattato, minacciato, trasformato in complice, e sempre prova nostalgia per la vita di prima.

Nessun profumo si sprigionava dalla notte e Borck pensò con nostalgia alle notti di settembre in Danimarca, con il loro odore di terra, frutti e fumo di legno.

E’ proprio il dubbio e la contraddittoria incertezza se rimpiangere davvero o no la rassicurante normalità abbandonata costituiscono la chiave di volta del libro, il suo nucleo più profondo. Rilevante il passaggio in cui Anders Bodelsen scrive:

Due concetti gli si affacciarono alla mente, ma Borck preferì tenerli per sé. Uno era “la vita di ogni giorno” e l’altro “L’innocenza”. Due dimensioni che non gli appartenevano più. Due modi di vivere che non si era accorto di amare. Finché non li aveva perduti. Ma era proprio certo che avrebbe continuato ad amarli se li avesse recuperati? L’innocenza sì. Ma la vita di ogni giorno?

Tenerissimo il rapporto che lega il protagonista con David, il figlio di 4 anni di Miriam, con i quali cerca di ricreare una famiglia “normale”. Toccante e divertente quando Borck ruba l’alberello di Natale fingendo di essere inseguito dalla polizia. Bellissimo. 

Anders Bodelsen  prolifico autore danese nato nel 1937, è uno dei maggiori rappresentanti della corrente neorealista degli anni Sessanta. I suoi thriller esplorano le ripercussioni sociali del materialismo, le contraddizioni della classe media, e spesso colgono persone comuni spinte a varcare i confini della moralità. Pensa un numero (Iperborea, 2011), uscito per la prima volta nel 1968 è il suo romanzo più famoso, tradotto in un film con Bibi Andersson e poi nel remake americano L’amico sconosciuto (1978) con Elliot Gould. La borsa e la vita è un classico della letteratura danese del 1976, pubblicato in Italia due anni più tardi. 

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Gabriella dell’Ufficio stampa Iperborea.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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