:: Un’ intervista a Joanne Harris a cura di Elena Romanello

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il giardinoDopo Chocolat, il romanzo che l’ha fatta conoscere al grande pubblico, e Le scarpe rosse, è arrivato con Il giardino delle pesche e delle rose il terzo capitolo delle avventure di Vianne Rocher, alter ego e non solo dell’autrice Joanne Harris. Abbiamo incontrato la scrittrice al Circolo dei lettori di Torino, intervistata da Bruno Gambarotta.

Come mai hai voluto scrivere il seguito di Chocolat?

Non ne avevo una vera necessità, ma è come quando si va in un posto dove si mangia bene e si sente il bisogno di tornarci. Tra l’altro, nella vita reale sono passati undici anni, nel romanzo, dove il tempo scorre in maniera un po’ diversa, solo otto.

Il titolo inglese è un po’ diverso, come mai?

Chocolat è stato facile da mantenere così in tutte le lingue, mentre il gioco di parole dell’originale, Peaches for monsieur le Curé non funzionava bene tradotto.

Per poter leggere Il giardino delle pesche e delle rose bisogna aver letto Chocolat e Le scarpe rosse?

C’è chi dice di sì, effettivamente ci sono dei legami, più con Chocolat che con Le scarpe rosse, ma io penso che si possa leggere tranquillamente da solo, i riferimenti si possono dedurre e non sono fondamentali.

Siamo di nuovo a Lansquenet, dove è arrivata una comunità musulmana, c’è di nuovo Vianne: Chocolat si svolgeva durante la Quaresima, qui invece siamo durante il Ramadan. Come mai questa attenzione ai calendari liturgici?

La vita nella nostra società, anche se non si crede, è influenzata comunque dal calendario religioso, e a me interessa molto il rapporto tra digiuno e festeggiamenti, anche dal punto di vista di altre religioni. Tra l’altro una persona come Vianne, che dialoga con il cibo, incontra altre difficoltà a proporre da mangiare a gente che sta digiunando.

La vicenda è a tratti analoga a quella di Chocolat, dove Vianne apriva la sua pasticceria il Mercoledì delle Ceneri, qui arriva il giorno d’inizio del Ramadan. I capitoli, raccontati in prima persona da lei e dal parroco, François Reynaud, con come simboli alternati la mezzaluna e la croce.

La mezzaluna non è solo un simbolo musulmano, è anche associato a chiaroveggenza e potere femminile, così come la croce non è solo un simbolo cristiano, ma appartiene anche ad altre culture. Noi non siamo proprietari dei simboli, sono qualcosa di molto più grande.

Vianne è un suo alter ego?

Abbiamo entrambe una figlia, ma in realtà sono ben poche le cose in comune tra di noi. Vianne è una donna che non riesce a sistemarsi, che sente sempre il bisogno di spostarsi, mentre io, che sono costretta a viaggiare per lavoro, non vedo in realtà l’ora di tornare a casa mia. E inoltre non sono una grande cuoca come lei!

Il libro ha pezzi drammatici, ma anche umoristici. Vianne era comunque più sicura in Chocolat, qui ha qualche dubbio in più. E anche François Reynaud.

Reynaud è minacciato da un prete più giovane, che gli fa concorrenza usando Power Point nelle prediche. Vianne è più vecchia, è diventata madre di nuovo, e di una bambina con qualche problema, e si rende conto che man mano che le figlie crescono devono affrontare vari pericoli. Inoltre Vianne si trova a dover mettere in discussione alcune sue certezze, su come era stata educata da sua madre, e deve cercare di capire cosa è meglio per lei, sta facendo un viaggio per capire se stessa.

Nel primo romanzo a portare scompiglio a Lansquenet era l’arrivo degli zingari, qui la comunità musulmana. Cosa l’ha spinta a trattare questo argomento?

Io abito nello Yorkshire, dove ho avuto modo di conoscere molte persone di religione islamica, e ad un certo punto ho voluto scrivere non solo su Vianne Rocher ma sul motivo che spinge una ragazza nata in Occidente, Francia o Gran Bretagna, a voler portare il velo a tutti i costi. Vianne è comunque anche lei a suo modo un’outsider, ha viaggiato e visto tante culture, ma spesso è stata considerata come una rivale e una straniera. Ma alla fine lei cerca di capire cosa unisce le varie culture, anche perché sono più le cose in comune di quelle che dividono.

Non è un po’ troppo forzato il modo con cui Vianne decide di tornare a Lansquenet, tramite una lettera di Armande, morta anni prima, che le viene spedita dal nipote?

Vianne non ascolta nessuno, ho dovuto interrogarmi su come farla tornare a Lansquenet, e ho pensato al richiamo di una persona a cui lei voleva bene e rispettava, cioè Armande. Ho rimesso anche di nuovo l’elemento dell’incendio, come mistero per far partire la storia.

Il reietto della storia è François Reynaud…

Non ho mai pensato a lui come al cattivo, tra l’altro è in grave difficoltà per l’arrivo del nuovo prete, anche perché a lui alla fine interessa conoscere e capire le persone, non essere carismatico e tecnologico.

Cosa ne pensa del film tratto da Chocolat?

Devo dire che il paesino dove è stato girato il film per me è stato un po’ una delusione, poi in realtà è un insieme di tanti posti. Il regista andò nel paese che aveva ispirato Lansquenet, ma disse che era troppo perfetto e bello per essere utilizzato! Mi piacerebbe comunque che venisse tratto un film anche da Il giardino delle pesche e delle rose, ma vorrei che fosse un po’ diverso, meno film hollywoodiano e più film indipendente europeo.

E cosa farà Vianne alla fine di questo libro? Tornerà a Parigi sulla chiatta da compagno e figlie o rimarrà a Lansquenet?

Ho voluto lasciare tutto aperto. Senz’altro sentirà il richiamo della sua famiglia, ma anche dei suoi sogni. Comunque qualcosa lascerà di nuovo, a Lansquenet.

Una Risposta to “:: Un’ intervista a Joanne Harris a cura di Elena Romanello”

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