Posts Tagged ‘Edizioni E/O’

:: Prima di dirti addio, Piergiorgio Pulixi (E/O, 2016) a cura di Federica Belleri

22 giugno 2016
cove

Clicca sulla cover per l’acquisto

Dall’Europa al Sudamerica. Dal deserto del Mali alla Giungla del Branco. Dalla Cina alla Svizzera. Biagio Mazzeo non conosce confine per ottenere vendetta. Ha solo una cosa in mente, uccidere una donna cecena. Nel frattempo la criminalità si organizza in Italia. CIA, FBI e DEA sono mobilitati. Il mercato della droga finanzia gruppi armati in Afghanistan e Colombia. La cocaina viene distribuita attraverso la Grecia e i Balcani, per raggiungere l’Europa. Le casse piene di armi passano invece attraverso l’Egitto. La ‘ndrangheta ha creato una fitta rete di contatti, uomini e imprenditori dell’alta finanza. Le forze dell’ordine sono in allerta. I politici hanno paura. Nessuno si sporca più le mani di sangue, se non è strettamente necessario. Ricatti e intimidazioni si intrecciano a informazioni riservate. Il denaro scorre a fiumi. Si usano frasi in codice e linee telefoniche sicure per comunicare al meglio. Un latitante, fulcro di questo maledetto mondo, viene catturato in Colombia e trasferito in Italia, in un luogo protetto. Una macchina in movimento. Ingranaggi ben oliati, destinati a non incepparsi mai. O quasi. Mazzeo, al contrario, non riesce più a togliere il sangue dalle sue mani. Ne sono ormai intrise, impregnate. Il suo cuore è pieno di dolore, sofferenza, di sentimenti soffocati. La sua mente è invasa da fantasmi che non lo lasciano dormire. Come fare a liberarsi di questi demoni? Forse, se si tenesse a distanza dalle persone care, farebbe un favore a se stesso e agli altri. Forse, ritroverebbe la lucidità necessaria per raggiungere il suo obiettivo. Quanti morti si nascondono dietro ai suoi occhi trasparenti e al suo sguardo glaciale? La vita di Biagio è la prigione che lo tiene rinchiuso. Il quotidiano scava la sua anima, facendola sanguinare, ogni istante. Ciò che resta del Branco si sta sgretolando. La fiducia reciproca sembra instabile. Si sente usato, stanco e costretto a subire le sue stesse scelte. Il piccolo raggio di luce e di speranza che si è acceso da poco nella sua vita, si spegne di colpo. È davvero solo e si sente braccato. Chi lo incontra e lo saluta, capisce in pochi attimi che non lo rivedrà mai più. Soffre Mazzeo, per il Branco, la sua famiglia in questi ultimi anni. Soffre, perché ogni sua azione ha portato come conseguenza soltanto dolore e sangue.
Prima di dirti addio. Romanzo crudo, d’inchiesta e d’azione. Violento e intenso. Dolce e irruento. Non lascia spazio al respiro ma invita alla riflessione. Vendetta, maledetta vendetta. Che, forse, appartiene ad un genere preciso. Vendetta che fa scomparire, passo dopo passo, giorno dopo giorno. Che uccide, dentro. Lacera la carne e disturba i pensieri. Nessun perdono. Solo una tregua.
Buona lettura.

Piergiorgio Pulixi è nato a Cagliari nel 1982. Fa parte del collettivo di scrittura Sabot creato da Massimo Carlotto, di cui è allievo. Insieme allo stesso Carlotto e ai Sabot ha pubblicato Perdas de fogu (Edizioni E/O 2008), e singolarmente il romanzo sulla schiavitù sessuale Un amore sporco, inserito nel trittico noir Donne a perdere (Edizioni E/O 2010). È autore della saga poliziesca di Biagio Mazzeo iniziata col noir Una brutta storia (Edizioni E/O 2012), miglior noir del 2012 per i blog Noir italiano e 50/50 Thriller e finalista al Premio Camaiore 2013, proseguita con La notte delle pantere (Edizioni E/O 2014), vincitore del Premio Glauco Felici 2015, e Per sempre (Edizioni E/O 2015). Nel 2014 per Rizzoli ha pubblicato anche il romanzo Padre Nostro e il thriller psicologico L’appuntamento (Edizioni E/O), miglior thriller 2014 per i lettori di 50/50 Thriller. Nel 2015 ha dato alle stampe Il Canto degli innocenti (Edizioni E/O) vincitore del Premio Franco Fedeli 2015, primo libro della serie thriller I canti del male. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati sul Manifesto, Left, Micromega e Svolgimento e in diverse antologie. I suoi romanzi sono in corso di pubblicazione negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito.

Source: libro del recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Ninfee nere, Michel Bussi (E/O, 2016) a cura di Micol Borzatta

11 giugno 2016
ngt

Clicca sulla cover per l’acquisto

Siamo in Normandia, per la precisione a Giverny, il paese natio di Claude Monet, dove tutt’ora c’è la sua casa con il suo enorme giardino e il laghetto di ninfee, le stesse ninfee che negli ultimi 27 anni Monet ha dipinto concentrandosi solo su di loro.
Ed è proprio sul ruscello artificiale che Monet aveva fatto costruire per mantenere lo stagno delle ninfee che viene ritrovato il cadavere di Jérôme Morval, un famoso chirurgo oftalmologo. Viene chiamato a investigare Laurenç Sérénac, che si trova a dover combattere con l’omertà degli abitanti del paese e con il sentimento che gli cresce nel petto, aumentando sempre più, per la moglie del principale sospettato.
Con l’aiuto di Sylvio Bérnavides inizieranno a interrogare tutti e a consultare sempre più esperti di vari settori per seguire le tre tracce che sembrano collegate all’omicidio: un bambino di undici anni misterioso, i quadri Ninfee di cui era ossessionato Morval e le varie amanti di Morval.
Un giallo che esula dai classici gialli, raccontato per buona parte in terza persona, dagli occhi di una vecchina di ottanta anni, un po’ acida, che si muove per il paese come un topolino nero invisibile, che osserva tutto ma che non viene mai vista da nessuno, per poi passare in terza persona e raccontare le vicende dell’ispettore, della moglie del sospettato che altri non è che la maestra del paese, e di una bambina di undici anni, della quale saremo sempre a conoscenza dei pensieri raccontati direttamente dalla mente di lei.
Fin dall’inizio la vecchina fa capire di sapere tutta la verità, ma anche se è a conoscenza della totalità dei fatti, le informazioni vengono date con il contagocce, lasciando così il lettore in un perenne stato di attesa e curiosità che gli impedisce di interrompere la lettura, quel dico ma non dico che a volte è quasi snervante, ma che Bussi sa dosare a meraviglia senza mai esagerare.
Un connubio tra realtà e fantasia che rapisce in una magnifica lettura tra paesaggi magici, impressionisti francesi e un’ossessione che viene scambiata per amore.
Un romanzo che sa catturare, affascinare e coinvolgere nel modo più totale e completo.

Michel Bussi è nato in Normandia nel 1965.
Scrittore e professore di geografia all’università di Rouen.
Vincitore di diversi premi tra cui nel 2012 il Prix Maison de la Presse, il Prix du roman populaire e il Prix du meilleur polar francophone con il romanzo Un aereo senza di lei.
Dopo essere stato pubblicato in ventidue paesi, Ninfee nere diventerà presto anche un film.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Giulio dell’Ufficio Stampa EO.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Un caso come gli altri, di Pasquale Ruju (E/O, collezione Sabot/age, 2016) a cura di Federica Belleri

27 Mag 2016
cover_9788866327226_1587_600

Clicca sulla cover per l’acquisto

Annamaria si è innamorata, sui banchi della scuola superiore. La sua vita nella Locride è sempre stata semplice e modesta. Con le parole e i giusti modi Marcello l’ha conquistata e chiesta in moglie alla futura suocera. Tutto in regola, tutto perfetto e così intenso da stordire. Marcello pare un uomo per bene, anche se ogni tanto un’ombra gli oscura lo sguardo. Annamaria lo ama e non fa domande. Anche il suo lavoro è un argomento da non affrontare, perché non le compete. Anche le regole sono fondamentali e vanno rispettate. Perché Annamaria è sua moglie, questo conta. Possibile che sia tutto così semplice? Possibile che il loro benessere economico arrivi improvviso? Possibile che per strada vengano salutati entrambi in modo ossequioso? Cosa non riesce a vedere Annamaria?
Un caso come gli altri” è una nera storia d’amore, legata all’importanza e alla rispettabilità della Famiglia, dove ogni tradimento o trascuratezza ha un prezzo. L’ammirazione di Annamaria per Marcello la rende inconsapevole del significato dei suoi silenzi. La rende quasi immune al dolore e all’amore per lui, che sta cambiando. Marcello e Annamaria sono sposati da parecchi anni ormai, ma le loro strade cambiano direzione. La dolcezza si trasforma in rabbia, il pericolo e l’istinto di protezione chiedono vendetta. Il sospetto e la gelosia annebbiano la capacità di ragionamento. Il rifiuto non è contemplato. Chi è davvero Marcello? Chi è sua moglie, e perché si trova in una stanza degli interrogatori davanti al sostituto procuratore?  “Un caso come gli altri“. La vita di una donna, intrecciata a quella del suo uomo, per sempre, fino alla fine. Attraverso gli occhi, l’onore, la forza del possesso e la fragilità degli istinti. Dentro la paura e il sangue, la bellezza e il sesso. Scrittura precisa, fine e diretta. Emozioni curate con tatto e sensibilità.  Ottimo romanzo. Buona lettura.

Pasquale Ruju, classe 1962, laureato in Architettura, ha lavorato in teatro, cinema, radio, televisione e nel doppiaggio, dando voce a personaggi di cartoni animati, soap e telefilm. Dal 1994 collabora con la Sergio Bonelli Editore in qualità di soggettista e sceneggiatore. Ha scritto oltre cento storie per albi di Tex, Dylan Dog, Nathan Never, Dampyr, Martin Mystère ed è autore delle miniserie Demian, Cassidy e Hellnoir. Un caso come gli altri è il suo primo romanzo.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Colomba dell’Ufficio Stampa E/O, Sabot/age.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Le streghe di Lenzavacche, Simona Lo Iacono (EO/2016) a cura di Rosy Franzò & Piero Pirosa

11 Mag 2016
hre

Clicca sulla cover per l’acquisto

La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione. Avrei dovuto mettere sotto la tua culla otto pugni di sale, bere acqua di pozzo e invocare le anime del purgatorio. Poi dire tre volte: Maria Santissima abbi pietà di lui, affidarti alle mani del primo angelo in volo e assicurarti al collo una catena della buona morte .

Così l’incipit dell’ultimo romanzo di Simona Lo Iacono, “Le streghe di Lenzavacche” (E/O edizioni), magistrato “prestato” all’arte della scrittura. L’autrice narra due storie che corrono parallelamente, anche se temporalmente si dipanano indipendentemente l’una dall’altra, apparentemente destinate a non incontrarsi tra di loro, che invece, attraverso un semplice meccanismo narrativo, diventano complementari e complici,  sapientemente raccontate su piani letterari perfettamente scorrevoli e intriganti.
Al primo approccio il lettore si trova dinanzi ad una architettura composita, ad un labirinto di personaggi e vicende umanamente complesse, dove  il valore funzionale  del singolo  è determinato e valorizzato dall’interagire, intersecarsi, scontrarsi, sovrapporsi con gli altri, all’interno di un tutt’uno, che dopo un iniziale  caotico mosaico,  troverà esplicitazione  nella linearità  di una  tragica  storia di solitudine, emarginazione, ignorante pregiudizio.
Con una costruzione narrativa intensa, appassionante, struggente, “condita” con raffinatezza poetica , l’autrice  ci conduce per mano  tra le stradine, le trazzere del piccolo e sperduto, borgo siciliano di Lenzavacche : Un piccolo centro che gravita intorno a una chiesa e a una piazza, sospeso fra mare e terra , nomen omen,  dicevano i Padri latini,  colorandolo qua e là,  con sapienti pennellate di un suggestivo “realismo magico”  meno ingenuo e spirituale di quello sudamericano, anni luce dal mondo fiabesco di Cent’anni di solitudine.
Corre l’anno 1938, l’Italia il sabato veste  alla “balilla”, i ragazzini cantano “Fischia il sasso” ed anche a Lenzavacche : Ululano le sirene che inneggiano al fascio. Ed è proprio in questa atmosfera oscurantista, che esalta  la teoria del darwinismo sociale, la purezza della razza, la forza, la prestanza fisica, la salute,  che dal ventre, sacro e profano, di mamma Rosalba,  nasce Felice, tra le fragranze dell’ ibiscus,  e le tisane di camomilla e cardamomo per il sonno, di aloe e valeriana per la fantasia,  di  nonna Tilde, esperta di erbe officinali di cui  ne conosce  i più reconditi  e oscuri segreti e principi curativi, “pioniera ante litteram” della  moderna fitoterapia.
In una famiglia matriarcale, declinata al femminile, Felice  vive  oggettivamente da  infelice o, come si dice oggi, con un sottile e perfido velo di ipocrisia, da “diversamente felice”. Un bambino malformato, punito dalla “fatal sorte”, destinato ad una eterna solitudine, ad una esistenza che nega qualsiasi speranza di riscatto umano piuttosto che sociale:

Ovunque si faceva il vuoto, Felice.  A qualsiasi orario rincorrevo per te la vita, e la vita fuggiva, si scansava lesta al tuo passaggio, era intuitiva e feroce, la vita, ti fiutava come una bestia pericolosa e – inesorabilmente – ti lasciava indietro(...)

eppure, come un piccolo Ulisse: (…) fatti non foste a viver come bruti (…),  è assetato di conoscenza, ama ascoltare le storie.
Il marchio del diverso, la “lettera scarlatta” della vergogna, nella società omologata del fascio littorio, lo seguono  come fedeli segugi, non solo perché deforme e senza parola, ma colpevole discendente di:

un gruppo di “streghe” del Seicento, che erano in realtà un gruppo di mogli abbandonate, donne gravide, figlie reiette o emarginate,  riunitesi in una casa ai bordi del paese e bruciate come seguaci del diavolo. Sono le “escluse”, “le dimenticate”, le “ultime” per eccellenza. Ma nel gruppo trovano forza, comprensione, condivisione. Iniziano quindi a vivere una esperienza comunitaria.

Ritorna in mente, lo stesso cupo clima di caccia alle streghe, di un grande romanzo  dei primi anni novanta, di Sebastiano Vassalli, La Chimera. Due donne a confronto, Antonia e Rosalba, “innocenti colpevoli” l’una per la propria bellezza, l’altra per la sua innata indipendenza, per essere una folle visionaria sognatrice:

La prudenza non si addice all’amore, è una nemica dell’improvvisazione, guasta lo slancio, la fantasia, la felicità,

e in mezzo? Un “popolino”, né buono né cattivo, solo ignorante e pericoloso, incline ad una pazzia collettiva, schiavo della sua superstizione  che ne condiziona il modo di pensare e di agire, che sfocia in un fanatismo religioso e di intolleranza culturale.
Tilde e Rosalba sono vittime di un  perfido antifemminismo che impone di fuggire la donna “arma del demonio, causa prima della nostra perdizione:

Sono tollerate la moglie che assicura la progenie, la madre che alleva i figli, la tessitrice operosa, la contadina instancabile, la vecchia fidata e silenziosa, la suora murata nella sua clausura… ma tutte le altre sono sospette, in particolare le giovani, belle e libere,  che suscitano odio e (…) inconfessabili desideri.

Con un “pizzico” di teatralità pirandelliana e il senso critico e illuminista di Manzoni, l’autrice “confeziona” un romanzo storico, dove finzione e verità si mescolano, si confondono, s’intrecciano in una favola dalla morale amara, dai contorni sfumati, meravigliosamente indistinguibili. La scrittrice entra nel romanzo,  ne prende parte, sceglie con chi stare perché ha la capacità di saper ascoltare, ode le strazianti   “urla del silenzio” di Felice,  di sua madre,  degli ultimi, i diseredati per antonomasia della Storia,  sente la loro voglia di vivere in pienezza, di conoscere, leggere storie….e allora, che fa? Semplice, gli dà voce, gli dona  metaforicamente  la parola, il potere della parola, per avere : (…) un’opportunità di riscatto, di raggiungere una conquista interiore, (…) per ribaltare il destino, contrapponendo lo spirito anarchico, libero da ipocriti e vili legami, delle “streghe”, a quello miseramente acritico, moralmente “bacchettone”,  della massa inerme, senza energia, senza vita, sottomessa alla imperante “comunicazione” del regime totalitario dell’epoca.
In una società dogmatica e autoreferenziale, che non contempla, disprezza, aborra la diversità e se potesse, ricorrerebbe al Monte Taigeto,  come metodo di selezione naturale per una razza superiore, non tutti “abbassano la testa”, ci  sono  “angeli umani”,  paladini di giustizia, che vanno al di là delle apparenze, che valorizzano  le più impensabili “variazioni della natura umana”, perché “risorse”, portatrici dei  valori universali di solidarietà,  accettazione dell’altro, amore verso il prossimo, che forse la “rivoluzione del cristianesimo” ha smarrito.
Ed ecco il  plot twist, che cambia la storia, che sovverte la rassegnazione, che imprime energia cinetica ad un mondo d’ancestrale staticità, fa sobbalzare il lettore, lo coglie di sorpresa: mamma Rosalba, mette la toga dell’avvocato, e va alla ricerca di una legge, mai applicata, che permette a Felice, figlio di un  “Dio minore”, di frequentare la scuola, seppure in classi “differenziali”, dandogli una chance, una seconda possibilità di riuscita.
Qui, la sua storia s’incrocia con quella di Alfredo, maestro elementare, che con l’allievo disabile arriva al numero minimo necessario per tenere la classe che altrimenti verrebbe cancellata:

E’ un incantatore: racconta storie per commuovere ed emozionare. Non vuole fare dei soldati, ma degli esseri pensanti, responsabili. Aiutare i piccoli a trovare la loro vera vocazione .

L’autrice crea un triangolo che funge da “protesi” per il bambino, al cui ultimo vertice colloca “U dutturi Mussumeli”, mente aperta, stravagante e libertino, capace di assaporare, succhiare  la vita fino al midollo, perché la: normalità è questione di postazione e varia a seconda della trincea dietro la quale ci acquattiamo.
Nel romanzo, la Lo Iacono dà un ruolo da protagonisti ai libri, alla letteratura: finestre sul mondo e farmaci per l’anima, per capire, conoscere, interpretare, tradurre, le innumerevoli e cangianti, sfaccettature della realtà: Coltivo questa idea oltraggiosa che la letteratura possa fungere da corazza, che sia la coltre dei cento nodi, il manto del re nudo.
Nel registro linguistico  passa  con “galateo letterario”  dall’io narrante all’epistola, ad una polifonia di voci, colonna sonora di una  storia dal retrogusto  apparentemente fiabesco, pregna di suoni, odori, colori mediterranei, mescolati  a  trame esoteriche, a leggende misteriose che si perdono nella notte dei tempi,  come i “cunti”,  lentamente declamati, nelle afose notti siciliane, da nonnine  eternamente ammantate a nero o da  vecchi saggi con la coppola, nei cortili, nei vicoli, nelle piazzette di una Sicilia che non c’è più.

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970. Magistrato, presta servizio presso il tribunale di Catania. Ha pubblicato diversi racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Sul blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri cura una rubrica che coniuga norma e parola, letteratura e diritto, dal nome “Letteratura è diritto, letteratura è vita”. Il suo primo romanzo, Tu non dici parole (Perrone 2008), ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa.
Nel 2011 ha pubblicato Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande. Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà, vincitore del Premio Martoglio e del premio Donna siciliana 2014 per la letteratura.
Attualmente conduce sul digitale terrestre un format letterario dal nome BUC, trasmissione che mescola al libro varie discipline artistiche, e cura sulla pagina culturale della Sicilia la rubrica letteraria “Scrittori allo specchio”. Presta inoltre servizio presso il carcere di Brucoli come volontaria, tenendo corsi di letteratura, scrittura e teatro, tutti mezzi artistici con i quali intende attuare il principio rieducativo della pena sancito dall’art 27 della Costituzione.

Source: proprietà del lettore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: I pregiudizi di Dio, Luca Poldelmengo (EO, 2016)

26 aprile 2016
bhy

Clicca sulla cover per l’acquisto

Bene e male sono i pregiudizi di Dio” disse il serpente nel Paradiso terrestre, secondo Friedrich Nietzsche. E da questo aforisma al sapore di arsenico, per la precisione tratto dalla Gaia scienza (Die fröhliche Wissenschaft, 1882), Luca Poldelmengo ha tratto il titolo del suo nuovo libro, I pregiudizi di Dio, edito nella collana Sabotage di EO.
Un noir, sotto le mentite spoglie di un poliziesco. Un noir che appunto si trova a manifestare un sano scetticismo su dove si trovi il reale confine tra bene e male, tra un buon poliziotto e uno cattivo, un buon marito e uno cattivo. Insomma ci sono soglie oltre le quali nulla è più lo stesso, oltre le quali non si torna indietro. Ed è inutile chiedersi se abbia un senso innalzare steccati, credersi al sicuro. A volte il male è inevitabile, non lo si va a cercare. Si compiono cattive azioni per un senso di giustizia più alta, che sconfina pericolosamente con la vendetta. Si può uccidere per legittima difesa. Una vita in cambio di un’altra. Si può uccidere per difendere un amico, un collega, una persona amata. Sempre una vita in cambio di un’altra. Tragica verità nella sua essenzialità, semplicità.
Uccidere è male, forse la forma più estrema di praticare il male. Un male senza ritorno e i protagonisti di questo romanzo ci avranno a che fare. Dovranno mettere in gioco se stessi, con i loro sensi di colpa, le loro fragilità, la poca voglia di fare i conti col destino, con un amore non ricambiato, con una malattia improvvisa, con una donna che abbandona figlio e marito. Sono infondo cose che capitano, nella vita di tutti, più probabili che incontrare un serial killer e non meno dolorose.
Quando alla stazione di polizia di un piccolo centro non lontano da Tivoli arriva un uomo disperato che denuncia la scomparsa della moglie, ad accoglierlo ci sono due poliziotti che il caso o il destino ha messo insieme. Due poliziotti che non si possono vedere, non sempre i colleghi sono come vorremmo che fossero. Quando scompare qualcuno, un famigliare, o peggio un bambino inizia tutta una trafila che va da “Chi l’ha visto” alla denuncia alla polizia, a tappezzare la zona della scomparsa con manifesti e volantini.
Poldelmengo non lascia troppo spazio a questa ricerca, subito la donna scomparsa viene trovata in un fosso, morta, seviziata. E il marito non è certo un personaggio che desta simpatia, anzi non pochi pensano sia lui il colpevole, (non sono sempre i mariti a uccidere le mogli, dice il senso comune). Che poi anche se non fosse il colpevole, alcuni pensano che non è un vero innocente, anche se magari non l’ha uccisa, stare chiuso in prigione potrebbe essere solo ciò che si merita.
Ma un colpevole ci vuole, ci deve essere, Margherita qualcuno l’ha uccisa (la scena del ritrovamento del cadavere è simile a tante scene del crimine, impersonale nei suoi particolari più ripugnanti). E da Roma arriva in supporto un altro commissario, una donna, una donna presente nel passato di uno dei due protagonisti.
Abbiamo così tre poliziotti, un omicidio e la giostra dei mass media. L’odore di uova marce delle acque termali. La polvere di travertino. La periferia. Il raccordo anulare. Le fabbriche, ormai scheletri industriali come tanti cadaveri al sole. I capannoni, i camion che corrono in una cacofonia di suoni.
Chi ha letto L’uomo nero, ritroverà alcuni personaggi, per meglio dire alcune situazioni di quel romanzo, ma I pregiudizi di Dio non è un seguito, ha una struttura narrativa unica, compatta. Capitoli brevi, alcuni brevissimi, fulminanti. E lo stile di Poldelmengo, severo, venato di una calda umanità. Pochi tratti, personaggi, ambientazione, trama, tutto funzionale alla storia che deve essere narrata. E un finale devastante nella sua banalità e indifferenza. La banalità del male, diceva qualcuno.

Luca Poldelmengo è nato a Roma nel 1973. Alla sua attività di sceneggiatore dal 2009 affianca quella di scrittore, esordendo con il noir Odia il prossimo tuo (Kowalski), tradotto anche in Francia, finalista al premio Azzeccagarbugli e vincitore del premio Crovi come migliore opera prima. Nel 2012 pubblica L’uomo nero (Piemme), finalista al premio Scerbanenco. Nel 2014 pubblica Nel posto sbagliato per le Edizioni E/O, anch’esso finalista al Premio Scerbanenco.

Source: libro inviato dall’ editore, ringraziamo Colomba direttrice collana Sabotage.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il mondo non mi deve nulla, Massimo Carlotto, (e/o, 2014)

16 marzo 2014

mondo non mi deve nullaLise e Adelmo sono gli improbabili protagonisti di questo breve romanzo (quattro capitoli e un epilogo) di Massimo Carlotto, dal titolo Il mondo non mi deve nulla, edizioni e/o. Definirlo romanzo forse è inesatto, sarebbe meglio definirlo racconto lungo, o ancora meglio canovaccio teatrale, perché appunto contiene in sé la struttura e le caratteristiche del soggetto di una breve piece: dialoghi predominanti, tempi cadenzati, scene al chiuso, prevalentmente nel salone di una ricca ed elegante casa di vacanze di Rimini, città quanto mai sullo sfondo, sappiamo solo che la stagione non è ancora iniziata e non c’è ancora la ressa dei turisti.
E solo volendo esaminare a fondo le pagine, scopriamo una Rimini di viali alberati, e case da ricchi, da una parte e dall’altra case di ringhiera, balere, bar dove giocare a carte e farsi un bianchetto, oltre alla Stazione, a Rimini gente in arrivo e in partenza ce ne è sempre, dove è facile essere scippati dai ladri locali o più che altro da sudamericani e gente dell’Est “si muovono in gruppo, alcuni distraggono la vittima altri la ripuliscono”.
Racconto noir? Direi di sì, anche se non ci sono poliziotti, investigatori, sangue sparso, violenza o efferatezze. Tutto è giocato in uno scontro di volontà cadenzato da dialoghi in punta di penna, con qualche affondo che a volte graffia il lettore stesso, nello stile tipico di Carlotto. Una battaglia combattuta da due personaggi, un uomo e una donna, diversi in tutto, incontratisi per caso, complice una finestra aperta in un elegante palazzo che si affaccia su viale Principe Amedeo.
Lui, Adelmo, superati i quaranta, è un ladro per necessità, licenziato dalla fabbrica in cui lavorava, c’è la crisi, in Italia licenziano tutti, per pagare mutui e bollette e mantenere la moglie, Carlina, che si spezza la schiena facendo le pulizie, si è ritrovato a fare il delinquente con poco successo, lo conoscevano tutti, in giro per Rimini con la sua bicicletta.
Lei, Lise, sessant’anni, ancora una bella donna, piena di fascino, elegante e di classe, tedesca, una vita in giro per il mondo sulle navi da crociera come croupier. Una donna abituata a convivere con le menzogne, la sua intera vita è una menzogna, anche se ha sempre vissuto nel lusso, prendendosi gli uomini che voleva, libera, senza legami o obblighi, ora si trova truffata e derubata dai risparmi di una vita dalla sua banca, la sgualdrina. Già per colpa dei derivati, solo dal nome il saggio Adelmo sentiva puzza di fregatura, ora le sono rimasti solo più 120 mila euro, tutto il necessario per vivere un anno con il tenore di vita a cui è abituata,  ma ha un’ altro progetto, un progetto che potrebbe fare di Adelmo un assassino.
Una storia d’amore? Forse. Il legame che si crea tra i due protagonisti non è esente da una sottile tensione erotica, che si stempera nelle contingenze della vita, nelle sue necessità economiche, nella consapevolezza di fallimenti e sconfitte. Lise non ha più tempo per l’amore, ha preso una decisione irreversibile, consapevole che il mondo non le deve nulla, frase che ripete come un mantra. Adelmo vorrebbe costruirsi un futuro con Lise, ma non ne ha la forza, non è all’altezza di competere con i demoni interiori della donna, che sì si concede a lui, ma una volta per trattenerlo e esporgli il suo piano, una seconda volta per dare vita ad un’ illusione, un sogno che da solo non basta. La voce caustica di Lise, le sue battute sferzanti, capaci di ferire e umiliare Adelmo, non trovano un contraltare della stessa forza. E in questo sbilanciamento di prospettive si gioca l’intera narrazione fin verso l’epilogo, colpo di scena compreso, in cui si sciolgono, finalmente, tensioni e drammi.
Racchiude una morale questo racconto? Difficile dirlo senza svelare il finale, posso solo dire che al dunque ogni personaggio ottiene ciò che vuole. Buona lettura.

Massimo Carlotto è nato a Padova nel 1956. Sco­perto dalla scrittrice e critica Grazia Cher­chi, ha esordito nel 1995 con il romanzo Il fug­giasco, pubblicato dalle Edi­zioni E/O e vincitore del Pre­mio del Gio­ve­dì 1996. Per la stessa ca­sa editrice ha scritto: Ar­ri­ve­­derci amo­re, ciao (se­con­do posto al Gran Pre­mio della Let­­te­ra­tura Po­­li­zie­sca in Francia 2003, finalista al­l’Ed­gar Al­lan Poe Award nella ver­sione inglese pubblicata da Europa Edi­tions nel 2006), La ve­rità del­l’Al­li­ga­tore, Il mi­stero di Man­­­giabar­che, Le ir­re­go­­lari, Nes­suna cortesia al­l’u­sci­ta (Pre­mio Des­sì 1999 e menzione speciale del­la giu­­ria Pre­mio Scer­­ba­nen­co 1999), Il corriere co­lom­­­bia­­no, Il mae­stro di nodi (Pre­mio Scer­­ba­­nen­co 2003), Niente, più niente al mondo (Pre­mio Gi­ru­là 2008), L’o­scu­ra im­men­sità della mor­te, Nord­est con Mar­co Vi­det­­ta (Pre­­mio Se­le­­­zio­ne Ban­ca­rella 2006), La ter­ra del­la mia ani­ma (Pre­­mio Grinzane Noir 2007), Cri­stia­ni di Al­lah (2008), Per­das de Fogu con i Ma­ma Sa­bot (Pre­mio Noir Eco­lo­gista Jean-Clau­de Izzo 2009), L’amore del bandito (2010) e Alla fine di un giorno noioso (2011). Per Einaudi Stile Libero ha pubblicato Mi fido di te, scritto assieme a Francesco Abate, Respiro corto, Cocaina (con Gianrico Carofiglio e Giancarlo De Cataldo) e, con Marco Videtta, i quattro romanzi del ciclo Le Vendicatrici (Ksenia, Eva, Sara e Luz). I suoi libri sono tradotti in molte lingue e ha vinto numerosi premi sia in Italia che all’estero. Massimo Carlotto è anche autore teatrale, sce­­neggiatore e collabora con quotidiani, riviste e mu­sicisti.