:: Le streghe di Lenzavacche, Simona Lo Iacono (EO/2016) a cura di Rosy Franzò & Piero Pirosa

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La prima volta in cui ti vidi eri talmente imperfetto che pensai che nonna Tilde avesse ragione. Avrei dovuto mettere sotto la tua culla otto pugni di sale, bere acqua di pozzo e invocare le anime del purgatorio. Poi dire tre volte: Maria Santissima abbi pietà di lui, affidarti alle mani del primo angelo in volo e assicurarti al collo una catena della buona morte .

Così l’incipit dell’ultimo romanzo di Simona Lo Iacono, “Le streghe di Lenzavacche” (E/O edizioni), magistrato “prestato” all’arte della scrittura. L’autrice narra due storie che corrono parallelamente, anche se temporalmente si dipanano indipendentemente l’una dall’altra, apparentemente destinate a non incontrarsi tra di loro, che invece, attraverso un semplice meccanismo narrativo, diventano complementari e complici,  sapientemente raccontate su piani letterari perfettamente scorrevoli e intriganti.
Al primo approccio il lettore si trova dinanzi ad una architettura composita, ad un labirinto di personaggi e vicende umanamente complesse, dove  il valore funzionale  del singolo  è determinato e valorizzato dall’interagire, intersecarsi, scontrarsi, sovrapporsi con gli altri, all’interno di un tutt’uno, che dopo un iniziale  caotico mosaico,  troverà esplicitazione  nella linearità  di una  tragica  storia di solitudine, emarginazione, ignorante pregiudizio.
Con una costruzione narrativa intensa, appassionante, struggente, “condita” con raffinatezza poetica , l’autrice  ci conduce per mano  tra le stradine, le trazzere del piccolo e sperduto, borgo siciliano di Lenzavacche : Un piccolo centro che gravita intorno a una chiesa e a una piazza, sospeso fra mare e terra , nomen omen,  dicevano i Padri latini,  colorandolo qua e là,  con sapienti pennellate di un suggestivo “realismo magico”  meno ingenuo e spirituale di quello sudamericano, anni luce dal mondo fiabesco di Cent’anni di solitudine.
Corre l’anno 1938, l’Italia il sabato veste  alla “balilla”, i ragazzini cantano “Fischia il sasso” ed anche a Lenzavacche : Ululano le sirene che inneggiano al fascio. Ed è proprio in questa atmosfera oscurantista, che esalta  la teoria del darwinismo sociale, la purezza della razza, la forza, la prestanza fisica, la salute,  che dal ventre, sacro e profano, di mamma Rosalba,  nasce Felice, tra le fragranze dell’ ibiscus,  e le tisane di camomilla e cardamomo per il sonno, di aloe e valeriana per la fantasia,  di  nonna Tilde, esperta di erbe officinali di cui  ne conosce  i più reconditi  e oscuri segreti e principi curativi, “pioniera ante litteram” della  moderna fitoterapia.
In una famiglia matriarcale, declinata al femminile, Felice  vive  oggettivamente da  infelice o, come si dice oggi, con un sottile e perfido velo di ipocrisia, da “diversamente felice”. Un bambino malformato, punito dalla “fatal sorte”, destinato ad una eterna solitudine, ad una esistenza che nega qualsiasi speranza di riscatto umano piuttosto che sociale:

Ovunque si faceva il vuoto, Felice.  A qualsiasi orario rincorrevo per te la vita, e la vita fuggiva, si scansava lesta al tuo passaggio, era intuitiva e feroce, la vita, ti fiutava come una bestia pericolosa e – inesorabilmente – ti lasciava indietro(...)

eppure, come un piccolo Ulisse: (…) fatti non foste a viver come bruti (…),  è assetato di conoscenza, ama ascoltare le storie.
Il marchio del diverso, la “lettera scarlatta” della vergogna, nella società omologata del fascio littorio, lo seguono  come fedeli segugi, non solo perché deforme e senza parola, ma colpevole discendente di:

un gruppo di “streghe” del Seicento, che erano in realtà un gruppo di mogli abbandonate, donne gravide, figlie reiette o emarginate,  riunitesi in una casa ai bordi del paese e bruciate come seguaci del diavolo. Sono le “escluse”, “le dimenticate”, le “ultime” per eccellenza. Ma nel gruppo trovano forza, comprensione, condivisione. Iniziano quindi a vivere una esperienza comunitaria.

Ritorna in mente, lo stesso cupo clima di caccia alle streghe, di un grande romanzo  dei primi anni novanta, di Sebastiano Vassalli, La Chimera. Due donne a confronto, Antonia e Rosalba, “innocenti colpevoli” l’una per la propria bellezza, l’altra per la sua innata indipendenza, per essere una folle visionaria sognatrice:

La prudenza non si addice all’amore, è una nemica dell’improvvisazione, guasta lo slancio, la fantasia, la felicità,

e in mezzo? Un “popolino”, né buono né cattivo, solo ignorante e pericoloso, incline ad una pazzia collettiva, schiavo della sua superstizione  che ne condiziona il modo di pensare e di agire, che sfocia in un fanatismo religioso e di intolleranza culturale.
Tilde e Rosalba sono vittime di un  perfido antifemminismo che impone di fuggire la donna “arma del demonio, causa prima della nostra perdizione:

Sono tollerate la moglie che assicura la progenie, la madre che alleva i figli, la tessitrice operosa, la contadina instancabile, la vecchia fidata e silenziosa, la suora murata nella sua clausura… ma tutte le altre sono sospette, in particolare le giovani, belle e libere,  che suscitano odio e (…) inconfessabili desideri.

Con un “pizzico” di teatralità pirandelliana e il senso critico e illuminista di Manzoni, l’autrice “confeziona” un romanzo storico, dove finzione e verità si mescolano, si confondono, s’intrecciano in una favola dalla morale amara, dai contorni sfumati, meravigliosamente indistinguibili. La scrittrice entra nel romanzo,  ne prende parte, sceglie con chi stare perché ha la capacità di saper ascoltare, ode le strazianti   “urla del silenzio” di Felice,  di sua madre,  degli ultimi, i diseredati per antonomasia della Storia,  sente la loro voglia di vivere in pienezza, di conoscere, leggere storie….e allora, che fa? Semplice, gli dà voce, gli dona  metaforicamente  la parola, il potere della parola, per avere : (…) un’opportunità di riscatto, di raggiungere una conquista interiore, (…) per ribaltare il destino, contrapponendo lo spirito anarchico, libero da ipocriti e vili legami, delle “streghe”, a quello miseramente acritico, moralmente “bacchettone”,  della massa inerme, senza energia, senza vita, sottomessa alla imperante “comunicazione” del regime totalitario dell’epoca.
In una società dogmatica e autoreferenziale, che non contempla, disprezza, aborra la diversità e se potesse, ricorrerebbe al Monte Taigeto,  come metodo di selezione naturale per una razza superiore, non tutti “abbassano la testa”, ci  sono  “angeli umani”,  paladini di giustizia, che vanno al di là delle apparenze, che valorizzano  le più impensabili “variazioni della natura umana”, perché “risorse”, portatrici dei  valori universali di solidarietà,  accettazione dell’altro, amore verso il prossimo, che forse la “rivoluzione del cristianesimo” ha smarrito.
Ed ecco il  plot twist, che cambia la storia, che sovverte la rassegnazione, che imprime energia cinetica ad un mondo d’ancestrale staticità, fa sobbalzare il lettore, lo coglie di sorpresa: mamma Rosalba, mette la toga dell’avvocato, e va alla ricerca di una legge, mai applicata, che permette a Felice, figlio di un  “Dio minore”, di frequentare la scuola, seppure in classi “differenziali”, dandogli una chance, una seconda possibilità di riuscita.
Qui, la sua storia s’incrocia con quella di Alfredo, maestro elementare, che con l’allievo disabile arriva al numero minimo necessario per tenere la classe che altrimenti verrebbe cancellata:

E’ un incantatore: racconta storie per commuovere ed emozionare. Non vuole fare dei soldati, ma degli esseri pensanti, responsabili. Aiutare i piccoli a trovare la loro vera vocazione .

L’autrice crea un triangolo che funge da “protesi” per il bambino, al cui ultimo vertice colloca “U dutturi Mussumeli”, mente aperta, stravagante e libertino, capace di assaporare, succhiare  la vita fino al midollo, perché la: normalità è questione di postazione e varia a seconda della trincea dietro la quale ci acquattiamo.
Nel romanzo, la Lo Iacono dà un ruolo da protagonisti ai libri, alla letteratura: finestre sul mondo e farmaci per l’anima, per capire, conoscere, interpretare, tradurre, le innumerevoli e cangianti, sfaccettature della realtà: Coltivo questa idea oltraggiosa che la letteratura possa fungere da corazza, che sia la coltre dei cento nodi, il manto del re nudo.
Nel registro linguistico  passa  con “galateo letterario”  dall’io narrante all’epistola, ad una polifonia di voci, colonna sonora di una  storia dal retrogusto  apparentemente fiabesco, pregna di suoni, odori, colori mediterranei, mescolati  a  trame esoteriche, a leggende misteriose che si perdono nella notte dei tempi,  come i “cunti”,  lentamente declamati, nelle afose notti siciliane, da nonnine  eternamente ammantate a nero o da  vecchi saggi con la coppola, nei cortili, nei vicoli, nelle piazzette di una Sicilia che non c’è più.

Simona Lo Iacono è nata a Siracusa nel 1970. Magistrato, presta servizio presso il tribunale di Catania. Ha pubblicato diversi racconti e vinto concorsi letterari di poesia e narrativa. Sul blog letterario Letteratitudine di Massimo Maugeri cura una rubrica che coniuga norma e parola, letteratura e diritto, dal nome “Letteratura è diritto, letteratura è vita”. Il suo primo romanzo, Tu non dici parole (Perrone 2008), ha vinto il premio Vittorini Opera prima. Nel 2010 le sono stati conferiti il Premio Internazionale Sicilia “Il Paladino” per la narrativa e il Premio Festival del talento città di Siracusa.
Nel 2011 ha pubblicato Stasera Anna dorme presto (Cavallo di Ferro), con cui ha vinto il premio Ninfa Galatea ed è stata finalista al Premio Città di Viagrande. Nel 2013, sempre per Cavallo di Ferro, ha pubblicato il romanzo Effatà, vincitore del Premio Martoglio e del premio Donna siciliana 2014 per la letteratura.
Attualmente conduce sul digitale terrestre un format letterario dal nome BUC, trasmissione che mescola al libro varie discipline artistiche, e cura sulla pagina culturale della Sicilia la rubrica letteraria “Scrittori allo specchio”. Presta inoltre servizio presso il carcere di Brucoli come volontaria, tenendo corsi di letteratura, scrittura e teatro, tutti mezzi artistici con i quali intende attuare il principio rieducativo della pena sancito dall’art 27 della Costituzione.

Source: proprietà del lettore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

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