Posts Tagged ‘Matilde Zubani’

:: Mediorientarsi – Ultimo giro al Guapa,Saleem Haddad (E/O, 2016) a cura di Matillde Zubani

4 luglio 2016
ce

Clicca sulla cover per l’acquisto

La storia che Saleem Haddad ci racconta attraverso gli occhi del protagonista, il giovane Rasa, è una storia personale, intima e allo stesso tempo collettiva. Rasa è un giovane interprete alle prese con due rivoluzioni: una interiore, che coinvolge la difficile  accettazione della sua identità di arabo e di omosessuale, e una esteriore, la lotta di piazza contro un regime spietato.
Gli eventi del racconto si svolgono in luoghi diversi di una brulicante città mediorientale di cui non viene mai rivelato il nome, ma che capiamo essere scossa da un tumulto sociale e politico: sullo sfondo compaiono manifestazioni, proteste, pestaggi, campi profughi e giornalisti inviati dalla stampa internazionale. Il Guapa, locale underground e luogo di ritrovo dei “deviati”e degli esclusi, diventa il cuore stesso della città di Rasa, il simbolo della strada e della sua ribellione.
Le vicende del romanzo si dispongono su due livelli, presente e passato. Il primo livello si sviluppa nell’arco di trentasei ore a partire dalla notte in cui la nonna Teta sorprende il nipote in compagnia dell’amato Taymour. In seguito a questa scioccante scoperta Rasa trascorre momenti di puro tormento, segnati dalla paura che l’amato possa decidere di tirarsi indietro. La storia così fa un balzo nel passato: Rasa ripercorre le tappe importanti della sua vita e compie un simbolico viaggio alla ricerca di sé stesso.
Rasa racconta della sua infanzia, del suo essersi trovato a fare i conti con la doppia natura della società in cui vive, spettatore di un contrasto esistenziale interno alla sua stessa famiglia. Da un lato ci sono le regole imposte dalla tradizione, incarnate dalla nonna Teta, autoritaria e inflessibile, che fanno leva sul concetto di vergogna: ‘eib‘; dall’altro c’è la voglia di rompere questi schemi, rappresentata dalla madre artista e pittrice, che trova ispirazione negli “ultimi”. Sarà il mondo di Teta da avere la meglio, dopo l’allontanamento della madre e la morte del padre. L’opportunità di partire per frequentare l’università in America rappresenterà per Rasa un tentativo di fuga dal Paese e dalle sue costrizioni, nella speranza di trovare un luogo in cui poter essere finalmente sé stesso. Convinto che avrebbe smesso di interpretare un personaggio, si troverà invece costretto a misurarsi con il suo essere arabo negli Stati Uniti di inizio millennio.
Taymour si sposerà con una ragazza di buona famiglia (nell’estremo tentativo di proteggere la loro storia d’amore?), rinnegando sé stesso e i suoi sentimenti, piegandosi al volere sociale. La ricerca di identità del protagonista si intreccia con quella di una collettività agitata dal desiderio di cambiare. Parallelamente, l’autore s’interroga anche sulla breve e intensa stagione delle proteste di piazza prima che la repressione del regime e la conseguente estremizzazione degli scontri portassero all’emergere del fondamentalismo islamico: “Per un attimo abbiamo avuto tra le mani l’intero Paese. Ma poi ci siamo tirati indietro. E adesso il potere della strada è stato abbattuto, gli è stato spezzato il cuore. Abbiamo spinto a calci il cadavere della rivoluzione fino al cordolo dei marciapiedi e abbiamo cercato di allontanarci, senza renderci conto che nel farlo avevamo seppellito noi stessi. E dopo che un uomo viene ucciso, e poi un altro e un altro ancora, le morti diventano così tante che una singola vita non importa più a nessuno.”
Ultimo giro al Guapa è un romanzo intenso e coinvolgente sul piano emotivo, ma anche molto interessante dal punto di vista sociale e politico. L’autore trascina i lettori nel turbinio angoscioso di una storia dolorosa, che lascia però intravedere nel finale una speranza per cui si può ancora combattere:

“Forse dovremo andare a manifestare!”. “Si, si, è una splendida idea. Andiamo a manifestare. Contro chi?” “Contro tutti. Contro tutti.”

Assolutamente consigliato!
Traduzione dall’inglese di Silvia Castoldi.

Saleem Haddad è nato in Kuwait nel 1983 da madre iracheno-tedesca e padre palestinese-libanese. È cresciuto in Giordania, Canada e Gran Bretagna. Ha lavorato per Medici Senza Frontiere in Yemen, Siria e Iraq. Ha collaborato con il Centro di Studi Strategici dell’Università della Giordania. Attualmente vive a Londra dove lavora per conto di Safeworld come Conflict and Security Advisor per le aree del Medio Oriente e del Nord Africa. Ultimo giro al Guapa è il suo romanzo d’esordio.

Source: inviato dall’ufficio stampa al recensore, ringraziamo Giulio dell’ Ufficio stampa E/O.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mediorientarsi – L’autistico e il piccione viaggiatore, Rodaan Al Galidi (Il sirente, 2016) a cura di Matilde Zubani

13 maggio 2016
index

Clicca sulla cover per l’acquisto

L’autistico e il piccione viaggiatore forse non rientra nella “classica” tipologia di libri che recensisco di solito in questa rubrica. In effetti non è ambientato in Medioriente, ma in Olanda. Però l’autore, Rodaan Al Galidi, è iracheno… anche se ha scritto questo romanzo in olandese. Leggete oltre e tutto si farà più chiaro!
Il libro racconta la storia di diversi personaggi, tutti surreali, alcuni, forse, allegorici. Prima di tutto c’è Geert, un ragazzo autistico che prende tutto alla lettera, maturando con ogni parola un rapporto speciale. Poi c’è sua madre, Janine, che potremmo definire una “sciroccata” con un debole per gli alcolici. Ci sono diverse figure femminili, tutte incomprese agli occhi di Geert, poi ci sono un piccione viaggiatore che ritorna sempre a casa e un maiale di nome Sinatra.
Geert vive con la giovane madre sopra al negozio dell’usato in cui lei lavora. Ogni notte scende le scale e si intrufola nel negozio buio e deserto: entra così in un mondo fatto di oggetti abbandonati, capaci di stimolare la sua mente geniale. Li smonta e rimonta dando vita a creazioni improbabili, come il giradischi che, collegato ad un elettrocardiografo, lo aiuta a stabilire “se la musica è buona, oppure no”.
Quando al negozio arriva un vecchio Stradivari tutto cambia. La musica diventa il mezzo tramite cui Geert si apre al mondo esterno, che accoglie incredulo il prodotto della sua creatività ribelle. Un esame attento di quel nuovo oggetto porta Geert a pensare che “l‘arte trasforma il legno in un violino, il violino in un’ anima e le dita in note che si alzano”. Smontandolo, pensa “allo spazio che era rimasto imprigionato nel violino di Antonio Stradivari dal 1773 e che era volato via nel negozio dell’usato.” Capisce che il violino e la sua musica producono emozioni che possono “far volare una persona più in alto di tutto”.
Così Geert inizia a costruire violini Stradivari demolendo vecchi divani recuperati al negozio dell’usato. L’arte dell’ingegno è la risorsa più preziosa per Geert, che vi si dedica con un’inconsapevolezza ingenua, attirando su di sé la curiosità degli altri.
Al Galidi ha scritto un romanzo iper-realista, stringato, con i dettagli ridotti all’essenziale, il linguaggio spiccio e diretto. Accosta immagini forti e disincantate – parlando di sesso o di emarginazione sociale senza tabù – a scene dai toni fiabeschi, come quelle in cui Geert si avvicina agli animali.
La chiave di lettura del racconto sta nella biografia del suo autore: dopo essersi laureato in ingegneria elettronica in Iraq, Al Galidi fugge dal suo Paese e dopo varie peripezie arriva in Olanda.
Trascorre nove anni in un campo profughi, dove impara l’olandese da autodidatta. Ecco quindi che l’autismo si trasforma in una metafora della sua condizione di “emarginato” e la scrittura è il veicolo con cui aprirsi al mondo e uscire dal proprio isolamento.
Non mancano riferimenti alle consuetudini della vita olandese viste con gli occhi di Geert, che sono quelli di un estraneo capace di coglierne le stranezze. Traspare anche una certa ironia, che riesce a sdrammatizzare gli aspetti più duri della “diversità”.

Rodaan Al Galidi – nato nel 1971 in Iraq. Dopo la laurea in ingegneria elettronica fugge dall’Iraq e arriva in Olanda nel 1998. Scrive opere di prosa e poesia in olandese, lingua che ha imparato da autodidatta. Il suo romanzo L’autistico e il piccione viaggiatore ha vinto il Premio dell’Unione Europea per la letteratura nel 2011.

Source: libro inviato dall’editore al recensore, ringraziamo Chiarastella dell’Ufficio Stampa Il Sirente.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Impronte, Hasan Ali Toptaş (Del Vecchio Editore, Novembre 2015, pp. 397) a cura di Matilde Zubani

4 aprile 2016
81OnWO2rNNL

Clicca sulla cover per l’acquisto

Impronte è un romanzo che attraversa la vita di un uomo lungo il filo dei ricordi, al confine tra mondo onirico e realtà.
Incontriamo il protagonista, il signor Ziya, nelle prime pagine del libro, mentre si accinge a restituire alla padrona le chiavi dell’appartamento sul Bosforo in cui ha vissuto per anni, deciso ad allontanarsi dalla frenesia della città che porta con sé un ricordo terribile. Diversi anni prima la moglie, incinta del figlio, è morta, per un attentato terroristico in una libreria di Istanbul, portandogli via la voglia di vivere e lasciandolo in balia della vergogna per non essere morto con loro. L’angoscia non lo abbandona e Ziya ha deciso finalmente di accettare l’offerta di raggiungere l’amico e vecchio commilitone Kenan a Yaziköy, il villaggio dove questo è cresciuto e di cui aveva sempre parlato con grande nostalgia durante i duri mesi del servizio militare negli avamposti di confine turco-siriano.
Questo villaggio viene scelto da Toptaş per raccontarci una storia ai margini della Turchia, che stenta a lasciarsi alle spalle il passato. Scorrono veloci le immagini dell’infanzia dei protagonisti, figure antiche di pastori, rigattieri, circoncisori e venditori di sanguisughe si alternano una dopo l’altra. Scene di vita familiare in cui i ricordi si mescolano ai sogni. Dall’incontro con Kenan riemergono anche i fantasmi dei venti lunghi mesi della naia: il pericolo, la paura, i soprusi degli ufficiali, la miseria del Sud-Est della Turchia.
Ziya scoprirà che anche a Yaziköy la quiete sembra essere un miraggio. Sotto un’apparenza di bucolica rassegnazione covano sentimenti primitivi, fioriscono la diffidenza, il sospetto, la calunnia, e la violenza. Lo stesso Kenan si ritroverà ad essere vittima della crudezza dei suoi compaesani.
Impronte racconta della dimensione più aspra e rurale della Turchia, di una vita che sembra essere lontanissima non solo nello spazio, ma anche nel tempo. Sullo sfondo della storia di Ziya ci sono le tormentate vicende del Kurdistan turco, ancora terribilmente attuali e lo stridente contrasto tra l’urbanizzazione selvaggia di Istanbul e il deserto deprimente dell’Est.
Toptaş sceglie uno stile evocativo, al confine tra presente, passato e sogno. Le immagini dure si alternano a momenti fortemente poetici, quasi commoventi, dove l’immaginazione prende corpo e la realtà di dissolve e si confonde. D’altronde, “quando la realtà è sentita con troppa forza, sembra sempre non essere vera”.
La scrittura è fluida, la punteggiatura quasi inesistente, i dialoghi interiori ed esteriori sembrano sovrapporsi. La scrittura stessa diventa parte della trama. La traduttrice, Giulia Ansaldo, dà prova di grande abilità nel mantenere intatte le affascinanti descrizioni “sensoriali” scelte dall’autore in cui suoni e colori, odori e forme si fondono. Ai lettori italiani alcune pagine potranno ricordare i desolati e desolanti orizzonti de Il deserto dei Tartari di D. Buzzati, mentre vari critici internazionali hanno definito Toptaş “il Kafka turco”. Quel che è certo è che questo romanzo prova le eccellenti qualità artistiche dell’autore.

Hasan Ali Toptaş è uno dei più importanti scrittori turchi viventi. Nato nel 1958 a Çal (vicino alla famosa località di Pamukkale), oggi lavora come funzionario ministeriale. Dopo la pubblicazione di alcuni racconti e di un primo romanzo, Toptaş attira l’attenzione internazionale con il romanzo Gölgesizler (Senza Ombre) nel 1995, a cui seguono altre tre raccolte di racconti e quattro romanzi.
Nel 2006 vince il prestigioso Premio Orhan Kemal per la letteratura. Con Impronte, il suo primo romanzo ad essere tradotto in italiano, si aggiudica nel 2013 il Premio Sidat Semavi.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Francesca dell’Ufficio Stampa Del Vecchio Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mediorientarsi – Hotel Madrepatria, Yusuf Atılgan, (Ed. Jaca Book – Calabuig, 2015) a cura di Matilde Zubani

24 luglio 2015
1

Clicca sulla cover per l’acquisto

Gestire un hotel e gestire un’istituzione, una grande impresa, un paese erano in fondo la stessa cosa. Quando un uomo comincia a conoscere se stesso, a rendersi conto delle proprie possibilità, quando capisce quali sono le vere responsabilità, vacilla, non ce la fa. È una fortuna che i governanti dei paesi non lo sappiano, altrimenti qui, in questo mondo, farebbero molti più danni di quanti ne può fare il responsabile di un hotel.

L’Hotel Madrepatria è un konak (una vecchia costruzione ottomana) di tre piani, vicino alla stazione ferroviaria di una cittadina dell’Anatolia che fu vittima, nel 1922, di uno spaventoso incendio appiccato dai greci in ritirata. Il gestore dell’Hotel, Zebercet, è un personaggio solitario che conduce una vita monotona fatta di gesti sempre uguali, clienti poco interessanti e un rapporto-abuso con la cameriera.

Una notte arriva al konak una donna scesa dal treno, in ritardo, proveniente da Ankara, nessuno sa chi sia – non ha con sé la carta d’identità – né dove sia diretta, ma la sua apparizione – di cui resterà soltanto qualche traccia: due sigarette fumate a metà e un asciugamano a righe – è destinata a lasciare un segno indelebile nella vita di Zebercet. Il ricordo di questa donna e l’attesa di un suo improbabile ritorno si trasformeranno presto in un’ossessione totalizzante e irrazionale che trascinarà il protagonista fuori dal tempo e dallo spazio, stritolandolo in un vortice di follia.

La tecnica linguistica usata da Atılgan è interessante: lunghi periodi si alternano a frasi lapidarie e digressioni racchiuse tra parentesi. L’uso della punteggiatura è fortemente evocativo, tanto da rendere quasi difficoltoso il dipanarsi del discorso – proprio come se seguissimo le torsioni di una mente tormentata. Il flusso di coscienza evoca gesti, ricordi, frammenti di dialoghi e illusioni. Quello che conta sembra non essere tanto la trama, quanto il modernismo stilistico; citato dal premio nobel Pamuk tra i suoi maestri, Atılgan viene spesso accostato a William Faulkner, traslandone però l’esperienza nell’ambiente narrativo turco.

Il romanzo si pone al lettore come un’esperienza innovativa e disturbante, sia stilisticamente sia contenutisticamente. Come è evidenziato nella postfazione, il protagonista è circondato dalle cose della vita, ma è estraneo a tutte; patisce uno spaesamento mentale che contrasta col radicamento e l’immobilità delle sue giornate. Allo stesso tempo il pathos cresce in una contrazione prospettica sempre più soffocante.

Pur non essendo un’amante di questo stile modernista, ho apprezzato Hotel Madrepatria per la sua carica emotiva che mi ha ricordato le tinte cupe dei racconti di Poe (tipo Il cuore rivelatore) e il clima di attesa de Il deserto dei Tartari. Indiscussa è la buona riuscita della traduzione, forse resa ancora più efficace dalla collaborazione di due madrelingue: italiana e turca. Mi è piaciuto molto anche il glossario alla fine del libro, che non solo traduce, ma cerca di spiegare e raccontare i termini che sono stati lasciati in lingua originale.

In Turchia, Hotel Madrepatria si è ritrovato spesso al centro del dibattito critico-letterario a causa delle implicazioni politiche, culturali e psicologiche sollevate dai temi trattati: Anayurt Oteli (titolo originale) enfatizza gli aspetti alienanti della vita nella società moderna attraverso un ritratto convincente di un anti-eroe guidato da impulsi arcaici e da una sessualità ossessiva. Viene ritenuto un romanzo “di rottura” con la tradizione letteraria turca e oggi è considerato un classico moderno.

Per chi fosse curioso di approfondire, nel 1986 dal romanzo è stato tratto anche un omonimo film diretto da Ömer Kavur con Macit Koper e Serra Ylmaz.

Yusuf Atılgan (1921-1989), uno dei maestri della letteratura turca contemporanea, ha raggiunto la celebrità grazie a due soli romanzi, Aylak Adam (L’indolente) del 1959 e Hotel Madrepatria del 1973, ai quali si aggiungono alcuni racconti e un terzo romanzo incompiuto e pubblicato postumo. Tradotto in diverse lingue, Atilgan viene qui presentato per la prima volta in italiano.

Rosita D’Amora insegna Lingua e Cultura Turca all’Università del Salento. Ha tradotto in italiano Sabahattin Ali e Mehmet Yashin.

Semsa Gezgin ha tradotto in italiano Orhan Pamuk, Nedim Gürsel, Oguz Atay, Esmahan Aykol, e in turco Italo Calvino, Cesare Pavese, Umberto Eco, Alessandro Baricco.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo Simona dell’Ufficio Stampa Jaca Book.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Mediorientarsi – Il silenzio e il tumulto, Nihad Sirees, (Il Sirente, 2014), a cura di Matilde Zubani

30 maggio 2015

72Le due strade che si intersecano all’angolo del mio palazzo sono letteralmente gremite di gente, prese d’assalto da una marea umana che scivola e sussulta, sormontata da centinaia di ritratti del Leader che fluttuano come onde marine al di sopra delle teste. (…) lascio l’appartamento nella speranza di fuggire alla calura e al tumulto: fuori, però, è l’inferno sulla terra.

Il racconto prende vita in una città, di cui non si saprà mai il nome, schiacciata dal caldo e dal frastuono, tappezzata dalle immagini di un Leader, anch’esso senza nome. In queste circostanze vive Fathi Shin, uno scrittore ormai da tempo emarginato e considerato un traditore della patria, perché non iscritto al partito unico.

Fathi ci racconta, con pungente ironia, la fatica di vivere in un Paese in cui perfino la musica si è trasformata in un’arte patriottica, con l’unico scopo di suscitare l’ardore della folla. Una rapida successione di aneddoti, come l’inchiesta aperta dai servizi segreti a suo carico per un “caso di vaffanculo”, solletica la nostra immaginazione, tingendo l’oppressione di assurda comicità. Nel caos che lo circonda il protagonista conduce una ricerca quasi mistica del silenzio, in cui captare le voci e i suoni più tenui. Un silenzio che gli viene costantemente negato, perché mentre la calma e la tranquillità inducono le persone alla riflessione, attirare periodicamente le folle in questi cortei tumultuosi è indispensabile al fine di lavare il cervello e di impedire di commettere l’orrendo crimine del pensare. Perché il pensiero è un’autentica calamità, pari all’alto tradimento nei confronti del Leader.

La vita di Fathi è resa meno dura dall’amore che prova per tre donne (profondamente diverse tra loro): c’è Lama, la sua amante e compagna, a cui lo lega una passione che rappresenta la loro personale risposta al regime e il sesso, l’unico modo per riappropriarsi della vita. C’è poi la sorella Samira, dal buonumore permanente, che grazie all’indifferenza a tutto e a tutti si conquista a colpi d’ironia uno spazio di libertà nel matrimonio infelice. Infine la madre, rifugiata in un’esistenza di ostentata superficialità, che con le sue vicende amorose finirà per mettere il figlio di fronte a un temibile bivio.

In questo libro non c’è solo la storia di Fathi, ma il desiderio di raccontare la vita sotto dittatura. Il parallelismo con la Siria, terra natale dell’autore, sorge spontaneo. In poche righe, Sirees trova l’occasione per una digressione sulla divinizzazione del Leader, che suona quasi come un’autocritica. Risalendo fino alla conquista della Persia da parte di Alessandro Magno racconta: i Persiani avevano l’abitudine di prostrarsi davanti alo loro re (…) Alessandro si era messo in testa di importare quel rituale in Grecia, ma si era scontrato con l’opposizione dei Macedoni. Mentre ad Atene si trattava di rapporti tra governo e cittadini, in Oriente era piuttosto una questione di dominio esercitato dal re-dio sulle sue creature. Anche gli Arabi erano stati vittime di questo assolutismo importato dall’Oriente ma, contrariamente ai Macedoni, non avevano manifestato troppe obiezioni.

Secondo lo scrittore siriano Shady Hamadi, questo libro denuncia parte della società siriana che ha accettato di scendere a compromessi con il potere, in cambio di benefit elargiti ad alcuni dal regime. Spetta quindi agli arabi, e ai siriani in particolare, riuscire a liberarsi dal Presidente-Dio, per una società della partecipazione nella quale l’individuo riprenda il suo valore originale.

Il silenzio e il tumulto è un libro asciutto e colloquiale, in cui spesso l’autore si rivolge direttamente al caro lettore, quasi a volersi confidare. E’ un atto di coraggio scandito da un ritmo perfetto, merito anche della traduzione di F. Pistono. Più volte ho pensato che la scelta di alcune parole fosse particolarmente azzeccata, rendendo al meglio la vivace ironia dello scrittore.

Consiglio a tutti, senza esitazioni, questo romanzo: un inno alla libertà e alla superiorità dell’intelletto, che non può essere messo a tacere, nemmeno dal tumulto più assordante. Traduzione dall’arabo di Federica Pistono.

Nihad Sirees è nato ad Aleppo nel 1950. Laureato in Ingegneria civile, è autore di sette romanzi e di diverse sceneggiature per il teatro e la TV. Dal 2012 Sirees si è ritirato all’estero, in un esilio auto-imposto dovuto alla situazione politica siriana.

Breve storia della SiriaPer circa 400 anni il territorio siriano è stato parte dell’Impero ottomano. Con l’insorgere della Prima guerra mondiale ci fu un breve tentativo di dar vita ad una monarchia indipendente. Tentativo subito stroncato dalle forze armate francesi, che diedero il via ad una stagione coloniale durata oltre venticinque anni (1920-46) e conclusa soltanto “grazie” al patto stretto con un altro potente attore occidentale, la Gran Bretagna. L’accordo prevedeva la creazione di due stati indipendenti: la Siria e l’Iraq, che sarebbero dovuti restare divisi, così da poterli controllare meglio. Da questa spartizione nacque in Siria, indipendente dal 1946, la coabitazione tra una maggioranza sunnita e minoranze cristiane, druse, curde e sciite di rito alawita. A seguito dell’indipendenza si ebbe un periodo di instabilità, costellato da numerosi cambi di governo e tredici colpi di Stato. Nel 1963 salì al potere il partito Ba’th e nel 1970 un golpe interno al partito affermò alla guida del paese Hafiz al-Asad, a cui è succeduto nel 2000 il figlio, Bashar al-Asad. Dalla decolonizzazione erano state le coalizioni delle minoranze ad aggiudicarsi la supremazia politica e quando le primavere arabe hanno portato la maggioranza sunnita nelle strade della Siria, per chiedere a gran voce la libertà, si è scatenata una cieca repressione sfociata nel feroce conflitto che tutt’ora insanguina il Paese.

:: Mediorientarsi – La Maschera della Verità, Pınar Selek, (Fandango Libri, 2015) a cura di Matilde Zubani

7 maggio 2015

maschera-veritàNata nel 1971 in una  famiglia di Istanbul, laica e di sinistra, Pınar Selek non ha mai sentito parlare di armeni, finché un giorno la madre farmacista saluta una vicina di casa chiamandola “madame Talin”. Incuriosita, chiede chiarimenti e scopre che “madame” è l’appellativo riservato alle donne greche e armene, per distinguerle dalle turche “hanim“.
A scuola Pınar studia sul suo manuale che “il diavolo chiamato ‘armeno’ era l’eterno nemico del turco” e recita ogni giorno lo slogan “felice chi si dice turco!”, ma poco a poco questa granitica verità inizia a sgretolarsi sotto i suoi occhi.
Pınar scoprirà che madame Talin è parte del “resto della spada”: espressione feroce usata per indicare gli armeni sopravvissuti al massacro avvenuto in Anatolia del 1915. Molti si sono salvati fuggendo a Istanbul, diventando invisibili, forzatamente assimilati a un’identità che non appartiene loro.
In Turchia sono gli anni duri del colpo di stato militare guidato dal generale Kenan Evren (12 settembre 1980), molti oppositori al regime riempiono le carceri (tra cui il padre della stessa autrice). Pınar Selek comincia a militare in diversi movimenti femministi, antimilitaristi e di estrema sinistra scoprendo, con rammarico che pur rifiutando ogni forma di nazionalismo, hanno ereditato la negazione del massacro e perso la memoria. Nel luglio del 1998 anche lei viene arrestata e torturata con lo scopo di farle confessare complicità inesistenti in un attentato inventato.
Una volta fuori, però, la lotta interiore continua e continuano gli incontri: prima con un ottantenne sagrestano armeno che vive nella chiesa dei Tre-Altari dopo essere rimasto completamente solo e che ha trovato nella fede la sua unica consolazione; poi con Hrant Dink: un armeno che non si nasconde, fondatore del primo giornale bilingue turco-armeno, Agos. Il giornale si fa portavoce di una domanda che suona scomoda alle orecchie di molti: dove sono gli armeni? Inutile dire che la voce di Hrant Dink viene presto messa a tacere da tre colpi di pistola nel gennaio del 2007.
Nel 2009 Pınar Selek lascia definitivamente la Turchia e si ritira in Francia, in esilio.
Con questo libro Pınar Selek ci consegna una testimonianza che cerca di spiegare al lettore cosa si prova a vivere in una città dove i nomi armeni sono stati cancellati dalle insegne, in un paese che, a cento anni di distanza, ancora non ha fatto i conti con le pagine nere e controverse del proprio passato.
Uno scritto che non vuole essere un vero e proprio racconto, ma piuttosto un collage autobiografico e intimista, forte, polemico. La traduzione (dal francese) curata da M. Maddamma riesce a rendere perfettamente il clima di tensione e frustrazione di quei giorni, di quegli anni vissuti dall’autrice e da molti altri.
Consiglio questo libro perché il dibattito sulle minoranze dimenticate e la tendenza a mettere in discussione giudizi storici consolidati non riguardano solo la Turchia e sono più che mai attuali.

Pınar Selek – Pınar Selek è una sociologa e attivista turca nata nel 1971 a Istanbul. Dal 2006 è l’editrice della rivista femminista Amargi. Dal 2009 vive in esilio in Francia, dove è ricercatrice all’École normale supérieure di Lione. Nel 2013 ha pubblicato il romanzo “La maison du Bosphore”.

Turchia, 1980Il colpo di stato del 12 settembre 1980 rappresenta uno dei momenti più tragici della storia turca. I militari presero il potere al culmine di una crisi molto difficile per la Turchia, tra stagnazione economica, instabilità politica e soprattutto una guerra civile strisciante tra gruppi di destra e di sinistra. La dittatura militare durò tre anni, durante i quali si contano 650mila arresti, oltre 200 morti per tortura, 50 esecuzioni capitali, oltre 1 milione e mezzo di persone schedate, migliaia di esiliati politici e di insegnanti licenziati, decine di migliaia di associazioni soppresse. Le vittime principali del colpo di stato furono gli attivisti e gli intellettuali di sinistra e il movimento autonomista curdo. Al di là delle violenze, le implicazioni del golpe nella politica turca furono molteplici e cariche di conseguenze ancor oggi tangibili. Nel 1982 venne redatta una nuova Costituzione (più volte emendata ma ancora in vigore) che introduce, ad esempio, una soglia elettorale del 10% per rendere il sistema partitico più gestibile, consentendo quindi l’accesso in Parlamento ad un massimo di due o tre fazioni politiche.
Nel 2014 l’Alta Corte di Ankara ha condannato all’ergastolo gli ultimi due protagonisti dell’azione golpista ancora in vita: il generale Kenan Evren, 96 anni, ex capo della giunta e settimo presidente della Turchia e Tahsin Sahinkaya, 89 anni, ex comandante dell’aviazione militare.

:: Mediorientarsi: Sette Luoghi, Youssef Ziedan (Ed. Neri Pozza, 2015) a cura di Matilde Zubani

6 aprile 2015

sette_luoghi_02Questo è il terzo libro di Youssef Ziedan che l’editrice Neri Pozza propone ai lettori italiani. Pubblicato nel 2013 in Egitto col titolo originale di Mihal, viene poi tradotto direttamente dall’arabo da D. Mascitelli e L. Declich.

“Sette luoghi” è un romanzo che potremmo idealmente dividere in due parti. La prima parte è ambientata nello scenario splendido dell’Egitto classico, tra Assuan, Luxor e Alessandria. E’ in questi luoghi che il protagonista trascorre la giovinezza. Si tratta di un ragazzo di origini arabe, con padre sudanese e madre egiziana, studente di scienze sociali all’università, che trascorre le estati lavorando come guida turistica. L’autore ci delizia con idilliache descrizioni di meraviglie archeologiche e naturali che scorrono sotto gli occhi del ragazzo, le cui giornate sono scandite dai sogni più romantici e dalla recitazione di orazioni e versetti coranici, regalando al lettore occidentale un ritratto mistico del bravo musulmano. Unica stranezza in questo quadretto altrimenti perfetto, è la comparsa, sullo sfondo, di uno shaikh saudita il cui nome suonerà a molti familiare: Osama bin Laden.
Questo personaggio anticipa il tenore della seconda parte, in cui la storia del singolo si intreccia, in mondo quasi surreale, con la Storia. Il nostro giovane viene mandato dalla famiglia a lavorare negli Emirati Arabi. Da qui si sposterà in Uzbekistan, dove le sue vicissitudini personali lo portano a conoscere la complicata storia dell’Afghanistan di Ahmad Shah Mas’ud e del Mulla Muhammad Omar. La distruzione dei Buddha di Bamiyan, l’attacco alle Torri Gemelle; fatti tragici si susseguono come un fiume impetuoso e incontrollabile, conducendo il protagonista ad accettare un lavoro come reporter di guerra per Al-Jazeera: la sua prima destinazione sarà l’Afghanistan e la sua ultima sarà, incredibilmente, Guantanamo.
In genere non mi piace, quando recensisco un libro, soffermarmi troppo sulla trama svelandone l’impalcatura, ma questa volta non ho potuto evitarlo. Il romanzo scorre veloce, la lingua utilizzata è semplice, chiara e incalzante, ma la direzione della narrazione è sfuggente, piuttosto contraddittoria, al punto da risultare inverosimile. Forse l’autore ha voluto farci toccare con mano l’imprevedibilità della vita e l’impossibilità di sfuggire o contrastare gli eventi scritti dal destino; per fare questo però non ha rinunciato a nulla: romanticismo e lirismo uniti alla politica e a controversi scenari di attualità riservano qualche caduta di stile nella parte finale.

Youssef Ziedan (1958) è uno studioso egiziano specializzato in studi arabi e islamistica. Attualmente dirige il Centro dei manoscritti e il Museo affiliato alla Biblioteca d’Alessandria. E’ professore universitario di filosofia islamica e ha curato numerose pubblicazioni accademiche note a livello internazionale. Neri Pozza ha pubblicato i romanzi Azazel (2010) e Nabateo lo scriba (2011).

:: Mediorientarsi – Pallidi Segni di Quiete, Adania Shibli (Argo Editore, 2014) a cura di Matilde Zubani

11 marzo 2015

Pa“L’occupazione non ci occupa solo fisicamente, ma ci ha occupato anche l’anima. Tutto quello che sogno è che i miei sogni non siano brutti come la realtà“. (Pallidi segni di quiete: diario palestinese).

Premetto che recensire questa raccolta di racconti non è un compito facile: la stessa quarta di copertina dichiara che Adania Shibli “consegna al lettore un mondo drammaticamente incomprensibile”. In effetti, ciò che emerge dalla lettura è un senso di straniamento, quasi d’angoscia. I racconti sembrano riflettere i moti interiori di un’anima disorientata, che si smarrisce nella quotidianità palestinese. Si può trovare un po’ di quiete interiore in questa terra senza pace e, forse, senza futuro?
Pagina dopo pagina invisibili granelli di sabbia entrano nelle nostre scarpe di viaggiatori letterari e iniziano a darci fastidio. Ci indigniamo perché il programma di studi nelle scuole elementari è soggetto al controllo israeliano, il quale vieta espressamente lo studio degli autori palestinesi (Fuori dal tempo), perché ci sembra di respirare la stessa nuvola di polvere e disperazione che avvolge i palestinesi in attesa di un taxi collettivo al check-point (Polvere). L’autrice ci confida che l’unico modo per andare avanti è mantenere il sangue freddo: “La mia freddezza è necessaria per riuscire ancora a essere una persona capace di vivere!” (Sangue Freddo)
Quello di Adania Shibli è un universo bello e terribile in cui il tempo sembra essersi fermato. Perfino gli orologi da polso smetteno di ticchettare, per riprendere poi all’atterraggio in un aeroporto straniero. “In Palestina, spesso mi accorgo che [il mio orologio] smette di camminare. Improvvisamente entra in una specie di coma e proprio non riesce più a segnare l’ora. (…) Probabilmente esso si rifiuta semplicemente di contare il tempo rubato alla mia vita, quello che maggiormente provoca disperazione nel mio animo” (Fuori dal tempo). Nella raccolta trovano spazio anche alcuni aneddoti famigliari: un racconto è dedicato alla morte della nonna (La cenere nei suoi occhi) ed un altro all’infanzia dell’autrice cresciuta in una famiglia di accaniti lettori (La differenza la fa sempre Nagib Mahfuz).
Lo stile narrativo è secco e diretto, non lascia spazio alle descrizioni e va dritto al cuore del lettore, quasi a volerlo trafiggere. Alcuni racconti sono brevi, altri brevissimi, di tre pagine appena, ma non per questo meno efficaci. L’autrice procede in un’inesorabile enunciazione di piccole vicende quotidiane, in un’atmosfera che oscilla tra stupore e sgomento.
Consiglio questi racconti a chi voglia aprirsi una nuova finestra sulla Palestina attraverso lo sguardo inerme e spietato di Adania Shibli.

Adania Shibli è nata in Palestina nel 1974 e oggi vive tra Gerusalemme e Berlino. È autrice di due romanzi, pièce teatrali, racconti brevi e saggi narrativi. Riceve due volte il prestigioso premio Qattan Young Writer’s Award-Palestine: nel 2001 con il romanzo Masds (tradotto in italiano con il titolo Sensi, Lecce, Argo, 2007), e nel 2003 per il romanzo Kullunà baici bi-dhàt al-miqddr an al-hubb (tradotto in inglese con il titolo We Are All Equally Far from Love, Northampton, Clockroot, 2012). Il suo ultimo lavoro è Dispositions (2012), un art book su artisti palestinesi contemporanei. Dal 2012 è visiting professor e ricercatrice presso l’Università di Birzeit, in Palestina.

Geografia della Palestina – Secondo i dati forniti dall’Unione Europea, oggi vivono in Palestina 4.5 milioni di persone, di cui 1.8 milioni nella Striscia di Gaza e 2.65 milioni in Cisgiordania. I palestinesi che vivono a Gerusalemme Est, nelle Seam Zones (tra il Muro e la linea verde dell’Armistizio del 1949) e in Area C (area sotto il pieno controllo israeliano, che rappresenta il 60% della West Bank) si trovano ad affrontare la pressione crescente dall’occupazione israeliana. La situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi è allarmante. Alle violazioni compiute dalle forze di occupazione israeliane (detenzioni amministrative, espropri arbitrari, demolizioni di case, tortura) si aggiungono quelle compiute dalle forze di sicurezza palestinesi (arresti arbitrari, violazioni della libertà di espressione, eliminazione di palestinesi accusati di collaborazionismo). Da segnalare inoltre anche l’emergenza dei profughi palestinesi, che si concentrarono nei campi profughi di Gaza, della Cisgiordania e della Giordania, del Libano e della Siria. I profughi erano poco più di 900.000 nel 1948, mentre a oggi, secondo le stime di Unrwa (l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di sostenere i profughi palestinesi), sfiorano i 5 milioni.

:: Mediorientarsi – Specchi Rotti, Elias Khoury (Feltrinelli, 2014) a cura di Matilde Zubani

28 gennaio 2015

elE’ il 1990 a Beirut e Karim Shamms sta per compiere quarant’anni. Sta aspettando un taxi che lo porterà all’aeroporto, dove si imbarcherà alla volta Montpellier per fare ritorno a casa dalla moglie e dalle figlie. Comincia così questo nuovo libro di Elias Khoury (Specchi rotti, Feltrinelli, 2014), un romanzo che varrebbe la pena leggere solo per il suo essere semplicemente bello, ma che è molto di più: è un vortice di mille storie, accennate e intrecciate, che il lettore si trova a vivere, non una dopo l’altra, ma tutte insieme, perché ‘Beirut è una città di specchi dove ognuno è se stesso e molti altri’.
Innanzitutto è la storia di Karim Shamms e del suo ritorno in Libano dopo dieci anni passati in Francia, dove è diventato uno stimato dermatologo e dove ha trovato rifugio dalla tempesta che lunghi anni di guerra civile hanno agitato nella sua anima. Karim decide di tornare, perché suo fratello Nassim gli ha proposto di costruire insieme un nuovo ospedale per Beirut, proprio quando pensava di aver ormai chiuso la sua porta sul Libano.
Nassim e Karim sono due fratelli nati nello stesso anno eppure così diversi (il tema del “doppio” ricorre più volte all’interno del romanzo), tanto da ritrovarsi poi schierati su fronti opposti nel conflitto che ha infiammato la loro terra. Hanno trascorso la giovinezza accanto al padre Nasri, un uomo ossessivo, dalla forte personalità, che finirà per condizionare profondamente le loro vite. Tornare a Beirut significa per Karim ripiombare in un passato fatto di frasi non dette e di dolori appena sopiti, sotto i suoi occhi scorrono frantumi della sua stessa vita: ha cercato di lasciarsi alla spalle l’amore per Hind, diventata poi la moglie del fratello, i sensi di colpa e l’amarezza per la fine di alcuni compagni di lotta, le verità scomode sulla sua famiglia, eppure tutto è così vivido.
Il Libano non è solo uno scenario tormentato, colpisce l’atmosfera sensuale fatta di odori e sapori, ma anche di amori in carne ed ossa: incontri appassionati ed immagini estremamente poetiche, nel senso più mediorientale del termine. L’autore dimostra di tenere molto alla tradizione letteraria arabo-persiana servendosi di immagini allegoriche classiche, in primis quella dello specchio, nonché scegliendo di concludere il romanzo con un maqta’ in piena regola: come nel sonetto persiano, l’ultimo verso della narrazione contiene il nom de plume dell’autore, che viene tradizionalmente inserito nel contesto con qualche abile giro di parole. (Ringrazio un amico esperto di letteratura araba per avermi fatto notare questo imperdibile dettaglio, non so come, ma per un attimo avevo pensato ad una clamorosa caduta di stile!).
L’abilità narrativa di Khoury è notevole, il ritmo si mantiene impetuoso fino all’apice del finale, quasi apocalittico, lasciando spazio ad alcune parentesi storico-politiche che suggeriscono la complessità dell’ambientazione tout court, senza però pesare troppo sulla scorrevolezza della lettura.
Specchi rotti è un libro che mi è molto piaciuto e quindi, senza aggiungere altro, ve lo consiglio!

Elias Khoury è nato a Beirut nel 1948. Ha scritto numerosi romanzi, opere teatrali e saggi. In Libano è considerato una delle personalità di spicco in ambito letterario, ma anche politico. Da anni gioca un ruolo importante nella difesa della libertà d’espressione. Nel 2008 ha ricevuto il Sultan Oweiss Award per la narrativa e il Prix IMA pour le roman arabe. In Italia sono stati pubblicati anche: Il viaggio del piccolo Gandhi (Jouvence 2001), Facce bianche (Einaudi 2007), Yalo (Einaudi 2009) e La porta del sole (Feltrinelli 2014).

La guerra civile del Libano – In molti sostengono che alla base della lunga guerra che ha insanguinato storia del Libano per quindici anni ci sia stato l’esasperato confessionalismo su cui lo Stato si è fondato, dopo l’indipendenza dalla Francia (1943). Cercando di semplificare, possiamo distinguere cinque diverse fasi del conflitto: 1975-1976, Fase Palestinese, nel 1975, in seguito ad un massiccio afflusso di profughi si contano circa 300.000 palestinesi su tutto il territorio libanese, molti dei quali sono guerriglieri che combattono per la libertà della Palestina. La rappresaglia israeliana non si fa attendere e i bombardamenti aerei colpiscono indistintamente i guerriglieri e i civili (palestinesi e libanesi). I primi a reagire a questa presenza sono i cristiani e scoppia la guerra. 1976-1978, Fase Siriana, caratterizzata dall’intervento dei siriani in funzione di mediatori. 1978-1982, Fase Israeliana, Israele avvia in Libano un’operazione congiunta aerea e terrestre che durerà diversi giorni. Prima di ritirarsi l’esercito instaura una zona di sicurezza, che si trasforma in una vera e propria occupazione militare. Questa cosiddetta “fascia di sicurezza” sarà restituita al Libano solo nel 2000. 1982-1990, Fase Integralista, compaiono sul campo gli Hezbollah (milizia musulmana sciita filo-iraniana) creando profonde divisioni interne al fronte musulmano. 1988-89: Fase delle Guerra Inter-cristiana, in cui lo scontro è tra le varie fazioni della destra cristiano maronita, seguita alla “Pax Siriana”, che ufficializza la presenza dell’Esercito di Damasco in Libano attraverso un trattato di alleanza. Il 13 ottobre 1990 termina ufficialmente la guerra civile: 15 anni di combattimenti, massacri e tensioni provocano – fra civili e militari – più di 150.000 morti.

:: Mediorientarsi: La signora melograno, Goli Taraghi, (Ed. Calabuig, 2014) a cura di Matilde Zubani

25 dicembre 2014

Cover_SignoraMelograno1-253x300Con questa raccolta di sette racconti dal sapore autobiografico (La signora melograno, Ed. Calabuig, traduzione dal persiano di Anna Vanzan), Goli Taraghi ci guida in un viaggio sul filo della memoria, tra Parigi e Tehran, raccontandoci storie di esilio, lontananza, straniamento: piccole vicende quotidiane, mai banali, storie di vite “sospese” tra presente e passato.
Il mio racconto preferito (che poi è anche quello più famoso) è senz’altro La signora melograno, che dà il nome all’intera raccolta. Il setting è quello dell’aeroporto, metafora di quel limbo tra il paese vecchio e il nuovo, dove l’autrice incontra l’anziana signora Anar (letteralmente “melograno”) che ha lasciato per la prima volta il suo villaggio di campagna per raggiungere gli amati figli, emigrati ormai da anni in Svezia. Quello di Anar è un vero e proprio “viaggio della speranza”: paure, aspettative e illusioni si mescolano alle difficoltà materiali e fisiche di un’arzilla vecchietta semianalfabeta che si scontra con una modernità ostile quanto incomprensibile.
Molto interessante, seppur dal retrogusto più amaro, anche il racconto intitolato Madame Lupo, ambientato a Parigi dove l’io narrante (anche in questo caso femminile) e i figli trovano scampo dai bombardamenti dell’aviazione irachena su Teheran. C’è qui una riflessione sull’ansia e la frustrazione dell’emigrante che si trova a fare i conti con il suo orgoglio ferito dall’emarginazione in cui è costretto a vivere, dal sospetto con cui viene guardato. Quell’orgoglio “che ci è stato installato 2500 anni fa e ci fa guardare dall’alto, con distacco, gli accadimenti della civiltà e ogni cambiamento, protetti dalla convinzione che noi, eredi di Ciro e Dario, anche nei momenti di decadenza e rovina, siamo comunque superiori a tutti gli altri”.
Cresciuta a Tehran in una famiglia agiata e colta, Goli Taraghi lascia l’Iran nel 1978, quando la Rivoluzione Islamica irrompe nella sua vita costringendola a cercare rifugio all’estero. In questo spazio, geografico-temporale, si muovono i suoi personaggi: uomini e donne apparentemente stanchi e malinconici, ma mai sconfitti. Dalle pagine trapelano i complicati rapporti della scrittrice con il suo paese d’origine e con quello che l’ha accolta, impazienza e tenerezza si alternano sottolineando di volta in volta l’amarezza e l’ironia.
Lo stile è scorrevole, il ritmo culla piacevolmente il lettore, merito forse anche della traduzione che Anna Vanzan, iranista e islamologa, ha fatto direttamente dal persiano (cosa rara!). Da questi racconti emerge un’eterna testimonianza di vitalità dal valore universale, che sopravvive agli eventi più imprevedibili e drammatici, mentre il viaggio non è più solo tra Oriente ed Occidente, ma è dentro ognuno di noi.
Consigliato a chi si sente “geograficamente in sospeso” e a chiunque sia curioso di scoprire di più sulla diaspora iraniana attraverso osservazioni accorte e sensibili.

Diaspora iraniana – La rivoluzione iraniana del 1979, che porta alla caduta dello Shah e al rientro dell’Ayatollah Khomeini dall’esilio a Parigi, coincide con l’esodo di circa cinque milioni di iraniani. I primi a lasciare il paese sono coloro che erano stati i più vicini allo Shah – comandanti delle forze armate e personale amministrativo – che si considerano minacciati dal nuovo regime. La situazione precipita quando l’Iraq dichiara guerra all’Iran: in molti fuggono per salvarsi dai bombardamenti e dalla miseria. A partire dalla rivoluzione khomeinista, è comunque soprattutto la repressione politica e sociale ad alimentare l’emigrazione: leggi che limitano la libertà individuale (diritti delle donne, censura, diritti politici) spingono un numero crescente di iraniani, tra cui diversi intellettuali, a lasciare il paese. Secondo i dati del Fondo monetario internazionale, tra i paesi in via di sviluppo, l’Iran è quello in cui l’emorragia di risorse intellettuali è più forte. Oggi sono gli Stati Uniti ad ospitare il maggior numero di iraniani al di fuori dell’Iran: tra il 1980 e il 1990 la percentuale è aumentata del 75% e si stima che oggi siano circa 5-600.000. L’area metropolitana con maggiore concentrazione di immigrati iraniani è la città di Los Angeles che per questo motivo viene soprannominata “Tehrangeles”.

:: Mediorientarsi: La città ai confini del cielo, Elif Shafak, (Rizzoli, 2014) a cura di Matilde Zubani

3 dicembre 2014

indexElif Shafak ambienta il suo nuovo romanzo (La città ai confini del cielo, Rizzoli 2014) a Istanbul durante quello che fu il periodo più florido dell’Impero Ottomano, il XVI secolo. L’autrice elegge come protagonista dell’intricata storia un ragazzino di origini sconosciute, un certo Jahan, arrivato alla corte di Solimano il Magnifico con il compito di accudire l’elefante bianco Chota, che lo Shah dell’Hidustan ha inviato in dono a Sua Maestà il Sultano. Jahan è un ragazzo curioso e la sua curiosità lo spinge ben presto lontano dal serraglio in cui sono confinate le esotiche bestie del Sultano. Sarà proprio questa sua caratteristica dote ad attirare l’attenzione del Capo Architetto Reale, l’eccellente Sinan.
Sinan è un uomo di grande saggezza e sensibilità, dedito al proprio lavoro con ardore quasi mistico. Sarà lui ad insegnare a Jahan come l’architettura e la filosofia si fondano nel lavoro e nella fatica di un abile progettista, a spiegargli che in ogni moschea costruita bisogna lasciare una piccola imperfezione: una pietra sbeccata o una mattonella asimmetrica, poiché soltanto Dio può essere perfetto.
La vita di Jahan però non segue il percorso meticoloso e meditato di un progetto di Sinan, ma si aggroviglia in una lunga serie di vicende più o meno avventurose, più o meno emozionanti, ai confini del surreale. La scrittrice ci dà l’impressione di non voler scontentare nessuno e infatti in questo suo lungo romanzo non manca nulla (o quasi): amori impossibili, amicizie leali e subdoli tradimenti, menzogne e confessioni, guerre e pestilenze. I colpi di scena si susseguono, tratteggiati dalla scrittura chiara e semplice dell’autrice che rende la lettura, delle oltre 550 pagine, scorrevole e non impegnativa.
Questo è il terzo romanzo di Elif Shafak che leggo e, dovendo muovere una piccola critica, direi che l’autrice ama compiacere il suo pubblico proponendo una visione romantica ed esotica (forse un po’ stereotipata) di quel Medioriente di cui si fa interprete. Per raggiungere lo scopo si trova a mescolare personaggi di fantasia a personaggi storici, che si ritrovano ad essere collocati fuori dall’ordine cronologico della realtà in cui sono vissuti per piegarsi a favore dell’intreccio narrativo in modo forse un po’ eccessivo.
Inoltre, nella storia appaiono anche diverse figure “d’Occidente”, tra cui il Bailo di Venezia, a cui si deve riconoscere il merito di lasciarci intuire quanti rapporti intercorressero a quei tempi fra Istanbul e la Repubblica di San Marco, rapporti apparentemente ormai perduti, ma che di certo non lo sono.
Vorrei aggiungere che ho estremamente apprezzato la prepotente presenza di Istanbul, a cui questo libro rende omaggio con delle accattivanti descrizioni, non solo dei suoi orizzonti, ma anche dell’atmosfera magnetica e del fascino misterioso che la città esercitava, nel suo passato più splendido ed esercita ancora oggi, sui visitatori d’ogni provenienza.
Consiglio questo libro a chi cercasse una lettura vacanziera per lasciarsi coinvolgere da una cultura lontana, ma non troppo.

Sinan (Kayseri, 1489 – Istanbul, 1588) viene senza dubbio ricordato come uno dei più grandi architetti della storia, ed è anche colui che ha realizzato a Istanbul le opere più famose e splendide del Rinascimento Ottomano, come la moschea Süleymaniye. Nominato Capo Architetto Reale da Solimano il Magnifico, conserverà la carica anche sotto il regno di Selim II e Murad III. Sinan fu un prolifico progettista, nonché un colto uomo di scienza, votato alla ricerca e all’innovazione tecnica quanto a quella estetica. L’architetto ha realizzato 334 edifici di carattere religioso e profano: moschee, mausolei, scuole, bagni, ospedali, ponti, caravanserragli, palazzi, ecc.; e non soltanto nella capitale e in numerose città della Turchia, ma persino a Budapest e a Damasco. Sinan ha avuto un ruolo determinante nella storia di Istanbul non solo per gli edifici che ha costruito, ma anche per le ambiziose opere urbanistiche che ha realizzato, il cui assetto si conserva ancora oggi. Tra le caratteristiche più importanti del suo stile architettonico c’è l’utilizzo di un sistema di sostegno nelle costruzioni che dà molta importanza alla simmetria.

:: Mediorientarsi: Probabilmente mi sono persa, Sara Salar, (Ponte 33 Editore, 2014) a cura di Matilde Zubani

29 ottobre 2014

PMSP-digital-publishing-frontcoverProbabilmente mi sono persa è la prima traduzione in lingua straniera del romanzo d’esordio dell’autrice iraniana Sara Salar (2014, Ponte 33 Editore).
L’espediente narrativo scelto dalla Salar è curioso e moderno: una narrazione che non è una narrazione, ma bensì uno stream of consciousness che si avvicina agli esperimenti di Virginia Woolf. Citandone la definizione tecnica: il flusso di coscienza consiste nella libera rappresentazione dei pensieri di una persona così come compaiono nella mente, prima di essere riorganizzati logicamente in frasi.
L’autrice ci conduce direttamente al centro dei pensieri della sua protagonista, una donna di trentacinque anni, moglie e madre, che, sotto il cielo grigio e lattiginoso di Tehran, compie un tortuoso viaggio dentro di sé alla ricerca della propria identità smarrita tanti anni prima, mentre era convinta di inseguirla. Il filo dei ricordi si dipana in una serie di flashback mescolati ai dialoghi e ai rapporti della vita quotidiana. La sofferenza e lo straniamento di cui lei si sente vittima hanno radici che affondano nei tempi del liceo, trascorsi in una cittadina sperduta del Baluchistan, quando avviene l’incontro rivelatore con l’adorata amica Gandom: l’inizio di quel percorso che la porterà a rinnegare la famiglia, le proprie origini ed infine se stessa.
Lo straniamento si accentua nello stridente contrasto fra la dimensione interiore della donna e la prepotente artificiosità della megalopoli in cui si muove, emblema del progresso e del consumismo. Le riflessioni della protagonista, di cui non conosciamo nemmeno il nome, sono in qualche modo sguaiatamente distratte da frammenti di programmi radiofonici e immagini di enormi cartelloni pubblicitari che scorrono all’orizzonte. Meditando sulla sua “vita contorta”, sui limiti e sulle paure che l’hanno accompagnata negli anni, lascia che il senso di colpa scavi piano dentro di lei. E’ difficile essere “una stupida idealista, una sciocca dogmatica”. Questa figura femminile ripensa alla persona che è diventata ed ha ancora paura: di non essere una buona amica, una buona madre, una buona moglie. E’ allo stesso tempo respinta ed attratta dalla vita reale di cui si sente prigioniera. Cosa penserebbe Gandom di lei se la vedesse ora? Quante cose sono davvero cambiate da quando si sono separate?
Il flusso altalenante dei ricordi si mischia all’immaginazione e sono molti gli schemi che si contrappongono nella riflessione: la scelta di lasciare la provincia per andare a studiare nella capitale, la continua confusione fra ciò che è presente e ciò che è passato e che non tornerà. Sono molte le domande che sembrano non trovare risposta: qual è il senso ultimo della libertà in un Paese “con regole molto precise”?
La scrittura di Sara Salar è fatta di frasi brevi, a volte spezzate, che rimangono appese ai tre punti di sospensione. Usa una lingua estremamente evocativa, iperrealista come esige la scelta dello stream of conosciousness: sfoghi, metafore e imprecazioni scorrono veloci sotto i nostri occhi dando al tutto un ritmo sincopato.
Il risultato è un intenso romanzo psicologico, in cui dallo sfondo emerge in primo piano l’individuo, con i suoi conflitti interiori senza latitudini di riferimento. L’autrice ci lascia intendere che le strade di Tehran, piene di traffico convulso, potrebbero essere le strade di qualsiasi metropoli moderna, che i pensieri della sua protagonista potrebbero essere quelli di ogni donna che si sente schiacciata dalle proprie non-scelte, dai propri dubbi.
L’assetto stilistico e narrativo di questo breve romanzo potrebbe non risultare particolarmente accattivante per coloro che prediligono la prosa classica, lo consiglio quindi agli amanti del modernismo letterario e dell’introspezione psicologica, nonché ovviamente ai curiosi di letteratura iraniana contemporanea, e, specialmente, alle donne.

Sara Salar (1966) è nata a Zahedan, piccola cittadina del Baluchistan iraniano. E’ laureata in letteratura inglese ed ha iniziato la carriera letteraria come traduttrice facendo conoscere al pubblico iraniano Haruki Murakami. Probabilmente mi sono persa, pubblicato nel 2009 dopo uno stop prolungato della censura, ha conosciuto un immediato successo, aggiudicandosi anche il prestigioso premio letterario Golshiri. Sara Salar vive oggi a Tehran, è sposata e ha un figlio.

Tradizionalmente, le donne iraniane hanno avuto un ruolo importante nelle economie rurali, non solo partecipando all’attività aziendale di famiglia – come la tessitura dei tappeti – ma anche con la produzione dei principali prodotti alimentari. È interessante notare che circa il 90% delle donne iraniane nelle comunità rurali sono ancora impegnate in qualche tipo di attività. Al contrario, il ritmo veloce dell’urbanizzazione e l’industrializzazione hanno cambiato il ruolo delle donne nelle città, ed insieme alle limitazioni sociali dell’Iran post-rivoluzionario hanno ridotto al minimo il loro peso nelle attività economiche. Secondo un articolo pubblicato nel numero di marzo 2014 dall’Iranian Economist, solo il 13% della forza lavoro iraniana è costituita da donne.
Nel corso degli ultimi cinque anni, si è registrato un significativo incremento nelle iscrizioni femminili all’università, fino a raggiungere una media del 60% sul totale degli studenti. Ciò nonostante, ancora oggi in Iran una donna non può ottenere un passaporto senza il permesso del marito o di un parente di sesso maschile. Le donne sono escluse dal frequentare determinati spazi pubblici, come gli stadi; la violenza domestica rimane generalmente impunita e la testimonianza di una donna in tribunale vale solo la metà di una maschile. A tutto questo sembra opporsi, almeno a parole, la politica dell’attuale Presidente Hassan Rohani, che ha scelto come sua vice Shahindothk Molaverdi, delegata alle politiche della famiglia e delle donne. Di certo i cambiamenti in Iran non saranno immediati, ci vorrà del tempo per modificare le leggi e la mentalità delle persone.