:: Mediorientarsi – Il silenzio e il tumulto, Nihad Sirees, (Il Sirente, 2014), a cura di Matilde Zubani

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72Le due strade che si intersecano all’angolo del mio palazzo sono letteralmente gremite di gente, prese d’assalto da una marea umana che scivola e sussulta, sormontata da centinaia di ritratti del Leader che fluttuano come onde marine al di sopra delle teste. (…) lascio l’appartamento nella speranza di fuggire alla calura e al tumulto: fuori, però, è l’inferno sulla terra.

Il racconto prende vita in una città, di cui non si saprà mai il nome, schiacciata dal caldo e dal frastuono, tappezzata dalle immagini di un Leader, anch’esso senza nome. In queste circostanze vive Fathi Shin, uno scrittore ormai da tempo emarginato e considerato un traditore della patria, perché non iscritto al partito unico.

Fathi ci racconta, con pungente ironia, la fatica di vivere in un Paese in cui perfino la musica si è trasformata in un’arte patriottica, con l’unico scopo di suscitare l’ardore della folla. Una rapida successione di aneddoti, come l’inchiesta aperta dai servizi segreti a suo carico per un “caso di vaffanculo”, solletica la nostra immaginazione, tingendo l’oppressione di assurda comicità. Nel caos che lo circonda il protagonista conduce una ricerca quasi mistica del silenzio, in cui captare le voci e i suoni più tenui. Un silenzio che gli viene costantemente negato, perché mentre la calma e la tranquillità inducono le persone alla riflessione, attirare periodicamente le folle in questi cortei tumultuosi è indispensabile al fine di lavare il cervello e di impedire di commettere l’orrendo crimine del pensare. Perché il pensiero è un’autentica calamità, pari all’alto tradimento nei confronti del Leader.

La vita di Fathi è resa meno dura dall’amore che prova per tre donne (profondamente diverse tra loro): c’è Lama, la sua amante e compagna, a cui lo lega una passione che rappresenta la loro personale risposta al regime e il sesso, l’unico modo per riappropriarsi della vita. C’è poi la sorella Samira, dal buonumore permanente, che grazie all’indifferenza a tutto e a tutti si conquista a colpi d’ironia uno spazio di libertà nel matrimonio infelice. Infine la madre, rifugiata in un’esistenza di ostentata superficialità, che con le sue vicende amorose finirà per mettere il figlio di fronte a un temibile bivio.

In questo libro non c’è solo la storia di Fathi, ma il desiderio di raccontare la vita sotto dittatura. Il parallelismo con la Siria, terra natale dell’autore, sorge spontaneo. In poche righe, Sirees trova l’occasione per una digressione sulla divinizzazione del Leader, che suona quasi come un’autocritica. Risalendo fino alla conquista della Persia da parte di Alessandro Magno racconta: i Persiani avevano l’abitudine di prostrarsi davanti alo loro re (…) Alessandro si era messo in testa di importare quel rituale in Grecia, ma si era scontrato con l’opposizione dei Macedoni. Mentre ad Atene si trattava di rapporti tra governo e cittadini, in Oriente era piuttosto una questione di dominio esercitato dal re-dio sulle sue creature. Anche gli Arabi erano stati vittime di questo assolutismo importato dall’Oriente ma, contrariamente ai Macedoni, non avevano manifestato troppe obiezioni.

Secondo lo scrittore siriano Shady Hamadi, questo libro denuncia parte della società siriana che ha accettato di scendere a compromessi con il potere, in cambio di benefit elargiti ad alcuni dal regime. Spetta quindi agli arabi, e ai siriani in particolare, riuscire a liberarsi dal Presidente-Dio, per una società della partecipazione nella quale l’individuo riprenda il suo valore originale.

Il silenzio e il tumulto è un libro asciutto e colloquiale, in cui spesso l’autore si rivolge direttamente al caro lettore, quasi a volersi confidare. E’ un atto di coraggio scandito da un ritmo perfetto, merito anche della traduzione di F. Pistono. Più volte ho pensato che la scelta di alcune parole fosse particolarmente azzeccata, rendendo al meglio la vivace ironia dello scrittore.

Consiglio a tutti, senza esitazioni, questo romanzo: un inno alla libertà e alla superiorità dell’intelletto, che non può essere messo a tacere, nemmeno dal tumulto più assordante. Traduzione dall’arabo di Federica Pistono.

Nihad Sirees è nato ad Aleppo nel 1950. Laureato in Ingegneria civile, è autore di sette romanzi e di diverse sceneggiature per il teatro e la TV. Dal 2012 Sirees si è ritirato all’estero, in un esilio auto-imposto dovuto alla situazione politica siriana.

Breve storia della SiriaPer circa 400 anni il territorio siriano è stato parte dell’Impero ottomano. Con l’insorgere della Prima guerra mondiale ci fu un breve tentativo di dar vita ad una monarchia indipendente. Tentativo subito stroncato dalle forze armate francesi, che diedero il via ad una stagione coloniale durata oltre venticinque anni (1920-46) e conclusa soltanto “grazie” al patto stretto con un altro potente attore occidentale, la Gran Bretagna. L’accordo prevedeva la creazione di due stati indipendenti: la Siria e l’Iraq, che sarebbero dovuti restare divisi, così da poterli controllare meglio. Da questa spartizione nacque in Siria, indipendente dal 1946, la coabitazione tra una maggioranza sunnita e minoranze cristiane, druse, curde e sciite di rito alawita. A seguito dell’indipendenza si ebbe un periodo di instabilità, costellato da numerosi cambi di governo e tredici colpi di Stato. Nel 1963 salì al potere il partito Ba’th e nel 1970 un golpe interno al partito affermò alla guida del paese Hafiz al-Asad, a cui è succeduto nel 2000 il figlio, Bashar al-Asad. Dalla decolonizzazione erano state le coalizioni delle minoranze ad aggiudicarsi la supremazia politica e quando le primavere arabe hanno portato la maggioranza sunnita nelle strade della Siria, per chiedere a gran voce la libertà, si è scatenata una cieca repressione sfociata nel feroce conflitto che tutt’ora insanguina il Paese.

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