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:: Cioran di Bernd Mattheus (Lemma Press 2019) a cura di Nicola Vacca

17 Mag 2019

cop bmBernd Mattheus, scrittore, saggista e traduttore tedesco, ha incontrato nell’aprile del 1988 Cioran. Emil lo riceve in accappatoio perché stava provando a riparare un tubo dell’acqua.
Il giovane studioso è affascinato dalle figure radicali del pensiero. Si è già occupato nei suoi libri precedenti di Antonin Artaud e Georges Bataille. I pensatori borderline lo affascinano.
Mattheus negli anni ha letto, studiato e incontrato Cioran con passione e devozione. Il risultato della grande considerazione del giovane scrittore tredesco per il pensatore rumeno è l’uscita di uno dei libri più belli a lui dedicati
Cioran. Ritratto di uno scettico estremo (traduzione di Claudia Tatasciore) è una biografia corposa e dettagliata di Cioran. Finalmente è stata da poco pubblicata in Italia per i tipi di Lemma press. Lo stesso Cioran apprezzerà il lavoro di Mattheus. Gli riconoscerà la capacità di collegare sempre l’evento con l’idea, la biografia alla filosofia, così che il lettore, reso attento dagli innumerevoli dettagli, partecipa allo svolgersi di un dramma intellettuale.
Possiamo sicuramente affermare che questa è l’unica biografia dedicata al pensiero e alla travagliata esistenza dell’autore di Squartamento.
Trecento pagine ricche e dense di informazioni inaspettate, di aneddoti poco conosciuti, ma soprattutto un ritratto davvero completo che ci permette di rileggere con occhi nuovi il pensiero del pensatore più scettico del secolo scorso.
Mattheus sposa le parole di Guido Ceronetti e entra in sintonia subito con Cioran, il filosofo squartatore che fin dal suo primo saggio si presenta come un distributore frenetico di inesorabile: dunque di avanzi, di stracci metafisici; dunque, anche, di consolazioni.
L’autore racconta come avvenne il suo primo incontro con Emil Cioran, questo intelligente misantropo cordiale che fu subito ispirato da simpatia, approvazione e entusiasmo.
Il giovane scrittore tedesco è affascinato dalla personalità scettica e strema di Cioran, ne studia le mosse e le opere e dopo averlo incontrato decide di dedicare a lui una corposa biografia.
Mattheus sarà il traduttore in lingua tedesca di Squartamento e con Cioran avrà un’interessante carteggio.
Cioran. Ritratto di uno scettico estremo è un libro ricco e complesso che sa entrare con le chiave giuste nel cuore delle vicende esistenziali e dell’opera di uno dei più irriverenti agitatori del pensiero novecentesco.
Il libro di Mattheus è talmente dettagliato che riesce a colmare le numerose curiosità del lettore.
In queste pagine viene rivelato tutto quello che c’è da sapere e da dire sulla personalità eccentrica e appartata di Emil Cioran.

«Del resto, ancora oggi – scrive Vincenzo Fiore nella prefazione – ombre ben più oscure offuscano il pensiero e la vita del pensatore rumeno. Non sono pochi coloro che hanno tentato di estrapolare le sue grida e i suoi anatemi per inserirli in tradizioni politiche che nulla hanno avuto a che fare con il suo pensiero».

Il giovane Mattheus si trova davanti al maturo Cioran. Condivide con lui negli anni il cafard e lo scetticismo estremo.
Gli dedica un libro che è anche un atto d’amore. Da leggere come un vero e proprio esercizio di ammirazione.

Source: libro inviato al recensore dall’Ufficio Stampa, che ringraziamo.

Nota: sito dell’editore.

:: Erba nuda di Ulisse Casartelli (Gaele edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

16 Mag 2019

copUlisse Casartelli, amico e poeta, non c’è più. Se n’è andato improvvisamente per non tornare.
Ha attraversato la sua breve esistenza con i versi tra le mani, nel cuore e nella mente.
Di lui resta la sua poesia. Pochi giorni prima della sua scomparsa aveva pubblicato Erba Nuda (Gaele edizioni).
Adesso apro quel libro che mi giunge postumo. L’ultimo viaggio terreno di Ulisse nel mondo delle parole che diventa per forza di cose il suo testamento.

«Ho paura delle pagine bianche / sono voragini/ da cui sale di tutto».

Questa è la prima poesia del libro ma questo è soprattutto Ulisse.
Un uomo che ha il coraggio di essere poeta che cammina in cerca delle orme del nulla.
In queste pagine c’è tutto il disagio esistenziale di un essere dilaniato che cerca l’esserci tra l’ansia della morte e un desiderio irrealizzabile di abbracciare la vita

Ma io non venero la morte, / venero la vita, / e respiro / l’incanto / sul bianco della cenere»).

La sua poesia fa venire i brividi. Ulisse ha sempre scritto versi in presa diretta con il suo terrore di essere poeta e uomo.
Erba Nuda è il diario di un uomo ferito che si è fatto poeta abbracciando le parole, soprattutto quelle terribili che sanguinano.

«In queste poesie ho sentito come essere uomini significa essere insufficienti all’ideale di noi stessi che grazie a una sola poesia possiamo ritrovare sgretolato. Se ciò significa svelare quello che siamo allora ne sarà valsa la sofferenza, anche se essa ci avrà condotto sulla soglia della follia».

Così Ulisse scrisse nella nota introduttiva a L’immensità della cenere, raccolta uscita da Marco Saia Edizioni nel 2017.
Adesso che ho tra le mani Erba Nuda e sfoglio i suoi tre libri precedenti, insieme all’album dei ricordi che affollano la mia mente straziata dalla sua assenza, rivedo l’amico inquieto, l’uomo fragile e il poeta con il suo quotidiano mestiere di vivere che ha condiviso con me (e con i pochi amici veri che gli sono stati vicino).

«Mi arrendo, / giocatela voi / la vostra partita. / Io torno al fiume / a imparare del mondo /dall’acqua che scorre».

Ulisse nei versi che ha scritto, e in quelli che ci ha lasciato, ha sempre cercato se stesso, non nascondendo mai l’inferno che aveva dentro.
Erba Nuda è il lato oscuro e la luce di un poeta che ha fatto le sue domande al cielo, nude di verità ma colme di un bisogno d’amore, sempre cercato tra un pensiero di morte e un brivido di essere.

:: L’ora del buio di Giuseppe Perrone (collana Z, diretta da Nicola Vacca per I Quaderni del Bardo Edizioni di Stefano Donno)

8 Mag 2019

cover perroneIl poeta davanti alla realtà deve avere uno sguardo disincantato. In uno stato di vigilanza, il suo compito è quello di attraversare l’esistenza senza mai chiudere gli occhi e soprattutto raccontando quello che vede Giuseppe Perrone ne L’ora del buio si fa poeta civile e con le spalle al muro scrive poesie prendendosi cura delle parole per mettere nero su bianco tutta la precarietà di noi esseri umani davanti alla decadenza in cui siamo precipitati. Poesia che guarda in faccia lo sgomento, l’indifferenza di questo lungo e interminabile viaggio al termine della notte che noi come umanità disumana abbiamo scelto di intraprendere da incoscienti senza preoccuparci delle conseguenze che ci porteranno all’estinzione. «L’uomo è il cancro della terra» scrive Emil Cioran. Giuseppe Perrone, come uomo e come poeta, ha preso coscienza di questa pericolosa e irreversibile deriva. Come poeta, che prima di tutto è uomo, scrive nel solco di una consapevolezza. L’ora del buio è il libro di un poeta e di un uomo che ha gli occhi aperti sulle macerie.

(dalla postfazione di Nicola Vacca)

“La collana Z di Nicola Vacca – dichiara l’editore Stefano Donno – continua a presentare lavori editoriali di grande qualità poetica ma soprattutto a far conoscere autori che scandagliano le profondità dell’esistenza in maniera lucida e puntuale senza troppi infingimenti o inutili orpelli. Anche in questo caso con L’Ora del buio di Giuseppe Perrone offre al lettore un desiderio profondo di comunicare l’esistenza e la resistenza nell’esistere che è dialogo pulsante di una comunità letteraria che la nostra casa editrice sta costruendo con forza e tenacia”.

Preludio
Vorrei che fosse preludio
Non so di cosa
Le parole mi dettano incertezza
mi consigliano timore
Vorrei che fosse preludio
Forse l’affrancarsi da un mondo
come prigione
Forse la libertà da un sogno
troppo irreale
Vorrei che fosse preludio
Di una cosa semplice, senza virtù
Eppur vera
Ecco, sì
Preludio di verità
Non ideale d’amore
Di qualcosa per cui morire
Preludio di verità

Giuseppe Perrone è nato a Taranto nel 1959 e svolge l’attività di medico. Nel 2013 pubblica Tra i passi e le strade (Manni editori), il suo libro d’esordio. Nel 2017 esce La carità delle parole (Luoghi interiori).

Nota: Info Link ‒ http://www.iquadernidelbardoedizioni.it/

:: Un soffio di vita di Clarice Lispector (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

30 aprile 2019

cl(2)Clarice Lispector, nata in Ucraina nel 1920, approdò successivamente in Brasile dove si formò e diventò scrittrice.
Una voce inquieta che fu accolta con grande favore. La sua è una scrittura particolare che scava nell’indicibile e che si risolve in un flusso di parole che decostruisce il senso.
Adelphi pubblica Un soffio di vita (nella traduzione di Roberto Francavilla), il libro più difficile della scrittrice.
Clarice Lispector ci stava lavorando quando le è stata diagnosticata una malattia mortale.
Il libro è uscito postumo ed è stato curato e riordinato da Olga Borelli, l’amica e assistente che le è stata vicina fino alla morte.
Un soffio di vita può considerarsi il testamento letterario di Clarice Lispector.
Un libro definitivo in cui la sua autrice si avventura, sotto il peso tragico dell’idea della fine imminente, nelle ragioni intime e esistenziali della sua scrittura.
Scrive per frammenti perché anche la sua vita è fatta di frammenti e mette in scena nella trama un dialogo serrato tra l’autore e Ângela, il personaggio inventato dall’autore stesso che sta scrivendo le pagine del libro.
L’autore inventa il suo personaggio perché confessa di essere stato sempre alla ricerca di una persona che vivesse per lui.
Dalla loro conversazione emergono intuizioni, osservazioni e riflessioni sul ruolo della scrittura. Ângela per il suo inventore è una nota acuta, è un grido nell’aria. Entrambi commettono il grave errore di pensare e danno vita a un dialogo fra sordi:

«uno dice una cosa e l’altro risponde di sì ma a una cosa diversa, e io dico di no, e mi accorgo che Ângela non mi contraddice neppure. Ognuno di noi segue il proprio filo, senza ascoltare davvero l’altro. È la libertà»,

Dallo scrivere, che è un agire senza preavviso, l’autore e il suo personaggio si avventurano, con un forte carico di ansia e di inquietudine, sui sentieri pericolosi del linguaggio che dissemina trappole nel labirinto intricato della scrittura.
Nella parole c’è tutto e l’autore afferma di voler scrivere movimento puro. Per Ângela scrivere vuol dire strappare le cose via da lei, a pezzi come l’arpione che si conficca nella balena e le squarcia la carne.
Clarice Lispector sfida le parole e la su stessa scrittura. Un soffio di vita è il suo libro più estremo, l’ultimo e il conclusivo.
Senza preoccuparsi di non essere capita, la scrittrice mette insieme il frammenti di questo stravagante dialogo interiore tra l’autore e il suo personaggio per ribadire, prima di chiudere gli occhi, che la scrittura è qualcosa di importante che ha a che fare con la necessità e l’urgenza.

«Io non scrivo certo perché lo desidero. Scrivo perché ne ho bisogno. Altrimenti cosa farei di me?».

Clarice Lispector non poteva non affidare alla volontà di potenza della parola il destino del suo cammino fra le tenebre.
Arrivata alla fine della sua vita, si sente come una domanda inesistente che non ode risposta.
Lei sa bene che Un soffio di vita non è un libro facile, però non può rinunciare a scriverlo come un libro di sangue, pus, escremento, cuore tagliuzzato, nervi a brandelli, scossa elettrica.
Un libro ermetico accessibile a pochi. Composto da antiparole straordinarie, disordinate per frammenti.
Scrivere, per Clarice Lispetor ma anche per i due personaggi di questo libro silenzioso di vita, significa trasformare tuto in un sogno a occhi aperti e cercare per ogni parola lo schiocco incosciente di un sentimento tormentato
Solo così l’autrice di queste pagine (scritte con parole attaccate le une alle altre) si libererà di se stessa e potrà riposare per sempre.

Clarice Lispector è stata una scrittrice, giornalista e traduttrice ucraina naturalizzata brasiliana. Nata in Ucraina e naturalizzata brasiliana – per quanto riguarda la sua “brasilidade” affermava di essere pernambucana – ha scritto romanzi, racconti e saggi, ed è considerata una delle scrittrici brasiliane più importanti del XX secolo nonché la più importante scrittrice ebrea dai tempi di Franz Kafka.

Source: libro inviato dall’Editore. Ringraziamo l’Ufficio stampa.

:: Stato di famiglia di Alessandro Zannoni (Arkadia Editore 2019) a cura di Nicola Vacca

19 aprile 2019
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Attendevo Stato di famiglia di Alessandro Zannoni, il primo libro di sideKar, una nuova collana di narrativa pubblicata da Arkadia editore.
Quando ho iniziato a leggere le prime pagine di questi racconti, che in un certo senso formano un romanzo, mi sono venute in mente alcune parole di Cioran in merito ai libri che devono frugare nelle ferite e che devono allargarle fino a diventare essi stessi un pericolo.
La scrittura di Alessandro Zannoni è arrivata come un colpo d’ascia che mi ha spaccato virtualmente il cranio.
Non abbandonando mai la letteratura, l’autore compie un indagine intorno al male, osando sempre chiamarlo per nome con tutto il suo sangue che ogni giorno versa nelle nostre esistenze.
Ogni racconto ha per titolo il nome del protagonista e inizia con un delitto efferato che egli commette in seno alla propria famiglia.
L’autore usa una tecnica di montaggio a ritroso e una scrittura crudele, asciutta e essenziale, che arriva diretta come una pugnalata che squarcia la carne, per ricostruire le cause che hanno portato il protagonista a compiere il gesto insano e omicida.
Le storie crudeli di Alessandro Zannoni si consumano tutte in famiglia e nei suoi racconti estremi troviamo rappresentato tutto il male che oggi la cronaca ci sbatte davanti agli occhi con tutto il suo carico di ferocia.
Mariti che picchiano e uccidono le mogli, donne che la fanno finita insieme ai loro figli perché non reggono più la violenza familiare, figli che massacrano i genitori perché hanno completamente perso la ragione, padri che sterminano l’intera famiglia.
Zannoni in questi racconti brevi, senza nessun filtro e a colpi di machete, ci rappresenta il nostro mondo familiare massacrato dalla violenza degli esseri umani.
Noi lettori lo percepiamo come un pugno allo stomaco perché la scrittura del suo autore si avvale del sanguinamento. Zannoni scrive per svegliare e quindi è consapevole che c’è un solo modo per raccontare il male che siamo capaci di fare.
Guardarlo in faccia e descriverlo con la stessa crudeltà con cui lui arma la nostra follia.
Lucio, il protagonista dell’ultimo Stato di famiglia, colpisce a morte Silvia, sua moglie. Lei, inciampando si rivolge al marito e chiede perché. Lui si spaventa e la colpisce ciecamente fino a che non smettere di dire perché.
Questo è uno dei brani del libro che più mi è rimasto impresso.
Alessandro Zannoni vuole dirci che al male che coviamo dentro non c’è un perché. Siamo maledettamente sedotti dal suo fascino sinistro e abbagliati dalla sua luce perversa non siamo mai lucidi da considerare i suoi effetti collaterali devastanti.
Stato di famiglia è un libro riuscito perché la scrittura nera e appuntita di Alessandro Zannoni si conficca come un chiodo nella nostra carne viva di uomini che (anche in chiusura il pensiero va a Cioran) sappiamo essere solo il cancro della terra.

Alessandro Zannoni scrive romanzi per adulti e per ragazzi, pubblica racconti su antologie e riviste di settore. Ha scritto i testi del fumetto “Il cugino” disegnato da Lorenzo Palloni. Nel 2002 ha dato vita al FestivalNoir di Lerici, che si è trasformato negli incontri letterari “Leggere fa male”. Nel 2018 ha organizzato “Mi piace corto”, primo festival Italiano dedicato al racconto. Dal 2017 scrive per il cinema. Conduce “Senzafiltro” un programma in diretta radioweb su www.radiorogna.it.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo Tania Murenu dell’Ufficio Stampa Arkadia Editore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Precipitare di Luisa Bolleri (Leonida Edizioni 2019) a cura di Nicola Vacca

11 aprile 2019
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Scrivere è uno dei modi che abbiamo per sopravvivere alla realtà. Luisa Bolleri conosce bene questa verità amara e nei suoi racconti entra a gamba tesa con disincanto nel peso tragico dei nostri giorni mettendo nero su bianco, senza alcuna finzione, tutto il disagio e la difficoltà che essi comportano.
Precipitare (Leonida edizioni, pagine 171, euro 14) è il titolo del suo nuovo libro. Ventuno racconti dedicati alle cadute esistenziali e sociali della nostra epoca.
La scrittrice entra nell’attualità dell’abisso dei nostri giorni e con spirito incisivo di denuncia ne racconta la devastazione e il delirio.
Con l’immanenza del testimone, Luisa Bolleri scava nella cronaca poco rosa dei nostri giorni difficili assediati dalla crisi economica e morale e nelle sue storie racconta di uomini e donne in difficoltà, toccando i temi più caldi dell’attualità.
Pedofilia, violenza sulle donne, disagio sociale, la difficile vita degli anziani e dei disabili, lo squilibrio mentale.
Con sensibilità l’autrice inventa dal vero le storie che tutti i giorni leggiamo sui giornali. Con una scrittura essenziale e molto minimalista Luisa Bolleri racconta in queste pagine le contraddizioni sociali di questo nostro Paese che sta precipitando nel baratro.
Alcune racconti sono liberamente ispirate a storie vere. Luisa Bolleri ha scritto Precipitare con tutta l’indignazione della scrittrice che ha l’intenzione di lasciare una testimonianza. Scrive perché non si rassegna, odia l’indifferenza e intinge la pena nella carta sporca di questi giorni da cui non arriva niente di buono.

«I giorni divengono voragini dove la vita non attecchisce più, dove trovano spazio l’apatia e l’inerzia, lo smarrimento persino la follia».

Queste parole che Luisa scrive nel bellissimo racconto dedicato al terremoto che ha devastato L’Aquila dieci anni fa sono la fotografia del nostro precipitare in un abisso che non è mai colmo di disperazione, di ingiustizia con cui ogni giorno facciamo i conti.
Precipitare è il ritratto di un Paese in cui la vita non conta più niente e che ha perso il futuro nel massacro di un presente che non sembra più avere ragioni di vita.
Luisa Bolleri con questo libro lascia una traccia importante. La sua è una testimonianza civile che non ci lascerà indifferenti
In queste pagine la donna e la scrittrice denunciano questo cortocircuito di umanità in cui siamo precipitati e ci dice che da questo precipitare sarà difficile rialzarsi.

Luisa Bolleri è nata a Fiesole e vive a Empoli con la sua famiglia. Scrive racconti, romanzi e poesie. Apprezzata dalla critica, è stata premiata in vari concorsi. Collabora a riviste culturali ed è membro di giuria in premi letterari. Ha già pubblicato: Quella Notte (2011), L’incubo (2013), Il tunnel (2013), Pioggia (2015), Il presagio (2015), Il vento e il silenzio (2016). Precipitare (2019) è il suo ultimo libro, una selezione di 21 racconti dedicati al nostro tempo.
L’autrice ama affrontare temi forti, nei quali emerge tutto il disagio del nostro vivere. Insegue il dolore assoluto, generato da situazioni che trafiggono a morte gli ultimi residui di umanità ancora presenti nella società, ormai deprivata di sentimenti e senso morale.

Source: dono dell’autore al recensore.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Cioran e l’utopia. Prospettive del grottesco di Paolo Vanini (Mimesis 2018) a cura di Nicola Vacca

3 aprile 2019

cop vPaolo Vanini è uno studioso appassionato del pensiero di Emil Cioran. Assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, si occupa principalmente del pensiero utopico e della scetticismo nella tradizione moderna e contemporanea.
È da poco uscito il suo saggio Cioran e l’utopia. Prospettive del grottesco. Un volume corposo e approfondito in cui Vanini affronta in maniera esaustiva l’incontro –scontro tra Cioran e il concetto di utopia.

«Questo saggio – scrive l’autore nell’introduzione- nasce dalla tentazione di considerare teoreticamente la provocatoria definizione di Cioran secondo cui l’utopia rappresenterebbe il grottesco in rosa».

Cioran definisce l’utopia come «il grottesco in rosa», ossia come una caricatura della storia umana il cui aspetto grottesco, e dunque ridicolmente mostruoso, è determinato non da un’ eccessiva presenza del male, ma da una claustrofobica onnipresenza del bene.
Partendo da questa provocazione di Cioran, Paolo Vanini indaga il ruolo giocato dalle utopie nella riflessione del pensatore romeno.
La critica all’utopia di Cioran è radicale e trova il punto più alto nell’illusione e nella menzogna della città ideale.
La critica all’utopia, scrive Vanini, a questo grottesco in rosa per cui l’avvenire sarebbe la soluzione ai nostri problemi, rientra in questa attitudine a essere forzatamente ottimisti; il che, di riflesso, significa non essere obbligatoriamente tragici.
L’autore entra nella mente e nei pensieri di Cioran scettico s e attraverso un confronto con i fondatori della tradizione utopica occidentale (Platone e More) e con i critici più scettici di tale tradizione (Montaigne, Swift, De Maistre e Fondaine) mette in evidenza, approfondendo i contenuti, l’originale posizione cioraniana sul fallimento del pensiero utopistico e di tutte le illusione rivoluzionarie da esso generate.
Cioran, lo scettico, il disilluso, il disincantato, come giustamente scrive nel paragrafo conclusivo di Histoire et utopie, solo lui poteva scrivere di non nutrire speranze nel tempo storico e nemmeno nel tempo paradisiaco.
A Cioran non appartiene nessuna età dell’oro, non è figlio di nessuna utopia e di nessun paradiso.
L’utopia con un vizio devastante del pensiero che ha ingannato per lungo tempo l’uomo inebriandolo di ideologie malsane che hanno promesso paradisi in terra, elisir di vita nuova e fantomatiche città ideali. Invece, l’utopia con i suoi meccanismi perfetti di distruzione di ogni forma autentica di libertà ha lasciato il mondo annegare nel mare del terrore.
Utopia significa da nessuna parte. Da nessuna parte siamo andati e Cioran aveva avvertito e intuito il senso della sollecitudine diabolica che le utopie manifestano verso gli uomini.
Paolo Vanini con Cioran e l’utopia ci mostra tutti gli aspetti profetici dell’immenso autore di Squartamento, che da scettico prima di tutto ha compreso anzitempo che l’utopia è un inferno che ha generato terrore facendo cadere l’uomo nel fallimento di un’illusione orrenda.

Source: libro inviato dall’autore al recensore.

:: Tutti i nomi di un padre di Nicola Vacca (L’ArgoLibro 2019) a cura di Giulietta Iannone

29 marzo 2019

vaccapadreLa perdita di un genitore non credo la si superi mai, nemmeno se avviene in età adulta, quando i legami di dipendenza, emotiva e materiale, sono più fluidi, quando a volte una certa lontananza, anche fisica, sembra aver reciso quell’invisibile cordone ombelicale che tiene indissolubilmente legati genitori e figli. Sì sa i figli prendono la loro strada, magari si trasferiscono all’estero per studio o lavoro, decadono spesso la coabitazione, la dipendenza economica, la necessità di continue rassicurazioni dell’infanzia.
Ma mai si avverte quanto sia potente questo legame come quando li perdiamo, quando facciamo l’esperienza dell’assenza, della mancanza, del vuoto irreversibile che queste morti propagano come onde concentriche nelle nostre vite.
Un poeta è tentato di elaborare questo lutto con le parole, e così fa Nicola Vacca con il suo “Tutti i nomi di un padre”, un’opera sofferta, piena di autentico dolore, che gronda sangue da ogni verso, un atto di amore per entrambi i suoi genitori, persi nell’arco di poco tempo.
I genitori sono le nostre radici, ci hanno dato la vita, ci hanno educato, ci hanno donato non solo cose materiali, ma valori, qualità, convinzioni profonde, sono stati potenti modelli su cui abbiamo forgiato il nostro essere più profondo.
Nicola Vacca si espone, parla in pubblico di questo oscuro dolore, questo grumo di sangue nero, e usa parole forti, dense anche di rabbia, quella rabbia esistenziale coltivata dallo studio dei suoi grandi maestri Camus, Cioran su tutti, che in un certo modo disciplina un dolore che altrimenti non avrebbe sfogo, non avrebbe dimensione. La rabbia in questi casi aiuta, attenua la disperazione, fa intravedere come scintille lampi di bene, di pace. Perché quando siamo arrabbiati confidiamo che ci sia qualcuno che avverta la nostra rabbia, la divida con noi, ci ascolti. Questo è umano, è ciò che unisce l’umanità in una nuova fratellanza, che superi le singole solitudini.
Non stupisce la scelta dei versi di Pasolini della citazione in esergo “Solo l’amare, solo il conoscere conta, non l’aver amato, non l’aver conosciuto”. Il tempo presente conta, l’ora e l’adesso, l’amore vivente. Eco laico dell’inno all’amore di San Paolo. “Dà angoscia il vivere di un consumato amore”.
Tanti i versi che mi hanno colpito, tra tutti forse questo: “Bisogna essere folli d’amore/ per diventare poeti” racchiude in sé il cuore autentico della poetica di questo autore complesso, anche se usa parole semplici e immediate, tormentato, che non imbocca la strada della superficialità per soffrire meno, per sfuggire il dolore di cui la vita sembra essere inseparabile compagna.
Teniamoci stretti/ perché la storia dei baci finisce”. Quel teniamoci stretti è tutto quello che ci resta, quella solidarietà fra naufraghi che sembra la grande lezione che il padre gli ha trasmesso, lui socialista, lui che la libertà, la giustizia e il bene li aveva nel dna.
Con due interventi di Paolo Fiore e Donato Di Poce.

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Mi manca il Novecento – Antonicelli, il Novecento e la lezione di un uomo libero a cura di Nicola Vacca

28 marzo 2019

Franco-Antonicelli

Franco Antonicelli è stato uno dei protagonisti di spicco della cultura italiana della seconda metà del Novecento.
L’intellettuale piemontese di origine pugliese (il padre era originario di Gioia del Colle) ha avuto come compagni di viaggio intellettuali come Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore e Piero Gobetti.
Proprio quest’ultimo può considerarsi il suo maestro da cui ha imparato lo stretto rapporto tra etica e politica.
Antonicelli diverrà uno dei più accreditati rappresentanti della nostra cultura.
Nel 2014, per il quarantennale delle sua morte, l’Unione culturale, che venne fondata da un gruppo di intellettuali antifascisti tra cui lo stesso Antonicelli, organizzò a Torino un convegno a lui dedicato. «Franco Antoncelli, il coraggio della cultura», tre giornate di studio, con presente la figlia Patrizia che vive negli Stati Uniti e importanti esponenti della nostra cultura come Goffredo Fofi e Marco Revelli e nomi autorevoli della storiografia come Giovanni De Luna, che fornirono elementi validi per tornare a parlare di uno degli intellettuali più importanti della nostra cultura.
Franco Antonicelli nasce a Voghera il 15 novembre 1902 da Donato, ufficiale di origini pugliesi, e Maria Balladore che apparteneva alla borghesia vogherese.
Franco trascorse i primi anni dell’infanzia a Gioia del Colle.
Nel 1908 si trasferì a Torino dove frequentò lo storico liceo classico D’Azeglio e successivamente si laureò in lettere e in giurisprudenza.
Nel 1929 fu arrestato per aver firmato una lettera di solidarietà a Benedetto Croce. Inizia così il suo impegno antifascista.
La figura e l’opera di Franco Antonicelli meritano una sincera riscoperta. Sono numerosi gli aspetti della complessa personalità di Franco Antonicelli: intellettuale eclettico, editore raffinato, giornalista superbo, interprete in senso gobettiano della religione della libertà di crociana memoria.
L’incontro con Gobetti ha in un certo senso cambiato la sua vita. Un incontro avvenuto quasi per caso, dettato dalla curiosità di Antonicelli di conoscere l’ingegno di questo pensatore liberale di cui sentiva parlare bene già dai tempi del liceo.
Gobetti, per Franco Antonicelli, diventerà l’esempio da seguire.

«Il crociano Antonicelli dovrà attendere il ’68 per chiarirsi intimamente il senso di quella “terribile parola” – rivoluzione – che il giovane Gobetti “accoppiava” all’aggettivo liberale».

Antonicelli è stato il fondatore del giornale liberale “L’Opinione”. Foglio che ha anche diretto negli anni della clandestinità. Dopo la laurea in lettere si dedicherà a un’intensa attività culturale, intrattenendo rapporti con Leone Ginzburg, Cesare Pavese, Italo Calvino. Con la sua intelligenza si impose nel mondo culturale torinese Cesare Pavese, infatti, scrisse:

«Franco era divenuto uno dei tipi culturalmente più significativi di Torino… uomo onestissimo e sinceramente democratico … un fine umanista».

Dal 1932 al 1935 Antonicelli dirigerà la Biblioteca Europea per conto dell’editore Frassinelli.
In quell’occasione incaricherà Cesare Pavese di scoprire nuovi scrittori americani. Basta ricordare Mody Dick di Melville tradotto dall’autore de Il mestiere di vivere. Nel 1947 Franco Antonicelli con la sua casa editrice De Silva pubblica Se questo è un uomo di Primo Levi che Einaudi rifiutò
Nei mesi del confino ad Agropoli, dove fu inviato in seguito alla lettera di solidarietà a Croce, Antonicelli maturerà la coscienza di un intervento politico in prima linea.
Il suo dissenso al regime fascista gli costò caro: quattordici anni di arresti a singhiozzo e il confino.
Nel 1944 fu nominato responsabile del partito liberale nel C.L.N. Ma successivamente si allontanerà dal suo partito perché non condivide soprattutto l’avversione alla Repubblica.
Entra nelle liste del Movimento democratico repubblicano, impegnandosi in prima persona per la svolta repubblicana.
Nel 1948 collabora con il quotidiano “La Stampa” e diventa presidente dell’ Unione Culturale.
Diventato un intellettuale di riferimento, Franco Antonicelli si candida al Senato come indipendente di sinistra nelle liste del Pci- Psiup. Il 19 maggio 1968 viene eletto e si iscriverà al gruppo della Sinistra indipendente di cui facevano parte Parri , Ossicini, Levi e Anderlini.
Franco Antonicelli muore il 6 novembre 1974.
La sua grande passione per l’intelligenza l’ha vissuta e trasmessa alla sua generazione da intellettuale eclettico, da poeta, da editore, da saggista, da politico.
Oggi la sua lezione che dovremmo imparare a memoria è quella del rigore morale intellettuale, necessario per un risveglio delle coscienze.
La sua capacità di indignarsi e di reagire, come scrive De Luna, di fronte alle ingiustizie sociali e politiche e la sua spiccata tensione morale per la libertà e la dignità degli individui.
Questo è stato Franco Antonicelli, uomo di pensiero e di azione che con sempre rinnovata passione e umanità non ha mai fatto mancare al suo paese il contributo di italiano liberale e libertario e repubblicano. Insomma, un modello di intellettuale vero da prendere come punto di riferimento. Soprattutto oggi che questa categoria si è eclissata e ha smesso di lottare se non esclusivamente per se stessa.

:: Mi manca il Novecento – Ennio Flaiano e la solitudine di un uomo contro a cura di Nicola Vacca

19 marzo 2019

ef«Io forse non ero di questa epoca, non sono di questa epoca, forse appartengo a un altro mondo; io mi sento più in armonia quando leggo Giovenale, Marziale, Catullo».

Così si descrive Ennio Flaiano nella pagine fina de La solitudine del satiro, il suo libro più personale e più intimo a cui aveva cominciato a lavorare pochi mesi prima della morte.
Tra il diario e il racconto Flaiano nelle pagine di questo libro parla della sua solitudine di scrittore satirico e polemico che al suo tempo non ha fatto sconti.
In queste pagine c’è il disincanto l’amarezza di un uomo e di un intellettuale che è stato sempre in disarmonia con la sua epoca e ne ha intercettato la crisi morale in un certo senso profetizzando nei costumi e non solo la decadenza che stiamo vivendo in questi giorni.
Flaiano inforca gli occhiali irreverenti dell’anticonformismo e scrive per mostrare la sua indignazione nei confronti delle convenzioni del proprio tempo. Quando intinge la penna nel veleno delle sue considerazioni, Flaiano è consapevole che la scrittura sarà una compagna scomoda di solitudine. La sua frequentazione non gli servirà a cercare alcuna forma di compromesso con la società in cui vive.
Nella prima parte (Fogli di Via Veneto) racconta la Roma della Dolce vita, di cui lui è stato protagonista insieme a Fellini, gli anni de Il Mondo di Pannunzio e quella società sguaiata che esprimeva la sua fredda voglia di vivere più esibendosi che godendo la vita. Via Veneto effimera e frivola invasa dai paparazzi ma anche Via Veneto dove il grande poeta Cardarelli si sedeva ogni mattina nell’unica poltrona della libreria Rossetti e intralcia non poco il commento con le sue battute cupe e più ancora con i cupi silenzi, che mettono a disagio i clienti.
Ma nei racconti di Taccuini d’occasione (la seconda parte del libro) viene fuori Flaiano pensatore moralista e scrittore dall’intuito profetico. Il suo stile essenziale, breve e incisivo, ricorda molto la tradizione inaugurata dai moralisti della seconda metà del XVII secolo: La Rochefoucauld, Pascal, Montaigne.Il moralista si caratterizza non come artefice di un sistema o portavoce di una dottrina generale, bensì come anatomista dell’interiorità e osservatore dei costumi. Spesso è tramite gli spostamenti del punto di vista della scrittura, più che in virtù di una cultura etica soggiacente, che il moralista interviene nell’analisi lasciandovi la sua inconfondibile impronta stilistica. Il moralista non è un teologo, né un metafisico. Egli si occupa semplicemente della natura umana.
Qui si trovano le stilettate e le invettive dello scrittore che non si nasconde e castiga senza riserva alcuna il suo tempo, mostrando di viverlo e attraversarlo con tutta la sensibilità di un disagio che lo condurrà a una solitudine senza via di scampo.

«Ecco come io mi immagino l’inferno. – mi diceva R. – Un luogo dove i peccatori ripetono di continuo e per sempre le azioni che predilessero e che hanno determinato la loro condanna. Esempio: il lussurioso proverà tutti gli orrori e i disgusti degli accoppiamenti, il violento ripeterà instancabilmente le sue violenze, ma senza esito, il goloso dovrà divorarsi repugnanti montagne di cibo e il suo stesso vomito, il traditore continuerà a tradire, sempre, persino se stesso, l’iroso. “Basta, gli dico, tu stai descrivendo la vita”».

La noia per il satiro Flaiano è verità allo stato puro e lui come noi tutti sa di essere un passeggero senza bagagli, che nasce e muore da solo.
Così è stato. Per fortuna ci restano le pagine he Flaiano ha scritto e in cui è riuscito a essere con coraggio e davvero anticonformista fino in fondo in un Paese in cui le anime belle e i benpensanti amavano rincorrere in maniera servile il potente di turno, preoccupandosi di non scendere mai dalla giostra restando allo stesso tempo concavi, convessi e allineati.

:: Il vicolo dell’Immaginario di Simona Baldelli (Sellerio 2019) a cura di Nicola Vacca

7 marzo 2019
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Simona Baldelli è una scrittrice che ha una grande qualità. Riesce già dalle prime pagine a creare una forte empatia tra i personaggi e i lettori.
Nel precedente La vita a rovescio Caterina Vizzani con la sua storia incredibile e straordinaria mi aveva immediatamente colpito a lettura appena iniziata.
Così è accaduto anche per Clelia/Amalia, la protagonista del nuovo romanzo di Simona.
Questa ragazza di vent’anni che vive nella provincia emiliana entra subito nel cuore di chi si perde nella sua storia.
Simona Baldelli inventa un ritratto di donna davvero singolare, incastrata in un romanzo doppio, in cui la protagonista si troverà a vivere due esistenze.
Amalia e Clelia che sono la stessa persona, l’Italia degli anni Sessanta e Settanta e il desiderio di fuggire in Portogallo per ripensare la propria vita dopo una tragedia personale.
Il vicolo dell’Immaginario è una piccola e stretta strada di Lisbona in cui accadono cose strane rapite da una magia che mischia il mondo dei vivi con quello dei morti. Luogo che diventerà per Clelia /Amalia decisivo per la ricerca di se stessa.
Tra le righe di questo romanzo doppio si alternano le vicende di Clelia con i problemi della sua famiglia, la vita in fabbrica e la triste storia del suo grande amore.
Poi c’è la fuga a Lisbona, la voglia di ricominciare una nuova vita e le atmosfere magiche della città lusitana che faranno da cornice alla ricerca interiore e all’inquietudine della protagonista.
C’è la Lisbona di Tabucchi e di Pessoa e un mondo in cui la realtà si sposa con l’onirico. Questo accade nelle pagine portoghesi di Vicolo dell’Immaginario.
Sono emozionanti le vicende della protagonista e della sua piccola ombra che si perdono nei labirinti di una città affascinante. Lisbona con il suo carico di magia offre suggestioni forti e coinvolgenti che finiscono per affascinare il lettore e condurlo in un vortice di passioni che incantano e spiazzano.
Vicolo dell’Immaginario racconta la storia di due donne che sono la stessa persona. Simona Baldelli convince con la narrazione dei due piani temporali. Tra l’Italia e il Portogallo, Clelia che diventa Amalia tra vivi e morti, paesaggi oscurati dalla nebbia, si manifesta insieme all’ombra di se stessa con tutta la consapevolezza di donna che ha deciso di perdersi nell’inquietudine per ritrovarsi insieme al peso dei suoi ricordi senza ignorare quella lezione del passato da cui ripartire.
Lisbona, la sua storia, le sue atmosfere oniriche. Parte da qui la rinascita di Clelia/Amalia. La donna e la sua piccola ombra scoprono che ci vuole un’immaginazione per vedere un vicolo dove c’era soltanto un buco fra le case.
In quel vicolo accade di tutto: la realtà incontra la fantasia e ogni cosa si fa letteratura e vita.

Simona Baldelli è nata a Pesaro e vive a Roma. Il suo primo romanzo, Evelina e le fate (2013), è stato finalista al Premio Italo Calvino e vincitore del Premio Letterario John Fante 2013. Il tempo bambino (2014) è stato finalista al Premio Letterario Città di Gubbio. Nel 2016 ha pubblicato La vita a rovescio (Premio Caffè Corretto-Città di Cave 2017), ispirato alla storia vera di Caterina Vizzani (1735) – una donna che per otto anni vestì abiti da uomo – e nel 2018 L’ultimo spartito di Rossini.

Source: libro inviato al recensore dall’editore. Ringraziamo l’ufficio stampa Sellerio.

Disclosure: questo post contiene affiliate link di Libreriauniversitaria.

:: Il sospettato di Georges Simenon (Adelphi 2019) a cura di Nicola Vacca

5 marzo 2019

simenonGeorges Simenon è uno scrittore che non finirà mai di stupirmi. In ogni suo romanzo, e per fortuna ne ha scritti tanti, mette sempre a segno un colpo fatale che ha a che fare con la genialità.
Simenon, infatti, è uno dei più geniali autori del Novecento.
Adelphi, che continua a pubblicare le sue opere, in questi giorni manda in libreria Il sospettato, libro del 1938. Non lo avevo mai letto. Questo è uno di quei romanzi perfetti che solo la penna di un genio della letteratura poteva partorire.
Pierre Chave è un anarchico gentile che rifiuta la violenza perché il terrorismo come metodo di lotta politica non porta da nessuna parte.
Lui vive in Belgio e non può tornare in Francia, dove è ricercato per diserzione.
Viene a sapere che alcuni suoi compagni a Parigi stanno preparando un attentato. Per evitare una strage egli decide di tornare in Francia. Attraversa illegalmente la frontiera con la consapevolezza che la sua impresa sarà una corsa contro il tempo per evitare che una bomba scoppi nella periferia di Parigi.
Non vuole che in nome del suo ideale venga versato sangue innocente, ci sono altri mezzi per condurre la lotta politica.
Simenon con un ritmo incalzante segue le tracce del suo protagonista su cui pesano i sospetti della polizia e dei suoi stessi compagni che pensano di essere stati traditi e venduti.
Ma Pierre vuole solo evitare uno spargimento di sangue e si mette alla ricerca disperata del suo amico Robert, che è stato incaricato di piazzare la bomba.
Il sospettato è un romanzo avvincente che sembra scritto per questi nostri giorni in cui la violenza con la sua scia di sangue prevale sulla ragione e sulle idee.
La corsa contro il tempo di Pierre coinvolge il lettore che seguirà le sue vicende con il fiato sospeso fino all’ultima pagina. La tensione in questo libro è molto alta e Simenon si conferma un grande e inarrivabile genio della scrittura.
André Gide ha scritto che Il sospettato è un romanzo à bout de souffle, uno dei pochi di Simenon in cui il protagonista agisce dall’inizio alla fine «spinto da una volontà ferrea».
Un romanzo perfetto di un genio che non smetteremo mai di leggere e amare.

Georges Joseph Christian Simenon (Liegi, 13 febbraio 1903 – Losanna, 4 settembre 1989) è stato uno scrittore belga di lingua francese, autore di numerosi romanzi, noto al grande pubblico soprattutto per avere inventato il personaggio di Jules Maigret, commissario di polizia francese.

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Benedetta Senin dell’Ufficio Stampa “Adelphi”.