Posts Tagged ‘Nicola Vacca’

:: Paranoia di Shirley Jackson (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

13 dicembre 2018
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Il mondo interiore di Shirley Jackson è stato sempre popolato dai fantasmi. La scrittrice americana, morta a soli quarantotto anni, è stata definita la maestra di Stephen King.
Tutti i suoi romanzi e i racconti contengono elementi psicotici e la sua scrittura fa venire i brividi.
Ma sono molti i registri con cui la Jackson si è cimentata. Leggendo Paranoia, recentemente pubblicato da Adelphi nella traduzione di Silvia Pareschi, si scoprirà che la scrittrice sa essere ironica, comica e dotata nella sua scrittura di una vena fertile di umorismo.
Paranoia è un libro davvero utile per conoscere da vicino la grande scrittrice americana.
È una raccolta di scritti che contiene racconti inediti o pubblicati su riviste, testi umoristici sulla storia della sua famiglia e una serie di articoli brillanti sul mestiere di scrivere.
Ironia, leggerezza, terrore e angoscia. In questo libro ci sono tutti gli elementi per conoscere a fondo Shirley Jackson.
Paronoia, a mio avviso, dovrebbe essere letto prima di avventurarsi nelle pagine dei suoi romanzi.
È lei stessa che conduce il lettore nel suo mondo, aprendo le porte a tutto quelle possibilità sospese tra il brivido e la follia che la sua scrittura, attraverso le storie che inventa, suggerisce.
L’incubo che vive Mr. Halloran Beresford nel racconto che dà il titolo al libro mette addosso i brividi. Tutto quello che accade al protagonista dopo una piacevole giornata d’ufficio ci porta ai confini di una realtà in cui l’inverosimile, l’assurdo, l’incubo e l’angoscia deflagrano dando vita a una trama che tiene i lettori legati alle pagine con un forte senso di inquietudine.

«Trovo molto difficile distinguere tra vita e finzione. Sono una scrittrice che, per una incredibile serie di coincidenze, si trova seduta alla macchina da scrivere per poche ore al giorno, visto che trascorro il resto del tempo a passare l’aspirapolvere sul tappeto del soggiorno, a portare i figli a scuola o a cercare qualcosa di nuovo da preparare per cena».

Così si presenta Shirley Jackson in Come scrivo, un articolo in cui la scrittrice sottolinea come le sue storie nascano dallo stretto rapporto tra la letteratura e la vita.
In queste pagine ci confida come le sue storie prima di scriverle se le racconta per tutto il giorno mentre è occupata dal quotidiano in quelle cose che non richiedono grandissima capacità immaginativa.
Paranoia è un libro sorprendente che ci rivela tutto il mondo di Shirley Jackson, una donna (e una scrittrice) talmente interessata alla realtà che ha bisogno di credere ai fantasmi.

Shirley Jackson nata nel 1916 a San Francisco,  è oggi riconosciuta come una delle autrici più incisive del gotico americano: Stephen King la cita tra i suoi maestri, Joyce Carol Oates è una grande ammiratrice. Jackson scrisse gran parte dei suoi racconti dell’orrore negli anni Cinquanta e Sessanta, ma in vita conobbe una certa notorietà solo per gli articoli di economia domestica e i ritratti di vita famigliare pubblicati su riviste femminili, oltre che come moglie del critico letterario Stanley Edgar Hyman, professore al Bennigton College. Morì nel 1965.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: Vuoto di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2018) a cura di Nicola Vacca

10 dicembre 2018
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Con Vuoto Maurizio de Giovanni ci riporta nel cuore delle vicende dei Bastardi di Pizzofalcone.
Da anni abbiamo imparato ad amare i poliziotti inquieti del commissariato più indisciplinato d’Italia e le storie raccontate dallo scrittore napoletano.
Anche in quest’ultimo romanzo li ritroviamo tutti in una forma eccellente, pronti a regalarci forti emozioni.
Vuoto, già dal suo incipit, contiene pagine di alta letteratura. De Giovanni, in questo libro è davvero bravo e dimostra di essere uno scrittore di talento quando tra le righe del nuovo caso in cui sono coinvolti i Bastardi di Pizzofalcone si cimenta in riflessioni davvero magistrali sulla presenza minacciosa del vuoto nell’esistenza.
Seguendo la misteriosa scomparsa di una professoressa di Lettere di un liceo tecnico, perdendosi nei misteriosi intrighi che nascondano la verità, Maurizio de Giovanni passa in rassegna uno per uno i suoi personaggi Bastardi, entrando nei loro singolari vuoti incolmabili in preda a una disagiata inquietudine.
Un’ inquietudine che cresce con l’arrivo dal Nord di un sostituto di Giorgio Pisanelli.
Elsa Martini con il suo vuoto di passato porta scompiglio nella squadra.
I Bastardi di Pizzofalcone anche questa volta si trovano tra le mani un caso difficile e delicato.
Ognuno ha il suo vuoto cucito addosso e il problema del vuoto, scrive De Giovanni, è nelle cose che ci sono dentro.
I Bastardi si trovano in uno dei momenti più difficili della loro vita e anche Napoli è una città in cui c’è troppo vuoto.
L’unica cosa che gli resta da fare e scavare nel vuoto per combattere il peso stesso di un vuoto sempre pieno di paura e di morte.
Così, fedeli alla loro informalità e allergici alle regole, i Bastardi si mettono all’opera per arrivare anche questa volta alla verità e archiviare con successo un altro caso.
Vuoto, tra tutti i volumi della serie dedicata ai Bastardi di Pizzofalcone, è quello che più ci aiuta a conoscere da vicino tutti i singolari personaggi inventati dalla fantasia fertile di Maurizio de Giovanni.
L’autore entra nell’anima nera e disagiata di ognuno dei poliziotti, ce li mostra tutti nel loro rapporto confidenziale con il proprio vuoto personale.
Un vuoto incolmabile con cui intimamente fanno i conti. Con tutto il peso dell’inquietudine addosso, loro sono consapevoli che non riusciranno mai a possedere tutti i colori e i segreti di quel vuoto dentro cui saranno sempre costretti a scavare per trovare se stessi. «Perché a volte, nel fine settimana, il vuoto si riempie».

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno e Il purgatorio dell’angelo (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane e Souvenir, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017) e Sara al tramonto (2018). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro inviato dall’editore, ringraziamo l’autore e Gaia dell’Ufficio Stampa Einaudi.

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:: Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron (Adelphi 2018) a cura di Nicola Vacca

27 novembre 2018
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Peter Cameron è un genio nell’arte del raccontare. La sua scrittura è sempre un’esperienza straordinaria di sottrazioni nella quale il dettaglio essenziale diventa grande letteratura.
Gli inconvenienti della vita è il nuovo libro dello scrittore americano uscito in questi giorni da Adelphi (traduzione di Giuseppina Oneto).
Due splendidi e intensi racconti in cui Cameron si conferma uno dei più rappresentativi autori della grande stagione del minimalismo americano.
Due storie che raccontano l’inquietudine, il malessere e il disagio che scaturiscono dall’ostinata voglia di essere presenti in un mondo in cui quotidianamente si fanno i conti con le assenze.
Gli inconvenienti della vita, in questi racconti di Carmeron, è la vita stessa che diventa il più assurdo e misterioso contrattempo con cui si fanno i conti.
La fine della mia vita a New York e Dopo l’inondazione, in poco più di cento pagine, mostrano il talento immenso di Peter Cameron, uno scrittore che sa arrivare al cuore dei lettori senza mai usare una parola di troppo e soprattutto riuscendo a toccare le corde giuste inventando storie che giungono dal vero di una condizione umana provvisoria che coinvolge tutti.
Come accade proprio in questi due piccoli gioiellini di narrazione.
Nel primo racconto troviamo un scrittore in crisi creativa in una New York fredda e inospitale.
Una crisi che coinvolge anche il suo rapporto con Stefano, il suo compagno e avvocato in carriera con cui convive.
Tra vuoti difficili da riempire e promesse mancate, Cameron mette a fuoco il crollo esistenziale di questa coppia che si infrange davanti alle infinite difficoltà di arrivare a una soluzione.
Ci sono dei momenti nella vita in cui tutto viene a mancare, dove l’esistenza stessa diventa quel drammatico inconveniente che non suggerisce nessuna via di fuga. Anche nel secondo racconto Peter Cameron ci mette davanti al dramma esistenziale di una coppia.
In una piccola città della provincia americana priva di tutto, che sembra uscita da un quadro di Hopper, un marito e una moglie vivono la crisi del loro rapporto. Dopo una vita intera passata insieme, si accorgono di quando sia difficile colmare i vuoti di una relazione che ha da tempo esaurita la sua vena d’affetto.
La loro esistenza è scandita solo dall’inondazione del fiume vicino. Tra le mura della loro grande casa pesa il vuoto di loro due che non hanno accettato la scomparsa prematura della giovane figlia.
Il dolore è l’inconveniente della vita che non sempre torna utile e spesso, come accade ai due coniugi, travolge tutto lasciando nelle relazioni solo macerie.
Gli inconvenienti della vita di Peter Cameron è un libro che resta sulla pelle come un tatuaggio.
Ancora una volta lo scrittore americano è riuscito a conquistarci con una grande lezione di scrittura sulla vita, facendoci toccare con mano quel vuoto atroce che minaccia l’esistenza con le sue trappole infinite.

Peter Cameron è nato a Pompton Plains, nel New Jersey, nel 1959. Ha frequentato per due anni la American School a Londra, dove ha scoperto la passione per la lettura e ha iniziato a scrivere racconti, poesie e pièce teatrali. Nel 1982 si laurea all’Hamilton College, nello stato di New York, in Letteratura inglese. Nel 1983 ha venduto il suo primo racconto al «The New Yorker», rivista con cui collabora per diversi anni. Il suo primo romanzo In un modo o nell’altro è stato pubblicato in Italia nel 1987 da Rizzoli. Di Peter Cameron Adelphi ha pubblicato Quella sera dorata (2006), Un giorno questo dolore ti sarà utile (2007) – da cui è tratto l’omonimo film di Roberto Faenza – e Paura della matematica (2008). Il suo ultimo romanzo Coral Glynn (edito da Adelphi) è uscito nel maggio 2012.

Source: libro inviato dall’editore al recensore.

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:: La vergogna di Annie Ernaux (L’Orma Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

21 novembre 2018

cop aeTorna Annie Ernaux con un altro prezioso capitolo della sua storia personale. Esce sempre per i tipi de L’Orma Editore La vergogna (traduzione di Lorenzo Flabbi), libro pubblicato in Francia nel 1997.
La scrittrice francese torna con la memoria al 1952. Per l’esattezza al 15 giugno di quell’anno e racconta un episodio terribile che ha segnato la fine della sua infanzia.
Nel pomeriggio di quel giorno d’estate il padre della scrittrice, in preda a un’ira funesta, tenta di uccidere sua madre.
Finalmente Annie Ernaux vince il tabù e scrive di questi fatti e degli eventi drammatici che ne seguirono e che segnarono la sua formazione.
La vergogna è la verità ultima ed è lei che unisce la ragazza del 1952 alla donna che sta scrivendo.
Come sempre i ricordi si affollano nella memoria della scrittrice che partendo da quell’episodio passa in rassegna, attraverso fotografie sbiadite e appunti, le vicende di quell’anno.
Nel clima conformista e provinciale la piccola Annie frequenta la scuola cattolica. La scrittrice di oggi racconta della bambina di ieri e della sua educazione cattolica. Lei, a quel tempo, pensava che esistessero soltanto le regole di quel mondo.
Nel raccontare quei giorni Annie Ernaux convive con la scena di quella domenica di giugno, avvertendo il peso della vergogna.
L’aspetto peggiore della vergogna è che si crede di essere gli unici a provarla. Questo afferma la scrittrice mentre cerca di ricostruire nel suo libro i fatti di quel terribile 1952. A lei importa ritrovare le parole attraverso le quali pensava se stessa e il mondo circostante.
Non esiste un’autentica memoria di sé, questo afferma la Ernaux quando nella scrittura prende nota di tutto per fare luce nelle zone oscure della memoria e aprirsi senza nascondere nulla all’immensità del tempo da vivere.
Ne ha provata tanta di vergogna Annie Ernaux nella sua infanzia. Si vergognava del suo aspetto, della sua condizione, di suo padre, della volgarità e dell’approssimazione di sua madre.
Nel paese vicino a Rouen dove la scrittrice è nata, e che non nomina perché prova vergogna, prima di tutto c’è una ragazzina che in una domenica di giugno, nel primo pomeriggio, ha visto suo padre tentare di uccidere sua madre.
La donna che è la scrittrice nel 1995 è incapace di ricollocarsi nella ragazzina del 1952. In un modo e nell’altro la vergogna era ormai diventato il suo stile di vita.

«Ho sempre avuto voglia di scrivere libri di cui poi mi fosse impossibile parlare, libri che rendessero insostenibile lo sguardo degli altri. Ma quale vergogna potrebbe arrecarmi la scrittura di un libro, che sia all’altezza di quella che ho provato a dodici anni?».

Per scrivere della vergogna bisogna non avere vergogna. Annie Ernaux nel 1996 pensa a questo libro come a una liberazione.

Annie Ernaux è nata a Lillebonne (Senna Marittima) nel 1940 ed è una delle voci più autorevoli del panorama culturale francese. Studiata e pubblicata in tutto il mondo, la sua opera è stata consacrata dall’editore Gallimard, che ne ha raccolto gli scritti principali in un unico volume nella prestigiosa collana Quarto. Nei suoi libri ha reinventato i modi e le possibilità dell’autobiografia, trasformando il racconto della propria vita in acuminato strumento di indagine sociale, politica ed esistenziale. Considerata un classico contemporaneo, è amata da generazioni di lettori e studenti. Della stessa autrice L’orma editore ha pubblicato Il posto, Gli anni, vincitore del Premio Strega Europeo 2016, L’altra figlia e Memoria di ragazza.

Source: libro inviato dall’editore al recensore. Ringraziamo l’ufficio stampa.

:: L’attesa di Alida Airaghi (Marco Saya Edizioni 2018) a cura di Nicola Vacca

17 novembre 2018

Copertina Airaghi-page-001Per Alida Airaghi la poesia è una via scomoda di fuga da percorrere per attraversare l’esistenza.
Bisogna premere sul cuore per incontrare le parole giuste e metterle insieme senza alcuna pretesa di avere risposte certe.
L’attesa è il suo nuovo libro, esce per i tipi di Marco Saya edizioni.
Versi diretti che la poetessa scrive e pensa per suturare ferite nel tentativo di disinfettare questo nostro tempo il cui il contagio del nulla sta diventando il simbolo concreto di una disfatta virale.
La mente della poetessa annega, pensando ai confini del pensiero. Il tempo scorre implacabile e la protesta assume le sembianze dell’attesa:

« Io, in attesa /e ferma, come una cosa /qualunque, trascurata, inessenziale (non mi avesse vista, / un mattino; /oppure subito /– così! – cancellata)./ Ad aspettare /un nuovo sguardo, /nuovo davvero, non educato; /o la mano che osa alzarsi / sulla mia. Poi resta / sospesa, senza appoggiarsi, /turbata».

L’attesa diventa contemplazione. Alida Airaghi scrive poesie per trovare una voce che manca al tempo. In ogni verso di questa raccolta la parola è lotta che sferra un attacco al vuoto e ai suoi orrori contemporanei.
Davanti alle ferite della Storia, la poetessa dilata il significato delle parole e le rende convincenti e assertive mostrando uno scetticismo che tutto contiene: la sue ore sono cadenzate dal tempo della mente e dell’attesa. Il riscatto è nelle ore interiori. Qui c’è la poesia che scava nelle trincee del vissuto.
Nella solitudine operosa della riflessione, il poeta dà voce a una consapevolezza, guarda in faccia la realtà che sul precipizio di un abisso ha smarrito le ragioni dell’umano.
Davanti alle incertezze del futuro, al nero di un domani che non annuncia schiarite, la poesia di Alida Airaghi sceglie la strada degli infiniti non so. Con un lucido bagaglio di perplessità, e abbracciando un disincanto che è l’inevitabile proiezione di un discorso che va affrontato per non essere ciechi davanti al tutto che crolla, la poesia diventa un’arma da impugnare, l’unico strumento cognitivo che ci è rimasto per lottare contro ogni forma di abbrutimento.
Alida Airaghi con L’attesa ci conduce davanti all’abisso del non accadere. Davanti al tempo fisso e duro del disincanto, si aspetta ancora Godot. Ma il poeta non ha nessuna intenzione di aspettare in silenzio. La poesia è una forma straordinaria di lotta e di resistenza. Dietro l’angolo o il sipario c’è il vuoto. Il poeta ha il compito di riempire il caos.

Il mio primo dolore
me lo ricordo bene.
A tavola, con gesto sbadato,
rovesciai l’acqua dal bicchiere,
sporcai la tovaglia,
e avevo quattro anni.
Il rimprovero della mamma
fu solo un pretesto
alle lacrime.
Non per quello piangevo,
ma per l’improvvisa rivelazione
che tutto passava e finiva:
quel pranzo, il bagnato,
la gente del mondo,
ogni aiuto futuro.
Saremmo invecchiati e poi morti
– nessuna eccezione.
Quello a cui non si deve pensare,
invece a me era venuto in mente.

Tante facce tra noi
ci allontanavano da noi.
Visi da salotto o da metropolitana,
gesti indecisi.
E occhi spalancati,
sorrisi cenni
sottintesi.
In due, far finta di niente,
scontrosi eroi
della diversità.
Ma vincevano,
poi,
i banali invidiosi,
allontanandoci – io e lui
arresi a chiedere pietà.
Così restavamo esitanti,
perdenti.
Delusi
di loro, di noi.

Rimangono tante cose da dire
che non si sono dette,
per pigrizia distrazione mancanza
di tempo o di passione.
Sarebbe bastato un sorriso,
un cenno divertito a qualcosa
di non tragico accaduto:
scusa per quella volta
o grazie per le altre volte.
Ma non c’è stato tempo, eravamo
distratti, pigri, impazienti
e abbiamo perso l’ultima occasione.

(Da Alida Airaghi, L’Attesa, Marco Saya edizioni, Milano, 2018)

:: Servi della gleba di Gerardo Magliacano (erre Edizioni, 2018) a cura di Nicola Vacca

13 novembre 2018

cop magliacanoMario Vargas Llosa, grande scrittore e premio Nobel per la letteratura, in un articolo sui libri, recentemente pubblicato su Robinson, si è rivolto ai giovani nella speranza che loro siano capaci di capire la straordinaria importanza che ha la buona letteratura, non solo per la vita degli individui ma anche per la società.
Perchè questo avvenga c’è sempre più bisogno di buona letteratura che sia in grado di contrastare il dilagante diffondersi di libri – svago. Capire una volta per tutte che questi ultimi ci distruggono, ci distraggono e ci abituano a non pensare, proprio come vuole il potere in modo che possa agire indisturbato.
Poi mi capita tra le mani Servi della gleba (erre Edizioni, pagine 197, euro 10), il nuovo libro di Gerardo Magliacano. Per fortuna che esistono ancora scrittori liberi e resistenti che nei loro libri hanno scelto prima di tutto di ascoltare la voce libera della propria coscienza.
Gerardo, prima di essere uno scrittore, è un uomo in rivolta. E come tutti quei coraggiosi uomini in rivolta che si rispettano è consapevole nel pronunciare il suo deciso no.
Servi della gleba è un romanzo (o un romaggio come ama definirlo il suo autore, perché qui la narrativa si contamina con la forma del saggio) di un uomo che prende consapevolezza della radice marcia del suo tempo e decide di scrivere le sue storie perché mai come in questo momento c’è bisogno di uomini di penna e di pensiero che siano in grado di suonare l’allarme.
Un professore d’italiano che dialoga con Sossio, un suo allievo diciasettenne, uno di quei giovani che porta dentro di sé l’ospite inquietante del nichilismo del proprio tempo.
Il professore e il ragazzo danno vita a un dialogo serrato che allo stesso tempo si trasforma in un viaggio letterario e esistenziale nel cuore delle questioni spinose del nostro tempo.
Il professore sequestra volutamente Sossio che si è precipitato a casa sua per vomitargli addosso tutto il suo malessere.
Il ragazzo sarà ostaggio del suo insegnante, che per quattro giorni lo accompagnerà in un percorso di formazione, scomodando la letteratura e la vita, con lo scopo di metterlo nudo davanti alla propria coscienza e allo stesso tempo portarlo a ragionare sulla decadenza del nostro tempo in cui sì è persa ogni ragione dell’umano.
Servi della gleba è il racconto della prima giornata. Magliacano nei prossimi anni ne scriverà altri tre, un tetralogia di romaggi che andranno a comporre le quattro giornate di Sossio.
La prima giornata è dedicata al rapporto dell’uomo con la terra e ai servitori, che in questo nostro tempo sono davvero pochi, visto che in ogni dove spadroneggia la figura viscida del servo.
La differenza tra uno schiavo e un servo è un fatto grammaticale: schiavo è un sostantivo, servo è un verbo. Nel primo caso è una condizione cui si è ridotti, nel secondo è l’agire che lo determina. La schiavitù la si subisce, la servitù è un donarsi.
Questa è la tesi di Gerardo Magliacano e del suo alter ego professore che nel dialogo con il giovane Sossio si preoccupa di trasmettere conoscenza, invitando il ragazzo a aprire la mente perché solo la cultura ci rende tutti liberi.

«Servire qualcosa o qualcuno– spiega il professore – o meglio servire a qualcosa o a qualcuno, a un’idea, a un principio, a una zolla di terra, a un amico, a un amore, alla famiglia, a un popolo, a… ecco, questo ci rende esseri migliori e dà un senso alla propria esistenza.
Essere schiavo di un padrone e di un idolo, del dio denaro, degrada l’essere umano ad essere oggetto, merce, un mero conto corrente».

Servi della gleba è un viaggio resistenziale ed esistenziale. Gerardo Magliacano è uno scrittore vero perché fa letteratura ascoltando la coscienza e il cervello che non vanno mai in vacanza.
Egli è un servo delle parole e soprattutto è al servizio della cultura. In questo libro coraggioso, davanti ai ciarlatani di presunte libertà, l’autore elogia tutta l’intelligenza del cuore del servo della gleba. Dovremmo avere il buon senso di servire la collettività, esseri servitori con una coscienza pulita per mettere in atto una rivolta che ci conduca nuovamente a essere padroni della nostra terra e destinatari dei suoi frutti.
Ma gli schiavi e i servi sono sempre in servizio permanente effettivo e sulle rovine fumanti come corvi si aggirano uomini senza una coscienza.

Source: libro inviato al recensore dall’autore.

:: Un’ intervista con Nicola Vacca, a cura di Giulietta Iannone

7 novembre 2018

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Grazie Nicola di aver accettato questa intervista, sarà un’ intervista speciale, dedicata alla poesia, che non sempre ha spazio nei blog letterari, o nelle riviste non settoriali. Parleremo di poesia, poeti e di un libro che hai appena ripubblicato, “Almeno un grammo di salvezza”, con il preciso intento di aiutare la piccola editoria indipendente. Iniziamo dal titolo, “salvezza” una parola impegnativa se non ingombrante, la salvezza generata dall’arte, dalla poesia stessa? Una salvezza escatologica, filosofica, morale? C’è ancora spazio per concetti come “salvezza” e “dannazione” nella società contemporanea?

Ho deciso di ridare alle stampe questo libro del 2011 perché fuori catalogo e da più parti mi è stato richiesto. Sono contento di averlo affidato a L’Argolibro, una piccola casa editrice indipendente che vive e lotta nel cuore del Cilento e che è molto attenta alla qualità. Francesco Sicilia e Milena Esposito stanno facendo un ottimo lavoro. L’editoria indipendente va sostenuta e il mio libro fa parte di questo progetto. Il mio invito all’acquisto va in questa direzione.
Hai ragione quando definisce la parola salvezza “impegnativa e ingombrante”. Più volte ho scritto e ho detto che la letteratura e la poesia non salvano nessuno. Penso sia così. La poesia, in modo particolare, non salva la vita ma offre infinite possibilità in un tempo che non concede alcuna via di scampo. Detto questo penso che ognuno di noi non dovrebbe rinunciare alla ricerca di almeno un grammo di salvezza. Se ci arrendiamo, se non cerchiamo, se rinunciamo il nichilismo avrà definitivamente vinto.

Versi densi di una religiosità laica, di una esigenza di verità che supera gli steccati ideologici e le pastoie del contingente. Ho notato che i non credenti usano parole sublimi e a volte splendenti per avvicinarsi al sacro, al trascendente anche quando lo negano. E molta irreligiosità da parte di chi si professa credente e non rispetta l’umano. Non è un paradosso? Come lo interpreti da poeta?

Almeno un grammo di salvezza è il mio viaggio da laico nel mondo biblico. Il mio rapporto con il sacro e il religioso ha uno scopo: rendere immanente il più possibile quella trascendenza che spesso ci sfugge. A volte chi si professa credente è accecato dalla fede e dà per scontato il suo rapporto con Dio. Personalmente riesco a dialogare con quei credenti che hanno una fede ma sono macerati dal dubbio. Stando alla larga da chi va ogni domenica a messa e poi nella vita di tutti i giorni non mette in pratica nemmeno una sillaba del Vangelo.
Almeno un grammo di salvezza, come scrive Gianfrancesco Caputo nella prefazione, offre spunti per un ripensamento esistenziale con riflessioni che vanno oltre la mistica dei devoti e di ogni forma di ateismo fanatico.

Leggendolo non ho potuto non pensare a David Maria Turoldo, un poeta che so che anche tu ami molto. Hai riletto la sua produzione poetica ultimamente?

Hai fatto bene a citare David Maria Turoldo. Un credente armato di dubbi. Ci manca la sua poesia – grido che sa incendiare parole e cose in una denuncia profetica di un tempo presente in cui il divario tra povertà e ricchezza crea diseguaglianze incolmabili e fatali per la stessa sopravvivenza del genere umano.
David Maria Turoldo il poeta che bussa al silenzio di Dio, il poeta religioso che ha dubbi sull’uomo della scienza e della cultura ortodossa e secolarizzata.
“Anche Dio scrive poesie perché è molto infelice” mi disse anni fa.

I Salmi, il Cantico dei Cantici, poeticamente raggiungono vette altissime, dense di ispirazione e meraviglia. “Mi baci con i baci della sua bocca”, sono versi che si prestano a pochi fraintendimenti, tra l’amore umano e quello divino non c’è frattura, non c’è disarmonia. Come la loro lettura ha ispirato i tuoi versi?

In almeno un grammo di salvezza le parole si posano sulla pagina dopo una lettura attenta della Bibbia. Dico questo perché ogni verso che fa parte della raccolta si nutre della parola delle Sacre Scritture. Ma quando il poeta inizia a farne poesia penso che le fratture si notino.
Penso che tra amore umano e amore divino ci siano enormi fratture e le disarmonie sono fatali. Il Cantico dei Cantici è un libro perfetto, poesia pura che canta l’amore sublime. L’amore che noi uomini viviamo ogni girono non sempre lo è. Il più delle volte è malato e criminale.
Almeno un grammo di salvezza denuncia dell’oggi l’assenza dell’amore che dovrebbe essere armonia necessaria.

La tua opera è una rilettura e una rivisitazione poetica di parte del Nuovo e soprattutto del Vecchio Testamento. Il libro di Giobbe soprattutto sembra averti ispirato versi che rispecchiano il dramma dell’ uomo contemporaneo, di fronte al mistero del dolore e della morte. Giobbe era un giusto, e Dio accettò che il male entrasse nella sua vita togliendogli tutto tranne che la vita. Figura anticipatrice del Cristo, anche Giobbe avrà la sua risurrezione, Dio gli restituirà moltiplicato tutto quello che aveva perso. C’è risurrezione per l’uomo contemporaneo vessato da egoismo, avidità, falsità, disperazione, povertà, disoccupazione, ingiustizia?

Di fronte al silenzio di Dio, noi siamo condannati all’estinzione. Proprio per questo non dovremmo rinunciare alla ricerca di Almeno un grammo di salvezza. La strada da percorrere è difficile, gli scenari apocalittici sono a noi sempre più vicini. E noi mastichiamo Apocalisse, non mangiamo altro che distruzione. Dovremmo avere un sussulto di coscienza per meritarci quel grammo di salvezza.

La poesia è dialogo, il verbo, la parola è l’essenza stessa ultima di Dio. Quali responsabilità ha un poeta, che appunto vive di parole, vissute nella loro essenza?

Il poeta deve essere guardiano dei fatti. Scrivere in stato perenne di vigilanza perché la poesia è una forma di lotta e di resistenza.
Il poeta deve tenere gli occhi aperti sul mondo e attraversarlo con coscienza e responsabilità.
Il poeta non può tacere e non deve essere omertoso. Deve testimoniare lo scandalo con i suoi versi e non deve mai avere paura di chiamare le cose con il loro nome.

Grazie.

Link dedicato all’acquisto del libro.

:: L’intruso di Luigi Bernardi (DeA Planeta 2018) a cura di Nicola Vacca

5 novembre 2018

coplbLuigi Bernardi è stato molte cose: scrittore, editor, editore, traduttore, talent scout. Ma soprattutto è stato un uomo libero e un intellettuale con la spada sguainata. Nel mondo marcio della letteratura nostrana ha lavorato e vissuto a testa alta senza mai scendere a compromessi e senza lasciarsi sedurre dal sempre in voga mercimonio.
Luigi, come accade ai coraggiosi uomini liberi, ha pagato in vita questa sua scelta corsara.
Nell’ ottobre 2013 un cancro ai polmoni se lo è portato via.
Da De Agostini esce postumo L’intruso, un libro toccante e denso di grande letteratura in cui lo scrittore e l’uomo si raccontano con la consapevolezza che la luce sta per spegnersi.
Luigi ha lasciato in bella vista un file, incluso in una cartella dal titolo Andandomene, sul desktop del suo Mac.
Poi tutto è diventato L’intruso, il libro che a leggerlo fa molto male e in cui Bernardi incontra il male che lo sta consumando e lo guarda in faccia chiamandolo con il suo nome.
In questo diario lungo un anno, lo scrittore e l’uomo sono lucidi e spietati nei confronti dell’intruso malefico, come lo sono stati occupandosi nella vita delle questioni letterarie e culturali.
Luigi si mette a nudo e mette a nudo tutte le sue fragilità e sa che ogni cosa, persino un mostro antico ha bisogno di un nome. Dare un nome a una malattia significa descrivere un certo tipo di sofferenza, è un gesto letterario prima ancora che una questione medica.
Il cancro è indicibile per questo Luigi lo affronta e ne scrive, sentendosi come Lovercraft uno scrittore infetto senza possibilità di guarigione. «Scrittore indicibile morto di cancro all’intestino, proprio lì, vicino al pancreas».
L’intruso come tutti i libri di Luigi Bernardi è un libro controverso, forse il più controverso dei suoi libri.
In queste istantanee di malessere l’autore fa della sua vita letteratura nella consapevolezza che la letteratura non serve a niente e non salva nessuno.
Bernardi, affrontando l’intruso di petto, è entrato nella sua morte a occhi aperti. Ha voluto lasciare sul suo computer l’ultimo messaggio senza tradire il suo stile schietto e sincero, quindi scrivendo sempre quello che gli passava per la testa:

«Cosa vuoi da me cancro di merda? Perché devi distruggermi, oltre ad ammazzarmi? Non ti basta fare un lavoro pulito, così come fai sempre? Evidentemente no, ci dev’essere qualcosa che mi sfugge, qualcosa che devo capire prima di prendermi l’ultima parola».

Luigi se n’è andato senza lasciare conti in sospeso e ci ha lasciato in eredità questa lucida presa di coscienza. Di fronte al cancro, che consuma e fa sparire gli esseri umani, lo scrittore non rinuncia a trovare le parole per raccontare come il dolore scompiglia le carte, rovescia gli assiomi, capovolge la verità.
«Il cancro sarebbe potuto nascere in un mondo sano?». Questa è una delle ultime domande che Luigi si pone prima dell’attacco finale e definitivo dell’intruso. È vero, non è mai troppo tardi per scoprire un grande scrittore.
Vi invito alla lettura di Luigi Bernardi. Magari partendo da questa ultima preziosa testimonianza.
Soltanto da morto Luigi ha avuto l’onore di essere pubblicato da un editore grande. Questo mi fa davvero incazzare.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: La ragazza che chiedeva vendetta di Pierluigi Porazzi (La Corte Editore 2018) a cura di Nicola Vacca

27 ottobre 2018

La ragazza che chiedeva vendettaCon La ragazza che chiedeva vendetta (La Corte Editore, pagine 317, euro 17, 90) Pierluigi Porazzi torna sulle tracce di Alex Nero, l’ex poliziotto già protagonista di alcuni romanzi precedenti, impegnato nel duello con Azrael, il criminale incallito che in queste pagine più che mai rappresenta il volto del male.
Siamo nuovamente a Udine e Alex viene coinvolto dal suo amico ispettore Cavani nelle indagini che seguono a una nuova serie di omicidi feroci.
L’ex poliziotto intuisce che dietro questa nuova scia di sangue ci sia il suo vecchio nemico a cui dà ancora la caccia.
Un celebre chirurgo estetico e due collaboratrici vengono barbaramente assassinati. Il dottor De Luca ha cambiato i connotati a un noto criminale. Alex Nero sospetta che dietro questi barbari omicidi ci sia Azrael con un nuovo aspetto.
Ma il sangue continua a scorrere nella città del nord est. Tre uomini vengono assassinati nello stesso modo. Entrambi sono legati tra loro da una brutta storia accaduta anni prima.
Era il 23 agosto 1994 quando i tre amici approfittarono di due ragazze. Iris, una delle due, rimase uccisa.
L’ispettore Cavani chiede aiuto al suo amico Alex Nero, che inizia a collaborare alle indagini. I due sono convinti che esistono collegamenti tra i tre omicidi e quello del chirurgo.
La polizia cerca una donna che è stata vista in compagnia dei tre uomini nei giorni in cui sono stati uccisi.
Cavani e Alex Nero non trascurano nulla e si muovono in tutte le direzioni cercando sempre di essere connessi nelle indagini e cercare non abbandonare la pista che lega tra loro gli omicidi dei tre uomini a quelli del chirurgo e delle sue amiche.
Porazzi costruisce anche questa volta un intrigo avvincente: vedremo di nuovo Alex sulle tracce di Azrael. Considerando che in queste pagine si gioca la partita finale, la suspense è sempre alta e l’autore è abile a tenere alta la tensione tenendo il lettore sempre sulla corda di un imprevisto mai banale.
Pierluigi Porazzi si conferma una delle più interessanti voci del romanzo nero italiano,
La ragazza che chiedeva vendetta ci riporta a Alex Nero, l’antieroe uscito dalla penna di Pierluigi Porazzi.
Questo ultimo capitolo delle sue avventure lo porteranno a fare i conti una volta per tutte con il principe del male, suo acerrimo nemico.
Il finale a sorpresa ci rivelerà a chi sarà attribuita la vittoria. Se amate le storie forti dalle tinte noir, vi consiglio di leggere questo libro e di entrare nel mondo di Pierluigi Porazzi, un giallista di razza.

Pierluigi Porazzi è laureato in giurisprudenza, ha conseguito il titolo di avvocato e lavora presso la Regione Friuli Venezia Giulia. È iscritto all’albo dei giornalisti pubblicisti dal 2003. Suoi racconti sono apparsi su riviste letterarie, in diverse antologie (tra cui Più veloce della luce, Pendragon, 2017 e Notti oscure, La Corte editore, 2017) e nella raccolta La sindrome dello scorpione. Fa parte del progetto culturale SugarPulp e ha fondato SugarPulp Udine.
È tra i fondatori dell’Associazione Culturale Cult’Udine. Ha pubblicato per Marsilio Editori i romanzi L’ombra del falco (2010), Nemmeno il tempo di sognare (2013), in seguito usciti anche, rispettivamente, nelle collane Noir Italia (Il Sole 24 Ore, 2013) e Il giallo italiano (Il Corriere della Sera, 2014) e Azrael (2015). Nel 2017, per la collana gLam di Pendragon è uscito il romanzo Una vita per una vita scritto con il giornalista Massimo Campazzo (fonte wikipedia).

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ Ufficio Stampa.

:: Del tempo e dell’esistenza di Angela Nese (L’Argo libro editore, 2018) a cura di Nicola Vacca

22 ottobre 2018

copertina neseMarguerite Yourcenar considerava il tempo un grande scultore capace nel tutto scorre di visitare le nostre menti e condizionare le nostre azioni.
Per Jorge Luis Borges il tempo è la sostanza di cui siamo fatti. Il tempo è il fiume che ci trascina, e noi siamo il fiume. Il tempo è una tigre che ci sbrana e un fuoco che ci divora, e noi siamo la tigre e il fuoco.
Questi due grandi scrittori e le loro osservazioni sul tempo mi sono venuti in mente leggendo Del tempo e dell’esistenza (L’Argo libro editore, pagine 110, euro 12), un libro di racconti scritto da Angela Nese.
Racconti filosofici e esistenziali in cui l’autrice con una scrittura solida e scorrevole si perde insieme ai suoi personaggi, surreali e fisici allo stesso tempo, nei meandri delle infinite proiezioni ontologiche che il concetto di tempo suggerisce.
La condanna di H, di fronte al tribunale del tempo, il primo racconto che apre il libro, sembra uscito dalle congetture visionarie e oniriche di Borges. Un uomo condannato all’immortalità davanti al tribunale del tempo si accorge alla fine che nulla mai nell’esistenza è come sembra, e che il tempo nel bene e nel male ci condanna sempre. La pena da scontare è proprio l’esistere e la sua fine.
Angela Nese in questi racconti fa venir fuori tutta la sua passione per le questioni filosofiche. Sul tempo e sull’esistenza, anche se sotto forma di storie, scrive pagine suggestive in cui incontriamo Heidegger, Nietzsche, ma anche un mondo infinito di scrittori che si sono scontrati con il tema del tempo e con i suoi molteplici dilemmi.
Sette risvegli è un vero e proprio gioiellino di narrazione. L’autrice conduce il lettore nelle forme labirintiche del tempo e attraverso una serie di incontri tra personaggi che vengono da contesti e situazioni diverse crea legami e accadimenti che solo la paziente trama del tempo con tutte le sue prepotenti tirannie può costruire, realizzando quella serie di incontri che determina il corso delle nostre esistenze.
Il mistero del tempo riguarda ciò che siamo noi, più di quanto riguardi il cosmo, questo è il filo conduttore delle riflessioni di Angela Nese, e tutti i personaggi da lei inventati sono fatti della stessa sostanza del tempo e dell’essere
Per Aristotele il tempo è solo misura del cambiamento, per Newton c’è un tempo che scorre mente nulla cambia, Heidegger sostiene che il tempo è il tempo dell’uomo e quindi si temporalizza nella misura in cui ci sono esseri umani.
Nelle storie raccontate da Angela Nese, il tempo è un mistero che si nutre di vita. Con le sue contraddizioni e i suoi buchi neri è una condizione necessaria per l’essere e per l’esserci, anche se il paradosso e l’assurdo sono sempre in agguato.
Ogni personaggio che troveremo nelle pagine di questi racconti, scritti davvero con molta grazia, entra nelle pieghe intime del dilemma del tempo. Quel mistero dei misteri che continuerà a inquietarci e a affascinarci.

Source: libro inviato dall’ editore al recensore. Si ringrazia l’ufficio stampa.

Nota: http://www.largolibro.blogspot.it

:: Parla come mangi – Libri letti in lingua originale: Le crépuscule des pensées di Emil Cioran (Èdition de l’Herne, 1991) a cura di Nicola Vacca

16 ottobre 2018

cC’è ancora un Cioran non ancora pubblicato in Italia. Si tratta di alcuni libri che invece in Francia sono già in circolazione da oltre venti anni.
Tra questi, degno di nota è Le crépuscule des pensées pubblicato dalle Èdition de l’Herne nel 1991 .
Libro che Cioran scrisse in romeno e in cui è già presente quel corrosivo scetticismo nei confronti delle possibilità umane che caratterizzerà le fasi del suo pensiero successivo.
Questo volume fu pubblicato per la prima volta nel 1940 e fu l’ ultimo che Cioran scrisse nella sua lingua prima di abbracciare in maniera incondizionata il francese.
L’amore, la solitudine, la musica, Dio, i sentimenti, l’arte e la creazione e molte altre considerazioni in queste pagine che già mostrano quella straordinaria filosofia dello squartamento e dei vacillamenti che Cioran presenterà nelle opere successive risalenti al periodo francese.
Le crépuscule des pensées è un libro incandescente, la lingua di Cioran è estrema e tagliente e già affonda le radici in quella profetica tentazione di esistere attraverso cui lo scrittore, il pensatore e il filosofo si avventurerà per annotare sulle pagine tutti gli elementi che definiscono la malattia morale degli esseri umani in caduta libera nelle tenebre della Storia.
Ci auguriamo che anche questo libro di Cioran venga pubblicato al più presto in Italia. Intanto ci chiediamo perché non è stato ancora fatto.

L’uomo dipende da Dio alla maniera in cui lui stesso dipende dalla divinità.

La timidezza è l’arma che la natura ci offre per difendere la nostra solitudine.

Nella tristezza una cosa è dolorosa: l’impossibilità di essere superficiali.

Il nichilismo: la forma limite della benevolenza.

Nella passione del vuoto non c’è che un sorriso grigio di nebbia che anima che anima ancora la decomposizione grandiosa e funebre del pensiero.

Tutte le acque hanno il colore della noia.

Il male lasciando l’indifferenza intatta, ha preso per pseudonimo il tempo.

Due cose mi hanno riempito sempre di un’isteria metafisica: un orologio che non funziona e un orologio che funziona.

Un pensiero deve essere strano come le rovine di un sorriso.

La nostalgia della morte eleva a rango l’universo intero a rango della musica.

Le introspezioni sono gli esercizi provvisori per un necrologio.

Il terrore è una memoria del futuro.

L’universo è una pausa dello spirito.

Scetticismo: nessuna consolazione di non essere cielo.

(Da Emil Cioran , Le crépuscule des pensées, l’Herne 1991)

:: Almeno un grammo di salvezza, Nicola Vacca (L’ArgoLibro Editore 2018) a cura di Giulietta Iannone

14 ottobre 2018

StampaSi fruga tra le macerie
In cerca di persone vere

Raccolta poetica atipica, questa di Nicola Vacca, Almeno un grammo di salvezza, in questi tempi così aridi, cupi e fasulli.
Versi brevi, essenziali, colmi di una religiosità laica che non a fatica ci porta a intessere un dialogo profondo e serio sui limiti della parola, della poesia stessa, e dei suoi nessi spesso occulti o celati, con la sacralità, la spiritualità e il divino.
Per chi conosce la spiritualità sofferta e dolorosa di David Maria Turoldo non una novità che la poesia e la preghiera sono fatte della stessa sostanza, dello stesso tessuto esistenziale ed etico.
Religiosità laica, spiritualità sembrano parole vuote, entità assenti nel nostro vivere contemporaneo, così privo di poesia, di bellezza e di dignità.
A tempo scaduto, Nicola Vacca invece li mette al centro della sua poetica ormai matura e indifferente a mode, filosofie e pregiudizi.
La sua poesia si fa meditazione, si fa studio della trascendenza racchiuso in un animo sensibile e poliedrico che si interroga, sul mistero del male, ovvero sul pesante interrogativo del male, e sulla mediocrità dei malvagi, ben poca cosa densa come polvere o cenere.
Che la religiosità laica non sia un paradosso già Norberto Bobbio lo sosteneva vivacemente e ostinatamente, e il linguaggio poetico è il veicolo più prossimo al mistero, alla trascendenza, e si fa spiritualità e la più alta, la più autentica.
Questi versi nati da una meditazione matura e profonda sia dell’ Antico che del Nuovo Testamento, ci presentano una profonda onestà di chi dice un disarmante “non so”, in un mondo dove tutti sanno tutto, tutti sono tuttologi e inveterati sapienti. Il senso morale, e la verità acquistano senso importanza, perché

Nessuna parola muore
Se incontra l’orecchio giusto

Il pessimismo, nato e sgorgato a contatto della realtà non si fa mai rassegnazione o disperazione anzi nasconde una traccia di luce quando dice:

Si scrive per capire se è vero
Che un lieto fine ci aspetta
Al termine della strada.

La rilettura e metabolizzazione personale de I Salmi, di Quolet, del libro di Giobbe (anticipazione delle sofferenze del Cristo, con il dramma messianico della morte in croce dell’ innocente), de Il Cantico dei Cantici, dell’ Apocalisse, ci avvicina alla colpa, alla salvezza, al senso ultimo delle cose, con naturalezza e semplicità senza bizantinismi di facciata o di maniera. E se un velo di pessimismo sussiste, ci ricorda che noi soli ne siamo la causa, perchè

La bellezza è scomparsa
Perché gli occhi non la cercano più

Nicola Vacca è nato a Gioia del Colle, nel 1963, laureato in giurisprudenza. È scrittore, opinionista, critico letterario, collabora alle pagine culturali di quotidiani e riviste. È redattore della rivista Satisfiction Svolge, inoltre, un’intensa attività di operatore culturale, organizzando presentazioni ed eventi legati al mondo della poesia contemporanea. Ha pubblicato: Nel bene e nel male (Schena,1994), Frutto della passione (Manni 2000), La grazia di un pensiero (prefazione di Paolo Ruffilli, Pellicani, 2002), Serena musica segreta (Manni, 2003), Civiltà delle anime (Book editore, 2004), Incursioni nell’apparenza (prefazione di Sergio Zavoli Manni 2006), Ti ho dato tutte le stagioni (prefazione di Antonio Debenedetti, Manni 2007) Frecce e pugnali (prefazione di Giordano Bruno Guerri, Edizioni Il Foglio 2008) Esperienza degli affanni (Edizioni il Foglio 2009), con Carlo Gambescia il pamphlet A destra per caso (Edizioni Il Foglio 2010), Serena felicità nell’istante (prefazione di Paolo Ruffilli, Edizioni Il Foglio 2010), Almeno un grammo di salvezza (Edizioni Il Foglio, 2011), Mattanza dell’incanto ( prefazione di Gian Ruggero Manzoni Marco Saya edizioni 2013), Sguardi dal Novecento (Galaad edizioni 2014) Luce nera (Marco Saya edizioni 2015, Premio Camaiore 2016), Vite colme di versi (Galaad edizioni 2016), Commedia Ubriaca (Marco Saya 2017).

Source: pdf inviato dall’autore.