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:: Pier Paolo Pasolini a 100 anni dalla nascita a cura di Antonio Catalfamo

5 marzo 2022

Pasolini temeva fortemente in vita di essere strumentalizzato dal potere, di rimanere vittima involontaria della capacità del sistema di metabolizzare anche le posizioni ad esso avverse e di trarne linfa vitale per la propria riforma interna e perpetuazione. Da qui certo suo estremismo polemico e certi atteggiamenti provocatori che potevano sembrare pose letterarie. Ma, dopo la morte, gli è successo di peggio. Assistiamo ad ogni anniversario alla sua «santificazione», quasi ch’egli fosse un fiore all’occhiello di quella società capitalistica matura di cui denunciò, con lungimiranza, tutti gli aspetti antidemocratici e, persino, dittatoriali.

Un suo (e anche nostro) amico, Roberto Roversi, ha avvertito l’urgenza di lasciare Pasolini «sconsacrato».

In questo centesimo anniversario della nascita è, dunque, necessario contrastare le tendenze iconografiche, di qualsiasi segno, studiare Pasolini nella sua umanità, nelle sue contraddizioni, nelle sue “fughe in avanti” rispetto allo stagnante ambiente culturale italiano, ma anche nei suoi legami inevitabili col passato, anche nelle sue forme “retrive” e “conservatrici”. Un Pasolini “a tutto tondo”, dunque, la cui opera va analizzata nella sua complessità ed articolazione, nel rapporto dialettico che esiste tra scritti in versi, romanzi, scritti teorici, scritti «corsari» e «luterani», opere cinematografiche, individuando i vari momenti della sua poetica ed estetica, tra i quali esistono certamente contraddizioni, ma, nel contempo, si può delineare una linea di sviluppo, una diacronia.

Pasolini, a nostro avviso, ha dato il meglio di sé nella produzione in versi e in prosa legata all’esperienza friulana, che accompagna tutta la sua vita, dagli anni giovanili trascorsi nel paese natio della madre, Casarsa, agli ultimi anni della guerra, allorquando lo scrittore si rifugia in quei luoghi per sottrarsi alla coscrizione obbligatoria nella Repubblica di Salò, e poi nell’immediato dopoguerra, proseguendo la sua esperienza di poeta in dialetto che era iniziata con Poesie a Casarsa (1942) e che continua, al di là della sua presenza fisica in Friuli, con La meglio gioventù (1954) e con La nuova gioventù (1975), trovando il suo punto più alto, in termini di poetica e di estetica, in un romanzo, Il sogno di una cosa (1962), che si pone in linea di continuità con la produzione in versi.

Pasolini compie “ricerche sul campo”, si impadronisce progressivamente del dialetto della riva destra del Tagliamento, nelle sue varie sfumature, presenti nel passaggio da un paese all’altro, nei suoi rapporti con il dialetto del vicino Veneto. Vuole scrivere in una lingua viva, effettivamente parlata, non nella «koinè» regionale, che è quella di Udine; una lingua che sia emanazione diretta della realtà, quella vera, non quella edulcorata del falso regionalismo a dimensione folcloristica; una lingua che sia espressione della “purezza” e dell’ “innocenza” del mondo contadino friulano, colto nella sua dimensione religiosa, che ha in sé un fondo di rigore morale, di valori sani e consolidati, ben diversa da quella della Chiesa ufficiale. Ma, man mano che Pasolini procede nella sua produzione dialettale, passando dalle Poesie a Casarsa a La meglio gioventù e La nuova gioventù, la sua visione si “storicizza” sempre più, il mondo contadino viene rappresentato non più nella sua innocenza e purezza primigenia, ma nel suo dolore, legato alle condizioni di sfruttamento al quale sono sottoposti i lavoratori della terra, specialmente i braccianti, nell’ambito di rapporti di produzione semi-feudali, i quali cominciano a sentire lontano pure Dio, a sentirsi abbandonati. Ma ‒ come dicevamo ‒ il punto culminante è costituito da un romanzo, Il sogno di una cosa, che conclude positivamente ‒ seppur provvisoriamente ‒ il processo di “storicizzazione” a cui vanno incontro il pensiero e l’opera di Pasolini. E’, infatti, un romanzo incentrato sulle lotte, molto dure, dei braccianti friulani per l’applicazione del «lodo De Gasperi», per il miglioramento delle loro condizioni di vita, ma anche per l’affermarsi di una prospettiva rivoluzionaria. Si riverbera sull’opera di Pasolini la sua esperienza politica, in quanto egli si è avvicinato al Partito comunista italiano, divenendo segretario di sezione, nonché militante attivo, anche sulla stampa, nelle polemiche politiche e culturali. In particolare, lo scrittore prende le distanze dallo «zoruttismo», vale a dire da quel movimento politico e culturale, che, strumentalizzando la poesia “ingenua” di Pietro Zorutti (1792-1867) e il suo “pauperismo”, intende accreditare l’immagine di un mondo contadino rassegnato al proprio destino, che, anzi, di esso finisce per essere orgoglioso, a beneficio delle classi dirigenti regionali, legate alla Democrazia cristiana, e nazionali, che predicano l’immobilismo sociale. Siamo in presenza di un Pasolini fortemente influenzato da Gramsci e dalle sue idee rivoluzionarie.

Nel 1949 lo scrittore, che insegna alla scuola media, è costretto a fuggire dal Friuli, «come in un romanzo», perché accusato di presunti rapporti omosessuali con ragazzini. Si trasferisce a Roma e qui si dedica professionalmente alla letteratura e all’arte. I due romanzi romani, Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), vanno letti in chiaroscuro. Pasolini sostituisce al mito dei contadini friulani quello dei giovani delle borgate romane, anch’essi visti come espressione di un’umanità “istintiva” e “primigenia”. Ma questi giovani appaiono privi di valori positivi, espressione di un mondo, quello delle periferie urbane, fondato sulla “predonomia” e sulla violenza, su un certo fatalismo, su una soggezione al destino, che si oppone in termini negativi e di antagonismo resistenziale a quello del centro delle grandi città, in una logica che è, insieme, conservativa ed autodistruttiva. Questo mondo sarà al centro anche di film come Accattone (1961) e Mamma Roma (1962).

Questa produzione letteraria (e cinematografica) incentrata sulle periferie romane suscitò polemiche nell’ambito del Pci e degli ambienti culturali ad esso vicini. In molti misero in discussione che un mondo così configurato esistesse veramente e che, comunque, circondasse e, addirittura, frequentasse le sezioni del partito: un mondo di ladruncoli, di magnaccia, di prostitute, di cui non si vedevano i valori positivi e rivoluzionari. Intervenne nel dibattito Edoardo D’Onofrio, dirigente del partito di vecchia data, il quale, sulla base della sua lunga esperienza politica trascorsa a contatto con le borgate romane, affermò che Pasolini aveva descritto quell’universo umano nel suo farsi, partendo dalla situazione in cui la gente di borgata era abbandonata alla deriva, ai propri istinti primordiali, dopo essere stata massa di manovra del fascismo, durante il ventennio della dittatura mussoliniana, fino all’acquisizione della coscienza di classe, grazie all’azione di radicamento del partito proprio nelle borgate romane, testimoniata dal protagonista di Una vita violenta, Tommaso Puzzilli, il quale, dopo l’esperienza del sanatorio, diventa un personaggio positivo, s’inserisce nella sezione del partito e muore con un gesto eroico, nel tentativo di salvare una prostituta dall’alluvione che sconvolge le aree povere intorno all’Aniene.

I due romanzi romani testimoniano, comunque, che la poetica di Pasolini, così come si era strutturata nella produzione legata all’esperienza friulana, subisce un mutamento fondamentale. Prevale in lui la fase “destruens” del sistema capitalistico, nella versione italiana, la denuncia feroce dei suoi effetti disumananti, mentre la fase “construens” subisce una notevole attenuazione. E’ forte in Pasolini la denuncia del “genocidio” della cultura delle classi subalterne perpetrato dalla borghesia rampante, ma, nel contempo, egli rimane prigioniero della società che pure condanna, non riuscendo a delineare un’alternativa e a crederci veramente. S’indebolisce l’impianto gramsciano della sua poetica e della sua estetica.

Va chiarito un aspetto, di contro alle esaltazioni del Pasolini “cattolico” alle quali stiamo assistendo in questo centenario della nascita. L’usignolo della Chiesa Cattolica (1958) e La religione del mio tempo (1961) sono le prove più eclatanti di come Pasolini coinvolga nella sua condanna del capitalismo la Chiesa cattolica, che ad esso, secondo lo scrittore, fa da supporto, anzi diventa uno dei pilastri portanti del sistema. Con la scomparsa del mondo friulano ch’egli ha conosciuto da ragazzo e da giovane intellettuale, la stessa possibilità di una “religione”, intesa come “purezza” di valori ‒ com’egli ha affermato in un’intervista rilasciata all’etnologo Alfonso Maria di Nola ‒ è venuta meno. E, comunque, Pasolini rivendica una religione “trasgressiva” che esalta il diritto al “peccato”, racchiuso nella stessa immagine di Cristo inchiodato, nella sua nudità “scandalosa”, sulla croce. Il Vangelo secondo Matteo (1964) rivendica ancora tale “religiosità” primigenia, con tratti di paganesimo, contiene la denuncia della Chiesa ufficiale e dei suoi legami col potere, attualizzata con la trasposizione cronologica nel mondo rurale e pastorale dei sassi di Matera, ma Pasolini rimane prigioniero, ancora una volta, di questa denuncia semplicemente etica (si veda il discorso della Montagna), non riuscendo ad intravedere un’uscita, un’alternativa alla società capitalistica, di cui pure traccia in maniera spietata il carattere disumanante.

Tutti i limiti ideologici di Pasolini emergono da Le ceneri di Gramsci (1957), in cui si manifesta il suo rapporto contraddittorio con il grande intellettuale comunista, nonché con il proletariato, ora amato istintivamente ora con razionalità, per la sua carica di bontà primigenia, o, alternativamente, per la sua forza rivoluzionaria, e con la propria classe di appartenenza, la borghesia, alla quale egli rimane legato da un rapporto di amore-odio. La lezione gramsciana viene sostanzialmente “tradita” e rimane inascoltata, nella misura in cui Pasolini non riesce ad intravedere un’alternativa di carattere rivoluzionario alla società capitalistica borghese, pure condannata fino alle estreme conseguenze. Questa condanna senza appello emerge dall’ultimo film di Pasolini, Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), che risale alla fase finale della sua travagliata esistenza, in cui tale società viene denunciata per la sua estrema violenza, che la pone in linea di continuità con il fascismo e il nazismo, con la logica dei campi di sterminio, laddove essa violenta l’uomo nelle sue parti più intime, fisiche e morali. E’ questo il «tecnofascismo», di cui parla Pasolini.

Il Pasolini “luterano” e “corsaro” delle polemiche giornalistiche s’inserisce entro questi orizzonti. Lo scrittore prospetta un processo penale, avente funzione simbolica, per la classe politica italiana, denuncia tutte le trame eversive che rientrano nel sovversivismo insito nello stesso potere, gli scandali, la corruzione dilagante, che diventa intrinseca al sistema, che lo mina dalle fondamenta, ma non sa e non vuole indicare un’alternativa, in quanto lui per primo non ci crede, rimanendo vittima di una visione di stampo decadente, per cui la stessa denuncia finisce per essere posa letteraria. Ed è Pasolini stesso ad avvertire i propri limiti.

Il suo merito indiscusso è stato quello di aver portato fino in fondo la critica della società capitalistica cosiddetta «matura», individuandone tutti i caratteri di autoritarismo e di soppressione della democrazia ch’essa ha assunto. Pasolini ha fatto, dunque, quel che nessun intellettuale del suo tempo ha saputo e voluto fare, in un’Italia in cui buona parte degli uomini di cultura, così come dei cittadini comuni, sono abituati a saltare sul carro del vincitore, secondo la formula pessimistica, ma ben fondata, di Ennio Flaiano.

:: Anatomia del potere. ORGIA, PORCILE, CALDERÓN Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo di Georgios Katsantonis (Metauro Edizioni 2021) a cura di Nicola Vacca

19 gennaio 2022

Si parlerà molto di Pier Paolo Pasolini nel centenario della sua nascita che cade quest’anno. Molte saranno le pubblicazioni che gli saranno dedicate.

Lo scorso anno è uscito un saggio interessante che prende in esame l’attività di Pasolini drammaturgo.

Anatomia del potere. Orgia, Porcile e Calderón. Pasolini drammaturgo vs. Pasolini filosofo è uno scavo monografico intorno al nodo tematico e problematico del potere che prende in esame tre opere importanti dello scrittore friulano.

L’autore è Georgios Katsantonis, studioso di teatro e letteratura. Le tre opere selezionate in questo saggio illustrano un tentativo di lettura del potere nelle varie declinazioni simboliche: l’erotizzazione del fascismo (Orgia), la fine della Polis (Porcile), la trasformazione della società in un universo concentrazionario (Calderón).

Katsantonis mette in evidenza la concezione filosofica e l’impegno politico di Pasolini drammaturgo, la cui intensa attività è stata profetica per il nostro contemporaneo.

Con questi tre scavi monografici l’autore si prefigge lo scopo, usando approfonditi modelli comparatistici, di entrare nella parte speculativa più intima dell’attività filosofica della drammaturgia pasoliniana attraverso l’analisi di tre opere fondamentali che più di tutte rappresentano lo scrittore corsaro.

Orgia, Porcile e Calderón con le loro trame che si intrecciano per raccontare la violenza della storia, la depravazione del potere, la dissoluzione del corpo, la distruzione del tempo.

Anatomia del potere è un saggio che approfondisce il lato fertile e profetico del Pasolini drammaturgo e coglie i punti rilevanti della sua filosofia che va in scena come una profezia con cui noi contemporanei dobbiamo ancora fare i conti.

Katsantonis con questo libro si sofferma su un segmento specifico dell’opera di Pier Paolo Pasolini, la sua passione per la drammaturgia attraverso la quale con incisività pensante e filosofica è riuscito a leggere il quadro apocalittico del nostro tempo.

Georgios Katsantonis è studioso di teatro e letteratura. Si è laureato in Studi Teatrali presso l’Università di Patrasso (Grecia) e ha conseguito il Master in Letteratura, Scrittura e Critica teatrale presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II. Ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Letterature e Filologie Moderne con lode presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Ha tenuto conferenze in molti Atenei e Istituzioni italiane ed internazionali. Nel 2017 ha vinto il premio Nicoletta Quinto della Fondazione Premio Internazionale Galileo Galilei di Pisa, dedicato a giovani studiosi stranieri che si sono distinti nel campo degli Studi sulla cultura italiana. Georgios Katsantonis è anche vincitore della 37° edizione del Premio Pier Paolo Pasolini con la motivazione: “La ricerca presenta un notevole spessore culturale, riesce a far interagire senza forzature le teorie di Deleuze sul masochismo, il pensiero femminista, le riflessioni di Spinoza sul potere; e fa un confronto non scontato e del tutto nuovo con l’opera di Strindberg; e infine offre una traduzione in greco moderno di Orgia, un’operazione di sicuro da apprezzare.”

:: Mi manca il Novecento – Pier Paolo Pasolini – L’ usignolo della Chiesa cattolica – prima edizione Longanesi 1958 a cura di Nicola Vacca

11 giugno 2018

pppCon Pier Paolo Pasolini poeta bisogna ancora fare i conti. Perché tutto quello che accade oggi lui è stato capace di raccontarlo già ieri.
La grande attualità del verso pasoliniano sta proprio in questo: quello che il poeta raccontava anni fa era scomodo, perché domani (il nostro oggi) sarebbe diventato attuale. Questa straordinaria capacità profetica è presente più nell’attività poetica che nella prosa. Se andiamo a leggere una delle raccolte più belle di Pier Paolo Pasolini, L’usignolo della Chiesa cattolica ci rendiamo conto di una fortissima tensione anticonformista che disturbò non poco l’ipocrisia dei benpensanti dell’epoca.
Il libro comprende poesie scritte tra il 1943 e il 1949, ma è stato pubblicato solo nel 1958 da Longanesi dopo una serie di vicissitudini editoriali.
In queste poesie, profondamente interiori, Pasolini manifesta una religiosità problematica in cui, invocando la parola pura, esterna senza finzioni il dissidio individuale e interiore che lo travaglia. Inoltre, qui, mostra tutto   il disincanto per una società ingessata dalle convenzioni e dalla falsità.
Pasolini concepisce questa sua opera anche come un «libretto di meditazioni religiose».
Dall’officina febbrile della sua originale ricerca religiosa nasce anche l’interrogazione del silenzio di Dio, che si trasformerà subito in grande poesia.
L’uomo Pasolini prega «l’immoto Dio», scandalosamente chiede grande amore per il cuore del mondo, invoca l’uomo schiacciato tra la tensione celeste e la condizione umana, e da figlio cieco e innamorato del mondo chiede alla storia, forza razionale e divina, una scossa di cuore.
In questo dissidio tra «carne e cielo», Pasolini resta affascinato dalla figura di Cristo

«Sereno poeta / fratello ferito».

Il Crocifisso è la metafora dell’uomo vero e anche del poeta.
Nella poesia «La crocifissione» Pasolini raggiunge vette di grande lirismo e partecipa , con la sua solita intelligenza, al mistero del dolore ricercando nel sacrificio di Cristo la pietra dello scandalo che ci fa sentire umani:

«Bisogna esporsi (questo insegna/il povero Cristo inchiodato?) / la chiarezza del cuore è degna / di ogni scherno, di ogni peccato/di ogni più nuda passione…/ Noi staremo offerti sulla croce, alla gogna, tra le pupille/limpide di gioia feroce/scoprendo all’ironia le stille /del sangue dal petto ai ginocchi, miti, ridicoli, tremando/d’intelletto e passione nel gioco/del cuore arso dal tuo fuoco/per testimoniare lo scandalo».

Oltre tutti i luoghi comuni si deve riconoscere oggi a Pier Paolo Pasolini poeta una grandezza unica.
La sua poesia è stata in grado di esprimere una delle ultime rappresentazioni tragiche del nostro tempo, di cui egli è stato grande interprete, riuscendo anche ad anticipare ampi stralci del suo futuro, che oggi stiamo vivendo come nostro presente.
In questi giorni drammatici, in cui la Storia è un atlante aperto al dolore, avremmo davvero bisogno di un poeta coraggioso come Pasolini, che non ha avuto paura di testimoniare il disagio di fronte all’omologazione culturale che in quei tempi stava organizzando l’attacco finale ai nostri giorni. Fenomeno che oggi ha aggredito l’intelligenza e larghi strati del pensiero occidentale. Se Pasolini è la coscienza critica con cui possiamo leggere le inquietudini del nostro tempo, viene da chiedersi dove si nasconde il nemico?

:: Pier Paolo Pasolini

6 novembre 2015

pasolini-10Sono passati quarant’anni. La notte tra il 1º e il 2 novembre 1975 Pier Paolo Pasolini trovò la morte sulla spiaggia dell’Idroscalo di Ostia. Ci sono state commemorazioni ufficiali e più personali, di gente comune, ma anche di scrittori, registi, critici. In Italia c’è il diritto di parola, per cui più o meno tutti hanno il diritto di pensare e dire cosa vogliono anche con toni violenti, accesi, forse sgradevoli. I comportamenti privati di Pasolini, per quanto alcuni oggettivamente discutibili, (sembra che tutti li conoscano nei minimi dettagli), non erano così rari e probabilmente non lo sono manco oggi. Pasolini sebbene fu anche vittima di calunnie, delle quali soffriva, era una persona trasparente, forse meno ipocrita di molti altri e ricordiamoci sempre il periodo storico in cui visse. C’era il delitto d’onore (le disposizioni sul delitto d’onore sono state abrogate in tempi recenti con la legge n. 442 del 5 settembre 1981), l’omosessualità era un reato, si finiva in carcere (l’Italia ha abolito il reato di omosessualità nel 1980). Pasolini non fu molto amato in vita e anche da morto crea ancora divisioni e polemiche. Per molti è fonte di imbarazzo, polvere che si vorrebbe nascondere sotto il tappeto, per altri un degenerato che pure come artista non era granché. Fu espulso dal partito comunista, subì processi, rischiò il linciaggio in varie occasioni. Non cercava il consenso, l’omologazione, passare inosservato. Non assumeva diciamo un basso profilo, un po’ forse per il talento che in lui strabordava esplosivo in un po’ tutti i campi e il dono della parola. Era un talento eclettico, molto rinascimentale. Il suo cinema era visione, la telecamera si spostava in maniera amatoriale (termine che non credo avrebbe disprezzato) per poi soffermarsi in primi piani catartici, seguendo una sua idea di cinema, molto più vicina a una decriptazione onirica della realtà. Pasolini mi ha sempre spaventato, o forse l’ho sepolto anche io nell’indifferenza. Ho letto poco di cosa ha scritto, ho visto pochi suoi film. Forse troppo presto ho letto Ragazzi di vita, non avevo ancora gli strumenti critici per affrontare un testo del genere. Sono un pessimo avvocato difensore, se mai ne avesse bisogno. Per questo ho preferito non intervenire in questi giorni. E già vedo che le acque si stanno calmando, già nessuno ne parla più, la soglia di attenzione nell’epoca dei social network è molto labile. E questo è il momento migliore per riflettere, a mente lucida. Fra dieci anni ci sarà un nuovo anniversario, e questa volta ci arriverò molto più preparata, consapevole, avrò modo di farmi una mia idea non inquinata da pregiudizi, o falsa coscienza. Credo fosse un uomo generoso, quando penso a lui lo vedo sempre in compagnia di Totò, mi sarebbe piaciuto conoscerlo. Dall’idea che mi sono fatta di lui, su cosa è successo in questi giorni credo avrebbe commentato così: Credo che questi siano problemi che interessino ai viventi. A coloro che attendono di morire. Io, come tutti sanno, non sono fra questi.