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:: FRANCO FERRAROTTI: “VOCI DALLA CLAUSURA” E “L’AMICA BISBETICA”, GATTOMERLINO, ROMA, 2020 E 2021 a cura di Antonio Catalfamo

23 giugno 2022

Franco Ferrarotti, giunto al culmine degli anni, sta realizzando il “Somnium Scipionis”, contenuto in un frammento del “De re publica” di Cicerone, in cui «il vecchio Scipione compare in sogno al nipote Emiliano e gli dice che l’ideale sarebbe di riuscire a unire il “bios theoretikos”, la vita teoretica contemplativa dei greci, con il pragmatismo dei romani e poi Emiliano, “somno solutus”, sciolto dal sonno, si sveglia» (“Dialogo sulla poesia”, con un’antologia poetica, a cura di Piera Mattei, gattomerlino, Roma, 2018, p. 32).

Il grande sociologo, infatti, da un lato, deve adeguarsi alle esigenze pratiche, come muoversi ed alzarsi, dalla sedia o dal letto, con circospezione, prendere tutta una serie di precauzioni, imposte dall’età, per «raccordare» il suo organismo con la «volontà di movimento» ed evitare brutte cadute, e, dall’altro lato, ha la possibilità di «richiamare» «tutto il mondo teoretico, le idee, raccordarle con calma, con tranquillità» (ibidem).

E allora sgorga la poesia, che si configura, leopardianamente, come «ultrofilosofia», concrescenza di sentimento naturale e ragione, nella quale, però, «la natura abbia la maggior parte». Un’«ultrafilosofia», che «conoscendo l’intiero e l’intimo delle cose, ci ravvicina alla natura». Così leggiamo in un pensiero dello “Zibaldone” datato 7 giugno 1820. Un’ «ultrafilosofia» che, essa sola, può garantire una «rigenerazione».

La poesia si presenta come l’attività umana per eccellenza, che precede e racchiude, sovrasta, tutte le altre, intellettuali e pratiche. Tant’è che i primi legislatori, i primi filosofi, sono stati innanzitutto «poeti». Scrive, a tal proposito, Ferrarotti: «Le antiche costituzioni, quella di Licurgo per Sparta, erano testi poetici, ma anche Parmenide, Zenone, gli antichi testi filosofici erano poemi» (“Dialogo sulla poesia”, cit., p. 45). La poesia è la forma più autentica di conoscenza, perché compie il “miracolo” di attribuire ad «un’esperienza circoscritta, minuta, empirica, anche, se si vuole, miserabile, attraverso la metafora […] un significato universale» (ivi, p. 12).

Si sviluppano all’insegna del «somniun Scipionis», della saldatura tra teoresi e prassi, e dell’«ultrafilosofia», come concrescenza di sentimento naturale e ragione, le due ultime raccolte poetiche di Franco Ferrarotti, pubblicate, rispettivamente nel 2020 e nel 2021, dall’editore gattomerlino: “Voci dalla clausura”; “L’amica bisbetica”. Tutta la propria vita scorre davanti al poeta e impone una riflessione pacata. E’ la sua vita individuale, ma anche quella di tutto un mondo, il «mondo della penuria», vale a dire il mondo contadino, con la sua ricchezza umana, i suoi valori, che sono stati distrutti dalla società industrializzata e, poi, informatizzata, la società digitale iperconnessa dei giorni nostri, che annulla sia la dimensione collettiva, sia quella individuale, e sostituisce alla vita reale quella virtuale, predeterminata nei suoi contenuti da chi detiene il potere, nascondendosi dietro l’anonimato di Internet, e incidendo in maniera subdola sulle coscienze, trasformando le idee in cibi precotti, già preparati dai padroni del mondo, che impediscono la libertà dell’autodeterminazione, nel campo delle idee e dei comportamenti, in capo ai popoli e ai singoli individui.

La poesia di Ferrarotti si fa essenziale, verticale, e i versi spesso coincidono con singole parole, rappresentando un filo sottile della coscienza, che, però, non si spezza, permane con tutta la sua robustezza e con la sua capacità riflessiva autonoma. Così Ferrarotti descrive il mondo contadino della sua infanzia nella poesia d’apertura del volumetto “Voci della clausura”, come se di esso gli giungesse un’eco lontana in un mondo in cui, per converso, è sparita ogni presenza umana reale ed autonoma, per l’appunto: « Dall’esilio autoimposto / dal silenzio / dalla clausura in cui si mescolano notte e giorno / voci mi giungono interrotte / da lontani silenzi / cinguettii di rondini sfreccianti / il mondo che non ha ritorno / il mondo della lanterna / nitrivano i cavalli fra le stoppie / frinivano le cicale / nell’erba alta / anatre e oche nell’aia starnazzavano // muggivano le mucche / sparse nel prato / ferme / monumenti contemplanti / voci umane / voci animali / rompevano il silenzio / discreta musica / deserti mattini / sono tornati i pesci nel Canal Grande / anatroccoli nella “barcaccia” del Bernini. /Abbiamo perso ingombrante / la presenza umana / nell’Universo» (ivi, pp. 9-10).

La società attuale si è ridotta ad una «rete di ricatti reciproci, disordinato insorgere di rancori e sfiducia. E’ in crisi il rapporto interindividuale» (“Le ragioni della poesia nella società irretita”, gattomerlino, Roma, 2019, p. 20). Sono venuti meno i valori, gli ideali, che appartengono al passato, e , perciò, Ferrarotti lo rievoca con evidente nostalgia. La sua non è una visione conservatrice, “antiquariale”. Lo stesso Leopardi ha esaltato le civiltà antiche, in quanto quelle che si sogliono chiamare spregiativamente «illusioni» hanno spinto, per l’appunto, gli antichi a grandi gesta, ad abbracciare grandi passioni, e a fare grande poesia, che ora si è smarrita, nei tempi «moderni», dominati dal materialismo assoluto, dal razionalismo deteriore, che assume i connotati dell’interesse gretto, dell’egoismo più sfrenato.

Per queste ragioni, il richiamo al passato, come è stato messo in risalto proprio con riferimento a Leopardi dalla critica più avveduta, non necessariamente deve avere funzione conservatrice o, addirittura, reazionaria. Un ulteriore aspetto dell’«ultrafilosofia» consiste, infatti, nel continuo alternarsi di illusioni e ragione: la seconda distrugge le prime, che rinascono in forma nuova, vengono distrutte per l’ennesima volta, ma risorgono in forme sempre rinnovate, anche grazie all’immaginazione, che consente di andare oltre i sensi, al di là della vista, verso l’«infinito».

Lo sciogliersi nella natura, nel cosmo, alla ricerca dell’«infinito», caratterizza anche i versi di Franco Ferrarotti. L’«immaginazione» s’intreccia con la «memoria», assume una funzione moltiplicativa della realtà. La consapevolezza del «nulla» determina in lui la stessa reazione orgogliosa che troviamo nell’ultimo Leopardi, l’esaltazione dell’«io», la riacquisizione di tutte le sue energie e pulsioni vitali, a partire dall’amore. In Ferrarotti è fortemente presente la dimensione «erotica», della quale egli, nonostante l’età avanzata, non si vergogna affatto, perché rappresenta una componente fondamentale della vita. Scrive, infatti, l’illustre accademico nella sua confessione preliminare a “L’amica bisbetica”: «Credo di aver perso la fede verso i dieci anni, quando dovevo confessare gli “atti impuri”, vale a dire le numerose trasgressioni del sesto comandamento, per lo più dovute ad un sano istinto di auto-esplorazione. Mi pareva difficile e comunque incongruo considerare “impuri” gli atti da cui nasce la vita» (ivi, p. 9). L’ eros finisce per identificarsi con la vita e con la poesia, è anch’esso «la più grande forma conoscitiva» (“Dialogo sulla poesia”, cit., pp. 19-20). Ma va inteso nella sua vera essenza, superando la scissione artificiale e artificiosa tra corpo e spirito che è stata introdotta da Platone ed è presente nella religione cattolica, con il conseguente sentimento di «colpa», di «peccato della carne».

Non era così nei grandi poeti latini, come Catullo. Scrive Ferrarotti: «In Catullo […] non c’è questo eros dimidiato, e non esiste il senso di colpa, non c’è il “super ego” in termini freudiani… E quindi cosa c’è? C’è un’unità straordinaria, magnifica da capire non solo con l’intelletto, la ragione, ma col basso ventre. E qui c’è la grande forza della poesia: la poesia è una voce, ma è una voce in cui si avverte la grana della voce. E’ tutto un insieme, la carne e il sangue, senza la scissione operata da Platone» (ivi, p. 21). Come in Leopardi, anche in Ferrarotti c’è un rapporto inscindibile tra poetica e poesia, tra le sue teorie sull’uomo e la società ed i suoi versi, la visione del mondo che da essi emerge. Nella poesia di Ferrarotti troviamo questa forza dell’eros inteso classicamente come soffio «vitale»: «La forza dell’eros in senso classico è questa fondamentale unione, l’essere umano come carne e come spirito, spirito che spira, “anemos” proprio come soffio. E nello stesso tempo, proprio congenitamente legato a questo soffio, c’è l’impeto vitale da cui nasce la vita» (ivi, p. 22).

L’eros è, dunque, vita e dura finché essa dura. Leggiamo nei versi di Ferrarotti: «Ti sogno / mi vergogno / agogno / Ti sogno a gambe aperte / fiore corolla estuario / sudario / santuario / porto finale di passioni inconsumate / appassite / passate / inizio e fine / nostalgia di certe passeggiate / nella muta solitudine / dell’innocenza perduta» (“Sogno a mezzanotte”, in “Voci dalla clausura”, cit., p. 24). E ancora: «Capezzolo monello. girasole / della mia povera vita errabonda / Tu sei insieme perno, luna e sole / e sai di quante lacrime essa gronda. // Irrorami lo sterno, amore mio / i tuoi succhi vitali sono ambrosia / cade la notte, preda dell’oblio / vago nell’ombra di me stesso sosia. // Ma torneranno i giorni in cui le dita / saluteranno il sorgere dell’alba / diafani segni nel ciel della vita / oltre il grigiore dell’ignavia scialba» (“Notturna ambrosia”, ivi, p. 26). E a proposito della «sacra unione» tra spirito e corpo, che eleva al cielo: «Vorrei in te intuarmi, cavallina, / quale che sia il tempo che m’aspetta / baciarti la falcata ogni mattina / come conviene a chi d’amor rifletta. // Ma so che già lontan di buona lena / trottando vai per lidi a me preclusi / gemetti un giorno sul futon, serena / ilare l’aria intorno a noi refusi // nella carnal gaudiosa combustione / avvinti nell’afrore del piacere / per consumarci nella sacra unione / che al ciel innalza un inno di preghiere» (“Anima e carne”, in “L’amica bisbetica”, cit., p. 21). E, ancora, sulla scia di Catullo: «Il sentierino che dalla vagina / va ai dolci anfratti ove sostare è bello / amatissima strada clandestina / percorsa spesso da un estro monello. // Ed eccoci invasi dall’orgasmo / uniti in quel di sfavillante / a chiasmo radicati nella carne / una indivisa / palpitante / verrà il gran giorno. // Donami i tuoi occhi / per un istante solo di paradiso / i tuoi seni / l’anche flessuose / il viso / oltre la vanità di sogni sciocchi» (“Amate strade”, ivi, p. 10).

Come nell’ultimo Leopardi, amore e morte si intrecciano nelle poesie mature di Ferrarotti. La morte non è qualcosa di scisso dalla vita, ne rappresenta la continuità naturale, da accettare senza fratture traumatiche: « “Mors tua vita mea” / verrà verrà / ma non si sa / né come né quando / verrà forse danzando / o balbettando o “lento pede” / quando nessuno se l’aspetta / e neppur la vede / circospetta / l’uomo strabuzza gli occhi / ed è già spento / oh, morte ballerina / quando mi prenderai? / Di sera o di mattina? Mi liberi dall’onda / di una lunga vita / sia pure a notte fonda / sei l’ospite squisita» (“L’ospite squisita”, ivi, p. 25).

Ferrarotti va incontro alla morte con serenità, scherza con essa, gioca, come emerge dalla funzione ironica che in questi ultimi versi egli assegna alla rima, la considera «squisita ospite», come «amica bisbetica»: «Aspetto la morte / come un’amica bisbetica / verrà, non verrà? / Nessuno lo sa. / Ma so che all’appuntamento / sia sole o pioggia o tiri vento / non mancherà» (“L’amica bisbetica”, in “Voci dalla clausura”, cit., p. 20).

Franco Ferrarotti, come i grandi poeti, come Leopardi nell’interpretazione del De Sanctis, parlandoci della morte ci fa amare la vita.

Franco Ferrarotti, nato a Palazzolo Vercellese, è personalità originale, poliedrica e versatile: è stato consulente industriale, diplomatico, deputato, professore universitario, ma soprattutto è il creatore della sociologia in Italia. A Roma, nel 1960, vinse la prima cattedra di quella materia messa a concorso in Italia.
Poliglotta e studioso di apertura internazionale ha collaborato e collabora con le maggiori università e con importanti riviste scientifiche statunitensi, oltre che europee.
Molti dei suoi libri sono tradotti in francese, inglese, spagnolo, russo, giapponese e in altre lingue.
Si è interessato dei problemi del mondo del lavoro e della società industriale e postindustriale, dei temi del potere e della sua gestione, della marginalità urbana e sociale, delle credenze religiose, delle migrazioni.
È stato insignito dei maggiori riconoscimenti, nazionali e internazionali. Dal 1967 dirige la rivista La Critica Sociologica.

:: Franco Ferrarotti, A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria, Solfanelli, Chieti, 2021, a cura di Antonio Catalfamo

9 novembre 2021
A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria

Franco Ferrarotti è oggi il più lucido analista della società capitalistica contemporanea, sia nazionale che internazionale. Ha rifondato, nell’immediato secondo dopoguerra, la Sociologia nel nostro Paese, dopo che il fascismo l’aveva ridotta a poco più di niente: se non esistono più i problemi sociali, perché il regime li ha risolti tutti, non ha ragion d’essere la disciplina che si propone di analizzarli. Ha rivalutato la dimensione del dubbio socratico, come componente fondamentale di ogni campo del sapere, superando il dualismo platonico tra «epistéme» e «doxa» (L’accademia e l’agorà. Dal dualismo platonico alla conoscenza partecipata, Armando editore, Roma, 2021), vale a dire tra conoscenza «vera» (o presunta tale), scientifica, fondata su certezze assolute, su principi matematici eternamente validi, che prescindono dalla verifica empirica, dall’«empiria volgare», e, pertanto, elitaria, appannaggio esclusivo di una ristretta cerchia di «filosofi», e conoscenza comune, che attinge a piene mani alla mutevolezza del reale, pretende di entrare nelle pieghe del vissuto, individuale e collettivo, per pervenire a verità relative, che alimentano il dubbio e possono essere messe continuamente in discussione. Da questo punto di vista, non solo la Sociologia, ma tutte le scienze possono essere definite «inferme» (La sociologia. Inferma scienza vera scienza, Solfanelli, Chieti, 2020), richiamando la definizione limitativa e delegittimante utilizzata da Benedetto Croce per la scienza sociologica, quasi fosse una sorta di «non scienza» o di «scienza zoppa», ma questa «imperfezione» costituisce il loro punto di forza, non la loro debolezza. La ricerca scientifica (e, con essa, la ricerca sociologica) può essere, dunque, rappresentata, secondo l’immagine suggestiva utilizzata dallo stesso Ferrarotti, come un viaggio «senza certezze prestabilite, senza prenotazioni sicure, con tutto il carico di ansia e di angoscia che pesa sugli uomini di oggi» (L’accademia e l’agorà. Dal dualismo platonico alla conoscenza partecipata, p. 18).

Va, allora, recuperata, non solo nella ricerca sociologica (e scientifica in generale), ma anche in quella quotidiana dell’uomo comune, la dimensione del procedere lento, che richiama quella che dominava il mondo contadino d’una volta, fermandosi ad ogni passo per riflettere sulle circostanze che circondano l’analista “professionale” e l’uomo della strada, sulle “asperità del terreno”, al fine di trovare una soluzione provvisoria, adatta alla situazione, da rivedere allorquando il contesto cambia, senza, però, vivere alla giornata, dimenticando di darsi un obiettivo di fondo, finale. Ferrarotti ricorda come esempio di questa andatura lenta e accorta il padre: «Ora che è morto da oltre mezzo secolo, solo ora comincio a capire qualche cosa di mio padre. Uomo difficile, carattere ombroso, forse tipicamente piemontese, di poche parole, lento e misurato nei gesti e nell’andatura, con una camminata tipica degli uomini di campagna, che sanno badare alle irregolarità del terreno e quindi guardano dove mettono i piedi» (A passo d’uomo e di cavallo. Ricordi e riflessioni sul mondo della penuria, Solfanelli, Chieti, 2021, p. 31).

Ferrarotti rivaluta il mondo contadino, che è stato distrutto dal cosiddetto «sviluppo» capitalistico, anche con la complicità di tanta parte della sinistra italiana, che ha considerato questo «sviluppo», nel complesso, come un elemento di «progresso» ed emancipazione delle masse, non tenendo conto, o forse accettando consapevolmente, che in realtà si sarebbe realizzato, come difatti si è realizzato, un processo di «omologazione» delle classi subalterne alla cultura e ai modi di pensare e di agire delle classi dominanti, provocando il «genocidio» delle prime e della loro civiltà ultramillenaria. Tutta la filosofia gramsciana, la «filosofia della prassi», volta al conseguimento dell’egemonia, non solo economica, politica, ma anche culturale, dei ceti popolari, è stata abbandonata.

Ferrarotti dedica pagine molto suggestive, contrassegnate da una forte carica umana e letteraria, al mondo contadino, al «mondo della penuria», in cui mancavano tante cose: il riscaldamento a metano o il teleriscaldamento, l’acqua corrente, la luce elettrica in casa. Si sopperiva alla mancanza del primo accendendo il fuoco nel camino, oppure riunendosi nella stalla, «con il caldo animale che arrivava al cuore, e la paglia odorosa dove un infante poteva tranquillamente assopirsi e le antiche storie raccontate a voce bassa dai vecchi nonni e bisnonni, fra un nitrito e l’altro dei cavalli e il quieto fiatare delle mucche, accendevano la fantasia» (ivi, p. 36). Alla mancanza della seconda (l’acqua corrente) si rimediava con pozzi, cisterne di raccolta dell’acqua piovana, laghetti artificiali, che, oltre alle pulizie corporali, consentivano di trarre sabbia e ghiaia per l’edilizia. Per l’illuminazione bastava un lume a petrolio.

Ma queste mancanze erano adeguatamente compensate dalla “sostanza umana” di quel mondo, in cui l’uomo era al centro di un sistema di relazioni tra componente umana, vegetale, animale, contrapposto alla logica della «separatezza», della «prigione mentale», che domina, per converso, la società industrializzata e che ha portato, secondo Carlo Levi, alle prigioni vere, ai lager nazisti. Scrive Ferrarotti: «C’era tutto il resto: l’aria, i campi, l’acqua, gli alberi, le nuvole: in una parola, la natura. C’erano le voci umane e animali: il nitrire dei cavalli; il muggire delle mucche, ruminanti nel prato, ferme come monumenti; il frinire, giorno e notte, di cicale, che non riuscivo a vedere; lo starnazzare di oche e anatre giù, nel cortile. Le voci umane non erano ancora state vinte, soverchiate dai rombi delle macchine. L’aria, al mattino, era frizzante. Non era ancora stata inquinata dal fiato velenoso dei tubi di scappamento. […] Nell’agricoltura pre-meccanica di quando sono nato, all’incirca cento anni fa, non c’era bisogno di predicare il ritorno alla natura. Si viveva immersi nella natura. Si sentiva crescere l’erba, un millesimo di millimetro al giorno. […] Tempo, terra, vita, natura: tutto appariva legato e interdipendente. Non c’era bisogno di raffinate discussioni di ecologia o di invocare un ritorno alla terra. Si era nella terra, il terriccio si annidava fra le dita del piede; il fango primordiale segnava la quotidianità» (ivi, pp. 36-38).

A questo mondo caratterizzato dalla centralità dell’uomo e dalle relazioni tra uomini, vegetali, animali, si è sostituita oggi la «società digitale iperconnessa». Con l’avvento di Internet, dei social-networks, di Youbube, di Facebook, non solo si è affievolito al massimo il rapporto interpersonale, presupposto di ogni società, ma la stessa individualità si è sbriciolata come un biscotto, giungendo ad una contraddizione terminologica, se è vero, com’è vero, che «individuo» deriva dal latino «in-dividuum», e dovrebbe rappresentare, dunque, l’unità umana minima non ulteriormente divisibile. Con il prevalere della «civiltà dell’audiovisivo», il singolo è bombardato da milioni di messaggi, di immagini, che colpiscono direttamente la parte emotiva del cervello, saltando il filtro della ragione. Si muove in preda ad una sorta di sonnambulismo «a-razionale» per dare attuazione a quei messaggi, dietro i quali sta il potere effettivo, con i suoi obiettivi, i suoi progetti di massimizzazione del profitto, di riduzione degli spazi di democrazia e di partecipazione, di annullamento della personalità umana. La società finisce per essere «un insieme di simulacri», popolata da esseri «travolti da un torrente di stimoli e di informazioni deformanti, incapaci di farsi una propria, personale tavola di priorità, in grado di comunicare tutto a tutti su scala planetaria senza aver più nulla da comunicare – nulla di significativo, personale, proveniente dall’interiorità» (ivi, p. 39).

La situazione si è ulteriormente aggravata a causa della pandemia causata dal Covid- 19, che ha imposto il telelavoro, lo «smart working», le lezioni scolastiche da remoto, la comunicazione tra individui per via esclusivamente elettronica, senza potersi guardare negli occhi, toccare, abbracciare. Siamo giunti alla «socialità fredda» (L’accademia e l’agorà, p. 10). Ma si può parlare davvero di società? Ferrarotti ne dubita fortemente: «Nel suo senso immediato, elementare, società vuol dire “insiemità”. […] Una volta questa “insiemità” era tenuta in piedi dalla rivelazione biblica; poi dall’autoconsapevolezza dell’imperativo categorico kantiano; quindi, dai valori democratici, condivisi e convissuti; oggi, dalle notizie, dalle comunicazioni elettronicamente assistite, in tempo reale, a portata planetaria. Ma la comunicazione elettronica è comunicazione “a”, cioè a tutti e a nessuno. Non è più comunicazione “con”. Si è persa la radice di comunicazione, unione, comunione. La società digitale è una società a-sociale, la “folla solitaria” di David Riesman e il suo “uomo etero-diretto”; l’uomo unidimensionale di Herbert Marcuse. Celebra e conferma la solitudine tecnologica. L’accesso è garantito a tutti, ma è un accesso strettamente auto-referenziale: “vox clamantis in deserto”. Non è più la triplice “alienazione” dell’anima marxiana (vendita della forza-lavoro, Entäusserung, Verdingung) e neppure quella alienazione da tecnologia, indipendentemente dall’assetto proprietario, che teorizzavo negli anni Sessanta del secolo scorso, sulla base delle mie ricerche nella fabbrica “Slavia” di Mosca e nella FIAT di Torino.

Siamo passati dall’egolatria, dall’ “uomo singolare” del Quattrocento a Firenze e dalla pseudo-onnipotenza dell’ego cartesiano agli “hollow men”, o uomini vuoti nella “wasteland”, nella terra guasta, previsti con precisione impressionante dal poeta» (L’accademia e l’agora, pp. 10-11).

Nella «società digitale» assistiamo, dunque, ad una forma di «alienazione» più grave ed invasiva di quella prodotta dalla società capitalistica industrializzata di tipo ottocentesco e novecentesco: non solo «espropriazione del lavoro», ma anche «espropriazione dell’anima» individuale. I più colpiti dagli effetti nefasti della pandemia e del «lockdown» sono i giovani, perché l’identità non è un dato, è il risultato di un processo di formazione, che matura attraverso il contatto con gli altri. Questo processo e questo contatto sono stati interrotti bruscamente. Già essi erano menomati nella loro formazione libera dalla società informatizzata, da Internet, perché dotati di scarso senso critico e quindi esposti maggiormente al plagio realizzato, come abbiamo detto, attraverso milioni di messaggi che vanno a colpire direttamente la sfera emotiva. Così sono stati trasformati, richiamando il titolo di un altro saggio di Ferrarotti, in Un popolo di frenetici informatissimi idioti (Solfanelli, Chieti, 2012), che sanno tutto e non capiscono niente.

E, allora, andare avanti non sempre è un bene, perché si rischia di realizzare uno «sviluppo» economico (anche qui bisognerebbe chiarire i termini di questo «sviluppo», se è vero, come sottolinea Ferrarotti, che in Italia il 10% delle famiglie detiene il 70% della ricchezza nazionale, per cui la società capitalistica «avanzata» realizza una «bipolarità tendenziale»: da un lato, una ristretta minoranza di ricchi; dall’altro, una massa sempre crescente di poveri) senza «progresso», senza arricchimento in termini di valori umani. Conseguentemente bisogna guardare indietro per andare avanti, come lo specchietto retrovisore della macchina. La «tradizione» non è «tradizionalista», se ben intesa può essere «rivoluzionaria», in quanto alcuni suoi semi possono essere rimasti inesplosi e, quindi, realizzare i loro effetti benefici, in termini sociali e politici, nel presente e nel futuro. Gramsci ci ha insegnato che il passato è fonte di ogni rivelazione e di ogni rivoluzione.

E’ necessario riappropriarsi dei valori fondamentali, della “sostanza umana” del vecchio mondo contadino, della «società della penuria», recuperare la dimensione della lentezza, della misura, della ponderazione, che consente la riflessione, il vaglio delle circostanze di fatto che ci si presentano davanti, la scelta tra varie strade da percorrere, che implica sempre un sacrificio, nella consapevolezza che, per converso, ciò che costa poco non vale nulla, la individuazione di obiettivi precisi e seri da perseguire prendendoci il tempo ch’essi richiedono per essere raggiunti, senza la fretta che domina la società capitalistica attuale, la frenesia priva di qualsiasi scopo finale. Ciò non significa negare lo sviluppo tecnologico, in nome di un rinnovato «luddismo», ma considerare la tecnologia come un bene strumentale, non finale. Questi debbono essere i valori portanti del «nuovo umanesimo» che Franco Ferrarotti propone, riassumendoli in una tavola sinottica. Egli scrive, conclusivamente: «Io credo che siano ancora massimamente utili, soprattutto per i giovani coraggiosi, con poco o niente da perdere, con grande passione di vivere, le tre regole auree dei nostri antichi padri della classicità greco-romana:

  1. “Medén agan”; in latino: “ne quid nimis”. Nulla in eccesso. Senso della misura. Controllo degli appetiti. Agilità.
  2. “Festina lente”: “Affrèttati lentamente”. Rapidità, sì; ma non a spese della profondità. Fretta, anche, ma non superficialità. Velocità, ma non approssimazione.
  3. “Age quod agis”: “Fa’ quello che fai”. Concentrazione. Far tacere il chiasso interiore. Da dove nasce? Dalla maledetta sbornia elettronica, la nuova tossicodipendenza, la dipendenza da Internet, l’inaridirsi della vita interiore. In altre parole nasce dall’eccesso di informazioni, stimoli, emozioni. Silenzio e concentrazione perseverante. Fedeltà a se stessi, alla vocazione profonda, al progetto di vita, al costo della scelta. Scelta, e quindi rinuncia a tutto il resto. La cultura come progetto di vita» (Dalla società irretita al nuovo umanesimo, pp. 137-138).

Anche Gramsci parla di un «nuovo umanesimo», che significa riacquisizione di centralità da parte dell’uomo (e dei suoi valori), che, analizzando la realtà storica, valutando le proprie energie e capacità, si impegna attivamente nel cambiamento della società.

Del «nuovo umanesimo» del ventunesimo secolo deve far parte, infine, il diritto di ogni uomo, riconosciuto in concreto, non solo nei trattati internazionali e nelle normative nazionali, ad una vita dignitosa, per il fatto stesso di essere venuto al mondo, qualunque sia la razza alla quale appartiene e il colore della sua pelle. La pandemia ha colpito in maniera indiscriminata tutti gli uomini e tutte le donne, da un continente all’altro, dimostrando che interdipendiamo e che nessuno si salva da solo.