:: Un’intervista con Emiliano Reali a cura di Giulietta Iannone

28 giugno 2020 by

il-seme-della-speranzaBuongiorno Emiliano, benvenuto su Liberi di scrivere e grazie di aver accettato questa intervista. Scrittore, blogger, giornalista. Parlaci di te, che studi hai fatto, che ricordi hai della tua infanzia?

Ero un bambino sensibile e insicuro, alle elementari avevo creato un mondo di giochi con la mia amichetta Francesca, ci isolavamo per difenderci dalla brutalità. Poi con le scuole medie ci siamo separati ed è iniziato il bullismo vero e proprio, anni bui che vorrei non aver vissuto. Al liceo scientifico, scelto solo perché c’era mio fratello che speravo mi difendesse, la situazione peggiorò ulteriormente. Sorrido al pensiero di quello che diceva mio padre quando non volevo andare a scuola, “Da grande ti mancherà il periodo della scuola”. A me quegli anni non mancano assolutamente, piuttosto ringrazio che non ritornino. L’università fece in modo che finalmente allontanassi dalla parola istruzione la sensazione di acuta sofferenza che fino a quel momento aveva accompagnato il mio percorso di studi. Mi sono laureato in filosofia discutendo una tesi in storia delle religioni, precisamente sui riti terapeutici degli indiani Navajo, e alcuni degli amici trovati a Villa Mirafiori mi accompagnano ancora oggi.

Come ti sei avvicinato alla scrittura e come è nato il tuo amore per i libri?

Scrivevo per respirare, riempivo diari dove sfogavo le emozioni che non era possibile tenere a bada. Mai avrei pensato però di vivere con le parole, giocavo a pallavolo sperando di divenire un atleta professionista, amavo gli animali al punto da voler fare il veterinario. Poi però l’insicurezza mi frenò e decisi per una facoltà che avrei potuto frequentare a Roma. Trasferirmi a Perugia da solo, dove c’era veterinaria, mi terrorizzava. Mi iscrissi quindi a filosofia. Una volta laureato una mia amica mi fece leggere un racconto col quale partecipava ad un concorso, ne scrissi uno e vinci. Una scintilla si accese e di lì a poco diventò un incendio. Il fuoco delle parole mi brucia dentro, forse mi consumerà, ma non c’è modo di spegnerlo.
Discorso ben diverso riguarda la lettura. Fino al conseguimento della laurea non riuscivo a ritagliare del tempo per letture extra. Anche dopo la stesura del famoso racconto che cambiò la mia vita continuavo a non leggere. La mia migliore amica mi spinse ad aprirmi alla lettura dicendomi che ne avrei guadagnato sia come scrittore che come persona. Seguii il consiglio e mi dolsi per tutto il tempo perso. Oggi non potrei vivere senza leggere!

Sei un autore di romanzi e libri per ragazzi, che tipo di responsabilità implica scrivere per questi giovani lettori? Tu come ti regoli? Hai fatto studi specifici sull’età evolutiva?

E’ una cosa fantastica sapere che i ragazzi leggono i miei libri, è come giustamente dici anche una bella responsabilità, ma io lascio parlare il ragazzino in me e in questo modo spero di non sbagliare. La mia storia, il mio vissuto, mi hanno permesso di sviluppare una sensibilità particolare che fa sì che riesca a non dimenticare gli ultimi o quelli in difficoltà. La vita è stato il mio campo di studio, ne porto i segni e brandisco le consapevolezze conquistate. Scrivo per i ragazzi e imparo da loro, dalla loro schiettezza e dall’autenticità che li contraddistingue.

Il tuo fantasy Il seme della speranza (Watson, 2020) viene utilizzato nelle scuole come testo di lettura, una bella soddisfazione.

Sono molto felice di questo, una serie di scuole dislocate sul territorio nazionale lo hanno assegnato come testo di lettura estivo, altre lo utilizzeranno per progetti o laboratori l’anno prossimo. Per lo più nelle scuole medie e al biennio delle superiori, ma anche in alcune scuole elementari per i ragazzini che dalla quarta passano in quinta. E’ una lettura che può venir fatta a vari livelli, a seconda dell’utenza. Di certo il covid e la didattica a distanza non hanno agevolato la diffusione del mio libro, ma non sono riusciti a fermarlo!

Parlaci de Il seme della speranza, come è nata in te l’idea di scriverlo?

Sono cresciuto giocando a Dungeons & Dragons, quante volte ho sognato di essere il druido Zibetex o il mago Mercurius e di combattere contro banditi o creature mostruose per difendermi o salvare i più deboli. Quel mondo di fantasia e di magia è ben vivo in me e ho dovuto solamente aprire una porticina per consentire alle parole di uscire. Poi ho pensato di metterlo in comunicazione/contrapposizione con l’iper-razionalità e l’aridità che ahimè stanno rovinando il nostro pianeta ed è venuto fuori “Il seme della speranza”, un’opera dicotomica, dove però alla fine ci si accorge che ciò che apparentemente è distante in profondità è intimamente legato.

Di cosa parla? Sottende un messaggio universale?

In principio fu Spyria, l’immortale, piena dell’amore necessario a generare ogni essere vivente, che creò l’universo. La divina genitrice diede origine a due mondi paralleli, lontani e diversi tra loro, seppure intimamente legati: quello degli Spiriti e delle Divinità, dove l’armonia e l’incanto regnano sovrani, e il pianeta Terra. Lo sfruttamento degli individui e della natura su quest’ultimo ruppe il fragile equilibrio di connessione tra i due, quindi Eres viene mandato sul Pianeta Terra per cercare di porre fine alla scelleratezza dell’essere umano.
Il seme della speranza” è un Fantasy moderno, un libro che mette in comunicazione e in contrapposizione gli aspetti più puliti dell’animo umano con la bramosia di potere e di denaro. Da un lato il rispetto per la natura, per l’individuo come entità viva e pulsante, dall’altro l’arroganza e il delirio d’onnipotenza e l’arrivare a considerare le persone solo come strumenti, oggetti per perseguire i propri fini.

Sei un autore italiano tradotto all’estero la tua raccolta di racconti Sul ciglio del dirupo è uscita in America col titolo “On the edge”. Raccontaci come è andata. Con che editore americano pubblichi?

Essere invitato a presentare un tuo libro alla NY University, all’Ambasciata Italiana di Washington o all’Opera House di Willmingotn sono esperienze che non si dimenticano. Giorni fantastici che mi hanno riempito di soddisfazione, questa però è arrivata dopo, inizialmente ero solo spaventato all’idea di presentarmi a una platea e interagire in una lingua diversa dall’italiano. Ricordo che il giorno della prima presentazione in America dissi al mio editore che non ce la facevo, doveva dire alle persone intervenute che mi ero sentito male e che l’evento era annullato. Lei però (DeBooks) mi tranquillizzò e tutto andò per il meglio. Ogni tanto riguardo il video della mia presentazione che la NY University ha pubblicato su YouTube e ho un brivido. Spero di tornarci presto, magari con un nuovo libro tradotto!

Come è nato il tuo interesse per i racconti?

Il racconto non è altro che una storia breve, se ne fruisce in modo diverso dal romanzo, in tempi diversi, nei ritagli. Sai che lo inizi e lo finirai, non resterai appeso alla lettura, non rimarrai deluso perché la pausa pranzo terminerà senza che tu abbia risolto i tuoi dubbi. Mi piacciono i racconti, nei momenti frenetici sono perfetti per riempire piccoli vuoti, ho adorato quelli di Edmund White, che ho avuto la fortuna di conoscere, e apprezzo il lavoro svolto da Racconti Edizioni, casa editrice che ha il merito di puntare su una forma narrativa per lo più bistrattata. Quando mi trovo a scrivere racconti sto molto attento alla cura e alla definizione di ogni dettaglio, sono piccole perle che devi cercare di lucidare alla perfezione.

Collabori con la pagina Cultura de Il Mattino e sull’HuffPost curi la rubrica “Nel giardino delle parole“. Come giudichi il giornalismo culturale italiano? C’è spazio per i giovani?

E’ un settore spinoso e altamente competitivo dove è davvero difficile farsi largo e riuscire a fare in modo che il proprio nome si ritagli un piccolo spazio accanto ai soliti noti. Ho dato vita alla mia rubrica sull’HuffPost nel dicembre del 2017, il 22 dicembre, giorno del compleanno di mia madre, e ho iniziato a collaborare con Il Mattino a ottobre 2018. A che punto sono? Solo all’inizio!

Il tuo sito è http://www.emilianoreali.it, hai un canale diretto con i tuoi giovani lettori? Ricevi molta posta?

Sono in contatto coi lettori, giovani e meno giovani, attraverso i canali social (Facebook, Instagram, Twitter) e devo dire che le loro lettere, i loro commenti, i post dove mi taggano mi riempiono davvero di riconoscenza per questo lavoro splendido che ho la fortuna di fare. Ultimamente mi stanno sommergendo di loro foto con “Il seme della speranza” e io li chiamo affettuosamente i miei semini.

Cosa stai leggendo in questi giorni, quali sono i tuoi libri sul comodino?

Leggo “Fiori senza destino” (Sem) di Francesca Maccani e “L’educazione come vita” di Georg Simmel, opera curata da Alessandra Peluso per Mimesis edizioni. Poi sul comodino mi aspettano “Biografia della fame” (Voland) di Amélie Nothomb, “Lamento di Portnoy” (Einaudi) di Philip Roth e “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” (Guanda) di Luis Sepulveda.

Bene, penso sia tutto, chiuderei questa bella intervista con un’ultima domanda: mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Ho due nuovi romanzi pronti, devo trovare un nuovo agente e la casa editrice giusta per loro!

:: Un’intervista con Rossana Balduzzi Gastini a cura di Giulietta Iannone

23 giugno 2020 by

La ragazza di madreperlaBentornata  su Liberi di scrivere signora Balduzzi Gastini, e grazie per aver accettato questa nuova intervista. L’ho invitata per parlare del suo libro La ragazza di madreperla, edito con Edizioni Minerva. È uscito l’anno scorso poi soprattutto per l’emergenza sanitaria di quest’anno i progetti un po’ di tutti sono stati rivoluzionati. Come è nato questo libro? Dove è nata l’ispirazione?

Innanzitutto, grazie di avermi nuovamente invitata su Liberi di scrivere, è sempre un piacere discorrere, anche se solo virtualmente con lei, Giulietta. L’idea di scrivere La ragazza di madreperla è nata mentre facevo delle ricerche storico  – mitologiche intorno  a un’epoca risalente  a circa 36.000 anni addietro. Quest’epoca di cui parlano molti storiografi antichi e di cui sono state ritrovate molte narrazioni nei dipinti delle piramidi egiziane è definita TPJ ZP talvolta trascrittoa come Zep Tepi, ovvero “la prima occasione” o “il primo tempo”. Da quanto ho potuto capire, lo Zep Tepi è stato  un preciso tempo storico databile al  36.420 a.c. nel quale, e su questo tutti i testi antichi sono concordi, la terra era governata da uomini illuminati, imbevuti di una grande conoscenza e civiltà. Essi vivevano secondo il“Maat”, ovvero la Misura, intesa, sostanzialmente,  come assenza di eccessi. Quello del Maat è un concetto basato su un pensiero filosofico altamente sofisticato e di grande valore morale, spirituale ed intuitivo, concernente il vivere nella verità, nell’equilibrio, nella giustizia, nell’onestà e nell’armonia, nell’ordine e nel rispetto, nell’integrità di propositi e sentimenti e in una centralità equidistante, appunto, dagli opposti eccessi. L’idea che un tempo l’uomo realmente vivesse con così grande saggezza mi ha entusiasmato. «Quanto sarebbe meraviglioso se una persona legata a quegli uomini illuminati arrivasse tra noi?», mi sono subito chiesta e, dopo poco, è nata Perla Baldi, la ragazza di madreperla.

A che genere letterario appartiene secondo lei? E a che pubblico di lettori è rivolto?

Perla Baldi, alias Nacre Girl (la ragazza di madreperla), un personaggio immaginario appartenente al genere dei supereroi realisticamente umani, come l’Uomo ragno o Superman.Qualcuno ha definito la storia di Perla come un action movie su carta. Infatti, per il ritmo incalzante,  la suspense e un risvolto metafisico che ho cercato di trattare in modo da evitare esagerazioni, eccessi e alcune diffuse ordinarietà in modo che il lettore si trovi a vivere il cambiamento come perfettamente logico e consequenziale, quasi senza percepirne l’estraneità al reale, si può dire che la storia appartenga anche  al genere thriller metafisico. Il pubblico di lettori cui è rivolto è vasto e comprende una fascia di età che parte dai dieci anni fino ai novanta, gli amanti del genere fantastico, action, thriller ma non solo, direi tutti coloro che amano sognare e che credono nella possibilità di migliorare la vita.

Perla è una bambina molto speciale, dolcissima ma molto decisa, ce ne vuole parlare? Come ha costruito il suo personaggio?

Perla è, prima una bambina e, poi, una ragazza meravigliosa sia sul piano fisico che interiore: l’immagine che  rimanda potrebbe essere quella di una moderna eroina dal piglio saggio e battagliero ma di fronte alla quale tutti noi proviamo un’empatia quasi incondizionata che scaturisce dalla sua innata capacità di cambiare il cuore di coloro che entrano in contatto con lei. Perla, fin da piccola,  sa farci aprire gli occhi dell’anima. Crescendo diventerà   la paladina del ‘qui e ora’ e  la  portatrice di un altruismo sincero per le persone che amiamo. All’inizio è una bambina vittima di un rapimento in culla a cui viene donata una seconda vita in seguito a una compravendita umana.  La sua grande resilienza e il suo innato amore per il prossimo costituiscono lo scudo di protezione dall’esterno e anche la sua unicità. Perla, una volta cresciuta, è una giovane moderna, attiva, divertente ironica ma, soprattutto, incarna l’idea ancestrale del bene per questo ho fissato le sue origini nello Zep Tepi. Lei discende da uno dei Reggenti di quell’epoca e pertanto ha in sè una sapienza e una saggezza straordinarie  ma anche  una concezione del vivere secondo un’“etica”, come diremmo oggi, universale e valida per tutti, che vede l’uomo con la sua anima e la sua ragione protagonista nello stabilire ciò che è giusto e ciò che non è  giusto fare durante la propria esistenza.

Perla con il suo agire, ci dimostra che il vivere secondo misura non è difficile ma è un comportamento naturale: lei è l’essere umano che, una volta capito cosa è il bene, fa di tutto per metterlo in pratica.

Lei è un super eroe e come tutti i supereroi è buona, e si batte contro il Male, ha dei poteri che la mettono in grado di compiere imprese sovrumane, quando si trasforma ha un’immagine specifica e ha un’identità segreta ossia un alter ego “normale”. Ha degli antagonisti che deve contrastare e con il suo agire ci consente di “vedere” all’opera valori di libertà, giustizia e tolleranza e ci fa capire che si può costruire un domani migliore a partire dalle scelte di ogni giorno. Per creare il suo alter ego “superiore”, come per quello dei suoi antagonisti,  è stata necessaria una grande e appassionante ricerca tecnologica e scientifica.

Quali sono gli altri personaggi più importanti e in che relazione sono con Perla? 

La narrazione si svolge in età contemporanea e prende le mosse da un paese lacustre immaginario, sito nel nord ovest dell’Italia, chiamato Castelvilla.
La vita e le vicende della protagonista, Perla, iniziano dal momento della sua nascita e si snodano fino a che essa raggiungerà l’età adulta in un susseguirsi di emozioni e di turbamenti fino a raggiungere la completa comprensione della sua diversità. Insieme a lei, nella narrazione, si muovono molte altre figure: Carla, la madre adottiva, Dora la nomade che la rapì quando era ancora in fasce, lo zio avvocato, Alice la sua migliore amica, i fratelli Durand e tanti altri. Tutti questi personaggi non sono marginali ma hanno ruoli fondamentali nella evoluzione del giallo sulla misteriosa origine di Perla e sono dotati di personalità affascinanti. Molti di essi, poi, coadiuveranno Perla, nelle vesti di Nacre Girl, durante le sue aspre battaglie per salvare la razza umana. Gli antagonisti di Perla, sono esseri superiori come lei e come lei hanno un insospettabile alter ego normale .

Ci sono progetti di film tratti dal suo libro?

Ho ricevuto qualche telefonata da parte di registi interessati a farne un film di animazione. Vedremo cosa succederà-

Quali sono i suoi scrittori preferiti? Chi pensa abbia influenzato di più la sua scrittura? E soprattutto La ragazza di madreperla

Ho sempre letto molto fin da quando ero piccola ma non saprei dire quali siano i miei scrittori preferiti, perché sono veramente tanti. Nello scegliere un libro non ho pregiudizi o preconcetti, leggo ogni genere di storie e sinceramente non saprei dire chi possa aver influenzato la mia scrittura. Mi ha fatto piacere un commento di una lettrice che ha definito il mio modo di scrivere come una scrittura in 3D in cui si vede quello che si legge. Una definizione nuova mai sentita prima che, forse, indica che il mio è uno stile molto personale.

Cosa sta leggendo in questo momento?

In questo momento sto leggendo ISIDE SVELATA di Helena Blavatsky, un’opera interessantissima, un’analisi comparata delle tradizioni religiose e delle filosofie, diretta a dimostrare l’esistenza di una base unitaria della vera conoscenza. Mi serve come ispirazione per il mio prossimo libro.

Quali sono i suoi punti di forza e di debolezza, come scrittrice?

Per quanto riguarda i punti forza riferisco ciò che altri hanno detto di me: ho una scrittura chiara e comprensibile e come ho già detto “visiva”. Un buon controllo temporale della vicenda e la capacità di tenere alto il ritmo della storia fino all’ultima pagina  Non descrivo nel dettaglio i personaggi fisicamente ma penso di riuscire a farne emergere l’interiorità attraverso i dialoghi e le azioni.  Quanto ai punti di debolezza, essendo anche un architetto, devo fare attenzione a non dilungarmi nella descrizione degli ambienti.A volte li immagino così tanto nel dettaglio che è difficile stabilire quali parti tralasciare nel cercare di rendere visivo il mondo in cui si muovono i personaggi.

Ci parli della sua routine di lavoro: scrive in una stanza particolare della casa? Ascolta musica mentre scrive? Scrive all’aria aperta d’estate?

Ho una stanza studio nella quale entro al mattino e dalla quale esco la sera, con rare eccezioni. A parte gli scherzi, scrivere è diventato la mia vita e quindi questa attività assorbe la maggior parte della mia giornata. Mentre scrivo non ascolto musica, perché mi distrae, così come anche  lo stare all’aria aperta, la natura è troppo bella: impossibile starci in mezzo e non contemplarla.

Infine per concludere: a cosa sta lavorando ora? Ha in uscita un nuovo romanzo?

Ho ultimato il seguito de’ La ragazza di madreperla e stiamo verificando il momento più adatto per stabilirne l’uscita. Inoltre, come avrà potuto intuire dalla mia ultima lettura, sto lavorando a un libro che parla di spiritualità e di rinascita. Un manuale per l’anima, un sostegno in tempi difficili come quelli correnti.

:: Numeri di Edoardo Francesco Grassi

23 giugno 2020 by

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Da quando Adam era nato, non aveva mai udito un silenzio del genere.
I suoi compagni non parlavano, i tedeschi neppure, la natura stessa sembrava essersi ammutolita, spettatrice imparziale ormai abituata allo spettacolo.
Il cielo appariva incolore. Era grigio forse, un grigio tendente al bianco. Ma a quella lunga fila di figure, talmente esili che sarebbero potute svanire da un momento all’altro, il cielo non comunicava nulla. La sua funzione consolatoria era esaurita e cosi, la volta celeste, sovrastava con dichiarata indifferenza l’enorme perimetro in cui a migliaia, come lui, erano entrati.
Un perimetro da cui nessuno era mai uscito.
In quel luogo non c’erano uomini: soltanto tedeschi e numeri.
I tedeschi indossavano uniformi scure e stivali.
I numeri non avevano altro che un leggero pigiama a righe bianco e azzurro ed erano scalzi.
I tedeschi impartivano ordini, i numeri obbedivano.
Qualche numero rallentava e per questo veniva punito.

Lui era 71771. Adam era ormai una vecchia parola priva di significato che gli aleggiava in testa: apparteneva ad uno di quei ricordi che aveva dovuto cancellare per sopravvivere.
Teneva il capo chino, come ogni giorno da quando era nel campo. Fissava costantemente i suoi lunghi piedi scheletrici, sporchi e graffiati, con ferite aperte che non aveva intenzione di medicare, consapevole che non sarebbero mai guarite.
Quando era arrivato lì, la fase successiva alla disperazione era stata il tenace attaccamento alla vita, ma adesso, in fila insieme agli altri numeri, non provava più nulla.
Quando due numeri della stessa fila si incrociavano tra loro, avevano la sensazione di specchiarsi. I volti stanchi, rassegnati, sporchi di terra e cosparsi di lividi, gli sguardi appesantiti da occhiaie ogni giorno più evidenti, non erano altro che differenti espressioni dello stesso spirito. Uno spirito grave, colmo di dolore. Un dolore che era remissione, totale abbandono della speranza.
Capitava, ogni tanto, di incrociare occhi furbi, vivaci: numeri come quelli bisognava evitarli. Erano occhi di chi era arrivato da poco, in cui si poteva riconoscere la speranza.
71771 sapeva bene che lì dentro niente era più pericoloso della speranza. Spesso gli speranzosi provavano a fuggire, illusi dal dannato sogno di potercela fare. Coinvolgevano altri in quelle folli imprese che naturalmente fallivano.
La sorte non riservava loro nulla di buono.
Gli uomini animati da speranza portavano in cuore fino all’ultimo secondo l’illusione della libertà. Così tutto il dolore, che i numeri rassegnati avevano accolto e lentamente assimilato, distribuendolo un po’ alla volta nei giorni di permanenza al campo, si riversava invece terribile sugli speranzosi e sul loro finale. Nel momento stesso in cui entravano nelle docce, o in cui lo sportello del forno si spalancava davanti ai loro occhi vivi, la speranza conservata con cura svaniva in un istante.
Era la presa d’atto di un dolore che gli altri da tempo comprendevano bene.
Intuirla in un attimo, prima della fine, era agghiacciante.
Così, una volta arrivati ai forni, c’erano due tipi di numeri: quelli che portavano con loro la speranza, e i rassegnati.
Nel primo caso si trattava di uomini diversi dal resto: lo si notava all’istante.
Erano coloro che la notte riuscivano a dormire, le cui occhiaie erano ridotte. Erano coloro che ogni giorno si medicavano le ferite ai piedi, pur consapevoli che si sarebbero riaperte. Erano coloro che guardandosi intorno, credevano ancora di essere circondati da uomini, non da numeri o da tedeschi. Erano coloro che avevano vivo nella memoria il ricordo del proprio nome, e che continuavano a usarlo, indifferenti delle terribili cifre che marchiavano i loro polsi. Erano coloro che durante le interminabili giornate di lavoro si impegnavano a fare il massimo, mossi da false speranze riguardo i nazisti. Erano coloro che più volte, guardando alla rete elettrica che delimitava il campo, sognavano uno squarcio, una via di fuga. A differenza di quelli che non vi vedevano altro che la maniera più veloce per porre fine alla sofferenza.
Erano coloro che una volta tornati in dormitorio, non si chiudevano nel loro silenzio a riflettere sul male che gli era capitato, ma conversavano e si scambiavano il pane. Erano coloro che ancora credevano di appartenere alla razza degli uomini, non del tutto coscienti di ciò che li circondava.
Quelli così, in fila verso il forno, sentivano il mondo crollargli addosso. Si guardavano intorno e per la prima volta non riconoscevano nulla di umano in ciò che li circondava.
Abbassavano il capo, si esaminavano i polsi e, per la prima volta, vedevano in quel numero tutto ciò che erano: nient’altro che sei cifre.
I nomi che fino a quel momento avevano fieramente ricordato, erano immagini sbiadite di un altro mondo: quello che circondava il campo. Quello prima delle leggi razziali.
John, Isaac, Gabriel, David, Adam: insensate sequenze di lettere vuote. Tutto ciò che erano stava racchiuso in quelle sei cifre, e solo in fila verso i forni se ne rendevano conto.
La speranza, fino a quel momento conservata nei loro cuori, adesso si dibatteva, scalciava, sfregava per uscire; apriva insanabili ferite, voragini destinate a rimanere spalancate. I cuori che avevano osato sperare, in un attimo si ritrovavano dilaniati. Il sogno fuoriusciva, andava via per sempre, oltre la rete elettrica e il filo spinato.
Il loro essere uomini finiva lì.
La loro anima spariva, restava il numero sul corpo che si rannicchiava per l’ultima volta, in attesa di diventare cenere.
Gli altri, invece, coloro che non speravano, avevano già fatto ingresso in quel buio in precedenza, razionandolo durante i mesi passati. Avevano sminuzzato il dolore in così tante piccole parti e senza accorgersene erano diventati numeri.
Il loro cuore era solo il riflesso del numero. E invece di fracassarsi violentemente nel momento finale, si era lentamente danneggiato, sgonfiandosi e ricadendo flaccido su sé stesso. Quell’uomo/numero, ormai privo di anima, non scorgeva più differenza tra la “vita” in quel campo, e la morte nelle docce, o nel forno.
71771, seguendo la fila, fece un passo in avanti.
Ad ogni passo un numero era diventato cenere, liberando il posto a quello dopo di lui. Un passo, un altro passo, il suo turno era sempre più vicino.
Non gli interessava.
Sentì dei rumori alle sue spalle, poi le grida, infine un colpo secco che risuonò nell’aria. Qualcuno aveva provato a scappare.
Non si voltò neppure a controllare.
Era quasi arrivato il suo turno, quando la fila smise di procedere. Un tedesco sbraitò un ordine: si tornava in dormitorio.
Il massacro, per oggi, era finito.
Adam Fondane riaprì gli occhi, doveva essersi addormentato sulla poltrona. Il televisore di fronte a lui dava qualche notizia confusa che non gli interessava.
Guardò sullo schermo in basso a destra, lesse “Gennaio 2020”.
“Lo era davvero?” si chiese distogliendo lo sguardo.
Come uscito improvvisamente da uno stato di estasi, si rese conto della figlia che lo chiamava dalla cucina: doveva essere pronta la cena.
Si posò sul bastone poggiato di fianco al bracciolo, e con uno sforzo immane si alzò.
“Come sono riuscito a raggiungere questa età?”.
Tutti i suoi amici erano morti. Sua moglie era morta. L’ultima volta che l’aveva vista era stato quando un nazista gliel’aveva strappata urlando: “Sinistra! Tu sinistra!”.
Era passato un tempo incalcolabile, ma quel momento non si era mai cancellato dalla sua memoria, così come il volto della sua sposa.
Uscì dal salotto, e con movimenti estremamente lenti, intervallati da gemiti di dolore, imboccò il corridoio verso destra.
Quella casa era troppo grande per un uomo della sua età.
Proseguendo fiacco verso la cucina, gli tornò in mente il pensiero che aveva cercato di evitare: quello che gli sembrava così nitidamente di aver vissuto, non era un sogno, ma un ricordo. Un ricordo nel quale era rimasto intrappolato anni prima e da cui non era mai riuscito a liberarsi.
Nel momento in cui era entrato in quel campo, nell’istante stesso in cui era diventato un numero, già sapeva che non sarebbe potuto tornare indietro.
Forse, se i Russi fossero arrivati con un giorno di ritardo, nel forno sarebbe stato il suo turno.
Camminando lungo il corridoio di casa riviveva quella terribile fila.
Era rimasto nel lager. L’illusione non erano i brutti sogni che lo visitavano mentre dormiva nel suo letto di città. L’illusione era il suo letto, la casa, la città.
Solo Auschwitz era reale.
Tutto il resto era finzione.
Ripensò al campo e ai malati di speranza, quelli che aveva evitato e che gli apparivano come ciechi e folli.
D’improvviso comprese che avevano ragione loro.
Se anche lui ne avesse conservata un briciolo di quella speranza, oggi sarebbe meno difficile sopravvivere.

Edoardo Francesco Grassi è nato a Foggia il 4 ottobre 2004.
Frequenta il Liceo scientifico, nel suo indirizzo sperimentale che prevede i tradizionali 5 anni in soli 4, infatti va a scuola anche il pomeriggio. Il suo indirizzo si chiama Quadriennale.
Vive con i genitori e suo fratello di 17 anni.
È un ragazzino tranquillo che ama la compagnia, ma non trova molti ambiti di condivisione con i suoi coetanei, che non amano come lui la lettura e la scrittura. Si è abituato a mediare un po’ tra la sua sensibilità e il suo ambiente, che purtroppo qui al sud ha meno stimoli culturali rispetto ad altri luoghi d’Italia.
Frequenta qualche festival di genere tipo il Lucca Comics e non ama i video giochi.

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Davide Mana

22 giugno 2020 by

Davide

Ecco il resoconto del settimo incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 22 giugno sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

Benvenuto Davide nel gruppo di Liberi e grazie di aver accettato questa strana e bizzarra intervista. Non ho bene idea di dove ci porterà, ma negli incontri precedenti questa formula di intervistare gli autori (con domande sia mie che dei lettori) si è rivelata vincente, ti avviso solo che l’ora volerà in un lampo. Allora come prima domanda ti chiederei di farci un bilancio della tua carriera fino a ora: blogger, traduttore, autore, editor. Una carriera molto poliedrica non trovi?

Grazie per l’invito e per l’ospitalità 🙂
E per rispondere, una “carriera” (virgolette d’obbligo) molto disordinata.
Io dovrei essere là fuori a dare la caccia ai dinosauri. Tutto il resto sono incidenti e imprevisti, e fare di necessità virtù.
Ho iniziato a scrivere ai tempi del liceo, ho venduto il mio primo lavoro professionale nel 1999 (quindi MOLTO dopo il liceo), ho iniziato a tenere un blog nel 2007, dal 2015 mi pago i conti (a malapena) scrivendo.
Ho iniziato a fare traduzioni molto prima, in effetti – dal 2000, più o meno, traducendo i lavori dei colleghi di università che dovevano pubblicare su riviste internazionali.
Anche quella è diventata una attività utile per pagare i conti quando tutto il resto è svanito.
Ed editor… non molto spesso, e solo in casi disperati.

Sei una autore italiano pubblicato all’estero, forse più conosciuto all’estero che in Italia, come ti spieghi questo paradosso? Sicuramente la tua approfondita conoscenza della lingua inglese, sviluppata da tante buone letture fin dagli anni giovanili, ti ha aiutato. L’avresti mai immaginato?

Mah, immaginarlo… immaginarlo forse no.
Ma alla fine è stata una scelta quasi obbligata – se si vuole vivere scrivendo, ci si deve rivolgere al mercato più vasto possibile, e avendo la fortuna di conoscere molto bene l’inglese, non aprirmi al mercato di lingua inglese sarebbe stato impensabile.
Col passare del tempo, il mercato anglosassone è quello che si è dimostrato più ricettivo, diciamo così.

Sei un traduttore molto stimato dall’inglese all’italiano e dall’italiano all’inglese. C’è ancora spazio nel mercato internazionale per letteratura nostrana? Insomma, nella tua esperienza ci sono autori italiani stimati fuori confine, in America, Gran Bretagna, Australia, limitandoci al mercato anglofono?

C’è molta curiosità per ciò che facciamo, e c’è sempre più interesse per sentire delle voci diverse – per cultura, formazione e area geografica – sul mercato di lingua inglese (e anche su altri, da ciò che mi dicono).
Il gioco di equilibrio consiste nell’essere contemporaneamente italiani ma vendibili all’estero – molto di ciò che si produce e si vende benissimo qui da noi, all’estero non ha mercato.
Ma sì, c’è interesse per ciò che facciamo, e c’è spazio per i nostri autori (speriamo!)

Se aprissero una casa editrice italiana dedicata al fantastico e all’avventura e ti chiedessero di dirigere una collana di romanzi finora inediti in Italia quali sono i nomi che proporresti e quali i romanzi più significativi.

In effetti c’è una casa editrice per cui faccio esattamente questo lavoro – Acheron Books – e se dovessi consigliargli qualcosa,in questo momento, credo che consiglierei “A Memory Called Empire”, di Arkady Martine, e probabilmente “Gideon of the Ninth” di Tamsyn Muir.
Ma loro conoscono il mercato italiano meglio di me, e probabilmente non mi darebbero retta 😀

E degli investigatori dell’occulto ne vogliamo parlare? Quali sono i tuoi personaggi e le tue storie più significative in merito?

Ho al momento due serie più una che vanno genericamente sotto all’etichetta di “investigatori dell’occulto” – vale a dire il genere di storia che accoppia una indagine di tipo poliziesco a fenomeni sovrannaturali.
C’è la serie del Contubernium – sono storie ambientate ad Alessandria d’Egitto nel terzo secolo d.C., su un manipolo di legionari romani che si trovano ad affrontare maledizioni egizie ed alttri orrori. La prima storia della serie è uscita sulal rivista Occult Detective Quarterly… ora ne hanno una seconda in valutazione.
Poi c’è la serie di Valerie Trelawney, che ha un impianto più “sherlockiano”, e le storie si svolgono in Europa durante la Belle Epoque. La serie ha debuttato in una antologia intitolata “Sherlock Holmes and the Occult Detectives”, una raccolta di storie in cui Holmes si rivolge a colleghi dediti al sovrannaturale per risolvere dei casi inspiegabili.
E sto lavorando a una serie su un personaggio non mio – Mercy Dee, dei polizieschi sovrannaturali ambientati negli anni ’30. Mercy Dee è un personaggio creato nell’38 ed ora di dominio pubblico. La prima storia della serie dovrebbe uscire (incrociando le dita) in tempo per Halloween.

Quali sono gli autori di fantascienza (donne) che più apprezzi, italiane e straniere?

Autrici di SF, prima fra tutte C.J. Cherryh, che è e resta la mia autrice preferita.
Poi certamente Tanith Lee.
Fra le contemporanee, Mary Gentle e Liz Williams.
Mi piaceva molto e mi manca terribilmente Kage Baker, che era straordinaria ed è morta troppo giovane. E posso dire lo stesso per Jo Clayton.
E ne sto certamente dimenticando, per cui le aggiungerò qui sotto mano a mano che mi vengono in mente 🙂

E di Mary Gentle ne vogliamo parlare? Non credo di averla mai sentita nominare se non nel tuo blog (ricordo agli appassionati bibliofili che “Strategie Evolutive” è il tuo blog pieno di tesori).

Mary Gentle è una autrice estremamente originale, che ha scritto una serie di romanzi forse troppo diversi e sperimentali – ragion per cui hanno avutopoca diffusione in patria, immaginarsi all’estero.
È una esperta di storia militare rinascimentale, per cui è sempre estremamente tecnica nel descrivere personaggi e ambientazioni. Il suo lavoro più popolare anche in Italia è certamente Ash, che prende le mosse dalle avventure di una compagnia di mercenari rinascimentali per poi deragliare nella fantascienza…
E nel suo classico Rats & Gargopyles ha creato un universo che funziona secondo le regole della magia ermetica e dell’alchimia anziché quelle della fisica.
È sempre una lettura impegnativa, ma è straordinaria.
Ora mi risulta abbia ridotto moltissimo la sua produzione, proprio per via del pessimo trattamento ricevuto dall’editoria anche in patria. Ed è unpeccato – l’ultimo romanzo – ambientato a Napoli – è di dieci anni fa.

Felice di averne saputo di più, spero che anche altri lettori si incuriosiscano.

I suoi libri sono abbastanza facili da reperire in inglese, nonin italiano.
C’è un romanzo che si intitola 1610 che ha per protagonista Rocheford, il cattivo dei Tre Moschettieri.
Ed è un fantasy.

Nelle tue storie ci sono tanti rimandi a quell’immaginario un po’ vintage che aveva l’Oriente come terra di elezione. La Cina degli anni ‘20 e ’30, il Giappone degli anni ’40, gli avventurieri e viaggiatori a bordo di bolidi dell’Aria, la via della Seta, con anche personaggi femminili di tutto spessore al centro delle storie, donne forti volitive, che sanno il fatto loro. Questo immaginario è ancora attuale nella narrativa moderna?

Io credo ci sia sempre stato e ci sarà sempre un mercato per delle buone storie, che sappiano intrattenere e – per citare i classici – migliorino la vita di chi le legge, o l’aiutino a sopportare la vita se non gliela migliorano.
Poi certamente io mi rivolgo a una nicchia, ma anche questo ha i suoi vantaggi. All’estero, quello che viene chiamato New Pulp – il genere di storie che tu hai descritto qui sopra – ha ancora un buon mercato. Ed è un “genere” estremamente flessibile ed adattabile.

Bene, l’ora è volata ringrazio tutti, Davide per primo che nonostante gli inconvenienti tecnici ha risposto (senza fare neanche errori di battitura). La mia ultima domanda è: progetti futuri.

Sopravvivere 😀

No, OK.
Ho appena consegnato la prima stesura di un romanzo scritto come ghost-writer.
In settimana (salvo incidenti) consegnerò la stesura definitiva di un saggio storico.
Ho due contratti per due novelle da un editore americano, e due articoli da consegnare ad una rivista in Italia.
Ho una traduzione da finire ed una (colossale) da cominciare.
Ed una terza traduzione da finire per… ieri.
E dovrei anche riuscire a mettere insieme un nuovo gioco di ruolo in tempo per settembre.
… intanto, come dicevo sopra, sto preparando una nuova storia del Corsaro e una nuova storia di Buscafusco… ed aspetto risposta da una mezza dozzina di riviste.
In tutto questo, non posso che ringraziare di cuore la mia banca, i cui solleciti di pagamento sono una incessante fonte di ispirazione.

Le domande dei lettori

Annarita Verzola

Buonasera all’Amministratore e a Davide. Ho una curiosità: la tua carriera professionale iniziata nel 1999 ti ha portato subito a scrivere in lingua inglese per il mercato straniero o è una scelta alla quale sei giunto successivamente e perché?

La prima cosa che ho venduto è stata un falso articolo scientifico per una casa editrice americana – uno studio sulla biologia degli Shan, una delle razze dell’universo lovecraftiano.
Per cui sono subito partito dall’estero.
Ed essenzialmente sono partito da lì perché c’era una possibilità, ero parte di una comunità internazionale di autori molto attiva, arrivò la proposta, e… perché no? Proviamo!

Fabrizio Borgio

Dal momento che il grosso delle tue pubblicazioni esce sul mercato anglosassone hai sicuramente più metri di paragone tra lo stato attuale della narrativa di genere. Quali differenze noti tra i panorama anglosassone e quello nostrano?

Sulla base delle mie esperienze, il mercato internazionale è molto più variato, e quindi trovano spazio anche generi e sottogeneri qui molto poco praticati.
La competizione è fortissima, ma in generale il mercato è molto più accessibile rispetto a noi: è più facile sapere quando un editor cerca storie, è più facile spedire il proprio lavoro ed avere una risposta.
Potrei aggiungere che è più facile essere pagati, ma poi suonerei gretto.

Cosimo Mannucci

A questo punto, mi butto:
Visto che scrivi sia in inglese che in italiano, ci sono personaggi o situazioni di cui potresti scrivere solo in italiano o in inglese? La lingua in cui scrivi ti “impone” anche delle scelte per quanto riguarda la trama e/o i personaggi?

In inglese e in italiano ho due voci diverse, e due diversi ritmi. Sono dell’idea di essere meglio in inglese.
E sì, ci sono personaggi dei quali riesco a scrivere solo in inglese – ad esempio le storie di Leo Martin… tradotte in italiano suonano zoppe.
Lo stesso vale anche, io credo, per Buscafusco – c’è un romanzo di Buscafusco in italiano, ma è un personaggio diverso, e la storia non ha il ritmo delle novelle in inglese.

E certamente usare l’inglese mi permette di usare un certo slang, una certa costruzione delel frasi per cui certi generi “vengono meglio”.

Flavio Troisi

Davide, puoi tracciare una linea di demarcazione netta e spiegarci in cosa consista, fra scrittore indie e scrittore amatoriale?

Non so se sia possibile tracciare una linea netta.
In generale, si dovrebbe dire che se una parte consistente dei tuoi introiti deriva dalla scrittura, allora sei più o meno un professionista. Se sei un professionista e non sei legato a una casa editrice, allora sei indipendente – anche se oggi indie si usa soprattutto per gli autoprodotti.
Se invece ti mantieni facendo un altro lavoro e puoi permetterti di regalare le tue storie scritte nel tempo libero, sei un hobbista – niente di male in tutto ciò, ma sarebbe bello se i due livelli, professionale ed amatoriale, fossero separati.
Qui da noi non lo sono.
Ma la demarcazione non è così netta, precisa e definita.
In prima battuta, se paghi i conti scrivendo non sei un amatore, è forse la definizione più semplice e brutale.
Poi ovviamente il professionalismo comporta tutta una serie di competenze, ecc.
Ma pagarci i conti è il primo passo.

Alexandra Fischer

Davide, ti piace anche Bulgakov?

Il poco che ho letto, mi piace – Il Maestro e Margherita, Cuore di Cane.
Non ho letto altro.
Però sì, mi piace.
Non riuscirei mai a scrivere come lui, ma dopotutto non sono russo 🙂

Ti piace anche Mc Carthy?

Cormac McCarthy?
No, il poco che ho letto non mi ha acchiappato per niente. Forse era il momento sbagliato, forse non sono abbastanza sensibile o sofisticato. Riconosco la tecnica, è molto bravo, ma non è un autore che faccia per me, per lo meno ora.
Poi chissà, magari fra cinque o dieci anni cambierò idea – non sarebbe la prima volta.

Fabrizio Borgio

Com’è cambiato, se è cambiato il tuo sentimento nei confronti della scrittura quando è diventata un lavoro a tempo pieno?

Domanda difficile.
La scrittura continua a piacermi, e continua ad essere (anche) uno dei miei due passatempi preferiti (l’altro è leggere).
Riesco ancora a usare la scrittura per distrarmi – lascio ciò che sto scrivendo per pagare le bollette, e scrivo qualcosa di solo mio (che poi magari rifilo ai miei sostenitori su Patreon).
Forse ciò che è cambiato è la necessità di sforzarmi per non farlo diventare un obbligo.
Devo comunque continuare a divertirmi scrivendo,o è la fine – in questo caso, DAVVERO la fine… niente nuove storie, niente cena.

Laura Pugiotto

Buonasera a tutti! Davide, potresti raccontarci della tua esperienza con i giochi di ruolo e di come ha influenzato la tua scrittura (se l’ha influenzata)?

Annarita Verzola

Ho anche io la medesima curiosità, inoltre vorrei sapere se è nata prima la passione per i giochi di ruolo o per la scrittura.

Prima la scrittura, decisamente.
I giochi mi hanno insegnato a pensare alle storie in maniera più “tecnica”, scomponendole in scene e sequenze di scene.
E mi hanno anche insegnato, al tavolo da gioco, a improvvisare.
Questo è MOLTO utile perché può succedere che i personaggi in una storia partano per la tangente e facciano qualcosa di inaspettato.
Scrivere giochi mi ha anche insegnato a fare ricerca in maniera economica, e a strutturare meglio le mie idee.

Paolo S. Cavazza

Buonasera a tutti. Ciao Davide, sono Paolo. Volevo chiederti: prevedi sviluppi per il ciclo del Corsair? E Buscafusco tornerà in italiano o solo in inglese? In effetti anch’io lo preferisco in inglese: è più esotico.

Sto lavorando a una nuova storia del Corsaro in questo momento – mi piacerebbe uscire ad agosto con un nuovo volume, che includerà due racconti, uno ambientato a Venezia, ed uno sulal costa africana.
E c’è un nuovo Buscafusco in macchina, speriamo che esca per fine mese.
Come ho detto altrove in questa chiacchierata (nota: io odio i commenti annidati di Facebook, perché ci si perde), sia il Corsaro che Buscafusco vengono meglio in inglese. Tradurli è un lavoraccio – molto più èesante che tradurre il lavoro di un estraneo. E a parità di lavoro e fatica, preferisco a questo punto scrivere una nuova storia in inglese.

Fabrizio Borgio

A proposito di scrittrici ( e qui ti ringrazio pubblicamente per avermi fatto scoprire Lucia Berlin) mi sembra interessante e doveroso un tuo commento sullo scenario italiano, da quel che hai avuto modo di constatare…

Io il panorama italiano lo conosco pochissimo.
So che ci sono molte bravissime scrittrici.
So che ci sono ancora editori che selezionano autori e autrici sulla base dei follower su Facebook.
Questo non è un buon mix.

Annarita Verzola

A proposito di Buscafusco, potresti dirci come nascono le sue storie?

Io dico di solito che le storie di Buscafusco si scrivono da sole: basta leggere il giornale.
Ad esempio… c’è una banda di truffatori che qui in provincia sta vendendo chiavette USB spacciandole per un sistema capace di neutralizzare gli effetti nefasti del 5G.
Trecento euro per una chiavetta USB.
Come potrei mai inventarmi un’idea del genere?
Buscafusco è davvero facile da scrivere per questo – essendo un investigatore che non si occupa di omicidi e crimini “grossi”, posso usare tutte le piccole e grandi meschinità che caratterizzano la vita in provincia.
Gente che da fuoco ai rifugi per gatti per pura cattiveria, gente che per pagare il mutuo di casa cerca di truffare alle slot machines…
Le storie si scrivono da sole.

Fabrizio Borgio

A questo proposito mi incuriosisce sapere, attualmente, quali sono i tuoi modelli di riferimento sia per tematiche che per stile

L’impostazione del lavoro dei pulp è indispensabile in un mercato che paga sei centesimi a parola – se si vogliono pagare i conti bisogna scrivere TANTO.
Per cui sì, io dai vechi scrittori pulp ho cercato di imparare il più possibile.
Che poi, Chandler e Hammett erano autori pulp – ce ne fossero.

 

Addio a Carlos Ruiz Zafon a cura di Elena Romanello

19 giugno 2020 by

104830233_3482664751763096_6731090216067363212_oLa notizia è arrivata come un fulmine in un cielo finalmente sereno dopo giorni di pioggia, improvvisa e imprevista: è morto a Los Angeles, dove viveva per sei mesi all’anno collaborando con l’industria del cinema di Hollywood, Carlos Ruiz Zafon. Aveva 55 anni e da tempo era malato di cancro, un segreto per molti, che avevano continuato a seguirlo negli anni, con le sue prove letterarie amate in tutto il mondo, voce della nuova letteratura spagnola, tra le più interessanti e creative degli ultimi anni.
Carlos Ruiz Zafon era nato in quella Barcellona che lui ha reso famosa e immortale con L’ombra del vento nel 1964 e aveva iniziato la sua carriera letteraria all’inizio degli anni Novanta come autore di libri per ragazzi, usciti in molti Paesi, come l’Italia, quando ormai era famoso. Erano romanzi di genere fantastico, molto originali, che già mostravano il suo talento, come Marina, Il Palazzo della Mezzanotte, Le luci di settembre  e Il principe della nebbia. Aveva lavorato anche come critico culturale per i giornali El Pais e La Vanguardia e da tempo faceva anche lo sceneggiatore.
L’ombra del vento uscì in sordina nel 2001 e diventò famoso grazie al passa parola, diventando uno dei libri più letti, tradotti ed amati degli ultimi decenni, ed entrando nei 100 migliori libri spagnoli dagli anni Ottanta ad oggi. Grazie a questa epopea di un ragazzino di Barcellona, figlio di un libraio specializzato in edizioni per collezionisti e volumi usati e in cerca del misterioso cimitero dei libri della sua città città Carlos Ruiz Zafon era diventato lo scrittore spagnolo più letto dopo Cervantes, tradotto in 40 lingue e capace di reinventare il grande romanzo ottocentesco in chiave contemporanea.
Il mondo de L’ombra del vento era tornato ne Il gioco dell’angelo, Il prigioniero del cielo Il labirinto degli spiriti, a costruire una saga tra Storia e realismo fantastico, gotico e fantasy, che aveva conquistato il pubblico di tutto il mondo e di più generazioni. L’anno scorso lo scrittore era stato ospite di Pordenonelegge, dove aveva annunciato che non sarebbe più tornato nel mondo del cimitero dei libri di Barcellona e che era pronto per scrivere qualcos’altro. Un qualcosa che purtroppo non è mai arrivato.
Un autore che ha fatto scoprire mondi fantastici e nuovi, che ha raccontato storie avvincenti, che ha unito tante persone di fronte ai suoi libri, che ha fatto insomma cosa fa la grande letteratura, e che mancherà a tutti coloro che si sono persi a cercare il Cimitero dei Libri dimenticati e che sono andati a Barcellona per trovare quel posto, e che continueranno a farlo, d’ora in poi, come si va a Londra a cercare i luoghi di Dickens o a Parigi sulle tracce di Hugo e Dumas. Ed è giusto ricordare una frase sui libri del suo romanzo: Ogni libro, ogni volume possiede un’anima, l’anima di chi lo ha scritto e l’anima di coloro che lo hanno letto, di chi ha vissuto e di chi ha sognato grazie a esso. Ogni volta che un libro cambia proprietario, ogni volta che un nuovo sguardo ne sfiora le pagine, il suo spirito acquista forza.. Come sarà per sempre con i suoi libri.

Per sempre di Assia Petricelli e Sergio Riccardi (Tunué, 2020) a cura di Elena Romanello

19 giugno 2020 by

per_sempre_cover_HR_rgb-600x853L’adolescente Viola parte con la sua famiglia per una nuova vacanza, diversa dalle solite, in un villaggio turistico lontano da casa, in un borgo marino incantato, dove troverà le sue amiche di sempre e un ragazzo di cui si è invaghita a scuola.
In realtà le cose andranno in maniera diversa, salterà il posto nel villaggio turistico vicino alle amiche sostituito da una casa nel centro storico, Nei caldi pomeriggi d’estate Viola, durante la controra, il momento in cui tutti riposano, inizierà ad esplorare il mondo nuovo intorno a lei, diverso dalla vivacità del villaggio turistico che si aspettava, scoprendo nuove realtà e conoscendo nuove persone, come Ireneo, un ragazzo del posto che lavora al restauro della sua barca e che deve scontrarsi con un mondo in cui avrebbe voluto fare il pescatore e invece deve studiare all’alberghiero per impegnarsi nel crescente e a volte devastante turismo della sua zona.
Viola incontrerà anche due donne non più giovanissime che vivono insieme la loro ultima vacanza, momento finale di un grande amore destinato a finire per una malattia e la scelta conseguente di una delle due di andarsene quando e come vuole lei, cominciando a farsi domande e scoprendo nuovi modi di vivere e di essere, oltre quello soffocante della sua famiglia e delle sue amiche, come Valeria, che sta con un ragazzo all’apparenza perfetto ma che  in realtà è un violento.
Niente sarà più lo stesso dopo un’estate in cui Viola scoprirà amore, morte, realtà della vita tra gioie e dolori e la forza comunque del poter cambiare.
Non è la prima volta che si racconta, anche nei fumetti, l’adolescenza e il primo amore, il rischio è sempre quello di essere banali, melensi e scontati, ma non è questo il caso di Per sempre, una storia in cui Viola capirà che l’amore non è né deve essere un sentimento esclusivo in nome del quale si annulla tutto ma una forza capace di liberarti e di aprirti al mondo, mentre ti mette in contatto con la parte più profonda e autentica di te.
Dopo aver raccontato in Cattive ragazze le donne ribelli della Storia Assia Petricelli e Sergio Riccardi scelgono questa volta di confrontarsi con una ragazza all’apparenza qualunque, parlando di argomenti attuali come le aspirazioni, i cambiamenti sociali, le nuove e vecchie famiglie, le violenza domestiche, il ruolo della donna, l’eutanasia, con delicatezza e efficacia, raccontando una storia che fa sorridere e commuovere, mai banale e sui cui riflettere.
Per sempre è senz’altro una lettura per adolescenti, perché nelle sue pagine e nei suoi disegni ad acquerello troveranno spunti a cui appassionarsi, ma è da prendere in mano anche se si è più grandi, perché questa è una storia che fa bene a qualsiasi età, se si è state Viola, se ci si riconosce in Viola, se si avrebbe voluto essere come Viola.

Assia Petricelli è nata e vive a Napoli. Ha realizzato documentari storici, prodotti editoriali e audiovisivi didattici in collaborazione con Rai, Ministero dei beni e delle attività culturali e altri soggetti pubblici e privati, occupandosi in particolare di storia contemporanea, arte e archeologia, questioni di genere. Ha scritto sceneggiature di fumetti per Il Manifesto, Animals, Jacobin. Cattive ragazze, il suo primo graphic novel, disegnato da Sergio Riccardi, ha vinto il Premio Andersen nel 2014.
Sergio Riccardi è nato a Napoli nel 1981 e, dopo esperienze come scenografo per il cinema e la televisione, si dedica al fumetto, all’illustrazione e all’animazione. Con Assia Petricelli è autore di Cattive ragazze, che ha vinto il premio Andersen 2014 nella categoria “miglior libro a fumetti”. Ha illustrato inoltre Salvo e le mafie, scritto da Riccardo Guido, che ha vinto il Premio Siani 2014 nella sezione “fumetto”. Insegna Tecniche di Animazione Digitale presso lo Ied Roma, lo Iudav e altre istituzioni.

Provenienza: omaggio dell’Ufficio stampa che ringraziamo.

:: Carlos Ruiz Zafón (Barcellona, 25 settembre 1964 – Los Angeles, 19 giugno 2020)

19 giugno 2020 by

Carlos Ruiz Zafón

:: Ballata per le nostre anime di Mauro Garofalo (Mondadori, 2020) a cura di Eva Dei

19 giugno 2020 by

Ballata per le nostre animeVolevo solo un posto, uno, nel mondo. E invece ho avuto l’inferno.

Il 13 luglio del 1914 la Val Brembana è scossa da una terribile vicenda. A Camerata Cornello Simone Pianetti imbraccia il fucile e a sangue freddo uccide sette suoi compaesani, uomini e donne che conosce dall’infanzia.
Simone, nato in quelle valli, è il figlio mediano di una famiglia se non benestante, quantomeno agiata. Gente venuta da fuori, che per il solo fatto di aver acquistato delle terre, saper leggere e far di conto, era guardata con sospetto dai locali. Sebbene Giovanni, il padre di Simone, fosse riuscito col tempo a farsi accettare dagli altri paesani, non si può dire lo stesso per suo figlio, irrequieto e testa calda fin da giovane. Simone riesce a ottenere riconoscimento e rispetto soltanto per le sue doti di abile cacciatore, il migliore di tutta la valle.
Dopo aver trascorso alcuni anni in America in cerca di fortuna, Simone torna il Val Brembana, si sposa, ha otto figli e cerca di costruire un futuro solido per la sua famiglia. Forte di quello che aveva visto e appreso in America decide di aprire prima una locanda, che poi converte anche in sala da ballo. Troppa modernità è subito vista come promiscuità dagli occhi invidiosi dei compaesani, tanto che, se inizialmente gli affari vanno bene, dopo l’ostruzionismo dei notabili e del nuovo parroco, il Pianetti è costretto a chiudere la sua attività per mancanza di clienti.
Con i pochi risparmi rimasti lascia Camerata per il vicino paese di San Giovanni Bianco, dove investe tutto quello che ha in un mulino elettrico. Nonostante la modernità abbia raggiunto la valle con la costruzione delle stazioni ferroviarie, il progresso tarda a essere accettato dalla comunità e in poco tempo si sparge la voce che la farina del Pianetti è in realtà “farina del diavolo”. L’uomo finisce sul lastrico e nella sua mente inizia a farsi strada un’unica idea.

Un uomo solo nella sua cucina. Segna nomi su un’agenda nera. Tira linee e conclusioni. Il futuro già scritto.

Così una mattina d’estate Simone con il suo fucile toglie la vita a sette persone responsabili ai suoi occhi di molte delle sue disgrazie. Cadono sotto i suoi colpi il dottor Domenico Morali (colpevole di non aver curato l’appendicite del figlio Aristide), il segretario comunale, Abramo Giudici e sua figlia Valeria (colpevoli di aver ostracizzato a livello comunale le sue attività e di averle giudicate immorali), il calzolaio e giudice conciliatore Giovanni Ghilardi (suo rivale politico), il parroco Don Camillo Filippi (che più volte aveva incitato la comunità a non frequentare la locanda del Pianetti in quanto luogo promiscuo) e il messo comunale Giovanni Giupponi, che quella mattina si trovava con lui; ultima Caterina Milesi, detta Nella, con la quale aveva avuto un contenzioso per un debito mai pagato e che era stata responsabile delle voci sulla nocività della farina del suo mulino.
Dopo i delitti Simone scappa, si rifugia nei boschi, e nonostante le lunghe ricerche, l’uomo sembra svanito, scomparso per sempre.

E dopo aver compiuto il misfatto. Il Pianetti. Semplicemente. Svanì. La minaccia avrebbe aleggiato nei secoli tra le valli Brembana e Seriana, nei villaggi montani, fin giù ai paesi e le città. In alto, sul massiccio del Venturosa, nevai, labirinti di pietra e nebbia. Una figura avvolta da un mantello scompare, mentre un camoscio guarda dalla nostra parte. Che pure, ci si chiede, di un uomo cosa resta? Poco, o forse, il fantasma della sua libertà.

Mauro Garofalo romanza la vicenda di Simone Pianetti nel suo romanzo Ballata per le nostre anime.
Il libro risulta un’ibridazione di fatto storico, volontà narrativa ma anche metrica delle ballate. Se per tutto ciò che concerne le notizie dell’epoca Garofalo ha fatto affidamento sul volume di Denis Pianetti, pronipote di Simone, Cronache di una vendetta (Corponove, Bergamo, 2018), nello stile, come ammette lui stesso nelle note al termine dell’opera, ha basato la scrittura su gli interludi delle musiche di Nick Cave, Tom Waits e Fabrizio De André. Come in una ballata a ogni stanza, in questo caso capitolo che ci racconta cronologicamente (ma con qualche salto temporale) la storia del Pianetti, si alterna un ritornello, rappresentato dalla voce di una delle vittime. Queste ultime compaiono ormai morte nell’ordine in cui sono cadute quel 14 luglio e le loro anime raccontano la loro verità, alternando rabbia e perdono.

Mauro Garofalo è nato a Roma nel 1974, vive a Milano. Scrittore, giornalista e fotoreporter, è autore di due romanzi, entrambi editi per Frassinelli. È titolare del corso di Scrittura del Centro Sperimentale di Cinematografia di Milano, collabora con La Stampa Tuttogreen e tiene il corso di Storytelling alla Civica Scuola Cinema Luchino Visconti.

Source: libro inviato dall’editore, che ringraziamo.

:: Il corpo del peccato di Silvia Di Giacomo (Foschi Editore 2020) a cura di Federica Belleri

19 giugno 2020 by

Il corpo del peccato di Silvia Di GiacomoSilvia Di Giacomo ci racconta una storia di ossessioni e di demoni. Ossessioni che tornano a impossessarsi dei personaggi di questo libro o che forse non li hanno mai abbandonati. Ossessioni che aspettano l’imput giusto per riaffiorare.
Demoni, che fanno precipitare nel buio e fanno perdere lucidità al Commissario Claudio Degli Esposti, proprio quando si trova a indagare su una serie di morti poco chiare e ad avere a che fare con personalità di dubbio gusto.
La trama è ricca di immagini e particolari di Bologna, la città protagonista di questa vicenda. Ma è anche ricca di sfaccettature emotive e di sfumature che rendono teso il filo conduttore. Troviamo ad esempio un accumulatore seriale, i dipendenti dal sesso, adulti anaffettivi ed egocentrici. E ancora, ragazze bellissime comprate per far lavorare i loro corpi in un night o con clienti senza scrupoli. Troviamo la dipendenza, dalla droga o dal gioco. E ancora, il passato contadino che si è da sempre scontrato con il mondo dei “padroni”, ai quali obbedire senza fiatare.
Uno degli aspetti che più mi ha colpita di questo libro è “il corpo“, visto come merce di scambio, usato e abusato, passivo o attivo a seconda della situazione. Il corpo capace di resettare le emozioni per difendersi e di annullarsi quando è in pericolo. Il corpo, come merce di scambio.
Il corpo del peccato è un mondo fatto di segreti, è il lato oscuro dei protagonisti e il loro desiderio feroce di riscattarsi e vendicarsi del male o del torto subito.
Buona lettura.

Silvia Di Giacomo, classe ’74, vive e lavora a Bologna come gemmologa. Dopo aver frequentato i corsi di scrittura creativa di Gianluca Morozzi esordisce nel 2015 con un racconto per l’antologia “Cadute”, edita da Fernandel. A ottobre 2017 esce il suo primo romanzo “Lo stato di Dio”, pubblicato da Foschi Editore.
Nel 2018 partecipa alle antologie “Tempo” e “Blu”, Clown Bianco Editore. A marzo 2019 pubblica il noir per ragazzi “L’amico virtuale”, edito da Lisciani Libri. A luglio 2019 partecipa all’antologia “Gli incantautori”, per D Editore. Insieme a Gianluca Morozzi è stata direttrice artistica dell’edizione 2018 del festival “Note di carta”.

Fonte: omaggio dell’editore.

:: Esce oggi su Amazon “Delitto a bordo del Giava” di Shanmei

18 giugno 2020 by

In piena Belle Époque, un viaggio a ritroso nel tempo in un mondo perduto ma di cui giungono gli echi fino a noi.

Se vi è piaciuto “Un gioco di pazienza” ritroverete il tenente Bianchi questa volta in viaggio verso la Cina sul piroscafo Giava.

Un giallo vintage ricco di misteri e di pericoli, in cui nulla è come sembra.

giava

Clicca sulla cover per l’acquisto

Napoli, 1900

Il tenente piemontese Luigi Bianchi, facente parte del Secondo Contingente Italiano inviato per sedare la rivolta dei Boxer, è finalmente a bordo del piroscafo Giava alla volta della Cina. Il viaggio però non si preannuncia affatto tranquillo: sabotaggi, tempeste, epidemie e… un delitto. Nel locale caldaie viene infatti trovato il corpo senza vita di un clandestino di cui nessuno sembra conoscere l’identità. Chi è? Cosa ci faceva a bordo? E soprattutto c’è un assassino tra i componenti dell’equipaggio? Magari intenzionato a uccidere ancora? Al tenente Bianchi, aiutato dal tenente medico Maurizio Valente e dal sergente marchigiano Vincenzo Bertelli, verrà dato l’incarico di indagare sul delitto ma ben presto l’indagine si trasformerà in una lotta per la sopravvivenza perché sarà chiaro che qualcuno non vuole assolutamente che il Giava arrivi in Cina.

Disponibile online in digitale su Unlimited o al costo di 3,99 Euro e in cartaceo a quello di 9,99 Euro.

Partecipa a Amazon Storyteller 2020.

:: Presentazione: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Davide Mana

16 giugno 2020 by

Prosegue il ciclo di interviste collettive. Sempre la stessa formula: domande sia mie che dei lettori, e risposte scritte in tempo reale sul nostro Gruppo Facebook.

Il prossimo ospite delle nostre Interviste (im)perfette è Davide Mana.

Sarà con noi lunedì 22 giugno alle ore 18,30 sempre nel nostro gruppo Facebook pubblico. Insomma, come per l’incontro precedente, tutti potranno assistere all’incontro.

Chi vuole fare domande all’autore potrà iscriversi al gruppo!

Io modererò l’incontro, e farò anche domande all’autore. Riporterò poi domande e risposte in un articolo di questo blog per chi non avrà avuto modo di partecipare in tempo reale.

Davide

Davide Mana (Torino, 1967) ha studiato conseguito una laurea in Paleontologia a Torino e un dottorato in Geologia a Urbino.
In passato è stato insegnante, ricercatore, conferenziere a contratto, venditore di auto usate, interprete, creatore di siti web, spaventapasseri, riparatore di biciclette.
Da alcuni anni lavora come autore, divulgatore, traduttore e creatore di giochi. Attualmente vive fra le colline del Monferrato, in Valle Belbo.
Ha pubblicato saggistica e narrativa con editori sia italiani che stranieri, e nel tempo libero ascolta musica, legge romanzi e saggi storici e scientifici, e scrive sui suoi blog strategie evolutive (http://strategieevolutive.wordpress.com), in italiano, e Karavansara (http://Karavansara.live) in inglese.

Elenco titoli essenziali

Romanzi e Romanzi Brevi
The Ministry of Thunder (Acheron Books)
The House of the Gods (Severed Press)
The Corsair: Chasing the Mermaid (Raven’s Head Press)
The Corsair: The Devil Under the Sea (Amazon)
BUSCAFUSCO: Santi & Fattucchiere (Amazon)

Racconti nelle antologie
Alternative Air Adventures (Pro Se Press)
Explorer Pulp (Pro Se Press)
All that Weird Jazz (Pro Se Press)
Dark Italy (Acheron)
Zappa & Spada (Acheron)
Zappa & Spada 2 (Acheron)
Tales from Dry Gulch (Science Fiction Trails)
Sherlock Holmes & the Occult Detectives (Belanger Books)

Giochi di ruolo
Deadlands: Messico & Nuvole (GGStudio)
Hope & Glory (GGStudio/SpaceOrange42)

Saggistica
Avventurieri sul Crocevia del Mondo (Amazon)
La storia fatta coi cialtroni (Amazon)

Ecco è tutto, spero che parteciperete numerosi, non lasciateci soli.

Detto questo, buone letture a tutti e a lunedì, vi aspettiamo!

:: Interviste (im)perfette: a tu per tu con Giovanna Pandolfelli

16 giugno 2020 by

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Ecco il resoconto del sesto incontro del ciclo Interviste (im)perfette tenutosi il 15 giugno sul nostro Gruppo Facebook. Buona lettura!

Benvenuta Giovanna, come prima domanda ti chiederei di parlarci di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro.

Buonasera. Grazie a tutti di essere qui e un grazie speciale a Giulietta Iannone di Liberi di scrivere per questa iniziativa. Vivo in Lussemburgo da molti anni e sono di Roma. Ho un background linguistico e mi dedico alla scrittura da diverso tempo. Ho lavorato nella traduzione e sono parte del comitato Dante Alighieri locale per la diffusione della lingua e della cultura italiana.

Sei specializzata in psicolinguistica del bilinguismo. Che tipo di capacità si sviluppano nelle persone che parlano contemporaneamente due lingue, magari apprese nella prima infanzia? In Lussemburgo la popolazione è bilingue?

In Lussemburgo la popolazione è poliglotta e i vantaggi del bilinguismo sono sia linguistici, che metalinguistici che cognitivi. Ho un blog sull’argomento su “donnechemigranoall’estero”.

Sei parte del comitato direttivo della Società Dante Alighieri di Lussemburgo, parlaci di questa esperienza. Diffondete le peculiarità della lingua italiana nel mondo?

Esatto, alcune delle persone che sono qui oggi ne fanno parte insieme a me o sono assidue frequentatrici dei nostri eventi. E’ un’avventura in continua evoluzione, un’esperienza molto arricchente che permette di restare in contatto con la cultura italiana pur essendo all’estero.

Ho letto che ti occupi di migrazione, intercultura, alterità e diritti delle donne. Come è nato  e come si è sviluppato questo tuo interesse?

Sono tutte tematiche che chi vive all’estero sente sulla propria pelle. Sebbene si tratti di migrazione diversa è pur sempre il confrontarsi con l’alterità e con altre culture.

Traduttrice, insegnante di italiano e ora scrittrice. È stato un passaggio graduale, un po’ inevitabile. Come è nato per te l’amore per la scrittura? Sempre legato ai tuoi interessi, vero?

Ho sempre amato scrivere, e leggere. Chi scrive secondo me deve leggere leggere leggere comunque si’, sono tutti aspetti che si completano.

Approfitto di questi secondi di pausa per parlare della casa editrice la Kalos di Palermo che mi ha accompagnata in questa avventura di pubblicazione ho cercato un editore siciliano perché fosse in grado di sintonizzarsi con me sul tema e loro sono stati fantastici.

Sei autrice di due raccolte di racconti “Guanti bianchi – racconti dedicati a tutti i bilingui nell’anima” e “Terra, mare e altrove”, oltre che di un libro illustrato per bambini sulla musica “Le avventure di Arpetta” in versione bilingue. Come è nato il tuo interesse per i racconti e per la narrativa per l’infanzia?

I racconti sono stati il mio primo amore e ancora amo molto leggere racconti, è una forma narrativa molto flessibile che si adatta bene a sviscerare un tema da vari punti di vista. L‘esperienza della narrativa per l’infanzia è stato un esperimento, ho scritto quella fiaba con mia figlia che aveva all’epoca 9 anni, la mia esperienza di scrittura e il suo sguardo di bimba sul mondo.

Il respiro dell’Isola”, pubblicato nel marzo 2020 dalle edizioni Kalos di Palermo, è il tuo primo romanzo. Ce ne vuoi parlare? Di cosa parla?

E’ la storia di tre donne e delle loro vite che si intrecciano, due isolane e un’africana sbarcata sull’isola. Sullo sfondo la migrazione e in primo piano la vita sull’isola ai nostri giorni e poi con un salto temporale nell’infanzia delle due donne ho voluto fare uno scatto di una situazione, della vita isolana prima e dopo gli sbarchi, delle reazioni della gente e delle scelte delle tre donne, scelte difficili.

In questi anni in che misura è cambiato il tuo stile, il tuo modo di intendere la letteratura?

Molto, credo di essere molto maturata e il passaggio da una forma narrativa all’altra ne è la prova. Non perché l’una sia migliore dell’altra ma semplicemente perché sto sperimentando, entro in terreni nuovi, per me del resto un romanzo e un racconto sono forme molto diverse e richiedono abilità diverse il racconto deve dire l’essenziale in poche parole, è un piccolo gioiello da cesellare il romanzo ha una struttura più ampia, complessa sebbene ammetta anche divagazioni meno essenziali.

La tua scrittura ha una funzione sociale e politica? È fatta per modificare, in bene, il presente?

Credo fermamente nel potere della parola e della scrittura e quando scrivo ho sempre un messaggio in mente. Tuttavia non è necessariamente un messaggio sociale è piuttosto uno scuotere le menti, un far riflettere, un mostrare punti di vista e poi un toccare corde sensibili per creare una sintonia tra chi legge e chi scrive.

Ami leggere? Cosa stai leggendo attualmente? Quale è il libro sul tuo comodino?

Ho appena terminato la “maratona” Premio Strega poiché il nostro comitato Dante fa parte della giuria, poi mi sono lasciata trascinare da una scrittrice del passato, Alba de Cespedes, ed ho letto proprio ieri le ultime righe di Nessuno torna indietro.

Approfitto di nuovo di un attimo di calma per parlarvi delle illustrazioni del romanzo

Sono di Flavia Filpi l’illustratrice della Kalos e il romanzo ne è costellato lungo tutta la narrazione della favola che lo attraversa. Mi piace ricordare che la Kalos nasce come editore di libri di arte e quindi le loro edizioni sono molto curate graficamente, anche la copertina è di Flavia ed è stata per me amore a prima vista.

Bene, penso sia tutto chiuderei questa bella intervista con un ultima domanda: mi piacerebbe conoscere i tuoi progetti futuri di scrittura.

Un progetto è già concreto, un romanzo su un’altra forma di alterità, la malattia mentale. Quando troverà casa (editrice; ) ve lo proporro’ con piacere.

Le domande dei lettori

Cristina Corsini

Intanto complimenti per il bel romanzo che ho visto parteciperà anche ad un premio letterario, puoi dirci di piu’?

Sono in lizza per un premio per romanzi ambientati in borghi italiani e Lampedusa è l’ambientazione del mio romanzo. Incriaciate le dita per me 🙂

Candida Cortez Leblanc

Esiste una sola “madrelingua” o possono essercene due se un bimbo parla lingue diverse con i genitori ?

Si puo’ essere bilingui bilanciati ovvero con una conoscenza comparabile delle due o più lingue pero’ ci sarà sempre una lingua dominante e una minoritaria.

Anto Cico

Ciao Giovanna, complimenti, il libro mi è piaciuto molto. Io avevo una curiosità sull’ambientazione. Perché Lampedusa?

Antonella, Lampedusa per vari motivi. Da un lato come sai anche dalle mie precedenti pubblicazioni, mi interesso di migrazione e mi piace parlarne nei miei libri, dunque Lampedusa ne è un po’ il simbolo, dall’altra volevo esplorare il contesto isolano anche metaforico, infatti nel romanzo Lampedusa non è mai direttamente nominata seppure i riferimenti sono chiari perché volevo che assumesse una dimensione universale.

Consuelo Mantica

Quanto di autobiografico c’è nel tuo romanzo?

Di autobiografico c’è sempre molto in cio’ che si scrive, dipende da quanto si è riusciti a nasconderlo 😉 scherzo, ma in realtà il vissuto c’entra sempre, a volte si insinua tra le parole senza che tu te ne renda conto a volte è invece intenzionale qui posso dirti che ci sono alcuni tratti dei personaggi che attingono al mio vissuto.

Anna Cortesia

Hai dunque iniziato come traduttrice. Consideri la traduzione una scuola di scrittura? Quando hai sentito il bisogno di scrivere una storia tua? E quali autori ti hanno ispirato?

Anna, la traduzione è stata una grande scuola di vita e di scrittura, tuttavia scrivere qualcosa di mio è stato un percorso diverso. Diciamo che la spinta l’ho sempre avuta, scrivere poi per la pubblicazione è un’altra cosa. La traduzione mi è servita per restare in contatto con la mia lingua madre. Dimenticavo gli autori che mi hanno ispirato, non posso non citare Elsa Morante che con l’Isola di Arturo è stata la mia guida, il mio faro lettarario da sempre, poi molto i classici.

Alessia Cantagallo

Quando hai iniziato a scrivere e a “sentirti” davvero una scrittrice?

Vedo solo ora la domanda, mi era sfuggita ma ci tengo a rispondere lo stesso. Mi sono sempre sentita una scrittrice, non posso dire se di talento o meno, pero’ è qualcosa che si sente dentro, quasi indipendentemente se si scriva o no. La scrittura, la parola, la lingua hanno sempre fatto parte della mia vita e delle mie passioni. Certo, il momento chiave è poi vedere il primo libro nero su bianco, stampato. Da quel momento il sogno diventa realtà.

Cristina Corsini

Una curiosità sulla favola che Angela racconta alla figlia. A parte la citazione di Gita al faro Virgina Wolf, la favola è di tua “invenzione”?

La favola è di mia invenzione, anzi vi svelero’ un retroscena. la favola era stata scritta prima, separata dal romanzo. non aveva uno scopo era nata cosi’ per caso poi l’ho inserita e riadattata al romanzo man mano che scrivevo.

Michela non riesce a collegarsi ma mi chiede se ho un legame con Lampedusa.

No, non in particolare. Anzi vi svelo anche questo retroscena, non ci sono mai stata a Lampedusa! Pero’ ho un legame particolare con il mare, questo si’.

Daniela Maniscalco

È stata una sfida sintonizzarti con la sicilianità di Lampedusa?

La tua domanda è un tranello, per la cronaca la dott.ssa Maniscalco è siciliana 😉 Pero’ si’ è stata una sfida come lo è sempre scrivere. A me piace moltissimo tutta la fase preparatoria di un libro, ovvero la ricerca, l’entrare in sintonia con il mondo narrativo e quello siciliano ha presentato le sue peculiarità, in particolare il dialetto per il quale mi sono fatta consigliare e l’editore è stato fondamentale anche per questo.

Anna Cortesia

Il respiro dell’isola è un romanzo sensoriale. Mi è piaciuto l’accostamento con le spezie, sembra di sentire il profumo dell’origano. Queste esperienze olfattive ti sono state suggerite da sensazioni provate magari durante un viaggio o si tratta di una scelta più meditata?

Onestamente né l’uno né l’altra, diciamo che immergendomi nella vita isolana sono approdata anche ai loro colori e profumi.

Daniela Maniscalco

La figlia del rais è un bellissimo personaggio pieno di ombre e di luce e molto sfaccettato. Ce ne puoi parlare?

La figlia del rais doveva essere la coprotagonista ma è finita a tratti per diventare la figura principale proprio per queste sue sfaccettature, è un personaggio più semplice intellettualmente rispetto alla protagonista ma ha un’inquietudine che la rende viva. Mi è paciuto scriverne e per tornare alla domanda sull’autobiografia potrei dire che entrambe le donne hanno qualcosa di me.

Cristina Corsini

Ho molto apprezzato le citazioni dall’Orlando Furioso che calzano veramente a pennello. Come mai questa scelta?

Come dicevo i classici per me sono il punto di partenza e non potevo lasciarmi scappare questa occasione!

Daniela Maniscalco

Non conosco questa scrittrice [Alba de Cespedes]. Ce ne parli?

Una scrittrice del Novecento, romana di madre e padre cubano. Sto facendo una ricerca su autrici donne “dimenticate” una bella penna direi, molto cinematografica, nel senso che la sua scrittura sembra una lenta macchina da presa che zoomma (si dice??) ora su un personaggio ora su un altro, personaggi tutti femminili.