:: Campo di pietra, Tove Jansson, Iperborea 2022 A cura di Viviana Filippini

9 settembre 2022 by

La scrittura nasconde in sé tante sfumature e lo dimostra la storia di “Campo di Pietra” di Tove Jansson, pubblicata da Iperborea. Il protagonista è un giornalista in pensione, Jonas, che ha appeso, ma solo in apparenza, la penna al chiodo. In realtà, per l’uomo c’è ancora un’importante sfida, ossia la scrittura della biografia di Y, il cui nome vero non viene mai citato, però intuiamo che è un grande magnate dei media. Jonas sa chi è Y, conosce alcuni aspetti del suo vissuto, ma deve approfondirli e da subito il protagonista si rende conto che non sarà un cammino facile, perché scrivere un articolo di giornale è un conto, ma raccontare la vita di un individuo, soprattutto di una persona come Y, è qualcosa di molto più complicato. L’autrice ci dimostra come questo giornalista cerchi di portare a termine quella che per lui è l ‘ultima opera, unita a tutte le difficoltà, gli imprevisti e intoppi che Jonas trova nel momento in cui si cimenta nella scrittura. Jonas vive questa sua impresa, o commissione- visto che sono altri ad avergli chiesto di scrivere-, in modo tormentato, perché ci sono i committenti che lo punzecchiano in più occasioni sulle bozze preparate che – secondo loro- hanno qualcosa di poco coinvolgente e interessante per il pubblico. La Jansson ci mostra un uomo anziano, senza amici, con colleghi che ormai sono diventati ex e che stanno a distanza. Jonas è solo, attorno a lui ci sono solo le due figlie, Karin e Maria, che provano, ancora un volta, ad avvicinare il padre e lo fanno invitandolo ad una vacanza da trascorrere assieme. L’azione delle due donne non è solo un tentativo di riavvicinarsi al padre, ma la volontà di proteggerlo e questo porterà Jonas, da una parte, a scrivere molto meno e, dall’altra, a prendere maggiore consapevolezza dell’esistenza di una vita vera, quotidiana, fatta di persone e di sentimenti nuovi e non solo di esistenze costruite con le parole. Questa nuova piccola saggezza, conduce Jonas a conoscere meglio e davvero le figlie, soprattutto la sensibile Maria. Il romanzo è ambientato a sud della città di Loviisa e sarà durante una vacanza a contatto con la natura brulla, con i boschi e con le pietre grezze del paesaggio, che il vecchio giornalista, dando ogni tanto un’occhiata al suo scritto, non solo leggerà la vita di Y in modo nuovo, ma farà una vera a propria autoanalisi del proprio io che gli permetterà di comprendere come è lui, cosa ha fatto di giusto e di sbagliato nella sua vita lavorativa e privata. In questo romanzo, attraverso la figura di Jonas, la finlandese Jansson attua una riflessione sul valore delle parole, su quello che esse possono fare (bene o male) a chi le legge e a chi le scrive. “Campo di pietra”, però, è anche un’acuta riflessione che la Jansson fa sulla solitudine e isolamento che caratterizzata la vita di coloro, scrittori e giornalisti, che lavorano con le parole e che narrano la vita degli altri a volte dimenticandosi della propria. Traduzione Carmen Cima Giorgetti.

Tove Jansson nata a Helsinki nel 1914 da padre scultore e madre illustratrice, appartiene alla minoranza di lingua svedese ed è considerata “monumento nazionale” in Finlandia, dove nel 1994 le celebrazioni per il suo ottantesimo compleanno sono durate un intero anno. È nota in tutto il mondo per i suoi libri per l’infanzia, la serie dei Mumin, che le valse tra gli altri il Premio Andersen e una fama senza tempo. È a partire dagli anni Settanta che ha iniziato a rivolgersi con lo stesso spirito, ironico e sottile, umano e poetico, anche agli adulti con una decina di libri, tra cui “Il libro dell’estate”, di cui cinque pubblicati in Italia, pur continuando a coltivare il filone dei libri per l’infanzia. È scomparsa nel giugno 2001.

:: L’incubo della farfalla di Francesco Ferracin (Linea, Padova 2022) a cura di Valerio Calzolaio

8 settembre 2022 by

Mentre osservavo la zuppa sobbollire, il mio telefono cellulare cominciò a squillare. Un numero italiano che cominciava con 095. Non conoscendo nessuno con quel prefisso, esitai un attimo prima di rispondere. E quando lo feci, all’altro capo una voce disse: «Sono Battiato, ti ricordi?»
(…)

Non lo avevo capito, allora, ma il suo era stato un congedo, perché quella sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti, in questa esistenza. Il ricordo di quello che mi disse non mi abbandonerà  mai, come mai dimenticherò la sua generosità e il privilegio di essergli stato amico. Ci sono voluti altri cinque anni prima che mi decidessi a pubblicare il risultato di quel nostro incontro artistico, nella sua interezza, e così facendo mettere il punto a una storia che mi ha accompagnato per metà della mia vita.

Dalla postfazione: Battiato nel Regno del ritorno.

Venezia, Berlino e altrove. 1998-2021. Il racconto potrebbe iniziare dalla postfazione dello scrittore e sceneggiatore seminomade Francesco Ferracin (Venezia, 1973), intitolata: “L’INCUBO DELLA FARFALLA sive Franco Battiato e il Regno del Ritorno”, ovvero Francesco e Franco. L’autore incrociò meglio le canzoni del musicista solo nell’estate 1992, un amico stufo dei suoi insopportabili gusti aveva infilato una cassetta nell’autoradio andando in spiaggia al Lido di Jesolo. Questa volta ci fu una folgorazione, le parole evocavano immagini, odori, echi antichi e moderni, un’esperienza sinestetica. La musica di Battiato accompagna Ferracin nei tre decenni successivi, lontano da Venezia durante i primi due, in giro per il mondo a seguire la passione e la vocazione per il cinema. Quando scrive Eight, un progetto di film ispirato a/da Ching sulle leggi della sincronicità, si convince che solo Battiato (in quei giorni di settembre 2005 in concorso a Venezia con il secondo lungometraggio) avrebbe saputo come girarlo. Gli invia una mail, s’incontrano a Padova, parlano di taoismo esoterico, retroguardie artistico-musicali, poesia e cinema trascendentali. Iniziano allora uno scambio di idee e una frequentazione culturale. A fine 2007 Battiato va a Berlino dove Ferracin ora prevalentemente vive, con moglie e infante di due mesi. Lo chiama e si vedono più volte, parlano subito del nuovo film del grande artista, Handel, e negli anni successivi s’avvia la collaborazione su un impegnativo progetto che per varie ragioni non vede la luce, Viaggio nel regno del ritorno. Si confrontano per anni, Ferracin ne stende la sceneggiatura, nel 2013 confida a Battiato di aver scritto nel 1998 un poema epico e fantastico sullo stesso tema narrativo, il monologo di un elfo, spunti da Tolkien (appartenente alla frangia più tradizionalista del cattolicesimo). Battiato è entusiasta del testo, lo rivede e ne realizzano insieme il poema sinfonico L’incubo della farfalla, un successo, appunto!

Pensieri scritti (in genere pensati e scritti su un taccuino a un tavolo di caffè), poesie, musiche, narrazioni sparse di storie tra fiction e realtà, incroci di frasi, versi, toni, stazioni e note musicali (dal mi bemolle al re minore): un’opera musicale in prosa o un’autografia (confessione immediata di un’anima trascendente) o un prosimetro o un poema o il racconto autobiografico di un corpo che prende coscienza di sé attraverso illusioni e contraddizioni contemporanee o la trattazione poetica del venire al mondo e di interrogarsene tramite la fantasia, vedete voi. Irrecensibile, sincronica, elegiaca, curiosa, godibile. Lo stesso autore si serve pure della dotta introduzione “Autografia di un’anima” firmata René A. d’Albion, allo scopo di spiegare il complicato ricorso alla lingua scritta per rivelare quello che solo la musica e la pittura sono in grado di fare, soprattutto quei testi (come questi) vergati attraverso un processo di intuizione arazionale. L’opera è breve, divisa in quattro parti interconnesse, sempre intervallando frasi e versi, citazioni e giochi di parole: Impermanenza (titoletti in varie lingue, narrazione in prima), Metamorphosis (24 brevi paragrafi in prima), L’incubo della farfalla (4 movimenti, in terza e prima), El Juego (vari momenti diacronici nel tempo fra il 1890 e il 1995, in prima). L’esistenziale romantico tema narrativo è il ritorno, un percorso verticale a spirale, non orizzontale, né tantomeno positivo. La terza parte, che dà il titolo all’intero volume, prende spunto da un aneddoto sul filosofo taoista Chang-Tzu (369-286 a.C.): addormentato sotto a un albero sogna di essere una farfalla che si posa su un fiore e si addormenta; quando si sveglia non sa se è lui ad aver sognato di essere una farfalla o se è la farfalla che sta sognando di essere un filosofo addormentato; più un incubo che un sogno, suggerì Battiato. Il testo della loro collaborazione è stato rielaborato anni dopo, affinché potesse essere messo in scena nella sua interezza, ora per la prima volta stampato.

Francesco Ferracin nasce a Venezia nel 1973. Dopo studi di germanistica e filosofia comincia una lunga collaborazione con alcune riviste di moda e costume italiane e internazionali. Nel 2004 fonda a Londra la Silk and Steel Productions, dedicata allo sviluppo e alla produzione di progetti cinematografici e transmediali che coinvolgono l’Europa e l’Estremo Oriente. Nel 2008 scrive e co-produce Uneternal City, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Sempre nel 2008 viene pubblicato il suo romanzo Una vasca di troppo. Ha collaborato con Franco Battiato, che ha messo in musica il suo poema L’incubo della farfalla e per il quale ha scritto la sceneggiatura del film Händel.

Source: libro del recensore.

:: Peter Straub (Milwaukee, 2 marzo 1943 – New York, 4 settembre 2022)

7 settembre 2022 by

:: 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive di Giacomo Gabellini (Arianna editrice 2022) a cura di Giulietta Iannone

6 settembre 2022 by

Tra i libri letti in questi ultimi mesi per approfondire e dirimere l’intricato coacervo di propaganda e realtà storica riguardante le origini e gli sviluppi della cosiddetta “Questione Ucraina”, ho trovato di estremo interesse la lettura di 1991-2022. Ucraina. Il mondo al bivio. Origini, responsabilità, prospettive dell’analista e studioso Giacomo Gabellini, che ho già avuto modo di intervistare nel maggio scorso in occasione dell’uscita del suo libro edito per Arianna Editrice. Il pregio di questo libro è senz’altro avere una chiave interpretativa dei fatti netta e argomentata, oltre a possedere un solido bagaglio di conoscenze storiche e geopolitiche. Seppure schierato, è interessante notare che le sue conclusioni, ormai sotto gli occhi di tutti, concretizzano posizioni che erano abbastanza chiare già una decina di anni fa agli studiosi più lungimiranti: il “sogno” di Gorbachev, tra l’altro mancato solo pochi giorni fa all’età di 91 anni, di avvicinare la Russia all’Europa, sogno che personalmente condividevo come molti giovani degli anni’90, ormai è irrimediabilmente sfumato, l’allenaza geostrategica, con tutte le incognite del caso, tra Russia e Cina è ormai inevitabile, come la conseguente asiatizzazione della Russia. Detto questo il libro di Gabellini ha il pregio di fornire un’analisi storica seria, ed enunciare sia resposnabilità che prospettive. Confesso che ho una conoscenza parziale della materia, per cui se vi fossero presenti errori storici perlomeno, le analisi argomentate naturalmente rientrano nell’ambito delle valutazioni personali, non avrei la competenza per segnalarli, ma dalle letture che ho fatto molti dati corrispondono, per cui si evince un approfondito studio di testi e documenti. Molte cose le ho apprese dalla lettura di questo libro, che ha arricchito il mio bagaglio culturale e mi ha fornito strumenti di analisi che utilizzerò anche nella lettura di altri testi. Partendo dall’identità degli slavi d’oriente, formatasi nello spazio geografico dell’antica Rus’ di Kiev, e unificati sotto il profilo religioso da Vladimir I (958-1015), che impose la conversione al critianesimo, si arriva nella breve introdizione storica al febbraio del 1919 quando durante la conferenza di Versailles, al termine della Prima Guerra Mondiale, con una nota diplomatica si richiedeva il riconoscimento formale della Repubblica Ucraina. Con la fine dell’Impero Zarista e la nascita dell’Unione sovietica parte dell’Ucraina nel 1922 entrò ufficialmente a far parte dell’URSS come Repubblica socialista sovietica ucraina. Ecco per capire le origini dell’odierno conflitto, e le cause di attrito e frizione tra Ucraina e Russia, è bene partire da questo spartiacque storico. Senza tralasciare, a mio avviso, la successiva immane carestia, conosciuta con il termine Holodmor, di cui l’Ucraina era rimasta vittima, assieme al Kazakistan, durante i piani di collettivizzazione agraria forzata programmati da Mosca tra il 1932 e il 1933, che causarono milioni di morti per fame. Sono punti nodali che è bene tenere presente per le seguenti analisi, e aiutano a fare un’analisi scevra da preconcetti e strumentalizzazioni troppo banali. E’ interessante notare come la consocenza della storia può aiutarci a evitare errori che sembra si ripetano ciclicamente e soprattutto ci aiuta a superare visioni parziali come per esempio, il fatto che sia falso ritenere che la guerra sia iniziata con l’occupazione militare russa dell’Ucraina del febbraio 2022, ignorando i fatti accaduti già dal 2014. Credo che ormai tutti gli analisti seri abbiano superato questo ostacolo nello sforzo conidviso di cercare di ottenere una risoluzione pacifica di tutte le problematiche in corso. Ve ne consiglio la lettura, affiancandola anche ad altri testi di approfondimento, per avere una sempre più lucida visione di insieme. Il raffronto e il confronto, oltre alla conoscenza, sono in fondo le uniche armi pacifiche che possediamo. Buona lettura.

Giacomo Gabellini (1985) è saggista e ricercatore specializzato in questioni economiche e geopolitiche, con all’attivo collaborazioni con diverse testate sia italiane che straniere, tra cui il centro studi Osservatorio Globalizzazione e il quotidiano cinese «Global Times». È autore dei volumi Ucraina. Una guerra per procura (Arianna, 2016), Israele. Geopolitica di una piccola grande potenza (Arianna, 2017), Weltpolitik. La continuità politica, economica e strategica della Germania (goWare, 2019), Krisis. Genesi, formazione e sgretolamento dell’ordine economico statunitense (Mimesis, 2021) e Dottrina Monroe. Il predominio statunitense sull’emisfero occidentale (Diarkos, 2022). Vive a Terre Roveresche (PU).

Source: acquisto personale.

:: Tutti i sì che aiutano a crescere di Sarah Cervi, (Newton Compton Editori 2022) a cura di Valeria Gatti

6 settembre 2022 by

La più grande sfida che ci lanciano, a mio avviso, è quella di amarli incondizionatamente.”

Madre Teresa sosteneva che “i genitori devono essere affidabili, non perfetti. I figli devono essere felici, non farci felici” e credo che questa citazione sia tanto potente quanto autentica. Nel ruolo di genitori, infatti, si è sempre più convinti che per rendere felici i figli si debba essere dei perfetti supereroi armati di poteri e armi magiche. Al contrario, gli umani che devono affrontare la crescita della loro prole affidandosi alla propria pelle risultano deficitari, quasi sbagliati.

Leggere il manuale dal titolo “Tutti i sì che aiutano a crescere” di Sarah Cervi, edito da Newton Compton, aiuta a comprendere un messaggio che, come dicevo pocanzi, il genitore deve rivalutare: essere veri, carichi di valori e di qualche sbaglio, pieni di consapevolezza circa noi stessi e le nostre emozioni, è il metodo per affrontare il percorso genitoriale. Non servono, per nostra fortuna, armi magiche, ma tanta conoscenza. Il sapere è la risposta alle tante sfide della vita e, a maggior ragione, resta la regola base per aiutare i figli ad affrontare le loro stesse sfide.

C’è qualcuno che si è sentito in imbarazzo e impotente davanti a un capriccio, magari in un negozio pieno di sguardi accusatori? Quante sono le mamme che hanno avvertito quel tossico senso di colpa per essersi concessa del tempo per sé? C’è qualche genitore che ha affrontato l’adolescenza del proprio figlio come uno scalatore senza protezioni? A voi: sappiate che tutto questo è normale, anzi normalissimo, secondo l’autrice. I consigli e le teorie che ha studiato e raccolto in quest’opera sono la prova che l’essere genitori è un compito a cui, spesso, non si è preparati e che, a volte e proprio per questo, rischia di diventare un macigno, un presunto fallimento. Alla base c’è sempre un principio che ricorre spesso, nell’opera: conoscere se stessi e avere quante più nozioni possibili circa la fase che si sta attraversando.

Il manuale ha una forma classica ma non aspettatevi una formalità inespressiva. Al contrario, infatti, l’autrice ha scelto una prosa autentica, leggera, chiara e comprensibile completa di aneddoti personali, prove e riflessioni. Il primo capitolo getta le basi del progetto: “Il difficile mestiere del genitore” è il titolo e il lettore si sente già a proprio agio, compreso, non giudicato. Il giudizio non fa parte dell’opera: l’autrice esplora il complesso mondo del rapporto con i figli senza mai dare per scontato o criticare scelte, e questo rende la lettura ancora più solidale. La narrazione, a partire dal primo capitolo, scava nelle pieghe dell’educazione, dei permessi, delle emozioni, della comunicazione, della sessualità, dell’affettività e, tra un passaggio teorico e un invito a prendersi del tempo per riflettere, si comprende l’importanza della conoscenza. Anche su questo approccio, l’autrice si destreggia tra consigli di lettura, strategie e riflessioni: conoscere per applicare, sapere per comunicare ed esplorare.

Sarah Cervi, in questo suo manuale, affronta il tema della crescita personale lasciando intendere che le fasi di crescita riguardano tutti e non solo i piccoli perché ogni evento – fase, incontro, circostanza – ha la possibilità di migliorarci e di trasmetterci un insegnamento prezioso.

Sarah Cervi È psicologa, psicoterapeuta e insegnante di meditazione mindfulness. Lavora in ambito clinico, si occupa anche di educazione e sviluppo psicologico dei bambini, di sostegno alla genitorialità e di counseling e coaching per la gestione delle emozioni con adulti, adolescenti e bambini. È mamma di due figli adolescenti.

Source: ricevuto dall’editore, grazie a Antonella ufficio stampa Newton Compton.

Gandhi raccontato ai ragazzi nel romanzo corale di Chiara Lossani

3 settembre 2022 by

Chi era Gandhi? Come si comportava? Come ci si poteva relazionare con lui? A raccontare la figura del Mahatma ci pensano le ragazze e i ragazzi protagonisti del romanzo “Gandhi” di Chiara Lossani, edito da San Paolo Ragazzi. Un libro che narra la figura di Gandhi, il suo modo di relazionarsi al prossimo e il cammino, non facile, per l’emancipazione dell’India. Di come è nato il libro ne abbiamo parlato con Chiara Lossani, autrice di libri per ragazzi.

Come è nata l’idea di scrivere un libro su Gandhi dedicato ai bambini? Gandhi mi è sembrata la persona giusta da raccontare ai miei giovani lettori, perché io per prima ne sono rimasta coinvolta fin dal tempo del mio viaggio in India, molto tempo fa. Mi ha affascinato il suo pensiero sul cambiamento, e la sua coerenza ha mosso in me emozioni e riflessioni. Così, quando qualche anno fa un piccolo editore mi ha chiesto di scrivere un racconto per ragazzi su di lui, ho incominciato ad approfondirlo cercando però un modo nuovo di narrazione che potesse coinvolgere le ragazze e i ragazzi che l’avrebbero letto. Quel piccolo libro ha avuto un buon successo, e successivamente ho sentito il bisogno di estendere quel racconto (che nel frattempo è andato fuori catalogo e che si riferiva al solo episodio della marcia del sale) a tutta la sua vita. Ne è nato un romanzo: Gandhi, appunto, pubblicato da San Paolo. Raccontarlo ai ragazzi ha significato principalmente per me andare oltre ogni luogo comune sulla sua figura, spesso presentata come eroica o stravagante, in modo che potessero comprenderlo e amarlo, ma non solo. Per incontrare Gandhi bisogna innanzitutto incontrare se stessi, conoscere se stessi per essere “quel cambiamento che vogliamo vedere nel mondo”, come diceva lui. I ragazzi e le ragazze di ogni tempo, ma soprattutto di oggi, hanno bisogno di conoscere se stessi e hanno bisogno di adulti che mostrino loro un modo nuovo di vivere. Un modo che presupponga l’amore. Nel mio romanzo Gandhi non è un eroe, è uomo fra gli uomini, con un profondo senso di autocritica e sempre alla ricerca della verità dentro di sé. I giovani lettori ne rimangono sorpresi, affascinati, lo sentono vicino e accolgono con interesse e coinvolgimento la sua proposta, cioè la ricerca della verità, dentro e fuori di sé. I ragazzi e le ragazze cercano la verità, e con Gandhi scoprono che la Verità è essenzialmente Amore.

Perché la scelta corale, a più voci, per narrare la figura di Gandhi? Questo romanzo immagina alcuni incontri possibili tra Gandhi e ragazzi e ragazze di provenienze diverse, in cui i lettori possono identificarsi, trovando il proprio incontro con Gandhi.  Gandhi intitolò la sua autobiografia “i miei esperimenti con la Verità”, e lo stesso percorso ho seguito nel mio romanzo. Sono storie di presa di coscienza e di testimonianza che hanno per protagonisti ragazze e ragazzi che raccontano il loro incontro con Gandhi in momenti importanti della sua pratica contro ogni violenza.  Il lettore a sua volta lo incontra attraverso il loro sguardo, e resta attonito davanti al suo non reagire con violenza alla violenza; e sorride alle sue battute; e ammira il suo coraggio nell’affrontare a mani nude i soldati; e si stupisce della sua capacità di compassione anche per gli assassini, e delle sue strane abitudini – pulire le latrine al posto degli intoccabili, o filare il cotone indiano all’arcolaio per due ore ogni giorno.

Da Laxmi, a Khoi, Vittoria, Srinivasa, passando per Seth e Kedar fino a Sushila, tutti apprendono qualcosa da Gandhi. Quanto è importante il rapporto con lui? La vita di ciascuno di noi è fatta di incontri, ad alcuni resistiamo, altri ci cambiano, ma è meglio dire che ci fanno ritrovare noi stessi, come è successo a Khoi, Laxmi, Kedar, Seth, Srinivasa, Victoria e Sushila, i protagonisti di questo romanzo, le cui storie hanno incrociato quella di Gandhi. Stanno vivendo momenti difficili della loro esistenza, e incontrano Gandhi in momenti cruciali della sua. È un incontro in fondo alla pari, ognuno guarda a sé e all’altro con libertà. La libertà di scegliere cosa fare, dove andare. Ognuno compie la sua scelta, anche Gandhi, che lascia sempre a chi ha di fronte la libertà di andarsene o di condividere il percorso con lui. Nell’episodio di Laxmi, questo è particolarmente evidenziato…Incontrare Gandhi per incontrare se stessi, per sperimentare se stessi, insieme a lui e in cammino con lui. Questo è il senso del romanzo.

Tra i protagonisti che si avvicendano attorno al Mahatma quanti sono reali e quanti frutto della fantasia?  Tutto ciò che nel romanzo riguarda Gandhi è documentato, ho cercato di rispettare il più possibile le sue vere parole, che meritano di essere ascoltate come lui le ha pronunciate. I ragazzi protagonisti invece sono frutto della mia fantasia, tranne Uka, l’intoccabile, che era un servo della casa dei Gandhi, e che lui conobbe da bambino.  La capra dell’episodio con protagonista Vittoria è un’invenzione, ma non il fatto che Gandhi abbia portato con sé una capra dall’India, sulla nave che lo condusse in Inghilterra nel 1931.  Ed è vero anche l’episodio nella fabbrica di cotone. Gli operai inglesi erano molto arrabbiati con Gandhi, perché molti di loro erano stati licenziati e vivevano in condizioni di miseria, anche in conseguenza della sua lotta contro i tessuti inglesi commercializzati in India. Gandhi ne era dispiaciuto, fece loro un discorso che è rimasto nella storia – quello che riporto nel racconto – con cui seppe conquistarsi la loro stima. C’è un’incredibile fotografia che ci documenta l’incontro con le tessitrici della fabbrica, che lo circondano, gli stringono le mani, lo acclamano. Una foto davvero emozionante, che mi ha ispirato il racconto. Anche l’episodio di Sushila e di Kedar – rivisto solo nel finale – è accaduto realmente. Ci viene riportato da Lapierre e Collins nel loro indimenticabile Stanotte la Libertà, che merita di essere riletto. Devo precisare però che alcune date sono state modificate per esigenze narrative, ma ciò non ha influito sul senso del racconto.

Cosa rappresenta per lei la figura del Mahatma? Come ha affermato in un’intervista la figlia del Vicerè dell’India, che lo incontrò da bambina, “Gandhi era irresistibile”. Era un uomo che catturava l’interesse di chiunque lo incontrava, che sapeva trascinare le folle, che scosse la coscienza non solo del suo popolo ma del mondo intero. Quello con Gandhi è stato per me un incontro fulminante, in cui mi sono immersa con tutta me stessa. Penso che le sue parole, i suoi gesti, le sue idee originali siano ancora oggi un’indicazione di vita, ci mostrino una via di convivenza, una possibilità vera per l’umanità di poter superare i conflitti che stiamo attraversando, mettendo in pratica quell’atteggiamento che fece dire a Gandhi che: “prima di lottare contro i pregiudizi degli inglesi, noi indiani dobbiamo superare i nostri pregiudizi cambiando noi stessi”. Credo che sia una grande lezione per me e per tutti. Sono convinta che abbiamo più che mai bisogno delle parole di Gandhi per trovare una pace nuova e dare spazio al cambiamento di cui il nostro mondo ha bisogno per sopravvivere.Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo… sono parole d’oro che tutti noi dovremmo cominciare a scrivere nella mente e nel cuore.

Come è stato raccontare ai lettori bambini e ragazzi una figura come quella di Gandhi e quanto è importante che i piccoli lettori conoscano le personalità che hanno agito nella Storia? Sento fortemente il bisogno che provano le ragazze e i ragazzi di leggere storie vere, di conoscere di figure di riferimento di adulti coerenti, che mostrino loro un nuovo modo di vivere oltre il consumismo e la banalità.  L’ attualità di Gandhi credo sia ben riassunta da una frase che mi disse un dirigente scolastico in un incontro con i ragazzi della sua scuola: “Lo dica a loro, che la vera forza, il coraggio, non è tirare pugni!” Penso che i ragazzi lettori possano identificarsi con i personaggi del romanzo  nella ricerca della propria verità. Gandhi è oltre ogni epoca, perché con la sua teoria e la sua pratica, che sperimentava innanzitutto su di sé,  affronta il tema della violenza individuale e collettiva. i conflitti persona contro persona, il pregiudizio, l’importanza delle scelte e della presa di coscienza di ciascuno. Gandhi risponde alla domanda che i nostri ragazzi e ragazze si pongono ogni giorno: come risolvo i miei conflitti? La risposta di Gandhi è: con l’amore, che si attua con la non violenza, un messaggio che egli sa trasmettere a tutti senza supponenza, ma sempre con coerenza e leggerezza.

Le piacerebbe fare un altro libro come questo? Se sì quale personalità le piacerebbe raccontare? Mi piacerebbe raccontare ancora la storia di una grande personalità attraverso le voci di ragazze e ragazze, certo, senza emulare questo romanzo ma trovando strade nuove. Persone che hanno portato qualcosa di nuovo nel pensiero dell’umanità, che possano “convertire” il cuore e la mente per trovare nuove possibilità di esprimere quanto di buono c’è nel genere umano. Non ho in mente il nome di nessuna personalità, per ora, ma tante si sono avvicendate nella Storia, e sono certa che la troverò.

INTERVISTA

19 agosto 2022 by

Letture e sogni

Vita e colore

Oggi il blog intervista un’autrice che non conoscevo ancora, ma che ha attirato immediatamente la mia curiosità. Lei si chiama SHANMEI e ha all’attivo numerosi libri e una passione sconfinata per la scrittura e la lettura. Dopo l’intervista, troverete i link dei suoi romanzi, in modo da andare a curiosare e conoscerla meglio. Intanto leggiamo cosa ci racconta, sono molto curiosa e voi?

1)Chi èShanmeinella vita, cosa fa?

Innanzitutto grazie di queste belle domande, sarà un piacere per me rispondere.Shanmeiè il mio nome d’arte, conquistato sul campo delle palestre di scrittura che c’erano molti anni fa, agli albori di internet in Italia. Sono però italianissima sebbene ami l’Oriente e tutto quello che vi è legato dalla letteratura, alla musica, alla pittura. Oltre alla mia attività di scrittrice sono anche una blogger e mi va di ammantarmi di un po’ di mistero, come le dive del cinema mutod’antan.

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:: La strana morte di Mme. Fontaine di Shanmei (Le avventure del tenente Bianchi nella Cina misteriosa Vol 5)

18 agosto 2022 by

Un mystery storico nella Cina del primo ‘900

Della stessa serie potete leggere le novelle “Delitto a bordo del Giava in navigazione per la Cina“, “Lo strano caso del missionario scomparso” , “Il mistero della Fenice d’Oro“ e Il mistero del Mandarino calunniato“.

E i racconti brevi: Un gioco di pazienza e Tre mesi in Giappone

La strana morte di Mme. Fontaine” sarà ambientato nell’alta società della colonia. Tra corse di cavalli, balli, pranzi e tutto quel corollario di lusso e “spreco” che caratterizzava la vita dei pochi privilegiati della comunità internazionale. Eugenie Fontaine è la vera protagonista dell’episodio, vittima di un feroce omicidio che sconvolgerà la comunità di espatriati che ruota tra Pechino e Tientsin. Moglie di un mercante d’arte, figlio di un ricchissimo magnate delle Ferrovie, Eugenie diventerà per Luigi Bianchi un enigma da dipanare ricostruendone la vita, i molti amanti e il carattere ribelle e determinato. Eugenie come un fantasma l’accompagnerà per tutta l’indagine svelandogli i lati più torbidi di una società che ostenta lussi e ricchezze ma nasconde dentro di sè il vuoto.

Poi ci sarà tutto il gruppo “italiano” e il nostro Luigi Bianchi dovrà darsi da fare per non soccombere in un mondo governato da privilegi e egoismi. Chi ha ucciso la bella Eugenie? Sarà stato il marito stanco dell’ennesimo tradimento? O l’ultimo amante interessato solo alle sue ricchezze? Il Colonnello George Spencer padre di Eugenie amico di lunga data di Luigi Bianchi incaricherà proprio lui di fare luce sul mistero e “salvare” l’onore di sua figlia da tutti dipinta come una donna superficiale, frivola e amante dei piaceri. Ma ben presto il tenente Bianchi scoprirà che la donna era tutt’altro che sciocca e vanesia anzi aveva scoperto un segreto oscuro e pericoloso, che aveva poco a che fare con le false piste su cui tutti sembrano volerlo incanalare. E sarà proprio Mei, sua moglie, ad aiutarlo nelle indagini svelandogli una Cina sconosciuta e pericolosa dove tutto sembra essere un gioco di specchi.

Quinta novella di una serie di mystery storici coloniali con ambientazione cinese. Avventura, intrighi, giochi di spie, suspence e delitti su uno sfondo esotico, con un buon e accurato contesto storico che copre l’arco temporale cha va dal 1900 al 1905.

A Natale! In prenotazione a breve.

Leo de Sanctis racconta le “Ricette di guerra” della zia Amalia. A cura di Viviana Filippini

28 luglio 2022 by

Vivere in tempo di guerra e cucinare piatti per sfamare le bocche della propria famiglia con quel poco che si ha. Questo e tante ricette si trovano in “Ricette di guerra. 1940/1944 per una cucina semplice semplice”, il ricettario di Amalia de Sanctis, della quale Fefè editore ha pubblicato il libro a cura di Leo Osslan de Sanctis e con un testo di Cesare de Sanctis, parenti della zia Amalia, che nella foto vediamo in compagnia Sante de Sanctis nel 1913 a Parrano, in Umbria, nei pressi di Città della Pieve paese di orgine della famiglia. Della zia Amalia e del suo mondo ne abbiamo parlato con Leo.

Leo, come è entrato in possesso delle ricette di zia Amalia e perché ha deciso di pubblicarle? La nascita di questo libro è a suo modo molto letteraria. Riordinando la piccola e originale biblioteca di libri gastronomici di mia madre, dopo la sua morte, mi sono imbattuto in un’anonima busta bianca, anzi grigia di polvere. L’ho aperta incuriosito e dentro vi ho trovato il manoscritto delle “Ricette di guerra 1940/1944” che la mia zia Amalia regalava a mia madre in occasione del suo matrimonio con mio padre, nel febbraio del ‘44. In realtà più che un manoscritto era la copia carbone di un dattiloscritto, battuto a macchina dalla “zia Amalia” in più copie, con la carta carbone tra un foglio e l’altro e i fogli leggeri leggeri, come carta velina. Cose d’altri tempi. E appunto molto letterari. In quel momento ho deciso d’impulso che dovevo farne un libro.

Nel libro si parla di Amalia come di una vestale, perché si afferma questo? La zia Amalia (l’ho sempre conosciuta e chiamata così, anche se in realtà era la mia prozia, sorella minore di mio nonno Carlo, nati entrambi alla fine dell’800) era molto legata a Parrano, microscopico paesino umbro dell’alto Orvietano in cui la famiglia De Sanctis ha prosperato fin dal 1480. Amalia, suo fratello Carlo e il fratello di mezzo Valerio, furono la prima generazione “romanizzata”: il loro padre e mio bisnonno Sante De Sanctis (uno dei fondatori della psicologia/psichiatria in Italia) era colui che aveva “fatto il salto”, abbandonando il paese per trasferirsi a Roma. Amalia aveva una memoria elefantiaca: del paese e delle radici della famiglia sapeva e ricordava tutto, e non perdeva occasione per ricordare, con orgoglio, fatti e persone del passato anche remoto. Per questo mio nonno Carlo l’aveva proclamata “vestale” della famiglia; era al tempo stesso un gentile sfottò e il riconoscimento di un ruolo importante.

Che idea e immagine si è fatto lei di zia Amalia? La zia Amalia era molto simpatica, molto cordiale, grande conversatrice, molto espressiva con continui e imprevedibili movimenti di occhi, mani e volto tutto. Da me e dai miei cugini, bambini e poi ragazzi, era amata. Proverbiali erano le sue “festicciole” in cui ci mescolava ad altri coetanei a noi sconosciuti e ci invitava a “socializzare”, con lo spirito pedagogico che le derivava dall’illustre suo padre Sante. Ricordo dovizia di panini burrosi con salumi vari e montagne di pasticcini, un po’ all’antica ma eravamo pur sempre negli anni ’60.

Le ricette sono tante, vanno dagli antipasti, ai primi, secondi, contorni, stuzzichini, dolci. C’è qualcosa che l’ha stupita di queste ricette? Quello che più mi ha stupito sono le non-ricette, quelle dettate materialmente dalla penuria di materie prime a causa della guerra. Ad esempio la “pastina senza pastina” o quelle che la zia ha definito “malizie culinarie”, cioè trucchi del mestiere per preparare “un’insalata senza olio” o “una maionese con poco olio” o come fare per “imburrare un recipiente senza burro”. Piccole truffe innocenti perpetrate con ingredienti succedanei ma egualmente genuini; molto diverse dalle vere e proprie truffe di oggi, in cui si spacciano per genuini prodotti realizzati con l’aiuto determinante e a volte pericoloso della chimica.

Cucinare in tempo di guerra cosa comportava per Amalia e per chi come lei stava vivendo quella situazione? La zia Amalia era in un certo senso fortunata ad aver mantenuto un legame con la campagna umbra natìa. Da lì arrivavano, saltuariamente, rifornimenti di cui non tutte le famiglie romane potevano godere. Risorse che comunque la zia utilizzava e insegnava ad utilizzare con parsimonia, con attenzione, con un occhio sì al gusto del piatto ma con molta cura, ad esempio, al riutilizzo degli avanzi o, come dicevo prima, all’uso di ingredienti succedanei più economici e disponibili.

Cosa possiamo imparare noi da zia Amalia? Ora un’altra guerra è in corso e non mi riferisco solo alla guerra guerreggiata di cui sappiamo (che pure ha e avrà la sua influenza su cosa mangiamo), ma alla guerra più subdola e sotterranea che affligge molte famiglie: la difficoltà a mettere insieme pranzo e cena come vorremmo o come eravamo abituati, la costrizione a rinunce e a scelte. Questo piccolo libro ci può aiutare in questa nuova diversa emergenza.

Ha provato a fare qualcuna delle ricette? Non sono un gran cuoco ma qualcuna l’ho voluta testare e il risultato non è stato niente male! Delle ricette della zia Amalia quello che apprezzo è che sono diverse dai ricettari “moderni”, che trovo un po’ ansiogeni e per niente rilassanti: non troverete quasi mai l’indicazione delle quantità precise (tot grammi non uno di più) né dei tempi (tot minuti non uno di meno) o dei gradi (al forno a tot gradi mi raccomando). Moltissimo è lasciato all’interpretazione di chi cucina, all’estro, alla sensibilità, al “naso” di chi è ai fornelli.

Tra tutti i piatti proposti qual è quello che le piace di più e quello che le piace di meno (se c’è)? Consiglierei questo menù, di estrema semplicità sia nella preparazione che negli ingredienti, con cui (come si dice) farete un figurone: “riso con mozzarella” di primo o se preferite una “minestra di noci”; per secondo, delle “polpette miracolose” (anche nel gusto) o per i vegetariani un “tortino con peperoni”; come contorno energetico, “patate vitalizzate”; infine per dessert, consiglio il “monte d’oro” (un mont blanc di guerra e assai più facile da preparare) o per i piccoli un “budino di pane”, facile e economico.

Quanto è importante fare memoria anche delle ricette di famiglia del passato? Credo che la memoria sia di per sé fondamentale, ovviamente quella storica, ma anche quella più minuta, di famiglia: sono le nostre radici che non dobbiamo mai dimenticare né trascurare, sono il nostro dna. La memoria gastronomica è ugualmente fondamentale: “siamo quello che mangiamo” possiamo declinarlo al passato “eravamo quello che mangiavamo”. E da quelle persone, che mangiavano così, noi deriviamo.

Source: richiesto dal recensore. Grazie allo studio 1A.

:: Nasceva oggi: Raymond Chandler

23 luglio 2022 by

Nasceva oggi 23 luglio 1888 a Chicago, Raymond Chandler, qui ritratto con la sua gatta nera di nome Taki.

:: Borders, Giuliana  Facchini (Sinnos, editore 2022) A cura di Viviana Filippini

22 luglio 2022 by

“Borders” è il titolo del libro di Giuliana Facchini che torna in libreria con una storia ambientata in un futuro prossimo, non troppo lontano dal nostro mondo attuale. Il volume, edito da Sinnos, presenta un gruppo di ragazzi a Magnolia. Già, il nome è quello di un albero, ma la megalopoli del libro della Facchini è un luogo super avanzato dal punto di vista tecnologico, perfetto e inattaccabile. Quello che colpisce di Magnolia è il suo essere l’unico punto di vita in un luogo che è una landa deserta e sterminata dove l’aridità, la desolazione e la distruzione hanno spazzato via quella che una volta era la terra. Magnolia è un luogo nel quale la società è basata su regole rigide e controllo estremo di chi ci vive e di ogni cosa messa in circolazione, tanto è vero che nella località non esistono libri, sono completamente banditi e quello che si conosce è controllato e veicolato da chi gestisce il potere. Chi è fortunato ha ogni privilegio. Chi è povero e emarginato non ha nulla e deve lavorare duramente per poter sopravvivere. Nel cemento di Magnolia vivono un gruppo di ragazzi (Lindgren, Dickens, Verne e Alcott), tutti con nomi di noti scrittori per i più sconosciuti, perché qualcuno, o qualcosa, ha come cancellato la memoria delle persone. I quattro sono i figli adottivi di Olmo, una donna misteriosa che ha in serbo per loro un progetto fuori dalla norma e che li ha adottati appena nati per educarli ad alcuni valori come la conoscenza delle cose (i semi delle piante), la libertà, la ribellione, la ricerca della verità appartenuti ad un mondo lontano (la terra di un tempo sparita) che non è Magnolia dove tutto invece è sterile e freddo, dove ogni cosa viene fatta con la tecnologia, annientando per sempre le relazioni umane. Il piano di Olmo è quello di architettare per Lindgren, Dickens, Verne e Alcott una vera e propria fuga da Magnolia verso un luogo, perché è convinta che esista un posto, dove quei valori scomparsi ancora vivono. Il romanzo della Facchini, con copertina disegnata da Mara Becchetti, è avventuroso, al punto giusto distopico, ma in esso i protagonisti attuano quello che è il percorso di crescita tipico del romanzo di formazione. Perché? Perché nel momento in cui i ragazzi cominceranno ad attraversare il deserto di cemento per raggiungere l’isola sconosciuta dove si trova il vecchio William nella speranza che lui abbia i semi che stanno cercando, dovranno attraversare tutta una serie di prove, valicare ostacoli e imprevisti che metteranno in crisi ogni loro certezza. Ogni evento vissuto li porterà a confortarsi con la realtà sconosciuta e misteriosa fuori da Magnolia, con i resti di quello che era il mondo del passato, con persone nuove e con situazioni dove i quattro giovani rifletteranno sul valore dell’amicizia e su quello della libertà. “Borders” di Giuliana Facchini è quindi un romanzo che comprende diversi generi (avventura, distopia, formazione) dove Lindgren, Dickens, Verne e Alcott (che sono un po’ l’immagine riflessa dei giovani lettori di oggi) impareranno ad ascoltare a conoscere meglio il loro cuore e anche il mondo che li circonda, con la presa di coscienza che esistono eventi il cui corso può avere effetti drammatici e irreparabili sul singolo e sul mondo circostante e solo con la speranza, la forza e il coraggio è possibile agire insieme per tentare di cambiare le cose e tornare a vivere in libertà.

Giuliana Facchini è nata a Roma. Qui ha frequentato la facoltà di Lettere e ha ottenuto un attestato della Regione Lazio come Segretaria di Edizione Cinematografica. Ha seguito corsi di recitazione e doppiaggio ed è stata interprete di teatro amatoriale e semiprofessionale, occupandosi anche di teatro per ragazzi. Ha vissuto a Roma e a Lussemburgo e ora abita in un paese tra Verona e il Lago di Garda. Da anni scrive libri per ragazzi. Ha vinto nel 2008 il “Premio Montessori”, nel 2012 il “Premio Arpino” e nel 2015 il “Premio Giovanna Righini Ricci”. Con Sinnos ha pubblicato “La figlia dell’assassina” (2018).

Source: ricevuto dall’editore, grazie a Emanuela Casavecchi e all’ufficio stampa Sinnos.

:: L’uno dall’altro di Philip Kerr

19 luglio 2022 by

Dopo la trilogia berlinese, proseguono le imperdibili indagini di Bernie Gunther con una nuova avventura del detective più scorretto di sempre.

È il 1949, Gunther vive a Dachau e gestisce l’hotel della moglie, dove però nessuno mette mai piede. La donna è da tempo ricoverata in una clinica e lui è sempre più convinto di vendere la struttura e riprendere l’attività di investigatore. L’occasione perfetta gli si presenta a Monaco di Baviera: sommersa dal caos della sconfitta, la città pullula di affari sporchi, avidità dilagante, criminali di guerra in fuga e colpi bassi di ogni genere. Un luogo dove un investigatore privato può trovare tante opportunità di lavoro non del tutto rispettabili: ripulire il passato nazista della gente del posto, favorire i latitanti nella fuga all’estero, risolvere le rivalità tra malviventi… Finché una donna non si presenta nel suo ufficio: suo marito è scomparso. Trattandosi di un ricercato che dirigeva uno dei lager più feroci della Polonia, non vuole ricongiungersi con lui, ma solo assicurarsi che sia morto. Un lavoro abbastanza semplice. Ma nella Germania del dopoguerra nulla è semplice: accettando il caso, Bernie affronta molto più di quanto si aspettasse, e presto si ritrova in pericolo, circondato da sciacalli, in un paese sconfitto e diviso, dove è difficile distinguere gli amici dai nemici, gli uni dagli altri…

Philip Kerr Nato nel 1956 a Edimburgo, ha esordito con Violette di marzo, pubblicato nel 1989 e primo capitolo della trilogia berlinese, grazie alla quale ha collezionato una lunga serie di premi e riconoscimenti e viene considerato un maestro del giallo. È inoltre autore di numerosi romanzi di successo. Amato dai giallisti, dai grandi autori letterari, dai divi del cinema, è scomparso precocemente nel 2018. Fazi Editore ha pubblicato l’intera trilogia: Violette di marzo (2020), Il criminale pallido (2020) e Un requiem tedesco (2021).