:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Gabriele Dolzadelli

6 novembre 2018 by

1“1670. In un clima di scontri per la colonizzazione del Nuovo Mondo e per la supremazia commerciale, un giovane irlandese di nome Sidvester O’Neill parte per il Mar dei Caraibi con destinazione l’isola di Puerto Dorado. Lo scopo è quello di ritrovare il fratello Alexander, partito anni prima, per riportarlo a casa. Ma il viaggio avrà risvolti inaspettati. Nelle oscurità della giungla della piccola isola vi è nascosto un segreto a cui le principali potenze europee (Francia, Inghilterra ed Olanda) ambiscono. Intrighi, inganni e complotti farciscono le giornate di Puerto Dorado, in una lotta al potere fra i più astuti capitani presenti sull’isola. Il tutto sotto l’occhio vigile di una nave pirata ancorata all’orizzonte, di fronte a quella piccola terra di tutti e di nessuno.”

Esatto, parliamo di bucanieri, in particolare di quelli raccontati nella saga “Jolly Roger”, di Gabriele Dolzadelli, pubblicata a partire dal 2014 e giunta al suo quinto volume.
Pubblicata o, per meglio dire, autopubblicata. Dolzadelli è infatti uno scrittore indie (per avere un profilo dei self-publisher, vi rimando a un ottimo articolo, datato 2017, del sito Extravergine d’autore: https://www.extraverginedautore.it/blog/2017/04/28/chi-sono-gli-autori-indie/) ovvero un autore che, secondo una certa vulgata, “fa tutto da sé”. Ma sarà poi vero?

Ringraziamo Gabriele per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

Partirei proprio da quello a cui accennavo nella premessa, il fare tutto da soli. Ritengo sia un falso mito che rischia di danneggiare gli stessi self-publisher meno esperti. La trasformazione di un manoscritto in un libro consta di vari passaggi che l’autore, in taluni casi, deve delegare ad altri. Mi riferisco per esempio all’editing per il quale è necessario l’intervento di un professionista esterno.
Cosa ne pensi? Credi che si sia maturata questa consapevolezza?

Buongiorno Ilaria e un saluto a tutti quanti. Grazie a voi per il vostro spazio. Credo che la consapevolezza in merito alla necessità dell’editing stia prendendo sempre più piede. Questo perché vedo un crescente numero di prodotti indie di qualità, molto competitivi nel mercato editoriale. Penso che siamo sulla strada giusta, ma bisogna farne molta. Purtroppo noto ancora molti dibattiti sul web creati da autori che credono al falso mito dell’editor che stravolge l’opera, la snatura o le toglie personalità. Qualcuno pensa sia un nemico dell’arte e questa ingenuità può solo fare del male a chi ci crede. Spero che venga col tempo completamente debellata. C’è anche da dire, inoltre, che una quantità enorme di persone si improvvisano editor, portando molti autori ad avvalersi di una figura impreparata che, pur correggendo l’opera, non ha le competenze per accompagnare lo scrittore in un percorso di crescita. Perché credo che l’editor sia proprio questo: un maestro che ti aiuta ad affinare lo stile e a sfruttare al meglio le tue capacità. 

A prescindere dai numeri, buoni anche per alcuni scrittori made in Italy, nel mercato del self si trova di tutto, dal lavoro curato in ogni particolare al testo acerbo e non ancora pronto per incontrare i lettori. Proprio l’assenza del filtro editoriale può portare a ritenere il self-publishing come una terra di nessuno dove, in nome di una malintesa democratizzazione del sapere, chiunque può pubblicare qualunque cosa.
Come stanno le cose secondo te allo stato attuale? E come ritieni che si evolveranno nei prossimi anni? 

La democratizzazione non è un aspetto che riguarda solo l’autopubblicazione. Oggi la si vede in tutti i campi. Se ci pensiamo, chiunque può suonare, recitare o creare contenuti sul web, mettendoli a disposizione del pubblico. Grazie a internet ci si può improvvisare in qualunque ruolo. In questo c’è sia del bene che del male. Da un lato la possibilità di incappare in prodotti scadenti, dall’altro la completa libertà che permette una sperimentazione sganciata dalle regole del mercato. Io credo che la meritocrazia farà il suo corso. I lettori stroncano subito sul nascere i prodotti poco curati e chi non prende seriamente ciò che sta facendo finisce per non avere nessuna possibilità di sbocco. Vedo una sorta di selezione naturale, dove chi diventa editore di sé stesso fa parlare di sé e rompe il muro del pregiudizio arrivando a un gran numero di lettori. Tutti gli altri finiscono nel dimenticatoio. D’altronde, è la legge dei grandi numeri. Su decine di migliaia di opere pubblicate e autopubblicate ogni anno è evidente che ben poche possono essere lette. Queste regole non muteranno. Quello che deve mutare è la testa del singolo individuo. Vuoi vendere solo due copie a parenti e amici? Allora puoi anche non curare il tuo testo. Vuoi arrivare a qualche centinaio di lettori? Allora devi investire tempo, energie e denaro. Non ci sono altre vie. A ognuno la sua scelta.  

Un altro luogo comune, simile a quello che voleva l’ebook contrapposto al libro cartaceo, considera il self-publishing nemico dell’editoria tradizionale. Ritengo che i due ambiti possano lavorare fruttuosamente in sinergia e, come ho sempre pensato che l’ebook fosse una possibilità in più che non avrebbe soppiantato il libro di carta, ritengo che le case editrici siano un bene primario e non sacrificabile della nostra società come lo sono le case di produzione e di distribuzione cinematografica. Allo stesso modo penso che il self-publishing, se scelto con consapevolezza, possa rappresentare una risorsa e, perché no, anche una vetrina o un trampolino, per chi lo desidera e si muove in questo senso.
Cosa pensi che possa imparare l’editoria tradizionale dal self e cosa invece il self potrebbe apprendere dall’editoria tradizionale? 

L’editoria tradizionale può imparare dal self il coraggio di certe scelte. Ho conosciuto autori che avevano in cantiere opere di un determinato genere che l’editoria considerava poco “commerciabile” ma che, al contrario, ha fruttato molto a questi scrittori indie che hanno voluto osare. Dall’altro lato, penso che il self possa imparare dalle linee e le scelte dei grandi editori per comprendere al meglio dove stia spingendo la massa (o dove la si stia dirigendo). Ad ogni modo, sono d’accordo con te. Ci sono diversi autori che sono “ibridi”, forse perché vengono dal self e con altri testi hanno trovato un editore che ha voluto investire su di loro o forse sono autori già pubblicati che per alcune delle proprie opere hanno preferito fare da soli. Una cosa non esclude l’altra. 

Hai creato un gruppo facebook che parla di self-publishing (il gruppo si chiama Self Publishing Italia, N.d.R.). Nel tuo gruppo, come si chiarisce nella descrizione, lo spam è severamente vietato. Eppure, al di fuori, molti autori, non per forza indie, pubblicizzano i propri lavori contando principalmente su questa modalità, probabilmente molto poco fruttuosa.
Ci sono dei consigli che daresti, sulla base della tua esperienza, per promuovere il proprio lavoro? 

Se devo dare un consiglio, direi di essere avvicinabili, amici dei lettori o potenziali tali. Questo lo si fa attraverso i gruppi Facebook, per esempio, dove è facile l’interazione. Bisogna approcciarsi ad essi più come lettori che come autori. Questo porta col tempo ad avere persone fidelizzate e ad acquisire anche una certa autorevolezza sul genere trattato. Ho visto molte persone seguire questa strada e ho notato che ha sempre portato ottimi frutti, considerando anche che i gruppi organizzano giornate autore o letture condivise. Aggiungo, inoltre, il puntare più alla diffusione dell’opera che al guadagno, almeno all’inizio. Una promozione gratuita può creare un bacino di lettori che possono poi generare passaparola o leggere altre tue opere. Risultati che non si possono ottenere impuntandosi sul volere a tutti i costi valorizzare il proprio lavoro con un prezzo più alto. Infine, bisogna stare al passo coi tempi, perché i metodi di promozione variano di volta in volta. Oggi Instagram ha un bacino di utenza crescente, rispetto a Facebook. Le live o le stories sono strumenti che arrivano a più persone rispetto ai post statici. Insomma, bisogna metterci la testa.

Senza contare i riferimenti più scontati, come l’”Isola del tesoro” di Stevenson, un classico per ogni generazione, mi viene in mente “La vera storia del pirata Long John Silver”, di Björn Larsson, pubblicato in Italia da Iperborea. E poi, per passare al cinema e alle serie tv, la celebre saga “Pirates of Caribbean” o la splendida “Black Sails”, storia di quella sorta di convitato di pietra di “Treasure Island” che è il capitano Flint.
Come sono nate la tua passione per i pirati e la voglia di scrivere questa saga?

Può sembrare strano ma non è una passione che ho avuto o che mi ha spinto a scrivere questa storia. Prima di fare la stesura del primo volume della saga, per esempio, di romanzi sulla pirateria avevo letto solo “L’isola dei pirati” di Michael Crichton. Solo negli anni a seguire lessi Stevenson, Tim Severin o Larsson (a Salgari non mi sono ancora approcciato). La mia idea, infatti, era quella di scrivere una storia corale dotata di un intreccio fatto a regola d’arte, con diversi punti di vista e una serie di messaggi molto forti. Il mio primo progetto fu un thriller moderno, che però non portai mai a termine. Mi sono così scervellato a lungo nel trovare la giusta collocazione di quello che avevo in mente. Così, un giorno mi venne l’ispirazione di tentare con il periodo della pirateria. Ho visto che la cosa poteva funzionare e da lì ho cominciato a informarmi e approfondire la tematica e il periodo storico. Piano piano la cosa ha preso forma, ma chi ha letto la saga ha ben capito come l’ambientazione piratesca, pur essendo suggestiva, non è il fulcro di questa saga. Piuttosto, lo sono le vicende umane dei diversi protagonisti, le loro ossessioni e sentimenti. 

Un’ultima domanda: se i tuoi romanzi diventassero un film e avessi carta bianca sugli interpreti, chi sceglieresti per i ruoli principali?  

Per Sid, ci vedrei bene Eddie Redmayne, per Isaac, Aidan Turner e per Yan lo Sfregiato ho sempre pensato a Benicio Del Toro. Mi fermo qui perché i personaggi sono davvero tanti e dovrei fare una lista lunghissima. 

Gabriele Dolzadelli, “Jolly Roger”, https://gabrieledolzadelli.com/

:: L’intruso di Luigi Bernardi (DeA Planeta 2018) a cura di Nicola Vacca

5 novembre 2018 by

coplbLuigi Bernardi è stato molte cose: scrittore, editor, editore, traduttore, talent scout. Ma soprattutto è stato un uomo libero e un intellettuale con la spada sguainata. Nel mondo marcio della letteratura nostrana ha lavorato e vissuto a testa alta senza mai scendere a compromessi e senza lasciarsi sedurre dal sempre in voga mercimonio.
Luigi, come accade ai coraggiosi uomini liberi, ha pagato in vita questa sua scelta corsara.
Nell’ ottobre 2013 un cancro ai polmoni se lo è portato via.
Da De Agostini esce postumo L’intruso, un libro toccante e denso di grande letteratura in cui lo scrittore e l’uomo si raccontano con la consapevolezza che la luce sta per spegnersi.
Luigi ha lasciato in bella vista un file, incluso in una cartella dal titolo Andandomene, sul desktop del suo Mac.
Poi tutto è diventato L’intruso, il libro che a leggerlo fa molto male e in cui Bernardi incontra il male che lo sta consumando e lo guarda in faccia chiamandolo con il suo nome.
In questo diario lungo un anno, lo scrittore e l’uomo sono lucidi e spietati nei confronti dell’intruso malefico, come lo sono stati occupandosi nella vita delle questioni letterarie e culturali.
Luigi si mette a nudo e mette a nudo tutte le sue fragilità e sa che ogni cosa, persino un mostro antico ha bisogno di un nome. Dare un nome a una malattia significa descrivere un certo tipo di sofferenza, è un gesto letterario prima ancora che una questione medica.
Il cancro è indicibile per questo Luigi lo affronta e ne scrive, sentendosi come Lovercraft uno scrittore infetto senza possibilità di guarigione. «Scrittore indicibile morto di cancro all’intestino, proprio lì, vicino al pancreas».
L’intruso come tutti i libri di Luigi Bernardi è un libro controverso, forse il più controverso dei suoi libri.
In queste istantanee di malessere l’autore fa della sua vita letteratura nella consapevolezza che la letteratura non serve a niente e non salva nessuno.
Bernardi, affrontando l’intruso di petto, è entrato nella sua morte a occhi aperti. Ha voluto lasciare sul suo computer l’ultimo messaggio senza tradire il suo stile schietto e sincero, quindi scrivendo sempre quello che gli passava per la testa:

«Cosa vuoi da me cancro di merda? Perché devi distruggermi, oltre ad ammazzarmi? Non ti basta fare un lavoro pulito, così come fai sempre? Evidentemente no, ci dev’essere qualcosa che mi sfugge, qualcosa che devo capire prima di prendermi l’ultima parola».

Luigi se n’è andato senza lasciare conti in sospeso e ci ha lasciato in eredità questa lucida presa di coscienza. Di fronte al cancro, che consuma e fa sparire gli esseri umani, lo scrittore non rinuncia a trovare le parole per raccontare come il dolore scompiglia le carte, rovescia gli assiomi, capovolge la verità.
«Il cancro sarebbe potuto nascere in un mondo sano?». Questa è una delle ultime domande che Luigi si pone prima dell’attacco finale e definitivo dell’intruso. È vero, non è mai troppo tardi per scoprire un grande scrittore.
Vi invito alla lettura di Luigi Bernardi. Magari partendo da questa ultima preziosa testimonianza.
Soltanto da morto Luigi ha avuto l’onore di essere pubblicato da un editore grande. Questo mi fa davvero incazzare.

Luigi Bernardi (Ozzano dell’ Emilia, 1953; Bologna, 16 ottobre 2013) ha creato e diretto case editrici, riviste e collane di libri e fumetti. Come narratore ha pubblicato: i romanzi Tutta quell’acqua (Dario Flaccovio, 2004) Senza luce (Perdisa Pop, 2008) la trilogia Atlante freddo (Zona, 2006) e alcune raccolte di racconti. È stato autore di libri sui rapporti tra crimine e contemporaneità tra cui A sangue caldo (DeriveApprodi, 2002). Ha scritto per il teatro e per il fumetto. Il suo sito: www.luigibernardi.com

Source: libro inviato al recensore dall’ ufficio stampa.

:: Un’ intervista con Kara Lafayette a cura di Giulietta Iannone

5 novembre 2018 by

karaKara Lafayette, benvenuta su Liberi di scrivere. Parlaci un po’ di te, dei tuoi studi, del tuo lavoro. È vero che vivi in Trentino in questo momento? E come nasce il tuo simpatico nickname?

R: Ciao Giulia, grazie di avermi ospitata. Dunque, innanzitutto no, non vivo in Trentino, ma in Alto Adige, in una piccola frazione di un paese in provincia di Bolzano, che recentemente Salvini ha definito splendido. Avrei giusto qualcosa da ridire in proposito, ma tralasciamo. Mi guadagno da vivere come educatrice nella scuola dell’infanzia, un lavoro duro e complicato, ma che mi piace sempre. Il mio nickname nasce dalla fusione di due personaggi appartenenti a due serie televisive, ai quali sono molto legata. Il primo è Kara Thrace di Battlestar Galactica (l’attrice è Katee Sackhoff) e il secondo è Lafayette Reynolds di True Blood (Nelsan Ellis, l’attore, è morto poco più di un anno fa). Sono entrambi dei personaggi forti, particolari, sui generis, se vogliamo. Puri nel loro essere autentici, anche – se non soprattutto – grazie alle loro imperfezioni. E poi sono bellissimi, carismatici. Non dico che mi ci riconosco, non voglio apparire presuntuosa. Semplicemente li amo e mi piace l’idea di averli uniti.

Da educatrice, a contatto con i bambini, pensi che faccia differenza avvicinarli anche molto piccoli ai libri, colorati, con bei disegni, con storie semplici e divertenti? Pensi che la mancanza cronica di voglia di leggere degli adulti, perlomeno in Italia, sia dovuta anche a una scarsa educazione alla lettura ricevuta? Che consigli daresti in questo senso? La scuola fa abbastanza?

R: Questo è un tasto dolente. Il compito principale di un educatore è quello di trasmettere ai bambini gli strumenti per vivere all’interno dei contesti sociali. Per stare in comunità, tra la gente, consapevoli delle proprie emozioni. Spesso mi sbalordisco di come questi strumenti non vengano suggeriti attraverso il fantastico. La magia della fantasia, in soldoni, è l’arma vincente per non soccombere ai problemi della vita. L’aumento delle famiglie disfunzionali, che faticano sempre di più a gestirsi autonomamente, dovrebbe far riflettere noi insegnanti sull’importanza di donare a questi bambini (sempre più soli, più insicuri, più fragili) dei salvagenti. La lettura di storie, delle fiabe specialmente, che si è un pochino persa, è imprescindibile per la formazione di un individuo. Qualche giorno fa, insieme alla mia collega, ho deciso di leggere ai bambini la versione di Hansel e Gretel di Neil Gaiman (che consiglio a tutti i tuoi lettori di acquistare), creando un’atmosfera adeguata. La storia di Hansel e Gretel, come tutti sanno, è una storia dell’orrore. E come tutte le storie dell’orrore che si rispettino, attraverso l’immaginazione affronta tematiche di vario genere. La versione di Gaiman, illustrata da Lorenzo Mattotti, è abbastanza lunga, le immagini sono in bianco e nero, a tratti quasi difficili da decifrare. Temevo fosse troppo per loro. L’hanno ascoltata tutti in assoluto silenzio, completamente rapiti. È stato un esperimento interessante, che ha avvalorato ciò di cui ti ho parlato all’inizio. Le emozioni non si devono descrivere, abbellire, edulcorare. E certamente non millantare. Emozioni, emozioni… Provocatele, piuttosto. Vivetele. E decifratele. Mi chiedo come possano riuscirci i bambini se gli adulti hanno smesso di farlo. E allora insisto: leggete, leggete storie fantastiche. Leggete Neil Gaiman, visto che l’ho menzionato, che ha molto più da dirvi di tanti altri serissimi autori. Leggete romanzi, fumetti, racconti. Non temete l’horror, il fantasy o la fantascienza. E se non sapete da dove iniziare, chiedete, informatevi. I bambini hanno bisogno di adulti che li capiscano e la via di comunicazione è il fantastico. Sarei anche stanca di dirlo, dopo quindici anni di lavoro.

Sei anche un’autrice indipendente, hai pubblicato su Amazon Il regalo, Cosa fare in città mentre aspetti di morire e Lady Paurissima: Ti fidi dei tuoi amici? Ce ne vuoi parlare?

R: Volentieri. Il Regalo è un racconto ispirato a Perfection, di Germano Hell Greco. Mi sono divertita a cimentarmi con la fantascienza (che per me è un genere estremamente complesso, per il quale nutro una sorta di reverenza), immaginando una storia nelle terre desolate inventate da Germano. La protagonista è una bambina speciale, che si ritrova catapultata nella cittadina di Little Wonder (sì, come la canzone di David Bowie), costretta a vivere con uno strano vecchio e una replicante adolescente. Quest’ultima è un personaggio presente anche in Starlite, il seguito di Perfection, scritto da Germano. Il Regalo è autoconclusivo (anche se in tanti mi hanno chiesto di proseguire, chissà), si può leggere tranquillamente senza conoscere Perfection e Starlite. Chiaramente io consiglio di leggere tutto lo stesso, che male non fa.
Lady Paurissima: Ti fidi dei tuoi amici è, invece, un racconto horror, uno slasher ambientato a Bolzano. Ho cercato di mischiare humor nero e horror, raccontando una storia di amicizia, vera e presunta, di umana miseria. Con ironia. O almeno, ci ho provato.
Cosa fare in città mentre aspetti di morire è la mia prima antologia, contenente sette racconti dell’orrore sempre ambientati nella mia fantasmagorica regione. Una regione un po’ emarginata, come se non fosse italiana, ché qui sono tutti tedeschi, ma non è così. Sento proprio l’esigenza di ambientare le mie storie qui, nell’ambiguità di una terra descritta come l’Eden, ma che è un agglomerato di contraddizioni. La raccolta presto sarà disponibile anche in versione cartacea, con un bonus track per chi desidera avere il libro da sfogliare e annusare. Ci sono molto affezionata, è stata la mia prima pubblicazione e devo ammettere che ne vado particolarmente fiera.

Hai mai valutato l’editoria tradizionale? Se un buon editore ti proponesse un contratto serio, con anticipo e tutto, lo prenderesti in considerazione?

R: Non ho mai preso in considerazione l’editoria tradizionale, un po’ per disincanto e un po’ perché adoro essere un’autrice indipendente. Se un editore mi facesse una proposta seria e fruttuosa, perché no. Ma dovrebbe vedersela con Amazon, in quanto a serietà e fruttuosità.

Oltre che autrice, sei anche blogger, Secondo Kara Lafayette è il tuo blog. È importante per un giovane autore avere un blog? Ti aiuta a conoscere meglio i tuoi lettori?

R: Certo che è importante. Comunicare è importante. Attraverso il blog, la pagina Facebook e Instagram, cerco di divulgare ciò che faccio e ciò che amo, con articoli, disegnini (perché il disegno è il mio primo amore), foto. Non mi piace molto mettermi in mostra, come fanno molti colleghi (e colleghe), il rischio secondo me è quello di creare un personaggio a discapito di ciò che si crea. Un po’ come finire nel minestrone di un grande fratello vip, dove tutti ti conoscono per il semplice fatto che appari, ma nessuno sa cosa fai realmente e quindi nessuno compra i tuoi libri, nessuno ti legge. Purtroppo questa è la tendenza, oggi. Se proprio decido di mostrarmi, preferisco farlo con autoironia, piuttosto che atteggiarmi a guru tracotante serietà, sparandomi le pose. Ti dirò, la vera invasione è questa, altro che migranti.

L’horror, con sfumature ironiche e bizzarre, è il genere che ti attrae di più?

R: Diciamo che è il genere che preferisco scrivere. Non so se riesco nell’intento, ma è sicuramente la linea creativa che prediligo.

Quali sono gli autori che ami di più, e quelli che hanno maggiormente influenzato il tuo stile narrativo?

R: Ti parrà bislacco, ma Pennac e i suoi Malaussène mi hanno influenzata moltissimo. È quel tipo di storia piena di personaggi strampalati e interessanti di cui vado matta. Per quanto riguarda il mio genere preferito, non so se mi hanno influenzato, ma sicuramente mi hanno arricchito: Clive Barker, Dan Simmons, Brian Keene, Shirley Jackson, Agota Kristof, Neil Gaiman. Tanti, tantissimi, non finirei più. Da qualche anno mi sono innamorata di Gillian Flynn, autrice che mi ha sconvolto letteralmente.

Come è nata la tua carriera nell’editoria indipendente? C’è qualcuno che ti ha incoraggiato all’inizio, qualche professionista di cui ti avvali della collaborazione?

R: È nata grazie (o per colpa, dipende dai punti di vista) a Germano. La scrittura ci ha fatti conoscere, incontrare e, pensa un po’, innamorare. Prima di incontrarlo mai avrei pensato di pubblicare una mia storia. Mi ha aiutata a credere in me stessa, migliorandomi giorno per giorno a suon di correzioni. Lui è un editor bravissimo, perché ti pone davanti ai tuoi difetti, senza ruffianaggini. Ho imparato molto da lui e dai nostri colleghi.

Un libro che ti piacerebbe scrivere a quattro mani, e con chi?

R: Mi piacerebbe scrivere un libro con Lucia Patrizi. Perché mi misurerei con un’autrice che scrive romanzi eccezionali, oltre che con un’amica. Una grande amica.

Donne che scrivono horror non è raro trovarle all’estero, mi viene in mente la grande Shirley Jackson, in Italia lo è un pochino meno. Come te lo spieghi? Esiste una Stephen King donna, in Italia?

R: In Italia si è perso il rispetto del genere, se dici apertamente che ami l’horror ti guardano storto e ti rispondono che leggi “quelle robe lì, quelle cagate”. Non sanno di cosa parlano, ovviamente, e per me è triste questa abissale ignoranza culturale. Se leggessero Shirley Jackson, visto che l’hai menzionata, probabilmente si sentirebbero delle nullità. L’horror è il genere di cui vergognarsi, il compagno di classe cretino da bullizzare, il fratello storpio da segregare in soffitta. Non esiste nessuna Stephen King donna, in Italia, ma nemmeno uomo, se è per questo. Non c’è nessun autore italiano o autrice di tale portata che può permettersi di vivere di scrittura dell’orrore, con una bella casa sul lago, che sforna libri in serenità e il cui nome viene scritto a caratteri cubitali. Sarebbe bello, darebbe perlomeno speranza a tutti noi che aspiriamo a una carriera in questo campo.
Però abbiamo Michele Mari, che è un grande autore, che consiglio di recuperare. Di donne non me ne vengono in mente, ma se tu ne conosci ti prego, illuminami.

Il tuo rapporto con la critica letteraria è un rapporto conflittuale o pacifico? Noti una certa ritrosia da parte di blogger e critici letterari a recensire, o anche solo leggere, autoprodotti? O noti che è in atto un cambiamento. Cioè un “se il fenomeno non lo possiamo arrestare, almeno governiamolo”?

R: Più che ritrosia direi che è una questione di snobismo malcelato. Io non sono nessuno, ho scritto davvero poco e non faccio testo. Ma tantissimi miei colleghi autoprodotti, con all’attivo tantissimi titoli di qualità e che sono nel settore da anni e anni, meriterebbero di essere osannati dalla critica. Penso a un Alessandro Girola (ecco, lui dovrebbe essere a tutti gli effetti lo Stephen King italiano), che scrive tanto e bene, e ha, tra l’altro, sdoganato alcuni sottogeneri, essendo stato il primo in Italia a scrivere di kaiju. Ma siccome non ha il marchio di una casa editrice (anche microscopica, che magari non conosce nessuno e con la quale non si guadagna un tubo), allora non esiste. Il bello è che invece esiste e ha un seguito di lettori affezionati. Girola è solo un esempio. Io sono agli inizi, ma mi ci metto dentro con orgoglio: esistiamo, siamo in gamba e non molliamo. Per buona pace di chi ci vuole male.

Come affronti e gestisci le critiche? Ti è mai capitato di sentirti scoraggiata, pronta a dire ora smetto?

R: Un sacco di volte, cara Giulia, lo sconforto ha cercato di sopraffarmi. Non sono tanto le critiche che, se costruttive, possono essere degli ottimi feedback per crescere e migliorare, ma piuttosto l’indifferenza generale. E poi aggiungici lo stress e la stanchezza della vita quotidiana che, inevitabilmente, ti spezzano le gambe (io già le ho corte, figurati). Il trucco è amare quello che si fa e circondarsi di amici che ti capiscano. E continuare a progettare.

Cosa stai leggendo, in questo periodo?

R: Ho da poco iniziato Grotesque di Natsuo Kirino, l’autrice di Quattro casalinghe di Tokyo. Contemporaneamente sto rileggendo Abbiamo sempre vissuto nel castello (se la Jackson fosse viva oggi le fischierebbero le orecchie), perché dopo la visione della splendida serie tv The Haunting of Hill House, mi è venuta voglia di rileggere tutti i suoi scritti. Poi toccherà a Buscafusco di Davide Mana, che ho avuto la fortuna di acquistare in italiano prima che lo ritirasse. Mi sento una privilegiata.

Per concludere, la fatidica domanda: a cosa stai lavorando?

R: Ho preparato le illustrazioni di una storia per bambini scritta da Laura Stenico, interamente autoprodotta, il cui ricavato andrà in beneficenza. Come ti accennavo all’inizio, farò uscire su Amazon il cartaceo della mia raccolta Cosa fare in città mentre aspetti di morire con un racconto bonus e, se l’editor approva, pubblicherò un nuovo racconto horror ambientato, guarda un po’, in una scuola. E potrei anche non fermarmi qui. Nel frattempo collaboro con la rivista online dedicata al fantastico, Melange, e invito tutti i tuoi lettori a farci un salto e a seguirla (esistono anche la pagina Facebook e Instagram). Siamo un gruppo di loschi individui, ma pieni di sentimenti.

Spero di non aver ammorbato te e i lettori di Liberi di scrivere. Ti ringrazio infinitamente per l’inaspettata intervista, che mi ha lusingata e imbarazzata allo stesso tempo. ^^

:: Jungle Rudy, Jan Brokken, (Iperborea 2018) a cura di Viviana Filippini

5 novembre 2018 by

Jungle Rudy“Welcome to the Jungle” verrebbe da dire e so che riecheggia la canzone dei Gun’s n’ Roses, ma è quello a cui ho pensato nel vedere il nuovo libro di Jan Brokken edito da Iperborea e intitolato: “Jungle Rudy”. In esso Brokken narra la vita rocambolesca del suo conterraneo, divenuto uno dei più importanti esploratori del Novecento: il mitico avventuriero e pioniere olandese Rudy Truffino. La biografia romanzata ci presenta Brokken in viaggio alla ricerca del esploratore mezzo olandese e mezzo italiano che negli anni Cinquanta del secolo scorso approdò a Caracas. Qui, più che dal petrolio, Truffino fu subito conquistato dal mondo della Gran Sabana, un vero e proprio paradiso naturale a sud est del Venezula, caratterizzato da grandi montagne (i tepui) ricche di cascate, canyon e da flora e fauna rare e sconosciute. Dalla ricostruzione di Brokken emerge il grande fascino che il paesaggio selvaggio, gli anfratti e le grotte tutte da scoprire ebbero su Truffino, il quale non esitò a instaurare rapporti con la popolazione locale dei Pemón. Truffino riuscì piano piano a creare case, piste di atterraggio e villaggi adatti ad ospitare visitatori provenienti da tutte le parti del mondo. L’esploratore, a tutti noto come Jungle Rudy, si creò una propria famiglia, dove oltre alla moglie e alle tre figlie, c’erano piloti, registi come Werner Herzog che girò alcune scene di “Fitzcarraldo”, altre troupe hollywoodiane, i reali olandesi, l’astronauta Neil Armostrong e pure gli attori del film porno soft “Emmanuelle 6”. Truffino era come una calamita, nel senso che riusciva a conquistare tutti, compresi gli indios locali con i quali ebbe buoni rapporti e pure le autorità. Un fare che gli permise di assumere l’incarico di direttore del Parco nazionale di Canaima e di acquisire una grande notorietà internazionale. Certo non tutto era perfetto, perché dal libro di Brokken emergono anche le spigolosità di Truffino, il suo costante e perenne nervosismo, quel bisogno di solitudine che a volte lo portava a negarsi alle persone, ma che non gli impediva di agire sempre per il ben di Canaima e di quella natura inesplorata e rigogliosa con la quale si sentiva in empatia. Inoltre Truffino alternava momenti di successo e stabilità economica a momenti di crisi, durante i quali lui e la moglie (donna forte e di grande pazienza) si centellinavano pure il cibo per andare avanti e sfamare le figlie. Questo suo modo di agire ad un certo punto rese così difficili i rapporto nella famiglia che il suo matrimonio andò a rotoli. Vero ci furono dei successi, ma per Truffino non mancarono scottanti delusioni e sensi di colpa che lo tormentarono per sempre quando fu violata la purezza dei Pemón, i quali a contatto con la civiltà cittadina videro corrotti per sempre i loro usi e costumi. Per ricostruire la vita di Truffino, Jan Brokken ha ricalcato gli stessi luoghi vissuti dal protagonista riportandoci la vita di Jungle Rudy grazie ai sopralluoghi, ai documenti (diari e fogli di giornale) e alle interviste fatte a coloro che Rudy lo conobbero da vicino. “Jungle Rudy” è quindi un ritratto veritiero e avventuroso di un uomo che lasciò la propria terra di origine – l’Olanda- per partire all’avventura, alla ricerca di un sogno da realizzare, trasformando il suo bisogno di stare a contatto con la natura in un vero e proprio lavoro di salvaguardia dell’ambiente naturale e “magico”, proprio perché selvaggio. Traduzione dal Nederlandese di Claudia Cozzi.

Jan Brokken Scrittore e viaggiatore olandese, noto per la capacità di raccontare le vite di personaggi fuori dal comune e i grandi protagonisti del mondo letterario e musicale, ha pubblicato numerosi libri che la stampa ha avvicinato a Graham Greene e Bruce Chatwin, come Jungle Rudy, il suo primo successo internazionale. Iperborea ha inoltre pubblicato Nella casa del pianista, sulla vita di Youri Egorov, Il giardino dei cosacchi, sul periodo siberiano di Dostoevskij, il bestseller Anime baltiche, viaggio in un cruciale ma dimenticato pezzo d’Europa, e Bagliori a San Pietroburgo, dedicato alla grande città della musica e della poesia russa.

Source: richiesto dal recensore all’editore. Grazie a Francesca Gerosa dell’ufficio stampa Iperborea e a tutto lo staff editoriale.

:: Autobiografia di Friedrich A. von Hayek (Rubbettino 2011) a cura di Daniela Distefano

5 novembre 2018 by

AUTOBIOGRAFIA di F.A. von Hayek“Il capitalismo presuppone che, oltre alla razionalità, possediamo anche una tradizione morale, che è stata messa alla prova dall’evoluzione, ma non è stata creata dalla nostra intelligenza. La proprietà privata non è una nostra creazione consapevole. E non abbiamo nemmeno inventato la famiglia. Si tratta di tradizioni, essenzialmente di tradizioni religiose” (che non sono il risultato delle nostre capacità intellettuali).

Friedrich A. von Hayek ha studiato a Vienna e a New York. Ha insegnato in Austria, a Londra, Chicago, Friburgo. Ha vissuto in territorio britannico per quasi vent’anni, gli “anni d’oro” della “London School of Economics and Political Science”. Hayek aveva le idee chiare su quale curva l’economia del Novecento stesse prendendo. Però non ebbe una moltitudine di seguaci quando predisse l’ascesa del criterio di “competizione”e l’idea che “Il mercato utilizza un ammontare di informazioni che le autorità non possono mai avere”. Gli Stati del pianeta allora facevano una gara a chi avesse lanciato più lontano la lenza per fare abboccare i contribuenti di ogni classe sociale. La parola d’ordine nell’Ordine mondiale post Secondo conflitto mondiale era “distribuzione”, “pianificazione centalizzata”, “collettivismo”. Hayek credeva che questa fosse una strada disastrata, quasi un vicolo cieco. E lo disse senza remore, forte della sua esperienza di accademico che non si mescola con l’establishment.

“Un’esperienza con il governo corrompe gli economisti” –affermava– “Il governo trasforma un economista in un uomo dell’apparato statale”.

Leggere il presente attraverso le delusioni del passato è stata la sua ambizione principale. Parliamo di socialismo.

Sostengo che è stata la tendenza verso il socialismo la ragione principale per cui sempre maggiori poteri, riferiti a tutte le attività, sono stati concentrati nelle mani del governo. Di conseguenza, l’intervento governativo è passato dal controllo delle nostre attività materiali al controllo dei nostri ideali e delle nostre credenze”.

Una parabola discendente, quando si concentra ogni risorsa nelle mani rapaci del governo che dà per poi prendersi tutto. Lo studioso di economia, psicologia teorica, teoria della conoscenza, filosofia politica, diritto e storia delle idee, nonché Premio Nobel per l’economia nel 1974,era ben cosapevole dei limiti umani di fronte ad una conoscenza globale che ci sfugge come vapore tra i pori della pelle.

Le previsioni specifiche che può fare l’economia sono molto limitate: al massimo è possibile arrivare a quelli che chiamo modelli predittivi o spiegazioni in via di principio”.

Fervente sostenitore di una Civiltà liberale, fu per lungo tempo considerato l’avversario più agguerrito di Keynes, anche se di lui conservava un ricordo non in linea con questa opinione. Keynes morì prima di revisionare il suo pensiero, acclamato in toto dagli espansionisti di ogni grado e foggia. Il destino ha voluto biforcare le loro idee ulteriormente, oggi possiamo dire di essere debitori ad entrambi, anni fa questo era impensabile. Curioso e intrigante il pensiero di Hayek sull’economia del nostro Belpaese.

La situazione italiana è per me molto confusa”- diceva – “Ho la crescente impressione che l’Italia abbia oggi due economie: una ufficiale, protetta dalla legge, dove la gente passa le mattine senza fare nulla; e una non ufficiale, nel pomeriggio, quando viene svolto un secondo lavoro in modo illegale. E l’economia reale è quella sommersa”.

Il libro è arricchito da una conversazione con James M. Buchanan, mentre la postfazione è affidata a Lorenzo Infantino.

Friedrich August von Hayek – Economista (Vienna 1899 – Friburgo in Brisgovia, 1992). Esponente di rilievo della scuola economica austriaca, ne ha sviluppato gli indirizzi teorici collegando le teorie dei prezzi, del capitale, del ciclo e della moneta in una visione integrata dei processi di mercato. Nel 1974 gli è stato assegnato, insieme a Gunnar Myrdal, il premio Nobel per l’economia. Direttore dell’Istituto austriaco di ricerche economiche (1927-31), poi emigrato, ha insegnato alla London school of economics (1931-50), su invito di L. Robbins, e nelle università di Chicago (1950-52), di Salisburgo e, dal 1977, di Friburgo. Hayek ha richiamato la centralità del problema del coordinamento intertemporale delle azioni individuali, che risulta dal decentramento delle informazioni e delle scelte e che può essere garantito solo da un sistema dei prezzi che funzioni quale canale di trasmissione delle informazioni da una parte all’altra del sistema. Lo sviluppo di una concezione del sistema economico quale realizzazione di un “ordine spontaneo” si snoda parallelamente alle intense ricerche nel campo della metodologia della scienza: approfondendo l’impostazione soggettivistica tipica della scuola austriaca, Hayek giunge al rifiuto del cosiddetto “metodo scientifico” applicato alle scienze empiriche e sposta sempre più l’ambito dell’indagine economica dall’oggetto (la teoria del valore, centrale per l’economia classica) al soggetto e ai suoi processi di valutazione della realtà circostante. Opere. Tra i suoi pubblicazioni si ricordano: Geldtheorie und Konjunkturtheorie (1929); Preise und Produktion (1931); Monet ary theory and the trade cycle (1933); Profits, interest and investment (1939); The pure theory of capital (1941); The road to serfdom (1944); Indi vidualism and economic order (1948); The counter-revolution of science/”>science (1952); The constitution of liberty (1960); Studies in philosophy, politics and economics (1967); The confusion of language in political thought (1968); Law, legislation and liberty (3 voll., 1973-79); Denationalisation of money (1976); Choice in currency: a way to stop inflation (1976); New studies in philosophy, politics, economics and history of ideas (1978); The fatal conceit (1988). Ha curato inoltre le edizioni di H. H. Gossen (1927), F. Wieser (1929), K. Menger (1933-36), H. Thorton (1939).

Source: Libro inviato dall’Editore al recensore. Ringraziamo Antonio e Maria dell’Ufficio Stampa “Rubbettino”.

:: Un’ intervista con Davide Mana: Patreon è un’ opportunità per gli scrittori?

3 novembre 2018 by

DavideConoscete Davide Mana come collaboratore di questo blog, blogger a sua volta (lo trovate su Strategie Evolutive), scrittore, divulgatore culturale, bene, gli ho chiesto oggi di parlarci di un progetto a cui aderisce (con successo) da poco più di un anno, e che dovrebbe interessare molti artisti (in qualunque campo operino) che cercano entrate regolari per praticare in maggiore autonomia e libertà la loro arte. Si chiama Patreon. Per chi non conoscesse Patreon è una piattaforma internet, con sede legale a San Francisco, che consente ai fan di un artista, ai lettori per uno scrittore, di aiutarlo concretamente con un contributo regolare mensile, (che va da 1 dollaro del classico caffè, a qualche centinaia o migliaia di dollari in alcuni casi), a creare le sue opere. Il supporter o patrono è dunque una sorta di mecenate che apprezza così tanto i disegni, i video, gli scritti, la musica di qualcuno da dirgli: ehi io sono qua, ti supporto, sono dalla tua. E non solo a parole, ma coi fatti. Ma per saperne di più chiediamo appunto a Davide Mana che ha avuto il coraggio di buttarsi nell’ impresa.

Innanzitutto grazie Davide di essere qui, e grazie di averci concesso questa intervista per parlare di un tema che sicuramente interesserà parecchi creativi, parlo di creativi in senso lato perché nessuna arte è discriminata. Iniziamo col fare chiarezza, che differenza c’è tra Patreon e un tradizionale crowdfunding

R: Grazie per l’ospitalità.
La fondamentale differenza fra Patreon e un crowdfunding “tradizionale” (Kickstarter, Indiegogo, Produzioni dal Basso ecc.) è che mentre il crowdfunding si focalizza su un progetto, Patreon si focalizza sull’autore.
In altre parole, quando lancio un crowdfunding, chiedo ai miei fan (e a tutte le persone interessate) di aiutarmi a finanziare un progetto specifico: un romanzo, un disco… La Humphrey Bogart Foundation ha finanziato un eccellente film noir, ad esempio, usando un crowdfunding. In cambio del loro supporto, i finanziatori hanno ricevuto una copia del film in anteprima, come scarico digitale. La ricompensa per chi partecipa a un crowdfunding è sempre legata al progetto specifico: una copia del disco, una edizione limitata del romanzo, ecc. Possono esserci ricompense extra, se si superano certi traguardi, ma di base il crowdfunding dice: “mi serve la cifra X per produrre il mio libro/film/disco/fumetto/gadget tecnologico, versami almeno Y e ne avrai una copia.”
Il fuoco del progetto è un prodotto specifico e ben definito, e i fondi raccolti vanno a coprire le spese vive del prodotto stesso: i costi di revisione, editing, stampa ecc per un romanzo; i costi di incisione e produzione per un disco, e così via.
In un crowdfunding io aderisco, viene prelevata una certa cifra dalla mia carta di credito, e a tempo debito ricevo la mia ricompensa.
Patreon è invece uno strumento che permette ai fan (chiamati “Patrons” o sostenitori) di aiutare l’autore o l’artista (chiamato “Creatore”) a continuare a produrre le sue opere. Il modello è quello classico del mecenatismo: pago l’artista perché continui a fare ciò che mi piace. Lo scopo non è quello di coprire le spese di un determinato progetto, ma generare un fisso mensile che l’artista possa usare per pagarsi le spese mentre crea le sue cose. Di base, perciò, il Creatore su Patreon dice ai propri fan: “Aiutatemi a pagare le bollette di casa, in modo che io possa continuare a scrivere/a dipingere/a fare ciò che vi piace. Per ringraziarvi vi darò delle cose che non darò a nessun altro.”
Con Patreon io aderisco, una cifra fissa viene prelevata ogni mese dalla mia carta di credito, e io ricevo mensilmente, o settimanalmente, le mie diverse ricompense.
E infatti il sistema di ricompense di Patreon è molto più flessibile e divertente: conosco una disegnatrice che condivide coi suoi sostenitori su Patreon tutti gli schizzi preliminari dei propri dipinti, che normalmente nessun altro vede. Ci sono musicisti che regalano ai loro fan su Patreon incisioni alternative delle loro canzoni e brani inediti, o che li premiano con inviti dietro le quinte ai concerti. I miei supporter su Patreon ricevono delle storie esclusive scritte apposta per loro, possono sbirciare da sopra la mia spalla mentre scrivo, vedere scene tagliate e appunti, assistere a sessioni di editing… Il rapporto su Patreon non è finalizzato a un progetto, ma è continuativo, ed è molto più personale.

Come sei venuto a conoscenza di questa realtà, e quali casi di successo ti hanno dato la spinta per provare anche tu?

R: Patreon è stato messo in piedi da un giovane musicista americano che si chiama Steve Conte, metà del duo Pomplamoose, che avevo scoperto a suo tempo su YouTube. Seguendo i Pomplamoose venni a sapere dell’esistenza di Patreon, e ben presto la voce cominciò a circolare fra gli scrittori indipendenti: Patreon sembrava funzionare, e bene, per i musicisti, per gli Youtuber, per i podcaster. Persino per i cosplayer. Si poteva adattare anche agli scrittori? Qualcuno ci aveva provato?
Il primo caso di successo in cui mi sono imbattuto, poi, è stato quello di Caitlin R. Kiernan, una brava e popolare autrice horror americana che da anni opera come indipendente, e che è stata una delle prime ad adottare Patreon. Poi sono venuti altri. Con alcuni autori che stavano sperimentando questo nuovo strumento ci si conosceva e frequentava da tempo. Feci domande, sentii cosa ne pensavano. Tutti parevano decisamente soddisfatti. Cominciai allora a pianificare un esperimento.
Poi qualcuno si premurò di spiegarmi in dettaglio che all’estero funzionava, ma per un italiano non avrebbe mai funzionato. E allora decisi di provare.
In fondo, se aveva funzionato per Leonardo da Vinci e Michelangelo Buonarroti, poteva funzionare anche per me, no?

Dunque è una piattaforma americana, i creatori di contenuti in lingua in inglese saranno favoriti. È possibile partecipare anche in altre lingua che non siano appunto l’inglese, mi dicevi?

R: La piattaforma Patreon è aperta a tutti, e serve solo a facilitare e automatizzare gli scambi fra artisti e fan. Ma alla fine, sei tu che entri in contatto con i tuoi fan, e quindi la lingua è quella che tu e i tuoi fan condividete. E sei tu a fornire contenuti e premi ai tuoi supporter, quindi anche in questo caso, sei tu che controlli ogni aspetto dell’interazione.
Io ad esempio, che sono complicato – e ho fan in Italia e all’estero – devo fornire contenuti in italiano e in inglese, per accontentare tutti. Ma non è un grosso sacrificio.

Il difficile è allargare la cerchia dei supporter a quanto ho capito, ma ci sono diversi premi modulati si può dire per tutte le tasche. Tu come ti orienti e ti muovi per cercare nuovi sostenitori? Che tipo di autopromozione fai? Patreon aiuta in questo senso o bisogna fare tutto da sé?

R: Procediamo con ordine.
L’artista su Patreon ha piena libertà nella scelta del tipo di donazioni e ricompense.
Di solito si procede a livelli. Nel mio caso, tutti coloro che mi versano un dollaro al mese ricevono l’accesso a un blog esclusivo sul quale posto almeno una volta alla settimana, più l’accesso al “dietro le quinte” del mio lavoro: appunti, schede e schemi, scene tagliate, materiale raccolto facendo ricerca. Hanno insomma la possibilità di vedere come lavoro. Il livello successivo è la Five Bucks Brigade, i coraggiosi che mi versano 5 dollari al mese. Queste persone hanno accesso a tutto ciò che rendo disponibile al livello precedente, e in più ricevono un racconto in esclusiva al mese. Hanno inoltre uno sconto su tutti gli ebook che mi autoproduco, e compatibilmente con gli orari, una volta al mese ci si vede in videoconferenza per chiacchierare. Il terzo livello è per coloro che mi versano dieci dollari al mese, e che ricevono tutto il materiale dei due livelli precedenti, e hanno gratis tutti i miei ebook, di solito una settimana prima che escano su Amazon.
Ma questo è il mio schema, e per ora pare funzionare. Posso cambiarlo, ampliarlo o ridurlo. Si possono adottare sistemi diversi. Lo scrittore Thobias Buckell, ad esempio, ha un solo livello secco a 1 dollaro, e tutti gli iscritti (ne ha svariate centinaia) ricevono un racconto in esclusiva al mese. Il mio amico Ari Ragat fa la stessa cosa, ma il suo livello unico è a 5 dollari. E Caitlin Kiernan ha una decina di livelli diversi.
Come trovare supporter: si spera di avere dei fan, che ci sia insomma qualcuno disposto a rischiare almeno un dollaro al mese per aiutarci ad andare avanti, sulla base della promessa che così potremo creare di più.
Patreon offre una serie di strumenti molto semplici (bottoni per iscriversi, badge, mailing list ecc), ma il grosso del lavoro tocca a noi. Sono i nostri fan, siamo noi a dover sapere come raggiungerli e come spiegargli cosa significa supportarci su Patreon.
Statisticamente, i creativi “di successo” su Patreon hanno dai trenta ai cinquanta supporter, mentre le superstar ne hanno oltre il centinaio. Far crescere il numero di supporter è un grosso sforzo, certamente, ma è anche un aspetto della piattaforma che ci obbliga a pensare a ciò che stiamo facendo, e al nostro pubblico: ci sono persone che mi sostengono, ma ora cosa devo fare di meglio, o di diverso, perché gli altri miei fan si decidano ad aiutarmi?

Se uno poi vuole uscire è semplice, ci sono penali?

R: Per poter entrare su Patreon, prima di essere titolari di una pagina, è necessario essere fan di due artisti già registrati. In altre parole, è necessario versare almeno un dollaro al mese ciascuno ad almeno due artisti. Io al momento ne supporto quattro (due scrittori, una pittrice e un vlogger). E nel momento in cui si desidera uscire da Patreon, basta cancellare la propria pagina e, se lo si vuole, sospendere il supporto ai due (o più) artisti che stiamo sponsorizzando. Non mi risulta ci siano penali di alcun tipo.

In un certo senso Patreon ti responsabilizza?

R: Estremamente.
In primo luogo ti obbliga a mantenere una certa tabella di marcia. La mia Five Bucks Brigade (devo disegnare un logo apposta per loro, tra l’altro, per Natale) si aspetta un racconto nuovo al mese, in Italiano e in Inglese, e io glielo devo—perché loro i soldi li hanno versati per davvero, mi hanno dato la loro fiducia, non posso deluderli.
Ma è anche una grossa spinta per la fiducia in se stessi—perché c’è gente là fuori che crede nel nostro lavoro abbastanza per rischiare 1, 5 o 10 dollari al mese. E perciò quando hai una giornataccia, e ti trovi a domandarti se ciò che stai facendo valga la pena, se a qualcuno importi qualcosa di ciò che scrivi, o disegni o fai, beh, con Patreon tu SAI che quelle persone ci sono, le conosci per nome, ci scambi anche qualche parola di tanto in tanto. Fa bene all’anima, e aiuta a restare focalizzati.

Come premi si possono mandare anche audiolibri, quali altri scrittori anche in lingua inglese l’hanno fatto con successo? Patreon è attrezzato per caricare file audio?

R: Sì. Patreon ha uno strumento integrato che permette di condividere file audio coi propri sostenitori, per cui è possibile caricare audiolibri, o podcast. Uno degli autori che seguo e supporto usa i file audio per condividere delle anteprime dei propri racconti con i suoi fan, brani del proprio lavoro che lei legge e commenta in audio.
Allo stesso modo, Patreon integra anche Discord—uno strumento per chattare e giocare in gruppo online—e Reddit, per cui è possibile condividere coi propri sostenitori delle discussioni su quella piattaforma.

È una comunità coesa? Ci si aiuta tra colleghi o ognuno opera per conto suo?, c’è un forum?

R: Ciascun artista ha la propria comunità di sostenitori, ma Patreon non ha uno strumento specifico per favorire la comunicazione fra creatori. Alla fine ci si conosce e ci si scambia idee e suggerimenti privatamente, e di propria iniziativa, se succede. Da quel che ho visto, esiste una sorta di filosofia che porta chi è dentro da più tempo ad aiutare chi è appena arrivato, una specie di spirito di frontiera come ai vecchi tempi di internet. In fondo è un po’ ciò che io sto facendo qui, e che altri hanno fatto per me un anno fa e più.
Ciò che Patreon fornisce è un blog che settimanalmente offre consigli su come promuovere il proprio lavoro, come dare nuove ricompense ai sostenitori, e esamina casi di successo. C’è anche una ricca biblioteca di esempi e di articoli su vari aspetti della piattaforma e del suo uso.

Nella tua esperienza i tuoi sostenitori sono un pubblico difficile, o li hai trovati ben disposti a venirti in contro nei vari momenti della tua attività? Partiamo dal presupposto che è gente che crede in quello che fai, che vuole sostenerti.

R: Potrei cominciare col dire che i miei sostenitori sono persone fantastiche—è vero, ma suonerebbe sospetto. Perciò mettiamola in questo modo: i sostenitori su Patreon sono le persone alle quali il tuo lavoro piace abbastanza da volerti versare un mensile perché tu possa continuare a farlo. Sono i “superfan”, quelli che credono in te. Sono quelli che fanno la coda col sacco a pelo davanti alla biglietteria per essere i primi ad avere il biglietto del concerto. Quelli che hanno la maglietta col tuo logo. Che preordinano il tuo libro un mese prima che esca, e che vengono a farselo autografare.
Se sono “difficili” è perché da te si aspettano il meglio—ma di fatto sono persone fantastiche, e si fidano di te. O non sarebbero su Patreon a sostenerti.

Ora sembra tutto fantastico, parlando dei lati bui, quali sono state le maggiori difficoltà? a parte trovare supporter, di cui ne abbiamo già parlato.

R: Io in un anno lati bui non ne ho trovati. È necessario imparare a organizzarsi, avere un calendario, ricordarsi di mantenere i contatti con i sostenitori, dargli ciò che si è promesso. Ma non è una cosa difficile. Può capitare di arrivare in ritardo—i supporter lo capiranno, ma dobbiamo dirglielo. Può capitare che qualcosa vada a gambe all’aria—dobbiamo dirgli anche questo. Magari potrebbero addirittura darci dei consigli utili per salvare il salvabile.
L’onestà e la chiarezza sono indispensabili—penso a Holly Lisle, un’eccellente scrittrice e insegnante di scrittura, che è sbarcata su Patreon pochi mesi or sono dicendo chiaramente che era lì perché con l’ultimo uragano sul Golfo del Messico aveva perso la casa, e avrebbe ricompensato con racconti, consigli di scrittura e sessioni di editing chiunque l’avesse aiutata a rimettersi in piedi.
E davvero, in un anno di attività, Patreon è l’unico aspetto del mio lavoro che non mi abbia dato problemi e non mi abbia causato periodiche crisi di sconforto. Anzi, aiuta a uscire dalle crisi di sconforto.

Perché secondo te da un punto di vista psicologico è così difficile per un italiano partecipare al progetto?

R: La domanda da un milione di dollari. Perché ci hanno insegnato a diffidare, probabilmente. E perché la filosofia dell’ottenere l’intrattenimento gratis è penetrata a fondo nella nostra cultura. A questo, io credo, si aggiunge una certa inerzia nell’adottare soluzioni tecnologiche: conosco persone (e non ottantenni) che non usano PayPal o la carta di credito, e che non si fidano a fare acquisti online. Figurati chiedere a costoro di inserire i propri dati e poi versare in automatico un dollaro al mese a fronte della promessa di gratitudine e di chissà che altro.

Dal punto di vista fiscale?

R: Fa tutto Patreon, che trattiene la percentuale dovuta al fisco di ciascuna nazione da cui arrivano le donazioni, e la versa in automatico.

Da un punto di vista tecnico come funziona? È l’artista che deve mandare i “premi” promessi ai vari sostenitori o fa tutto Patreon, almeno la gestione possiamo dire della fase di smistamento?

R: Di base, Patreon è come un blog. Se sai aggiornare un blog su WordPress o su Blogspot, sai anche usare Patreon. Il Creatore aggiorna periodicamente la propria pagina, programma la data di uscita dell’aggiornamento, e i contenuti vengono condivisi in automatico con i sostenitori. È possibile selezionare a quale fascia di pubblico arriveranno i contenuti. Nel mio caso, io di solito condivido contenuti pubblici (un assaggio gratis, almeno una volta al mese, anche per chi non mi sostiene), contenuti per tutti i sostenitori (i vari dietro le quinte e così via), contenuti per i membri della Five Bucks Brigade (i racconti in esclusiva, i post per concordare quando vederci, gli sconti), e i contenuti per il Terzo Livello (gli ebook gratis ecc). Patreon si premura di informare via mail tutti gli interessati quando un contenuto è disponibile per loro, e altrettanto mi comunica eventuali loro commenti o richieste o cose.
Ogni aggiornamento è dotato di tag, per cui è possibile rintracciare anche vecchi post, ed è possibile condividere testi, immagini, file audio, video e immagini, condurre sondaggi. È uno strumento semplice, a volte persino troppo spartano, ma anche molto completo.

Bene è tutto, se dopo questa tua intervista qualcuno fosse curioso o volesse sostenerti, quale è il link diretto per diventare tuo sostenitore?

R: Detto, fatto: https://www.patreon.com/davidemana

Sono giusto sul punto di caricare un nuovo aggiornamento per tutti i miei supporter…

Guida alla letteratura gotica di Fabio Camilletti (Odoya, 2018) a cura di Elena Romanello

1 novembre 2018 by

Camilletti_GoticoLa letteratura gotica è stata la madre, o meglio la nonna, di tutti i generi letterari, creando la prima affezione del pubblico mentre nasceva l’editoria moderna come industria creativa che doveva comunque fare affari per andare avanti, non potendo più contare sul sostegno di principi e prelati.
A questo filone è dedicata la guida Odoya Guida alla letteratura gotica, che racconta una stagione imperdibile, una settantina d’anni fra il 1764, quando esce a Londra Il castello di Otranto di Horace Walpole al 1831 quando esce l’edizione definitiva di Frankenstein di Mary Shelley, l’ultimo romanzo gotico ma anche il primo di fantascienza, nato dalla famosa scommessa di Villa Diodati durante un’estate distrutta da un’eruzione vulcanica agli antipodi per creare una storia che facesse davvero paura.
La letteratura gotica ha portato con sé una serie di romanzi ambientati, curioso, per lo più in Italia, vista allora come terra di mistero e di pericolo, quando invece in seguito si è identificato il mondo anglosassone come perfetto per certe storie e certe figurazioni, scritti spesso da donne, alle prese con fantasmi, insidie, fanciulle in pericolo, misteri dal passato, maledizioni e tanto altro ancora. Libri nati come prodotti di intrattenimento, diventati poi classici, che spesso tutti citano senza averli mai letti e che è senz’altro interessante ricominciare a scoprire grazie a questo libro, perché anche se a tratti oggi molti di questi romanzi possono sembrare obsoleti, tra le righe contengono qualcosa che ha continuato ad affascinare fino ad oggi e che ad allora non ha più lasciato pubblico e scrittori.
Nei romanzi gotici nascono molti archetipi e incubi che continuano ancora oggi ad esserci, nei libri, nei film, nei telefilm, nei fumetti, e dall’impatto che hanno avuto sull’editoria si capirà l’importanza dei generi letterari nella narrativa di consumo, da proporre a lettori avidi e che portano soldi agli editori comprando e leggendo storie avvincenti, magari non auliche e di gran qualità, ma capaci di fondare la modernità.
Il gotico nasce in un’Inghilterra affascinata dall’Italia, durante la prima rivoluzione industriale, riflette un mondo vecchio che sta andando a pezzi, con l’avvento di un nuovo modo di vivere mentre Oltremanica scoppia la rivoluzione francese, con troni e teste che cadono, e riflette a suo modo incertezze e paure, oltre a creare un’evasione, inquietante ma sempre evasione, tra meraviglia e orrore, proprio mentre si celebra la ragione come guida di tutto, e si mette il soprannaturale in letteratura, dove diventerà immortale.
Un libro interessante per cultori e appassionati, con tante curiosità e spunti di lettura, arricchito da varie immagini e da trame delle opere più importanti, per scoprire percorsi e mondi che alla fine non ci hanno mai lasciato.

Provenienza: libro del recensore

Fabio Camilletti è professore associato di Letteratura italiana all’Università di Warwick, in Inghilterra. Specialista di letteratura gotica e romantica, si è formato fra Pisa, Oxford, Parigi e Birmingham, e dal 2008 al 2010 è stato fellow in Letterature comparate, Storia dell’arte e Psicoanalisi all’Institute for Cultural Inquiry di Berlino.
Tra le sue pubblicazioni recenti: The Portrait of Beatrice: Dante, D.G. Rossetti, and the Imaginary Lady e Italia lunare. Gli anni Sessanta e l’occulto in uscita nel 2018. Nel 2015 ha curato la prima edizione completa di Fantasmagoriana (Nova Delphi).

Dave Duncan, 1933-2018

1 novembre 2018 by

strategie evolutive

30279Novembre comincia malissimo.
Ho appena saputo cheil 29 di Ottobre se ne è andato Dave Duncan, certamente uno dei miei autori preferiti.
Aveva ottantacinque anni.
Canadese, era stato un geologo del petrolio ed era quindi “un collega” – iniziò a pubblicare nel 1986, all’età di 53 anni. Due settimane prima era stato lasciato a casa per via della contrazione del mercato petrolifero, e perciò si inventò un altro mestiere.
Nei trentadue anni successivi pubblicò una sessantina di volumi, prevalentemente fantasy, con qualche sporadica incursione nella fantascienza.

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Figli di sangue e di ossa di Tomi Adeyemi (Rizzoli, 2018) a cura di Elena Romanello

31 ottobre 2018 by

4292857-9788817105354-285x424Sembra davvero che la nuova terra del fantastico sarà l’Africa, continente su cui si è detto tutto e il contrario di tutto, spesso in prima pagina per ben altre vicende, alcune di tragica attualità. Dopo il successo di Nnedi Okorafor arriva una nuova voce, Tomi Adeyemi, con il fantasy atipico Figli di sangue e di ossa, basato sulla mitologia del Continente nero, in particolare su quella yoruba, su cui si sa poco ad essere buoni, meglio dire niente così si fa una figura migliore.
Un tempo si veneravano i maji, esseri dalla pelle d’ebano e i capelli candidi,  nelle lussureggianti terre di Orïsha, ma quando il loro legame con gli dei si spezzò e la magia scomparve, furono trucidati dal malvagio re Saran. Zélie non ha dimenticato la notte in cui vide le guardie del palazzo uccidere sua madre, impiccandola ad un albero del giardino, e decide di partire per rivendicare l’eredità dei suoi antenati. Con lei c’è il fratello Tzain, pronto a tutto pur di proteggerla e per portare avanti la loro missione, ma quello che i due giovani non hanno previsto è che il giorno che incontrano i figli di Saran tra loro si instaura una strana alchimia.
Il viaggio sarà lungo, attraverso una terra pericolosa, dove si aggirano le temibili leopardere delle nevi e dove gli spiriti sono in agguato nell’acqua, e il ridare voce ad un popolo che era stato messo a tacere sarà un’impresa ardua e non certo semplice.
Occorre chiarire una cosa: c’è chi vuole presentare il libro come il nuovo Harry Potter, e no, non lo è, e non solo per la diversa ambientazione, ma perché qui i toni sono da subito forti e per un pubblico adulto, con al centro una variante sul tema del viaggio dell’eroe che salva, con il ricordo tra le pagine dei tanti genocidi reali perpetrati nel Continente nero, non ultimo quello del Ruanda, di cui la storia narrata sembra una metafora. Un nuovo, affascinante modo di raccontare il fantasy, che ha già ispirato un fandom on line e non solo, tra fan art, cosplayer e altro ancora.
La magia è vista come un qualcosa che salva, con un richiamo al ritorno dell’animismo, alla base della cultura africana, e non è un caso che al centro di tutto ci sia un personaggio femminile, simbolo dell’antico legame tra donne e forze della natura, mentre oggi è stato detto da più parti che solo le donne possono salvare l’Africa.
Un libro complesso e fantastico, crudo, da leggere e riflettere, un apologo contro il razzismo e per la libertà dei popoli, che avrà presto un seguito e di cui si parla già di un adattamento cinematografico.

Provenienza: libro del recensore.

Tomi Adeyemi, laureata in letteratura ad Harvard e appassionata di mitologia nord-africana, a soli 24 anni è già sulle pagine della stampa internazionale per l’originalità e il clamoroso successo del suo primo romanzo. Un caso editoriale internazionale subito schizzato in testa alle classifiche americane, verrà pubblicato in 27 Paesi e diverrà un film per Fox 2000.ChildrenofBloodandBone.com

:: Dal 2 al 4 novembre a Chiari torna la XVI Rassegna della Microeditoria a cura di Viviana Filippini

31 ottobre 2018 by

microeditoria_logoInventare il futuro, il digitale, la cultura locale, i viaggi e il fare editoria oggi tra innovazione e tradizione sono alcuni degli spunti che caratterizzeranno la XVI edizione della Rassegna della Microeditoria, kermesse dedicata alla piccola editoria indipendente che tornerà a Chiari (Brescia) dal 2 al 4 novembre. Set del tutto la storica cornice Liberty di Villa Mazzotti con protagonisti libri e parole digitali. Saranno 85 in totale i piccoli e medi editori provenienti da ogni zona d’ Italia presenti alla tre giorni dedicata ai libri. Accanto agli espositori più di 80 eventi tra laboratori, incontri con autori, letture animate e convegni dedicati al mondo della lettura. Ad aprire la sedicesima edizione, venerdì 2, alle 20.30, ci sarà Bianca Pitzorno, una delle più amate autrici di libri per bambini, che in questa occasione presenterà “Il sogno di una macchina da cucire”, un romanzo per adulti. Domenica 3, nel pomeriggio toccherà a Toni Capuozzo e Mauro Corona e tanto altro ancora che troverete in dettaglio sul sito: http://www.microeditoria.it. Ecco qualche dritta su alcune curiosità che potrete trovare in questo 2018: ci saranno le Edizioni Le Assassine, che pubblicano solo libri di donne, la FaLvision, editore pugliese di libri in braille. Non mancherà il ritorno dell’arte tipografica con Pulcinoelefante, Disegnograve, Il Buon Tempo, Enrico Damiani e Rottecontrarie. Saranno presenti editori per audiolibri come Voce in capitolo e tanti editori di qualità per i bambini, che puntano a valorizzare la storia locale o precisi generi letterari (fantasy, letteratura straniera, poesia, ecc.). Presenti anche gli editori Marcos y Marcos e Altreconomia. La rassegna della Microeditoria è organizzata dall’associazione culturale L’Impronta, con la collaborazione del Comune di Chiari e della Fondazione Cogeme Onlus, con il patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Brescia e dalla Consigliera di Parità della Provincia di Brescia, sotto l’auspicio del Centro per la promozione della lettura. Alla Microeditoria ci sarà inoltre il primo incontro tra il presidente di ADEI (la neonata Associazione degli Editori Indipendenti) Marco Zapparoli, fondatore della casa editrice Marcos y Marcos, con il sottosegretario all’editoria Vito Crimi. La Rassegna della Microeditoria è sostenuta da: Vivigas; Fondazione Cogeme onlus; Chiariservizi; Farco; Itas Piccolo Valerani Assicurazioni Chiari; Valledoro; Cattolica Assicurazioni. Ingresso libero a tutti gli eventi.

La Microeditoria che non si esaurirà il 4 di novembre perché il 18 novembre a Orzinuovi ci sarà una rassegna dedicata agli editori indipendenti del fumetto.

Rassegna della Microeditoria dal 2 al 4 novembre
Villa Mazzotti, in viale Mazzini 39, Chiari (Brescia)
Venerdì 2 dalle 20.30
Sabato 3 e domenica 4 novembre dalle 10 alle 20
Ingresso libero
• info@rassegnamicroeditoria.it • + 39 339 6073551

:: Atto d’amore, di Leonardo Franchini

31 ottobre 2018 by

Paris

Il dottor Remigio passò impercettibilmente dal leggero sonno che gli era abituale alla veglia e subito tese l’orecchio per ascoltare il respiro di sua figlia Giannina, nella stanza accanto. Lui si svegliava sempre prestissimo, e comunque ad ogni minimo rumore inconsueto. A quell’ora di solito la donna dormiva dopo una notte trascorsa immutabilmente a piangere. Il dottor Remigio lo sapeva bene, così come era consapevole di non poter fare assolutamente nulla. A ottant’anni passati, con una figlia di quarantatré anni, non era ancora riuscito a stabilire con lei un rapporto umano, se non da genitore.
Eppure soffriva con lei. Si rendeva conto di essere stato un padre pressoché inesistente, da quando sua moglie era stata portata via nel giro di tre mesi da un male che nessuno aveva potuto curare. La bambina aveva dodici anni, a quel tempo; ed era già insignificante. Una faccia che nessuno notava su un corpo che non prometteva nulla di buono. Persino al funerale quasi tutti i clienti e conoscenti che si erano avvicinati a lui per le condoglianze di rito, avevano ignorato la piccola donna che piangeva silenziosa un passo indietro, guardando a terra, con le mani allacciate davanti a sé.
Crescendo lei non era cambiata quasi in nulla; taciturna, nascosta, aveva terminato le scuole superiori rinunciando a frequentare l’università. Nessuno se ne era accorto, nemmeno il padre, che aveva trovato del tutto normale l’affaccendarsi di lei per tenere in ordine la casa e lasciare che la vita le scivolasse addosso. Non gli era mai venuto in mente di chiederle se avesse qualche progetto per il proprio futuro. Aveva solo proseguito cupamente ad esercitare la professione – medico di base con una vaga specializzazione in pediatria – un anno dopo l’altro. Tornava regolarmente a casa dall’ambulatorio o dal giro di visite nelle ore dei pasti; scambiava le minime parole indispensabili, leggeva un giornale o qualche pubblicazione scientifica. Ogni tanto prendeva in mano un libro della sua biblioteca di classici e si annoiava in silenzio sfogliando qualche pagina.
Giannina era arrivata a quarant’anni senza che nessuno dei due avesse mai notato le stagioni. Non andavano in chiesa e quindi nemmeno il succedersi delle festività liturgiche aveva qualche influenza sulla loro vita. Soltanto a Natale, per una abitudine conservata come eredità della madre, mettevano dei piccoli, anonimi regali accanto ad un presepe prefabbricato sul tavolino del tinello: unico segno che alterava una volta all’anno l’impersonale ordine della casa.
Il dottor Remigio era conscio di possedere un patrimonio abbastanza considerevole; a cominciare dalla abitazione, un edificio a due piani più la soffitta, del quale occupavano la parte centrale, mentre il pianoterra era riservato al garage, ad uno studio-ambulatorio che usava raramente ed a qualche altro locale di servizio. Dietro c’era un giardino con l’erba rasata e tre o quattro alberi che d’estate disegnavano un’inutile ombra. Nel garage era ferma ormai da anni una berlina scura che il dottor Remigio aveva smesso di usare quando aveva rilevato su sé medesimo i primi sintomi della demenza senile. Giannina, per parte sua, non aveva mai chiesto di imparare a guidare, né a lui era in venuto in mente di offrirle questa possibilità.
Il problema era nato poco dopo che lei aveva compiuto quarant’anni.
Il dottor Remigio si rese conto all’improvviso di non udire alcun rumore nella stanza. Preoccupato, si alzò rapidamente per quanto gli consentiva il fisico in decadenza, indossò una vestaglia ed andò verso la camera della figlia. La porta era aperta. Dalle finestre entrava una grigia luce mattutina che cadeva sul letto, vuoto. Si guardò attorno, cercando di capire. In tanti anni non aveva mai osservato come Giannina sistemasse le cose nella propria stanza, sia durante il giorno che quando andava a riposare; perciò non sarebbe stato in grado di comprendere se mancasse qualcosa, e che cosa. Se potesse essere vicina o lontana.
Guardò in bagno e poi vagò per le altre stanze sempre con il medesimo risultato: il vuoto. Allora la preoccupazione che aveva cercato di tenere a bada si fece strada nel suo cuore, come una punta acuta e rovente.
Giannina attraversò in fretta il ponte sul fiumiciattolo. Dalla valletta che si inerpicava verso est, seguendo il corso dell’acqua, arrivava una brezza gelida, a malapena respinta dalla giacca imbottita con la quale la donna si era coperta. La mattina di maggio era di per sé fresca, quasi fredda per il grigiore e la sensazione di umido che pervadeva l’atmosfera. Giannina soffocò un brivido e rallentò leggermente il passo, prima di imboccare la strada tortuosa che saliva verso il monte. Accanto al cartello che indicava la località e la distanza (10 chilometri) si fermò un istante, come se dovesse attendere il via da un invisibile direttore di gara.
Poi cominciò ad andare su. Il percorso si faceva subito erto e già all’altezza dell’ultima casa dell’abitato sovrastava il torrente di una cinquantina di metri. Dalla curva poteva vedere l’intero panorama del borgo, compresa la facciata della casa che aveva lasciato da poco. La guardò, come per un saluto. Il muro esterno aveva un colore grigio cenere, con qualche fiammata più scura, perché la pittura – pur se recente – rispettasse l’impressione di vecchio, di consumato dal tempo, che suo padre aveva voluto conservare all’edificio. Il pittore non aveva discusso gli ordini del proprietario, benché si rendesse perfettamente conto che stava riproducendo con tinte fresche l’aspetto che la casa aveva prima dei lavori. Suo padre aveva preferito così, pensò Giannina, osservando attentamente la facciata. La finestra della sua camera aveva le imposte spalancate, mentre quelle del padre erano ancora chiuse.
Meglio, pensò ancora Giannina. Così non si sarebbe accorto della sua assenza fin quando non fosse stato troppo tardi. Forse non l’avrebbe notata comunque in tempo. Come con il pittore. Non si era reso conto di quanto le stesse addosso finché la gravidanza non era diventata troppo evidente. Per la verità, sul principio nemmeno lei aveva compreso il significato di tutte le maldestre cortesie, delle attenzioni e dei complimenti grevi; era rimasta colpita da tutto quel continuo parlare, quel trovare ogni insignificante pretesto per rivolgerle la parola – sorprendente in una vita durante la quale nessuno le aveva mai detto più del minimo indispensabile. Probabilmente l’argomento più forte del pittore nei confronti di Giannina era stata l’attenzione.
Abituata a non lasciare ombra nemmeno nelle giornate più assolate, era del tutto indifesa nel trovarsi al centro di una scena dove non avrebbe mai immaginato di poter salire. Non credeva che il turbamento fisico e mentale ormai padrone di lei avesse qualcosa a che fare con i sentimenti; piuttosto era una perdita di equilibrio, talvolta persino gradevole, ma più spesso paurosa. Aveva sentito la parola “amore”, senza associarla mai ad un significato. Perciò quando, in un pomeriggio estivo, mentre il dottor Remigio era in giro a vedere qualche paziente, il pittore l’aveva invitata a salire sul motofurgoncino che costituiva la sua azienda, sulle prime aveva esitato.
Poi la valanga di parole dell’uomo aveva avuto la meglio; Giannina aveva persino apprezzato il leggero vento che le accarezzava il volto mentre correvano verso Valbona. Un luogo – anche se lei non sapeva nulla – tradizionale rifugio per le coppie che volevano darsi piacere nei tanti angoli fuori vista con una preziosa moquette di erba ed aghi di pino. Non riusciva a ricordare con quali pretesti l’avesse praticamente trascinata e distesa in un piccolo slargo fra i cespugli; si sentiva inebriata e confusa. Per il bacio, o forse erano stati più d’uno, aveva provato sensazioni contrastanti: da una parte vampate di agitazione, dall’altra repulsione e disgusto per il respiro dell’uomo che sapeva di marcio, di sigarette, di alcol.
Il dottor Remigio si vestì in fretta. Si guardò per un attimo nello specchio del bagno decidendo di lasciar perdere la barba, che d’altra parte si vedeva appena. Mentre stava per uscire si accorse che l’agitazione gli aveva provocato un improvviso e forte stimolo. Quindi si avvicinò al vaso per liberare la vescica. D’improvviso ricordò quando, non molti anni prima, aveva trovato una leggera traccia di sangue sul bidet. Per un attimo si era chiesto se Giannina si fosse ferita – mai una malattia nella vita, per quella ragazza, almeno niente che lui non avesse potuto risolvere con un distratto “prendi un paio di aspirine” – poi si era reso conto con sorpresa che doveva trattarsi di sangue mestruale. Non gli era mai venuto in mente che sua figlia potesse avere i periodi mensili; e lei era sempre stata attentissima a non lasciare alcuna traccia.
Il dottor Remigio avvertì una stretta al cuore ancora più violenta e le lacrime gli salirono agli occhi. Si pulì rapidamente e chiuse i pantaloni. Un attimo dopo era in strada e camminava con passo rapido, tanto che dovette quasi subito fermarsi per riprendere fiato. Era un medico, si disse, sapeva perfettamente cosa poteva chiedere al proprio fisico usurato. Ormai anche i pazienti che gli erano rimasti avevano superato i settant’anni. Lo ascoltavano intenti, mentre parlava, anche se erano consapevoli che forse non avrebbero potuto terminare la cura che lui prescriveva e comunque l’effetto sarebbe stato pressoché ininfluente sul loro destino.
Riprese a camminare, un po’ più lentamente, stavolta, e si avviò verso il ponte sopra il magro corso d’acqua. Lo attraversò quasi senza accorgersene, sommerso da pensieri che arrivavano alla sua mente come onde di un mare infuriato. Non riusciva a ragionare con chiarezza. Sapeva tuttavia che i brandelli di ricordi e di riflessioni erano impietosamente veri: aprivano porte che riteneva chiuse per sempre, spalancavano brecce su abissi che lo angosciavano. La strada che saliva poco dopo il ponte arrivava al villaggio montano dove per tanti anni aveva condotto la moglie e la figlia in vacanza e dove, morta la moglie, aveva spesso lasciata sola la figlia durante l’estate. Sola. Qualche volta, ma raramente, lei aveva cercato di ribellarsi, aveva mormorato un timido “fermati…”, ma lui se n’era andato, convincendosi di essere preso dal lavoro, scuotendo la testa come per cancellare anche il lieve rumore di quella parola.
Si guardò attorno. Non si vedeva anima viva. Eppure non doveva essere troppo lontana. La mattina non era quasi iniziata, una caligine triste e grigia toglieva ogni colore al giorno. Alla prima curva dopo l’abitato si fermò un istante. Vedeva la propria casa, le imposte aperte della camera di Giannina e tutte le altre chiuse. Come una saetta, un pensiero gli attraversò la mente: avrebbe voluto, in quel momento, alzarsi dal proprio letto, andare nella camera della figlia ed abbracciarla strettamente.
Giannina continuava a salire, lenta, con frequenti pause, come se volesse imprimersi nella mente immagini che aveva visto decine di volte. A sinistra i boschi di alberi sottili, carpini bianchi e neri, e noccioli, interrotti da qualche terrazzamento dove, anni prima, la fame aveva indotto a coltivare legumi, patate, cavoli e qualche ostinata pergola di vite. A destra, verso il torrente, filari più curati di alberi da frutta ed ancora righe di viti. Distanti fra loro, alcune case. Una la conosceva bene, era insieme l’abitazione di un fabbro e la sua officina, che aveva funzionato usando l’acqua come forza motrice. Un sistema antichissimo che tutti gli scolari venivano portati ad ammirare ed anche Giannina l’aveva esplorata, a suo tempo. Il fabbro, un uomo che sembrava avere mille anni, raccontava il proprio lavoro con voce sommessa, toccando, quasi accarezzando gli strumenti che usava ogni giorno, messi in ordine con infinito amore.
“È un atto d’amore” le aveva detto il pittore, standole sopra e forzando le sue gambe ad aprirsi. Lei aveva chiuso gli occhi per l’improvviso dolore, poi li aveva riaperti vedendo il sorriso soddisfatto di lui, con i denti coperti di una patina scura, a causa del fumo.
Andò avanti, passo dopo passo finché giunse all’unico tratto pressoché pianeggiante della strada, che in quel punto attraversava un piccolo gruppo di case dominate da una chiesetta. Un’altra immagine di antica fame, ancora terreni scoscesi lavorati e costruzioni aggrappate l’una all’altra e al fianco della montagna. Ogni pezzetto di terra coltivato ad ortaggi che cominciavano a spuntare dal suolo, mentre ai bordi i colori di fiori diversi cercavano di vincere il grigiore del giorno. Vide un gruppo di margherite che sembravano offrirsi a lei, cresciute fuori dalle recinzioni che circondavano ogni proprietà. Probabilmente semi portati dal vento, o caduti al di là del piccolo solco tracciato da chi li aveva posati. Ma i fiori erano belli, bianchissimi, innocenti e sembravano sorriderle fiduciosi, in attesa. Si chinò e li prese, dolcemente, un piccolo mazzo che profumava solo d’erba. In giro continuava a non esserci nessuno.
Riprese a camminare, faticando sulla strada che si impennava repentinamente costringendo tutti, esseri viventi o mezzi meccanici, a rallentare. Per uno scherzo della natura era anche l’unico tratto diritto del percorso, facendo sembrare ancora più lunga la salita che in realtà non superava il centinaio di metri. Poco dopo la cima del dosso il cammino si faceva più agevole. Qualcuno, chissà quando, quasi come un ringraziamento aveva appeso al tronco di un albero una minuscola edicola di legno, chiusa da un vetro, dentro la quale c’era una immagine: Gesù Cristo con il cuore che sanguinava e risplendeva allo stesso tempo. L’ignoto fedele aveva aggiunto a carboncino la preghiera: “Signore Gesù, pregate per noi”.
Giannina cercò di immaginare quali grazie si fosse aspettata la persona che aveva posato quel segno di fede su una strada secondaria, nel mezzo del nulla. Non c’erano campi vicini, né prati dove far pascolare le bestie, né boschi che valesse la pena di tagliare. No, non doveva essere qualcosa di materiale lo scopo di quelle preghiere, ma un desiderio di vita.
Il ventre le era cresciuto lentamente. Il pittore aveva smontato i suoi ponteggi ed era andato a lavorare altrove. Ma tornava di tanto in tanto cercando di invitarla ad altre gite. Aveva avuto più occhio di suo padre, accorgendosi presto che le forme di lei stavano cambiando. Quasi allegro le aveva accarezzato il corpo dicendo: “Ti sposo.” Lei non aveva saputo rispondere. Non riusciva ad immaginare una vita con quell’uomo.
Il dottor Remigio cercava di vincere la fatica. Sapeva che di lì a poco la strada sarebbe stata pianeggiante, attraverso un gruppo di case. Grondava sudore nel suo cappotto scuro, ma non osava toglierlo per paura della temperatura che era ancora troppo fresca. Nell’abitato, vicino alla chiesetta, c’era una fontana. Avrebbe potuto bere e riposarsi un po’.
Finché c’era stata sua moglie, lui non aveva mai pensato di doversi prendere cura di Giannina; e poi, semplicemente, non ne era stato capace. Si rese conto con disperazione che non le aveva nemmeno parlato, al di fuori dell’essenziale. Ora gli salivano dalle viscere, persino dai piedi doloranti nelle scarpe da città, migliaia di parole che avrebbe dovuto dirle. Che avrebbe voluto dirle. Frasi con le quali le restituiva in un momento quarant’anni di silenzi.
Giannina non aveva nulla di bello, non era nemmeno brutta, non era niente. Ma era sua figlia. Se l’avesse osservata davvero, si sarebbe accorto delle mani lunghe, eleganti. Dei capelli fini, dell’inatteso fascino che assumevano i suoi occhi quando guardava lontano, quando sembrava che sognasse. Invece non si era accorto di nulla se non, quando ormai doveva essere evidente a tutti, del fatto che Giannina aspettava un bambino.
Non aveva avvertito indignazione, né gelosia, né gioia, né qualsiasi altro sentimento sia dato di provare in questi casi nei confronti dei propri figli. Gli erano soltanto venute in mente con prepotenza le pagine di un testo universitario di ginecologia sui rischi che correvano le “primipare attempate”, cioè le donne che concepivano un figlio quando erano vicine alla menopausa. Si andava dai parti difficili alla nascita di bambini affetti da sindrome di Down, con varie complicazioni, ciascuna delle quali prevedeva sofferenze per la madre e per il figlio – destinate a durare nel tempo. Non si era tenuto molto al corrente ed ormai aveva perduto i contatti con quel settore della medicina, ma una telefonata lo aveva ragguagliato circa l’attuale situazione in materia.
Senza chiederle altro, le aveva parlato della necessità di incontrare specialisti e della possibilità di abortire.
“Lui ha detto che vuole sposarmi” – la voce di lei era appena un sussurro.
“Cosa?”
Lei non aveva risposto.
“Tu vuoi?” – la domanda era suonata sarcastica.
Giannina era rimasta zitta anche questa volta.
Non c’ era voluto molto al dottor Remigio per individuare il pittore. Non girava nessuno per casa.
“Io la amo e voglio sposarla. So affrontare le mie responsabilità.” Mentre lo diceva il pittore sorrideva con i denti scuriti e batteva la mano sulle pareti che aveva tinteggiato da poco. Per dar forza alla sua affermazione, forse, ma sembrava piuttosto che volesse stabilire un segnale di proprietà.
Altrettanto rapidamente il pittore si era convinto a lasciar perdere: un assegno, la promessa di non essere denunciato, l’impegno a non farsi mai più vedere.
Giannina aveva rifiutato le visite e qualsiasi discussione sull’aborto:
“È mio. Mi vorrà bene. Gli parlerò. È un atto d’amore.”
Il padre non le disse che il pittore era sparito per sempre e lei non chiese nulla.
Il dottor Remigio si alzò dalla fontana e riprese a camminare. Faticava, ma non poteva fermarsi. Affrontò la ripida salita dopo il villaggio con la sensazione che il cuore gli scoppiasse. Si fermò davanti all’edicola con il Cristo, lesse la scritta e la ripeté ad alta voce: “Signore Gesù, pregate per noi.”
Giannina vide sulla destra la croce di pietra. Molti anni prima era accanto alla strada, forse per avvertire del pericolo, forse per fermare, con la potenza divina, la montagna, che da quel punto franava a valle. Ancora poche centinaia di metri e sarebbe arrivata alla casa dove aveva trascorso tante stagioni estive. Affrettò il passo.
La fontana continuava a buttare con un tenue rumore il suo piccolo rivolo d’acqua. Quante volte Giannina aveva imitato le donne del paese, lavando a mano i vestitini della bambola, facendosi prestare una molletta per appenderli ad asciugare sul filo del cortile. Sua madre, seduta al sole sul balcone di legno, leggeva un libro e di tanto in tanto alzava gli occhi per sorriderle. Giannina si sentiva felice, serena; il mondo era sua madre e sua madre le voleva bene. Dopo la sua morte, quando rimaneva, spesso, sola in quella casa, si metteva sul balcone, allo stesso posto, e guardava giù verso la fontana ed il filo nel cortile. Cercava di sorridere e fissava intensamente i luoghi della memoria, forse sperando di vedere una bambina che lavava i vestiti delle bambole.
Dopo la nascita del piccolo c’era tornata una sola volta, e si era messa, con la creatura in braccio, nel solito posto sul balcone. Ora vedeva chiaramente l’immagine presso la fontana; temeva solo che scomparisse. Il bimbo la guardava adorante, con i suoi piccoli occhi vagamente a mandorla, dalle palpebre spesse e la boccuccia semiaperta, come per sorriderle e baciarla. Con amore e gioia. Il dottor Remigio era dentro la grande stanza che fungeva da cucina e soggiorno; seduto a un tavolo, vicino alla porta del balcone. Leggiucchiava una pubblicazione medica, ma ogni pochi momenti alzava gli occhi e guardava fuori osservando in controluce il quadretto di sua figlia con il bambino in braccio.
Con angoscia si rendeva conto di non poter ricordare quella scena, quattro decenni prima. La demenza senile non ne aveva alcuna responsabilità. Semplicemente, non aveva mai visto sua moglie, con la figlia in braccio che l’attendeva sul balcone.
Giannina cullava dolcemente il bambino che sembrava respirare a fatica. Di tanto in tanto lanciava una rapida occhiata al padre, come per chiedere aiuto.
La donna non sapeva che ore fossero. Non aveva mai portato un orologio. Sia dalla casa in valle che da questa, in montagna, si udivano chiaramente i rintocchi del campanile, che scandivano la giornata. Molti mesi prima era salita fino alla chiesa; qualcuno l’aveva detto che don Emilio, il vecchissimo prete del paese, stava morendo. Aveva attraversato lo stretto viottolo, anch’esso in salita, che conduceva al cimitero. La porta della canonica era aperta. Il prete, sparuto e bianco, guardava la parete di fronte a sé; appena l’aveva vista si era aperto in un caldo sorriso:
“Sei tornata.” Lei aveva sorriso a sua volta, assentendo. Si era messa su una sedia accanto al letto. Lui, con un po’ di fatica, le aveva preso la mano. Erano rimasti qualche minuto di silenzio. Non era abituale, fra loro. Don Emilio era l’unico con il quale riuscisse a parlare, che la ascoltasse a lungo; non rispondeva mai direttamente. Raccontava episodi della sua lunga vita, con sentimento e partecipazione. In quella narrazione erano contenute tutte le risposte. Stavolta l’aveva guardata negli occhi, e il suo sorriso appariva pieno di luce. Poi, finalmente, aveva mormorato:
“È un dono d’amore.” Niente altro. Lei era rimasta ancora un po’, tenendogli semplicemente la mano e poi era tornata a casa.
Don Emilio era morto un mese prima che nascesse il bambino. L’avevano sepolto vicino all’entrata del cimitero, subito a destra del cancello, quasi a fare la guardia ed a proteggere tutti gli altri che riposavano in quel rettangolo di terra.
Giannina si scosse da propri pensieri e riprese il cammino. C’era un altro tratto da fare.
Il dottor Remigio era stato seduto immobile, come di marmo, nel salottino in fondo al corridoio dove c’era la sala parto. Il pediatra era un giovane collega che il dottore conosceva bene, e che, iniziando la sua attività, aveva collaborato con lui per alcune stagioni prima di ottenere il posto in ospedale. Gli aveva parlato francamente, con gentilezza, prospettandogli tutto quello che il vecchio medico già sapeva ed aggiornandolo sugli sviluppi della materia. La maggior parte dei quali non erano per nulla incoraggianti. Terminato il parto, al quale avevano assistito tre sanitari, per rispetto al vecchio collega, il pediatra era tornato fuori e gli aveva detto:
“Sua figlia sta bene. Il bambino, purtroppo, ha la sindrome di Down. Per ora non posso dire di più. Dovremo fare analisi ed esami approfonditi.” Il vecchio lo aveva ringraziato, comprendendo solo ora fino in fondo quanto dolore potessero provocare poche, semplici, ragionevoli parole. Poi era entrato nella sala parto, dove Giannina si stava riprendendo con straordinaria rapidità, tenuto conto della situazione. Aveva già in braccio il piccolo, che dormiva, rivolgendo un timido sorriso al padre:
“Vorrà bene anche a te.”
Il dottor Remigio era dovuto uscire, cercando un luogo dove trovare un po’ di sollievo. Lì dentro, in tutto quel bianco che gli era così famigliare, gli sembrava di essere in un deserto. Non vedeva nessuno.
Camminando, si accorse che ora faceva meno fatica, come se i suoi organi si fossero rassegnati a quella violenza inattesa, ed ora lavorassero più disciplinatamente per aiutarlo a fare quello che doveva. Arrivò alla croce di pietra e guardò la valle, molto al di sotto, dove scorreva il torrente. Tutto sembrava così lontano. Guardò l’orologio e si rese conto che stava muovendosi da più di tre ore. Avvertì di nuovo il bisogno di urinare. Si avvicinò ad un albero, guardandosi intorno, ma non c’era anima viva. Dopo dieci minuti era alla casa, nel cortile, alla fontana.
Tutto come allora – ma stavolta era passato poco tempo dall’ultima visita.
Giannina era voluta tornare in montagna, dove si era sentita protetta dalla madre, forse pensando che questo avrebbe aiutato anche il piccolo. L’aveva accompagnata, i pazienti potevano aspettare, rivolgersi a qualcun altro, morire, non importava. Sua figlia aveva tenuto il bimbo in braccio più che poteva, facendogli godere raggi di sole, leggere brezze d’aria pulita, dandogli medicine, baciando e lasciandosi baciare dal piccolo, che sembrava non esaurire mai l’affetto. A volte lo portava in cortile e gli faceva bere l’acqua della fontana a piccole gocce; il figlio sorrideva felice. Ma respirava sempre più a fatica.
Era morto in silenzio, in braccio alla madre. L’avevano sepolto lì, nel cimitero di montagna, subito dietro la tomba di don Emilio, perché lei voleva che fossero vicini, che si potessero parlare. Il prete aveva tante storie da raccontare. Poi erano tornati a casa, in valle. Erano cominciate le notti di lacrime.
Una donna scese in cortile e gli disse:
“È passata sua figlia, forse un quarto d’ora fa. Si è fermata poco ed è ripartita. Saliva. Forse andava… al cimitero.” Disse l’ultima parola in fretta, come se bruciasse. Poi si allontanò con un cenno di saluto, scuotendo la testa.
Il dottor Remigio assentì e si rimise in moto. Ora si rendeva conto che il sollievo di poco prima era stata una illusione. Le gambe pesavano come piombo. Continuò a camminare, trascinando un passo dopo l’altro, finché arrivò davanti alla chiesa, allo stretto viottolo che la separava dalla canonica e conduceva al cimitero. Si fermò un istante e si guardò attorno. Davanti ad una casa vicina c’era un vecchio, fermo. Forse aveva visto Giannina. Il dottor Remigio fece per chiedergli qualcosa quando avvertì un dolore fortissimo al petto. Sapeva di cosa si trattava. Cadde lentamente a terra. Il vecchio lo guardò per un attimo, sorpreso, poi gli si avvicinò per vedere se potesse fare qualcosa. Ma ormai gli occhi del medico stavano rovesciandosi.
Sentendo la presenza umana vicina, il dottore mormorò, in un soffio: “Dite a mia figlia… dite… che le voglio bene…”
Giannina era dentro al cimitero. Salutò don Emilio con un cenno della mano, come se si fossero lasciati da poco. Posò alcune delle margherite davanti alla lapide, e fece un cenno con la testa verso la tomba di suo figlio. Il sorriso del prete sembrò comprendere.
Si avvicinò all’angelo di gesso – aveva voluto un angelo di gesso, bianco, sorridente – lo baciò e lo abbracciò. Posò le altre margherite a terra, disponendole come una piccola coperta. Poi affondò la mano in tasca e ne trasse la boccetta di pillole che al mattino aveva preso dall’ambulatorio del padre. La guardò. Girò il coperchio, aprendolo.
“È un atto d’amore” disse, a nessuno che l’ascoltasse.
Inghiottì le compresse, abbracciò di nuovo l’angelo, e cominciò ad attendere.

:: Le interviste di Lady Euphonica (usatele con cautela): Vittorio Cotronei

31 ottobre 2018 by

cotroneiVittorio Cotronei è un autore (col)legato alla terra: quella di cui parla in “Passato remoto” (2018) e anche quella di “Andalù” (2015), sorta di prequel ideale – i due romanzi possono anche essere letti indipendentemente l’uno dall’altro – del romanzo pubblicato nel 2018.
Proprio quando affonda la scrittura nella descrizione dei luoghi naturali, Cotronei tocca le sue personali vette: la prosa si fa materica e allo stesso tempo immaginifica, in quel collegamento ideale fra Apollo e Dioniso che rappresenta un afflato stilistico dell’autore. In un certo senso, tra immanente e trascendente, si colloca anche il personaggio di Marino Maltese, di professione ufologo, già conosciuto proprio in “Andalù” e di nuovo protagonista di “Passato remoto”.

Sulla quarta di copertina leggiamo:

“Il Modesti”, pensionato della Solvay e noto bracconiere, si getta dalla rocca di Poggio Primo Marittimo apparentemente senza una ragione. Unico interessato a far luce sul mistero di quella morte sembra essere Marino Maltese, un ufologo, che torna così nei luoghi della sua giovinezza: un antico borgo dell’entroterra toscano. Nella casa del suicida rinviene dei fogli scritti in alfabeto etrusco che lo indirizzano verso il mondo dei tombaroli e del mercato nero di reperti archeologici. L’indagine lo condurrà in un luogo misterioso che pare legato al mito di Tagete, il ‘Saggio dalle sembianze di fanciullo’ che leggenda vuole abbia insegnato agli Etruschi la scienza sacra dell’aruspicina. Scavare nel passato, nel proprio e in quello del territorio che lo ospita, non è sempre facile per Marino Maltese che si trova costretto a condurre la propria surreale indagine tra mille ostacoli, pericoli e personaggi bizzarri fino a un imprevedibile finale.

Ringraziamo Vittorio Cotronei per aver accettato di rispondere alle nostre domande.

La prima curiosità riguarda l’ambientazione delle tue due ultime storie, “Andalù” e “Passato remoto”: la provincia, in particolare la provincia toscana. Come riesci a mantenere equilibrio tra lo stereotipo – in qualche modo utile per fare breccia nell’immaginazione di lettori anche molto distanti da quei luoghi – e la non genericità dei luoghi e delle situazioni?

In realtà cerco sempre di essere molto sincero e schietto nel descrivere la provincia. Riporto semplicemente ciò che vedo, ciò che ascolto nei bar, impregnandolo del mio punto di vista. Quasi sempre ne emerge un rapporto di amore-odio che potrebbe riassumersi nell’amore incondizionato, quasi estatico, per i luoghi intesi come “terre” e una critica per la mentalità di chi vi abita. Una mentalità spesso omologata, conformista e ipocrita, a volte meschina, dove non sembra esservi spazio per il diverso.

Quali sono gli autori che più ami e quelli a cui magari ti ispiri, almeno un po’? E quali sono invece gli scrittori (fuori i nomi!) o i generi letterari, se preferisci, con i quali, da lettore, non riesci ad avere un buon rapporto?

Autori che amo sono sicuramente Buzzati, Garcia Marquez, Dostoevskyij, Checov, Orwell … Potrei andare avanti all’infinito. La letteratura è grande quasi quanto l’universo, gli autori sono stelle. Tu me lo avessi chiesto qualche anno forse sarebbero stati altri, magari se me lo chiedi tra qualche anno saranno altri ancora. Mi ispirano molto Fred Vargas e Tristan Garcia: due autori francesi contemporanei. La prima è una giallista a tinte fosche, noir, il secondo un filosofo che scrive racconti dal carattere surreale. Forse per questo i miei romanzi sfuggono a ogni definizione di genere: mi ispiro a generi diversi.
Da lettore non capisco i cosiddetti “romanzi di formazione” di autori italiani; esulano totalmente dal mio concerto di arte. Un nome? Lorenzo Marone, per fare un esempio: ho letto un suo romanzo e mi è sembrato totalmente inutile.

A proposito di genere: sia “Passato remoto” che “Andalù” sono noir ibridi. Sono convinta che esistano buoni libri e libri meno buoni e che, specie per la prima categoria, la collocazione in un genere serva più per allestire le librerie che ad altro. C’è però chi ritiene che la cosiddetta letteratura di genere militi nel campionato di serie B. Tu cosa ne pensi? Ci sono distinzioni che faresti?

No, i romanzi sono come le persone (in realtà sono migliori. Almeno a me, invecchiando, piacciono molto di più). Ci sono romanzi strepitosi e altri illeggibili, e questo indipendentemente dal genere.

Recentemente mi hai accennato di Fernando Nannetti, alias NOF4, e di come l’incontro con l’arte di questo pittore e graffitista, scomparso nel 1994, ti abbia impressionato. Hai voglia di parlarcene?

Una vera e propria epifania. Sono stato in visita guidata al manicomio di Volterra e la storia di questo degente che un giorno dal nulla si toglie la cintola e con la fibbia inizia a incidere sul muro del Manicomio frasi all’apparenza indecifrabili, ma dai significati profondi e profetici, mi ha profondamente colpito. Scriverà centottanta metri di muro in dieci anni per poi un giorno fermarsi e dire “Basta, quello che volevo dire l’ho detto”. Quei “pezzi di muro” adesso sono esposti nei musei di mezza Europa, considerati tra le opere principali dell’Art Brut. Il prossimo romanzo sarà ambientato a Volterra, un’indagine di Marino Maltese proprio su Nannetti. Nella stesura mi aiuterà il figlio dell’infermiere che per primo capì l’importanza del personaggio e che ha decifrato le sue frasi da una scrittura quasi cuneiforme.

Qual è il rapporto di Vittorio Cotronei con la scrittura? E con l’editoria?

Più passa il tempo e più la scrittura diventa centrale nella vita, impregna ogni singolo momento della mia giornata, anche quando non scrivo. Quando lavoro, quando parlo con qualcuno, penso sempre a come poter riportare su carta quella conversazione, quel paesaggio, quel pensiero.
Ho perduto amicizie per colpa della scrittura, ne ho acquistate altre grazie a lei. Potrei rinunciarvi solo per i miei figli.
Per quanto riguarda l’editoria posso solo parlare della mia esperienza: ho la fortuna di pubblicare con MdS Editore, una casa editrice indipendente molto valida, seria, professionale, che a mio avviso, ma è solo un’opinione, con un po’ di fortuna e di coraggio in più (che spesso si autoalimentano) potrebbe veramente fare il grande salto. Tuttavia esiste una miriade di piccole case editrici che di serio e professionale non hanno veramente nulla e per uno scrittore esordiente è facile cadere nella trappola dell’editoria a pagamento, visto che le grandi case editrici, se non sei un personaggio pubblico o non hai fatto la scuola Holden, è difficile che ti prendano in considerazione.

Un’ultima domanda che sarà un po’ la firma di questa rubrica: se potessi curare il casting per un ipotetico film tratto da “Passato remoto”, chi sceglieresti nei ruoli principali?

L’ufologo Marino Maltese me lo immagino con il volto di Elio Germano, il Lucumone quello di Jean Reno, il matto del paese Paolo Cioni, perché un Christian Bale magro e sconvolto come in The Fighter mi sembrerebbe troppo esotico, per Matilde vorrei Kristen Stewart e il Sindaco interpretato da James Gandolfini oppure, dato che ci ha lasciati, da Paolo Giommarelli.

Vittorio Cotronei, Passato remoto, MdS Editore
(http://www.mdseditore.it/catalogo/passato-remoto.php)