:: Liberi di Scrivere Award tredicesima edizione – Le votazioni

1 gennaio 2023 by

Sono aperte le votazioni per il miglior libro edito nel 2022, potete esprimere il vostro voto nei commenti. E’ valido un solo voto per lettore.

Potete votare nei commenti del blog qualsiasi libro uscito nel 2022, poi lo inserisco nella lista.

C’è tempo di votare fino alla mezzanotte di domenica 15 gennaio. Lunedì 16 gennaio sarà proclamato il vincitore, e il secondo e terzo classificato. Menzione d’onore per il traduttore il cui libro otterrà più voti.

Buon voto a tutti!

NB: i commenti sono in moderazione.

I candidati:

Il segreto del calice fiammingo di Patrizia Debicke 96 VOTI

La vita paga il sabato di Davide Longo 3 VOTI

Il pittore di langa di Fabrizio Borgio 15 VOTI

L’idolo dei Templari, Barbara Frale 1 VOTO

Il Varcaporta, Laura Costantini 114 VOTI

Il Male quotidiano: Incursioni filosofiche nell’horror di Davide Navarria – Selena Pastorino, Rogas Editore 1 VOTO

I vegumani, Clelia Farris 2 VOTI

Malapace di Francesca Veltri Miraggi edizioni 1 VOTO

Superficie di Olivier Norek, tradotto da Maurizio Ferrara 1 VOTO

In forma di essere umano, Riccardo Gazzaniga, Rizzoli. 1 VOTO

La scatola di latta di Matilde Ventura edito da Arduino Sacco Editore 1 VOTO

Il vento sull’erba Patrizia Fiaschi Castelvecchi Editore 1 VOTO

:: Stephen King. La guida definitiva al Re (Mondadori Electa 2022) di Bev Vincent Recensione a cura di Emilio Patavini

29 dicembre 2022 by

Pubblicato originariamente in occasione del settantacinquesimo compleanno di Stephen King, La guida definitiva al Re è uscita in Italia per Mondadori Electa il 15 novembre 2022. Non è la prima pubblicazione di Mondadori Electa dedicata al maestro del brivido: l’anno scorso, infatti, è uscito Il grande libro di Stephen King di George Beahm. La nuova guida di Bev Vincent, scritta in modo piacevole e scorrevole, esplora le ispirazioni dietro alle opere di King: al suo interno scoprirete quali eventi di cronaca o della vita personale di King hanno ispirato racconti o romanzi e quali influenze si celano dietro di essi, oltre a numerosi aneddoti e curiosità. Il volume ripercorre opera per opera l’intera produzione kinghiana, tracciandone l’evoluzione dai primi racconti pubblicati su riviste specializzate come Stories of Suspense e Startling Mystery Stories o sulle riviste universitarie del Maine, passando per Carrie (1974), primo romanzo pubblicato, fino all’ultimo titolo, Fairy Tale, uscito nel 2022. Una storia fatta di successi, ma anche di rifiuti, dai racconti rifiutati da Forrest Ackerman e Harlan Ellison al romanzo incompiuto Sword in the Darkness, rifiutato da un dozzina di editori. Bev Vincent analizza quasi cinquant’anni di carriera in cui King è passato da scrittore squattrinato che viveva in una roulotte in affitto e aveva difficoltà a sbarcare il lunario a icona planetaria, leggendario creatore di storie il cui patrimonio ammonta a centinaia di milioni di dollari e il cui solo nome in copertina è sinonimo di successo nelle vendite. Le sue storie sono ormai entrate a far parte dell’immaginario collettivo, anche grazie alla sterminata quantità di trasposizioni cinematografiche sul piccolo e grande schermo che hanno contribuito ad accrescerne la fama.

Il libro è inframmezzato da brevi schede di approfondimento o da più lunghi “intermezzi” che gettano luce su alcuni aspetti della vita e delle opere di King, come l’editor che lo ha scoperto, una dettagliata descrizione di Castle Rock e Derry (cittadine fittizie del Maine in cui King ha ambientato molte sue storie), o ancora i romanzi pubblicati con lo pseudonimo di Richard Bachman, i film in cui King è apparso come comparsa, la passione per i Boston Red Sox e molto altro ancora. La guida è corredata da un ricco apparato iconografico che farà felici i fan del Re: tra le sue pagine potranno infatti scoprire foto d’archivio e documenti della collezione personale dello scrittore, oltre a pagine manoscritte, copertine di libri, locandine di film…

Alla fine del volume sono presenti una bibliografia essenziale, con i titoli dei più importanti saggi per addentrarsi nel Multiverso kinghiano, e l’elenco completo delle opere complete del Re (in cui compare già il prossimo titolo, Holly, in uscita nel 2023), delle prime edizioni americane e italiane dei suoi racconti e infine tutti gli adattamenti cinematografici e televisivi.

Bev Vincent è autore di The Road to the Dark Tower e The Dark Tower Companion, due volumi dedicati alla serie della Torre Nera di Stephen King. Ha inoltre curato l’antologia Odio volare. 17 storie turbolente (Sperling & Kupfer 2019) assieme a Stephen King. I suoi racconti sono apparsi su Ellery Queen’s Mystery Magazine, Alfred Hitchcock’s Mystery Magazine, Borderlands 5, Ice Cold e The Blue Religion.

Source: inviato dall’editore. Si ringrazia l’Ufficio Stampa Mondadori Electa per aver gentilmente inviato una copia del libro al recensore.

:: A Marsiglia con Jean-Claude Izzo di Vins Gallico (Giulio Perrone 2022) a cura di Valerio Calzolaio

28 dicembre 2022 by

Marsiglia. 1945-2000. Esiste una città che si raggiunge abbastanza facilmente per mare, per terra e per cielo. Prenotando un traghetto dalla Corsica o dalla Sardegna, oppure dall’Algeria o dalla Tunisia. Oppure decidendo di fare sette ore di treno da Milano (meno da Parigi) o guidare in auto dall’Italia (dipende da dove partite) in una combinazione di autostrade dal pedaggio salato con una sfilza (utile) di autovelox. Oppure ancora atterrando a Marseille-Provence, l’aeroporto a Marignane, circa ventidue chilometri a nord. Inutile parlarne, però, perché: “Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò che c’è da vedere si lascia vedere” (Jean-Claude Izzo, Casino totale, pag. 33). Attraverso le parole di Izzo, Marsiglia diventa una città talmente reale che si riesce ad annusarla, ad assaggiarla, a “camminarla”, persino a toccarla. Non c’è bisogno che ci siate già stati o che progettiate di andarci, i suoi romanzi già consentono di “leggerla”, appagandosi del testo e del contesto. Jean-Claude è stato uno straordinario indimenticabile scrittore francese, poeta giornalista sceneggiatore drammaturgo romanziere, nato lì il 20 giugno 1945, figlio di Gennaro, immigrato di Castel San Giorgio (vicino Salerno) e di Isabelle (casalinga francese, figlia di immigrati spagnoli). La sua adolescenza ha avuto molto a che fare con i libri e con Pax Christi, il suo apprendistato lavorativo con il giornalismo e col partito comunista francese. Dopo vari libri di poesie e articoli di giornale, è del 1993 il primo romanzo con Fabio Montale (anche lui con padre italiano, di poetico cognome), pubblicato due anni dopo da Gallimard nella Série Noire, Total Kheops (1995), appunto Casino totale, da noi grazie a Massimo Carlotto (Edizioni e/o, 1998). Se cominciate, non smetterete più di leggerli, la serie e il resto, tutto con Marsiglia, immersa nel noir mediterraneo. Purtroppo, Izzo è morto lì il 26 gennaio 2000 per un tumore ai polmoni, entrando però prima e per sempre nel pantheon e nel mito. Si moltiplicano giustamente i militanti omaggi postumi.

L’ottimo scrittore, libraio e traduttore Vins Gallico (Melito Porto Salvo, Reggio Calabria, 1976) realizza un’intelligente scelta letteraria: presentare la città di Marsiglia per il tramite delle parole scritte da un’eccelsa personalità marsigliese in opere di fiction. Evviva. Organizza il suo viaggio in ventinove capitoli, intitolati ad argomenti (pied-à-terre e pieds-noirs, la vergogna e così via), luoghi (la banchina, il Panier, la Joliette e così via), collettivi (le canaglie, il PC, i marsigliesi in quattro scene e così via) e altri temi “izziani”. Dopo le brevi conclusioni colloca un lungo trentesimo autobiografico capitolo in cui spiega come e perché è voluto comunque tornare di recente a Marsiglia, capitale del mondo meticcio, pur avendo scelto di raccontarla solo con lo sguardo (sempre “occhi nuovi”) e le frasi di Izzo (tratte da sette volumi, tutti Edizioni e/o). Nel primo capitolo aveva spiegato di essersi appassionato al grande scrittore francese quando si trovava a studiare a Göttingen da emigrante politicizzato (per sette anni). In fondo al testo, poi, parla dei propri amici d’infanzia; del mare calabrese (“un certo tipo di effetto il Mediterraneo lo fa ovunque”); della moglie e dei figli che ha brevemente dovuto lasciare per partire; dell’aereo preso con un caro amico di sintonie; delle significative pratiche ricognizioni fatte, politiche e sociali, anche senza romanzi di Izzo al seguito; dei ringraziamenti innumerevoli per un testo che ha lo scrittore scomparso al centro: “dopo di lui, Marsiglia da scena si è trasformata in un anfiteatro greco, sfruttando la sua costituzione a scaloni. Uno si siede là e può scrutare il mondo. O sé stesso. O il vuoto. O il mare”. Utili e appassionanti le dettagliate argomentate appendici sui film e sui libri relativi alla città, “sempre sotto la lente di Jean-Claude Izzo”.

Vins Gallico ha pubblicato Portami rispetto (Rizzoli, 2010), Final Cut (Fandango, 2015) e La barriera (Fandango, 2017). Ha collaborato con l’Università Georg-August di Göttingen e l’Università di Brema. Ha diretto le librerie Rinascita e Fandango Incontro. Socio fondatore dei Piccoli Maestri, è una delle voci della trasmissione Tabula Rasa su Radio Onda Rossa.

Source: libro del recensore.

:: “Le risposte di Padre Pio” (Edizioni Segno; prefazione di Mons. Pasquale Maria Mainolfi) di Alberto Politi, a cura di Daniela Distefano

25 dicembre 2022 by

E’ giunto anche il 25 dicembre 2022, un Natale diviso per l’Italia. Al Nord il gelo, al Sud temperature temperate. Un Natale di povertà da un lato, e di spreco dall’altro, in tutto il Paese. Sotto l’albero quest’anno tanta incertezza, e un serbatoio di fiducia, la Fede. Leggendo questo libro, qualche settimana fa, mi sono imbattuta nelle conversazioni dei Santi, nei consigli dei saggi, nella lungimiranza dei vecchi. Chi lo ha scritto così si è presentato nell’introduzione: “Sono un cittadino di Benevento e ho deciso di scrivere questo libro perché, come devoto di Padre Pio, nato in un paesino, Pietrelcina, a pochi chilomentri dalla mia città, ho raccolto e conservato da oltre 30 anni molte riviste sul venerato Padre e letto molti libri a lui dedicati”.

Il titolo allude al tesoretto di consigli, rimproveri, considerazioni religiose, di battute sagge o divertenti, di profezie del Santo di tutti dei nostri tempi così assetati di Bene, così rinsecchiti di spiritualità.

Cos’era la Santa Messa per San Padre Pio? Era “Tutto il Calvario. Tutto quello che Gesù ha sofferto nella sua Passione inadeguatamente lo soffro anch’io per quanto ad umana creatura è possibile. E ciò contro ogni mio merito e per sola sua bontà”.

Come mai il Signore permette dolori fino a tale intensità? Padre Pio risponde: “Il Signore lo fa per non dire che ci regala tutto. Egli, per umiliare la sua creatura, vuole da essa quel tantino – sebbene quel tantino glielo dia Lui stesso – affinché la creatura stessa glielo possa offrire”.

Per il Santo di Pietrelcina, poi, “la severità fraterna è di più grande valore che tutto il sentimento nel mondo messo insieme”. E più avanti: “Se tu sapessi come soffro nel dover negare l’assoluzione. Ma sappi che è meglio essere rimproverati da un uomo su questa terra che da Dio nell’altra vita…”.

San Padre Pio, nel rispondere ad una figlia spirituale, che gli domandava come fosse possibile per lui vivere con tanti dolori fisici e mistici disse: “Su una spalla ho la Chiesa di Dio combattuta e calunniata, sull’altra l’umanità alleata con l’antico nemico. Prega perché non resti schiacciato! Quello che mi fa piangere è che sulla terra non ci sarà più cuore!”.

Guardiamo le nostre mani, i nostri occhi, la nostra voce, non allo specchio dove abbelliamo la nostra anima, ma guardiamo dentro di noi, all’interno del nostro cuore, cosa vediamo al suo posto? Siamo ancora capaci di amare chi ci maltratta? Chi ci sottostima? Chi si volta dall’altra parte? Chi ci dice addio senza lacrime? Siamo ancora capaci di farci amare da chi ci chiede perdono? Da chi ha bisogno ma te lo dice camuffandosi? Da chi è troppo a terra per ringraziarti della tua coperta alla stazione centrale? Un pezzetto di croce a Natale, Signore, concedila anche a noi, come spiega San Padre Pio è un dolore che ti offriamo perché Tu tutto ci doni gratis, ma fà che questa croce possa essere di Amore, un incendio che prevalga sul nostro sfruttato ego.

Tanti auguri di Buon Natale a tutti i lettori di Liberi di scrivere.

Daniela

Source: libro del recensore.

:: Due libri per Natale da trovare sotto l’albero da Gallucci editore. A cura di Viviana Filippini

24 dicembre 2022 by

Natale si avvicina e per i piccoli lettori ho qualche bel libro che si potrebbe magari trovare sotto l’albero. Per chi ama lo spirito natalizio Gallucci ha pubblicato “Racconti sotto l’albero”, una raccolta di racconti di autori italiani con le illustrazioni di Peppo Bianchessi. Nel volume ci sono storie che narrano il Natale e la sua magica atmosfera seguendo le sue sfaccettature e tutte le emozioni che si manifestano nel periodo di Natale. La cosa bella di questo libro è che i racconti, oltre essere letti nell’ordine che si preferisce, sono ancora migliori se c’è qualcuno con il quale possiamo leggerli in compagnia, perché nascono quelle emozioni tipiche del Natale e dei racconti che sanno emozionare e che fanno tornare bambini anche gli adulti.  Ecco i racconti presenti nel volume: 

Il banco dei sogni di Pier Domenico Baccalario,

Babbo Natale non esiste di Davide Morosinotto 

Natale würstel & maionese di Luca Bianchini 

L’albero di Natale di Emma Cianchi 

Cose che si desiderano per Natale di Andrea Tullio Canobbio 

Era di nuovo Natale di Elena Peduzzi 

And so this is Xmas (fog is over) di Andrea Pau Melis 

Notte di neve di Gisella Laterza 

L’ufficio comunicazione di Veruska Motta 

Il signor Vezio di Marco Pelliccioli 

Il tizzone sul tetto di Azzurra D’Agostino 

Cose da grandi di Angelo Mozzillo 

Il piano della gioia di Fidelio Valt di Manlio Castagna 

Corri. Corri. Corri. di Igor De Amicis e Paola Luciani 

La slitta sul radar di Christian Antonini 

È il pensiero, che conta di Dimitri Galli Rohl 

Un@ stori* di Natalə di Giuseppe D’Anna 

Il più brutto e più bel Natale di tutti i tempi di Marco Ponti

“Trovarsi a Berlino”, Holly-Jane Rahlens

Altro libro interessante per un pubblico di lettori Younng Adult è “Trovarsi a Berlino” di Holly-Jane Rahlens, una bella storia di formazione ambientata nella Berlino del 1989, esattamente poche settimane dopo la caduta del muro che per decenni aveva diviso la città in due parti e tenuto lontane le persone. In questa Germania unita, alla prese con la sua rinascita e riorganizzazione civile, economica, culturale e umana si incrociano i destini di due giovani adolescenti. Da una parte c’è Molly, nata a New York ma con origini tedesche, arrivata poco prima del crollo del muro a Berlino Ovest. Dall’altra parte invece, c’è Mick, nato e cresciuto a Berlino, però nella zona Est.  Un giorno i due ragazzi si incontreranno su un treno e tra loro scatterà un’amicizia che li porterà a conoscersi l’un l’altra. Questa esperienza sarà un modo per apprendere mondi sconosciuti, ma anche per vedere in una prospettiva del tutto nuova la Germania dopo quel muro che tante divisioni aveva creato. Il romanzo è la narrazione di una crescita e un trovare una propria identità per Molly e Mick e per la città dove vivono.

Holly-Jane Rahlens è nata negli Stati Uniti, ma vive da decenni in Germania, dove è diventata un’au­trice per ragazzi affermata. Ha vinto numerosi premi, tra cui il prestigioso Deutscher Jugendlite­raturpreis.

:: I principi del mare (Il Ciliegio 2022) di Andrea Gualchierotti: intervista all’autore a cura di Emilio Patavini

23 dicembre 2022 by

Il 28 ottobre di quest’anno è uscito per le Edizioni Il Ciliegio il nuovo romanzo di Andrea Gualchierotti, I principi del mare. Andrea Gualchierotti è un autentico appassionato del fantastico, e in particolare della narrativa sword and sorcery: basti pensare che la bella illustrazione di copertina realizzata da Iacopo Donati si ispira a un numero della mitica rivista Weird Tales (novembre 1932) in cui viene raffigurato uno scontro simile con un mostro marino. Ma di cosa parla I principi del mare? Siamo sul finire dell’Età del Bronzo, anni dopo la caduta di Troia, in un periodo in cui la «generazione famosa degli eroi» è ormai pressoché tramontata. Dopo il suo lungo peregrinare, finalmente Ulisse è tornato a casa, a Itaca, dove ha fatto strage dei Proci, i pretendenti al trono e alla mano di sua moglie Penelope. Tra di essi viene ucciso Anfinomo, il fratello di Alkas. Alkas, il protagonista del romanzo, è principe di Dulichia, un’isola vicino a Itaca citata nel canto XIV dell’Odissea. La situazione diventa pericolosa per Alkas, e suo padre, re Niso, lo convince a fare vela verso l’Epiro, presso la corte di Cheleo e di sua moglie Calliroe, ma questo è solo l’inizio delle sue avventure… Chi lo leggerà troverà il romanzo avvincente e ricco di avventura, e noterà la presenza di un lessico attento al contesto storico (con termini come megaron, wanax, aristoi) e ricercato, che non di rado adotta anche arcaismi come lucore, aduggiato, favella e icore. Si tratta di una lettura consigliata a tutti gli amanti della mitologia classica e dello sword and sorcery.

Benvenuto Andrea su Liberidiscrivere! Grazie per aver accettato questa intervista. Dal romanzo traspare tutta la tua passione per l’antichità. Quanto è importante il lavoro di documentazione per un fantasy ma pur sempre di chiara impronta mitologica?

La risposta è semplice: molto. I miti sono materia complessa, e come spunto narrativo li vediamo spesso fin troppo banalizzati, usati e travisati per vestire storie e idee moderne, con cui hanno poco a che fare. Per chi non legge fra le righe: sì, mi riferisco ai cosiddetti “retelling” di biografie mitiche, con personaggi le cui psicologie vengono appiattite al nostro presente. Invece, nel mito, c’è ben altro. La forza dei simboli, dei grandi archetipi. Il fascino esotico di luoghi e situazioni perdute. I culti pittoreschi e intriganti. Leggendo gli antichi autori, da Apuleio a Omero, questi tesori sono a portata di mano, per chi sa cercarli. Infiniti spunti per trame, scenari e non solo che aspettano unicamente di trovare nuova vita.

Il tuo romanzo è un esempio di fantasy mediterraneo. Potresti chiarirci meglio qual è la definizione di “fantasy mediterraneo” e fornirci qualche altro esempio di questo sottogenere? Non si tratta dell’ennesimo sottogenere, o dell’ultimissima etichetta, di cui non c’è bisogno. Il termine racchiude semplicemente tutte quelle storie che ruotano intorno a scenari dal sapore appunto mediterraneo: l’antico Egitto, la Grecia dei miti, Roma antica, gran parte del Medio Oriente, ma non solo. E che da queste terre e dalle loro culture – ricchissime – traggono spunto. Che bisogno c’è di andare a cercare la millesima saga nordica, il solito reame medievale simil inglese, quando la nostra tradizione ci offre un panorama ben più vasto e intrigante di leggende, vicende storiche cui ispirarsi, mitologie, credenze fantastiche? Abbiamo gli intrighi degli imperatori bizantini, le creature mostruose delle Alpi, le antiche rovine megalitiche Malta e le città perdute nel deserto siriano…potremmo non finire mai! Per inciso, poi, moltissimi dei grandi autori del Fantastico, paradossalmente anglosassoni, fin dalle origini hanno tratto spunto da questi contesti. Il Gotico sceglie l’Italia per le sue storie di misteri e spettri. Il ciclo di Conan di Robert E. Howard trabocca di suggestioni tratte dal mondo classico. De Camp ha scritto il ciclo Pusadiano cui appartiene l’Anello del Tritone. Gemmell ha creato la saga dei Parmenion. Citerei poi, qui in Italia, la serie dei volumi dedicati alla Legione Occulta di Roberto Genovesi, o la duologia di Franco Forte sulle avventure segrete di Giulio Cesare. E questi sono solo alcuni esempi. Insomma, oltre a vichingi e compagnia, c’è molto di più.

Quali sono gli scrittori che più ti hanno influenzato?

Il trittico sacro è formato da H.P.Lovecraft, Robert. E. Howard, Clark A. Smith. Ma non posso non citare anche H.R.Haggard, Lin Carter e…no, cominciano a diventare troppi!

A proposito di Lovecraft… Un culto ctonio legato a un «ignoto dio», esseri «inumani», visioni capaci di condurre l’uomo «in una pazzia eterna che persino le ombre temono», un «orrore abissale» evocato dalla magia nera… nel tuo romanzo sono presenti molti echi lovecraftiani. Confermi?

Sì, almeno in parte ho cercato di trasfondere alcune influenze che provengono dall’estetica lovecraftiana, ma si tratta di una veste esteriore, con cui comunico al lettore – tramite un linguaggio divenuto ormai quasi pop, quello degli “orrori indicibili” – qualcosa che in realtà attiene alle concezioni religiose antiche. Lovecraft inventa nuovi dèi alieni perché quelli tradizionali, con i loro inferni, ritiene non possano più fare paura agli uomini moderni. Ma i protagonisti del mio libro vivono ancora in un mondo primevo, dove la Natura, la presenza del Divino, e l’esperienza del soprannaturale, sono terribili e destabilizzanti a pieno titolo, anche senza dover supporre un cosmo privo di senso in termini lovecraftiani. I mari immensi, le foreste bisbiglianti, le divinità altere e lontane di un mondo ancora in parte inesplorato come quello dell’età del bronzo, erano ancora fonte di orrore e timor sacro, quello che fa sciogliere per i brividi le ossa e i muscoli. Per rendere queste sensazioni vivide e fruibili al lettore in maniera più avvincente, ho attinto a mio modo al linguaggio di Lovecraft (e non solo). Insomma, ricetta antica, veste “nuova”.

Come è nata la tua passione per lo sword and sorcery?

In maniera molto naturale: da ragazzino già amavo il fantasy in senso lato, tra librogame e altro, e scoprendo in edicola e in libreria le edizioni economiche targate NewtonCompton di molti classici, mi sono avviato alla scoperta di parecchi autori. Ho visto subito che coincidevano con il mio gusto: storie piene di magia, a volte anche macabre, ricolme di avventure in terre perdute…esattamente quel che mi piace leggere ancora oggi!

Il personaggio di Ulisse, mosso da sete di avventura e segnato dall’«empietà», mi è sembrato più vicino alla visione che ne aveva Dante che a quella di Omero. È interessante anche la scelta di mantenere il nome latino dell’eroe, rispetto a tutti gli altri personaggi che hanno invece nomi greci.

Partendo dalla fine: ho scelto di utilizzare la versione latina del nome di Odisseo in quanto più familiare ai lettori, che in molti casi non sanno che “Ulisse” è una traduzione, per quanto antica. Quanto al personaggio vero e proprio, diciamo che sapevo di doverne costruire una mia versione personale. Maneggiare simili icone è rischioso, molto. Troppi l’hanno fatto, e molti sicuramente meglio di me. Ecco quindi che il mio Ulisse non è né quello di Omero, né quello dantesco. Del primo prende l’empietà, il suo essere inviso agli dèi. E non perché – come si potrebbe pensare – con una curiosità che tanto piace a noi moderni voglia esplorare luoghi sconosciuti (attitudine che pure ha, ma che come rilevi è posteriore all’originale mitico, e che l’eredità dantesca accentua). Ma perché, come nei veri poemi e anche nel mio romanzo, è spesso violento, commette azioni riprovevoli di cui magari in seguito si pente, ma che continuano nondimeno a generare conseguenze. Dall’uccisione di Anfinomo, il procio “buono” la cui morte innesca la trama de “I Principi…”, ai fatti legati al personaggio di Philèmone. Il mio Ulisse, insomma, è quasi un villain.

Possiamo dire che nel tuo romanzo, al pari del poemi antichi, il vero motore dell’azione è il Fato, che tu descrivi come un «destino incomprensibile, ignoto persino agli dei»?

Credo di sì. E’ qualcosa che ho già sperimentato in parte ne il mio precedente “La stirpe di Herakles”, che pure con intenti diversi, condivide qualcosa dello spirito del nuovo romanzo. Il destino è un ottimo combustibile drammatico. Maggiormente i personaggi lotteranno per evitarlo, più lo favoriranno, rendendosi protagonisti di vicende interessanti. Che il fato esista o meno, ciò che conta è la percezione di sentirsene avviluppati. Essendo uomini del mondo antico, ai miei protagonisti viene naturale immaginare che sia così, e che anche gli dèi si agitino, come loro, in una gabbia da cui non possono fuggire, sebbene sia più grande e comoda. Il cosmo è una ragnatela, il fato un aracnide instancabile che divora i desideri degli uomini, assecondandoli talvolta solo per scopi che non sanno. Non c’è uscita dalla trappola, il titanismo è un trastullo: la condizione umana, anche per gli eroi, è fatta di scelte quasi obbligate.

Senza anticipare nulla, il finale lascia aperta la possibilità di un seguito. Hai in previsione di scrivere ulteriori volumi con protagonista Alkas?

Non credo. Sebbene non escluda – in futuro, ma non subito – di ambientare altre storie nel torbido tramonto del mondo miceneo, la visione del futuro di Alkas non va oltre l’ultima pagina del libro attuale. Il finale de “I principi…” mi soddisfa molto, e credo che aggiungere altro ne snaturerebbe il feeling. E’ bello che si concluda in un certo modo, e che lasci un margine di non detto su alcune cose. Palesarle, le sminuirebbe.

Andrea Gualchierotti (Roma, 1977) è autore dei romanzi di fantasy mediterraneo La stirpe di Herakles, I principi del mare e, assieme a Lorenzo Camerini, dei volumi Gli Eredi di Atlantide e Le guerre delle piramidi, tutti editi da Il Ciliegio. Ha pubblicato vari racconti a tema fantastico. È direttore editoriale della rivista Hyperborea (https://hyperborea.live/) e collabora con l’associazione culturale “Italian Sword & Sorcery”.

Source: si ringrazia l’autore per aver gentilmente inviato una copia del libro in formato pdf al recensore.

:: Caminito. Un aprile del commissario Ricciardi di Maurizio de Giovanni (Einaudi 2022) a cura di Valerio Calzolaio

21 dicembre 2022 by

Buenos Aires e, soprattutto, Napoli. Aprile 1939. Nel caffè dell’altra parte del mondo, una bella cantante cerca di interpretare meglio la struggente canzone sulla stradina delle pene d’amore, da cinque anni è fuggita impaurita dall’Italia e ora si chiama Laura Lobianco, le stesse iniziali rispetto a quelle dell’esistenza di cui ha nostalgia. Dietro a un boschetto di questa parte del mondo, il vedovo maestro in pensione Caputo alla ricerca di nespole trova per caso due cadaveri nel giardino nascosto ai percorsi abituali, dietro alle case popolari, sembra quasi che i due giovani stessero facendo l’amore prima di essere malamente uccisi. In questura il quasi 60enne brigadiere Raffaele Maione si confida col commissario Luigi Alfredo Ricciardi di Malomonte, hanno in sospeso soltanto la denuncia della scomparsa del primo ufficiale di una nave genovese. Prima che finisca il turno arriva però la chiamata dal posto di guardia di San Giovanni, hanno trovato i due morti, vanno insieme sulla scena del crimine. Ricciardi si concentra per abbandonarsi alla dannazione che gli fa sentire l’ultima frase pronunciata dai morti sul luogo e capisce che la coppia aveva il matrimonio in vista, si era data un appartato appuntamento e forse lui è proprio il 27enne Parodi che non era rientrato all’imbarcazione alla ritirata del giorno prima. Fra l’altro, arriva il medico Bruno Modo e se ne va sconvolto, forse lo conosceva, coinvolto in qualche attività clandestina. Cominciano a indagare, Parodi faceva il postino dei carcerati a Ventotene, potrebbe essere stato vittima dei fascisti, ordini ufficiali o meno. Però non tutto quadra, faticano a identificare la ragazza. Ed entrambi hanno pure altri pensieri per la testa: Ricciardi continuamente relativi alla figlia Marta, nata cinque anni prima mentre la moglie Enrica moriva nel parto, chissà se ha ereditato i dannati “poteri” del padre; Maione a causa dell’imperioso arrivo di un appariscente riccone che vuole sottrarre la figlia adottata dalla sua famiglia. Le minacce si addensano e complicano.

Il grande scrittore italiano Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) aveva chiuso oltre tre anni fa la sua prima e più amata serie con il dodicesimo romanzo. Dopo gli esordi con le quattro stagioni del 1931, il seguito delle feste del 1932, le svolte matrimoniale del maggio 1933 e genitoriale dell’estate 1934, aveva dovuto abbandonare alla sua sorte l’amatissimo “diverso” commissario. Ricciardi non era più certo di essere pazzo, pur mantenendo una peculiarità al limite del paranormale: nei luoghi che frequenta percepisce ancora tanto dolore, le voci di chi è morto, ascolta chiaramente ultime parole e sentimenti quando si trova sulla scena della dipartita (criminale o meno), chiama questo fenomeno il Fatto (conosciuto solo da Enrica, con la quale aveva condiviso tutto), chissà se Marta seguirà le sue (tristi e devastanti) orme. Qui vorrebbe ormai la “prova”, verificare se l’ha trasmesso, non lo ha capito bene dal colore degli occhi (verdi i suoi, praticamente neri quelli di lei). La bimba è una nuova inedita protagonista (acuta e sensibile, più alta della media, capelli corti, spesso un bel fiocco sulla testa, mani sottili e nervose del padre, volto dolce e tratti regolari simili alla madre); quattro giorni alla settimana va a studiare con l’istitutrice Edna e il figlio Federico dalla contessa Bianca Borgati di Zisa, cara amica di Luigi ed Enrica; frequenta pure spesso i nonni materni (drammaticamente condizionati dalle leggi razziali); la sempre più brutta governante Nelide la segue ovunque. La narrazione è, come sempre, in terza varia (brevemente anche fra i colpevoli). Il titolo garantisce con commozione (sentimentale) e approfondimenti (argentini) il filo lirico comune di Luigi ed Enrica (sulla loro panchina), di Luigi e Marta (verso la casina della musica), di Marta e Federico (come scopriamo alla fine). Con audacia e qualità, De Giovanni riesce in un triplo salto mortale: recuperare l’invocata serie innovandola nelle dinamiche, politiche sociali relazionali. Altro che letteratura minore di genere! Giusto che sia in testa alle classifiche di vendita. Tanti riferimenti all’isola carcere di Ventotene. Vino rosso.

Maurizio de Giovanni (Napoli, 1958) ha raggiunto la fama con i romanzi che hanno come protagonista il commissario Ricciardi, attivo nella Napoli degli anni Trenta. Su questo personaggio si incentrano Il senso del dolore, La condanna del sangue, Il posto di ognuno, Il giorno dei morti, Per mano mia, Vipera (Premio Viareggio, Premio Camaiore), In fondo al tuo cuore, Anime di vetro, Serenata senza nome, Rondini d’inverno, Il purgatorio dell’angelo e Il pianto dell’alba (tutti pubblicati da Einaudi Stile Libero). Dopo Il metodo del Coccodrillo (Mondadori 2012; Einaudi Stile Libero 2016; Premio Scerbanenco), con I Bastardi di Pizzofalcone (2013) ha dato inizio a un nuovo ciclo contemporaneo (sempre pubblicato da Einaudi Stile Libero e diventato una serie Tv per Rai 1), continuato con Buio, Gelo, Cuccioli, Pane, Souvenir, Vuoto, Nozze, Fiori, e Angeli, che segue le vicende di una squadra investigativa partenopea. Ha partecipato, con Giancarlo De Cataldo, Diego De Silva e Carlo Lucarelli, all’antologia Giochi criminali (2014). Per Rizzoli sono usciti Il resto della settimana (2015), I Guardiani (2017), Sara al tramonto (2018), Le parole di Sara (2019) e Una lettera per Sara (2020); per Sellerio, Dodici rose a Settembre (2019); per Solferino, Il concerto dei destini fragili (2020). Con Cristina Cassar Scalia e Giancarlo De Cataldo ha scritto il romanzo a sei mani Tre passi per un delitto (Einaudi Stile Libero 2020). Sempre per Einaudi Stile Libero, ha pubblicato della serie di Mina Settembre Troppo freddo per Settembre (2020) e Una Sirena a Settembe (2021). I libri di Maurizio de Giovanni sono tradotti in tutto il mondo. Molto legato alla squadra di calcio della sua città, di cui è visceralmente tifoso, de Giovanni è anche autore di opere teatrali.

Source: libro del recensore.

:: La scrittrice obesa di Marisa Salebelle (Arkadia Editore 2022) a cura di Patrizia Debicke

21 dicembre 2022 by

Da poco approdato in libreria, il nuovo libro di Marisa Salabelle, scrittrice che già abbiamo avuto modo di recensire nei precedenti romanzi da lei pubblicati. E proprio tornando al suo primo romanzo, L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu, e alla sua protagonista donna chiusa, complessata e sgraziata, mi rendo conto quanto quel suo personaggio mi costringa a pensare a Susanna Rosso, la scrittrice obesa, tragico fulcro della nuova trama . Hanno tante cose in comune infatti Susanna e Efisia: la poca avvenenza, agli occhi della società fattore di emarginazione, le rare amicizie dovute al caratteraccio, una abitazione trasandata, oltre ogni possibile limite.
Anche Susanna come Efisia è un personaggio condannato a percorrere un buio tunnel emozionale infinito e del quale non riesce mai a intravedere la fine. Susanna dalla ragazza grassoccia di un tempo, si è trasformata ormai in una donna obesa, solo schiava della solitudine e della tristezza, ma è soprattutto sopraffatta e vittima di un pessimo carattere strettamente collegato e acuito dal suo stato di malessere.
Rimasta orfana in giovanissima età, chiusa in un ambito familiare soffocante, in rapporto conflittuale con la madre che, rimasta vedova, e unico specchio con cui confrontarsi, senza il controllo di freni educativi inibitori, quando le saltano i nervi (cosa che succede spesso) l’ha sempre trattata malissimo (finchè la povera donna è vissuta ).
Lo stesso atteggiamento negativo e scostante che ha riservato ai vicini di casa, ai pochi saltuari conoscenti, e persino alla sua migliore amica, Lorella. Amica che invano ha sempre cercato di distoglierla dalla letargia emozionale al di là delle sue pantagrueliche e croniche fissazioni. Sempre e comunque scontrosa, chiusa, Susanna, infatti, oltre al suo insano rapporto con il cibo, è preda di quello che, con espressione forse desueta, si potrebbe definire il sacro fuoco della scrittura. Coltiva infatti due passioni: leggere ( tutto il suo tempo viene dedicato ai romanzi dei quali si ingegna a scrivere appunti) e a mangiare, a dismisura e, in balia dei suoi deliri creativi che la inducono a mischiare realtà ed invenzione, non vuol ascoltare consigli né reprimende, anzi insiste nell’ampliare le sue fissazioni, in un mostruoso crescendo di dipendenza e di masochismo. La sua doppia bulimia, l’incontrollabile fame di frasi scritte e di cibo spazzatura, unita al suo brutto carattere e al suo crescente egocentrismo, che l’hanno portata a rinchiudersi in se stessa, ai limiti del patologico, finiranno con il condannarla all’isolamento e alla più brutale solitudine. A un livoroso silenzio accresciuto dalla continua rabbia di non riuscire, nonostante i continui e ripetuti sforzi, ad essere apprezzata e accettata come scrittrice dagli editori. Tutta la sua esistenza, imperniata sulla sua smodata passione per la scrittura, si è risolta nello sfornare senza posa, decine su decine di racconti. Ma i suoi tentativi di emergere e ogni suo sforzo per arrivare a pubblicare uno dei suoi romanzi, sono stati regolarmente frustrati. Sì ha preso parte e ha persino vinto, iscrivendosi a piccoli concorsi locali ma nonostante abbia un vero talento, è sottovalutata da chi le vive vicino e sistematicamente disprezzata dalle case editrici, che tormenta riempiendole di proposte e proteste. Unico suo sfogo: scrivere decine di lettere, probabilmente mai aperte o viste a scrittori, attori e cantanti di successo.
Il suo mondo pian piano, con il passare degli anni, si è ristretto al solo rapporto con i personaggi che riesce a inventare sulla carta, si commuove per le loro vicende, li immagina come persone vere. Nella vita reale, dalla scomparsa della madre, vede soltanto di tanto in tanto, l’unica vecchia amica, dai tempi della scuola, Lorella, Suor Maria Consolazione, una religiosa con cui prova a collaborare e una vicina di pianerottolo, la signora Lotti, che vorrebbe aiutarla ma…
Per mantenersi, ha lavorato saltuariamente per una piccola casa editrice della sua cittadina, e in seguito, con l’avvento della rete, si è accollata incarichi da home working: impegnandosi tra letture e valutazioni di manoscritti, traduzioni ed editing. La sua vita sentimentale sembrava avere trovato uno sbocco nella relazione con un poeta ma dopo una brevissima convivenza, anche quel rapporto si è spezzato. E benché le sue amiche tentino di tirarla fuori dal vortice di autodistruzione, Lorella coinvolgendola nella sua vita sentimentale, Suor Maria Consolazione nell’alfabetizzazione delle donne rom del campo vicino alla parrocchia, e persino la vicina provi a offrirle cibo sano e aiuto per ripulire l’appartamento, da lei ridotto a una specie di puzzolente porcilaia, Susanna si chiude come un riccio, considera i loro tentativi un’intromissione e le rifiuta al punto che tutte e tre finiranno con allontanarsi, abbandonandola al suo destino. Il tragico destino che conosciamo dal prologo: il ritrovamento del suo corpo senza vita e peggio in avanzato stato di decomposizione.
Ma la sua morte, la morte della scrittrice obesa, fa notizia. I suoi scritti snobbati dalle case editrici finché Susanna era in vita verranno, in virtù del dramma gonfiato dai media, pian piano uno dopo l’altro “riscoperti”, fino a farla diventare un’autrice ai primi posti nella classifica delle vendite.
Un’amara parabola raccontata con il solito savoir faire e con un certo compiacimento dall’autrice, che di questo mondo ben conosce i meccanismi e i retroscena, anche quelli tanto deleteri del mercato.
Marisa Salabelle tratteggia con amara ironia, una storia di emarginazione e solitudine ma approfitta dell’occasione per rivolgere una disincantata critica rivolta al panorama editoriale attuale: all’incontrollabile proliferare di premi… quanti poi davvero meritati? Alle troppo difficoltà di emergere e farsi accettare in un mondo difficile, poco obiettivo e troppo spesso legato a scelte pilotate . E il mercato italiano poi: strano panorama, un terno al lotto da giocare? Cosa conta davvero per un aspirante scrittore ? Cosa serve?
Una storia dura e cruda, che fa riflettere,

Marisa Salabelle è nata a Cagliari il 22 aprile 1955 e vive a Pistoia dal 1965. È laureata in Storia all’Università di Firenze e ha frequentato il triennio di studi teologici presso il Seminario arcivescovile della stessa città. Dal 1978 al 2016 ha insegnato nella scuola italiana. Nel 2015 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, L’estate che ammazzarono Efisia Caddozzu (Piemme). Nel 2019 ha pubblicato il suo secondo romanzo, L’ultimo dei Santi (Tarka). Entrambi i romanzi sono stati finalisti al Premio letterario La Provincia in Giallo, rispettivamente nel 2016 e nel 2020. Nel settembre 2020 è uscito il romanzo storico-famigliare Gli ingranaggi dei ricordi (Arkadia Editore) e nel 2022 Il ferro da calza (Tarka), un giallo con ambientazione appenninica. Suoi articoli e racconti sono apparsi su riviste online e antologie cartacee.

Source: libro del recensore.

Sabrina Penteriani ci racconta il suo “StoriGami” (Ancora) A cura di Viviana Filippini

20 dicembre 2022 by

Sabrina Penteriani scrive, lavora con le parole che usa per il giornale visto che è redattrice per «L’Eco di Bergamo» e direttrice di Santalessandro.org, settimanale online della Diocesi di Bergamo, poi scrive fiabe e racconti. Il suo ultimo libro – ideale anche da regalare a Natale- è “StoriGami”, edito da Ancora (Collana Ancora Wow), dove sono presenti dei racconti che hanno per protagonisti bambini e animali coinvolti in mirabolanti avventure. Quello che emerge dal libro della Penteriani sono, da una parte, le relazioni con la propria famiglia e chi la compone e, dall’altra, la creazione degli origami ai quali si dedicano i bambini nei racconti, e che si possono poi provare a fare a casa propria, vista la presenza delle istruzioni. Nel libro, non a caso, ci sono 18 fogli da strappare per potersi poi cimentare nella realizzazione delle famose costruzioni di carta. Un divertimento per bambini e adulti. Sentiamo cosa ci racconta l’autrice stessa del suo libro “StoriGami”.

Come nasce il libro StoriGami? L’idea del libro nasce dal desiderio di unire il piacere della lettura alla creatività: creare racconti che possano essere anche punti di partenza per inventare giochi o nuove storie. Al centro di ognuno ci sono la fantasia e il potere delle parole. Capita anche che i bambini protagonisti inventino fiabe con gli origami per dare vita ai personaggi.

Dove ha preso spunto per creare le diverse storie raccontate? Le storie raccontate nascono da quella materia impalpabile di cui sono fatti i sogni, ma attingono anche ai miei ricordi e a tanti aspetti della vita quotidiana. Ciccio baffone per esempio è uno dei miei gatti che ha un muso buffo, i baffi girati all’insù e sembra sempre che sorrida per qualche scherzetto che mi ha combinato. È un gran chiacchierone e qualcuna delle storie l’ho messa a punto con lui, tra una scatoletta di tonno e l’altra. 

Perché ha deciso di inserire alla fine di ogni storia un origami da fare e in base a cosa li ha scelti? Gli origami mi hanno sempre affascinato: per realizzarli si parte da un materiale semplice come un foglio di carta, che abbiamo sempre a disposizione, ma una volta finiti sembrano delicati e magnifici oggetti d’arte. Per me sono sempre stati parte delle feste di famiglia: mia madre ancora oggi regala ai suoi nipoti delle bellissime gru, come segno augurale di buona fortuna. Alle scuole elementari avevo una compagna di classe giapponese che mi ha insegnato a realizzarli, e insieme usandoli inventavamo mille giochi. Quando poi ho iniziato a fare qualche ricerca per realizzare questo libro ho scoperto che lo “Storigami”, cioè il racconto di storie attraverso gli origami è una tecnica usata in diversi Paesi del mondo (ma ancora poco in Italia) in musei, biblioteche e a scuola per stimolare attenzione e concentrazione dei bambini e sollecitarne i talenti creativi in ambiti diversi, incluso quello dell’invenzione e della narrazione. Ho trovato l’idea molto stimolante, perciò ho pensato che fossero un buon punto di partenza per un libro attivo e creativo come questo. Alla fine delle storie ho inserito le istruzioni per realizzarli scegliendo quelli più semplici, perché fossero alla portata di tutti.

Nelle storie tornano spesso l’amicizia e la famiglia. Quanto sono importanti? Gli ultimi anni, segnati dalla pandemia e poi dalla guerra, sono stati difficili per tutti. Forse però abbiamo avuto più tempo per riflettere su noi stessi e su che cosa consideriamo davvero importante. L’amicizia e la famiglia sono due capisaldi nella vita di ognuno, e in particolare in quella dei bambini. Sono i legami che ci fanno sentire “a casa”, ovunque ci troviamo. Per di più rappresentano una fonte inesauribile di racconti e storie.

Se dovesse trovare una definizione ideale per il suo libro?  Come definire un libro come “StoriGami”? Contiene cinque racconti e al termine di ognuno ci sono le istruzioni per realizzare due personaggi, con i codici qr per accedere ai videotutorial per realizzarli. Nel linguaggio editoriale corrente si tratta di un “activity book”, un libro da leggere ma anche un punto di partenza per giocare e realizzare piccoli lavori creativi. A me piace pensare che sia una specie di “scatola magica” per piccoli e grandi: aprendolo, come per incanto, compaiono tanti personaggi e racconti divertenti, ma anche gli ingredienti per scoprire, se il lettore ne ha voglia, la propria strada per esprimersi.

:: Nasceva oggi: Guido Gozzano

19 dicembre 2022 by
ITALY – CIRCA 2016: Italian poet Guido Gozzano (1883-1916) along with his mother in front of Villa Il Meleto, Aglie Canavese, Italy. (Photo by DeAgostini/Getty Images)

Nasceva oggi 19 dicembre 1883 a Torino Guido Gozzano, qui ritratto con sua madre Diodata Mautino.

:: Sguardo a Oriente di Dacia Maraini (Marlin editore 2022) a cura di Patrizia Debicke

19 dicembre 2022 by

Sguardo a Oriente di Dacia Maraini, a cura di Michelangelo La Luna, è un variegato compendio di racconti di viaggio, edito da Marlin nel 2022, un’antologia che come un’astronave naviga nel tempo e nello spazio.
Memorie, spunti e impressioni scritte negli anni dall’autrice per le grandi testate giornalistiche italiane. Articoli rivisti, modificati e talvolta strutturati con nuova e diversa logica . Una variegata raccolta di inchieste che spaziano dall’ Afghanistan e poi in Cina, Corea, Giappone, India, Iran, Palestina, Pakistan, Siria, Tibet, Turchia, Vietnam, Yemen e altro ancora…
Sguardo a Oriente di Dacia Maraini ci trasporta nel vicino e lontano ed esotico continente asiatico, ove di esotico c’è solo quanto riporta il vocabolario che ne dà come definizione “Di quanto proviene o è ispirato da paesi stranieri e specialmente dall’Oriente (con una sfumatura di ricercatezza):”, ma una definizione che può mutare addirittura, assumere altre accezioni a seconda dei punti di vista. Una denominazione riservata, secondo un criterio assoluto o relativo, a territori o paesi situati o tradizionalmente considerati a est, in contrapposizione a quelli europei: l’Estremo Oriente; il Medio Oriente, oltre il Mediterraneo (o il Vicino Orente); l’Oriente europeo certo, anche la Russia e la Siberia poi. Insomma tutto il complesso di civiltà e culture dei paesi asiatici (contrapposte a quelle occidentali).
Un libro contemporaneamente soave e doloroso che narra della grazia dei paesaggi del Sol Levante e descrive il dolore che si sprigiona dalla crudeltà di certe storie pur senza rigirare il coltello nella piaga.
Una raccolta di storie di umane esperienze in cui Dacia Maraini denuncia senza remore la condizione umana e peculiare delle donne, dei bambini, di quanto avviene nei regimi totalitari, dei crimini di guerra e prova a ridare voce a tutti coloro che non hanno potuto parlare. È necessario accusare chi commette soprusi, violenze e discriminazioni e chi finge di non sapere.
I capitoli di questo libro, tratti da articoli e da inchieste e riflessioni della Maraini, devono trasformarsi in dimostrazioni di coraggio, in testimonianza di quanti diritti civili vengano negati in paesi belli bellissimi, ma in cui ohimè la libera circolazione delle idee arriva a costare la morte.
Si parla anche di tante nazioni che l’autrice ha visitato: dalla Cina, pronta a fare “l’ultima pedalata verso il capitalismo”, allo Yemen, afflitto dalla guerra e dalle carestie, e all’India, dove sono in crescita episodi di stupro e di femminicidio.
Il legame di Dacia Mariani con l’Oriente ha radici molto lontane e profonde.
Nei suoi scritti si percepisce il ritmo narrativo che deriva dalla cultura familiare della grande scrittrice, con la nonna inglese Yoï di origine polacca poi naturalizzata ungherese, il padre Fosco, geniale scultore e studioso dal piglio internazionale che ventitreenne sposò la ventiduenne Topazia Alliata di Salaparuta, pittrice della grandissima famiglia siciliana (poi affermata artista, gallerista, mecenate e imprenditrice, dalla quale ebbe tre figlie, vissuta tra l’Europa e l’Asia, cittadina del mondo, la sua lunga vita – morta a 102 anni – fu costellata di eventi e rivoluzioni). Una cultura che le ha instillato sin da bambina l’amore per il viaggiare e la capacità di parlare dei fatti e i personaggi di posti lontani.
Paesi come il “Caro” Giappone di cui ricorda il periodo di internamento a Nagoya dal 1943 al 1945, le vittime della bomba atomica, i morti per il “superlavoro”, ma anche l’emancipazione femminile e lo straordinario fascino del teatro Nō.
“Caro” Giappone perché? Dacia Maraini aveva solo due anni quando papà Fosco, scrittore e antropologo e orientalista, ottenne di essere trasferito con la famiglia in Giappone, dove visse dal 1938 al 1947 e dove nacquero le due sorelle di Dacia. Ma dopo l’8 sett. 1943, avendo rifiutato, con la moglie, di aderire alla Repubblica sociale italiana, fu internato come “nemico”, con le tre figlie bambine , in un campo di concentramento a Nagoya. Isola di detenzione in cui la famiglia rimase fino alla resa del Giappone (15 ag. 1945), sottoposta a privazioni e angherie.
Il Giappone naturalmente rimanda quei ricordi. Il non credere alla supremazia della razza è stato
uno dei grandi insegnamenti di suo padre e il suo straordinario esempio di coraggio. Quegli anni di durissima prigionia rappresentarono per tutta la famiglia di Maraini un groviglio e un fardello che avrebbero potuto trovare solo espressione, e forse una sorta pacificazione, nella scrittura.
“Il mio rapporto col cibo” ricorda Dacia Marini “è stato condizionato dai due anni di campo di concentramento in Giappone, durante l’ultima guerra. Ero una bambina ma la mia memoria ne è stata marcata a fuoco per sempre…Ho ancora negli occhi le bombe che si disegnavano sul cielo terso in una mattina nitida di agosto, nel campo di concentramento per antifascisti di Tempaku …”
Nel suo “Caro Giappone” poi la Maraini è ritornata tante volte per tenere conferenze e presentare i suoi libri.
Ha avuto allora l’opportunità di incontrare scrittrici giapponesi, anche con lo scopo di promuovere i loro libri presso le case editrici italiane, ma pare sia una cosa quasi impossibile per il libri scritti da donne.
Torniamo sulle sue orme all’ Afghanistan, per poi passare alla Birmania, proditoriamente ribattezzata dai militari col nome di Myanmar, ancora la Cina visitata con Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini in tempi epici per quel paese nel 1986, la Corea del Nord e la Corea del Sud, Manila nelle Filippine, Giappone, Calcutta in India, Iran, Israele, Kurdistan, Pakistan, Palestina, Siria, Indonesia, Malesia, Vietnam, Tibet, Turchia, Yemen: ecco a voi i tanti paesi dell’Oriente che Dacia Maraini descrive ed evoca sia com tenerezza, che con intelligente perspicacia, senza fare sconti oppure addirittura irata , o peggio profondamente amareggiata.
Mai remissiva però , sempre pugnace e costruttiva nei confronti di un altro mondo che deve essere scoperto per i suoi paesaggi, per le sue usanze , per la maestà femminile delle sue donne e per i suoi bambini.
Un uragano che al posto di lampi emette ricordi che fanno sgorgare storia passata e dell’oggi, legata a tragedie ancora in atto per levare grida di contestazione correlate a suggerimenti, considerazioni.
L’Oriente della Maraini è la donna afghana che porta il velo non per sua scelta, ma perché obbligata da una legge iniqua; bambini catechizzati nel fanatismo religioso, innocenti del resto. Mentre il mondo Occidentale, pur segnando col dito le atrocità, fingendo orrore per le guerre, le barbarie perpetrate, poi tace vigliaccamente.
L’Oriente è anche quello dei giovani, poco più che bambini, monaci birmani, schiacciati dai carri armati dell’esercito, solo perché chiedevano libere elezioni, libertà di parola, di religione.
È nel compravendita dei corpi dei bambini di Manila: sfruttati, violentati, seviziati, venduti. Bambini nati e cresciuti in strada. I Medici Senza Frontiere sono riusciti a trasformare alcuni di loro in educatori, salvandoli da un inaccettabile destino. L’Oriente è la bella ragazza indiana che su un autobus a New Delhi viene stuprata da sei giovani, tra i quali lo stesso conducente, davanti al fidanzato, legato, picchiato selvaggiamente e costretto al silenzio. La ragazza poi , scaricata o peggio buttata giù dall’autobus, morirà. Dopo giorni d’agonia in ospedale.
Ma il germe del male prolifera. La violenza aumenta ovunque, lo stupro si fa arma e potere.
L’Oriente ci rammenta che due giovani iraniane, una studentessa diciannovenne, Puoran Najafi, e una infermiera di ventiquattro, Hengameh Hajhassan, hanno pagato per amore della libertà una con la vita, l’altra con le terribili torture, delle quali porta ancora i segni. Tutto questo, grazie al mendace potere di Khomeini che professava il suo verbo e pareva volesse liberare il paese in nome di Allah.
Ayse Deniz Karacagil, ventiquattro anni, è morta invece sul fronte di Raqqa per difendere il popolo curdo, la sua solo un’ idea di libertà e di vita. Amava la vita e voleva salvare la sua gente dalle persecuzioni. Come l’omicidio nel Pakistan di Benazir Bhutto. Per lei essere donna l’ha condannata a morte. Solo crudele e mostruoso fanatismo religioso, ma anche questo è l’Oriente.
Ma l’Oriente di Dacia Maraini è anche l’affascinante incoerenza del mondo cinese, con le sue tradizioni strette dalle rigide regole maoiste. Lo spontaneo sorriso dei bambini persino nell’inferno di Aleppo; le scalatrici nepalesi delle maestose montagne tibetane, fulgido esempio di coraggio e indipendenza per le donne di tutto l’universo; e le tante donne turche che studiano, lavorano, scrivono e si sacrificano per resistere alle armi e alla morte.

L’Oriente per Dacia Maraini è stato anche quello della visita nello Yemen accompagnata da due grandi scrittori: Pier Paolo Pasolini e Alberto Moravia, suo compagno per quasi una vita.
Molti altri viaggi fatti per tenere lezioni nelle università, “sorprendente l’amore per la lingua italiana degli studenti in Cina o in Vietnam” ci spiega. Viaggi fatti in land rover, dormendo in tende o rifugi occasionali. Anche con un’altra viandante di eccezione: quale Maria Callas.
Viaggi in cui la sua attenzione andava inevitabilmente alla condizione femminile. “In Afganistan ho chiesto perché le donne sono coperte, mi hanno risposto che le donne sono una tentazione, ma allora sono gli uomini il problema, perché non riescono a resistere alla tentazione! Ho provato un burqa: una vera prigione: vedi solo quello che hai davanti, niente ai lati, non senti bene, tutto è attutito, e inciampi su tutta questa stoffa fra i piedi. La condizione delle donne in questi paesi è tremenda e trovo estremamente coraggioso e da sostenere quello che stanno facendo le ragazze in questo momento in Iran, il taglio simbolico dei capelli che significa rivendicare i diritti negati, atto di grande forza perché rischiano moltissimo.”
Ma questo è l’Oriente…
Sempre per allargare lo sguardo ma è anche ciò che noi tutti dovremmo fare, osare. Non si può negare infatti il passato, né continuare a tacere il presente. L’Oriente in fondo è parte importante e indissolubile della nostra storia. Questo libro è un viaggio di immagini scritte, dipinte in bianco e nero con leggere e delicate sfumature di colore.

Dacia Maraini: autrice di narrativa, poesia, teatro e saggistica, acuta e sensibile indagatrice della condizione della donna, ha spesso delineato nei suoi testi figure femminili complesse e determinate, inserite in una più ampia riflessione su molteplici temi sociali, affrontati in un prospettiva storica. Con la raccolta di racconti Buio (1999) si è aggiudicata il premio Strega. Dopo il drammatico periodo giapponese nel ‘46 i Maraini rientrarono in Italia, recandosi prima a Firenze e poi stabilendosi in Sicilia presso i nonni materni di Dacia, nella Villa Valguarnera di Bagheria. Le difficoltà di adattamento al nuovo ambiente portano la giovane Dacia a rifugiarsi nei libri: mentre le sue coetanee vanno a ballare o in gita, lei si immerge nella lettura fino a dimenticarsi di tutto. Qualche anno dopo i genitori si separano e il padre va a vivere a Roma, dove lei lo raggiunge, compiuti i diciotto anni. Si arrangia facendo diversi lavori, dalla segretaria all’archivista. Più tardi si sposa con il pittore milanese Lucio Pozzi e nel ‘62 pubblica il suo primo romanzo, La Vacanza. A questi anni risale l’incontro con Alberto Moravia, che si è appena separato dalla moglie, Elsa Morante. Uomo sempre «in fuga per inquietudine intellettuale e psicologica» – simile in questo all’amatissimo padre Fosco – lo scrittore romano sarà suo compagno di vita fino al ’78. I due faranno numerosi viaggi in Africa, India, Cina e altri paesi, molti dei quali insieme a Pier Paolo Pasolini. Al pari della scrittura, il viaggio è considerato da Dacia Maraini come parte naturale del suo destino: il viaggio fisico, alla scoperta di nuove terre e culture (già a un anno viene fatta salire su una nave per Kobe), ma soprattutto quello attraverso i libri, per lei il più affascinante. Nonostante il successo di pubblico, molta critica è diffidente nei confronti della sue prime opere, considerate scandalose per alcuni temi che precorrono quelli del movimento femminista degli anni Settanta. Nel ’63, con l’assegnazione del prestigioso Premio Formentor a L’età del malessere, la polemica infuria sui giornali e Dacia Maraini viene pubblicamente accusata di essere una protetta di Moravia. Ci vorranno anni di duro impegno e decine di migliaia di copie vendute prima di riscattarsi da tali accuse, anche se la sua opera rimane ancora oggi inadeguatamente studiata.
Negli anni ’70, facendosi incalzante l’impegno femminista, è co-fondatrice del teatro gestito da sole donne La Maddalena (1973), che verrà dopo la Compagnia del Porcospino (1967) e della Compagnia Blu a Centocelle (1970). La notorietà internazionale arriva con Maria Stuarda (1980), dramma tradotto e messo in scena in 22 paesi, mentre il primo grande successo di pubblico e di critica l’abbraccia con il romanzo La lunga vita di Marianna Ucrìa (1990, vincitore del premio Campiello). Buio poi , del 1999, vincerà invece lo Strega.

:: I miei libri preferiti 2022

18 dicembre 2022 by

Condominio Noir, AA.VV. (Watson edizioni, 2022)

L’uno dall’altro di Philip Kerr

Il segreto del calice fiammingo di Patrizia Debicke

In nessun luogo di Roberto Saporito

Dalle nove a mezzanotte di Paola Rambaldi (Clown Bianco Edizioni 2022)

Prato all’inglese di Frédéric Dard (Rizzoli, 2022)

Il prezzo dell’onore di Giorgio Ballario (Edizioni del Capricorno 2022)

Arco di Trionfo di Erich Maria Remarque (Neri Pozza 2022)

MAGGIE. RAGAZZA DI STRADA E ALTRE STORIE NEWYORKESI di Stephen Crane (Rogas Edizioni 2022)

La Venere di Salò di Ben Pastor (Sellerio 2022)

She-Shakespeare di Eliselle

La pienezza di vita di Edith Wharton (Oligo editore 2022)