:: Intervista a Franco Limardi

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L1340564Benvenuto Franco su Liberidiscrivere e grazie per aver accettato la mia intervista. Racconta qualcosa di te ai nostri lettori. Chi è Franco Limardi?

Grazie a te Giulia e a Liberidiscrivere per l‘ospitalità che mi viene offerta. Inizi subito con una domanda difficile… devo declinare le mie generalità o le mie singolarità, come dice Paolo Conte?  Battute a parte questa è veramente una domanda a cui non so rispondere: un insegnante che fa anche lo scrittore, uno scrittore che s’intrufola a scuola tutte le mattine…diverse altre cose, nessuna trascurabile e nessuna importante… forse sarebbe meglio chiederlo a qualcuno che mi conosce, quello che potrei dire io credo sarebbe parziale e forse auto compiacente.

Parlaci del tuo primo amore l‘insegnamento. Sei un professore di un Istituto superiore, molto amato dai giovani. Lo vedo dai messaggi che ti inviano. Come si crea questo rapporto di fiducia e rispetto?

Devo essere sincero: la scuola non è  il mio “primo amore” come lo chiami tu, anzi per dirla tutta, se da giovane mi avessero detto che avrei fatto questa professione, sarei scappato; diciamo che poi la vita provvede a farti rivedere i tuoi piani e le tue intenzioni e così mi sono “ritrovato” a fare l’insegnante, spero in modo dignitoso e utile per i miei studenti, ma non sono sicuramente all’altezza di tanti insegnanti molto più preparati di me. Con i ragazzi c’è un rapporto di estrema chiarezza e, soprattutto, non faccio finta di essere uno di loro, oppure il loro padre aggiunto o, peggio ancora, un loro amico; sono uno che ha il compito di aiutarli a crescere e che passa con loro una parte della giornata, spero in modo costruttivo, sanno che possono contare su di me, perché per un “difetto costituzionale” non tiro fregature, così si stabilisce, il più delle volte quel rapporto di cui mi chiedi. L’insegnamento è un mestiere a volte gratificante, impegnativo, che costringe chi vuol farlo al meglio ad ascoltare i ragazzi e rimanere vigili sulla realtà che loro vivono, che è quella presente e, in nuce, futura; è un lavoro che ti porta in mezzo alle persone e per chi scrive, c’è un bisogno vitale di questi bagni di umanità.

Insegni letteratura italiana, avrei letto molti temi dei tuoi alunni. Da cosa pensi si riconosca il talento narrativo?

Vedi, nelle scuole in cui io insegno si bada al concreto, al pratico. Di solito i ragazzi non amano assolutamente leggere, figurati scrivere, così, come lettore, sono abituato a leggere narratori già “patentati”, scrittori che hanno capacità e strumenti, tecniche già assodate e certificate. Posso dirti che come misura della capacità narrativa altrui, ho il metro del “rapimento”, nel senso che quando non riesco a staccarmi dalla pagina, quando leggo e rileggo delle frasi, quando sono attraversato dalle emozioni, allora ho la convinzione di trovarmi di fronte ad un grande narratore.

Quali libri consiglieresti di leggere ai tuoi ragazzi, gli stessi che hanno formato te negli anni giovanili?

Da ragazzo sono stato ( lo sono tuttora) un lettore disordinatissimo, tanto che non ho seguito alcun tipo di “canone”. Andavo a fiuto, m’innamoravo di un autore per averci “inciampato” casualmente; poi mi bevevo tutto ciò che trovavo di quello scrittore. Da ragazzo ho letto Poe, Buzzati, Pasolini, Jan Potocki, Mary Shelley, Anthony Burgess, Calvino, Malaparte, Hesse, Salgari, Conrad, Pavese e un mucchio di altri che adesso non mi vengono in mente, compresa una quantità industriale di fumetti d’autore; per farti capire, il primo volume di comics che ho comprato con i miei risparmi fu “La ballata del mare salato” che è un romanzo a tutti gli effetti. Ah! Ero un divoratore dei libri di Sven Hassel…e voglio vedere se c’è qualcuno che se lo ricorda…Tornando alla domanda, provo a suggerire loro dei libri, con esiti il più delle volte sfortunati. Avevo trovato un libro di Primo Levi intitolato “La chiave a stella”in cui compariva la figura di Faussone, un operaio specializzato, un mago della messa in opera di impianti sofisticatissimi e pensavo che a dei futuri periti meccanici potesse interessare, invece…è andata meglio un altro anno, con un’altra classe a cui ho proposto “Il diavolo sulle colline” di Pavese…sono imprevedibili…soprattutto però i ragazzi, in generale,  non hanno nessuna abitudine alla parola scritta, di nessun tipo.

Sei uno scrittore di noir. Come è nato il tuo amore per la scrittura e per questo genere particolare di letteratura?

Mi è sempre piaciuto “ascoltare” storie, leggerle e, a quanto dicevano i miei insegnanti, mi risultava facile scrivere, così ad un certo punto ho pensato che potevo inventarmele io le storie, soprattutto quelle che mi sarebbe piaciuto leggere o “ascoltare”. Più avanti negli anni, mi sono accorto che scrivere è, inevitabilmente, scrivere per gli altri, cercare cioè di darle agli altri le storie che inventi, perché scrivere per sé è una situazione sterile e frustrante. Gli altri, poi, ti danno anche la misura della tua capacità, della legittimità delle tue aspirazioni di autore o, almeno per me, di “contastorie”. Le storie noir, quelle dell’Hard Boiled americano o del Polar francese mi sono sempre piaciute per la loro visione della esistenza umana e dei rapporti sociali che esistono nella nostra società, ma autore noir mi ci sono un po’ “trovato”. Quando DeriveApprodi ha pubblicato il mio primo romanzo, dall’ufficio stampa della casa editrice mi mandarono la locandina di lancio del libro e la scritta recitava “Un autore emergente del noir”, così mi sono detto “Ah!…sono un autore noir…oh, va bene, mi piace!”. Adesso, più semplicemente dico che mi interessa, mi piace raccontare un certo tipo di storie, che vengono definite “noir” ma non sto lì a controllarmi mentre scrivo se ciò che racconto e come lo faccio rientri nei canoni del genere o meno.

Hai esordito nel 2001 con il noir “L’età dell’acqua” (DeriveApprodi). Come è nato questo libro? Raccontaci la tua strada verso la pubblicazione.

Il romanzo nacque un paio di anni prima, una storia molto compatta e tirata, una specie di blocchetto, un cubetto di porfido strappato alle strade di Roma che mi andava di lanciare, nemmeno io so bene dove o contro chi. Avevo accumulato una serie d’impressioni, di immagini della città e della gente che ci viveva che si erano coagulate poi nei cinque personaggi del libro. La scrittura è sicuramente molto “sporca”, praticamente non feci editing, salvo che per correggere gli errori più banali; poi diedi da leggere il romanzo ad un amico, Giuseppe “Joe” Giustini e fu lui a suggerirmi di spedirlo al  Premio Calvino. Arrivare tra i primi tre finalisti fu una sorpresa assoluta per me. Poi il romanzo arrivò a Luigi Bernardi e, grazie a lui, a DeriveApprodi che lo pubblicò. Devo dire di essere stato veramente fortunato a poter “saltare” tanti gradini e arrivare direttamente
alla pubblicazione.

Va di moda definire il “noir”. Puoi darmene una tua personale definizione?

No, credo di non essere in grado, anche perché ci sono state decine di dibattiti, convegni, interventi e articoli e stiamo ancora qui a chiederci cosa sia questo “Noir”. Io stesso ho partecipato a diversi dibattiti, l’ultimo a Roma pochi giorni fa nel ambito di Roma noir 2010 e devo confessarti che speravo di avere io stesso una qualche risposta definitiva, ma non c’è stata. Anche perché poi, alla fine, in questa non definizione, ci si può mettere tutto e il contrario di tutto ed è un contenitore comodo e, come dici tu, di moda. Poi, penso anche che ormai questo tentativo di definire i caratteri del genere sia diventato, a suo modo, una sorta di genere, nel senso che ci si esercita a tentare di definire per il gusto di farlo o perché è, in qualche modo, d’obbligo interrogarsi sul genere in ogni presentazione o in ogni incontro tra autori, tanto poi si sa che non si arriva mai ad una risposta definitiva…

Io sono una grande appassionata di Cornel Woolrich, definito da alcuni il “maledetto” e sicuramente uno dei più neri scrittori di sempre. In cosa pensi i vostri stili si somiglino?

Caspita! Ma lo dici tu che il mio modo di scrivere assomiglia a quello di Woolrich? Sarebbe un grandissimo complimento, perché io non mi azzarderei mai a mettermi sullo stesso piano…Woolrich è un autore che mi piace molto, soprattutto per quel senso del destino, della ineluttabilità della sorte dei suoi personaggi che, secondo me, dà ai suoi romanzi un tono epico, ma di una epicità dimessa, dolente. I suoi personaggi sono degli sconfitti, probabilmente sanno con certezza di esserlo, tuttavia percorrono la loro strada fino in fondo, per un profondo senso di dignità, per mantenere fede ad un impegno che hanno preso; pensa per esempio ad “Appuntamento in nero”. Quanto allo stile c’è da dire che confesso di averlo letto solo in italiano e questo sai quanto tolga alla percezione del valore più pieno del modo di scrivere di un autore straniero.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti non solo noir e quelli che ti hanno influenzato maggiormente?

Qualcuno l’ho già citato rispondendo ad una domanda precedente; sicuramente Manchette, McCarthy, Bunker, Fante, Marias, Houllebecq, lasciamo da parte i classici, dell’Ottocento…la Yourcenar, Mishima, Celine, Durrennmatt, Hrabal e Kafka, Svevo, Orwell, Vonnegut. Ho pudore a dire che mi hanno influenzato, significherebbe dire che possiedo uno stile paragonabile ai loro e non spetta a me dire se effettivamente ho questo stile oppure no.

Ti piace il noir americano degli anni 50’? O preferisci le gangster story americane degli anni 30’?

Facciamo una via di mezzo. Mi piacciono le storie degli anni ‘40 hanno il sapore della transizione, soprattutto quelle ambientate subito dopo la guerra, anche se in mente mi vengono soprattutto film, come “Giungla d’asfalto” o i comics come “Rip Kirby”

Chandler o Hammett?

Eh…bella lotta. Diciamo Hammett, però in questo giudizio sono influenzato dalle vicende biografiche dei due autori. Non che Chandler abbia avuto una vita facile e la sua dose di “maledizione” l’aveva anche lui, ma Hammett, con quello che ha subito durante il Maccartismo…insomma mi sta più simpatico. Bella lotta però!

So che sei un grande appassionato di cinema e che apprezzi la narrazione cinematografica, quanto c’è di cinematografico tra virgolette nei tuoi libri?

Credo molto, anche perché le mie scuole di scrittura creativa sono state delle scuole di sceneggiatura. Ho imparato prima a scrivere per lo schermo e poi, successivamente, per la pagina, portando però sul foglio un’impostazione decisamente visiva. Io penso per immagini, nel senso che “vedo” i miei personaggi agire, e parlare tra loro, poi cerco di descrivere le loro azioni o i loro dialoghi, cercando di trovare “la” parola, quella che da sola riesca a trasmettere esattamente il significato che io credo ci sia in un gesto, in uno sguardo, in un silenzio o in una parola. Forse la mia preoccupazione più grande quando scrivo, è di asciugare il testo il più possibile, fino a raggiungere, quando possibile, questa “parola”. Forse in questo sono poco letterario e, probabilmente, la mia scrittura a molti sembrerà povera.

“I cinquanta nomi del bianco” pubblicato da Marsilio, nella sua collana “Le farfalle – i gialli” è risultato finalista allo Scerbanenco e mi pare di essere stata io stessa a dirtelo se non ricordo male. Te lo aspettavi? Che cosa hai provato quando l’hai saputo?

Si, credo sia stata tu a comunicarmi la notizia. No, a dir la verità non me lo aspettavo, anche se pure il precedente romanzo “Anche una sola lacrima” era riuscito a entrare nella fase finale del Premio nel 2005. Ho provato contentezza alla notizia e seguendo le votazioni della giuria popolare, ho avuto la soddisfazione di trovarmi con un discreto numero di voti, e dei giudizi positivi; “I cinquanta nomi del bianco” non è stato molto fortunato poi, nel senso che non ha incontrato assolutamente il favore dei componenti della giuria “tecnica”, tanto che da loro non ho avuto nemmeno un voto; eppure non mi sembrava che fosse così male, in fondo…

Hai pubblicato con Perdisa la raccolta di racconti “Lungo la stessa strada”. Quale è il segreto per scrivere un buon racconto?

Eh…un’altra bella domanda…non saprei, anche perché qui da noi, non c’è una attenzione verso il racconto, così che è difficile mettersi alla prova e sperimentarsi, correggersi e individuare la giusta misura, le giuste dimensioni. Luigi Bernardi mi ha detto spesso che sono logorroico nei miei racconti: infatti quando ho scritto quello per la raccolta “Lama e trama 4”, non so come Luigi, Zona e Silvia Tessitore abbiano resistito alla tentazione di tagliarlo.  A parte le battute, credo che dietro un racconto ci debba essere comunque un’idea forte, un’idea solida, qualcosa che renda credibile e “ascoltabile” ciò che stai scrivendo. Una volta lessi su una rivista, legata ad una casa editrice che promuove i suoi autori, un insopportabile racconto sul ricordo di un trasloco e tutto si basava sul fatto che uno dei trasportatori, trovava in garage un vecchio motorino scassato e da lì in poi, giù con uno sbrodolamento di melanconici flashback assolutamente personali, tra rimembranze scolastiche e primi turbamenti adolescenziali, poi il narratore-protagonista, provava a metterlo in moto senza riuscirci, così che quando il giovanotto di fatica chiedeva di poterselo prendere, il nostro glielo concedeva di buon grado e allora, inaspettatamente, il motorino, subito, partiva…grandi misteri dell’esistenza! Sicuramente c’era un significato profondo, io, grezzo come sono non l’ho capito, e allora la rivista ha attraversato volando la stanza, accompagnata da un sano improperio. Tanto per sintetizzare: scrivo racconti quando la mia idea deve essere, necessariamente, costituzionalmente, breve, incisiva e, anche in grado di coinvolgere chi legge.

So che Luigi Bernardi ti apprezza molto. Raccontami qualche episodio divertente che lo riguarda.

Una volta dovevamo incontrare un gruppo di appassionati di enogastronomia, nell’ambito di una manifestazione che combinava letteratura e buo
n cibo. Credo che i partecipanti fossero del tutto disinteressati ai nostri libri e aspettassero solo che ci togliessimo di torno per poter stappare in santa pace una mezza dozzina di vini diversi. Luigi, che peraltro è astemio, gli sparò a bruciapelo un “Io bevo cocacola e di solito vado a mangiare al fastfood…” Credo che si sia impressionato vedendo le facce smarrite di quella gente, tanto che ha detto subito dopo uno “Scherzo…” anche se aveva un ghignetto divertito. Poi siamo fuggiti e quando siamo andati a cena, poco dopo, il maitre con aria compresa ci ha detto “Posso consigliare ai signori un robusto rosso di produzione locale?” Credo si stia ancora chiedendo perché ridessimo.

Non vorrei essere eccessiva ma dai tuoi libri traspare una sorta di nichilismo, un pessimismo corrosivo e affatto rassicurante. Mentre al contrario sei una persona divertente e solare. Come spieghi questa incongruenza?

Colpa della mia schizofrenia galoppante… scherzo (scherzo?!). Quello che hai percepito è esatto: io ho una visione pessimistica della esistenza e della natura umana, e l’osservazione della realtà mi conferma questa convinzione. Mi piace la definizione di nichilista, perché il nichilista, contrariamente ai pregiudizi è, a mio avviso, non tanto un distruttore, quanto, soprattutto, uno in grado di vedere oltre la retorica e gli inganni. Detto questo però, apprezzo moltissimo l’ironia e l’umorismo; mi piace poter ridere in maniera intelligente, mi fa piacere stare insieme agli amici e ridere con loro, mi piace scherzare e tra le mie letture che ricordo con più affetto, ci sono due libri umoristici di Jerome K. Jerome, “Tre uomini in barca” e “Tre uomini a zonzo”. Ancora oggi se rileggo “Come zio Podger attaccava un quadro” posso cadere dalla sedia per le risate. Una volta invce, ho provato a leggere Woodhouse…è stato un dramma…

“Anche una sola lacrima” è un noir davvero tosto. Lorenzo Madralta è davvero un personaggio singolare, ricco di sfaccettature, ma sicuramente non uno che si voglia rendere simpatico. Come è nato questo personaggio?

Proprio partendo dalla sua misantropia. Mi piaceva descrivere un personaggio che, apparentemente, avesse fatto una scelta definitiva di distanza dagli altri; uno capace di rinunciare agli affetti, all’inserimento in un ambiente sociale o di lavoro, una specie di chirurgo dei sentimenti che era riuscito ad amputare quella parte di sé che lo rendeva vulnerabile. Lorenzo è uno che ha visto in faccia la realtà e decide di non caderci più; vive, ma a modo suo, appartato e senza concedere sconti né a sé né a gli altri. Anche il suo cognome non è scelto a caso: Il cognome Madralta non esiste in Italia, non c’è nessun Madralta, il cognome è la “italianizzazione” della parola gaelica Maadr’alta, che significa “cane randagio” o “lupo”. Mi piaceva questo eroe antipatico, questo protagonista che gioca con i suoi lettori a carte scoperte, conquistandosi, credo, pagina dopo pagina, l’affetto. Ho scoperto poi che questo antipatico è piaciuto molto al pubblico femminile, chissà perché?

Che libro stai leggendo attualmente?

Guarda, tu non ci crederai, ma sto leggendo proprio Woolrich “La sposa in nero”. Avevo visto, tanto tempo fa, il film di Truffaut, ma non avevo mai letto il romanzo; l’ho trovato pochi giorni fa in libreria e così…poi passo a Hugo, “L’uomo che ride”.

Stai scrivendo un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Si, sto lavorando ad un nuovo romanzo, anzi, a dire il vero i progetti che ho in ballo sono tre, ma dato che, malgrado la schizofrenia, ancora non riesco ad avere a disposizione contemporaneamente tre “autori”, mi devo accontentare di scriverne uno per volta. Per tutta una serie di fisime personali e scaramanzie varie, non ti anticipo nulla, se non che questo in lavorazione, si discosta un po’ da quelli precedenti, nel senso che a voler essere “ortodossi” non è “noir” al 100%, è un…mah?! Spero sia un buon romanzo, soprattutto.

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