:: Intervista a Sacha Naspini

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i%20cariolantiCiao Sacha e benvenuto su Liberidiscrivere. Partiamo con il tuo identikit, sei nato a Grosseto nel 76, fai lo scrittore, so che sei una persona con un forte senso dell’umorismo e dell’amicizia, ami i ragni, vuoi aggiungere qualcosa?

Boh, che ti dico. Mi piacciono i viaggi lunghi, il vino nero d’inverno e quello bianco d’estate, correre un’ora al giorno in qualunque posto mi trovi, sventrare nell’ascensore chi ascolta il pop italiano melenso… Queste cose qui, come tutti. Sono una persona normale.

Di carattere sei un ribelle o uno che ama il quieto vivere?

Amo il quieto vivere a modo mio. Non lo so se sono ribelle, ma poco rilassato di sicuro. Coltivo con attenzione la mia intolleranza quotidiana, e questo momento storico mi mette alla prova ogni minuto. Non riesco a stare staccato dalle cose che mi succedono attorno, e se trovo un crepa dove mi infurio, mi ci ficco a testa bassa senza problemi. Accendi la televisione, e dimmi come fai a non ribellarti a TUTTO. Se non lo fai e ti va bene, sei un cretino, stop. Ieri sera ho acceso sull’uno e mi sono ritrovato davanti le prime note di Pupo a Sanremo. Alla fine della “canzone” ero pronto a partire con un cinturone caricato a molotov per incendiare la città. Quella “canzone” è pura e semplice incitazione alla violenza. Se poi cascano le statuette dal cielo, ci si lamenta anche.

C’è stato un giorno che ti sei detto “Beh, da domani farò lo scrittore”, o è stato un processo graduale?

È sempre successo, fin da quando ero bimbo. Sto ancora cercando di capire a chi affibbiare la colpa. Perché lo sai, vero: quando si affibbia la colpa a qualcuno, poi si vive cento volte meglio.

Quale è stato il tuo primo lavoro che hai pubbicato e quanto è stato difficile trovare un editore?

Il mio primo romanzo è stato L’ingrato, che ho pubblicato con Effequ. È uscito nel marzo del 2006, ma io mi trovavo in Inghilterra. Dall’invio del testo, non dovetti attendere molto, Fernando Quatraro mi chiamò dopo pochissimo tempo, forse neanche venti giorni. È cominciata così. Ma già pubblicavo racconti da un paio d’anni.

Pensi che in Italia si possa vivere di scrittura o è ancora un settore di elite?

Certo che è possibile vivere di scrittura – specie se la intendi a tuttotondo: collaborazioni di vario genere con giornali e sceneggiatori, laboratori, poi ci sono le pubblicazioni… Io non mi pongo il problema delle elite: lavoro, faccio il mio. Si dice che uno scrittore a quarant’anni è sempre un “giovane” scrittore. Ho appena passato i trenta, quindi sono nella fase degli ormoni e del corpo in fiamme. E come ogni buon adolescente con la testa bacata, non me ne frega niente di elite e robe così. Poi bisognerebbe capire per bene cosa intendi con “elite”.

Hai spaziato dall’horror al noir senza farti mancare spruzzi di esistenzialismo. C’è un genere che prediligi e in cui ti senti di dare il meglio?

In realtà  non ho mai scritto un horror in vita mia, né un noir inteso nel senso stretto. Non mi interessano i mostri o i commissari che devono risolvere un caso – almeno, per ora è così. Quel che mi interessa sono le suggestioni che possono trapelare qua e là volando attorni ai bordi dei generi. Ma poi anche Stephen King, per dire uno che ha sfondato un pochino, si definisce lui stesso “Scrittore di emozioni”, o un cosa così. Se proprio dobbiamo dire dove sguazzo meglio, credo che sia nelle miserie umane. Il mio obiettivo è sempre un po’ quello di provare a mettere in discussione le certezze – o quelle che ci passano per tali. Insomma, destabilizzare. Far crollare il castello di carte.

I “Sassi” diciamo è il tuo romanzo più “classico” se mi perdoni il termine, un noir che ti ha fatto accostare a Scerbanenco, ambientato nel mondo degli antiquari, con un finale spiazzante che mi guardo bene da anticipare. Puoi parlarcene?

I sassi è il romanzo più contaminato che ho scritto, su vari versanti, e con la trama forse più intrigata. L’ho buttato giù di getto in un paio di settimane dopo il mio primo viaggio a Praga, tenendo su quella suggestione lì. Volevo scrivere una storia sulla vendetta cieca, di chi vuole riappropriarsi del suo posto nel mondo, del suo ruolo, della sua vera identità. Si va avanti e indietro nel tempo, nell’arco di trent’anni, alla ricerca di questa cosa. È una storia che consiglio caldamente a chi ha qualche conto in sospeso importante.

Ora dimmi qualcosa su “I Cariolanti” per la Elliot Edizioni. Una casa editrice importante per un libro difficile, estremo, poco rassicurante, se vogliamo dire proprio inquietante. Come è nato il personaggio di Bastiano?

Bastiano mi è venuto a trovare un anno fa, forse proprio di questi tempi. La prima bozza de I Cariolanti l’ho buttata fuori in cinque giorni di scrittura intensa. Quello che mi ha subito preso di più, è stata la spontaneità della voce che mi stava uscendo, che aveva una sua struttura per così dire “anomala”, ma mi partiva proprio da in fondo alle budella e io non ci potevo fare niente. Partendo da quell’intonazione lì, la storia è venuta giù da sola, con una sua compagine solida. Mentre scrivevo, mi veniva solo chiesto di abbaiare sulle pagine per come sentivo dentro, di avere il coraggio di avere coraggio e continuare per la mia strada. Alla fine è saltato fuori un romanzo tagliato bene, ma che doveva trovare una casa altrettanto coraggiosa dove abitare. Elliot – e con l’entusiasmo di Massimiliano Governi – se ne è presa cura in modo totale.

Raccontami una tua giornata tipo dedicata alla scrittura, hai riti, pratiche scaramantiche, abitudini? Ti piace scrivere ascoltando musica?

No, niente musica, mi dànno fastidio anche gli uccellini che cinguettano davanti alla finestra. E non ho riti, né pratiche strane. Mi bastano le sigarette, un po’ di umanità fuori dalle scatole e posso cominciare a lavorare tranquillo.

Oltre che scrittore sei anche musicista. Parlaci del tuo gruppo. Scrivi anche canzoni? Dimmene alcuni versi.

Per il momento ho stoppato, che altrimenti mi servivano giornate di quaranta ore. Ma è strano come accadono le cose: fermo i lavori, e arriva giusto giusto un buon contratto, proprio in questi giorni. Prima di dire che magari se ne riparla più avanti ci ho pensato un po’, perché la musica mi piace, io le ho dato molto e lei troppo poco. Ma è proprio il mercato musicale underground che fa acqua, proprio come certe realtà editoriali, quindi la musica in sé non c’entra niente, sono gli squaletti che se la mettono all’occhiello a farla diventare brutta. Se scrivo canzoni, mi dici. Ne ho scritte, certo – sennò uno che impara a suonare a fare? Ho all’attivo una cosa come circa duecento pezzi, musicati e arrangiati. Solo una piccola parte di questi sono s
tati pubblicati, diciamo una cinquantina o giù di lì. Poi ci sono i pezzi strumentali, che sono forse altrettanti, se non di più. Ho collaborato per dei documentari, e mi sono divertito un sacco. Per quanto riguarda i versi no, dài, così è brutto, si fa la figura ignobile della Clerici con Morgan. Se cerchi in rete, qualcosa trovi.

Quanto incide la musica sul tuo scrivere?

Forse incide il senso musicale che ho appreso in quasi vent’anni di composizione e scrittura. La cadenza, gli appoggi, ma non è che li ragiono, ormai vado in automatico – e poi non è detto che se funzionano a me, funzionano anche per chi legge. Ma la cosa più importante che ti insegna lo scrivere in musica, è forse la cura del non detto, del sottotesto, e di quanto si può espandere la parola su una progressione armonica, come cambia anche il senso, come si amplifica, volendo. Questo è molto utile per chi scrive storie.

Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quali ti hanno maggiormente influenzato?

Non lo so, immagino quelli che rileggo più spesso. Sono uno che a periodi legge veloce e molto, ma sempre per la questione “tempo”, devo fare dei compromessi: o leggo o scrivo. Quindi a volte mi blocco proprio. Nel fiume che mi lascio dietro, alcune pepite sparse possono essere Calvino, Fante, Palahniuk, Pollock, Kristof, Carver, Pullman e boh, forse altri cento.

Ci sono molte ragazze toste che stanno esordendo nella narrativa, ti senti un po’ spiazzato dalla loro grinta o ami le sfide?

La sfida mi piace, ma in questo caso non ce la vedo proprio: che siano donne o uomini, per me cambia poco. E poi sfida per cosa? Sulle vendite? I testi? Mi sembrerebbe un po’ triste… Semmai sono contento se viene pubblicato qualcosa di bello, così me lo leggo e vedo se c’è da imparare qualcosa.

Che ruolo svolge internet nella ricerca e nella promozione dei tuoi libri?

È senz’altro uno strumento utile, che ti offre l’opportunità di entrare in contatto con i lettori, cosa importante e bellissima. Gente che poi magari ti ritrovi fisicamente alle presentazioni, e con cui dopo ti bevi una birra, parli un po’.

Che libro stai leggendo in questo momento?

Ho finito da poco L’umanità, di Emiliano Gucci, compagno di scuderia in Elliot, nella collana Heroes. L’umanità è un libro che consiglio sinceramente, ed è stato il primo testo che ho letto di Gucci, adesso mi dovrò procurare anche gli altri. È una storia apparentemente “piccola”, senza grandi scossoni, ma in realtà ti si muove sotto ai piedi. È l’abilità di uno scrittore che sa raccontare le cose piccole in un modo grande. E questo modo grande è soprattutto la voce che usa Gucci, affilata, senza possibilità di equivoco, ma lasciando aperta la borsa emozionale, sempre. Insomma, un bel libro, davvero. Una decina di giorni fa scrissi a Emiliano che gli avrei detto cosa ne pensavo, ma non ho mai avuto tempo. Be’, ne ho approfittato qui. Adesso sto leggendo Le braci.

Sacha e la critica. Più gioie o dolori? Quale è la recensione che in assoluto ti ha fatto più felice leggere?

Di recensioni ne ho ricevute molte e ognuna, a modo suo, è la migliore. Forse quelle che mi hanno lasciato di più senza fiato sono state quelle di Ermanno Paccagnini sul Corriere della Sera e di Valeria Parrela per Grazia. Ma anche vedermi sulle pagine de Il mucchio a firma di Carlotta Vissani e su Il Venerdì di Repubblica con la Pingitore, è stata una bella sensazione. Una cosa che ricordo veramente bene, è l’entusiasmo con cui Loredana Lipperini mi ospitò a Fahrenheit. Dopo scrisse de I Cariolanti sul suo blog Lipperatura, e anche quella è stata un’emozione pazzesca.

Ti piace la poesia? Quali sono i tuoi poeti preferiti, inclusi anche i musicisti che hanno scritto canzoni particolarmente significative?

La poesia mi piace anche, ma deve avere il cazzo dritto. Quelle robe sulla primavera, i tuoi occhi algebrici e l’epocale tristezza della mia anima davanti al mare, mi fanno spavento. Davvero, lo giuro: ci vuole niente a scrivere una poesia. Invece ci vuole un bel po’ d’anima carica a scrivere una poesia che non sappia solo di lamento – o estasi, che poi è uguale. Ci vuole vita fatta, non ci sono storie. E forte senso del testo. E quell’altra cosa là che non si spiega. Sulla musica è più facile, a volte sono anche “fortuite” combinazioni. Ma chiaramente non nel caso di poeti come De Andrè, certo, ma anche Gaber, Guccini, Agnelli, Gaetano, Edda, Ferretti…

Nella tua carriera ci sono stati errori che hai commesso che con l’esperienza non rifaresti più?

Assolutamente sì. Alcuni anche veramente pesanti, come accettare collaborazioni che ti mettono comunque in evidenza, per dei soldi. Per dirla alla povera: marchette. Ma d’altronde anche alcuni grandi ne hanno fatte, se lo faccio anch’io non do noia a nessuno. Chiaramente ora basta.

Raccontami un episodio divertente avvenuto durante una presentazione di un tuo libro. Se non te ne venisse in mente nessuno, anche una barzelletta andrebbe bene.

Le barzellette le elimino dalla testa un momento dopo che ho finito di ridere – se ci ho riso. Di episodi divertenti non me ne viene manco uno. Di solito quando ci si diverte io sono da un’altra parte.

Definiscimi il noir.

E te dài con questo noir… Non si sente parlare d’altro. Ultimamente è proprio un pallino generale, te lo definisco così: come girare e rigirare il cucchiaio in un piatto di minestra. Alla fine si fredda, eh. (I noiristi non se la prendano, scherzo)

Se Dario argento girasse “I Ragni”che effetto ti farebbe?

Strano, perché sarei veramente curioso di sapere come ha fatto a fare un film da un racconto di tre cartelle, come lo ha sviluppato, e se davvero – dio gliene sarebbe veramente grato, molto più di satana – ha trovato un buon addetto agli effetti speciali, nonché attori che almeno sappiano simulare uno starnuto.

Stai lavorando ad un nuovo libro? Puoi anticiparci qualcosa?

Certo. Sono in fase di atterraggio con il nuovo romanzo per Elliot. In questi mesi ne ho scritti due, questo è il terzo. Gli altri li ho messi un attimo da parte, perché quando è arrivato questo ha spezzato le ginocchia a entrambi e mi ha chiesto di vivere solo per lui, e così sto facendo. L’ultimo bisturi, comunque, è di Massimiliano Governi. Parallelamente sto scrivendo un testo sui Noir Désir che mi ha commissionato Luigi Bernardi, per Perdisa, entrerà nella nuova collana Rumore Bianco. Inoltre proprio in questi giorni sto dando dei colpetti di finitura al racconto La comune dei sentimenti, che farà parte del Best Off 2011 di Minimum Fax.

Senza Marco Piva, che mi ha detto che in fondo sei un bravo ragazzo, non avrei mai avuto il coraggio di conttattarti. Digli qualcosa per ringraziarlo, o minaccialo come farebbe il Greco de I Sassi nel caso non ti fossero piaciute le mie domande.

Marco, Marco, Marco. Tu non sai quanto è sfortunato questo nome accostato a quello del Greco. Povero ragazzo mio, riuscirai ad arrivare all’incontro di Mantova? Spero di non trovarti nella hall di un hotel, sotto a un mucchio di Corpi Freddi…

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